Le fondamenta finanziarie della Bri iniziano a scricchiolare


La Bri, dunque. Ovvero una delle visioni più ambiziose (e costose) che un singolo stato abbia elaborato nel tempo recente e che dice tutto ciò che occorre sapere delle tentazioni cinesi. Pechino vuole diventare un attore politico globale, utilizzando la lingua della pace e lo strumento del commercio, mentre affila la spada. E perciò deve costruire strade dove non ce ne sono, visto che costruire una strada serve anche a diventare amici dei paesi che ne sono attraversati. Questo spiega il fiorire di accordi bilaterali fra la Cina e i paesi di mezzo mondo, tutti rigorosamente bisognosi di aiuti, che rendono i cinesi praticamente onnipresenti nel globo. Spiega i forum con i paesi africani, e con quelli mediorientali, che ogni anno celebrano il rito del rinnovo di promesse e finanziamenti. E spiega anche la costante ricerca di partnership con i poteri già consolidati, quindi la Russia, ma anche l’Ue. Ma soprattutto è interessante osservare che il peso specifico delle economie coinvolte nella Bri è cresciuto notevolmente nell’ultimo trentennio e ormai vale circa un terzo dell’economia mondiale.

La Cina quindi sta investendo sull’economia emergente, in senso letterale. Ma tutto ciò si regge sul presupposto del potere economico e finanziario cinese, ossia sulla capacità di dar seguito alle promesse di aiuti sui quali gli stati coinvolti nella Bri contano. E quindi sull’ipotesi che l’economia cinese regga l’urto del futuro. Si tratta di un’ipotesi che la realtà si incaricherà di testare, ma nel frattempo è utile ricordare alcuni numeri che servono a dimensionare il problema.

Gli analisti concordano sul fatto che nel mondo ci sia bisogno di maggiori infrastrutture per garantire maggiori commerci e quindi più prosperità in futuro. L’Asian Development Bank ha stimato che l’Asia soltanto necessiterebbe di 26 trilioni di dollari di investimenti da qui al 2030 nei vari settori. I trasporti, insieme all’energia, fanno ovviamente la parte del leone.

Le stime di Ocse quotano circa un trilione fino al 2027 l’impegno finanziario soltanto della Cina, che ha creato anche veicoli dedicati (Silk Road Fund) che si occupano di raccogliere e indirizzare le risorse che arrivano dalle grandi compagnie cinesi (SOEs) e dalle banche commerciali controllate dallo Stato. Questo impegno sostiene lo straordinario sforzo infrastrutturale promosso dalla Cina che questo grafico ricapitola bene.

Questo invece è l’elenco delle economie coinvolte nel processo, che è anche un’ottima mappatura delle relazioni politiche che la Cina sta pazientemente realizzando dal 2013, anno di presentazione della Bri, in poi.

Questo sforzo straordinario ha generato investimenti altrettanto rimarchevoli. Soltanto nel settore delle costruzioni, nel periodo fra il 2005 e il 2018 la Cina ha generato progetti di investimenti, per lo più infrastrutturali, che solo per i paesi coinvolti nella Bri valgono oltre 480 miliardi di dollari, il 59% degli 814,3 miliardi conteggiati da Ocse.

Questo grande impegno finanziario ha favorito la crescita e lo sviluppo di competenze imprenditoriali di tutto rispetto nei settori connessi alle costruzioni, quindi ferro, acciaio e cemento, oltre che nella progettazione e realizzazione di infrastrutture. Al punto che il premier cinese Li Keqiang ha invitato i produttori cinesi a “esportare” la loro competenza nei paesi dell’Asean.

Ma alla fine dei conti i veri architetti della Bri sono in banchieri. Una fra le più esposta ai sogni di grandezza cinesi è la China Development Bank, la più grande banca di sviluppo al mondo, che a fine 2015 aveva già investito 110 miliardi di dollari sulla Bri finanziando circa 400 progetti in 37 paesi. I prestiti sono stati fatti direttamente ai governi in alcuni casi (ad esempio il prestito quarantennale senza interessi al governo indonesiano per un progetto di alta velocità ferroviaria fra Jakarta e Bandung) oppure alle compagnie cinesi che investivano sui territori. Segue la China Exim Bank, che fornisce varie tipologie di operazioni, dai crediti alle esportazioni al finanziamento delle infrastrutture, che a fine 2015 aveva supportato un migliaio di progetti in 49 paesi della Bri per un valore di 80 miliardi. Anche questa banca presta ai governi, alle compagnie cinesi, ma anche a quelle dei paesi Bri. Altri grandi “elemosinieri” della Bri sono l’Industrial and Commercial Bank of China, che fa prestiti puramente commerciali che ha già totalizzato 159 miliardi di esposizione nei confronti dei paesi della Bri per 212 progetti, e poi la China Export and credit insurance corporation, che a dicembre 2015 aveva già sottoscritto progetti per oltre 570 miliardi di valore nei paesi della Bri. Segue la Bank of China con circa 100 miliardi di prestiti a fine 2017 e chiude la classifica il Silk road fund, che investe per lo più in progetti infrastrutturali a vocazione energetica, con 40 miliardi di esposizione.

Questa montagna di denaro è stata investita in paesi che in moltissimi casi hanno economie fragili. Secondo la ricognizione fatta da Ocse, ci sono 17 economie fra quelle oggetto di prestiti cinesi per costruzioni. “Ci sono 17 economie con investment grade o superiore a BBB-. Ci sono 29 economie classificate sotto investment grade e 14 senza alcun rating. Gli investimento in progetti di infrastrutture per l’edilizia in queste ultime economie costituiscono oltre la metà del totale cumulativo dal 2005: cioè 253,8 miliardi di USD rispetto a un totale cumulativo investimento di 420 miliardi di dollari dal 2005. Resta da vedere quanto siano fattibili questi progetti nelle economie sotto-investment-grade”.

I dubbi di Ocse vanno considerati con attenzione. Le cronache di recente hanno riportato in diverse occasioni delle polemiche intercorse fra Cina e Pakistan (notate l’istogramma blu sopra il Pakistan nel grafico sopra) che si sono arricchite con la notizia che anche la Malaysia aveva deciso di tirarsi indietro relativamente ad alcuni progetti infrastrutturali finanziati dalla Cina. E sempre le cronache hanno più volte riportato delle difficoltà in cui sono incorsi alcuni paesi africani molto indebitati con i cinesi. A questi rischi “esterni” occorre aggiungere quelli che covano all’interno del sistema finanziario cinese, che abbiamo già osservato e che è probabile facciano sentire il loro peso maggiormente adesso di quanto non fosse in passato. La Cina ha già iniziato a restringere il credito all’interno, dovendo fare i conti con un’economia molto indebitata. Ciò accade proprio mentre le banche “strumento” delle Bri dovrebbero spingere maggiormente sul pedale del credito. La recente promessa del presidente cinese Xi, all’ultimo Forum con i paesi africani di 60 miliardi di nuovi prestiti ne è un esempio chiarissimo. Le banche cinesi, insomma, dovranno imparare, assai più di quanto abbiano fatto sinora, a prestare i soldi dove conviene, e soprattutto dove i prestiti possono essere ripagati. E questo può entrare in conflitto con la ragione politica. Un paese africano può essere un pessimo investimento economico ma un ottimo affare per il governo di Pechino. Al tempo stesso, se i problemi finanziari “esterni” finissero col sommarsi l’uno all’altro, aggiungerebbero un peso notevole ai problemi finanziari interni, con i quali il paese deve fare i conti.

Il grafico sopra mostra il valore cumulativo nozionale degli asset sui quali la Cina ha investito sin dal 2005 definiti come “troubled”, quindi in qualche modo problematici. Come si può osservare, quelli allocati nei paesi Bri superano i 100 miliardi, molti dei quali in paesi politicamente complessi. Solo in Iran, per fare l’esempio che come sappiamo adesso è nuovamente alle prese con le sanzioni Usa, le imprese statali cinesi partecipano a progetti energetici problematici per circa 25 miliardi. E altri 12 miliardi di investimenti complicati sono allocati nell’immobiliare e le ferrovie libiche. Altri 4,6 miliardi sono impegnati in Pakistan e altri 3,8 in Siria.

Alla lunga la somma del rischio finanziario esterno e del rischio interno rischia di diventare insostenibile per la Cina. La finanza, che ha animato la Bri, rischia di essere il suo tallone d’achille. E questo, in un contesto di crescenti tensioni commerciali e di normalizzazione monetaria, è un rischio che molti analisti stanno già iniziando a prezzare.

(3/fine)

Puntata precedente: Quel che bisogna sapere del sistema bancario cinese

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