La seconda globalizzazione europea comincia con l’euro digitale


La seconda globalizzazione europea, annunciata senza troppi mezzi termini dal presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, non poteva che iniziare la sua lunga (e incerta) marcia schierando l’avanguardia di cui l’Ue dispone, peraltro l’unica: la forza economica dell’Unione, icasticamente rappresentata dall’eurosistema del quale l’euro è la punta di lancia. L’euro di domani, però. Ossia quello in versione digitale.

Abbiamo già accennato al rapporto dedicato all’euro digitale, presentato nei giorni scorsi, proprio mentre il Consiglio Europeo raggiungeva le sue faticose risoluzioni sull’autonomia strategica e metteva in fila i dossier di politica estera, dalla Turchia, alla Bielorussia, al conflitto fra azeri e armeni, che ben altra forza richiederebbe da parte dell’Ue che quella declinata a suon di comunicati stampa.

In tal senso l’uscita del rapporto della Bce, che adesso ha lanciato anche una consultazione pubblica sull’euro digitale, è un primo segno della volontà di potenza europea, declinata nel linguaggio esoterico del central banking, visto che prova a insidiare il primato monetario del partner che forse non è tanto più partner, ossia uno dei capisaldi dell’attuale globalizzazione Usa, già insidiato da molti tentativi di concorrenza, che però scontano grossi limiti strutturali – la mancata convertibilità dello yuan nel caso della Cina – che invece sono assenti nella costruzione europea.

Per dirla diversamente, l’euro potrebbe davvero insidiare la supremazia del dollaro, sia come valuta di riserva che come valuta di scambio. Ma la strada è ancora molto lunga e servirebbero vere e proprie rivoluzioni, come ad esempio la denominazione degli scambi energetici in euro. Mossa complicata e densa di incognite.

Oppure serve la mossa del cavallo. Se l’obiettivo è accelerare la diffusione internazionale dell’euro, l’emissione di un euro digitale potrebbe giovare alla bisogna in modo assai più efficace – perché surrentizio – all’erosione di quote di mercato del dollaro, nell’attesa che si completi l’Unione bancaria e quella del mercato dei capitali, premesse strutturali per la creazione di un mercato molto più liquido dell’euro, che avrebbe come ciliegina sulla torta un safe asset made in Ue, del quale i titoli che verranno emessi a livello di bilancio Ue per il Recovery fund – ammesso che arrivino – sono il prologo.

Fatte queste premesse, il rapporto della Bce sull’euro digitale si legge con un occhio diverso, e forse ci si presta più attenzione. O quantomeno assumono un significato più profondo frasi come quella, ivi contenuta, secondo cui “un euro digitale sarebbe anche un emblema del processo di integrazione europea in corso”, o quella che sottolinea come questa innovazione “avrebbe effetti pervasivi sulla società nel suo insieme”.

Più interessante, tuttavia, avere contezza dell’orizzonte temporale nel quale tutto questo dovrebbe accadere. La consultazione pubblica è solo il prologo dei passi che verranno. “Verso la metà del 2021 l’Eurosistema deciderà se lanciare un progetto sull’euro digitale, che inizierebbe con una fase di indagine” per mettere a fuoco le varie problematiche elencate nel rapporto, che sono di straordinaria complessità. Ma che questo sia un passo ineludibile per la la Bce lo mostra con chiarezza la convinzione, espressa nel rapporto, che “le banche centrali sono le candidate naturali per emettere moneta digitale”, essendo null’altro, le CBDC, che la versione digitale delle banconote.

L’alternativa sono le stable coin tipo Libra o le criptovalute. Materia esotica, ridotta di pochi specialisti, che però incontrano alcune necessità emergenti dei mercati e dei cittadini: avere mezzi di pagamenti istantanei e dematerializzati anche senza essere titolari di conti correnti.

Ai fini che ci interessa qui sottolineare – e tralasciando quindi per il momento la discussione su come tecnicamente potrebbe essere costruita questa valuta digitale – sono gli scenari contemplati dal rapporto, che spiegano i perché di questa scelta, a meritare di essere riportati. Come quando la Bce scrive che “un euro digitale potrebbe essere emesso per sostenere la digitalizzazione dell’economia europea e l’indipendenza strategica dell’Unione europea”, specie se “esiste un potenziale significativo per l’ampio utilizzo delle CBDC straniere o dei pagamenti digitali privati nell’area dell’euro”, che possono minacciare “la sovranità finanziaria economica e in ultima analisi politica dell’Europa”. O quando dice che la valuta digitale “può promuovere il ruolo internazionale dell’euro”.

Proprio a quest’ultimo punto è dedicata un’analisi di scenario che vale la pensa riportare per grandi linee. “I leader dell’area dell’euro hanno recentemente sottolineato che un forte ruolo internazionale dell’euro è un fattore importante per rafforzare l’autonomia economica europea”, esordisce il rapporto. Perciò “l’Eurosistema potrebbe prendere in considerazione l’emissione di un euro digitale in parte per sostenere il ruolo internazionale dell’euro, stimolando la domanda di euro tra gli investitori stranieri”. Questo potrebbe “contribuire a rafforzare il ruolo internazionale dell’euro e a migliorare i pagamenti”. Soprattutto, “l’euro digitale dovrebbe essere potenzialmente accessibile al di fuori dell’area dell’euro in modo coerente con gli obiettivi dell’Eurosistema e conveniente per i non residenti nell’area dell’euro”. Ce n’è abbastanza per aguzzare le orecchie. E sicuramente Oltreoceano l’avranno già fatto.

(5/segue)

Puntata precedente: La moneta digitale, ossia l’ultima sfida fra Cina e Usa

Puntata finale: Monete digitali, scendono in campo le Sette (banche) Sorelle

 

 

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