Categoria: Cronache

Cronicario: Pensionati di tutta Europa, unitevi!


Proverbio de 28 giugno La menzogna produce fiori ma non frutti

Numero del giorno: 1,2 Pil Italia 2017 secondo la nuova previsione di S&P

In un momento di megalomania decido di scrivere il nuovo Manifesto del partito pensionista, essendo in fondo il pensionato l’autentica rivoluzione socioeconomica del XX secolo come il proletario lo è stato del XIX.

Ovviamente come tutte le grandi ispirazioni, anche questa è debitrice di un pensiero comune, nel nostro caso previdenziale, che si agita fra i corridoi europei da un paio d’anni, almeno da quando l’EIOPA, che non è l’abbreviazione di EIOPAgo, ma l’Autorità europea che vigila su assicurazioni e pensioni. Ebbene, l’EIOPA ha cominciato da un paio d’anni a parlare di PEPP, che non è l’abbreviazione sgrammaticata di PEPPe, ma l’acronimo di Pan-European Personal Pension Product.

Ora ve lo spiego. Prima però dovete sapere che domani i PEPP saranno protagonisti di un evento spettacolare, visto che li spiegherà nientedimeno che Valdis Dombrovskis, pezzo grosso della Commissione Ue che si occupa fra le altre cose di dialogo sociale.

E di che dobbiamo dialogare noi e gli estoni, per dire? Del fatto che serve un nuovo pilastro Ue-based per capitalizzare al meglio i nostri risparmi e dare fuoco alle polveri della nascente Unione dei capitali. Una cosa bellissima: dopo aver unito parte degli europei con la moneta, adesso i nostri geniali architetti dell’Ue ci uniranno tramite la cosa che più ci sta a cuore dopo i soldi: la pensione.

C’è pure una simpatica conseguenza. Già: che regime fiscale si applicherà ai PEPP? Non sarà mica un modo surrentizio, e quindi squisitamente europeo, di iniziare a praticare l’unione fiscale passando le pensioni? Nel dubbio non ho dubbi: pensionati di tutto il mondo unitevi e marciate in massa verso il PEPP.

Siccome devo iniziare a scrivere il mio Manifesto del partito pensionista per esortare le pantere grigie alla rivoluzione, non mi è rimasto più tempo di occuparmi del cronicario di oggi. Vi do giusto un paio di dritte, una sui prezzi, che a giugno, dice Istat, hanno rallentato all’1.2% dall’1,4 di maggio, per la gioia del nostro Sarastro. La seconda sul centro studi di Confindustria e S&P che rialzano le stime del pil 2017 del nostro paese, all’1,3 il primo e all’1,2% il secondo. Mica guferanno al contrario?

A domani.

 

I consigli del Maître: I padroni del debito europeo e i migliori mercati esteri per l’Italia


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Chi detiene il debito pubblico europeo? Eurostat ha pubblicato una interessante ricognizione sulla titolarità dei debiti pubblici dei paesi europei, accertando che per la metà degli stati membri Ue questo debito è detenuto da non residenti. L’Italia fa eccezione. Da noi oltre il 60% dei debiti è in mano a istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni, eccetera) e circa il 30% è all’estero. Tuttavia noi abbiamo una quota rilevante di debito pubblico, fra il 10 e il 15%, che ha scadenza inferiore all’anno e che quindi deve essere costantemente rinnovato. Parliamo di una cifra che, sul totale di 2.270 miliardi di euro, vale almeno 240-250 miliardi in media. Abbiamo poco debito all’estero, ma dobbiamo sempre sperare che lo rinnovino. Specie una volta che la Bce smetterà di comprarlo. A tal proposito è utile ricordare, come è riportato nell’ultimo bolletino della banca centrale, che fra marzo 2015 e marzo 2017, l’Eurosistema ha acquistato sul mercato secondario oltre mille miliardi di titoli pubblici. In cima ai venditori ci stanno proprio i non residenti, che ne hanno ceduto per oltre 490 miliardi, e poi le banche, per circa 280. E questo serve anche a capire le tendenze dei mercati finanziari.

 

I mercati esteri prioritari per l’Italia. La settimana scorsa è stato presentato a Milano l’ultimo rapporto annuale della Sace, la società pubblica che aiuta le imprese italiane nel loro processo di internazionalizzazione. Il rapporto contiene molte informazioni interessanti, e anche previsioni incoraggianti sul nostro commercio internazionale che si vede in progresso fino al 2020 a un tasso di circa il 4%. Almeno due cose vale la pena ricordarle qui. La prima è il contributo dei vari settori produttivi al successo del nostro export che, come viene ricordato nel rapporto, è l’unica componente macroeconomica positiva di questi anni e ha sostanzialmente tenuto in piedi l’Italia.

La seconda è l’osservazione su quali siano i mercati esteri sui quali dovremmo concentrare la nostra attenzione nei prossimi anni, sempre ricordando che non esauriscono le nostre relazioni commerciali.

Come si vede, i primi due sono gli Usa e la Cina. Mercati difficili, specie di questi tempi che il protezionismo è tornato di moda.

Dove abita il protezionismo. Si parla molto di tentazioni protezioniste e della straordinaria crescita delle restrizioni commerciali di vario genere che rendono il commercio sempre più complicato. Un dato, contenuto sempre nell’ultimo rapporto annuale Sace, fa riflettere: gli Usa dal 2008 hanno introdotto in media una restrizione commerciale ogni quattro giorni. Alcune si limitano a obbligare i produttori a utilizzare roduttori locali per parte della loro merce. Altri sono più stringenti. Ma certo non sono gli Usa il paese più protezionista. Una tabella prodotta dal Peterson Institute, un pensatoio che si occupa fra le altre cose di commercio internazionale, consente di osservare che in cima ai paesi che usano aggressivamente i dazi ci sta il Brasile, seguito dall’India e dalla Cina. Tutti paesi con i quali noi italiani siamo costretti a confrontarci per il nostro commercio internazionale. E questo non è certo un buon viatico.

 

L’Ue al top dell’export di motoveicoli, gli Usa al top dell’import. Eurostat ha prodotto un approfonfidmento che mostra come l’Ue sia il più grande esportatore di motoveicoli, dalle auto ai trattori, fino a comprendere parti e accessori, al mondo. Nel 2016 ha portato fuori dai suoi confini 192 miliardi di merci, seguita dal Giappone con 127 e gli Usa con 109. Questi ultimi però, oltre a godere del terzo posto per l’export, sono saldamente in cima nella classifica delle importazioni, con 254 miliardi totali. L’Ue vende agli Usa il 25% delle sue esportazioni, la Cina il 16%, seguita dalla Turchia con il 7% e poi dalla Svizzera, il 5% come anche il Giappone, col 5%. E’ interessante sapere che il 20 dell’import di motoveicoli che l’Ue importa arriva dalla Turchia, che evidentemente ospita stabilimenti esteri, e dal Giappone, con 19%, e il 14% dagli Usa. Eurostat ricorda che le esportazioni e le importazioni si riferiscono a dove si produce, non alla nazionalità di chi produce. In questo caso – e il caso turco lo prova – le statistiche sarebbe diverse.

Cronicario: Il flauto magico di Supermario


Proverbio del 27 giugno Non si insegna a nuotare al pesce

Numero del giorno: 2.420.000.000 Multa comminata a Google dall’Ue

Come il leggendario Sarastro del Flauto Magico, oggi il nostro beneamato Supermario ci ha ricordato il valore della costanza, della temperanza e di tutte quelle altre virtù cardinali che distinguono il banchiere centrale di successo dall’arruffone. Ancora una volta Draghi ha suonato il suo flauto magico, che non stilla note ma notizie, per rassicurare e incantare i sempre ansiosi mercati su quelle due-tre cosette che devono sapere. Quali?

1) L’economia migliora, ma serve prudenza;

2) Bisogna persistere nella politica monetaria attuale. L’inflazione non mostra una dinamica coerente col target, quindi serve costanza;

3) La deflazione è sparita e la reflazione è in atto, ma serve la mano ferma per gestire questa transizione e non farsi prendere dall’entusiamo, quindi occorre molta temperanza.

Il problema sarà quando il nostro Sarastro banchiere cambierà lavoro, ma c’è tempo e intanto godiamoci la festa. Festa poi, per alcuni, mica per tutti. Per un che festeggia – vedi Intesa – ci sono parecchi che si incazzano, o, come si diceva una volta, gufano. Per dire, oggi c’era la Corte dei conti in grande spolvero, in occasione della presentazione del Rendiconto generale, che come fa ogni anno ha esortato i politici – ironicamente freschi di bail out bancario – a fare i bravi con i conti pubblici ricordando che “è essenziale che il nostro Paese mostri una ferma determinazione a perseguire una duratura riduzione del debito pubblico”.

Questo pur rilevando che gli interventi del governo “non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa”. Abbiamo redistribuito più che tagliato, insomma. Ovviamente non poteva mancare la solita tiritera sulla corruzione che devasta la nostra economia.

Mi disinteresso a queste facezie contabili perché nel frattempo l’Unione petrolifera fa sapere che quest’anno la nostra bolletta energetica crescerà di quei tre-quattro miliardi a causa del petrolio che sembra (ma l’apparenza inganna) voler tornare almeno a 50 dollari entro l’anno. Sempre se tutto va come le previsioni.

Ma poi decido di disinteressarmi di queste miserie della quotidianità e di regalarmi uno sguardo nel lungo periodo nel quale non so voi, ma io di sicuro sarà morto. E per fortuna, visto quel che si prevede accadrà nei paesi Ocse.

In pratica questi paesi diventeranno ospizi. Mi chiedo come faranno a pagare il conto. Mi rispondo parafrasando quel tale (che noi italiani imitiamo alla grande): Dopo di me il default.

A domani.

Cronicario: Baraonda bancaria, parte seconda


Proverbio del 26 giugno Non c’è miglior specchio di un amico

Numero del giorno: -1,1 Calo percentuale ordini beni durevoli negli Usa a maggio

E allora chi dobbiamo credere per farci un’idea di quest’ennesima baraonda bancaria scoppiata dopo quella di Mps? A persone solitamente bene informate, che vedono la vicenda delle banche venete come il fumo negli occhi, o ai coriferi che ogni volta celebrano con l’applauso le operazioni di sistema, che abbiamo imparato a conoscere?

Dite che sono troppo serio oggi? No il fatto è che ho letto poco fa il vice Dg di Bankitalia Panetta che ha pronunciato le seguenti parole: “E’ sbagliato dire che lo Stato ci perde. Forse ci guadagna, e se ci perde è in maniera ridotta e quindi capace di sopportarlo”.

A chi devo credere perciò? Nel dubbio mi affido alla storia, che come sempre non si ripete, ma ama citarsi, e con l’occasione decido di credere a un libro pubblicato nel 1961 e che si intitola, ma guarda il caso, Baraonda Bancaria. Ne trovo tracce sulla rete, ma vale la lettura integrale, anche solo per questo passo, pronunciato dal Benito Mussolini del novembre 1922: “Esigo, che per ragioni di ordine altissimo economico, nazionale e internazionale, e ovvie del resto, si faccia ogni sforzo per salvare la Banca di Roma”. Oggi non si esige più, perché è fuori moda, al limite si auspica. Ma per il resto a me sembra che sia sempre la solita storia. Qualcuno esige, anzi auspica,

Ah, nel caso foste preoccupati perché moltissimi hanno detto e scritto che la furbizia italiana ha ucciso l’Unione bancaria, sappiate che l’Ue in persona di un portavoce ha detto che l’Italia ha perfettamente applicato le regole.

Detto ciò oggi la borsa italiana sale e domani è un altro giorno. Intesa fa faville (e ti credo) anche perché non capita tutti i giorni di trovare un sostenitore che non vuole dividendi. Anzi non vuole neanche le azioni: ti dà i soldi e basta. E non capita neanche tutti i giorni di spolpare un paio di banche lasciando gli avanzi allo stato e venire pagati per il disturbo.

E quindi, visto che oggi è festa Intesa, ops festa nazionale, godiamoci l’allegria e andiamo a vedere il commercio extra Ue di maggio che Istat ci racconta in grande spolvero. E anche qui occhio. La solita Agenzia Nazionale fa un lancio con le crocette per dire che ++la crescita dell’export extra ue è stata del 13,9% su base annua++ salvo trascurare che, sempre su base annua, sono cresciute del 22,3% le importazioni che, chissà perché, non meritano le crocette.

Per la cronaca (intera) i beni di consumo durevoli importati sono aumentati del 40% e l’energia del 28,9. Dal che deduco, molto modestamente, che la nostra domanda interna sia in ripresa e di conseguenza “il surplus commerciale, pari a 2,658 miliardi, è in calo rispetto allo stesso mese del 2016”, quando era di 3,257 miliardi. Ci dobbiamo preoccupare?

E visto che va tutto bene, infischiamocene anche di questa pregevole ricognizione della Commissione Ue che racconta dell’evoluzione delle barriere protezionistiche erette nel 2016, quando ne sono spuntate 372 segnando un aumento del 10%. Roba radioattiva per chi campa di commercio estero come noi.

Ci dobbiamo preoccupare?

Si, ma domani.

 

Il business del XXI secolo: Total entertainment


Ci troviamo a vivere in un mondo paradossale, che chiede sempre meno lavoro a fronte della necessità di un reddito crescente. Il progresso tecnico ha messo fuori mercato diversi mestieri, liberando insieme milioni di ore che prima erano dedicate al lavoro, e contemporaneamente ha alzato il costo del biglietto che dobbiamo pagare semplicemente per essere cittadini del nostro tempo. I nostri padri, per fare un esempio, dovevano pagare una sola bolletta del telefono. Oggi in una famiglia, ogni persona ha la sua, e in più bisogna pagare una connessione per l’abitazione, acquistare diversi dispositivi e buona parte dei contenuti che propongono. Vivere è più caro non perché beni e servizi costino di più, anche se magari in molte casi accade, ma perché ci sono più cose da pagare rispetto appena a venti anni fa. Chi ha qualche capello grigio ne converrà.

A fronte di questo, si è liberata una quantità di tempo che fino a un secolo fa sarebbe stato inimmaginabile. Non solo perché gli orari di lavoro si sono ridotti notevolmente. Ma anche perché, crescendo l’età media, si è allungata l’età di ingresso nel mondo del lavoro e sono aumentati gli anni in cui si sta in pensione. Le società occidentali sono popolate da un numero enorme di persone che – letteralmente – non fa nulla, che, pure qui, non ha precedenti nella storia. Una condizione che J.M.Keynes, in uno scritto degli anni ‘30, aveva immaginato e che già allora gli sollevava diverse preoccupazioni. Nessun governo dovrebbe sottovalutare l’impatto del tempo libero su una popolazione, aveva ammonito.

L’economista inglese non poteva certo immaginare che l’industria del tempo libero, la vera innovazione del XX secolo, avrebbe assunto da lì a un trentennio le dimensioni che ne fanno oggi una delle più importanti arene nelle quali i grandi capitalisti si confrontano per l’egemonia. Oggi, che esistono milioni di persone che – letteralmente – non fanno nulla, occupare il loro tempo intrattenendoli è autenticamente l’affare del secolo. E anche qui le nuove tecnologie sono il campo di battaglia.

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Cronicario: E ora s’ammoscia pure il petrolio


Proverbio del 20 giugno Il ladro dice che tutti sono ladri

Numero del giorno: 2,79 Tasso medio nuovi prestiti bancari in Italia ad aprile

A un certo punto, da qualche parte, leggo che il petrolio è sceso sotto i 45 dollari, ai minimi dal 16 novembre, ossia prima del mitico accordo Opec del 30 novembre che quei fenomeni del terzo piano avevano già gufato.

Ora non è che serviva essere geni per capire che qualcosa sarebbe andato storto. Già il fatto che russi e arabi si accordino è una notizia che inquieterebbe chiunque. Figurarsi poi scoprire che il vero problema non sta a Oriente (medio) ma ad Occidente (estremo).

Ora non è per dire, ma lo vedete cosa è successo dalla fine del 2016? E’ resuscitata persino la produzione nel bacino Eagle Ford che calava da due anni. E stendo un velo di petrolio sul bacino Permiano, che ormai viaggia su livelli di produzione mediorientali. Se poi uno si ricorda che da dicembre 2015 l’America esporta greggio e pure parecchio

c’è solo una reazione possibile alla promessa di far risalire il petrolio grazie ai tagli Opec (peraltro assai generosi verso alcuni paesi).

Così capite subito che questo è un serio articolo di analisi economica.

Detto ciò, ci sono un altro paio di cose che dovete sapere su questo primo periodo del 2017 e che oggi i dati delle bilance dei pagamenti,  che oggi sono usciti in amorevole armonia dall’EZ, Italia compresa, e dagli Usa, ci dicono con chiarezza. Noi siamo sempre più creditori – e per noi intendo noi eurodotati, italiani compresi – e gli Usa sono sempre più debitori.

Se siete amanti degli aridi grafici, la situazione è questa. I primi siamo noi:

abbiamo una quarantina di miliardi di saldo attivo che vale il 2,5% del Pil. Poi c’è l’eurozona come un tutto.

il cui attivo di conto corrente sta intorno al 3% del Pil. E poi ci sono i rosiconi.

Che poi sarebbero quelli della Fed di S.Louis che proprio oggi hanno postato una roba sul fatto che mentre Cina e Usa stanno correggendo i propri squilibri (dati 2015) la cattivissima Germania continua ad accumulare eccedenze. Peccato che i conti del primo trimestre 2017 raccontino del peggioramento del deficit Usa da 114 miliardi a 116,8, portandosi al 2,5% del pil Usa, quindi in pratica da dove si trova dal 2009 in poi.

E concludo con due informazioni di servizio, nel senso di servizio del debito. La prima:

L’Italia ha oltre il 60% del proprio debito pubblico in mano a istituzioni finanziarie residenti, quindi banche, assicurazioni e robe così. Sono a costoro, quindi che dobbiamo servire il credito, ossia pagare gli interessi sul debito. Ricordo che parliamo d una sessantina di miliardi sui 2.200 e spicci di debito. La seconda:

L’Italia ha fra il 10 e il 15% del proprio debito a scadenza inferiore a un anno. Quindi, tenendoci bassi, significa almeno 240 miliardi che scadono ogni anno. Una cosetta.

Meditate gente.

A domani.

Cronicario: Brexit o commercexit? Questo è il problema


Proverbio del 19 giugno L’ignorante è nemico di se stesso

Numero del giorno: 4,1 Calo % settore costruzioni in Italia ad aprile

E così comincia la Brexit, in un momento di sfiga assoluta per i nostri cugini britannici che in poche settimane si sono beccati elezioni inconcludenti, incendi tragici e stamane pure il solito matto che investe i pedoni.

Già, la Brexit comincia nel peggiore dei modi, con la signora primo ministro devastata dalla sfortuna, malgrado le scarpette rosse.

Il problema è che il resto dell’Europa, e l’eurozona in particolare per non dire i tedeschi, non dovrebbe gongolare più di tanto. Proprio oggi la Bce ha pubblicato un box che ricorda una elementare evidenza.

L’eurozona, per non dire la Germania, è eccedentaria nei confronti dell’Uk, a differenza di quanto accade nei confronti della Cina. Quindi se all’Uk dice male, indovinate chi ne pagherà le conseguenza?

Perché il problema è tutto qua. L’Ue e l’Uk si giocano molto più che una semplice partita diplomatica a un tavolo: si giocano una buona parte dei loro flussi commerciali che dopo la Brexit non saranno più gli stessi.

E non è detto che saranno migliori.

A domani