Bitcoin, Tesla e la caccia al tesoro

La notizia che Tesla ci abbia investito sopra 1,5 miliardi di dollari ha riportato sugli scudi Bitcoin, che ormai da anni naviga in saliscendi sui listini e sulle pagine dei giornali, insieme alla nutrita pattuglia che agita il mondo a metà fra finanza e hi tech, e perciò doppiamente esoterico, delle valute virtuali.

Valute, poi, per modo di dire. Gran parte degli osservatori di cose monetarie concorda sulla circostanza che Bitcoin e i suoi fratelli minori siano asset più che valute. Quindi strumenti finanziari, che della moneta hanno la forma – l’essere un mezzo di pagamento e una unità di conto – ma non la sostanza. Non sono, infatti, una riserva di valore, almeno nel senso che la teoria dà a quest’espressione. Una moneta deve avere una stabilità intrinseca, sennò sarebbe impossibile usarla per il calcolo economico. E uno strumento come Bitcoin che quadruplica il suo valore in un anno, tutto è tranne che una riserva di valore.

Semmai è una potenziale riserva di ricchezza. E in tal senso la mossa di Tesla, che per volumi non passa certo inosservata in un mercato “sottile” come quello di Bitcoin, suona come un sofisticato richiamo alla nutrita tribù di quelli che sognano di diventare ricchi giocando con la finanza esotica. Infatti Bitcoin ha intravisto i 48.000 dollari. Una caccia al Tesoro, perciò, lanciata da un grande – e controverso – protagonista del business come Elon Musk.

Una caccia al tesoro che è anche una moda del momento, anche se finora concentrata nello star system, che ormai pullula di valute personalizzate. Qualcuno ricorderà il progetto della moneta virtuale Akoin del rapper Akon, la criptovaluta annunciata dal rapper Lil Yachty o la PumpCoin dell’ennesimo rapper Lil Pump. In fondo, Musk e la sua Tesla, che pure sono star della finanza, si sono “accontentate” di Bitcoin.

Lasciar intendere, poi, che Bitcoin verrà accettato come mezzo di pagamento da Tesla, è la classica ciliegina sulla torta, messa lì apposta per riaccendere le ambizioni di chi è convinto che presto o tardi le monete “private” sostituiranno quelle “pubbliche” che fanno riferimento alle banche centrali.

Una narrazione che va avanti dal 2008, quando il misterioso Satoshi Nakamoto pubblicò il suo paper che diede vita alla leggenda del Bitcoin, moneta “buona” – perché a emissione limitata dal suo stesso algoritmo – contro quella “cattiva”, perché potenzialmente infinita, delle banche centrali.

Narrazione che torna comoda in un mondo dove l’emissione di moneta sembra ormai costantemente in espansione. Ma narrazione fallace, perché una moneta, per essere tale, deve esser realmente compresa, condivisa e accettata da tutti. Qualità che ne Bitcoin né le altre hanno. Tutti sappiamo e capiamo cosa sia un euro. E soprattutto sappiamo come usarlo. Solo un’esigua minoranza sa cosa sia un Bitcoin o come farlo circolare. Ancor meno chi lo emetta e cosa rappresenti.

Ciò non vuol dire che le criptovalute non abbiano segnato una notevole evoluzione in campo monetario. Ma paradossalmente tale evoluzione andrà a vantaggio del sistema tradizionale che governa la moneta – basata sul duopolio Banca centrale/commerciale che agisce sotto l’occhio benigno dei governi – e che ormai da anni sta lavorando a svariati progetti di moneta digitale di banca centrale che in alcuni paesi – come la Cina – è in fase di sperimentazione avanzata.

Tesla potrà pure guadagnarci qualcosa da Bitcoin, e sicuramente non da sola. Altri ci perderanno. Ma domani, quando nei portafogli dei cittadini ci saranno euro o dollari digitali, Bitcoin, rimarrà probabilmente un curioso fenomeno finanziario, non certo una moneta diffusa. Amato e odiato in egual misura. Anche se magari a caro prezzo.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Foglio, sezione economia, il 9 febbraio 2021

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