Il governo delle larghe spese


Oggi sul Foglio leggo questa domanda del direttore: “Su che cosa è possibile che forze diverse si intendano al di là del disprezzo antropologico, delle differenze etiche reali, degli stili stellarmente separati di vita e di prassi pubblica e privata?”.

Il tema è interessante e merita uno svolgimento che ha a che fare con questo blog.

Intesa rima con spesa, e sarà pure un caso. Ma abbiamo già visto all’opera nell’ultimo quarantennio le parallele di “forze diverse, dalle differenze etiche reali” convergere lungo l’infinito (quindi impagabile) di un debito pubblico che ha avuto l’enorme vantaggio di scaricare sulle generazioni future le tensioni di quelle presenti. Prima perché c’era il terrore delle armi per le strade e la prospettiva dei cosacchi a San Pietro. Ora perché sulle stesse strade c’è il terrore della crisi e la prospettiva del tumulto dei diseredati. Ieri perché c’era la maggioranza pentapartita che faceva blocco contro i comunisti. Oggi perché c’è la maggioranza tripartita che fa blocco contro i movimentisti. Prima perché c’era la cortina di ferro della guerra fredda. Ora perché c’è la cortina di ferro dei debiti.

I nuovi blocchi oggi si dividono sulla geopolitica finanziaria, com’è logico che sia nell’epoca in cui praticamente nulla esiste fuori di essa.

Intesa rima con spesa, e sarà pure un caso. Ma cos’altro potrebbe unire la nuova maggioranza di blocco se non la considerazione che il popolo è stufo di stringere la cinghia e minaccia di votare altrove?

La promessa del premier di non fare nuovi debiti si tiene perfettamente con quella che rassicura i nostri partner sulla scelta europeista che rima con eurista, e sarà un caso pure questo.

Ma ci sono mille modi per fare debiti senza farne, se per debito si intende debito pubblico tracciabile dai potenti radar di Bruxelles. E la promessa di tale indebitamento a venire, che è esistenziale prima ancora che contabile, s’intravede già nel discorso programmatico e in quelli pubblici del Presidente del consiglio, dove la promessa di intervenire su questo e su quello, cammina a braccetto con l’assicurazione di “avere a cuore”, quindi nella regione dei sentimenti prima che della ragione, gli esodati, l’Imu, l’Iva, la Cassa integrazione, il lavoro dei giovani e vedremo poi cos’altro.

Il debito si crea sulle attese, prima ancora che sulle spese. Nasce dall’idea stessa che tocchi alla politica sfornare provvidenze. Dal sentimento popolare che la politica sia la Provvidenza alla quale rivolgersi per avere una qualche forma di benedizione. Perciò, come accadeva una volta, i politici di oggi dicono le cose giuste per fare quelle sbagliate. Mentre sarebbe preferibile il contrario.

Cosa avevano in comune Andreotti e Craxi? Nulla. Salvo il fatto che distribuivano denari agli elettori. C’era sempre un motivo “là fuori” che giustificava il deficit, ma poi alla fine era il modo più facile per vivere tutti felici e contenti.

Cos’hanno in comune oggi quelli del Tripartito? Nulla. Salvo il fatto che hanno capito, e dovranno farlo digerire anche all’Unione europea, che devono tornare a distribuire denari.

Oggi il vincolo esterno di Bruxelles, per vent’anni benedetto come il maglio distruttore di tale pratica consociativa, ha prodotto l’effetto contrario sull’esausta classe politica italiana. Divisi per vent’anni, e dovendo pure pagare un conto salato per sedurre e blandire una parte o l’altra dell’elettorato, i due poli della seconda repubblica si uniscono per evitare il patatrac.

Le semplificazioni del dopo guerra fredda hanno ridotto il Pentapartito al Tripartito che s’avvia a diventare partito unico: quello dell’euro, con tutto ciò che significa, innanzitutto per i nostri creditori esteri.

Alle spalle di questo ircocervo politico rumoreggia un’orda che cova risentimento e suggestioni da primo dopoguerra. Che vuole fare e i conti, e soprattutto regolarli.

Serve un governo di larghe intese.

Serve un governo di larghe spese.

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