Categoria: Cronache

Cronicario: La deriva pacifista di Mister T


Proverbio del 7 agosto Loda il mare, ma resta sulla terra

Numero del giorno:  115.500.000.000 Esportazioni tedesche a giugno 2018

La migliore della giornata, ma forse dell’anno, se la aggiudica il nostro beneamato Mister T, che all’apice del solleone se ne esce così:

Ora non so voi, ma questa cosa di fare la guerra per chiedere la pace io la trovo meravigliosa. Notate il maiuscolo: così squisitamente yankee. Dai tempi della guerra per liberare i poveri schiavi del Sud, le derive pacifiste americane sono quanto di più maschio giri sul cronicario globale. Talmente, che il vice ministro della Gran Bretagna ha detto subito che “non seguiremo gli Usa sulle sanzioni”.

Tutto ciò mentre il ministro degli esteri nordcoreano va in visita in Iran per due giorni e la Russia si dice delusa dalle sanzioni Usa. Che fine farà il nostro giro d’affari con l’Iran? Ah saperlo, finirà nel mare grosso del nascente sovranismo socialista italiano, che proprio oggi festeggia il suo decreto Dignità, ormai approvato. Ora bisogna nazionalizzare Alitalia, l’Ilva e anche il nostro debito estero, così finalmente il cattivissimo spread non farà più danni. Almeno il primo anno. E dopo?

A domani (forse).

 

 

 

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Cronicario: E dopo la Dignità, servono vacanze sovrane


Proverbio del 26 luglio Chi è contento del suo non incontrerà sfortuna

Numero del giorno: 308 Importo medio reddito di inclusione in Italia

Cari Italiani,

Confturismo e Istituto Piepoli ci fanno sapere che quest’anno la nostra contabilità turistica è stata salvata dagli stranieri, (non quelli sui gommoni, quelli in aereo) che son venuti a far le vacanze da noi malgrado altre méte turistiche seducenti come Egitto e Turchia siano tornate di moda. So bene che molti di voi troveranno incredibile che qualcuno preferisca le Piramidi o le Moschee al Colosseo, ma tant’è: finché ci si ostina col feticcio del liberalismo queste cose capiteranno ancora.

Ma comunque non c’è da preoccuparsi. Nonostante il malvezzo, il prodotto turistico nostrano si vende come il pane appena cotto e ha prodotto 16 miliardi di euro di incassi che fanno un gran bene al nostro pil. Le bellezze italiane resistono pure alle pigrizie dell’estate (sarà mica liberale?) che quest’anno ha latitato. Ma c’è un ma. Questi miliardi che ristorano l’economia nazionale sarebbero stati molti di più se voi, carissimi, aveste fatto come ci si aspettava da veri patrioti vacanze sovrane. Arcinazzo invece che l’Engadina, la Sardegna al posto delle Fiji, per dire. Giusto perché lo sappiate: avete speso all’estero 9 miliardi di valuta nazionale che avrebbe potuto produrre qualche decimale di pil e di occupazione in più a casa nostra piuttosto che (orrore) all’estero. Ma sono certo che il governo del cambiamento vi persuaderà a cambiare queste consuetudini turboliberiste.

A proposito, anche oggi sono avvenuti fatti molto importanti nelle aule parlamentari dove si discute il fondamentale decreto Dignità, il più saliente dei quali è che l’approvazione del decreto è slittata. Ma non vi preoccupate: “E’ una buona notizia”, ha detto il ministro uno e bino: “Ne uscirà un decreto Dignità 2.0 rafforzato perché stiamo inserendo centinaia di milioni l’anno di euro di incentivi agli imprenditori per assumere con contratti a tempo indeterminato”.

Ah, nel caso vi fosse sfuggito, sempre il nostro ministro bino ha detto che il M5S voterà no a qualunque emendamento sui voucher che modifichi quanto già scritto nel decreto in discussione. Perché ci sono i voucher buoni (quelli del decreto) e quelli cattivi (quelli che vorrebbero entrarci) che sfruttano i giovani.

Sia come sia, il decreto slitta alla settimana prossima e siamo già ad agosto, quando la Dignità nazionale richiede un congruo periodo di ferie per ristorare lo spirito indomito, specie dopo una più che dignitosa abbuffata legislativa. Sarà mia premura informarvi, cari italiani, sulle vacanze dei nostri governanti. Ma non dubito saranno sovrane.

A domani.

 

Cronicario: Più Dignità per tutti, a cominciare dai tabaccai


Proverbio del 25 luglio Il chilometro è lungo per chi è stanco

Numero del giorno: 70 Aumento % Tassa rifiuti dal 2010 secondo Confcommercio

Siccome vivo in un paese che ha talmente a cuore la Dignità delle persone da intitolarci una legge, appena posso mi abbevero al cronicario parlamentare per osservare in qual modo le nostre classi digerenti (rectius, dirigenti) interpretino questa categoria dello spirito. Non c’è nulla di più istruttivo, circa l’andazzo del periodo, che osservare la declinazione materiale di un valore morale.

Avrete letto da qualche parte la storia dei contrattisti a termine della Nestlé impiegati a Benevento che non hanno ricevuto il rinnovo a causa della decisione del governo di limitare a 24 mesi il tempo determinato. E magari vi siete guastati la digestione leggendo dei famosi 8.000 posti a rischio iscritti nella relazione tecnica del decreto, che ha provocato scintille epistemologiche fra il capo dell’Inps e un paio di ministri. Roba da prime time, ma c’è di meglio dietro le quinte. Personalmente ho trovato più istruttivo un bellissimo comunicato stampa diffuso ieri dalla Federazione dei tabaccai che come tutti – e giustamente – rivendicano con commovente prosodia la loro Dignità. Cito solo alcuni stralci perché non mi regge il cuore: “Così ammazzano un’intera categoria, quella dei tabaccai (…) nessuna categoria commerciale può sopravvivere a simili riduzioni (…) resteranno senza reddito 80.000 famiglie (…) così annientano una categoria”.

Ho capito subito che la dignitosissima dichiarazione di futura morte presunta dei tabaccai avesse a che fare colla Dignità di cui si discute a Montecitorio. Mi sono armato di santa pazienza e ho scrutato qua e là finché non ho scoperto che qualcuno dell’opposizione – pare che esista davvero e che ogni tanto si incarni in un certo Pd, ma anche in una tale Fi e quant’altro – aveva proposto di ridurre gli aggi dei tabaccai sui Gratta e Vinci, il Lotto e il SuperEnalotto, ossia il guadagno dei dignitosi tabaccai sul dignitosissimo gioco d’azzardo rappresentato dalle lotterie dei poveracci. E che le lotteria siano una roba da poveracci, più o meno disperati non bisogna aver letto Balzac (ma comune leggetelo che vi fa bene) per saperlo. Peraltro mi sembra di ricordare che la Dignità statale preveda anche il contrasto alla ludopatia. Ma forse non vale per i Gratta e vinci, chissà.

La sedicente opposizione aveva proposto di dimezzare l’aggio sui Gratta e vinci dall’8 al 4% e di ridurre quello sul Superenalotto al 6,5%. Leggendo la pregevole nota della Federazione ho scoperto che il gioco “pesa il 50% del fatturato dei tabaccai” e questo spiega perché la loro dignità valga quel robusto 8%, così come quella dello Stato valga quei chissà quanti miliardi che arrivano dalla vendita di illusioni ai poveracci. E siccome con la Dignità non si scherza, ecco che la stessa opposizione, che s’era premurata di fare una cosa all’apparenza dignitosa a favore dei poveracci ludopatici, ritira il suo emendamento, perché vivaddio la Dignità dei tabaccai non si tocca e ci eravamo sbagliati, signora mia.

Visto l’andazzo non mi stupisco che faccia bene il ministro uno e bino a ricordare che è meglio aspettare la fine dell’esame parlamentare, e quindi l’approvazione, prima di pronunciarsi sulla congruità dignitosa del provvedimento. Per dire: hanno provato pure a infilarci la detassazione della sigaretta elettronica, che ricorderete era uno dei punti qualificanti del Nuovo Contratto Con Gli Italieni. Anche perché nel frattempo che i tabaccai suonavano la campana a morto, dal Nord Est, terra di aziende che funzionano e di leghismo arrembante, arrivava un appello degli imprenditori contro la decisione dei ridurre a due anni il tempo massimo dei contratti a termine e di reintrodurre le causali, al quale il viceministro leghista all’economia ha promesso di rispondere “coi fatti”, lasciando trasparire l’intento di garantire più dignità per tutti. “Vedremo quando arriveremo all’articolo 1”, ha detto con tono maschio.

Sicché i poveri beneventani rimasti disoccupati per eccesso di dignità, stiano sereni. Li salverà il solito nord produttivo a vocazione leghista, a loro sudisti, in perfetta continuità con lo spirito italiano che per fortuna resiste persino all’invincibile governo del cambiamento e alla sua opposizione zen. Vi sembra poco dignitoso? Andate a comandare.

A domani.

Cronicario: La spesa diventa più cara, ci salverà il sushi


Proverbio del 17 luglio La gioia è destinata a chi ha il cuore contento

Numero del giorno: 1,7 Aumento % del fatturato dell’industria a maggio vs aprile

Non so se mi inquieta di più sapere che l’indice dei prezzi al consumo è stato rivisto al ribasso o sapere che, al tempo stesso, è aumentato l’indice del cosiddetto carrello della spesa, ossia il costo della vita di quello che compriamo tutti i giorni: beni alimentari, cura della casa o della persona. Il primo, a giugno, scende dall’1,4% all’1,3% su base annua, il secondo accelera, sempre su base annua, del 2,2%, dall’1,7% di maggio. E siccome al supermercato uno ci deve andare tutti i giorni, mentre gli effetti benefici dell’inflazione sul pil nominale non li capisce nessuno, finisce che mi preoccupo più del carrello, anche perché, pure se rivisto al ribasso, l’indice dei prezzi al consumo risente drammaticamente del costo della bolletta energetica, che non solo prosciuga i nostri attivi commerciali, ma anche il mio assai più modesto attivo salariale in qualità di consumatore onnivoro di idrocarburi, oltre che di carboidrati.

Aì più curiosi di voi che si domandano come mai tutto aumenti tranne lo stipendio, rispondo con questo bellissimo grafico prodotto da Istat che contiene anche alcune informazioni utili.

Per dire: mica è vero che aumenta tutto. Il peso dell’istruzione è in potente calo. Sarà mica questo il segreto del successo del nostro sistema educativo?

Dubbioso circa l’effetto dei prezzi bassi per stimolare la domanda, preferisco lasciarmi distrarre dalla notizia del giorno che a me, che sono cresciuto guardando con Jeeg Robot e guidando Yamaha, fa particolarmente piacere: l’Ue ha firmato l’accordo di libero scambio col Giappone.

Sicché il nostro Donald T., dopo aver amoreggiato con i cinesi a Pechino in nome dell’interesse europeo, oggi ha fatto la stessa cosa col primo ministro giapponese e ha firmato un trattato di libero scambio che nelle parole del compagno di merende di Donald T., il claudicante (per sciatica) Juncker “proteggerà dal protezionismo”, che deve essere la traduzione brussellina del famoso detto anonimo “i dazi liberano dal liberalismo”. Non faccio in tempo a farmi folgorare dalla rivelazione che Eurostat se ne esce con una delle sue note che mi riporta d’improvviso al discorso iniziale: l’andamento della ricchezza reale nell’eurozona, e in particolare a casa nostra. Fatevi due risate (per dire).

La prima curva mostra l’incremento della ricchezza reale nell’Ue a confronto con quella italiana, rigorosamente al di sotto. La seconda curva mostra l’aumento della povertà nell’Ue a confronto con quella italiana, regolarmente al di sopra. Dite che c’è da preoccuparsi? Ma no, basta mangiare sushi.

A domani.

 

Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be


Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi

Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi

Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.

Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?

Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.

Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.

La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.

Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).

A domani.

Cronicario: Nato in the USA, residente in terra di nessuno


Proverbio dell’11 luglio Meno si mangia più il cuore si riempie di luce

Numero del giorno: 150.000 Animali rapiti in Italia nel 2017

Contro il logorio della vita moderna, per ricordare un amabile spot di un’epoca fa, non usa più farsi un cordiale ma bisogna assolutamente essere capaci di discordia. Non chiedetemi perché: non faccio il sociologo né sono capace di pensieri profondi. Anche perché poi finisce che qualcuno ci crede e finisce il divertimento. Quindi nell’attesa che uno dei tanti marchettari postmoderni che affollano il web ci spieghi la weltanshauung di giornata, tocca contentarsi di quello che offrono le cronache che comunque sono uno spasso, come sempre accade quando il protagonista è il nostro amatissimo Mister T.

Questo fenomenale esempio dello spirito del nostro tempo (cit. per i famosi marchettari) oggi è riuscito a litigare con i cinesi, avendo imposto loro un altro pacco di miliardi di dazi, poi con la Germania, accusandola di essere praticamente una dependance della Russia, e poi ha svillaneggiato la Nato col solito argomento che gli americani pagano il conto più grosso, e sarebbe strano il contrario, visto che è una roba Born in the Usa, come la celebre canzone del Boss. Senonché a quest’altro boss, cui evidentemente non dispiacciono i toni della discordia, la Nato, nata (e pagata) in virtù dell’alleanza atlantica, sembra un giocattolo fuori tempo massimo e peraltro costoso, come in fondo inutile deve parergli l’Ue, visto che lui parla solo coi pezzi grossi come lui – gente del calibro di Putin e Xi – e nella Ue non ce n’è nemmeno uno. Sicché al povero segretario della Nato non è rimasto che ricordare come l’alleanza atlantica non sia scritta sulla pietra, anche se è interesse di Europa e America conservarla. Col che finalmente delineandosi la sindrome di cupio dissolvi che ha avvolto l’Occidente, ormai non più vocato al Tramonto, come profetizzava un cent’anni fa Spengler, ma direttamente all’estinzione.

Poiché la concordia non è trendy, non bisogna stupirsi più di tanto che la Cina accusi gli Usa di bullismo commerciale, con ciò preparandosi evidentemente un bellissima escalation per la gioia dei rissosi da tastiera che sono talmente intelligenti da non capire che i dazi di Mister T stroncheranno anche le nostre ambizioni da esportatori (giusto oggi è uscita la notizia che abbiamo superato la Germania per esportazioni farmaceutiche). Anche qui da noi, non manca la materia prima per le risse e tanto meno mancherà in futuro. Per dire: oggi un pezzo grosso di Blackrock, che per chi non lo sapesse gestisce alcuni trilioni di dollari di asset, ha detto che “lo spread italiano è ancora in terra di nessuno” (ma comunque è salito un cento punti base da maggio) perché non si capisce che voglia fare il governo, visto che i vari ministri dicono tutto e il suo contrario e nessuno ci sta capendo più niente, con la conseguenza che paghiamo (lo spread significa che paghiamo più interessi se non fosse chiaro) più di quanto dovremmo e meno di quanto potremmo se a furia di dire minchiate gli investitori inizieranno a prenderci sul serio. Nel senso che iniziano a credere sul serio che faremo una minchiata.

I giochi si scopriranno a ottobre, ha concluso l’uomo Black(rock), quando il governo dovrà presentare la sua legge di bilancio. E figuratevi i botti. Quanto a me, che mi sbellico dalle risate leggendo queste risse da cortile, poiché sono Nato in the Usa e residente in terra di nessuno, faccio la cosa migliore che resti da fare.

Finché dura, almeno.

A domani

I consigli del Maître: I debiti globali dieci anni dopo e la spesa sociale italiana


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. La trasmissione adesso è in pausa fino a settembre, quindi anche i nostri Consigli. Arrivederci.

Il debito globale dopo dieci anni di crisi. La Banca dei regolamenti internazionali di Basilea ha pubblicato la sua relazione annuale nella quale fa il punto sull’economia globale e individua le varie questioni critiche che si allargano all’ombra della crescita che ancora per fortuna prosegue. Una di queste criticità, forse la madre di tutte le criticità, è la questione del debito globale, che non solo non è diminuito ma anzi è sostanzialmente aumentato.

Ormai siamo abbondantemente sopra il 200% del pil, a livelli giapponesi, e non s’intravede alcuna tendenza di miglioramento. Al contrario. Il debito cresce ovunque con la differenza che negli emergenti riguarda in gran parte il settore privato e nei paesi avanzati quello pubblico. Fra gli emergenti preoccupa la Cina. Fra gli avanzati il Grande debitore sono gli Usa. Strano che non si piacciano.

I dazi di Trump fanno scricchiolare l’industria shale. L’incattivirsi della guerra commerciale fra Usa e Cina rischia di costare caro all’industria petrolifera shale statunitense, dopo che la Cina ha minacciato di applicare dazi sull’import di greggio dagli Usa. La Cina infatti è diventata una grande acquirente di petrolio Usa e i produttori americani hanno massicciamente investito in questi anni scommettendo sulla fame energetica della Cina che adesso potrebbe essere saziata altrove, visto che peraltro l’Opec ha aumentato la produzione.

La Cina potrebbe facilmente servirsi altrove mentre gli Usa farebbero certamente più fatica a sostituire la domanda cinese, che nell’ottobre scorso pesava oltre 400 mila barili al giorno. Se poi i dazi colpissero anche l’industria del carbone, come pare e dovessero estendersi a quella del gas liquefatto, il conto rischia di essere carissimo. Per Trump.

Il lavoro in Italia secondo l’Inps. L’Inps ha pubblicato gli ultimi dati, aggiornati ad aprile, sui contratti di lavoro, mettendo a confronto i primi quattro mesi del 2018 con gli stessi del 2017.

La buona notizia è che nei primi quattro mesi dell’anno si conferma l’aumento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, aumentati di 65 mila, in crescita del 68,1% rispetto ai primi quattro mesi del 2017. Probabilmente a questo risultato hanno contribuito gli incentivi per l’attivazione di contratti a tempo indeterminato per i giovani. Ma questo è anche preoccupante: cosa succederà quando finiranno gli incentivi. Un mercato che ha bisogno di essere incentivato si può dire che funzioni bene? Ai posteri l’ardua sentenza.

La spesa sociale in Italia secondo Ocse. Sempre perché è interessante fare paragoni, è utile proporre questo grafico preparato da Ocse sul totale della spesa sociale nei diversi paesi dell’area. Come si può osservare l’Italia è quarta in questa classifica e non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che il grosso di questa spesa nasce dalle pensioni. Forse in Francia pagano anche altro con la spesa sociale.

 

 

Cronicario: Povera Italia, feat. Istat


Proverbio del 26 giugno Le avversità sono la fonte della forza

Numero del giorno: 261 Spread in punti base del Btp italiano sul Bund alle 12.30

Niente di meglio che cominciare la giornata canticchiando il ritornello sulla povertà in Italia, che fa tanto neo-neorealismo, tanto più quando Istat ci regala una versione aggiornata della contabilità più disgraziata del nostro paese: peggio c’è solo quella delle statistiche del mondiale senza di noi.

E siccome a qualcuno non piace leggere e al massimo guarda le figure, beccatevi anche il grafico e correte subito a canticchiare anche voi. C’è già la fila di politici volenterosi pronti a darvi una bella pacca sulla spalle.

Ai meno predisposti al piagnucolio suggerisco la lettura delle definizioni, come sempre ingiustamente sottovalutate dalla pubblicista per la semplice ragione che stanno alla fine del fascicoletto che conta venti pagine e quindi capite bene perché non lo leggerà mai nessuno. Si fa prima a leggere il titolo a dichiarare. E infatti neanche il tempo di far raffreddare le bozze che subito è arrivato il dichiarante uno che ha subito sottolineato che i dati Istat confermano la necessità che gli italiani vengano prima di tutti e poi il dichiarante due che ha parlato nell’ordine di: reddito di cittadinanza, dazi da valutare senza tabù e dignità, mettendoci sopra anche una mezz’ora di internet per tutti che ormai è un diritto primario (come il pane insomma).

Dichiarante uno e dichiarante due sono ormai contributori fissi delle nostre giornate come il caffé la mattina, la colazione di mezzodì e la cena al vespro, con tanto di borborigmi e deiezioni conseguenti. Sono una certezza. Ma non sono i soli ad aver dichiarato sulla povertà, figuratevi: si è scatenata la solita canizza. Tutti a cantare Povera Italia, che porta voti facili e incredibile popolarità in un paese che crede ancora alle favole e a Babbo Natale, purché sia residente a Montecitorio. Ma di leggere queste benedette definizioni, manco per sogno. Sicché ora ve le copio qua e se proprio volete cantare anche voi Povera Italia almeno cantate intonati con l’Istat, che sa quel che dice a differenza di quelli che ne parlano.

Paniere di povertà assoluta: rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.
Soglia di povertà relativa: per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa pro-capite e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti). Nel 2017 questa spesa è risultata pari a 1.085,22 euro mensili.

I fabbisogni essenziali che vengono inseriti nel paniere di povertà assoluta “sono stati individuati in un’alimentazione adeguata, nella disponibilità di un’abitazione – di ampiezza consona alla dimensione del nucleo familiare, riscaldata, dotata dei principali servizi, beni durevoli e accessori – e nel minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute”. Poveri ma benestanti, insomma. Inoltre “la povertà assoluta classifica le famiglie povere/non povere in base all’incapacità di acquisire determinati beni e servizi. La misura di povertà relativa, definita rispetto allo standard medio della popolazione, fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene infatti definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite”. Bene se avete avuto la pazienza di leggere fino a qua siete maturi per il passo successivo: scoprire se siete poveri o no. All’uopo torna comodo questo strumento messo a disposizione da Istat. Se vi scoprite poveri, assoluti o relativi, com’è successo a me, non vi preoccupate. Dichiarante uno e due e la varia compagnia cantante stanno lavorando per noi. Ma poi non vi lamentate.

A domani.

Cronicario: La prossima settimana l’Italia cambia per decreto


Proverbio del 22 giugno L’eccesso di nettare è un veleno

Numero del giorno 36,6 Numero % donne italiane che la sera non esce per paura

Riposatevi ‘sto week end perché la settimana prossima cambia l’Italia e dovete farvi trovare pronti. Fonti autorevolissime fanno sapere che è in arrivo il decreto Dignità, che rima sinistramente con Onestà e con tataratà, in un terzetto scenico che fa la sua bella figura nel tempo sinistrissimo del cazzeggio social.

L’autorevolissimo che ha dato l’annuncio ha detto che il cambiamento dell’Italia avverrà per decreto, come si conviene durante un governo rivoluzionario che teorizza (quanto a pratica si vedrà) l’ottimismo della volontà a qualunque costo (ossia senza coperture). Così infischiandosene (benedetta ignoranza) dell’avvertimento del grande filosofo tedesco che ammoniva, già nel XIX secolo, che chiunque pensi di cambiare le cose con una legge merita di insegnare filosofia in un’università della Germania. Non vi dico chi è sennò lo fate uscire sui social e poi qualche fenomeno si fa bello senza neanche aver letto il libro.

Nel caso vi fosse sfuggito in cosa consista il Decreto Dignità (DD), vi propongo una rapida sinossi che cito scusandomi per il periodare, labirintico ma testuale: “Il DD eliminerà la burocrazia per le imprese, ci sarà un intervento sul precariato – soprattutto dei più giovani – vieteremo pubblicità sul gioco d’azzardo e interverremo sulle delocalizzazioni, c’è un sacco di gente che viene lasciata in mezzo alla strada perché le aziende straniere vengono qui in Italia prendono soldi pubblici e poi se ne vanno all’estero”. Ecco, sentitevi liberi di applaudire.

Ora però devo dirvi un’altra cosa che mi ero dimenticato nella concitazione del momento. Fra le righe del prossimo DD, o in uno dei suoi derivati, verrà statuito anche il principio che il reddito di cittadinanza verrà corrisposto in cambio di otto ore settimanali (settimanali) prestate al sindaco del paese dove si abita per iniziative di pubblica utilità. Non è chiaro se le otto ore verranno concentrato in un giorno o spalmate in una settimana, perché il volenteroso disoccupato dovrà pure fare una formazione pagata dallo stato per riqualificarsi, contando sul fatto che sempre lo stato gli troverà un lavoro adatto ai suoi desideri e possibilmente non troppo scomodo.

D’altronde dignità significa anche questo. Non vedo l’ora di vedere cosa ci faranno i sindaci con otto ore settimana di lavoro gratuito.

Concludo con l’avvertenza, in mancanza di modalità d’uso. Il DD arriverà “spero forse” la prossima settima, ha detto l’autorevolissimo. Ho semplificato, ma il concetto è chiaro. La prossima settimana. O comunque la prossima.

A lunedì.

Cronicario: Il surplus sta finendo (e un anno se ne va)


Proverbio del 18 giugno Il frutto maturo cade da solo ma non nella nostra bocca

Numero del giorno: 426.000.000 Tonnellate anidride carbonica emesse in più, 2017

E siccome è lunedì, vi beccate il post stralunato che parla persino di cose serie in un momento di massima ilarità nazionale, provocata dall’ennesima replica in stile Bagaglino dell’eterna telenovelas italiana “Io pago, tu rubi”. Post serio dicevo perché molto seriamente l’Istat ci fa notare che il nostro commercio estero va talmente bene che il surplus diminuisce malgrado aumenti l’export.

L’erosione del surplus commerciale, malgrado la crescita su base annua dell’export del 6,6% dipende dal fatto che nel frattempo è cresciuto anche l’import del 9,6% con la quota dell’import extra Ue aumentata dell’11,4%. Insomma: godetevi la tabella qua sotto e fateci due pensierini.

Io sono riuscito a farne uno solo. I dati grezzi, nel confronto aprile 2017/2018, registrano un aumento robustissimo (il 18,5%) delle importazioni di energia, mentre i saldi mostrano un costo per l’energia superiore ai 12 miliardi e mezzo nei primi quattro mesi dell’anno. Ciò vuol dire che il saldo dell’export totale pari a 22,975 miliardi, è stato “mangiato” per oltre il 50% dalla bolletta energetica e questo è più che sufficiente per spiegare perché i nostri saldi congiunturali (ossia mensili) siano in calo. Ora se pensate che il 22 giugno ci sarà una riunione nella quale l’Opec plus dovrà decidere se e quanto ridurre i tagli alla produzione, che impattano non poco sul prezzo del petrolio, magari vi verrà l’uzzolo di appassionarvi un po’ più ai giochetti del mercato petrolifero invece che allo spetteguless politico-giudiziario…

Ma nel caso non dovesse succedere, almeno date una raddrizzata alle vostre priorità. Per esempio: sapete chi sono i nostri principali partner che importano da noi? Ve lo dico io. Anzi ve lo dice l’Istat:

Ecco. Quando vi dicono che il nostro futuro commerciale è in Russia, magari toccate ferro. E poi compratevi qualcosa made in Ue. Almeno è reciproco. Con gli Usa non saprei: fra un po’ si daziano da soli e quindi meglio lasciarli perdere. Almeno finché non rinsaviscono. Infine una notazione di calendario. Nel caso non l’aveste notato siamo agli sgoccioli del primo semestre e alla vigilia del grande esodo.

Un anno se ne va e ancora non ho letto una sola cosa che avesse una quale parvenza di intelligenza nel nostro dibattere pubblico. Siamo in preda agli auto-insulti almeno da un quadrimestre. E dopo l’estate arriverà implacabile come una cambiale la legge di bilancio. Considerando che il DEF preparatorio dovrebbe arrivare domani alla Camera e al Senato, c’è da sperare solo che l’acronimo, dopo il dibattito, non diventi un’abbreviazione. Di deficit, per cominciare. Perché a furia di far deficit si diventa deficienti.

A domani.