Quello che c’è da sapere sulla sfida hi tech fra Usa e Cina


L’onda lunga delle guerra commerciale fra Usa e Cina esercita una potente fascinazione sulle opinioni pubbliche capace di occultare questioni complesse che pure hanno contribuito non poco a motivarla. Difatti, come appare chiaro agli osservatori più attenti, i dazi sono solo uno strumento di un confronto che ha che fare nientemeno che con il ruolo che la Cina vuole e può giocare sullo scacchiere internazionale. Un ruolo che inevitabilmente interferisce con la potenza statunitense che nell’ultimo trentennio è cresciuta sostanzialmente senza rivali e che adesso si scopre improvvisamente assediata. La pax americana seguita alla caduta del muro di Berlino ha germinato un multipolarismo in erba che gli Usa, a torto o a ragione ritengono evidentemente pernicioso e in contrasto con i loro interessi.

Se andiamo a vedere le questioni critiche sulle quali si confrontano Usa e Cina, scopriremo assai più di una semplice questione di dazi. Ci sono questioni territoriali – valga come esempio la tensione crescente sul Mare Cinese Meridionale e la sfida sull’Artico – ma soprattutto ci sono questioni più sottili che impattano sulla filigrana del nostro tempo, fra i quali primeggia la sfida per il primato tecnologico, che ormai ha finito col diventare politico. Come nota Ispi in un recente rapporto dedicato proprio all’analisi di questo difficile e determinante confronto, la questione tecnologica ha finito con l’incarnare una sfida sul modello di organizzazione politica del mondo. Da una parte l’ordine liberale, o sedicente tale, con gli Usa nel ruolo di alfiere (pure se coi dazi), dove lo stato partecipa al discorso economico, anche in maniera piuttosto invasiva, ma esiste ancora un settore privato “libero” di agire. Dall’altra il sistema cinese, ancora denso di incognite, ma del quale si sa che è il partito a determinare nei dettagli l’agenda della politica economica. L’ordine incorporato in questi sistemi economici, viene raccontato come la premessa di un ordine politico dove si confrontano la promessa di libertà dell’Occidente e quella dispotica, pure se nella forma soft della modernità, dell’Oriente. Uno schema facile da comprendere, forse troppo. L’eterno conflitto fra Oriente e Occidente è assai probabile si scioglierà in un matrimonio all’insegna di una sorta di libero dispotismo, con la tecnologia a svolgere il ruolo di nostro guardiano-liberatore, peraltro pagato felicemente da consumatori entusiasti perché iperconnessi.

Ma se davvero sarà così, allora diventa sempre più strategico cavalcare l’innovazione e si capisce perché gli Usa, che fino ad oggi l’hanno gestita – e basta solo internet per capirlo – oggi vivano con crescente irritazione i successi cinesi sul 5G, fino a mettere praticamente fuori legge le compagnie cinesi scacciandole dal loro mercato e quindi da quelli europei. D’altronde la crescita tecnologia della Cina è stata sorprendente, come ricorda il rapporto Ispi nella sua introduzione. Bastano giusto un paio di elementi per dare l’idea, poi approfondiremo. “La più grande di tutte le start-up – nota Ispi nella sua introduzione – è il braccio finanziario di Alibaba (Ant Financial), con un valore stimato di oltre 150 miliardi di dollari Usa. Delle prime cinquanta aziende unicorno (start-up del valore di 1 miliardo di dollari Usa o più), 26 sono cinesi e 16 americane. L’Europa non sta nella lista”.

“In termini di crescita, inoltre, mentre le aziende tecnologiche statunitensi sono cresciute del 26% tra il 2017 e il 2018, le loro Le controparti cinesi sono cresciute del 33%. Questo divario tra Oriente e L’Occidente sta diventando sempre più ampio e non sarebbe saggio ignorarlo”.

Non lo ignoriamo infatti. Proviamo a conoscerlo meglio.

(1/segue)

Puntata successiva: La lunga marcia dell’Hi tech cinese

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