Le fondamenta fragili della ricchezza finanziaria italiana


Una bella ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia ci regala un’istantanea molto istruttiva dell’epopea della ricchezza italiana sin dal lontano 1950, quando iniziò per noi come per molte altre economie quella lunga scalata verso il successo che ci ha condotti dove siamo adesso, sostanzialmente ricchi ma infelici.

Il grafico racconta meglio di mille parole come sia cambiata la ricchezza degli italiani. In rapporto al reddito disponibile alla fine del secolo scorso si consumava il sorpasso delle attività finanziarie sui beni reali. L’Italia iniziava a somigliare ai paesi più moderni.

Ma il cambiamento dura solo un paio d’anni. Il boom del mattone riporta rapidamente il valore dei beni reali sopra quelli finanziari e ci riporta dove siamo adesso: “La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane – detenuta sotto forma di depositi, titoli, azioni quotate e non quotate, fondi comuni, strumenti assicurativi e pensionistici privati – è pari a circa 4.400 miliardi di euro; le attività reali, in gran parte immobili, sono 6.300 miliardi; le passività superano i 900 miliardi. La ricchezza totale lorda delle famiglie era quindi circa 9,3 volte il reddito disponibile e la ricchezza totale netta 8,5 volte”.

E’ interessante osservare, tuttavia, quanto notevolmente si sia ridotta la forchetta fra gli attivi reali e quelli finanziari. La modernità, che significa aumento dei redditi nominali e stagnazione dei prezzi immobiliari per gran parte degli anni ’60, si può anche raccontarla guardando la crescita costante degli attivi finanziari, che nel 1950, quando inizia il racconto, erano addirittura inferiori per la gran parte al reddito disponibile. Ma da quel momento in poi “le attività finanziarie sono cresciute quasi senza soluzione di continuità, al netto di piccoli episodi di crisi: si
possono ricordare gli effetti negativi sui valori azionari derivanti dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica e la fondazione dell’Enel nel 1962 e dalle difficoltà della Borsa nella seconda metà degli anni Settanta e nel 1987”. Ma modernità significa anche notare come le passività, che nel 1950 erano una porzioni insignificante del reddito, diventano il 40% del reddito disponibile nel 1995 e raddoppiano quasi, portandosi circa all’80% alla fine del 2017.

Ma il punto interessante della ricerca viene più avanti. Analizzando la struttura della nostra ricchezza finanziaria Bankitalia osserva come i depositi bancari e postali ne costituiscano ancora oggi il 31%. Quindi parliamo di oltre 1.300 miliardi. In questo siamo cambianti poco. Salvo che nei momenti di euforia finanziaria, le famiglie italiane “investono” in depositi, anche se certo assai meno che in passato. “Ancora nel 1975 i depositi e il circolante erano oltre il 70 per cento della ricchezza. Dagli anni Ottanta il peso dei depositi è sceso, fino a toccare, nel 2005-2006,
il 23 per cento delle attività finanziarie delle famiglie. Da allora la crisi finanziaria globale e i bassi tassi di interesse hanno spinto le famiglie a muoversi verso la detenzione di attività più sicure, come i depositi”.

L’asset che in qualche modo si può assimilare al deposito bancario, relativamente almeno al profilo di sicurezza percepito dal risparmiatore, ossia i titoli di stato, ha avuto una storia altrettanto edificante. “L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55 per cento del PIL nel 1980 al 111 per cento nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche”. Un po’ come vorrebbero alcuni nostalgici presenti nel nostro governo. Da allora molto è cambiato, ma ancora “alla fine del 2016 i titoli pubblici italiani detenuti direttamente e indirettamente dalle famiglie” erano “circa il 16 per cento del totale delle attività finanziarie”. Addirittura “la quota dei titoli di debito detenuti dalle famiglie salirebbe a circa il 30 per cento considerando gli investimenti degli italiani intermediati dai fondi comuni esteri. Secondo una stima preliminare di larga massima, la quota di titoli pubblici potrebbe superare il 20 per cento”. Così sappiamo chi paga fra gli altri il conto dello spread.

Dal debito pubblico i risparmiatori hanno iniziato a spostarsi sulle obbligazioni bancarie a partire dal 1996, che nel 2011 sono arrivate a rappresentare il 10% della ricchezza delle famiglie, per lo più grazie ai notevoli benefici fiscali concessi su questi strumenti pensati per favorire l’espansione del credito bancario, così come in passato i risparmi venivano utilizzati e finanziare l’espansione fiscale dello stato. In entrambi i casi i risparmiatori, irretiti con rendimenti nominali appetibili che pochi riescono a percepire nella loro rischiosità, sono straordinarie mucche da mungere.

Ma aldilà di come li hanno impiegati, gli italiani, questi denari, è assai più interessante capire come li hanno cumulati. La domanda è semplice: la ricchezza finanziaria è aumentata perché sono aumentati i risparmi, ossia le quantità, o perché sono cambiati i prezzi degli attivi? Per dirla in gergo, hanno prevalso i flussi o le valutazione degli stock?

Come si può osservare, nel nostro paese sono gli aggiustamenti di valore ad aver guidato gli andamenti della ricchezza. A differenza, ad esempio, di quanto avvenuto in Germania. Ciò significa che la ricchezza degli italiani si è alimentata (quando si è alimentata) in gran parte grazie agli andamenti dei mercati, non perché sono aumentati i risparmi e quindi gli investimenti. “Anche se generalmente più piccoli degli aggiustamenti di valore, i flussi delle famiglie italiane hanno contribuito positivamente alla dinamica delle attività finanziarie tra la seconda metà degli anni novanta e il 2006, con tassi compresi tra il 3 e il 6 per cento. Dopo la crisi finanziaria, i flussi sono rimasti positivi ma su livelli bassi, collocandosi quasi sempre al di sotto dell’1 per cento”. Insomma si mette sempre meno da parte. “L’andamento è coerente con la riduzione del risparmio lordo delle famiglie, passato da un valore medio del 15,7 per cento del reddito disponibile, nel periodo 1995-2008, al 10,7 per cento tra il 2009 e il 2016”. I capricci dei mercati, insomma, più che l’aumento dei redditi, che favorisce la formazione del risparmio, ha determinato le sorti della nostra ricchezza finanziaria nell’ultimo ventennio. Il che rende questa ricchezza per sua natura assai più volatile di quanto non sarebbe se si potesse alimentare – sempre come accaduto in Germania – con flussi regolari. “La crisi finanziaria globale ha determinato un ribaltamento degli andamenti precedenti. In Italia il valore del portafoglio delle famiglie si è ridotto per circa il 5 per cento sia nel 2007 sia nel 2008, a causa soprattutto dei forti aggiustamenti di valore negativi”. La nostra ricchezza finanzia, insomma, ha fondamenta fragili. Siamo ricchi oggi, domani chissà.

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  1. Gior

    ““L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55 per cento del PIL nel 1980 al 111 per cento nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche”. Ho dei dubbi sulla validita’ di queste affermazioni.

    A me non risulta che i BOT people fossero cosi’ tanti. In valore investito, i titoli acquistati dai singoli erano ben poco rispetto a quanto manovrato da banche e grandi investitori italiani e esteri. Addirittura le grandi imprese chiedevano denaro in prestito alle banche per acquistare titoli non piu’ calmierati, guadagnando doppiamente gli interessi spropositati sui titoli e la deduzioni degli interessi passivi.

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