Categoria: Cronache

Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be


Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi

Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi

Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.

Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?

Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.

Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.

La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.

Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).

A domani.

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Cronicario: Nato in the USA, residente in terra di nessuno


Proverbio dell’11 luglio Meno si mangia più il cuore si riempie di luce

Numero del giorno: 150.000 Animali rapiti in Italia nel 2017

Contro il logorio della vita moderna, per ricordare un amabile spot di un’epoca fa, non usa più farsi un cordiale ma bisogna assolutamente essere capaci di discordia. Non chiedetemi perché: non faccio il sociologo né sono capace di pensieri profondi. Anche perché poi finisce che qualcuno ci crede e finisce il divertimento. Quindi nell’attesa che uno dei tanti marchettari postmoderni che affollano il web ci spieghi la weltanshauung di giornata, tocca contentarsi di quello che offrono le cronache che comunque sono uno spasso, come sempre accade quando il protagonista è il nostro amatissimo Mister T.

Questo fenomenale esempio dello spirito del nostro tempo (cit. per i famosi marchettari) oggi è riuscito a litigare con i cinesi, avendo imposto loro un altro pacco di miliardi di dazi, poi con la Germania, accusandola di essere praticamente una dependance della Russia, e poi ha svillaneggiato la Nato col solito argomento che gli americani pagano il conto più grosso, e sarebbe strano il contrario, visto che è una roba Born in the Usa, come la celebre canzone del Boss. Senonché a quest’altro boss, cui evidentemente non dispiacciono i toni della discordia, la Nato, nata (e pagata) in virtù dell’alleanza atlantica, sembra un giocattolo fuori tempo massimo e peraltro costoso, come in fondo inutile deve parergli l’Ue, visto che lui parla solo coi pezzi grossi come lui – gente del calibro di Putin e Xi – e nella Ue non ce n’è nemmeno uno. Sicché al povero segretario della Nato non è rimasto che ricordare come l’alleanza atlantica non sia scritta sulla pietra, anche se è interesse di Europa e America conservarla. Col che finalmente delineandosi la sindrome di cupio dissolvi che ha avvolto l’Occidente, ormai non più vocato al Tramonto, come profetizzava un cent’anni fa Spengler, ma direttamente all’estinzione.

Poiché la concordia non è trendy, non bisogna stupirsi più di tanto che la Cina accusi gli Usa di bullismo commerciale, con ciò preparandosi evidentemente un bellissima escalation per la gioia dei rissosi da tastiera che sono talmente intelligenti da non capire che i dazi di Mister T stroncheranno anche le nostre ambizioni da esportatori (giusto oggi è uscita la notizia che abbiamo superato la Germania per esportazioni farmaceutiche). Anche qui da noi, non manca la materia prima per le risse e tanto meno mancherà in futuro. Per dire: oggi un pezzo grosso di Blackrock, che per chi non lo sapesse gestisce alcuni trilioni di dollari di asset, ha detto che “lo spread italiano è ancora in terra di nessuno” (ma comunque è salito un cento punti base da maggio) perché non si capisce che voglia fare il governo, visto che i vari ministri dicono tutto e il suo contrario e nessuno ci sta capendo più niente, con la conseguenza che paghiamo (lo spread significa che paghiamo più interessi se non fosse chiaro) più di quanto dovremmo e meno di quanto potremmo se a furia di dire minchiate gli investitori inizieranno a prenderci sul serio. Nel senso che iniziano a credere sul serio che faremo una minchiata.

I giochi si scopriranno a ottobre, ha concluso l’uomo Black(rock), quando il governo dovrà presentare la sua legge di bilancio. E figuratevi i botti. Quanto a me, che mi sbellico dalle risate leggendo queste risse da cortile, poiché sono Nato in the Usa e residente in terra di nessuno, faccio la cosa migliore che resti da fare.

Finché dura, almeno.

A domani

I consigli del Maître: I debiti globali dieci anni dopo e la spesa sociale italiana


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. La trasmissione adesso è in pausa fino a settembre, quindi anche i nostri Consigli. Arrivederci.

Il debito globale dopo dieci anni di crisi. La Banca dei regolamenti internazionali di Basilea ha pubblicato la sua relazione annuale nella quale fa il punto sull’economia globale e individua le varie questioni critiche che si allargano all’ombra della crescita che ancora per fortuna prosegue. Una di queste criticità, forse la madre di tutte le criticità, è la questione del debito globale, che non solo non è diminuito ma anzi è sostanzialmente aumentato.

Ormai siamo abbondantemente sopra il 200% del pil, a livelli giapponesi, e non s’intravede alcuna tendenza di miglioramento. Al contrario. Il debito cresce ovunque con la differenza che negli emergenti riguarda in gran parte il settore privato e nei paesi avanzati quello pubblico. Fra gli emergenti preoccupa la Cina. Fra gli avanzati il Grande debitore sono gli Usa. Strano che non si piacciano.

I dazi di Trump fanno scricchiolare l’industria shale. L’incattivirsi della guerra commerciale fra Usa e Cina rischia di costare caro all’industria petrolifera shale statunitense, dopo che la Cina ha minacciato di applicare dazi sull’import di greggio dagli Usa. La Cina infatti è diventata una grande acquirente di petrolio Usa e i produttori americani hanno massicciamente investito in questi anni scommettendo sulla fame energetica della Cina che adesso potrebbe essere saziata altrove, visto che peraltro l’Opec ha aumentato la produzione.

La Cina potrebbe facilmente servirsi altrove mentre gli Usa farebbero certamente più fatica a sostituire la domanda cinese, che nell’ottobre scorso pesava oltre 400 mila barili al giorno. Se poi i dazi colpissero anche l’industria del carbone, come pare e dovessero estendersi a quella del gas liquefatto, il conto rischia di essere carissimo. Per Trump.

Il lavoro in Italia secondo l’Inps. L’Inps ha pubblicato gli ultimi dati, aggiornati ad aprile, sui contratti di lavoro, mettendo a confronto i primi quattro mesi del 2018 con gli stessi del 2017.

La buona notizia è che nei primi quattro mesi dell’anno si conferma l’aumento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, aumentati di 65 mila, in crescita del 68,1% rispetto ai primi quattro mesi del 2017. Probabilmente a questo risultato hanno contribuito gli incentivi per l’attivazione di contratti a tempo indeterminato per i giovani. Ma questo è anche preoccupante: cosa succederà quando finiranno gli incentivi. Un mercato che ha bisogno di essere incentivato si può dire che funzioni bene? Ai posteri l’ardua sentenza.

La spesa sociale in Italia secondo Ocse. Sempre perché è interessante fare paragoni, è utile proporre questo grafico preparato da Ocse sul totale della spesa sociale nei diversi paesi dell’area. Come si può osservare l’Italia è quarta in questa classifica e non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che il grosso di questa spesa nasce dalle pensioni. Forse in Francia pagano anche altro con la spesa sociale.

 

 

Cronicario: Povera Italia, feat. Istat


Proverbio del 26 giugno Le avversità sono la fonte della forza

Numero del giorno: 261 Spread in punti base del Btp italiano sul Bund alle 12.30

Niente di meglio che cominciare la giornata canticchiando il ritornello sulla povertà in Italia, che fa tanto neo-neorealismo, tanto più quando Istat ci regala una versione aggiornata della contabilità più disgraziata del nostro paese: peggio c’è solo quella delle statistiche del mondiale senza di noi.

E siccome a qualcuno non piace leggere e al massimo guarda le figure, beccatevi anche il grafico e correte subito a canticchiare anche voi. C’è già la fila di politici volenterosi pronti a darvi una bella pacca sulla spalle.

Ai meno predisposti al piagnucolio suggerisco la lettura delle definizioni, come sempre ingiustamente sottovalutate dalla pubblicista per la semplice ragione che stanno alla fine del fascicoletto che conta venti pagine e quindi capite bene perché non lo leggerà mai nessuno. Si fa prima a leggere il titolo a dichiarare. E infatti neanche il tempo di far raffreddare le bozze che subito è arrivato il dichiarante uno che ha subito sottolineato che i dati Istat confermano la necessità che gli italiani vengano prima di tutti e poi il dichiarante due che ha parlato nell’ordine di: reddito di cittadinanza, dazi da valutare senza tabù e dignità, mettendoci sopra anche una mezz’ora di internet per tutti che ormai è un diritto primario (come il pane insomma).

Dichiarante uno e dichiarante due sono ormai contributori fissi delle nostre giornate come il caffé la mattina, la colazione di mezzodì e la cena al vespro, con tanto di borborigmi e deiezioni conseguenti. Sono una certezza. Ma non sono i soli ad aver dichiarato sulla povertà, figuratevi: si è scatenata la solita canizza. Tutti a cantare Povera Italia, che porta voti facili e incredibile popolarità in un paese che crede ancora alle favole e a Babbo Natale, purché sia residente a Montecitorio. Ma di leggere queste benedette definizioni, manco per sogno. Sicché ora ve le copio qua e se proprio volete cantare anche voi Povera Italia almeno cantate intonati con l’Istat, che sa quel che dice a differenza di quelli che ne parlano.

Paniere di povertà assoluta: rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.
Soglia di povertà relativa: per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa pro-capite e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti). Nel 2017 questa spesa è risultata pari a 1.085,22 euro mensili.

I fabbisogni essenziali che vengono inseriti nel paniere di povertà assoluta “sono stati individuati in un’alimentazione adeguata, nella disponibilità di un’abitazione – di ampiezza consona alla dimensione del nucleo familiare, riscaldata, dotata dei principali servizi, beni durevoli e accessori – e nel minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute”. Poveri ma benestanti, insomma. Inoltre “la povertà assoluta classifica le famiglie povere/non povere in base all’incapacità di acquisire determinati beni e servizi. La misura di povertà relativa, definita rispetto allo standard medio della popolazione, fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene infatti definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite”. Bene se avete avuto la pazienza di leggere fino a qua siete maturi per il passo successivo: scoprire se siete poveri o no. All’uopo torna comodo questo strumento messo a disposizione da Istat. Se vi scoprite poveri, assoluti o relativi, com’è successo a me, non vi preoccupate. Dichiarante uno e due e la varia compagnia cantante stanno lavorando per noi. Ma poi non vi lamentate.

A domani.

Cronicario: La prossima settimana l’Italia cambia per decreto


Proverbio del 22 giugno L’eccesso di nettare è un veleno

Numero del giorno 36,6 Numero % donne italiane che la sera non esce per paura

Riposatevi ‘sto week end perché la settimana prossima cambia l’Italia e dovete farvi trovare pronti. Fonti autorevolissime fanno sapere che è in arrivo il decreto Dignità, che rima sinistramente con Onestà e con tataratà, in un terzetto scenico che fa la sua bella figura nel tempo sinistrissimo del cazzeggio social.

L’autorevolissimo che ha dato l’annuncio ha detto che il cambiamento dell’Italia avverrà per decreto, come si conviene durante un governo rivoluzionario che teorizza (quanto a pratica si vedrà) l’ottimismo della volontà a qualunque costo (ossia senza coperture). Così infischiandosene (benedetta ignoranza) dell’avvertimento del grande filosofo tedesco che ammoniva, già nel XIX secolo, che chiunque pensi di cambiare le cose con una legge merita di insegnare filosofia in un’università della Germania. Non vi dico chi è sennò lo fate uscire sui social e poi qualche fenomeno si fa bello senza neanche aver letto il libro.

Nel caso vi fosse sfuggito in cosa consista il Decreto Dignità (DD), vi propongo una rapida sinossi che cito scusandomi per il periodare, labirintico ma testuale: “Il DD eliminerà la burocrazia per le imprese, ci sarà un intervento sul precariato – soprattutto dei più giovani – vieteremo pubblicità sul gioco d’azzardo e interverremo sulle delocalizzazioni, c’è un sacco di gente che viene lasciata in mezzo alla strada perché le aziende straniere vengono qui in Italia prendono soldi pubblici e poi se ne vanno all’estero”. Ecco, sentitevi liberi di applaudire.

Ora però devo dirvi un’altra cosa che mi ero dimenticato nella concitazione del momento. Fra le righe del prossimo DD, o in uno dei suoi derivati, verrà statuito anche il principio che il reddito di cittadinanza verrà corrisposto in cambio di otto ore settimanali (settimanali) prestate al sindaco del paese dove si abita per iniziative di pubblica utilità. Non è chiaro se le otto ore verranno concentrato in un giorno o spalmate in una settimana, perché il volenteroso disoccupato dovrà pure fare una formazione pagata dallo stato per riqualificarsi, contando sul fatto che sempre lo stato gli troverà un lavoro adatto ai suoi desideri e possibilmente non troppo scomodo.

D’altronde dignità significa anche questo. Non vedo l’ora di vedere cosa ci faranno i sindaci con otto ore settimana di lavoro gratuito.

Concludo con l’avvertenza, in mancanza di modalità d’uso. Il DD arriverà “spero forse” la prossima settima, ha detto l’autorevolissimo. Ho semplificato, ma il concetto è chiaro. La prossima settimana. O comunque la prossima.

A lunedì.

Cronicario: Il surplus sta finendo (e un anno se ne va)


Proverbio del 18 giugno Il frutto maturo cade da solo ma non nella nostra bocca

Numero del giorno: 426.000.000 Tonnellate anidride carbonica emesse in più, 2017

E siccome è lunedì, vi beccate il post stralunato che parla persino di cose serie in un momento di massima ilarità nazionale, provocata dall’ennesima replica in stile Bagaglino dell’eterna telenovelas italiana “Io pago, tu rubi”. Post serio dicevo perché molto seriamente l’Istat ci fa notare che il nostro commercio estero va talmente bene che il surplus diminuisce malgrado aumenti l’export.

L’erosione del surplus commerciale, malgrado la crescita su base annua dell’export del 6,6% dipende dal fatto che nel frattempo è cresciuto anche l’import del 9,6% con la quota dell’import extra Ue aumentata dell’11,4%. Insomma: godetevi la tabella qua sotto e fateci due pensierini.

Io sono riuscito a farne uno solo. I dati grezzi, nel confronto aprile 2017/2018, registrano un aumento robustissimo (il 18,5%) delle importazioni di energia, mentre i saldi mostrano un costo per l’energia superiore ai 12 miliardi e mezzo nei primi quattro mesi dell’anno. Ciò vuol dire che il saldo dell’export totale pari a 22,975 miliardi, è stato “mangiato” per oltre il 50% dalla bolletta energetica e questo è più che sufficiente per spiegare perché i nostri saldi congiunturali (ossia mensili) siano in calo. Ora se pensate che il 22 giugno ci sarà una riunione nella quale l’Opec plus dovrà decidere se e quanto ridurre i tagli alla produzione, che impattano non poco sul prezzo del petrolio, magari vi verrà l’uzzolo di appassionarvi un po’ più ai giochetti del mercato petrolifero invece che allo spetteguless politico-giudiziario…

Ma nel caso non dovesse succedere, almeno date una raddrizzata alle vostre priorità. Per esempio: sapete chi sono i nostri principali partner che importano da noi? Ve lo dico io. Anzi ve lo dice l’Istat:

Ecco. Quando vi dicono che il nostro futuro commerciale è in Russia, magari toccate ferro. E poi compratevi qualcosa made in Ue. Almeno è reciproco. Con gli Usa non saprei: fra un po’ si daziano da soli e quindi meglio lasciarli perdere. Almeno finché non rinsaviscono. Infine una notazione di calendario. Nel caso non l’aveste notato siamo agli sgoccioli del primo semestre e alla vigilia del grande esodo.

Un anno se ne va e ancora non ho letto una sola cosa che avesse una quale parvenza di intelligenza nel nostro dibattere pubblico. Siamo in preda agli auto-insulti almeno da un quadrimestre. E dopo l’estate arriverà implacabile come una cambiale la legge di bilancio. Considerando che il DEF preparatorio dovrebbe arrivare domani alla Camera e al Senato, c’è da sperare solo che l’acronimo, dopo il dibattito, non diventi un’abbreviazione. Di deficit, per cominciare. Perché a furia di far deficit si diventa deficienti.

A domani.

Cronicario: L’economia va piano e per fortuna rallenta


Proverbio del 7 giugno L’assetato va al pozzo, non il contrario

Numero del giorno -4,6 Calo % annuo vendite al dettaglio in Italia ad aprile

Se davvero pensate che una lumaca possa accelerare vuol dire che non ne avete mai osservata una più di un minuto. Che poi è il tempo medio che uno qualunque di noi dedica all’osservazione delle performance economiche nazionali, che nella gran parte dei casi poi si esaurisce in quella del proprio estratto conto. Perciò quando vi fanno credere che siamo destinati a un radioso futuro – basta un debituccio in più signora mia – dove la nostra economia recupererà vigore e scatterà agile con un ventenne invece dell’ottuagenaria che è, non dategli retta. Le lumache veloci esistono solo nei cartoon.

Però siccome non dovete credere a me, che notoriamente sono affidabile quanto uno qualunque, visto che uno vale uno, date un’occhiata all’ultima fatica dell’Istat pubblicata oggi che dice tutto quello che c’è da sapere sull’economia italiana nell’anno del Signore 2018.

Non vi sforzate troppo: basta leggere le righe verdoline, che tradotte dall’istattese significano solo che quest’anno rallenteremo la velocità della nostra crescita che già procedeva col piglio di un ciclista fuori forma in salita. La qualcosa nel momento in cui si celebrano le magnifiche sorti e progressive del deficit pubblico quale rimedio pure dell’obesità implica soltanto che potremmo farne di meno – di deficit – se la crescita decelera. Eh già. Non dovrei, ma vi rivelo uno dei segreti meglio custoditi della setta elitaria degli aritmetici: il risultato di una frazione dipende anche dal denominatore.

Perché vi dico questo? Vabbé: oggi è giornata di segreti svelati. Il mitico rapporto deficit/pil (ma anche quello debito/pil) è una frazione. Quindi per mantenere fisso un certo risultato  – chessò il mitico deficit/pil al 3%, che poi equivale a 0,03 in linguaggio decimale – occorre che numeratore e denominatore collaborino. Tre euro di deficit ogni cento di pil sono meno di tre euro di deficit ogni novantotto, non so se mi spiego.

Ecco adesso lo sapete. Farò la fine di Prometeo per avervelo detto, ma pazienza. Tanto il fegato me lo sto già rosicchiando da solo a furia di leggere le bestialità che si trovano sul cronicario globale, del quale il vostro Cronicario qua propone solo le perle. Ah, se poi vi prudesse di voler sapere come mai andiamo così piano, noi italiani, grattatevi subito e fidatevi dei proverbi sovrani.

Solo, non dite ai politici di scrivere nel prossimo contratto che dobbiamo rallentare. E’ una delle poche cose che abbiamo imparato a fare senza il governo.

A domani

 

 

Cronicario, Fra popolari e populisti trionfa il pop


Proverbio del 6 giugno La mano occupata non chiede la carità

Numero del giorno: 22 Crescita % del mercato immobiliare in Germania dal 2009

Mi son svegliato populista, almeno secondo quanto riporta in prima pagina un noto (?) quotidiano nazionale spiegandomi col linguaggio della casalinga di Voghera l’esito del voto di fiducia in Senato. Ah perbacco, mi dico: son populista. La mia vita si riavvolge in un batter d’occhio e mi srotola sugli spalti populisti a fare il tifo per il difensore del popolo, nel nome del popolo, evviva il popolo.

Poi sento uno di quelli che dovrebbero essere l’opposizione dire che loro, gli oppositori, saranno l’alternativa popolare al governo. Quindi i popolari alternativi al populismo.

Ripenso a nonna, popolana vera, mi commuovo e inizio a intonare canzoni di stampo risorgimentale e inni alla resistenza. Finché stretto nella morsa di questi opposti estremismi mi si rivela il vero eroe del nostro tempo, la cui arcana influenza è arrivata fino a noi sotto mentite spoglie.

Eccolo qua il vincitore. Lo spirito pop, figlio illegittimo dell’arricchimento a sbafo, che dall’arte si è travasato nella musica, e da lì lento e insidioso come un germe patogeno in costante mutazione si è infiltrato per ogni dove nelle nostre società creando il mondo meraviglioso che abitiamo dove ognuno può dire una qualunque minchiata e ricevere in cambio parecchi like, molti dei quali per puro fraintendimento. Nel magico mondo del pop non ha nessuna importanza quello che dici, ma che tu lo dica. Né che tu sappia fare, ma che tu faccia. La coerenza coi fatti è semplicemente noiosa. Non è pop. L’efficacia non si misura con la matrici di input/output, ma con lo share. Pure se sei ministro, anzi specialmente. Niente di meglio di un ministero pop: piace ai populisti come ai popolari che ne condividono l’obiettivo supremo.

Pacificato dalla rivelazione, rileggo con molta meno ansia l’annuncio che giovedì 14 giugno la Bce potrebbe determinare la data in cui smettere di comprare titoli di stato nell’ambito del QE, pure se lo spread sul nostro biennale è tornato ad allargarsi e quello sul decennale corre. Me ne frego: non è roba pop. Me ne infischio altamente, poi, che dal prossimo 20 luglio l’Ue dazierà per ritorsione gli Usa per la sua decisione di penalizzare l’import di acciaio e alluminio dall’Europa.

Sempre che (ah ah ah ) tutti e 28 i paesi che compongono questa inedita alleanza di interessi diano il via libera alla proposta della Commissione. L’Ue non è per niente pop, a cominciare dal nome che suona come un rimprovero. E figuratevi quanto m’interessa leggere la cancelliera tedesca che dice che “serve il rispetto delle regole da parte di tutti”. Forse ha ragione. Ma non è pop.

A domani.

I consigli del Maître: I dazi Ue sulle Harley e lo shadow banking europeo


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Passione africana per lo yuan. Mentre l’Europa si strazia fra polemiche populiste e dazi, la Cina indisturbata prosegue la sua sapiente opera di penetrazione nel continente africano, ormai divenuto di fatto una succursale cinese, non solo per la produzione e la logistica, ma adesso anche per l’influenza finanziaria. Il 29 maggio scorso nella capitale dello Zimbawe si sono incontrati i banchieri centrali di 14 paesi africani, secondo quanto riportato da un’agenzia cinese, per discutere l’inserimento dello yuan fra le valute di riserva dei loro paesi. Una mossa del tutto logica se si considera che molti paesi, ad esempio l’Angola o il Kenya, hanno contratto debiti con la Cina e per loro può essere molto più conveniente o pratico ripagarli in yuan. Senza considerare che il traffici commerciali fra molti paesi africani e la Cina sono ormai fittissimi. La Cina dal canto suo può solo guadagnarci da questa decisione, visto che il governo di Xi ha fatto capire da tempo di voler aumentare il livello di internazionalizzazione della valuta cinese, ancora molto basso, intorno all’1% del totale delle riserva valutarie a fronte di oltre il 62% del dollaro e di circa il 20% dell’euro, secondo alcune dati riferiti al quarto trimestre 2017, anche a causa dei vincoli sui movimenti di capitale. Ma d’altronde la moneta cinese è ancora giovane apprendista del grande gioco del capitalismo globale e il fatto che di recente abbia iniziato a denominare un future sul petrolio può essere un altro potente strumento per la sua internazionalizzazione. Basta ricordare che l’Angola, ad esempio, è uno dei venditori di petrolio ai cinesi.

Il reddito degli italiani diventa vecchio. La Banca d’Italia nella sua ultima relazione annuale ha pubblicato un approfondimento sull’andamento della diseguaglianza nelle diverse classi d’età del nostro paese all’indomani della crisi dalla quale emerge che gli ultra65enni hanno visto crescere il loro reddito equivalente, anche se di poco, mentre i più giovani lo hanno visto crollare. Ciò ha fatto aumentare drammaticamente il numero di giovani poveri.

Lo shadow banking dell’eurozona. Il settore dello non banche, ossia gli operatori finanziari non bancari che però si comportano come banche, quindi investono soldi e sono soggetti di investimenti, cresce a ritmi forsennati nell’eurozona, secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della Bce.

A dicembre 2017 gli asset totale detenuti da questo settore quotavano 43 trilioni, il 56% dell’intero sistema finanziario, quindi più di quelli detenuti dal sistema bancario. Queste entità, che sono fondi pensione, assicurazioni, fondi di investimento, hanno potuto contare sull’aumento della ricchezza finanziaria dell’area per diventare sempre più capitalizzati e in certi periodi hanno persino compensato il credit crunch bancario acquistando obbligazioni corporate europee. Ma tale crescita ha alcune criticità. Sono aumentate le quote di titoli più rischiosi in pancia ai fondi di investimento e è aumentata l’interconnessione fra questi fondi. Inoltre buona parte investono sulle corporation Usa, concentrando un po’ troppo i rischi. Sarà interessante osservare cosa succederà in caso di guerra commerciale fra Usa e Ue.

Brutte notizie per gli harleysti. La decisione di Trump di daziare acciaio e alluminio europei non sarà certo un buon viatico per l’interscambio fra le due regioni e a pagare il conto saranno i consumatori, dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico. L’Ue ha già fatto sapere di aver individuato una lista di 182 prodotti che potrebbe finire nel mirino dei controdazi europei a far data dal prossimo 20 giugno. Si tratta di prodotti industriali che alimentari. E fra questi uno dei più noti sono le moto Usa, a cominciare dalle mitiche Harley che anche in Europa hanno un coorte di grandi ammiratori.

L’import di moto Ue dagli Usa non è certo significativo, parliamo di 300 milioni di dollari nel 2017, e tuttavia molti affezionati della mitica moto Usa rischiano di pagarla di più (e già costava parecchio). E non solo loro. Anche gli amanti del whisky americano, delle t-shirt e persino le carte da gioco. Non sarà facile per noi europei, cresciuti a pane e coca cola, abituarsi a questo nuovo regime commerciale.

Cronicario: E tutti vissero felici e Conte..nti


Proverbio del 1 giugno Lavora quando sorge il sole, riposa al tramonto

Numero del giorno: -5,5 Calo % pil italiano dal III Q 2008

Quant’è bello il governo verdolino, mi dico oggi che la borsa cresce del duessei e lo spread torna ramengo da dov’era venuto, più o meno dalle parti di chissà. Finalmente respiro un senso di ritrovata concordia che dev’esser merito del governo X, quello del pareggio, che messo d’accordo gli italien, sostenitori del governo 1, e gli spreadator, tifosi del governo 2, che si sono dovuti accontentare delle pregevoli allocuzioni del premier che ci sarebbe potuto essere ma che non ci sarà più che insieme al trolley tanto celebrato dai palazzinari dell’informazione si è fatto vedere al festival dell’economia di Trento per allietare i suoi numerosi sostenitori.

Sicché mentre il migliore dei governi impossibili rassicurava tutti noi, regalandoci finalmente un week end pacifico fra i baci e gli abbracci del Gatto e la Volpe col Mangiafuoco sul Colle, il premier che ci sarà più ci regalava alcune perle che avrebbero potuto essere il programma del governo che non ci sarà ma che avrebbe potuto esserci, e perciò è meglio ricordarle, queste perle, perché prima o poi le ritroveremo fra le glosse del mitico contratto del nuovo governo, ma sotto mentite spoglie. E vediamo se sbaglio.

Cominciamo dalle buone nuove: “Partire con un governo tecnico che avrebbe portato alle elezioni, con lo spread molto elevato, senza una maggioranza parlamentare sarebbe stato molto difficile, mentre adesso questa estate sarà un po’ più tranquilla”.

Già il fatto di aver salvato le sacre ferie degli italiani è motivo sufficiente per amare questo governo. Ma poi c’è quello che poteva succedere col governo 2. Il premier che non c’è più definisce “un errore” la pace fiscale vergata nel contratto degli italieni, che non è altro che “un condono e peraltro molto generoso”, un errore l’uscita dall’euro dell’Italia, proprio come la flat tax, e suggerisce persino di innalzare la tasse di successione, considerando che “non possiamo spendere di più”. Il quasi premier infatti avrebbe puntato sulla riduzione del deficit. Quanto allo spread, “il problema sarà fra un anno o due”, non appena l’economia dovesse mettersi male. Ma per allora chissà, il governo verdellino potrebbe aver cambiato colore.

C’è pure una nota politica rilevante, quando Mr Spending Review dice che l’unica spesa che non si deve tagliare è quella per la scuola pubblica perché l’Italia ha bisogno di capitale umano.

Ma soprattutto la notizia più rilevante: “Le prossime elezioni ci saranno penso fra cinque anni, quindi c’è tempo per pensarci. Ho sempre pensato che per fare il politico vero e proprio ci vuole stomaco più forte del mio”.

Sicché il governo verdolino ce lo terremo cinque anni, e per fortuna. Avremo tutto il tempo di farcelo piacere. Pinocchio in versione 2018 è finita col lieto fine delle favole. E tutti vissero felici e Conte..nti.

A lunedì.