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In Germania aumentano la ricchezza e la diseguaglianza


L’ennesima conferma di come aumento della ricchezza e della disuguaglianza nella sua distribuzione camminino a braccetto arriva dalla florida Germania dove fra il 2010 e il 2014 si è assistito all’aumento del reddito medio e al contempo all’aumento della quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco.

I dati sono contenuti nell’ultimo bollettino mensile della Bundesbank che dedica un articolo proprio alla circostanza che “la diseguaglianza nella ricchezza è ancora relativamente pronunciata in Germania”, ossia nell’economia che assai meglio di altre ha affrontato e vissuto la Grande Recessione.

L’articolo è costruito sui dati di una survey, “Households and their finances”, che aggiorna quella precedente, relativa al 2010, alla quale hanno partecipato 4.400 famiglie, 2.191 delle quali avevano già partecipato a quella di sei anni fa. Esibisce quindi una certa continuità nella rilevazione che consente di farsi un’idea più precisa di come siano cambiate le condizioni di vita delle famiglie tedesche nei quattro anni trascorsi fra le due survey.

La prima constatazione dei ricercatori rivela che “la persistenza dei bassi tassi di interesse sui risparmi e l’aumento dei prezzi delle proprietà immobiliari e delle azioni non sembra aver avuto un grande impatto nella distribuzione della ricchezza fra il 2010 e il 2014”. Nel senso che l’aumento di ricchezza ha cambiato poco, se non lievemente peggiorandola, la distribuzione della ricchezza che rimane “non uniforme”. Nel 2014, infatti, il 10% più ricco della popolazione deteneva il 59,8% della riccchezza totale netta a fronte del 59,2% del 2010.

Se guardiamo al dato pro capite, emerge che la ricchezza netta, quindi tolti i debiti, è aumentata nel 2014 arrivando a 214.500 euro a cittadino, a fronte dei 195.000 del 2010. Con l’avvertenza però che la ricchezza netta del 74% dei tedeschi è al di sotto della media. Vale quindi la famosa regola del pollo di Trilussa: la media nasconde profonde differenza che persistono fra i redditi molto alti e quelli molto bassi.

Se guardiamo alla ricchezza mediana, ossia il valore medio fra il reddito più alto e quello più basso, scopriamo che anch’essa è aumentata, arrivando a 60.400 euro nel 2014 a fronte dei 51.400 del 2010. Ricordo ai non appassionati di statistica che una grande differenza fra media e mediana è di per sé una prova empirica della diseguaglianza nella distribuzione.

Il terzo indicatore universalmente utilizzato per misurare la diseguaglianza, ossia l’indice di Gini, misura per la Germania 0,76, o 76% se preferite, laddove zero significa massima uguaglianza nella distribuzione e 100 massima diseguaglianza. Quindi anche qui, sebbene l’indicatore sia rimasto immutato nei quattro anni, si ha la conferma di una situazione distributiva sperequata.

L’analisi inoltre individua una correlazione fra la disponibilità di asset non finanziari – tipo il mattone per intenderci – e la ricchezza. Poiché in Germania solo il 44% delle famiglie possiede un immobile di proprietà, ciò vuol dire che solo una minoranza della popolazione può giovarsi di tale correlazione. Per costoro la ricchezza media si colloca in linea con la media nazionale. Dal che si può dedurne che è proprio la disponibilità di una casa di proprietà a fare la differenza. Infine, la quota di tedeschi che possiede azioni è diminuita dall’11 al 10% nel tempo, mentre gli importi medi si aggirano intorno ai 40 mila euro.

Se dagli asset passiamo ai debiti, scopriamo che il 45% delle famiglie è indebitato, il 21% delle quali ha un mutuo mentre la restante parte è titolare di prestiti non assicurati, come debiti studenteschi, carte di credito o credito al consumo. Nel 9% dei casi considerati, i debiti superano la ricchezza lorda.

Insomma: chi stava bene ora sta meglio, mentre ciò non vale per chi stava peggio. Piove sempre sul bagnato, d’altronde.

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Cronicario: Il nuovo governo prepara la riscossa dei redditi. Però parla tedesco


Proverbio del 12 marzo Per il cavallo pigro il carro vuoto è pesante

Numero del giorno: 23 Quota % di italiani a rischio povertà secondo Bankitalia

Se vi piacciono i precipizi, godetevi la panoramica da questo dirupo che m’appare d’improvviso in una piovosa mattinata di marzo sul sito di Bankitalia, opportunamente dissimulato.

Ecco, questo ripido a pendenza che sfiora i 90 gradi mostra l’andamento del reddito delle famiglie italiane, a prezzi costanti, a partire dal 2006. Così finalmente sapete perché non arrivate a fine mese. E non dipende dal fatto che si è allungato il mese.

“Il reddito è ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale”, nota Bankitalia. Epperò è salito del 3,5% il reddito medio equivalente, che è una diavoleria statistica usare per misura il benessere e nel nostro grafico è la linea rossa. Che come vedete non è che se la passi tanto meglio. Vabbé, uno si potrebbe pure accontentare. Senonché leggo che anche l’età fa la differenza, e non serve che vi spieghi perché.

E per finire con le buone notizie, abbiamo pure che nel frattempo è pure aumentata la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, misurata secondo l’indice di Gini: “Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3 per cento); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato”.

Quanto alla ricchezza media, immobiliare e finanziaria, siamo sotto di un quasi dieci per cento rispetto al 2014 (218.000 euro procapite) e ci troviamo intorno ai 206.000, con un valore mediano che “riflette la forte asimmetria nella distribuzione”. E qui viene fuori un altro ripido.

“La quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie, in media pari a circa 6.500 euro, è l’1 per cento”, mentre “il 30 per cento più ricco delle
famiglie, di cui solo poco più di un decimo è a rischio di povertà, detiene invece circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro”, con la sottolineatura che “oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro”.

La buona notizia dopo tutto questo è che oggi finalmente è stato firmato l’accordo per il nuovo governo. Dicono che il nuovo esecutivo abbia un programma formidabile e che sia animato delle migliori intenzioni. L’unico problema è che parla tedesco e quindi non ci capiremo granché. Toccherà fidarsi. Ma in fondo ci siamo abituati.

A domani.

Cronicario: Silenzio, parla mister T


Proverbio dell’11 gennaio A buon pagatore non dispiace dar garanzia

Numero del giorno: 850 Metric tons di carne suina importata dai cinesi nel 2015. Primo esportatore la Germania secondo gli Usa.

Silenzio, che parla Mister T. Non subito, più tardi, ma tenetevi pronti e intanto gustatevi Obama che ha parlato per l’ultima volta facendo addormentare i mercati, rimasti lì a fischiettare, annoiati e vagamente impazienti mentre scaldavano le micce che andranno a friggere non appena sua maestà Trump scuoterà la chioma. Ma intanto si sprecano le congetture e gli auspici visto che tutti si sono accorti che le borse si sono ammosciate.

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Che ve lo dico a fare: il mondo ha ripreso il solito andazzo depresso, né di qua né di là. Dopo la sbornia di fine anno ora ha mal di testa e serve un tonico. Quindi forza Mister T: stupisci il mondo con i tuoi effetti speciali.

trumprosso

Perché sennò tocca accontentarsi delle tristezze del cronicario globale, che ci racconta casi umani come quello della sterlina, che continua a scendere, sospinta al ribasso dagli eccellenti dati della bilancia commerciale.

Scherzavo. Nel caso vi fosse sfuggito il deficit del commercio inglese a novembre si è allargato da 2,6 miliardi di sterline a 4,2, con l’import a crescere assai più veloce dell’export e la sterlina a scendere ancora più velocemente.

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Per fortuna le banche inglesi si stanno preparando al peggio, come ci fa sapere gentilmente la BoE nel suo ultimo quartely bulletin.

Peggio della sterlina, come valuta, ha fatto solo il bitcoin, che oggi ha perso un altro 5% sul dollato scendendo sotto i 900 dollari dopo che aveva illuso mezzo mondo con il rialzo clamoroso di fine anno. Dicono che sia colpa della banca centrale cinese che ha messo sotto occhio alcuni movimenti sospetti, come dicevano ieri che era colpa dei cinesi se saliva, perché compravano bitcoin per aggirare i controlli valutari. Credete quello che più vi piace, il succo è questo.

bitcoin

Se questa vi sembra una moneta, siete maturi per le fiche del poker.

Per far crescere il buonumore tocca affidarsi all’Istat, che ha rilasciato l’ultimo outlook sull’EZ, dove si prevede un aumento del pil dello 0,4% nel quarto trimestre 2016, che però vede un’inflazione in crescita dell’1,5% nei primi due trimestri di quest’anno. Una buona notizia che minaccia di accorciare la vita del QE.

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Oppure se siete palati fini, potete avventurarvi in quest’analisi di Bloomberg che fa piazza puliti di alcuni luoghi comuni sull’andamento delle retribuzioni, almeno relativamente al mercato del lavoro britannico.

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Il grafico mostra come dal 2007 la retribuzione mediana del livello basso della scala dei redditi sia cresciuta mentre quella dei top earner sia diminuita. Non vi convince? Godetevi Trump.

A domani.

 

La lenta eutanasia del risparmiatore


Ottant’anni dopo Keynes, l’eutanasia del rentier, ossia l’orrido accumulatore di ricchezza finanziaria, può dirsi finalmente compiuta. Quasi.

Di sicuro è compiuta per la versione affievolita del rentier, ossia il piccolo risparmiatore, che ormai non sa più dove mettere i soldi senza perderci, perché i tassi sono al lumicino o perché, per guadagnare qualcosa, si fa convincere a far lo spericolato e si brucia le penne.

Al contrario, il risparmiatore ricco ci ha persino guadagnato, sempre perché ha ragione il proverbio quando dice che piove sempre sul bagnato. Che tradotto in economichese si potrebbe dire che diversificando gli investimenti si diminuisce il rischio e quindi si aumentano i rendimenti medi attesi. Se non fosse che per diversificare servono risorse capaci di fare massa critica. Se uno ha 30-40 mila euro di ricchezza finanziaria cosa volete che diversifichi?

Conclusione: il vero rentier è più ricco di prima, alla faccia di Keynes, e il piccolo risparmiatore ne sta pagando il conto.

Togliere al risparmiatore per dare al rentier, in effetti, è l’esito perfettamente logico di una politica monetaria basata su tassi reali ormai azzerati, per non dire negativi.

Tale circostanza non si è mai verificata nella storia, che anzi esibisce tassi persino esagerati in alcuni momenti. Questa circostanza di per sé è meritevole di un approfondimento del quale, per nostra fortuna, si è occupata la Bce nella sua ultima Financial stability review, dove ho trovato due meravigliosi grafici: uno che raffigura l’andamento dei tassi nominali dal 1914 al 2014, e l’altro quello dei tassi reali nello stesso periodo per Stati Uniti, Giappone, Germania e Regno Unito.

I dati parlano chiaro. I tassi nominali mediani (non medi) statunitensi sui bond decennali nei cento anni considerati hanno quotato intorno al 6%, con un range interquatile che gravita fra il 4 e l’8% circa. A novembre 2014 erano poco sopra il 2%.

Quelli giapponesi mostrano un valore mediano intorno al 3,5% con un range fra poco meno il 2 e quasi il 6%. A novembre 2014 erano a un soffio dalle zero.

Quelli tedeschi hanno avuto un valre mediano e un range leggermenti inferiori a quelli statunitensi, e anche i tassi nominali, oggi, sono più vicini a quelli giapponesi che a quelli Usa. Già, il bond Usa ha uno spread di circa 160 punti sul bund tedesco, ma di questo non si parla mai granché.

La Gran Bretagna fa storia a sé. Il suo valore mediano è intorno al 7% e il suo range fra il 5 e l’11%. Tuttavia il rendimento attuale del suo decennale è allineato con quello americano.

Il discorso cambia, e parecchio, se andiamo a vedere i tassi reali, ossia al netto dell’inflazione.

Dei quattro paesi considerati, l’unico che spunta qualche decimale di profitto reale è il decennale americano, che a novembre quota un rendimento reale di circa l’1%, a fronte di uno mediano, nei cento anni, vicino al 3 e un range fra l’1 e il 4.

I decennale giapponese rende un tasso reale negativo del 3%, a fronte di una mediana e un range simili a quelli americani. Germania e UK stanno entrambe sulla linea dello zero, o qualcosina in più, a fronte di mediane del 3,5% per la Germania e di circa il 3% per la Gran Bretagna.

Rendimenti “estremi”, come commenta la Bce, che sottolinea come tale circostanza si sia verificata per una serie di concause, non ultimo il rating.

Al contempo però i rendimento reali dei paesi con rating basso, tipo la Spagna o l’Italia, sono vicini a quelli della mediana secolare. Il che suona sicuramente come una beffa, visto che di sicuro c’avrebbe fatto comodo pagare qualche punto di pil in meno di tassi sul debito, pubblico e privato.

Il problema, osserva la Bce, è che “mentre i tassi di interesse su queste obbligazioni sovrane rimangono ai loro minimi storici, il livello debito/pil dei governi rimane elevato e c’è un rischio di potenziale e acuto aggiustamento una volta che le banche centrali usciranno dai programmi di quantitative easing”.

Per la cronaca: la Bce ci ricorda gentilmente che la BoE ha il 27% dei bond pubblici domestici, la BoJ il 24% e la Fed il 15%. Ovviamente per apprezzare tali percentuali, bisogna pesarle sulla quantità totale di bond in circolazione.

“Alcune giravolte recenti del mercato – osserva inoltre la Bce – indicano che tale potenziale aggiustamento può essere amplificato da crisi di liquidità che assottiglino il mercato secondario”.

Tutto ciò aggravandosi se uno considera, come fa la Bce, che “un brusco aggiustamento del premio a termine sui titoli Usa è probabile” e che è “una causa di preoccupazione per l’eurozona”, peraltro svantaggiata anche dall’inflazione declinante che fa barcollare i paesi più indebitati. Ossia tutti.

Mentre il mondo danza su questa polveriera, il povero risparmiatore, oltre a scoprire cosa fare con il proprio gruzzoletto, dovrebbe anche ricordare che il risparmio ha molte declinazioni, a cominciare da quello previdenziale o assicurativo, che dipendono sostanzialmente dai tassi di interesse. Tassi bassi così a lungo terremotano al ribasso non soltanto i rendimenti delle obbligazioni presenti, ma anche quelli degli investimenti futuri.

Quindi come dovrebbe reagire il piccolo risparmiatore a tale politica sconsiderata?

La scelta è molto semplice: diventare un risparmiatore ricco.

O smettere di esserlo.

 

Il paradigma spagnolo e la Grande Redistribuzione


In un tempo in cui gli stati sono diventati laboratori dove sperimentare le astruserie dell’economia applicata, vale la pena soffermarsi sul caso spagnolo, che ormai somiglia sempre più al paradigma di una nuova teoria che individua nella Grande Redistribuzione la soluzione finale per evitare le secca della Grande Stagnazione che minaccia la società globale.

Nessuno stato meglio della Spagna, per le sue dimensioni e la sua storia recente, poteva giovare alla bisogna.

E’ facile capire perché. La Spagna, già dai tempi buoni, è stata sempre additata come l’esempio da seguire per uno sviluppo rigoglioso e sostenibile. Quelli che si deliziano di cronache socio-economiche ricorderanno i primi anni duemila, quando la Spagna sui giornali veniva dipinta come una sorta di paradiso terrestre, dove lo sviluppo galoppava, la disoccupazione scendeva, i consumi erano alle stelle e tutti i giovani europei studiavano spagnolo (come ora studiano tedesco) sognando di trasferirsi a Barcellona per godersi la movida.

La meravigliosa narrazione del maistream celava una realtà dove il debito privato di famiglie e imprese – e vi faccio grazia di quello delle banche – saliva alle stelle, logico contraltare di un debito pubblico fra i più bassi dell’area e dove le imprese di costruzioni, artefici principali di tale boom, cementificavano le coste dove oggi campeggiano i cartelli di invenduto.

Sicché il conto corrente della Spagna si inabissava. Ma erano tempi in cui la bilancia dei pagamenti era poco nota alle cronache economiche (anche adesso, ma meno di prima). E inoltre era molto trendy parlare bene della Spagna, innalzata a epitome della riscossa dei paesi latini, storicamente poveri e inefficienti, sull’onda trionfante della globalizzazione.

Lo stesso gioco si sta tentando di farlo adesso. La Spagna si tende a raccontarla come un altro caso di successo: stavolta di uscita dalla crisi.

Nei mesi scorsi sulla stampa avrete letto del caso spagnolo. Del suo miracoloso risanamento che, pure se a costo di grandi sacrifici, traccia il solco di un risanamento globale. Gli stati perciò iniziano a guardare verso il paese dei toreri, cercando di capire come e a che prezzo siano riusciti a uscire fuori dal baratro che lo stava inghiottendo.

Ma è davvero così? E soprattutto chi ha pagato il prezzo?

Per rispondere a questa domanda mi servo dell’ultimo staff report del Fondo Monetario sulla Spagna uscito pochi giorni fa. E mi accorgo, sin dall’epigrafe, che ci sono sempre due modi per raccontare una storia: quello di chi guarda il bicchiere mezzo pieno e quello di chi lo guarda mezzo vuoto. Scegliere a quale dare priorità, nell’esposizione, è una precisa scelta politica, atteso che l’attenzione di solito supera raramente la prima pagina.

Se volessimo raccontarla dal lato dell’ottimista, allora potremmo dire che la Spagna dopo nove trimestri di crescita negativa la crescita è tornata positiva nella seconda metà del 2013. L’export sta performando bene, nota il Fmi, “conquistando quote di mercato”, mentre il conto corrente “è in surplus per la prima volta dal 1986”. “Il turismo è in boom e gli indicatori di competitività sono in crescita”.

Che bravi ‘sti spagnoli.

Lato finanziario, gli spread sono bassi a livello record, alimentati “dalla ritrovata fiducia negli asset spagnoli”, la domanda domestica sta crescendo notevolmente, anche quella privata, grazie alle migliori prospettive del mercato del lavoro. Dulcis in fundo, il consolidamente fiscale continua. Il saldo primario strutturale di bilancio è migliorato dell’1,5% del Pil nel 2013, nonostante il calo del pil, e il saldo fiscale generale è vicino al target.

Ce n’è abbastanza per alimentare una decina di talk show.

Anche perché tutto questo è stato reso possibile da “forti riforme”, che sono state insieme fiscali, finanziarie e del mercato dei prodotti e del lavoro.

Se volessimo raccontarla dal lato del pessimista, tuttavia, non mancherebbero gli argomenti.

Potremmo notare ad esempio che la disoccupazione, tuttora al 26%, è cambiata poco rispetto a un anno fa. La maggioranza dei disoccupati è senza lavoro da più di un anno. Parliamo di 3,5 milioni di persone, pari al 15% della forza lavoro, e “c’è il rischio di una permanente distruzione di skill professionali”. Inoltre “il mercato del lavoro rimane altamente frammentato, con una grande parte di lavoratori dipendenti collocata temporaneamente e non volontariamente su lavori part time”. Sicché la forza lavoro sta declinando notevolmente, “in parte tramite emigrazione netta”.

Tutto ciò ha avuto un chiaro impatto sulla società spagnola, dove “gli standard di vita sono caduti significativamente dall’inizio della crisi”. E non potrebbe essere diversamente, atteso che quattro milioni di persone che sono rimaste senza lavoro “hanno sofferto grandi perdite di ricchezza”. Anche a causa dei debiti che avevano sul groppone, aggiungo io.

La ricchezza mediana, infatti, è crollata, provocando di conseguenza una notevole crescita della disuguaglianza, misurata dall’indice di Gini, a fronte del fatto che comunque l’economia rimane pesantmente indebitata.

Il debito pubblico infatti, altro ex miracolo spagnolo, è in crescita costante, ormai vicino al 100% del Pil, e il deficit fiscale, malgrado i progressi, era ancora al 6,5% del Pil nel 2013.

Lato debito privato stanno pure peggio. Quello corporate è ben al di sopra della media storica e quella internazionale, mentre quello delle famiglie rimane vicino ai massimi storici. E sarebbe strano il contrario. La somma dei due quota il 200% del Pil, persino più alta degli inglesi.

“Come risultato – nota il Fmi – la Spagna è pesantemente indebitata con il resto del mondo”.

La Niip, ossia la posizione netta degli investimenti esteri, è addirittura peggiorata nel 2013 e ora sfiora il 100% del Pil, mentre nel 2007 era all’80. E, aggiungo io, le banche spagnole, fresche di salvataggio internazionale, sono notevolmente esposte verso i paesi emergenti dell’America Latina, e quindi sono assai vulnerabili a eventi esterni.

Anche qui, c’è da riempire un altro talk show.

Indeciso se guardare al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto mi soffermo su un’altra glossa del FMI, laddove, notando il notevole miglioramento del saldo di conto corrente, passato da un deficiti del 10% nel 2007 a un surplus dell’1% nel 2013, osserva che a differenza della Corea del Sud, dove l’aggiustamento (dopo la crisi delle Tigri asiatiche) fu favorito da una corposa svalutazione valutaria, in Spagna il miglioramento del saldo è avvenuto senza una svalutazione nominale dei prezzi.

Vi dirò di più: il caso spagnolo è l’unico registrato fra le cronache di 276 episodi di paesi che hanno avuto deficit di conto corrente superiori al 10% fra il 1980 e il 2013 che abbia subito un aggiustamento senza deprezzamenti nominali.

Più o meno.

“In Spagna – scrive infatti il Fmi – il real effective exchange rate (REER) che si è deprezzato significativamente è quello basato sul costo unitario del lavoro (ULC/REER), riflettendo largamente la perdita di posti di lavoro”.

Traduco: i prezzi sono cambiati poco, ma svalutando il ULC/REER perché sono diminuiti i costi del lavoro, la Spagna ha guadagnato competitività e conquistato quote di export.

E allora vedo emergere dalla nebbia dei resoconti ufficiali e dalle favolette del mainstream il nuovo paradigma che, piaccia o no, sta orientando le scelte di politiche economiche dei paesi debitori: la Grande Redistribuzione.

Spostare quote di ricchezza dal lavoro al capitale. Processo storico ormai avviato da un trentennio, a dirla tutta, ma la crisi ormai lo ha eletto al rango di unica risposta possibile alla crisi a patto di non scegliere una secolare stagnazione.

Questo nuovo paradigma promette a popolazioni eternamente indebitate di continuare a vivere fingendo che tutto sia come prima, al prezzo di una vita lavorativa che sarà sempre più lunga, meno pagata e meno stabile. I creditori degli spagnoli continueranno a prestare i soldi alla poverissima Spagna, se e nella misura in cui rispetterà i suoi impegni internazionali, e la popolazione – o meglio la parte maggiore della popolazione – dovrà pagarne il prezzo.

Gli stati, dal canto loro, saranno troppo impegnati a pagare le loro obbligazioni per poter stendere reti di protezione. E anzi, dovranno pure fare gli sceriffi di Nottingham per saziare l’inesauribile fame dei creditori ed evitare la frusta dello spread.

Il retropensiero, neanche troppo celato di questo nuovo paradigma, è che i soldi è meglio concentrarli su chi già ne ha tanti. I ricchi sono bravi a gestirli.

I poveri no.

 

L’Europa dei finti poveri e dei falsi ricchi


Poiché ormai viviamo immersi in un alveare statistico, ci sono alcune cose che dovremmo ricordarci quando maneggiamo i dati.

La prima è una sentenza immortale di Mark Twain: “Le bugie si dividono in tre grandi gruppi: le piccole, le grandi e le statistiche”.

La seconda è che i tecnicismi della statistica nascondono tali e tante sfumature che sovente il senso ne esce capovolto a seconda dell’indicatore scelto. O, per dirla stavolta con Gregg Easterbrook, “se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa”.

Tali riflessioni mi sono sorte dopo aver letto una ricerca della Banca centrale europea sulla ricchezza delle famiglie europee pubblicata alcuni giorni fa e alla quale avevamo già accennato (https://thewalkingdebt.wordpress.com/2013/04/10/la-distruzione-del-risparmio-italiano/).

Lavoro commendevole, senza dubbio, pur con le premesse che abbiamo fatto e con la sottolineatura che i dati a cui fa riferimento sono del 2010, quindi leggermente out of the money, come direbbero quelli bravi. Insomma: non tengono conto degli sfaceli degli ultimi due anni.

Ciò malgrado vale la pena leggerlo perché ci dice alcune cose e spiega molto del dibattito politico ormai incandescente sul futuro dell’eurozona.

Partiamo da un indicatore: la ricchezza netta. La Bce, per misurare il livello di ricchezza netta delle famiglie europee, definita come la differenza fra il totale degli attivi e quello dei passivi, usa due diversi strumenti statistici, la ricchezza netta media e la ricchezza netta mediana. Una sfumatura, appunto, che i non appassionati del genere tendono a confondere.

Invece è utile spenderci qualche parola. La media di una serie di numeri è la somma algebrica delle quantità divisa per il loro numero. Esempio: i numeri 2, 4, 6, 10, 15 esprimono un valore medio pari a 7,4. Il valore mediano, invece, è il numero centrale della serie considerata. Quindi nel nostro esempio vale 6.

Tale precisazione è importante per comprendere le tavole stampate dalla Bce. Qui leggiamo che i poveri tedeschi hanno la ricchezza netta mediana più bassa d’Europa, pari ad appena 51.400 euro, quasi la metà dei greci, 101.900 euro. In Italia tale mediana vale 173.500 euro, in Spagna 182.700, in Portogallo 75.200 e, udite udite, a Cipro ben 266.900, al secondo posto dopo il Lussemburgo, che quota 397.800 euro.

Fanno bene ad essere arrabbiati, i poveri tedeschi, con i Pigs.

Se andiamo a vedere il valore medio, però, le cose cambiano e parecchio. Sempre i poveri tedeschi schizzano a quota 195.200 euro a famiglia, i greci a 147.800, gli spagnoli a 291.400, i francesi a 233.400, gli italiani a 275.200, i portoghesi a 152.900 e i ciprioti addirittura a 670.900. Insomma nei paesi che stanno fallendo le famiglie sono più ricche che nei paesi che stanno in salute.

Che significa? Ci aiuta a capirlo un’analisi svolta dagli economisti Paul De Grauve e Yuemei Ji pubblicata su Vox.

Il confronto fra il valore medio e quello mediano della ricchezza, come si può anche arguire dall’esempio fatto sopra, dice molto su come tale ricchezza sia distribuita. Una grande differenza fra i due implica che c’è una grande diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

In Germania ad esempio la ricchezza media è 3,79 volte quella mediana: il valore più alto dell’eurozona. Ciò implica che la ricchezza in Germania sia concentrata su poche famiglie, molto più che nel resto dell’eurozona.

E d’altronde con le politiche seguite nel mercato del lavoro tedesco sarebbe stato strano il contrario.

I nostri due economisti hanno calcolato che il 20% più ricco dei tedeschi ha una ricchezza 149 maggiore del 20% più povero. Un primato, visto che la seconda classificata è la Francia, dove tale valore si ferma a 80, mentre noi italiani, e con noi gli altri Pigs, stiamo intorno a 10.

Quindi non è che le famiglie tedesche siano più povere di quelle del sudeuropa.

Semmai le loro famiglie risultano statisticamente più povere perché quelle benestanti hanno più ricchezza.

Per dirla in altro modo, a fronte dei finti poveri tedeschi, ci stanno i falsi ricchi dei Piigs.

Se poi andiamo a vedere i dati relativi non solo alle famiglie, ma all’intero sistema paese, quindi lo stato e le aziende, viene fuori che lo stock di capitale pro capite detenuto dai tedeschi è più basso solo di quello olandese, mentre Italia, Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo si collocano in coda.

Lo studio dei due economisti, insomma, restituisce un po’ di senso alla realtà statistica.

Ma c’è un’altra cosa che non dice e che si deduce leggendo il resto dello studio Bce. Nel computo della ricchezza netta, la Bce include anche i valori immobiliari che, ricordiamolo, in Germania sono fra i più bassi d’Europa, visto che il paese non è stato sfiorato dal boom dei primi anni del 2000.

Al netto di tali valori immobiliari, che pesano notevolmente nei Piigs (che infatti hanno avuto una rilevante crescita del mattone) le cifre cambiano e di molto.

Ve le risparmiamo.

Vi basti sapere che sarebbe meglio essere finti poveri tedeschi che falsi ricchi italiani.