Categoria: Cronache

Cronicario: E per regalo di natale, iniziamo a dare i numeri


Proverbio del 15 dicembre Un ospite lieto non grava su nessuno

Numero del giorno: 339.000.000.000 Entrate fiscali italiane genn/ott 2017

La sentite, sì, quest’arietta frizzante da ultimo week end prima del Grande Month End natalizio? C’è quell’odorino di festa per le strade dove si mischiano i vapori seducenti del torrone con quelli delle carte di credito surriscaldate. E così tuttoduntratto anche il cronicario globale, dove presto leggeremo solo di cenoni e panettoni, diventa frizzante regalandoci gli ultimi brividi del 2017. L’Ocse, per dire, arriva a consigliare a noi italiani, notoriamente santi e navigatori, ma soprattutto poeti, di studiare più matematica e informatica per catturare le opportunità offerte dal progresso come se a) ci fregasse qualcosa del progresso e b) si potesse convincere un vegetariano a mangiare bistecche crude, che è più o meno quello che si chiederebbe a un poeta proponendogli di scrivere un algoritmo.

Ora sarà pure vero, come dice sempre l’Ocse che i nostri laureati sono in gran parte sovraistruiti (di cose futili) e così finiscono sottopagati (perché futile rima con inutile). Però è vero pure che noi italiani  siamo bravissimi quando si tratta di dare i numeri. Prendete Bankitalia. Oggi, nel pieno dell’entusiasmo pre natalizio ne ha sparati alcuni belli grossi.

I più ottimisti noteranno che le previsioni di fine anno sono migliorate rispetto a quelle d’inizio autunno, e sarà sicuramente merito dell’entusiasmo col quale sono state preparate. Ma anche, sospetto, di una certa invidia sociale derivante dal fatto che poco prima la Bundesbank aveva sparato le sue, di previsioni, secondo le quali l’economia tedesca crescerà il 2,6% nel 2017 e il 2,5% nel 2018, aumentandole parecchio dall’1,9 e 1,7 delle stime precedenti.

Il secondo numeretto niente male è il grande protagonista delle nostre cronache politico-economiche: il debito pubblico, senza il quale è impossibile immaginare l’Italia. Bene, a ottobre è arrivato a 2.289,7 miliardi, 5,8 in più del mese prima. Il che ci fa capire che godiamo di ottima salute – pensate a quanti creditori si preoccupano per noi là fuori – e che ci possiamo godere le feste senza troppi patemi. Anche perché poi ci sono le elezioni di primavera e lo sappiamo tutti che significa.

Non dovremmo preoccuparci del debito, infatti, che tanto sta lì e chi l’ammazza, ma del fatto che a parte l’eccesso di poesia che ci candida a ruoli improduttivi, ci stiamo pure guastando il carattere, a furia di guardarci in cagnesco l’un l’altro. Ecco un esempio: oggi Istat ha discusso la sua ultima fatica, il rapporto sul benessere equo e sostenibile, che non ho ancora capito che significa, ma dove leggo che “il 2016 restituisce l’immagine di un tessuto sociale che presenta criticità: scende la soddisfazione per le relazioni familiari (dal 34,6% al 33,2%) e per le relazioni amicali (dal 24,8% al 23,6%). La fiducia negli altri si mantiene piuttosto bassa, con solo una persona su cinque ritiene che la maggior parte della gente sia degna di fiducia”.

La dismissione della fiducia reciproca mi spiace persino più del nostro insuccesso economico, produttivo e magari anche matematico. Ma poi capisco che è la solita esagerazione della stampa. Non siamo diventati stronzi. Stiamo dando i numeri.

A lunedì.

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Cronicario: Un’Ape ci salverà, alla faccia dei derivati


Proverbio del 13 dicembre Solo ciò per cui combatti è duraturo

Numero del giorno: 1,8 Accelerazione % inflazione a novembre in Germania

Oggi che è una giornata meravigliosa, in cui l’occupazione europea cresce come la produzione industriale – quella italiana di auto persino dell’11,7 a ottobre – e Calenda ed Emiliano se le suonano su Twitter per la storia dell’Ilva, facendoti sognare una vera classe politica, e Confindustria aumenta la stima del pil per il 2018 all’1,5%, mentre paventa i rischi di caos post elettorale, e nel Regno Unito si verifica un altro miracolo statistico, per cui l’occupazione cala insieme con la disoccupazione…

oggi dicevo, che in quella galleria degli orrori finanziari che è la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche si è manifestato un pubblico ministero della Corte dei Conti che ha sparato a zero contro il ministero del Tesoro per la storia dei derivati del 1994, costati finora almeno quattro miliardi alle casse dello stato, sostanzialmente sputtanando tutta la classe politico-burocratica, che ha fatto girare i soldi negli ultimi vent’anni in Italia – ve le raccomando le esternazioni del pm: sono un campionario assai istruttivo sullo stato della nostra macchina pubblica – e mettendo in croce la povera dottoressa Cannata, che già cognome omen e per giunta è chiamata a tenere in piedi quel mostro che si chiama debito pubblico…

oggi quindi che nel mentre l’Istat e il Cnel firmano un accordo per misurare congiuntamente il benessere equo e sostenibile del paese – che chissà cos’è – e il cronicario globale torna a parlare di Giampiero Fiorani, indimenticato protagonista dell’estate dei furbetti del quartierino nonché banchiere popolari di Lodi, baciafronte del governatore di via Nazionale dell’epoca, presentandolo come il manager che guiderà la riscossa dell’holding Orlean Invest di Gabriele Volpi, petroliere nonché azionista di Carige, che finirà in borsa non oggi ma domani e comunque presto…insomma

è sbarcato in commissione bilancio alla Camera l’emendamento che allarga l’Ape social a 15 categorie di lavoratori, comprese quindi le 4 decise dopo l’accordo con i sindacati, per cui per tutti costoro potranno andare in pensione prima a spese dello stato. Con l’occasione è stato pure creato un fondo per eventuali proroghe anche a dopo il 2018.

L’Ape social ci salverà. #StateSereni.

A domani.

I consigli del Maître: Le esportazioni dell’America Saudita e le imprese zombie italiane


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Pensioni: gli italiani predicano bene ma… Ocse ha pubblicato i dati aggiornati sulla previdenza globale nel suo recente “Pension at glance”, che contiene analisi sui diversi paesi dell’organizzazione e li confronta. Una lettura senz’altro utile per tutti coloro che seguono le tormentate vicende previdenziali della contemporaneità e che in Italia sono numerosissimi, almeno a giudicare l’ampiezza del nostro dibattito pubblico sul tema. I dati sul nostro paese, peraltro, sono molto interessanti.

Cosa dicono questi grafici? Il replacement rate italiano, ossia quello che noi chiamiamo tasso di sostituzione che misura la percentuale della pensione in relazione all’ultima retribuzione lavorativa, in Italia si stima sarà l’83% per un lavoratore che vada in pensione con piena carriera, ossia col massimo dei contributi. Senonché la stessa Ocse ammette che gli alti tassi di disoccupazione giovanile renderanno molto difficile che i pensionati di domani avranno una carriera completa. C’è il rischio insomma di profonde discontinuità. L’età pensionabile per gli italiani si allungherà sempre più: si stima che un nato nel 1996 andrà in pensione a oltre 71 anni. Senonché questa previsioni teorica cozza col dato che l’Italia ha l’età effettiva di uscita dal lavoro fra le più basse dell’area. La differenza fra l’età programmata e quella teorica, al momento, è di 4.4 anni per gli uomini, 4.2 per le donne. Età effettiva attorno ai 62 anni e 61.

Predichiamo benissimo, ma razzoliamo maluccio.

L’export dell’America Saudita. Sappiamo già che grazie allo shale oil gli Usa sono diventati grandi produttori di petrolio e anche di gas, e che hanno persino surclassato i produttori tradizionali. Di recente, inoltre, è stato tolto il divieto di esportare all’estero prodotti petroliferi, con la conseguenza che gli Usa sono entrati nel grande gioco delle esportazioni.

Certamente, gli Usa sono ancora lontani dall’insediare i primati dei produttori tradizionali, ma non è di poco conto che le loro esportazioni siano più che triplicate in un anno. E buona parte le assorbe la Cina.

Trump non migliora il deficit commerciale Usa. L’antipatia di Trump per il deficit commerciale Usa è stato uno dei cavalli di battaglia del neo presidente che poco più di un anno fa assumeva l’incarico col fermo proposito di abbattere gli squilibri commerciali statunitensi, pure mettendo a brutto muso i partner eccedentari di fronte alle proprie responsabilità. Si è discusso molto delle politiche commerciali intraprese dall’amministrazione Usa che certo non sono state morbide, ma i risultati sono ancora poco coerenti con i propositi.

A ottobre 2017, infatti, il deficit è arrivato a 48,7 miliardi, il peggiore da nove mesi. E se guardiamo i dati dell’anno trascorso non ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Forse il deficit commerciale Usa è una cosa troppo seria perché se ne occupino i presidenti.

Le imprese zombie in Italia. Ocse ha pubblicato uno studio dedicato al fenomeno sempre più diffuso delle imprese zombie, ossia quelle entità che con i profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti.

Come si può osservare, noi italiani abbiamo una situazione abbastanza complessa, con un numero di aziende zombie raddoppiate dal 2010 e soprattutto un 20% del nostro stock di capitale imprigionato in questa aziende morenti, che impiegano circa il 10% della nostra forza lavoro. Non è così strano che la nostra produttività sia al lumicino.

Cronicario: L’alba italiana dei vivi morenti e dei morti viventi


Proverbio del 6 dicembre In tempi di carestia le patate non hanno bucce

Numero del giorno: 20,1 Crescita % occupazione nelle aziende familiari italiane in sei anni

Ora non vi offendete se i vostri amici dall’estero vi dicono che siamo un paese di poveracci. Anche perché ce lo diciamo da soli e l’Istat non si perita di ricordarcelo a ogni occasione buona elaborando statistiche meravigliose dalle quali si evince che quasi uno su tre vive praticamente in miseria.

Vedete no? Il 30% è a rischio di povertà o esclusione sociale che moltiplicato per 60 milioni e rotti..fate voi i conti. Se pure ci limitassimo alla voce Grave deprivazione, scopriremmo che riguarda il 12,1 degli italiani che, secondo le definizioni Istat hanno almeno quattro dei seguenti problemi:

1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;
2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro;
4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;
5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
6. non potersi permettere un televisore a colori;
7. non potersi permettere una lavatrice;
8. non potersi permettere un’automobile;
9. non potersi permettere un telefono.

Questo nel paese che ha il record di auto per numero di abitanti e dove il 93,1% ha un cellulare, e oltre il 90% ha una tivvù. Sfido chiunque poi, a trovarne una in bianco e nero. Detto ciò mi guardo bene dal dubitare dell’accuratezza delle rilevazioni Istat: se dicono che siamo pieni di poveri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena sarà sicuramente vero. Sono i nostri fratelli più disgraziati che muoiono letteralmente di fame e stanno al freddo e non tengono da conto neanche 800 euro per le emergenze. Questi vivi morenti abitano in uno dei paesi più ricchi al mondo.

dove si annida una tremenda diseguaglianza di reddito e ricchezza,

e i redditi sono vagamente crollati nell’ultimo decennio,

anche se non per tutti nello stesso modo.

Questo per gli amanti del piagnisteo nazionale. Prima che vi strappiate i capelli e iniziate una colletta per i nostri sette milioni di probabili deprivati, ricordatevi sempre che questi dati sono frutto di indagini campionarie, svolte in questo caso su 21.325 famiglie pari a 48.316 individui. Magari siamo stati sfortunati col campione. Oppure abbiamo beccato i pochi che pagano tutte le tasse, vai a sapere.

Il guaio è che insieme a quella dei vivi morenti – deprivati a rischio esclusione o sedicenti tali – in Italia stiamo assistendo all’alba di un altro fenomeno epocale: quello dei morti viventi.

Non è uno dei miei soliti meme cazzari. La foto è autentica, a dimostrazione del fatto che ormai il vostro Cronicario fa tendenza anche nei posti altolocati, mica solo nelle bettole dove ci incontriamo noi. Il tema è serissimo peraltro: le imprese zombie. Ossia quelle che coi profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti che hanno sul groppone. Tema horror per eccellenza. E noi italiani, che non ci facciamo mai mancare niente, siamo avanguardisti.

La cosa più notevole di questa proliferazione di zombie è che quelli italiani sono raddoppiati in un decennio. Peraltro in queste aziende morte viventi ci sta bloccato il 20% del nostro capitale produttivo e il 10% dei nostri lavoratori occupati. Poi dice che uno è deprivato. Devitalizzato direi.

A lunedì.

 

Cronicario: Lettera a un bambino mai pensionato


Proverbio del 5 dicembre Baci avuti facilmente si dimenticano facilmente

Numero del giorno: 17 Paradisi fiscali individuati da Ecofin

Caro bambino,

c’era una volta una cosa che si chiamava pensione che ti consentiva, una volta che ci arrivavi, di goderti la vita esattamente come succede a te adesso, che sei coccolato e nutrito grazie a mamma e papà, solo che nel caso della pensione c’era un monogenitore che si chiamava Inps. Oggi l’Inps c’è ancora, ma sta per cambiare nome.

Ancora non si sa in giro, ma te lo posso anticipare: presto si chiamerà Istituto nazionale pensione sociale. Un’evoluzione dettata dai tempi. Provo a spiegartelo. Una volta c’erano tanti bambini e pochi vecchi. Oggi ci sono tanti vecchi e pochi bambini. E siccome insieme ai bambini sono diminuiti anche quelli che lavorano, che poi sono quelli che pagano da mangiare a vecchi e bambini, piano piano la pensione ha iniziato a liquefarsi.

Prima hanno detto che la pensione era troppo generosa. Poi che si prendeva troppo presto. Poi che era troppo generosa e si prendeva troppo presto. Hanno spiegato che si doveva lavorare di più, mentre il lavoro diventava mitico come gli unicorni e veniva retribuito con le paghette. E sai così successo? Aspetta te lo faccio dire da uno più intelligente di me che si chiama OCSE. Tu non lo conosci ma è una specie di superscuola di cervelloni dove sanno tutto e non combinano niente. Ecco che dice l’OCSE sulle pensioni italiane (scusa se parlo un po’ difficile, ma si fa così’ quando si vuole spaventare qualcuno senza fargli capire niente):

1) L’età normale di pensionamento per la generazione nata nel 1996 è prevista aumenti ulteriormente a 71,2 anni. Solo la Danimarca avrà un’età pensionabile più elevata rispetto all’Italia. Quindi tu che sei nato poco fa o giù di lì inizia a figurarti questa cosa della pensione verso i 75 anni, che non sbagli


2) A seguito dell’elevata età di pensionamento, il tasso di sostituzione lordo futuro per un lavoratore a piena carriera sarà al 83% rispetto alle media OCSE del 53%. Che sarebbe una buona notizia se nel frattempo non fosse diventato vagamente utopico avere una piena carriera. Anzi sempre OCSE dice che “fra i più giovani una carriera completa potrebbe non essere molto comune in futuro”.


Per farti capire cosa ci stiamo perdendo è bene tu sappia che il reddito medio delle persone oltre 65 anni di età al momento è quasi lo stesso dell’intera popolazione in Italia. Allo stesso tempo, l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è di circa 3 anni inferiore alla media OCSE. Come dire: ci trattiamo bene. Anzi: ci trattavamo bene. E infatti i nostri pensionati erano talmente felici che non ci pensavano proprio a tornare a lavorare come alcuni loro coetanei all’estero: meno di un terzo di cittadini di età superiore ai 64 anni lavorano part-time contro circa la metà nei paesi OCSE.

Purtroppo, caro bambino, su questa bellissima pratica è intervenuto il progresso, che l’ha fatta talmente progredire che adesso le pensioni si sono praticamente estinte. Ci toccherà lavorare fino allo sfinimento, e pure a poco.

Ora siccome sei piccolo non ti devi dispiacere. Vedrai che per quando sarai vecchio ci saremo inventati qualcos’altro per farti stare in panciolle come ci stai adesso. Ci stiamo già lavorando. Abbiamo già trovato il trucco: insieme ai bambini, che sono sempre meno, aboliremo anche i vecchi, che sono sempre più. Saremo tutti come Peter Pan.

A domani.

Cronicario: Ci siamo bevuti 130 miliardi e si vede


Proverbio del 4 dicembre Un vecchio seduto vede più lontano di un giovane in piedi

Numero del giorno: 2,5 Inflazione % annua prezzi alla produzione EZ in ottobre

Ora non fate della facile ironia collegando il rinnovato entusiasmo economico di queste ultime settimane, con gli indici di fiducia che volano in alto come i vostri scoperti bancari, semplicemente perché Eurostat si è premurata di farci sapere che nel 2016 ci siamo bevuti, come europei e al netto di ristoranti e hotel, 130 miliardi di euro di cicchetti.

Sarebbe una roba ai confini della fake news. Nel senso che i nostri consumi alcolici – peraltro la spesa delle famiglie italiane è fra le più basse d’Europa –

sono stabili abbastanza da far sospettare che il nostro entusiasmo economico dipenda da altre ragioni.

E’ interessante tuttavia osservare che questa cifra equivale approssimativamente a ciò che le famiglie europee spendono per prodotti e attrezzature mediche e persino leggermente superiore alla spesa per protezione sociale o istruzione nel 2016.

Il senso di questa perla di saggezza m’appare in tutto il suo lucore non appena leggo sul Wall street journal che il contagio da Bitcoin, versione monetaria della dipendenza, potrebbe contagiare anche la Fed, come noto già pesantemente compromessa da quella droga rettangolare e verdona che viene spacciata nei mercati internazionali sotto il nome il codice di dollaro.

Di quest’ultimo si conoscono da tempo gli effetti collaterali, e tuttavia nessuno riesce a contrastarli. Anzi, sono stati osservati evidenti casi di esagerazione che dalla banca centrale sono percolati, per il tramite del sistema bancario, verso le famiglie. Americane, ma non solo.

Di fronte alla dipendenza valutaria, quella alcolica mi sembra persino innocua, visto che fra l’altro ci costa meno di quello che spendiamo per istruirci, altra pratica perniciosa che per fortuna il progresso tecnico sta degradando in quella dell’autoadorazione.

Quindi alzate i calici senza troppi sensi di colpa e ricordatevi che bere serve pure a dimenticare che gira una legge di bilancio che minaccia di svegliarvi bruscamente, per via fiscale, dal torpore etilico. Vi do giusto un paio di dati. Il passaggio al Senato della manovra finanziaria ha prosciugato il cosiddetto fondo esigenze indifferibili

e così ai camerieri, ossia gli onorevoli che abitano la Camera, rimangono appena 64,5 milioni per il 2018, 197,3 milioni per il 2019 e 347,0 milioni per il 2020. Quest’ultimo importo è stato rimpinguato grazie alla web tax, che è tutto dire. Sicché se i camerati, sempre quelli che stanno alla Camera, vorranno spendere di più per esigenze altrettanto indifferibili, dovranno trovare nuove risorse. E secondo voi dove le trovano?

Ecco appunto.

A domani.

Cronicario: I giovani disoccupati italiani calano. Infatti emigrano


Proverbio del 30 novembre Promettere non è compiere

Numero del giorno -0,2 Inflazione mensile a novembre in Italia

Siccome pure oggi l’Istat ci delizia con le sue narrazioni statistiche sulla nostra società, facciamo questo giochetto che purtroppo gli ermeneuti contemporanei delle astruserie numerologiche dell’Istituto pratica di rado: leggiamone due contemporaneamente.

Niente panico: questo è il Cronicario mica una roba pallosa. Peraltro queste due statistiche sono uscite a un giorno di distanza l’una dall’altra, ma purtroppo l’abitudine che abbiamo a guardare la realtà con un occhio solo ci impedisce spesso di osservare fenomeni complementari. Allora, la prima statistica è uscita oggi e riguarda l’occupazione: Grande Tema.

Qui leggiamo che c’è stata una diminuzione della disoccupazione giovanile, che possiamo osservare meglio qui.

Al netto della componente demografica, ossia il passare del tempo che trasporta le persone da una classe di età all’altra, la variazione tendenziale, quindi su base annua, del numero dei disoccupati è stata negativa per il 3,7%. Insomma, i disoccupati 15-34enni sono diminuiti del 3,4%.

Un attimo. Prima che iniziate la rumba, vi ricordo un’evidenza che viene correttamente sottolineata dagli osservatori:

Questo è il quadro: bene che vada, in Italia si strappa un contratto a termine di questi tempi. Ma fin qui siamo alla visione monoculare. Proviamo ad aprire l’altro occhio e guardiamo un’altra statistica, quella sulle migrazioni della popolazione residente uscita proprio ieri.

Lo riscrivo perché magari vi è sfuggito: “In aumento i laureati italiani che lasciano il Paese, sono quasi 25 mila nel 2016 (+9% sul 2015) anche se tra chi emigra restano più numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila, +11%).”

Complessivamente nel 2016 fra laureati e altro abbiamo avuto 115 mila emigrati, triplicati dai 36 mila del 2007, a fronte di circa 38 mila rientrati in Italia. E poiché di solito si emigra da giovani e non da vecchi (” La fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni: circa 38 mila unità in meno, con un’incidenza di laureati del 28,5%”, scrive Istat) mi sorge il sospetto che buona parte del calo di giovani disoccupati, quindi non più iscritti alle liste, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal Jobs Act.

A domani.

 

 

Cronicario: Anno 2021, odissea nello strazio Mps


Proverbio del 24 novembre In qualunque parte del mondo i corvi sono neri

Numero del giorno: 65 Euro contenuti in media nel portafoglio degli italiani

Siccome finalmente abbiamo una banca (cit.), noi cittadini intendo, è giocoforza domandarsi cosa ne sarà del robusto investimento che le nostre tasse hanno fatto sul capitale di Mps ora che il Monte è pure tornato in borsa. Per il momento il direttore generale del (nostro) Tesoro, Vincenzo La Via, audito in quella specie di museo degli orrori che è la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, ci ha ricordato che ai prezzi attuali di borsa il Mef (noi) ha una minusvalenza teorica di circa due miliardi, visto che il governo (ancora noi) ha accettato di comprare azioni valutate a 8,65 euri che oggi valgono 4,05.

Boni, state Boni. Così come non è oro tutto ciò che luccica, non è neanche tutta cacca quella che puzza, pure se sulla circostanza che la storia di Mps puzzi oltremodo non è che ci siano tanti dubbi. Se non ci credete date una letta a quello che racconta quest’esegeta e poi mi direte…

Appunto. Ma scurdamoce ‘o passato, che adesso abbiamo una banca e il nostro – letteralmente – direttore del Tesoro ci rassicura che dal 2019 ci sarà un recupero della redditività della banca a partire dal quale la cacca diventerà miracolosamente cioccolata.

Pregate che succeda, e pregate con costanza. Perché ‘sto miracolo deve pure succedere in fretta. Sempre il nostro sbroglianumeri del Tesoro ci ricorda che “l’intervento pubblico nel capitale di Mps è di natura temporanea e il ministero azionista (al 68% del capitale ndr) dovrà cedere la partecipazione acquisita entro l’arco temporale di riferimento del piano, ossia entro 5 anni”. E così abbiamo pure una dead line entro la quale il miracolo deve compiersi: il 2021.

Già: lo strazio di Mps, che se per allora non sarà divenuta redditizia abbastanza, coinciderà con quello delle nostre tasse, sacrificate sull’altare del benessere pubblico.

Ma adesso non state a deprimervi prima del tempo. Ci sono cose più vicine a noi che richiedono un sostegno farmacologico. C’abbiamo un fatturato industriale che s’è ammosciato così come gli ordinativi e neanche il fatturato dei servizi si sente tanto bene. C’abbiamo Poletti che – come se non avessimo fatto altro di recente – parla di pensioni, assicurando che dopo fine mese arriverà un emendamento per aggiungere un altro po’ di Ape social per le donne lavoratrici.

C’abbiamo la madonna vigilante di Francoforte, madame Nouy, secondo la quale nell’Eurozona ci sono troppe banche per cui “è necessario un consolidamento”.

Ma forse intendeva altro. E per concludere in bellezza oggi è pure il black friday e mi/ci/vi stanno massacrando di offerte per vagonate di cose inutili che arrivano su qualsiasi device abbiate sottomano, persino i fax. Pare peraltro che questo sia anche ormai l’unico giorno in cui gli scioperi nei negozi, da Amazon alla Rinascente, fanno notizia. Nel resto dell’anno se ne infischiano tutti, compreso chi lo fa. Avremo mica trasformato il black friday nel giorno della festa del commesso?

Buon week end.

 

Cronicario: Il Fresh&Clean di Mps è roba da dilettanti di fronte alla bad bank Usa


Proverbio del 16 novembre Chi campa si fa vecchio

Numero del giorno: 100.000.000.000 Emissioni globali di green bond nel 2016

Poiché occuparsi di banche oggi ci espone a ruvide cronache giudiziario-parlamentari, mi è toccato in sorte di prestare orecchio alla deposizione di un pm senese interrogato dall’augusta commissione parlamentare che indaga sulle banche per far luce sui disastri barocchi compiuti da Mps che hanno rovinato in un decennio qualche secolo di onorata storia bancaria.

Da questa disamina horror ritorna agli onori della cronaca la mitica operazione FRESH, che sta per Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid Preferred Securities, una roba complicatissima e futura fonte di grandi guai per i sottoscrittori il cui succo è semplice: fare entrare soldi freschi nelle casse di Mps, alle prese con la sventurata acquisizione di Antonveneta, senza al contempo affossare gli indicatori di bilancio di Mps.

Senonché venne fuori che Mps aveva firmato alcune lettere che di fatto mantenevano il rischio della sottoscrizione dentro il perimetro della banca senese. In pratica la situazione reale della banca era tutto il contrario dell’apparenza.

Il resto è cronaca ed è inutile tornarci sopra. Anche perché i mezzucci della Rocca decrepita, ormai nazionalizzata, sono davvero roba da dilettanti. Per non avere problemi bancari, che poi si risolvono in enormi seccature politiche, commissioni parlamentari, stillicidi di lacrime e svariati mal di testa, dovremmo prendere di petto il problema e risolverlo alla radice. Imparare da quelli più bravi di noi. Capito di chi parlo?

Quei fenomeni degli Stati Uniti garantiscono esplicitamente o implicitamente più di 25 trilioni di debiti del sistema finanziario, dei quali 14 trilioni sono di banche e casse di risparmio. In pratica fanno prima quello che noi facciamo dopo. Hanno una bad bank imbattibile: il governo.

Poiché competere col governo Usa è impossibile, mi decido a cambiare argomento e vi suggerisco un paio di news che potete usare per fare bella figura all’ora di cena. L’export italiano di settembre, che si conferma buono ma che se andate a vedere il dettaglio nasconde parecchie ombre, a cominciare dalla quota rilevante della nostra bolletta energetica, che potrà solo peggiorare (e con essa il saldo) una volta che il petrolio stabilizzerà le sue quotazioni.

Sempre ammesso che tale stabilizzazione arrivi sul serio. Perché la seconda notizia di giornata, che sembrerà esotica ai più ma che invece è sostanziosa è che la banca centrale norvegese, che controlla il fondo sovrano da 1.000 miliardi dove finiscono gli incassi del petrolio nazionale, sta pensando di disinvestire dagli asset legati a petrolio e gas. Una scocciatura niente male per la varie Bp, Royal Dutch ed ExxonMobil delle quali il fondo sovrano è azionista.

Concludo con le considerazioni di una gentile signora che presiede la Fed di Cleveland, autrice di uno speech illuminante sul rapporto perverso fra demografia e crescita che è sviluppato nelle nostre grosse e grasse società. Per farvela semplice, rischiamo di morire di vecchiaia con un’economia depressa e tassi rasoterra. La soluzione proposta è aumentare l’immigrazione.

A domani.

 

 

 

Cronicario: Più Pil per tutti, comunquemente


Proverbio del 14 novembre Un uccello chiacchierone non costruisce il nido

Numero del giorno: 1 Inflazione % annua a ottobre in Italia

Giorno di festa per i politici europei. I dati del pil confermano le previsioni più rosee e finalmente gli eletti, chi più chi meno, si possono presentare agli elettori col cuore rinsaldato dal sentimento di aver mantenuto la loro promessa elettorale.

Ai più patriottici spiacerà osservare che il +0,5% del trimestre italiano, che annualizzato arriva all’1,8%, sta un po’ ai margini della crescita dell’eurozona, dove la crescita annualizzata è arrivata al 2,5% e ancor più lontana da quella tedesca, al 2,8. Mentre gli amanti dei gufi si soffermeranno o sottolineare che la caccia al tesoro del Tesoro in corso alla Camera rischia di assestare un fiero colpo alle speranze del presidente del consiglio, che esorta a “non dilapidare i risultati”.

Giusto: meglio spenderli.

Ma basta tristezze: l’economia va alla grande, comunquemente. Mica penserete che uno va a contare gli spicci no? E infatti nessuno lo fa, tantomeno oggi che è giornata di buone notizia. Bankitalia, che non poteva mancare alla festa, ha pubblicato una pregevole ricognizione sul tema del mese – le sofferenze bancarie – che disegna un quadretto niente male.

I tassi recupero sono lievemente calati nel 2016 ma la banca è ottimista sul futuro: “I tassi di recupero delle sofferenze non sono sovrastimati”. Che è il modo bancario per dire che non sono minchiate palesi. Il costo delle minchiate occulte, nel caso, lo scopriremo a nostre spese.

Potremmo continuare a lungo con l’elencazione delle buone notizie made in Italy, ma mi convinco che è meglio rubarvi gli ultimi dieci minuti di tempo dandovi una notizia vera, non questa roba da bancarella. E perciò mi immergo nel flusso incasinato della quotidianità e pesco questa perla.

Ed ecco qua il futuro del mercato energetico targato a stelle&strisce. L’America Saudita. Hai voglia a contare il Pil.

A domani.