Spesa pubblica improduttiva? Eccola qua


Nella difficile opera di costruzione di un bagaglio economico, che pure dovrebbe essere corredo di ogni cittadino-elettore, appare prima o poi il concetto di spesa pubblica. Di per sé è un concetto semplicissimo: la spesa pubblica è il totale delle spese sostenute dallo Stato.

Purtroppo tale semplicità ormai sussume, per ragioni che esulano dalle tematiche di questo blog, tali e tante connotazioni negative che ormai quando sentiamo parlare di spesa pubblica appaiono nella nostra mente parole come sprechi, ruberie, malversazioni, inefficienze, e così dicendo.

Sicché per moltissimi cittadini la spesa pubblica è sterco del demonio, mentre per altri (a volte sono gli stessi, ma non se ne rendono conto) una fonte alla quale abbeverarsi per saziare qualunque necessità. Per una vasta schiera di economisti la spesa pubblica è un fattore di inefficienza dei mercati. Addirittura un modo per sperperare risorse senza alcun giovamento.

La famosa spesa pubblica improduttiva.

Ma che vuol dire? A rigor di vocabolario, una spesa è improduttiva quando non produce effetti. Tipo prendere un sacco di denaro pubblico e buttarlo nella spazzatura.

Eppure neanche in questo caso, a rigor di logica macroeconomica, si potrebbe dire che buttare soldi nella spazzatura non abbia prodotto effetti. Per buttare il mio ideale sacco di denaro ho dovuto portarcelo direttamente, spendendo altri soldi (ecco l’effetto) per comprare la benzina necessaria, o tramite un impiegato (ovviamente pubblico) al quale dovrò pagare una retribuzione (ecco un altro effetto).

Per essere davvero una spesa improduttiva dovrei far sparire il mio sacco di soldi senza svolgere alcuna attività che abbia un riflesso economico o che sia infinitesimale. Tipo farlo sparire con il click di un computer.

Stando così le cose dovremmo leggere con un po’ più di attenzione i rendiconti dello Stato, per provare a capire dove sia la spesa davvero improduttiva, e quanto pesi sui nostri conti. E su quella agire, non sulla spesa pubblica in generale come categoria. A meno che, certo, non sia una guerra ideologica. e in quel caso non c’è ragionamento che tenga.

Perciò ci siamo andati a rileggere il rapporto di cassa dello Stato gennaio-giugno 2012, ossia quello che fotografa la spesa effettiva del settore pubblico.

Nel primo semestre 2012 abbiamo avuto 356,856 miliardi di incassi totali, di cui 345,919 di incassi correnti (tasse, imposte contributi e altre amenità). Questo è quanto lo Stato ha sottratto alle nostre tasche.

Sempre nel primo semestre 2012, abbiamo avuto 387,461 miliardi di spese totali, di cui 359,869 di spesa corrente e appena 21,961 miliardi di spesa per investimenti (6,331 mld sono andati alle imprese e 747 milioni alle famiglie). Questo è quanto lo Stato restituisce ai cittadini.

La differenza fra entrate e spese correnti è negativo per 13,95 miliardi. Quindi lo Stato spende (dà) più di quanto guadagna (prende). Notate che la semplice sostituzione della parola spendere con dare e della parola guadagnare con prendere, fa vedere lo Stato sotto tutta un’altra luce.

I teorici della spesa pubblica improduttiva, a questo punto, dovrebbero fare le pulci a questa spesa corrente, visto che chiunque mastichi un po’ di economia sa che è vagamente masochistico mettere sotto accusa la spesa per investimenti. Si può sindacare su quali investimenti fare, non sulla necessità di farli.

Ebbene, di questi 359 e passa miliardi di spesa corrente, nel primo semestre 2012 sono stati spesi 79,811 miliardi per pagare il personale in servizio. E’ una spesa improduttiva? Se tutti i dipendenti pubblici portassero all’istante i loro stipendi all’estero col semplice click di un computer lo sarebbe sicuramente. Ma è più probabile che spendano questi soldi per vivere, comprando questo o quello. Ossia fanno girare l’economia con la loro domanda di beni e servizi.

Chi dice che bisogna tagliare la spesa per i dipendenti pubblici, aldilà delle valutazioni sulle qualità o quantià del lavoro che fanno, dovrebbe anche sottolineare che senza stipendio queste persone non consumeranno un bel nulla, e quindi l’economia rallenterà. Tutto sembra tranne che improduttiva, questa spesa.

Un’altra voce di spesa, che vale 58,735 miliardi, è quella per acquisti di beni e servizi: penne, sedie, benzina e cose così. Anche qui, al di là delle valutazioni su come si spendano e per cosa questi soldi (rischi di corruzione e sprechi che vediamo tutti) rimane la questione che questi soldi saranno dati a qualcun altro che li utilizzerà per soddisfare le sue esigenze di consumo e investimento. Anche gli acquisti, insomma, fanno girare l’economia e sembrano tutt’altro che improduttivi.

La voce monstre della spesa corrente si chiama “trasferimenti ad altri soggetti” e vale 168,324 miliardi. Cosa c’è dentro? Sostanzialmente il welfare, quindi pensioni, assistenza sociale, sanità. Tagliare qui è una scelta politica, ma a livello macroeconomico vale quanto abbiamo detto per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i beni della pa: meno soldi lo Stato restituisce sotto forma di pensioni, sanità e servizi, più lentamente girerà il motore dell’economia perché le persone avranno meno soldi da spendere. Anche qui, di spesa pubblica improduttiva c’è ben poco.

Rimane un’altra voce, rilevante e in costante crescita: gli interessi passivi che paghiamo sul nostro debito pubblico. Nel primo semestre 2010 erano 33,783 miliardi, diventati 37,879 nel 2011 e addirittura 41,809 nel 2012. Quasi la metà di questi soldi si può stimare vadano ad investitori esteri, che hanno più o meno la metà del nostro stock di debito, il resto a investitori italiani, in gran parte istituzionali.

Poco più della metà di 41 miliardi, quindi, è finita nella pancia di investitori finanziari nostrani: banche, assicurazioni, fondi pensione italiani e una quota ristretta di famiglie. Comunque questi soldi sono rimasti nel circuito economico italiano e quindi in un modo o in un altro rimessi in circolazione (speriamo). Anche qui si può parlare di spesa pubblica elevatissima, equivalente a quella del totale degli investimenti pubblici del semestre, che sarebbe bello poter utilizzare per fare altri investimenti più che per pagare i debiti. Ma non di spesa pubblica improduttiva.

Il resto di questi 41 miliardi, poco meno di 20, sono finiti invece in mano agli investitori esteri, che detengono circa il 40-45% del nostro stock di debito pubblico.

Quindi si può stimare che a metà 2012 circa 20 miliardi di euro siano espatriati col semplice click di un computer (oggi le transazioni finanziari si fanno così) a disposizione di chissà chi per fare chissà cosa.

Eccola qua, la nostra spesa pubblica improduttiva.

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  1. Gugliemo

    Se io pago una persona per fare un lavoro inutile.. ho spesa improduttiva. Dire che questa persona farà girare l’economia è una grande scorrettezze logica. Quei soldi sono sottratti alle vere attività produttive che avrebbero comunque generato attività economica senza generare debito. Questo articolo sembra scritto a fine anni ’70.. quando prepensionare significava liberare posti di lavoro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti..

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      è tutta una questione di intendersi sul significato delle parole. da un punto di vista macroeconomico è scorretto parlare di “improduttività” quando si crea un effetto moltiplicatore. le sei paga per avere un lavoro inutile la conseguenza sarà improduttiva per lei, non per l’insieme del sistema economico, visto che il suo salariato comprerà dei beni o dei servizi da qualcun altro, per il quale la spesa da lei sostenuta sarà produttiva di conseguenza eccome.
      il ragionamento che fa lei, che comprendo perfettamente, fa riferimento a un’altra categoria, che è quella etica. tira in ballo un concetto – quello di inutilità – che appartiene alla sfera dei giudizi di valore. così come quando parla di “vere attività produttive”. Sarebbero la produzione di beni o quella di carta finanziaria? O forse di alcuni servizi piuttosto che di altri?
      Prepensionare credo significhi tuttora liberare, in teoria, posti di lavoro, salvo nei casi in cui si voglia diminuire la capacità produttiva o il progresso tecnologico diminuisca la necessità di forza-lavoro. Poi si può discutere sulla razionalità di pre-pensionamenti fatti con sistemi retributivi (come si faceva in passato) o senza alcun riguardo per la logica del sistema complessivo, ma anche qui si entra nell’alveo dei giudizi di valore, quindi politici, mentre io cerco di limitarmi a quelli tecnici, pure con tutti i miei limiti. Non credo che ai lettori interessino le mie opinioni, se vuole saperla tutta. Quindi cerco, per quanto posso, di fare informazione, senza influenzare quelle altrui.
      mi spiace se le ho dato l’impressione opposta.
      La ringrazio per il commento e per il tono civile e garbato

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