Cronicario: L’occupazione aumenta come gli stipendi: precariamente


Proverbio del 12 giugno L’uomo morale si adatta alle circostanze della vita

Numero del giorno: 3 Aumento % annuo credito al settore privato in Italia

Dovrei raccontarvi dell’asta dei bot annuali di oggi, giusto per far sapere a lor signori che “ormai va tutto bene” che abbiamo dovuto pagare un tasso dello 0,55% mentre l’ultima volta avevamo venduto a un tasso negativo per lo 0,36. In sostanza ci avevamo guadagnato e oggi ci abbiamo perso. Certo, un progresso straordinario se lo paragoniamo al martedì della paura, quando il semestrale fu venduto all’1,2% e addirittura il rendimento del biennale superò quello del decennale. Ma non è che mi consoli questa cosa. Stiamo meglio ma non stiamo affatto bene.

Sarà colpa delle tossine che abbiamo rilasciato sul finire della nostra crisi di governo, mi dico, e me ne convinco quando mi cade sotto gli occhi un paper diffuso dal Ceps, un pensatoio che sta per Center for european policy estudies, dove viene riesumato il glorioso piano B di uscita dall’euro che tanta fortuna ha portato ai capitali residenti in Italia e ai nostri tassi di interesse.

Vagamente intossicato anch’io corro alla ricerca di buone notizie per distrarmi dallo scoramento, ma la cosa più allegra che trovo, volendo evitare di parlare di Trump e dei nordcoreani, dei profughi sul mare e delle altre facezie di questa tranquilla giornata di giugno, è l’Istat che rilascia i dati sull’occupazione.

Scorro il bollettino e scopro che abbiamo fatto 147 mila occupati in più su base annua, ossia un povero +0,6%, solo che questa crescita è trainata dai dipendenti a termine. Sicché mi risulta improvvisamente chiara la ragione per la quale la crescita delle retribuzioni, sempre su base annua, non abbia superato lo 0,4%, meno dell’inflazione. Occupazione e retribuzioni crescono nello stesso modo: precariamente. Sostanzialmente poco. E poco serve a consolarmi la circostanza che sia diminuito il tasso di inattività quando Bankitalia nella sua ultima relazione annuale ha certificato che i redditi equivalenti reali sono il 10% in meno rispetto a prima della crisi.

Se mi tocca consolarmi con l’Istat è perché il resto che gira è pure peggio. Per cose che succedono esce pure l’analisi mensile di Bankitalia sull’economia italiana, della quale l’unica cosa che dovremmo tenere a mente è il grafico sulla titolarità del nostro debito pubblico (quello dell’asta di prima), che come potete vedere è ben assortito e molto internazionale: un settecento miliardi a occhio risiede all’estero.

Perciò m’è scappata una risata a metà fra l’isterico e il preoccupato quando ho letto che autorevoli fonti hanno fatto filtrare da Palazzo Chigi, dove si è svolto un vertice fra il premier i ministri economici che nell’Ue “la musica deve cambiare”.

Figuratevi poi che m’è successo quando, sempre Bankitalia, ha notato che le sofferenze bancarie sono scese del 10,7% in un anno. Come se il problema fosse solo dove eravamo e non dove stiamo.

La musica deve cambiare nell’Ue. Ma anche da noi direi.

A domani.

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