Categoria: Cronache

Cronicario: La flat tax è una Sicurezza (bis)


Proverbio del 21 maggio Il pensiero rende l’uomo grande come una montagna

Numero del giorno: 8,1 Crescita % produzione annua nelle costruzioni in Italia a marzo

E quando a un certo punto sento Vicepremier Uno (o Due, fate voi) tornare a dire che “non domani, ma adesso”, bisogna fare la Flat tax al 15% perché “solo così possiamo correre” e che  non c’è da preoccuparsi per i buchi nel bilancio dello stato perché tanto “dal secondo anno in poi col taglio delle tasse si incassa di più”, mi rendo definitivamente conto che peggio delle minchiate c’è solo una cosa: le minchiate ricorsive.

Mi dico che solo un difetto di spin può aver indotto un politico a ripetere la stessa cosa che diceva un anno fa, come d’altronde solo un difetto di qualunque altro genere – sostanzialmente di cervello – può spingere qualcun altro a credergli. Ma poi mi accorgo che il problema è più ampio. La coazione a ripetere non risparmia gli oppositori, che infatti ripetono che “la flat tax è ingiusta”, e così fanno incazzare sia quelli che ci credono, sia quelli che ci vorrebbero credere, sia quelli che non ci credono ma non credono neanche che si debbano ripetere sempre le stesse cose. E, soprattutto, la coazione a ripetere non risparmia il ministro dell’economia, che rima non a caso con Mammamia, che infatti ripete che “la flat tax si può fare solo se si tagliano le spese”.

Meglio ancora quando riririripete che “è inutile fare più deficit se poi serve solo a pagare l’aumento del costo del debito”, che è una riflessione tanto semplice che non la capisce nessuno. In compenso è chiaro a tutti, a questo punto, che siamo in piena campagna elettorale. Quella del 2018.

E visto che si ricicla, possiamo riririripetere senza tema di annoiare nessuno di #staresereni. La flat tax si farà. E’ una sicurezza (come il decreto). Bis, ovviamente.

A domani.

 

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La Cina “apre” la sua finanza mentre infuria la sfida hi tech con gli Usa


Fa parte del ritmo controverso al quale balla il nostro tempo la contemporaneità di notizie come quella sull’aumento dei dazi fra Usa e Cina, cui fa da contorno quella clamorosa se confermata dell’estromissione dalla tecnologia di Google degli smartphone cinesi Huawei, e le decisioni cinese di aumentare il proprio grado apertura finanziaria. Questa apparente contraddizione in realtà si spiega molto semplicemente. La Cina ha capito che deve aprirsi al mondo – anche aprendo il suo conto capitale – se vuole perseguire il suo disegno di diventare una potenza di primo piano. Al tempo stesso il mondo – e segnatamente la potenza egemone in carica – manifesta i suoi timori, mettendo ad esempio nelle sue liste nere le compagnie hi tech made in China, essendo l’equazione cinese composta di troppe variabili incognite.

Questa tendenza, che dà il ritmo alla cronache, alimenta gli annunci come quelli di recenti fatti da Guo Shuqing, presidente della China Banking and Insurance Regulatory Commission (CBIRC) che si recente ha fatto sapere che già da questo mese saranno operative diverse misure amministrative per favorire l’ingresso di operatori finanziari esteri nei mercati cinesi. Ad esempio verranno affievoliti i limiti di proprietà di banche cinesi, che segue logicamente alla decisione, attiva da tempo, di non rendere più necessaria un’autorizzazione amministrativa per le banche estere per fare operazioni in yuan.

Fra gli scopi di queste decisioni c’è anche quello di facilitare i colloqui commerciali con gli Usa, sui quali pesano come un macigno la decisione di Trump di innalzare le percentuali dei dazi e la risposta cinese. Ma al tempo stesso questa decisione consente a Pechino di rafforzare i suoi legami con la comunità finanziaria internazionale, per la quale l’apertura del conto capitale cinese rappresenta senza dubbio un’occasione storica.

Infatti ad alcune grazie operatori finanziarie è stata concessa l’autorizzazione a espandere le proprie operazioni in Cina. Fra questi troviamo la svizzera Ubs, che ha aumentato la sua quota di partecipazione nelle joint venture cinese Ubs securities fino al 51%, la tedesca Allianz, che starebbe per fondare in Cina la prima compagnia assicurativa a proprietà estera e persino l’agenzia di rating S&P cui è stato concesso di operare in Cina. Fra i colossi troviamo anche l’olandese Ing, che opera in joint venture con la Banca di Pechino e che vorrebbe ottenere la maggioranza di capitale. Si attende la pronuncia del regolatore che, se fosse positiva, inaugurerebbe la prima banca a proprietà estera nel suolo cinese. Una piccola rivoluzione.

Fra i candidati a far la storia (almeno finanziaria) cinese c’è anche American Express che ha ottenuto l’autorizzazione ad operare in Cina già dal novembre scorso, anche se in società con un’entità locale e anche Visa e Mastercard stanno lavorando in questa direzione, secondo alcune voci di stampa. Pechino ha voglia di internazionalizzarsi. Ma non può riuscirci da sola. E soprattutto sarà molto difficile che riesca se gli Usa continueranno a piazzarle bastoni fra le ruote.

Cronicario: Produzione e consumi fanno il Bot


Proverbio del 10 maggio Si chiede profumo a un fiore e gentilezza a una persona

Numero del giorno: 118.300.000.000 Export tedesco a marzo (+1,9% su marzo 2018)

E per finire in bellezza tre meravigliose notizie che gioveranno al sostenere il baldo morale declinista che incoraggia la nostra vocazione nazionale.

Merito di Istat che oggi ha rilasciato due pregevoli rapporti, uno sui consumi al dettaglio e l’altro sulla produzione. Sul primo c’è poco da dire: siamo un popolo che avversa fieramente il consumismo, perciò facciamo bene a consumare poco e se possibile pochissimo.

La flessione di vendite dei beni alimentari mi consola particolarmente, perché si avvicina la prova costume ed è il momento di far qualcosa di risolutivo per i residui di glicogene annidati nel girovita.

Quanto alla produzione industriale, com’è noto il nostro meraviglioso paese è in prima linea, oltre che nella lotta al consumismo, anche in quella contro l’ossessione per la crescita a tutti i costi, che alla lunga fa male alla salute, per non parlare dell’ambiente. I dati Istat confermano che siamo sulla strada giusta.

Dulcis in fundo, oggi c’è stata l’asta dei Bot annuale che è andata benissimo: infatti i rendimenti sono saliti dallo 0,07 di aprile allo 0,122. Volete mettere la gioia per il piccolo risparmiatore che compra Bot? Magari sul momento non si ricorda che gli interessi sono pagati con le sue tasse, ma vabbé.

Ricapitoliamo: consumiamo meno, produciamo meno e il Tesoro paga più interessi sui titoli di stato. E’ il (governo del ) cambiamento bellezza.

Buon week end.

Cronicario: Un bel ponte sulla via Trucis


Proverbio del 19 aprile Non puoi comprare la saggezza col denaro

Numero del giorno: 110,5 Indice Istat fiducia consumatori ad aprile (al minimo da luglio 2017)

Dai che ci siamo: parte il ponte. Quello di Pasqua intendo. L’unico ponte che si riesce a fare in Italia senza liti e tangenti, manette e titoli di giornali (anzi, no, quelli sì, ma sono inevitabili come il raffreddore d’inverno). L’unica opera pubblica che mette d’accordo tutti.

Parte il ponte e finalmente l’Italia si scopre felice e ottimista col suo fiume di automobili che già s’incolonna lungo le autostrade, preannunciando città desertificate, al netto dei turisti, coste affollate, hotel pieni e ristoranti zeppi che regaleranno conti salati e dolcissimi disordini alimentari. E lamenti, ovviamente, come quelli della tale confcommerciante secondo cui le prenotazioni in hotel sono andate bene, ma non benissimo.

Di buono c’è che essendo Pasqua possiamo pure sperare in una qualunque risurrezione sorvolando persino sull’aria truce che spira in questo momento attorno al nostro bellissimo governo del cambiamento, che sembra nel pieno della sua personalissima via crucis.

Dite che il ponte di Pasqua/25 aprile/Primo maggio non sarà abbastanza lungo per dimenticarsi di loro? Tranquilli, c’è sempre quello di Natale.

Buone feste.

Ci rivediamo alla fine del ponte.

Cronicario: Arriva il navigator di cittadinanza


Proverbio del 18 aprile Ci sono sempre orecchie dall’altro lato del muro

Numero del giorno: 120.723 Domande per Quota 100 arrivate all’Inps

Pronti? Via: arrivano i navigator. Tremila posti, mica bruscolini: di questi tempi magri almeno fanno un po’ di pil.

Ma pil a parte c’è anche il segnale politico, vivaddio: innanzitutto uno stipendio dignitoso: 30.938 euro l’anno lordi, compresi 300 euro al mese di rimborsi spese. Certo sarà a termine (fino al 30 aprile 2021), ma tutte le cose belle finiscono anche i navigator.

Ma oltre a ciò finalmente si stabilisce un principio: il merito. Infatti saranno ammessi alla selezione per il ruolo di navigator al massimo 20 candidati per ogni posizione su base provinciale “in ragione del miglior voto di laurea”, si legge nel bando pubblicato da Anpal. Se per ipotesi ci fossero voti equivalenti, verrà preferito il candidato più giovane di età.

E che succede se ci sono candidati di pari merito e pari età?

“In caso di ulteriore parità verranno ammessi tutti i candidati di pari età”. E allora capisco: è arrivato il navigator di cittadinanza.

A domani.

Cronicario: I soldi degli italiani emigrano Def-initivamente


Proverbio del 17 aprile Una piccola falla può affondare una grande imbarcazione

Numero del giorno: 2.000.000.000 Blocco spesa pubblica scattato a causa della minor crescita in Italia

Mentre la finanza pubblica sta come le foglie d’inverno, come diceva il poeta, è con grande e somma soddisfazione che vi annuncio che quella privata va alla grande. All’estero.

Gli italiani emigrano. O almeno lo fanno i capitali degli italiani. E questa emigrazione di liquidi dura da abbastanza tempo da consentire l’erogazione di una quantità di rendite sufficienti a raddrizzare il nostro conto corrente della bilancia dei pagamenti malgrado il conto delle merci inizi a declinare.

I redditi primari, lo dico per i distratti, sono quelli che incorporano il rendimento del capitale in senso stretto. Le rendite, insomma. E il saldo misura la differenza fra le rendite che paghiamo all’estero e quelle che l’estero paga a noi. Se leggete la didascalia del grafico scoprirete che il saldo è migliorato di oltre otto miliardi in un anno. Esportare capitali, evidentemente, paga.

Aspettate a farvi venire il mal di testa, perché c’è un altro grafico per voi. Quello della nostra posizione netta sull’estero.

Siccome abbiamo un bel pacco di miliardi all’estero, il calo dei mercati ci ha fatto dimagrire sul lato degli attivi. Ma si tratta di un movimento provvisorio. Il rimbalzo dei mercati si dovrebbe già vedere il prossimo mese. In sostanza i denari all’estero hanno dato un robusto contributo all’equilibrio dei nostri conti. Se poi vi capita di leggere le ultime audizioni sul Def – oggi è di scena il ministro Mammamia, che casualmente si occupa di economia – capirete anche perché c’è un futuro radioso che attende i nostri capitali. Sempre all’estero, ovviamente.

A domani.

Cronicario: L’economia italiana non è ferma: riflette


Proverbio del 27 marzo Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 26 Quota % di lavoratori che le imprese non trovano sul totale dei posti nel 2018

Non state a sentire del centro studi della nota associazione degli industriali, che dicono che “l’Italia è ferma”. Dai, come si fa dire che siamo fermi?

Dai come si fa dire, come ha fatto il noto centro studi, che la crescita 2019 sarà azzerata, in un momento un cui prevalgono la fiducia e la voglia di fare?

Io davvero, poi, non capisco perché si dica, come sottolinea sempre il noto centro studi, che il lavoro è fermo. C’è un sacco di gente che dà da fare.

Dai è ovvio che queste affermazioni del noto centro studi hanno una finalità politica. Si candidassero allora.

A domani.

Ps: Perché sia chiaro a chi non l’ha capito: l’Italia non è affatto ferma. Sta riflettendo.

Cronicario: Abbiamo portato le arance pure ai cinesi


Proverbio del 22 marzo Quando il salice si muove la primavera è in arrivo

Numero del giorno: 0,3 Crescita % pil nel 2019 secondo stime Confcommercio

Adesso finalmente è chiaro perché il figlio del cielo Xi farà anche tappa in Sicilia, nell’ambito del suo storico viaggio in Italia: va ad assaggiare il prodotto.

Non lo sapevate? Stiamo qua apposta. Grazie ai buoni uffici di Alibaba (NON Alitalia, ndr) invieremo casse di arance siciliane a Pechino e dintorni. Altro che i cinesi alla conquista dell’Italia. E’ proprio il contrario. E quelli più illuminati di noi lo avevano capito da tempo. Tarocchi rossi siciliani ai rossi cinesi.

Portare le arance ai cinesi, poi, in perfetto stile governo del cambiamento: volete mettere la soddisfazione. Non c’è riuscito neanche Trump.

Buon week end.

Cronicario: E per chi vuole proprio lavorare arriva il salario di cittadinanza


Proverbio del 13 marzo Per il cavallo pigro è pesante anche il carro vuoto

Numero del giorno: 36.000 Calo occupati in Italia nel IV trimestre 2018 rispetto al III

Mentre Theresa May ‘na gioia ci regala l’ultima sorpresa sul fronte Brexit e ci prepara le prossime, che saranno ancora più gustose – stasera è atteso il voto sul no deal del parlamento britannico – sul fronte interno rumoreggiano clamorose novità che ormai fanno impallidire anche gli straordinari successi di Quota 100 mila e del reddito di Sanchopanza. Non pago di essere in procinto di firmare un accordo coi cinesi, il governo sta già lavorando alla madre di tutte le riforme: quella sul reddito minimo, che è il fratello maggiore del reddito di cittadinanza. Diciamo il salario di cittadinanza (copyright Il Cronicario).

Per l’occasione si sono scomodati i pezzi grossi, che ci hanno fatto sapere una cosa che mai avremmo sospettato: gli italiani guadagnano poco.

Glielo giuro, signora mia. Dia un’occhiata a questo grafico se non ci crede.

Chi non crede al Fmi, che è notoriamente anglofono, può credere a mamma Inps che proprio stamane è stata ascoltata dall’augusta commissione Lavoro dove si sta elaborando la genialata del salario di cittadinanza. E che dice l’Inps? Che il 22% dei dipendenti privati italiani (escludendo agricoli e domestici) ha una retribuzione oraria inferiore ai 9 euro, ossia la base minima che uno dei tanti disegni di legge vorrebbe porre come reddito di lavoro. Complessivamente il 40% dei lavoratori guadagna meno di 10 euro l’ora.

Per non farci mancare niente, l’Inps ha pure sottolineato che la giurisprudenza lavorista e gli studi economici del mercato del lavoro hanno “sollecitato giustamente l’esigenza di un salario minimo legale, tanto più se integrato con la contrattazione collettiva”. Purché ci siano “efficaci forme di controllo del rispetto dei parametri di legge” e di “misure sanzionatorie nei confronti dei trasgressori”. Più soldi per tutti, insomma, ma coi controlli.

Ma siccome i commissari ancora può darsi che non siano conviti, è arrivata anche l’Istat, che ha fornito informazioni altrettanto importanti. La prima sugli andamenti del mercato del lavoro, che va benissimo altroché.

E poi, sempre in Commissione, l’Istituto ha fatto sapere che con un salario minimo di 9 euro lordi ci sarebbero 2,9 milioni di lavoratori che avrebbero un aumento retributivo medio annuo di 1,073 euro. Tale misura riguarderebbe il 21% dei dipendenti e avrebbe un impatto sul monte salari di 3,2 miliardi. Da qui l’annosa domanda.

Tranquilli. questo aggravio di costi peserebbe sui margini operativi lordi delle imprese con dipendenti, che sono circa 1,5 milioni. Direte: chissenefrega. Certo, salve che qualcuna potrebbe decidere di tagliare qualche contratto a termine (che sono gli unici che crescono), o terminarne qualcuno a tempo indeterminato (che sono già in calo) per rientrarci. A meno che non riescano a scaricare l’aumento dei costi. In tal caso…

Bravi, siete pronti per fare gli economisti di governo. Scrivete a: Avvocato del popolo, c/o Palazzo Chigi, 00100 Roma.

A domani.

 

Cronicario: L’unica certezza è il governo-navigator


Proverbio del 7 marzo La cosa migliore è sapere quando finirla

Numero del giorno: 13.3 Crescita % commercio on line in Italia a gennaio

Annunciazione, annunciazione: il governo è solido. Talmente che neanche un treno ad alta velocità riuscirà a farlo deragliare dal binario del cambiamento sul quale sta guidando il paese.

Lo hanno detto, addirittura in coro, Vicepremier Uno (o Due, fate voi) e Due (o Uno, fate voi), mentre dalle fumose stanze di palazzo Chigi usciva una nota fantastica sulla Tav secondo la quale “saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale”.

Merita una menzione anche il riferimento del Palazzo alla circostanza che “sono emerse criticità che impongono una interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali”.

Ma questa momentanea incertezza ferroviaria poco ci riguarda. Quel che conta è che il governo c’è e ci sarà anche domani. Alla faccia di Eurostat che intanto pubblica grafici come questo e quello dopo.

Ora, a parte il pi negativo, per il quale è già pronta una soluzione, se vi preoccupa la disoccupazione, state sereni. Perché qui arriva la seconda certezza che ci fa dormire tranquilli: arrivano i navigator, ossia i 6.000 disoccupati che, una volta impiegati (una volta in senso stretto) dovrebbero aiutare a trovare lavoro agli altri disoccupati (nel frattempo in calo) che comunque avranno nell’attesa il reddito di sanchopanza. I navigator sono una certezza certissima. Pare che almeno 60.000 parteciperanno al bando diffuso dalle autorità, ove fra i requisiti richiesti c’è anche quello di essere specialisti di reddito di cittadinanza. Visto che i navigator non lo prendono (per ora) meglio che sappiano come funziona per dopo, avranno pensato quei geni del governo. Senza contare che ormai la Norma di Civiltà è stata finalmente innalzata al rango di disciplina scolastica.

Conosceremo presto questi navigator, eroici avanguardisti che conducono il triste disoccupato lungo l’oceano procelloso del mercato del lavoro italiano fino a un porto sicuro e a tempo indeterminato.

Eroici avanguardisti come quelli del governo, ‘sti navigator. Forse sono gli stessi.

A domani.