La globalizzazione emergente. La guerra dei mondi (virtuali)

Sul futuro di Internet, ossia sul modo in cui scambieremo i dati in futuro, è più che comprensibile si siano scatenati una pletora di interessi che sono naturalmente economici e politici e perciò riguardano la geografia del potere prossimo venturo. La faglia di internet separa sempre più profondamente un certo modo di considerare la rete, quello originario – quindi statunitense – da un altro che lentamente vuole emergere e che trova la Cina all’avanguardia non solo per la sua notevole spesa tecnologica, che in pochi anni ma partorito dei campioni globali come Huawei, ma anche per la visione politica che tale tecnologia incorpora, e che sembra fatta apposta per alimentare le peggiori distopie che abbiamo visto al cinema.

Tale confronto, aldilà di come ogni parte lo racconti, ha finito col trovare nell’Onu uno dei punti di contatto – e quindi di frizione – finendo col coinvolgere aspetti estremamente tecnici che per questa ragione rimangono lontani dagli occhi dei cittadini, del tutto ignari della guerra dei mondi, per fortuna ancora solo virtuali, che sta covando dietro lo schermo dei loro smartphone.

Per cominciare a farcene un’idea dobbiamo riprendere la storia da dove l’abbiamo lasciata, ossia dal ruolo che Icann, ancora sotto l’egida statunitense, ha svolto nel corso di tutti gli anni Novanta del XX secolo e nei primi dieci del XXI, per la gestione tecnica – e quindi inevitabilmente politica – di Internet.

Per tutto questo periodo, il modello multi-stakeholder, icasticamente rappresentato da questa entità alla quale partecipavano vari soggetti, ma con il dipartimento del Commercio Usa a fare il bello e il cattivo tempo, ha rappresentato lo standard di riferimento. Pure quando l’economia favoriva l’emersione di paesi ai quali – evidentemente – stava sempre più stretta l’egemonia americana sulla rete. A guidare questa sorte di fronda con l’internet “americana” troviamo Russia e Cina, che proprio sul digitale testarono la loro entente cordiale che fino ad oggi caratterizza molte delle loro relazioni.

Questi paesi, cui molto rapidamente si aggregarono altri, lamentavano da un lato la scarsa sicurezza della rete Internet e dall’altro il modello di governance. E per manifestare il loro dissenso colsero l’occasione del WSIS, vertice organizzato dall’International Telecommunication Union (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile per la definizione di standard internazionali per le telecomunicazioni, che si svolse in due separati incontri a Ginevra, nel 2003, e a Tunisi, nel 2005. Fu proprio a quest’ultimo che a un certo punto il Brasile – erano gli anni in cui furoreggiavano i BRICS – decise di denunciò il ruolo eccessivo che giocavano gli Usa all’interno dell’Icann. Il delegato brasiliano, ricordano gli osservatori, lamentò le “disuguaglianze politiche che si manifestano nell’impossibilità dei Paesi in via di sviluppo di
influenzare il processo di decision-making”.

Fu un precedente che nell’arco di pochi anni svolse i suoi effetti che divennero visibili in occasione della World Conference on International Telecommunications (Wcit) chiusa a Dubai il 14 dicembre del 2012. La conferenza, organizzata dall’Itu, aveva come obiettivo di ridefinire il regolamento delle relazioni internazionali (ITR), che risaliva al 1988, quando ancora Internet in pratica non c’era.

Qui si fece avanti una coalizione di stati, guidata da Russia e Cina, favorevoli, come è stato scritto, “alla definizione di un più chiaro e prominente ruolo dello stato nazione nell’Internet governance”, che si opponeva a un secondo gruppo che voleva mantenere lo status quo con dentro gli Stati Uniti e i suoi alleati. La globalizzazione emergente faceva capolino nel mondo delle telecomunicazioni, provando a “spiazzare” gli incumbent. Un fatto che ricorda la coalizione ordita dai tedeschi, ai tempi della Germania guglielmina, per spiazzare lo standard radio imposto dalla Gran Bretagna. Uno dei modi con i quali le potenze emergenti cercano di recuperare il vantaggio degli incumbent è tramite la formazione di nuovi standard, e questo spiega perché la Cina abbia annunciato da tempo il suo Standard China 2035, che si propone proprio di innovare molto della trama degli standard internazionali, a cominciare proprio da quello della telecomunicazioni.

A Dubai non finì bene. Gli stati non riuscirono a trovare un’intesa e i due blocchi rimasero distinti e distanti: 89 paesi stavano con Russia e Cina, altri 55 con gli Usa.

Il documento finale non fu firmato. La coalizione guidata da Russia e Cina aveva proposto – non certo a caso – che fosse l’Itu a prendere il posto dell’Icann nella gestione di Internet. Un modo neanche troppo velato per spostarsi da un modello multi-stakeholder a un modello multi-statale, per giunta in un contesto – l’Onu appunto – dove Russia e Cina dispongono di un notevole potere di interdizione. La guerra dei mondi ormai era dichiarata. Adesso bastava una semplice scintilla per farla deflagrare.

(2/segue)

Puntata precedente. La faglia di Internet

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