Categoria: Cronache

Cronicario: La riperdita di Savona-rola


Proverbio del 25 maggio L’uomo tranquillo diventa guida dell’universo

Numero del giorno: 620 Rifiuti trovati in media ogni 100 metri sulle spiagge italiane

Poiché ci troviamo in un chiara guerra di religione fra gli adoratori dello spread e quelli del conio, non poteva mancare l’eretico. E chi meglio di Savonarola? Col cognome accorciato però, come si addice al Secolo Breve. Quindi il religioso cresciuto a pane e convento che a un certo punto della sua onoratissima carriera decide di saperne più del Papa. Vabbé non è andata proprio così ma avete capito il senso. Savonarola, che peraltro aveva un caratterino niente male e una lingua tagliente, fu bruciato sulla pubblica piazza come eretico per aver predicato cose nuove che non piacevano ai politici di allora. Per dire, andava dicendo di possedere il dono della profezia e annunciava flagelli per l’Italia

e per la chiesa

nel nome del padreterno.

Da bravo eretico era fermamente convito di essere nel giusto e di aver individuato la teologia adatta per salvare le nostre anime di peccatori.

E come tutti gli eretici che finiscono col credere davvero a quello che dicono, e dimenticano che i politici ci credono finché gli fa comodo, fu fregato dai potenti di allora per quei giochi di palazzo che fanno la gioia dei palazzinari dell’informazione ma che il vostro Cronicario qui aborre perché preferisce farsi due risate alla faccia loro.

Meglio osservare che il ritorno dell’eretico non poteva che consumarsi sul terreno del ministero del culto che più di tutti rappresenta il nostro tempo, ossia l’economia, e sorridere del Gatto e la Volpe che oggi, interpellati dai palazzinari col taccuino, dicono che la decisione sul futuro dell’eretico dipenderà dal concerto dei due presidenti, ossia l’incaricato Pinocchio e il grande Mangiafuoco che abita sul Colle. In ciò s’intravede il ripetersi della storia: sotto il travestimento della rivincita di Savonarola, c’è la riperdita di Savona-rola.

A lunedì.

 

 

 

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Cronicario: Italien vs Spreadator: chiunque vinca noi paghiamo


Proverbio del 23 maggio Si scansa la freccia di un nemico, non la lancia di un amico

Numero del giorno: 194,7 Spread Btp/Bund in tarda mattinata

Compenetro finalmente lo spirito del tempo mentre leggo in un noto outlet di marchette on line uno dei tanti geni che ci hanno portato fino a qua dire che ci salveranno i mercati. I mercati capite? Questi qui:

Voglio dire, i predatori globali. Neanche il tempo di finire di ridere e arriva la breaking news: Mangiafuoco ha convocato Pinocchio alle 17.30 sul Colle. Si sprecano le interpretazioni. Il Gatto e la Volpe gongolano. Qualcuno annuncia l’inizio della Terza Repubblica. Inizia a realizzarsi il contratto con gli italieni.

L’uno-due mi manda al tappeto, regalandomi una rivelazione custodita nel sottoscala delle coscienza: stiamo nel mezzo di un conflitto di religione. Gli adoratori del dio mercato vs gli adoratori del dio stato, per decidere se debba comandare l’elettore o l’azionista/obbligazionista. Disputa pelosissima che si riduce al fatto di dover decidere chi dà i soldi a chi. Che questa disputa religiosa sia esplosa qui da noi non deve stupire. Primo abbiamo un sacco di soldi che fanno gola a parecchi – quei 9-10 mila miliardi di ricchezza delle famiglie – oltre a un bel po’ di debiti che sogniamo di non dover ripagare. Secondo siamo culturalmente vocati alla guerra di religione. Non ce ne perdiamo una dai tempi delle crociate e anche da prima se ci pensate.

In questa guerra di religione in confronto alla quale quella fra sunniti e sciiti è una roba da mammolette si sprecano le baruffe. Oggi i signori industriali, sul cui sentimento religioso pro mercato (finora) non è lecito nutrire dubbi hanno lanciato un appello accorato dalla loro assemblea proprio mentre dai sacerdoti Bruxelles arrivavano dichiarazioni evidentemente sarcastiche indirizzate al futuro governo dove si esortava l’Italia a garantire una correzione del deficit dello 0,6% l’anno prossimo, nonché un taglio della spesa per le pensioni.

Parole che infuocano la polemica degli italieni che venerano il conio e il bilancio, ossia gli arconti del demiurgo-Leviatano. E così via, per chissà quanto tempo da oggi in poi. Mi consola poco l’idea che abbiamo smesso di farci guerra sul Filioque, visto che abbiamo scambiato le liti sulla trinità con quelle sulla sovranità. L’Occidente, e noi per primi, ha le guerre che si merita. Per un attimo mi deprimo, ma poi mi ricordo che sto vivendo una favola, anzi un film. E so anche quale.

Italien vs Spreadator. Chiunque vinca, noi paghiamo. Ma è solo un film, Poi finisce.

A domani.

 

 

Prova generale di Eurasia con le nozze fra Iran e UEE (e la Cina)


Sarà interessante osservare da vicino l’esito concreto per il commercio nella regione dell’accordo preliminare per la costituzione di una free trade zone fra Iran e UEE, che ha animato l’ultimo forum economico ad Astana. Il tema del forum era ambizioso: “New Eurasia, increasing trade and investment fron Shangai to London”. La location esotica: Kazakhstan. Un evento arrivato alla sua undicesima edizione che ha la vocazione di diventare internazionale: l’Astana Economic Forum. In questo contesto è arrivata la notizia assai concreta della firma di un accordo preliminare, con una durata iniziale di tre anni, per costituire una zona di libero scambio fra l’Iran e l’Unione Economica Euroasiatica, l’entità istituzionale fortissimamente voluta da Putin che in qualche maniera vuole essere la risposta russa al progetto di unificazione europea portato avanti a Bruxelles. La firma dell’accordo preliminare, inserita nell’agenda del vertice dell’unione Euroasiatica che si è svolto ad Astana fra il 16 e il 18 maggio, segue a un lungo corteggiamento diplomatico fra i paesi coinvolti ed era stata anticipata anche nei giorni scorsi da diversi notiziari dopo una dichiarazione del ministro dell’economia kazako Timur Suleimenov del 2 maggio scorso.

La presentazione dell’interim agreement, non a caso, ha aperto la due giorni del forum kazako al quale hanno partecipato diversi politici europei, come l’ex premier italiano Romano Prodi e l’ex premier francese Hollande. L’accordo prevede che la free trade zone fra Iran e UEE faccia concessioni tariffarie su alcune centinaia di prodotti, spingendo significativamente i flussi commerciali fra la repubblica islamica e i paesi centroasiatici che, insieme con la Russia, costituiscono l’unione euroasiatica. E diventa anche più interessante, da un punto di vista strategico, se si osserva che l’UEE ha in progetto di siglare accordi di libero scambio simili anche con l’Egitto – la firma dovrebbe avvenire nei prossimi mesi – con l’India, Israele, Serbia e Singapore. La firma degli accordi preliminari sulla free trade con l’Iran si arricchisce di contenuto se si osserva che sempre durante il forum di Astana è previsto che l’UEE firmi anche un accordo di cooperazione economica con la Cina. L’accordo è di natura non preferenziale e non prevede la soppressione dei dazi o la riduzione automatica delle barriere non tariffarie. E tuttavia è pensato per facilitare l’accesso delle merci dell’UEE in Cina e viceversa.

I due eventi combinati, seppure di sicuro interesse strategico per la regione, probabilmente non avrebbero attirato l’attenzione internazionale se nel frattempo non fosse intervenuta la decisione di Trump di uscire dagli accordi internazionali sul nucleare iraniano. La mossa statunitense, oltre ad avere messo in serie difficoltà i partner europei, che hanno legami profondi con l’economia iraniana – l’Italia ad esempio è un forte acquirente di petrolio dall’Iran –  favorirà di sicuro l’avvicinamento fra paesi che già condividono molti interessi e una crescente difficoltà di relazione con gli Stati Uniti. La Cina per la questione dei dazi, che solo di recente ha conosciuto un momento di distensione. L’Iran per la questione del nucleare, che riporta le lancette della storia indietro di parecchi anni. La Russia, infine, da anni oggetto delle sanzioni economiche degli Usa che anche di recente ne hanno annunciato altre.

Dovendo far fronte a difficoltà comuni è del tutto logico che questi paesi sperimentino vie alternative, non solo commerciali ma anche finanziarie, per continuare a far funzionare le loro economie, potendo peraltro far leva su notevoli risorse a loro disposizione di cui hanno vicendevolmente bisogno. Alcuni esempi aiuteranno a farsi un’idea. Russia e Iran hanno siglato un nuovo accordo commerciale per scambiare petrolio con varie categorie di beni, replicando un accordo simile già raggiunto nel 2014, all’epoca delle prime sanzioni Usa contro l’Iran. Sempre la Russia ha fatto sapere che la sua banca centrale sta lavorando a un sistema di pagamenti costruito su blockchain per costruire, in salsa euroasiatica, una versione di Swift, il sistema di messaggistica condiviso dal sistema interbancario internazionale, dal quale minaccia di uscire sin dal tempo delle sanzioni derivati dall’invasione della Crimea. La Cina, dal canto suo, ha appena lanciato, dopo 25 anni di preparativi, il suo future petrolifero quotato in yuan, che potrebbe essere uno strumento molto attraente per l’Iran, che farà sempre più difficoltà a vendere il suo petrolio in dollari. La Cina peraltro è il primo compratore del petrolio iraniano.

I segnali di corrispondenze di interessi fra questi paesi sono sempre più numerosi e convergenti. La scelta del forum di Astana come luogo di incontro di questi interessi non è certo casuale. Il Kazakhstan si vuole accreditare sempre più come stato crocevia – si pensi agli incontri che si sono svolti proprio ad Astana fra Russia, Iran e Turchia sulla crisi siriana – per gli interessi della regione, anche in virtù dei buoni rapporti che mantiene con gli Usa. Basti ricordare che il presidente kazako è stato ricevuto nel gennaio scorso da Trump proprio per ribadire gli ottimi rapporti diplomatici (e commerciali) fra i due paesi.

Quale che sarà l’esito degli accordi siglati durante il forum di Astana, la strada sembra comunque tracciata. Russia (e suoi ex paesi satelliti), Iran e Cina sono condannati a piacersi, visto che non piacciono agli Usa. La vera domanda è cosa farà l’Europa. Alcune indiscrezioni, che suggeriscono che l’Ue potrebbe iniziare a usare l’euro anziché il dollaro per acquistare petrolio iraniano potrebbero suggerire un indizio di risposta.

Cronicario: Ultime dal Tavolo: vogliono cancellare Bankitalia


Proverbio del 16 maggio Chi prende più di quello che gli serve ruba a un altro

Numero del giorno: -0,2 Decrescita pil in Giappone nel primo trimestre 2018

Circolano inquietanti fake news circa lo stato delle riflessioni del Gatto e la Volpe nel Tavolo dove si scrive il contratto che deciderà le sorti del Paese. Tipo quella che ha costretto i protagonisti della nuova favola italiana a precisare che le indiscrezioni relative a presunte richieste di cancellazioni dei 250 miliardi di debito pubblico italiano acquistato dalla Bce erano ampiamente superate. E ti credo che sono superate. Siamo andati oltre, in tutti i sensi. E per vie traverse che non posso rivelare, posso anche dirvi dove stiamo andando.

Nel Nuovo Piano Supersegreto è prevista la cancellazione di Bankitalia. Si, quella di via Nazionale, che verrà trasformata in un museo dedicato alla Lira italica, risalendo ai tempi di Carlo Magno, inventore di questa illustre unità di misura monetaria. Pare che i super esperti assiepati attorno al Tavolo del governo che non c’è abbiano scoperto che la Bce ha comprato solo quantità simboliche di Btp nazionali, lasciando l’onore e soprattutto l’onere alla nostra Banca d’Italia, che all’uopo ha dovuto ingrassare non poco il suo bilancione.

Vedete quell’istogramma grigetto che prova a passare inosservato? Ecco, quello è un pezzo del bilancione di via Nazionale, futuro museo alla memoria presente, arrivato alla fine dell’anno scorso, a furia di gonfiarsi di Btp, al valore di 931 miliardi, il 20% in più del 2016, dei quali 289 (non 250, Signori del Tavolo) sono Btp italiani. Da qui il colpo di genio: anziché chiedere alla Bce di rimettere i nostri debiti, facciamoli rimettere ai nostri creditori, ossia a noi stessi. Idea più che geniale, visto che per cancellare questi debiti non bisogna neanche chiederlo a chi di dovere. Basta cancellare Bankitalia con un bel decretuccio nottetempo e quei 289 miliardi di debitucci pubblici spariscono con un tratto di penna. Invece della banca centrale, dicono i beneinformati, verrà creato un torchio di cittadinanza che sarà alimentato dalla riserve aurifere, finché durano, finalmente sottratte all’avidità dei banchieri.

E una volta che finirà l’oro, cioé all’indomani della cancellazione di Bankitalia, faremo dei minibot con sottostante il Colosseo, le spiagge della Sardegna e il parmigiano. In fondo se l’hanno fatto i francesi dopo la rivoluzione, perché non dovremmo farlo anche noi? Gli assegnati pubblici sono il futuro, le banche centrali il passato.

Ora che lo sapete però, non cominciate a dirlo in giro. Se il piano geniale viene fuori dicono che è superato pure questo. E a quel punto cancellano direttamente il governo che non c’è.

A domani.

I consigli del Maître: I dazi di Trump e il futuro del petrolio iraniano


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il boom dei dividendi americani. Una interessante rilevazione costruita sui dati Fed consente di osservare l’andamento dei dividendi delle aziende americane nel corso dell’ultimo secolo dal quale si evince che dopo una fase di relativa stagnazione durata dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’80 è arrivato quasi al livello della fine degli anni ’20, quando i dividendi pesavano quasi il 6% del pil Usa.

Questo andamento, che mostra come oggi il capitale paghi molto bene, a differenza del lavoro (la labor share declina da quarant’anni) ha consentito alla Corporation Usa di erogare dividendi per 990 miliardi nel 2017 ai suoi tanti azionisti.

Quanto pesano i dazi di Trump sul commercio. Molti osservatori guardano con preoccupazione ai rischi che le tensioni commerciali possono provocare alla ripresa economica. Anche la Bce nel suo ultimo bollettino ha ospitato un’analisi che mostra come il clima del commercio internazionale continui a peggiorare.

Ma prima di fasciarsi la testa è bene provare a capire, sulla base dei dati, quanto pesino le attuali decisioni usa di daziare acciaio e alluminio sul totale del commercio internazionale e quanto pesino le decisioni cinesi adottate in risposta a quelle americane.

Come si può osservare, il peso specifico è ridotto. Almeno da un punto di vista numerico. Rimane il problema di fondo, che è squisitamente politico. Ossia la circostanza che tutto ciò possa determinare un’escalation. La fiducia è un’entità sottile, come l’aria. Ti accorgi quando manca solo quando non c’è più.

I creditori e i debitori dell’EZ. L’ultimi bollettino della Bce ci consente anche di avere la situazione aggiornata della posizione estera dell’EZ, che continua a migliorare grazie al buon andamento del conto corrente e del conto finanziario. La posizione netta degli investimenti dell’area, che misura il saldo fra il valore degli investimenti dei paesi dell’EZ fuori dall’area e quella dei paesi extra EZ nell’area ha raggiunto il minimo, segnando un deficit di appena l’1,3% del pil dell’EZ. Ma più interessante osservare chi siano i creditori e i debitori dell’area, ossia chi ha investito titoli di portafoglio sui titoli dell’EZ e dove l’EZ investa i suoi.

A partire dal primo trimestre del 2015 i residenti giapponesi sono diventati i maggiori detentori esteri di titoli di debito emessi nell’area dell’euro, scavalcando i residenti del Regno Unito e degli Stati Uniti. Alla fine del 2017 la quota di titoli di debito dell’area dell’euro detenuta da residenti giapponesi si attestava sugli stessi livelli del primo trimestre del 2015 (6% del PIL dell’area), mentre nello stesso periodo le riduzioni più significative si sono avute nelle quote detenute da investitori residenti nel Regno Unito (-5%), seguiti dagli investitori dei paesi BRIC (-2%) e da quelli residenti negli Stati Uniti (-1%). L’aumento più marcato nei titoli di debito esteri detenuti dagli investitori dell’area dell’euro si è registrato in relazione ai titoli emessi da residenti negli Stati Uniti, seguiti da quelli emessi nel Regno Unito e nel Giappone. Gli Stati Uniti sono quindi rimasti il paese di destinazione più importante per gli investimenti in titoli di debito da parte di residenti nell’area dell’euro (14% del PIL), seguiti dal Regno Unito (8% del PIL). Alla fine del 2017 gli investimenti complessivi in titoli emessi da residenti di altri Stati membri dell’UE non appartenenti all’area dell’euro (escluso il Regno Unito) erano pari all’8% del PIL.

Che fine farà il petrolio iraniano? L’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano solleva interessanti interrogativi sul futuro delle esportazioni di greggio della repubblica islamica, che pesano circa 2,5 milioni di barili e che riguarda anche noi italiani, ma assai più la Cina.

Secondo alcuni analisti interpellati da Platts le sanzioni Usa avranno impatto su 200 mila barili al giorno, visto che Giappone e Corea del Sud probabilmente ridurranno la loro domanda, e potrebbe bloccarne altri 500 mila nello spazio di sei mesi, anche se alcuni stimano fino a un milioni di barili l’impatto complessivo. Ma aldilà di queste previsioni rimane la domanda: cosa succederebbe se la Cina, che è la prima acquirente di greggio iraniano, convincesse l’Iran ad accettare di prezzare il petrolio in petroyuan? Questa possibilità aprirebbe nuovi scenari che magari Trump non aveva considerato.

Cronicario: Ci hanno promesso 2.302 miliardi


Proverbio del 15 maggio I piedi vanno dove va il cuore

Numero del giorno: 242.000 Avvocati residenti in Italia a fine 2017

Siccome ogni promessa è debito, svolgo una semplice equazione per dedurne che, avendo superato di recente la quota dei 2.300 miliardi di debito pubblico, ho la fortuna di vivere in un paese estremamente promettente, malgrado una legione di saputelli creda fermamente che non sia abbastanza. Non sono incontentabili, sono convinti che non ci sia cosa più bella che promettere il paradiso in terra e farsene carico spremendo il torchio.

Ora siccome i governanti italiani ci hanno già promesso a vario titolo 2.302 miliardi, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, provo un sincero imbarazzo quando leggo che non è abbastanza come evidentemente pare leggendo ciò che gli occhiuti osservatori del tavolo da gioco del governo che non c’è ci raccontano. Pare che il Gatto e la Volpe si stiano sperticando, insieme a vari geni del pensiero contemporaneo, per capire come trovare soldi che non hanno per realizzare cose che hanno promesso e che, in quanto tali, implicano necessariamente debito in un mondo venale come il nostro.

E fosse solo venale. E’ anche bello incazzoso. Sentite questo: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque”. Costui sarebbe il vicepresidente della Commissione Ue Jyrki Katainen. Chissenefrega di uno col nome impronunciabile, diranno gli amanti del torchio. E allora sentite quest’altro. “Con una politica monetaria meno accomodante, i paesi altamente indebitati dell’area euro potrebbe incontrare difficolta’ a fare i conti con costi di finanziamento piu’ elevati in assenza di aggiustamenti e di riforme strutturali per migliorare la produttività”. Quest’altro è il Fmi. Chissenefrega ancora di più, dei poteri forti internazionalisti del turbocapitalismo diranno i soliti. Volete mettere il sol dell’avvenire che s’intravede dal tavolo del governo che non c’è?

Dicono pure che giovedì chiuderanno il tavolo. Manca giusto il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. A proposito di ministro dell’economia, sentite quest’altro: “Noi non adoriamo alcun feticcio. L’Europa per noi è la questione nazionale più importante. Proprio dal momento che siamo il paese dal popolo più numeroso, con l’economia più forte e orientata all’export, proprio nel centro del continente, noi dipendiamo dal successo dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un’Europa che sia in grado di agire guardando negli occhi potenze economiche come Cina e Usa”. Vi do due indizi per indovinare chi è. E’ un ministro dell’economia. Non siede al tavolo. Non ancora almeno.

A domani.

Cronicario: La flat pax del governo verdellino


Proverbio del 10 maggio Il fiore deve profumare, l’uomo essere gentile

Numero del giorno: 119,2 Utile Fincantieri nel 2017

Annunciazione, annunciazione. Il Gatto e la Volpe ci fanno sapere che molto sta accadendo sotto il cielo di Montecitorio, dove si scaldano i portoni per garantire una accoglienza appassionata al nuovo inquilino del governo gialloverde, che non c’è ma che forse verrà. I due colorati protagonisti, mischiandosi, produrranno un meraviglioso colore verdellino, che potrebbe persino spingere alcuni riluttanti a votarlo. Prima ci saranno incontri e varie elucubrazioni. Ma il menù è già pronto, come spiega uno degli eroi della nostra favola italiana: “Stiamo facendo notevoli passi avanti con il programma di governo, stiamo trovando ampie convergenze su reddito di cittadinanza, flat tax, legge Fornero, sulla questione che riguarda la lotta al business dell’immigrazione, del conflitto di interessi”.

Ora so bene che questi temi susciteranno la ola dei tifosi. La flat tax, capite? Non vedo l’ora dì vedere come faranno a realizzare la flat tax in un paese dove ci sono più esenzioni fiscali che commercialisti. Per dire, qualcuno ne ha contate 799, fra deduzioni e detrazioni, che secondo gli espertoni che ci girano intorno generano una perdita di gettito per l’erario di 313 miliardi, come la targa di Paperino, e sapendo poi che le esenzioni crescono rigogliose come piante tropicali della giungla fiscale nella quale abitiamo noi tutti. Erano 720 appena nel 2011. Per dare un’idea del paese meraviglioso in cui viviamo, sappiate che questo 8% del pil di esenzioni si confronta con lo 0,8 della Germania, il 2,2% della Francia e il 3,8 della Spagna secondo uno studio di Unindustria.

Chi credesse veramente che il Gatto e la Volpe hanno in mente di togliere le esenzioni fiscali per usare le risorse recuperate per fare una flat tax secca, senza regalini agli amici e ai amici degli amici, è il degno governato dei futuri governanti, che però, dovendo poi fare i conti con la contabilità e non potendo scontentare i tanti che li hanno voluti, faranno una flat tax all’80%, che sempre flat è, epperò aumenteranno le esenzioni fiscali perché ci sono un sacco di poveri, porca miseria. E con quello che avanza, di questa spremuta dei sempre meno che lavorano e pagano le tasse, ci pagheranno anche il reddito di cittadinanza e le future pensioni di anzianità. Così facendo realizzeranno l’unico obiettivo di questo governo: la flat pax. Comprata coi soldi pubblici e i minibot.

A lunedì.

Cronicario: Il gatto, la volpe e l’Abi


Proverbio del 10 maggio Un asino rivestito di seta è sempre un asino

Numero del giorno: 2.543 Progetti presentati a Invitalia per l’iniziativa Resto al Sud

Nel giorno in cui il Gatto e la Volpe brigano per regalare al paese il migliore dei governi possibili, alla faccia di Pinocchio che intanto medita, dovrei adottare il cipiglio pensoso di tanti osservatori preoccupati dalla circostanza che ci riescano e invece mi trovo a leggere la dichiarazione più sincera mai letta sul cronicario globale, per giunta emessa da un banchiere, ossia l’anello mancante fra il credo e il credito.

Il nostro riveste per giunta l’incarico di presidente dell’Abi, cioé l’associazione dei banchieri, ossia l’anello mancante fra la sagrestia e la sezione, che quindi deve essere seguita insieme religiosamente e laicamente, considerando il portafogli clienti che esprime, fra le altre cose primi acquirenti dei titoli pubblici italiani. E cosa dice il nostro papa laico? Che i dati diffusi oggi da Bankitalia sulla tendenza del credito “confermano nel modo più autorevole sensazioni ed elementi che nei mesi scorsi abbiamo anticipato”.

Quali? Tranquilli: il meglio viene adesso: “Siamo molto soddisfatti, sono mesi che dico che c’è più offerta che domanda di credito”. Com’era quella storia che ci hanno ripetuto per anni che l’offerta di credito avrebbe trovato la sua domanda? Che la crisi dipendeva dal fatto che le banche non prestavano?

Allora capisco che il Gatto, la Volpe e l’Abi, ci stanno benissimo nel paese che ha inventato Pinocchio. Siamo amanti delle favole. A volte le viviamo persino.

A domani.

I consigli del Maître: Trump, Hormuz e l’economia cinese del mare


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il boom della spesa militare cinese. Il Sipri ha diffuso pochi giorni fa l’aggiornamento dei dati sulla spesa militare nel mondo per l’anno 2017 che confermano la crescita costante della spesa militare globale e la supremazia degli Stati Uniti che conservano con oltre 610 miliardi il primato della spesa.

Ma la vera notizia da sottolineare è un’altra, ossia l’incredibile crescita della spesa militare cinese. La Cina, infatti, non solo è diventata il secondo paese per spesa in valore assoluto, ma ha praticamente raddoppiato la spesa militare in dieci anni, come mostrano sempre i dati raccolti dal Sipri.

Molto di questa crescita, spiegano diversi osservatori, è dipesa dai notevoli investimenti che la Cina ha effettuato nella propria marina militare, proprio di recente al centro di una esercitazione imponente nel Mare cinese meridionale. D’altronde la Cina vuole sempre di più diventare una potenza marittima e i motivi sono numerosissimi, a cominciare da quelli più strettamente economici.

 La blue economy cinese. Non si comprende l’interesse cinese per il mare se non si studiano un po’ le mappe e soprattutto non si prova a quantificare il peso specifica dell’economia legata al mare, e in particolare della blue economy cinese sul totale dell’economia nazionale. L’European council on foreign relations in un recente paper ha stimato che questa porzione dell’economia cinese valga almeno 1.000 miliardi e soprattutto ha osservato come i crescenti interessi commerciali cinesi nella globalizzazione abbiano finito col generare una notevole mole di investimenti in numerose strutture portuali, conseguenza diretta di un altro ambizione progetto presentato dalle autorità nel 2013 nell’ambito della Bealt and road iniziative, ossia la Maritime silk road to Europe.

Come si può osservare, la Cina sta pazientemente tessendo una ragnatela attorno agli oceani per garantirsi ritorni interessanti dai propri investimenti portuali, ma soprattutto capacità di influenza in tutti i settori che hanno a che fare con la marina: dalla cantieristica navale alla gestione dei porti. Questa decisa scelta di campo per il mare da parte dei cinesi è stata annunciata nel diciottesimo congresso del partito cinese e confermata nel diciannovesimo. I cinesi dicono che il XXI secolo sarà quello degli oceani. E se guardiamo alle quantità enormi di merci che ci viaggiano sopra capiamo anche perché. E perché di conseguenza la Cina debba scommetterci sopra.

Il paese che saremo e quello che vogliamo essere. L’Istat ha aggiornato le sue previsioni demografiche sul nostro paese che confermano lo stato sempre più declinante della nostra popolazione. Nel 2065 si prevede che saremo oltre sei milioni di meno, ma soprattutto saremo sempre più vecchi come si può osservare scrutando la piramide demografica che diventa sempre più stretta alla base e si allarga sempre più in cima, delineando una società a dir poco instabile, dove l’economia viene completamente capovolta e a ragione.

Le esigenze di una società popolata per un terzo da ultra65enni – si stima che al picco di invecchiamento nel 2045 gli anziani saranno il 34% della popolazione – sono completamente diverse da quelle di una società con tanti bambini che diventeranno futuri adulti. Pensate solo ai mercati immobiliari, all’istruzione, e alla forza lavoro che sarà sempre di meno, pure al lordo degli immigrati che si prospetta arriveranno ma non in maniera sufficiente a compensare il calo della popolazione. Nella peggiore delle ipotesi, nel 2065 saremo 46,2 milioni di abitanti, con un buon terzo vecchi. Se vogliamo un paese diverso da questo è il caso di iniziare da subito a immaginarlo.

Goobye Iran: aumentano i rischi per il petrolio. Platts ha proposto un interessante approfondimento che illustra come le tensioni in varie parti del mondo mettano a rischio volatilità dei corsi petroliferi. Le grane maggiori potranno arrivare dall’acuirsi delle tensioni in Iran, visto che Trump ha deciso di abbandonare l’accordo sul nucleare che ha sospeso le sanzioni a carico della repubblica islamica, consentendole di tornare a vendere il proprio petrolio nei mercati internazionali. Ma la crisi iraniana può anche impattare su altre zone calde dove insiste il traffico petrolifero, a cominciare dallo stretto di Hormuz, che sta proprio sotto l’Iran, dove ogni giorno (dato 2016) passano petroliere che trasportano 18,5 milioni di barili, pari al 30% del totale del petrolio trasportato per mare.

Questo dato ci consente di calcolarne un altro. Partendo dalla stima di consumi per il 2016 dell’EIA di circa 96 milioni di barili e sottraiamo quello che passa per mare (61 milioni) partendo dal dato di Hormuz (18,5 milioni) scopriamo che circa 35 milioni di barili passano per terra, ossia tramite oleodotti e altri mezzi di trasporto. Questo serve ancora una volta a riportarci al discorso iniziale: l’economia del mare e le sue ricadute geopolitiche. A cominciare da quelle per la Cina, peraltro grande acquirente di petrolio iraniano.

 

 

Cronicario:Approvato il Def (la f sta per forse)


Proverbio del 26 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero

Numero del giorno: 433.000.000 Numero di voucher/lavoro venduti fra il 2008-17 in Italia

Il governo che non c’è più e tuttavia governa oggi ha approvato il miglior Def della storia recente, ossia un documento a politiche invariate, come dicono quelli istruiti. Che in pratica vuol dire che si lascia tutto il mondo com’è e si naviga seguendo la corrente.

Questo magnifico documento economico, dove la f non sta più per finanziario ma per forse, tralascia completamente l’aspetto “riformistico”, lasciandolo in appannaggio al governo che non c’è ancora ma dovrebbe esserci ammesso che mai ci sarà. Non state a preoccuparvi, vuol dire solo che per un po’ non sentiremo parlare di riforme o grandi progetti per salvare l’Italia, che in pratica significa che risparmiamo qualche euro di spesa pubblica. In compenso il quadro tendenziale è buono e il pil viene confermato all’1.5%, mentre il debito scende nientepopòdimenoche di un punto.

Dalle auguste dichiarazioni degli esponenti del governo che non c’è più apprendiamo inoltre che il deficit è arrivato al 2,3% nel 2017 anziché al previsto 1,9% perché ha dovuto incorporare gli aiutini alle banche di cui mai avremmo dovuto avere bisogno secondo i vari governi che non ci sono più. Ma comunque il deficit tendenziale scenderà all’1,6% quest’anno sempre che il governo che non c’è ancora non decida di metterci lo zampino, qualora dovesse davvero esserci, prima o poi. Ci dicono persino che l’Italia è finalmente uscita dalla crisi “più difficile dal dopoguerra” e che abbiamo “recuperato un milioni di posti di lavoro”.

E non manca neanche un passaggio sul gettonatissimo tema della diseguaglianza, che è aumentata. Guarda caso proprio oggi Eurostat ha pubblicato alcuni dati che mostrano che in Italia il reddito del 20% più ricco della popolazione è oltre sei volte quello del 20% più povero, con la sottolineatura che questo rapporto è peggiorato di un 1,1 dall’inizio della crisi.

Ma rassicuratevi: possiamo solo migliorare. L’Italia dice il ministro dell’economia che non c’è più ha il potenziale per arrivare addirittura al 2% di crescita, se il ministro dell’economia che non c’è ancora riuscirà a diventarlo. E ovviamente ricordando che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento Iva, sono rimaste nel DeF del governo che non c’è più come una tagliola che scatterà se ministro dell’economia che ci sarà non si ricorderà di toglierle. Ma state tranquilli: il prossimo Def traccerà la via. Sempre con la f di forse.

A domani.