Il legame fra crisi finanziaria e fanatismo nella Germania di Hitler

Sarebbe un mondo tutto sommato più comprensibile quello che immaginano alcuni studiosi della Bis di Basilea, che hanno pubblicato un notevole approfondimento sul legame fra la crisi finanziaria patita dalla Germania (e non solo) negli anni ’30 e l’ascesa del fanatismo che condusse al potere i nazisti. Sarebbe un mondo anche più accettabile, se davvero bastasse una ragione economica – Marx docet – a spiegare un’irragionevolezza politica. Perché vorrebbe dire che basta agire sull’economia per prevenire i guasti della politica. Un po’ come stanno facendo i nostri governanti da un ventennio a questa parte, a ben vedere, senza che ciò abbia impedito il sorgere dei vari populismi.

Senonché il mondo è un po’ più complicato di così. Economia e politica esprimono in maniera sinestetica un ordine sociale. Con ciò volendo dire che la crisi finanziaria implica quella politica, e viceversa. Non una causazione, né tantomento una correlazione, ma un semplice coesistere. Se bastasse una crisi bancaria a spiegare tutto, vivremmo davvero nel migliore dei mondi possibili.

Detto ciò, la lettura del paper è molto interessante e assolutamente consigliata, visto che aggiunge molti elementi di conoscenza su quei giorni disgraziati che tanti incoscienti hanno invocato mentre il populismo infuriava per la strade dell’Europa appena pochi anni fa. Rileggere questa storia è un monito esemplare non soltanto per i policymaker, ma anche per quelli come noi, i semplici abitanti della storia, che spesso senza neanche farci caso versiamo la nostra benzina nel fuoco delle varie crisi che la popolano. In tal senso, è più che credibile l’esistenza di “una importante sinergia fra disagio finanziario e predisposizioni culturale”.

Conclusione, a ben vedere, che si può leggere anche in un altro modo: ossia che esiste una chiara sinergia fra il disagio finanziario e certi abiti mentali, come quello icasticamente rappresentato dal Financial Times, che nel decennio del collasso di Lehman Brothers pubblicò un editoriale dal titolo “Populism is the true legacy of the financial crisis”. La stessa conclusione che anima molti studi, citati nel paper, secondo i quali “c’è una correlazione fra le crisi finanziarie e i movimenti populisti di destra”. Chissà perché, non con quelli di sinistra.

Il cuore del paper risiede in una collezione di micro dati che collegano in maniera forse un po’ troppo affrettata l’ascesa nazista alla crisi bancaria del 1931. “Lo shock finanziario ha radicalizzato l’elettorato”, scrivono, non contemplando l’ipotesi che i tedeschi fossero già radicalizzati almeno dal dopoguerra. “Abbiamo dimostrato – aggiungono – che lo shock finanziario ha interagito con le attitudini culturali: l’aumento del sostegno ai nazisti in risposta allo shock fu maggiore nei posti con una storia pregressa di anti-semitismo”, con la conseguenza che “pogrom e deportazioni furono più comuni nei posti più colpiti dalla crisi bancaria”. Anche qui non viene contemplata l’ipotesi che la crisi bancaria sia solo una cartina tornasole.

Quest’ultima viene identificata, almeno nel suo esordio, con il collasso della Danatbank, la seconda banca della Germania dell’epoca, che entrò in crisi nell’estate del ’31 sull’onda della crisi bancaria partita in Austria nel maggio dello stesso anno, che aveva provocato una fuoruscita di fondi dalle banche tedesche e al declino dei prestiti interbancari. La Danatbank si trovò a dover fare i conti con gravi perdite quando uno dei suoi debitori, una grande impresa tessile, andò in default e fallì nel luglio dello stesso anno. La banca centrale poté fare poco, visto che le sue riserve erano già agli sgoccioli, con la conseguenza che la crisi di una banca divenne una crisi delle banche, con tanto di classica corsa agli sportelli. Da cui la slavina che alimentò la marea nazista.

Ciò però era anche conseguenza del fatto che la struttura economica della Germania dell’epoca era profondamente banco-centrica. I dati raccolti dagli autori confermano ciò che gli storici sapevano già, ossia che le banche tedesche avevano prestato parecchi soldi alle municipalità. Queste ultime, quindi, dipendevano molto dal sostegno bancario. E quando questo venne meno, ne subirono le conseguenze con un pesante declino economico. Che tradotto, per il ruolo che svolgevano sul territorio, significava meno servizi e investimenti. Durante la crisi bancaria le loro entrate calarono del 7,8% in più rispetto alla media del 14,4% osservata nelle città. “Significativamente – osservano gli autori – le località più colpite dal crack della Danatbank votarono più per Hitler”. Un aumento di voti che il paper stima nell’ordine del 2,9% fra il settembre 1930 e il luglio 1932.

Questo effetto fu ancora più pronunciato nelle zone delle Germania con tradizione anti-semita. Quindi il fallimento Danatbank aggiunse, secondo le stime degli autori, almeno 6 punti percentuali ai voti per i nazisti, evidenziando “una importante sinergia fra fattori economici e culturali”. Chi l’avrebbe mai detto? E infatti “in risposta alla crisi bancaria, gli elettori non si sono radicalizzati solo alle urne: si radicalizzarono anche nelle loro azioni”.

Facile capire perché. I dati raccolti dai ricercatori fra 400 imprese dell’epoca legate in qualche modo alla Danatbank mostrano che le paghe, dopo la crisi, diminuirono del 25% rispetto a quelle imprese senza legami con la banca fallita.

Per dirla con le parole conclusive degli autori, “le crisi finanziarie hanno effetti reali”, che sembra ovvio solo se si pensa che gli effetti reali sono quelli che patisce il meccanismo economico. Invece no. La realtà, di cui trattano gli autori, è quella politica. La realtà “reale”, insomma, dalla quale l’economia, per una malcompresa inclinazione accademica, tende ad astrarsi, quando è ovvio che non esiste senza. Il paper è un ottima lettura per ricordare questa semplice evidenza. Il passo successivo sarebbe spiegare come la crisi, aldilà del suo manifestarsi politico ed economico, è un fatto che investe l’intera società. Ma sarebbe chiedere troppo a degli studiosi di economia.

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