Categoria: Cronache

Cronicario: Si prepara il ringiovanimento del Fisco


Proverbio del 25 luglio L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 116 Indice fiducia imprese tedesche in rialzo a marzo

Va bene siamo alla fine di luglio e nessuno ha più voglia di occuparsi di cose serie. Il cazzeggio impera e perciò è la stagione ideale per il vostro Cronicario che però, per pura cattiveria, ne approfitta per andare in vacanza e lasciarvi sul più bello. Prima però è impossibile non riportarvi alcune perle di giornata scovate nel parlatoio globale e fedelmente riportate dalle cronache come se davvero fosse roba seria. La migliore l’ho letta su una nota agenzia di stampa che ha riportato le critiche del nostro viceministro dell’economia Luigi Casero al nostro sistema fiscale.

Non esageriamo. Le tasse rimangono sempre una cosa bellissima per qualunque esponente di governo, ma le nostre quelle italiane, dice il viceministro, sono piuttosto criticabili. Uno pensa: sarà mica perché la pressione fiscale supera il 43%? Noooo. Il problema del fisco italiano è che “è vecchio”.

Ora mi risulta difficile capire come mai un paese che adora le anticaglie trovi di che criticare il suo sistema fiscale, col suo sapore borbonico, che costringe chiunque a stipendiare un commercialista per evitare (spesso senza successo) l’Agenzia delle entrate. Ma è proprio questo il punto, dice il viceministro: bisogna farlo ringiovanire. non servono 150 tasse, spiega paziente: ne bastano due o tre. Ecco il segreto: semplificare.

Si che l’ha detto. Ci proviamo da un trentennio? Chi la dura la vince. E intanto che ci riproviamo, segnate sul vostro calendario che il 27 prossimo il governo, nella persona del ministro Poletti, incontrerà in sindacati per discutere di un altro annoso e antico problema che sta a cuore di tutti gli italiani. La salute? Noooo:

La pensione, quindi. Ancora non si sa cosa si inventeranno, però la lotteria annuale ha già riaperto. Il ministro dice che si faranno scelte a settembre, in occasione della legge di bilancio. Quindi se siete in orbita e continuate a gravitare attorno al pianeta pensione, abbiate fede: il governo lavora per voi.

A quei sempre meno che ancora credono nel lavoro, farà invece piacere sapere che i nostri ordinativi industriali (+4,3%) e il fatturato (+1.5%) sono in crescita nel mese di maggio rispetto ad aprile Se si allunga lo sguardo le ragioni per esultare si raffreddano, ma di questi tempi meglio accontentarsi.

Anche perché tutto ciò accade proprio mentre l’euro tocca 1,17 sul dollaro, ai massimi dall’estate 2015. Che non è proprio il massimo per chi debba esportare come noi per stare a galla. Vi saluto con un’altra bella notizia rassicurante che arriva dagli Usa, dove i prezzi delle case nelle prime venti città sono aumentati del 5,7% a maggio, sesto rialzo consecutivo.

Sarà mica un’altra bolla che si gonfia? Lo scopriremo solo perdendo.

A domani.

 

La crisi paradossale dell’industria della comunicazione


A qualcuno parrà un paradosso, ad altri una conseguenza naturale, ma il fatto rimane. Viviamo nel tempo della comunicazione globale eppure il settore tradizionale della comunicazione, che potremmo raggruppare in media, tlc e servizi postali, sta vivendo tempi molto difficili, indici di una crisi di identità e di senso che sta mettendo in discussione continuità aziendali e modelli di business. La rivoluzione digitale ha scosso le fondamenta stesse dei modelli di produzione, sostituendo l’oggetto fisico, il sottostante della comunicazione, o, come nel caso delle reti di trasmissione dati, affiancando nuove infrastrutture a quelle vecchie. Su Crusoe abbiamo raccontato dello straordinario progresso di Undernet, la rete dei cavi sottomarini, e abbiamo visto come i nuovi giocatori – i giganti della rete – ormai concorrano sempre più con i vecchi per avere clientela, forti di una strategia economica che scambia gratuità del servizio con dati personali e tempo. A guardar bene è stata la sovversione della gratuità, che peraltro cela un costo salatissimo a carico del fruitore, a dimostrarsi come il grimaldello ideale per erodere rendite di posizione che sembravano inossidabili. L’editore, che aveva il monopolio della parola pubblicata, e perciò poteva erodere margini sufficienti a retribuire, oltre al suo profitto, una pletora di impiegati dell’industria culturale, a cominciare dagli autori, oggi si trova ai margini del mercato, messo fuori gioco da infiniti contenitori che, aldilà della qualità dei contenuti che ospitano – e potremmo discutere a lungo della qualità dei contenuti dei vecchi oligopolisti – o dei servizi che offrono, soddisfano l’autentica pulsione che caratterizza il nostro tempo: esserci e stare connessi. Oggi il mercato si nutre di anime desiderose di esibirsi in arene più o meno virtuali. Quello che fanno una volta arrivati lì è solo un pretesto.

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La lenta estinzione degli italiani


Che fine faremo non lo decideranno l’andamento del nostro debito pubblico o dei nostri istituti bancari. Tantomeno dipenderà dai dibattiti allucinogeni sul fiscal compact che due terzi degli italiani conoscono solo di nome.  Il nostro destino di popolo si sta già scrivendo sulle pagine inosservate della nostra demografia, figlia misconosciuta della nostra organizzazione sociale, dove le donne pagano un prezzo altissimo, con conseguenze devastanti per la natalità. E poiché scarsa natalità significa invecchiamento e difficoltà a sostenere il welfare, ecco che la nostra pessima organizzazione sociale diventa un problema economico e di conseguenza politico. Problema enorme che viene altrettanto enormemente ignorato nel nostro dibattito pubblico. I politici, alla ricerca di applausi facili, trascurano gli allarmi degli osservatori qualificati, alcuni dei quali hanno paragonato il nostro calo demografico a quello vissuto nel XVI secolo, e pensano a come gonfiare il deficit pubblico, e quindi le tasche dei presenti (e neanche di tutti), infischiandosene bellamente del futuro. I cittadini guardano alla demografia con la stessa indifferenza con la quale si guarda a grandi questioni astratte come quella del cambiamento del clima: cose per le quali in fondo si può far poco e che rimandano a tempi remoti, specie nell’epoca degli instant articles.

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Cronicario: Ubi Abi, Obi vincit


Proverbio del 12 luglio Capita a volta al saggio di essere consigliato dal pazzo

Numero del giorno: 31 Calo percentuale degli immobili finiti all’asta

Banche: what else? Difficile, poi, resistere visto che oggi si celebra l’assemblea annuale dell’Abi – coraggio volge al termine il tempo delle assemblee annuali – proprio in contemporanea con quella dell’Autorità dei trasporti che di fronte a cotanto rivale viene annichilita nelle cronache.

L’Abi dunque, che sta per Associazione bancaria italiana. Ossia il sacrario dei sacrari dove per l’occasione si scomodano sempre il Governatore di Bankitalia, San Visco, anzi: Visco San, e poi il ministro dell’economia, San Padoan, anzi Padoan San. Anzi a pensarci bene il San va bene prima e dopo, visto che questa coppia è di sicuro la più bella del mondo per l’Abi, visto quante banche hanno tolto dai guai nell’ultimo anno.

Perciò all’Abi si sprecano applausi per i due ospiti illustri, che dicono tutto quello che c’è da dire. Anzi fondamentalmente una cosa: per le banche si fa whatever it takes, come recita il famoso brocardo di Supermario. E se non lo capite peggio per voi. Vi do giusto una dritta sul perché: le banche italiane hanno qualche centinaio di miliardi di debito pubblico italiano in pancia. E poi la tutela del risparmio è sacra e blablabla.

Della bellissima assemblea dell’Abi vi racconterà ampiamente il cronicario globale. Ci rinuncio dopo aver letto l’illuminata dichiarazione del ministro Poletti, il ciuffo più bianco del governo, secondo il quale il sistema bancario ha superato la sua fase di criticità e adesso “abbiamo bisogno che accompagni questa fase di crescita positiva”, che non ho capito se si riferisca al Pil o ai prestiti che il governo ha fatto alle banche. Nel dubbio decido di abbandonare il campo bancario – di una noia mortale – e di traviarmi col bricolage (cit.): ho promesso un mese fa che avrei riparato la maniglia della porta. Ubi (non nel senso di Ubi banca) Abi, Obi vincit.

Ma prima di andare a comprarmi un nuovo set di cacciaviti, mi casca l’indice su un post di Cecilia Malmström, che purtroppo ricorda Maelstrom e perciò m’inquieta, che invece è la gentilissima commissaria al commercio estero che dai ripidi di Bruxelles ci racconta dell’ultimo accordo commerciale coi giapponesi. Il post si intitola Alliance with Japan, e mi sembra di averlo già sentito.

 

Concludo con un paio altre notizie che vi riempiranno di gioia: la produzione industriale nell’Ue è cresciuta dell’1,3% a maggio su aprile e del 4% su base annuale.

La seconda riguarda l’UK, sempre in debito di Brexit, che ancora non si capisce come finirà. Nel frattempo oggi l’Ons, istituto di statistica britannico, ha rilasciato i suoi dati sull’occupazione.

Questo mentre Moody’s ha fatto quello che gli riesce sempre bene quando è di cattivo umore: gufa.

Nelle previsioni dell’agenzia di rating la crescita britannica dovrebbe rallentare all’1,5% nel 2017 e addirittura all’1% nel 2018, ossia quando i negoziati per l’uscita dall’Ue dovrebbero essere in dirittura di conclusione, a causa dell’ammosciarsi dei consumi privati. Sarà mica che i britannici diventano tirchi come noi? Lo scopriremo.

Domani però.

 

 

I consigli del Maître: La previdenza Ue e le vacanze degli europei


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Diseguaglianza in crescita si o no? Un centro studi ha pubblicato una ricognizione sull’andamento della diseguaglianza negli ultimi 40 anni e ha accertato che a livello globale la diseguaglianza è senz’altro diminuita, mentre è cresciuta all’interno dei singoli paesi.

Difficile perciò dare un giudizio su questa evoluzione economica. A godere dei vantaggi dello sviluppo economico, e quindi dei processi di globalizzazione, sono stati principalmente i paesi emergenti, che hanno visto crescere il ceto medio e uscire dalla povertà ampie sacche di popolazioni, Al contrario, molti paesi, anche avanzati, hanno sofferto gli effetti della delocalizzazione, subendo perciò la concorrenza dei lavoratori a basso costo dei paesi emergenti, e si sono impoveriti a vantaggio degli strati più elevati della società. Questo andamento non è irreversibile, ma probabilmente sbaglierebbe chi pensasse che si possa tornare indietro. Si può solo andare avanti. E sperare di migliorare.

L’Unione previdenziale europea.

Si è a lungo parlato di Piani individuali di risparmio (Pir) gli strumenti introdotti con la legge di Bilancio 2017 allo scopo di canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti produttivi di lungo termine. I risparmiatori, persone fisiche, che indirizzano le loro risorse verso strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali italiane ed europee radicate nel territorio italiano, beneficeranno dell’esenzione dalle imposte dei proventi derivanti da tali investimenti. È però necessario mantenere l’investimento per almeno cinque anni. Assai meno noti, ma simili per vocazione sono i PEPP che però sono uno strumento europeo. La settimana scorsa a Bruxelles è stato presentato un progetto della Commissione Ue per creare uno strumento previdenziale unico, quindi valido e uguale in tutto il territorio europeo per consentire ai risparmiatori di investire sul cosiddetto terzo pilastro della previdenza, ossia quello che si aggiunge alla previdenza obbligatoria e a quella integrativa di secondo livello. L’iniziativa è stata salutata come una rivoluzione e non a torto. Uno strumento previdenziale comune, che implica anche una certa armonizzazione fiscale, è un ottimo cavallo di Troia per iniziare a parlare di fisco comune. d’altronde dopo l’unione monetaria e quella bancaria, passando per la nascente unione dei capitali, rimane solo il fisco. La cosa più difficile.

Chi usa l’euro a parte gli europei? La Bce ha rilasciato il suo rapporto annuale sull’uso internazionale dell’euro che conferma il saldo ruolo di seconda moneta mondiale dopo il dollaro.

Come si osserva l’uso della valuta europea è diversa a seconda di cosa si osservi. Come valuta di riserva, infatti, l’euro copre il 19,7% della domanda a fronte del 64% del dollaro, mentre l’euro si avvicina alla quota usa nel settore dei pagamenti internazionali, quindi ad esempio quelli che vengono fatti per il commercio estero. E’ interessante osservare che è cresciuto l’uso dell’euro per le emissioni obbligazionarie. Molti emittenti, anche negli Usa trovano conveniente emettere debito in euro perché le condizioni monetarie sono più accomodanti. In ogni caso l’euro ormai è una componente importante di tutti i portafogli internazionali. Difficile pensare possa sparire.

Vacanze: Mezzogiorno non pervenuto. Eurostat ha pubblicato nuovi dati sulle località turistiche e la spesa per vacanze degli europei. Quanto a questa è utile sapere che quasi l’85% degli europei spende i suoi soldi per le vacanze in Europa.

 

E di questi il 58% nel proprio paese. Quanto alle località più gettonate, ecco l’elenco.

Come si può osservare, le regioni italiane a maggiore afflusso turistico sono il Veneto, la Toscana, la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio e la provincia di Bolzano. Il nostro Mezzogiorno è praticamente assente. E questo la dice lunga sulla nostra capacità di attrarre turismo.

Cronicario: Va tutto bene, persino le Tlc


Proverbio dell’11 luglio Chi scoreggia accusa sempre il vicino

Numero del giorno: 22,5 Perdita % produzione industriale dal maggio 2008

E basta con queste brutte notizie: oggi il Cronicario parla solo di cose belle che succedono e che i soliti occhiuti gazzettieri omettono perché ci vogliono tristi e preoccupati, convinti che venda la paura più dell’allegria. Pensiero che noi aborriamo, sennò non staremmo a scrivere questa roba.

Si, lo facciamo pure gratis, ma prima o poi vi chiederemo il conto. Intanto godetevi queste due-tre perle di ottimismo. La prima arriva da Istat, che mostra una certa ripresa della produzione industriale, su base mensile, trimestrale e annuale. Sembra vero e perciò ci credo.

La seconda arriva da Bankitalia che mostra un eccitante andamento del credito al settore privato.

Si, quella roba poco sopra lo zero…guardate bene…quelli sono i prestiti alle imprese, cresciute a maggio di un esorbitante 0,3%. Perciò, già mi immagino investimenti a go go. La linea blu sono i prestiti alle famiglie. Che evidentemente sono le uniche a poterseli permettere. E che ci faranno le famiglie co’ ‘sti prestiti? Che domanda: ci comprano casa.

Per noi italiani la casa, come scrisse quel tale, ha la stessa seduzione che aveva per il sovietico il carrarmato.

La terza notizia buona notizia arriva dall’Agcom, che ha presentato la sua relazione annuale. Qui leggo che addirittura il settore delle Tlc si è persino ripreso nel 2016 e non faccio fatica a crederlo, visto che, dicono, “la spesa media annua nei servizi di comunicazione è la seconda spesa delle famiglie dopo la casa”. Penso che noi italiani siamo diventati dei cervelloni, ma poi questo grafico mi disillude.

In pratica spendiamo per comprarci tv e telefonini. Anzi, più che altro tv, visto che siamo ancora al 60% della popolazione che va su internet, i penultimi in Europa. Poi vi lamentate perché vi mettono il canone in bolletta…

A domani.

La Chat di Crusoe con @EnricoVerga: Il new normal del commercio internazionale


Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Enrico Verga (E) @EnricoVerga

(C) Buongiorno Enrico. Questa settimana parliamo di globalizzazione, prendendo spunto da un capitolo molto interessante sul tema contenuto nell’ultima relazione annuale della Banca dei regolamenti internazionali. La globalizzazione è sotto accusa e qualcuno dice che sia in crisi. Ma tu la vedi questa crisi?
(E) Dipende da cosa si intende per accusa e crisi. La crisi economica che stiamo vivendo è frutto di una crisi finanziaria estinta nel 2008. Si Sa che l’economia reale arriva sempre dopo. Tuttavia invito a prendere atto di un indice commerciale chiamato Dry Baltic Index. In tale indice si nota che l’attuale stato è il “normale” che si è protratto con oscillazioni dal 1985 al 2004.
(C) In realtà mi riferivo alle accuse alla globalizzazione come pratica. Molti contestano gli esiti ai quali ci avrebbe condotto. Altri osservano che sia su un percorso di arretramento, se confrontiamo le percentuali di crescita del commercio di questi sette anni con la media dei sette precedenti. Provo a dirla in altro modo: moriremo globalizzati?
(E) Detta brutalmente di qualcosa si deve morire. Scherzi a parte, il percorso basato sui passati 7 anni è per forza in arretramento. Se osserviamo questo indice notiamo che stiamo tornando alla normalità: da una realtà iperpompata dalla finanza speculativa americana. C’è da dire che la bolla speculativa delle case (che ha innescato l’intero processo) è solo uno dei quattro maggiori tipi di debito americani che sono stati nel tempo cartolarizzati e venduti in tutto il mondo. I quattro debiti sono in ordine di dimensione: case, debito universitario, auto e carte di credito. La prima è semi-scoppiata le altre tre no. E se osservate, in America c’è una violenta crisi delle “delinquenze” sui prestiti auto e i debiti scolastici sono allo stesso livello. Noterete che il picco precedente era durante la crisi. Quindi parlare di commercio internazionale in crisi è si corretto se paragonato a sette anni fa, ma se paragonato ai decenni precedenti parlerei più di una normalizzazione.

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