Miti del nostro tempo: Lo stimolo fiscale (e monetario)


Ricondurre a un problema reale il gran dibattere sul deficit, italiano e non solo, che in questi mesi sofferti agita le opinioni pubbliche di mezzo mondo, significa innanzitutto spostare l’attenzione sulla questione fondamentale che tutto questo dibattere lascia costantemente sottotraccia. Ossia la circostanza che il deficit, e quindi una politica fiscale espansiva, sia davvero utile alla crescita di un’economia. Ma è davvero così? Se chiedete a un qualunque governante, la risposta sarà senza dubbio positiva. Per un politico manovrare la politica fiscale, meglio se in deficit, è il modo più semplice per conquistare consenso. In tal senso il grande successo delle politiche keynesiane iniziate dal secondo dopoguerra si spiega con la promessa implicita che contenevano, sapientemente fraintesa da coloro che poi sono stati chiamati a tramutarle in azioni di governo. Ossia che il governo potesse e dovesse agire per garantire la piena occupazione. Se il privato non “tira” abbastanza, è necessario che il pubblico ci metta di suo per colmare quello che oggi viene chiamato output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale. Lo stimolo fiscale, quindi, non è soltanto utile, ma persino necessario.

L’idea che sta dietro questa visione del mondo è che senza il governo, evidentemente dotato di super poteri, perché oltre a sapere ciò che è necessario fare è anche capace di farlo, gestendo enormi complessità con una semplice decisione, l’economia prima o poi s’incaglia. Inutile sottolineare quanto questa visione del mondo sia debitrice della vanità degli economisti, mischiata alla furbizia del politici. Rimane il fatto che il mito dello stimolo fiscale, derivazione diretta di quello dell’onnipotenza del governo, oggi agita le cronache esattamente come ai tempi di Keynes, con la differenza che a furia di stimoli fiscali il debito dei governi è arrivato a livelli mai visti dall’ultima guerra.

Questionare i miti dovrebbe essere obbligo di qualunque osservatore guidato dal principio di realtà, però. Quindi va letto con doverosa attenzione un articolo pubblicato dal Wall Street Journal alcuni giorni fa da Edmund Phelps, che in quanto premio Nobel dovrebbe almeno meritare il rispetto di tutti quelli che agitano altri economisti da Nobel per sostenere le (proprie) teorie. L’articolo già dal titolo dice tutto quello che c’è da sapere: “La fantasia dello stimolo fiscale”, con l’avvertenza che “emerge che le politiche keynesiane sono correlate con una crescita più lenta non maggiore”. La qualcosa ci riporta a celebri dibattiti degli anni ’30, a conferma della ricorsività della storia. L’unica differenza rispetto ad allora è che oggi  “fra economisti e politici è ampiamente condiviso il pensiero che lo stimolo fiscale” abbia favorito il recupero dell’occupazione, tornata a livelli giudicati normali nel 2017 dopo il picco ribassista registrato nel 2010. Ma, si chiede l’autore, “ci sono prove che lo stimolo sia alla base della ripresa americana? E ci sono prove che l’assenza di stimoli – la stretta su la spesa pubblica conosciuta come “austerità fiscale” sia responsabile del mancato pieno recupero in Portogallo, Italia, Francia e Spagna”. Domanda che dovrebbe appassionarci, atteso che stiamo litigando con mezzo mondo e anche fra di noi in nome di una manovra economica che punta su un robusto stimolo fiscale con ampio deficit addirittura per restituire “la felicità agli italiani”.

Nell’attesa che si compia la beata speranza, dovremmo porci anche noi la stessa domanda che si fa il nostro economista. La narrazione dello stimolo fiscale, infatti, presuppone che i paesi che abbiano adottato un ampio stimolo fiscale “misurato con l’aumento del debito pubblico in rapporto al pil negli anni 2011-17” abbiano avuto un ricovero relativamente veloce. Senonché “le evidenze non supportano la stimulus story”, scrive. Succede che le narrazioni non coincidano con la realtà, purtroppo. “I grandi deficit non accelerano le riprese”, aggiunge. Anzi, “la relazione è negativa, suggerendo che la prodigalità fiscale conduce a una contrazione e che la responsabilità fiscale sarebbe preferibile”. Anche qui, la nostra storia dovrebbe essere la dimostrazione vivente di questa correlazione negativa, visto che abbiamo un ampio debito pubblico e una crescita molto lenta. Ma se allarghiamo lo sguardo, il risultano non cambia granché. Phelps ricorda che all’indomani della seconda guerra la smobilitazione dei soldati impegnati nel conflitto aumentò la forza lavoro di quasi sette milioni di persone negli Stati Uniti. Molti economisti temevano, ieri come oggi, l’aumento della disoccupazione e molti di loro, keynesianamente, suggerirono di fare deficit per “assorbire” questa forza lavoro. Tuttavia il governo prese la strada opposta. Truman scelse di fare surplus fiscale e tuttavia la disoccupazione scese e la partecipazione al lavoro salì. Pure negli anni in cui la teoria keynesiana era grande protagonista del dibattito pubblico, molti economisti, “come Franco Modigliani nel 1961”, mostrarono che il deficit fiscale ha un impatto negativo sia sull’offerta di lavoro che su quella di risparmio, e altri ancora, come James Tobin e Robert Mundell, compreso ovviamente l’autore dell’articolo, trovarono preoccupanti controindicazioni nell’uso del deficit fiscale.

Del tutto lecito, di conseguenza, porsi anche un’altra domanda. “Se lo stimolo fiscale è inefficace per combattere una recessione, che dire dello stimolo monetario?”. Anche qui basta farsi una semplice domanda: i paesi che hanno fatto uso di un largo stimolo monetario, sostanzialmente facendo acquisire asset alla banca centrale – i vari QE per intenderci – hanno avuto una ripresa più veloce? “Questa è una domanda difficile – dice Phelps – ma le esplorazioni preliminari non danno grande supporto a questa tesi”. Ma se l’armamentario di origine keynesiana, basato sullo stimolo fiscale o monetario è stato più o meno inefficiente, “cosa ha guidato la relativamente veloce ripresa Usa e del Nord Europa dopo il 2008?”. Una prima risposta è la fiducia. “Forse l’Italia ha parzialmente fallito la ripresa anche perché la sua prodigalità fiscale ha danneggiato la fiducia. Ma la fiducia da sola potrebbe non essere sufficiente”. Un’altra risposta è il dinamismo, ossia “la capacità e il desiderio di innovare”. Un paese dove campeggiano fiducia e dinamismo è sicuramente meglio attrezzato per reagire a una recessione, “a prescindere dagli stimoli”. “C’è una forte relazione fra la velocità della ripresa e il tassi di crescita di lungo termine del fattori totali della produzione”, che potremmo intendere come un indicatore del dinamismo di un’economia. “Alcuni paesi hanno istituzioni sociali e capitale umano e culturale che li attrezzano meglio di fronte a una recessione. “Molto del merito per la ripresa relativamente veloce degli Usa – conclude Phelps – dipende dalla cultura endemica di innovazione e impresa di questo paese”. Si tratta di qualità che hanno il problema di essere difficilmente quantificabili e manovrabili. Nulla che si possa comprare con deficit. Anche perché semmai servono a non farne.

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  1. Gianni Ercolani

    … mi tocca di fare lo spiritoso, visto che non lo fai tu …

    Dunque il premio Nobel.

    Quello inventato dal sig. Nobel, quello che ha inventato la dinamite, madre di tutte le guerre moderne. Finanziato con l’1/0000 0 dei profitti sulle vendite di dinamite, anche e soprattutto quello per la Pace.

    Quello in cui almeno uno dei Giudici è stato accusato da una Giudichessa, che “tu quoque” , al giorno d’oggi “#metoo”.

    Quello che tutti lo prendono, soprattutto con tesi che si contraddicono a vicenda. Quindi hanno tutti ragione, dipende solo dallo sponsor quale scegliere.

    Quello che l’ha preso persino Bob Dylan.

    J

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  2. renzo

    Francamente quello che sembrerebbe un endorsement alle tesi di Phelps , che poi in linea di massima mi sembrano una continuazione di quelle non molto tempo fa rivelatesi fallaci di Rogoff e Reinhart, mi delude. Dove il nostro Nobel abbia visto la prodigalità fiscale in uno stato in cronico avanzo primario lo sa solo lui, il resto è che altro che tesi dei superpoteri dello stato,al contrario siamo alla solita tesi che il dinamismo e la saggezza del settore privato è quello che crea ogni bello e ogni buono, e che poi, parafrasando ma neanche troppo, il nostro Nobel dice gli statunitensi hanno una vera cultura imprenditoriale dell’innovazione e de l rischio e non hanno paura di fare fallimento ( mica come noi ) : mi viene in mente di aver letto queste perle di saggezza da Massimo Gaggi sul Corriere un attimo prima dello scoppio della grande crisi di una decina di anni fa.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      non è mai elegante citarsi, ma mi creda lo faccio per praticità. visto che lei parla di avanzo primario cronico, mi sono andato a rileggere un pezzo che ho pubblicato nel lontano 2014 dove si vede con chiarezza che la nostra prodigalità consiste praticamente nel rimandare sempre all’anno dopo quello che doveva farsi l’anno prima e si promettevano avanzi primari nell’ordine del 5% per evitare ogni anno di fare nuovo deficit. che poi è l’unico modo per abbattere il debito. Ma siccome non si può fare – abbiamo un paese in crisi, signora mia – ecco che ogni anno il deficit si allarga e l’avanzo primario (che tecnicamente è un avanzo, ma praticamente non basta neanche a pagare il conto degli interessi) si restringe, complice una certa crescita lenta che a furia di stimoli fiscali ha fatto crescere solo il debito. E fosse solo questo. ciò che ha generato, questo continuo stimolarsi, è proprio l’idea, che questo governo incarna alla perfezione e da cui discende il consenso che gli attribuiscono i media, che il governo debba salvarci tutti. Principalmente da noi stessi. E dopo di noi, il diluvio.
      Grazie per il commento

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  3. vincesko

    Questo premio Nobel Phelps o è un asino o, più probabilmente, un ignorante dei dati e straparla ideologicamente di cose che non conosce.

    1. La Francia, la Spagna e il Portogallo hanno fatto deficit spending per 10 anni. L’Italia NO.

    EUROSTAT – Deficit/Pil
    ……………….2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016
    Italia……..…..-1,5..-2,7…-5,3..-4,2…-3,5..-2,9…-2,9…-3,0..-2,6…-2,4
    Francia…..…-2,5..-3,2…-7,2…-6,8…-5,1..-4,8…-4,0…-4,0..-3,5…-3,4
    Spagna………+2,0..-4,4.-11,0..-9.4…-9,6.-10,4..-6,9…-5,9..-5,1…-4,5
    Gran Br………-3,0..-5,0.-10,7..-9,6…-7,7…-8,3…-5,6…-5,6..-4,4..-3,0
    Germania…..+0,2..-0,2..-3,2…-4,2…-1,0…-0,1…-0,1…+0,3.+0,7.+0,8
    Olanda ………+0,2..+0,2..-5,4..-5.0…-4,3…-3,9…-2,4…-2,3..-2,1..+0,4
    Grecia………..-6,7.-10,2.-15,1.-11,2.-10,3..-8,9..-13,1..-3,7…-5,9..+0,7
    Irlanda……….+0,3..-7,0..-13,8.-32,1.-12,6.-8,0…-5,7…-3,7…-2,0..-0,6
    Portogallo……-3,0..-3,8…-9,8..-11,2…-7,4..-5,7..-4,8…-7,2…-4,4..-2,0

    2. Va considerato che l’Italia è in avanzo primario da 27 anni (tranne uno, nel 2009), che serve a pagare gli interessi passivi.

    3. Prodigalità fiscale? 2014? Ri-ri-riallego i dati:
    Riepilogo delle manovre correttive della XVI legislatura (importi cumulati da inizio legislatura):
    – governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%);
    – governo Monti 63,2 mld (19,2%);
    Totale 329,5 mld (100,0%).

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