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Stagione X · Growing
Il diario della stagione3 Gennaio 2022

Articolo 76 / 223

La Nazione globale. La scoperta della manovra del tasso d’interesse

“Il controllo sui tassi di sconto, esercitato dalla Federal Reserve Bank e dal Federal Reserve Board, è un potere importante e di vasta portata che deve essere sempre utilizzato con cautela e discrezione”. Leggo questa massima esemplare pubblicata nel rapporto annuale della Fed del 1921.

I banchieri centrali non scrivono più così. Purtroppo.

Cent’anni fa

Un secolo fa, nel 1920, i tassi di sconto della Fed, nel bel mezzo di una crisi, furono portati al 7 per cento. Una mossa che oggi nessun banchiere centrale farebbe mai. Cosa è cambiato da allora?

“E’ assodato che il tasso di sconto di una banca centrale debba essere leggermente al di sopra dei tassi di mercato”, scrivevano i banchieri di allora. “Questo è una policy consacrata, ad esempio, dalla Banca d’Inghilterra”. 

E’ cambiato che all’epoca le banche centrali seguivano il mercato. Oggi accade assai più spesso il contrario. Il mercato segue loro.

I manipolatori

Ovvio che la manipolazione dell’economia per fini politici esistesse anche prima che nascesse la Fed: il riferimento alla Banca d’Inghilterra non era casuale. Ma oggi rispetto a ieri abbiamo una diversa percezione e soprattutto convinzione delle nostre capacità manipolatorie. 

Un secolo fa le banche centrali iniziavano ad affinare la loro cassetta degli attrezzi, della quale la manovra dei tassi era lo strumento principale, anche se non certo l’unico – le operazioni su titoli erano già una consuetudine – ma soprattutto avevano finalità molto contenute. 

Nel ventennio fra le due guerre, e soprattutto dopo la seconda guerra globale le priorità cambiarono. E anche le finalità. Fra queste emerse quella di contenere i disastri sociali delle crisi economiche. Non a caso fra i target della Fed fu aggiunto, oltre al controllo dell’inflazione, quello dell’occupazione. 

Negli anni Quaranta, visti i disastri provocati dai totalitarismi sorti dalle macerie di molte economie, questo divenne un imperativo categorico. Peraltro, bisognava anche confrontarsi con l’internazionalismo comunista che trovava nell’Unione sovietica un attore persino troppo convincente per molte società occidentali, a cominciare dalla nostra.

Questo cambiamento di paradigma, che sfocerà nell’istanza della piena occupazione, proclamata a gran voce da tutti i paesi occidentali nel secondo dopoguerra, è la conseguenza naturale dell’evoluzione del processo democratico, che obbliga in maniera crescente i governi a tenere conto delle opinioni pubbliche. In tal senso è una conseguenza della globalizzazione. Ma della globalizzazione della democrazia.

Il cambio di paradigma può essere apprezzato meglio se risaliamo ancora all’indietro la curva dei tassi di interesse e dei rendimenti, spostando stavolta il punto di osservazione dagli Usa – il secolo americano inizia nel primo dopoguerra e si sviluppa nel secondo – all’Europa, ossia la regione da dove si origina la globalizzazione che culminerà nel lunghissimo XX secolo. 

Chi fa il tasso?

Mettiamo un attimo in pausa il nastro che stiamo scorrendo al contrario. Ormai a buon punto nel nostro cammino, è arrivato il momento di farci la domanda più importante: chi decide il livello del tasso di interesse?

Domanda sommamente ingannevole. Per la semplice ragione che esistono – potenzialmente – tanti tassi di interessi quanti sono i prestiti. 

Chi si avventurasse nella storia remota incontrerebbe difficoltà sempre maggiori anche solo a identificare un solo tasso di interesse univoco per un paese in un certo periodo. Nell’epoca moderna, la “standardizzazione” dei tassi, almeno di quelli a lungo termine, è stata favorita dalle emissioni di debito pubblico. Prima ancora, e per millenni, sono state promulgate leggi contro l’usura o fissati tassi massimi, che però non hanno impedito a debitori e creditori di contrattare in modi più o meno sofisticati per aggirare questi limiti. 

Ciò per dire che la formazione dei tassi di interesse è sempre risultata dall’interazione fra poteri pubblici e decisioni private. Fra stato e mercato. Ma queste due entità non sono sempre state ben definite nei loro ambiti e nelle loro capacità di intervento. L’evoluzione istituzionale ha mutato anche la capacità degli stati e dei mercati di far valere il proprio peso. E quindi di fissare il livello dei tassi. 

In ogni epoca troviamo un diverso peso specifico dello stato e del mercato nella fissazione dei tassi di interesse. Esaminare la storia ci aiuta a capirlo. E a chiederci a che punto siamo oggi.

Il tasso inglese

Guardiamo alla Gran Bretagna, impero incontrastato per tutta la prima metà dell’Ottocento e ancora egemone pure nella seconda, malgrado l’emersione della potenza tedesca e la costante rivalità con i francesi, con la Russia ora amica ora nemica. Il grafico sotto riepiloga il rendimento (yield) dei Consol britannici, ossia obbligazioni perpetue emesse dal governo.

Questo grafico si apprezza meglio confrontandolo con quello dei tassi nominali della Banca d’Inghilterra – la Fed del XIX secolo potremmo dire – a partire dal 1694, quando la banca fu fondata. 

Notate la linea piatta che dura più di 100 anni, una vera stagnazione secolare, fra il 1720 e il 1820. Per tutto questo tempo il tasso rimase fisso al 5% persino durante le guerre napoleoniche. 

Nello stesso arco di tempo lo yield del Consol, ossia il rendimento, oscillava seguendo il ciclo economico e l’andamento dei prezzi dei titoli. Dopo il 1825 la curva dei tassi della Banca inizia ad avere un andamento nervoso, quasi erratico con picchi sempre più pronunciati quanto più ci si avvicina alla fine del secolo. Perché?

Chi fa il tasso/2

La ragione è innanzitutto politica, se il tasso della Banca d’Inghilterra rimase fermo per oltre un secolo. Era in vigore la legge sull’usura, che li fissava al massimo al 5%. Per cui fu tutt’uno per la Banca adeguare il proprio tasso di sconto a quel livello. Ciò per dire che all’epoca le decisioni politiche avevano già una grande influenza sui tassi di interesse, ma nel senso che fissavano limiti legali, o fornivano benchmark: tipicamente un prestito pubblico. Ma l’azione dei poteri pubblici si fermava lì.

Questo cambiò a partire dal 1833.

Anni difficili

Sappiamo, inoltre, che gli anni in cui il tasso della Banca d’Inghilterra iniziò ad agitarsi furono quelli in cui la rivoluzione industriale cominciò ad accelerare. Gli anni delle ferrovie, del “trionfo della borghesia”, per dirla con le parole di Hobsbawm, dell’inizio di una crescita economica che provoca anche le prime crisi internazionali come la crisi britannica del 1825, quella statunitense del 1837, quella nel Regno unito del 1847 e quella assai più traumatica – perché colpì duro anche il fiorente settore ferroviario – iniziata nel 1856 e culminata nella crisi Usa dell’agosto 1857. 

E’ nel maturare e nello svolgersi di queste crisi che si consolida la prassi di manovrare il tasso di interesse. Nel 1856, ad esempio, furono innalzati oltre il 10%. Era l’anno che, nelle fosche previsioni di Marx a Engels in un lettera dell’anno prima doveva suonare la tromba del giudizio per il capitalismo e gli odiati borghesi. 

Chi fa il tasso/3

La crisi del 1857 è un ottimo punto di osservazione ai fini della nostra storia. E questo per una semplice ragione: nel Regno Unito era già attiva e ben navigata la Banca d’Inghilterra, che stava imparando la manovra dei tassi di interesse per fini di politica monetaria, come diremmo oggi. 

Negli Usa non c’era nessuna banca centrale. Malgrado alcuni tentativi abortiti nella prima metà del XIX secolo, gli Stati Uniti non riuscirono a portare al livello federale la politica del credito fino alla nascita della Fed, nel 1913. Ciò fa della crisi del 1857 un ottimo laboratorio per vedere come la presenza (o l’assenza) di una banca centrale impatti sul livello dei tassi di interesse.

La crisi aveva iniziato a spaventare le borse dell’Europa centrale già nell’autunno del 1856. All’inizio del ‘57 ci fu un lieve recupero. I tassi di sconto, saliti al 7% a Londra e addirittura dell’11% a New York, iniziarono a scendere, ma questo non bastò a fermare la tendenza ribassista. Le borse europee tornarono a cadere di nuovo nell’aprile del 1857, forse anche perché la Banca d’inghilterra aveva aumentato al 6,5% il tasso di sconto. Ma l’elemento che trasformò la crisi in panico fu il ribasso delle merci, e in particolare dei beni di prima necessità che condusse al crollo del prezzo dei cereali americani nell’agosto del ‘57. 

Fu allora che si comprese la complessità raggiunta dall’organismo economico internazionale. Il crollo dei prezzi tolse potere d’acquisto ai farmer americani e quindi domanda alle esportazioni europee. Le conseguenze si possono tranquillamente immaginare da soli.

Il 24 agosto fallì la americana “Ohio Life Insurance and Trust Company”, evento cataclismatico, in quanto banca di depositi e di sconto che godeva di capitali e di fiducia. Scoppiò il panico. E si manifestò innanzitutto sui tassi di interesse. Lo stesso giorno del fallimento arrivarono al 15%, alla fine del mese al 24%. I tassi erano pura espressione della domanda e dell’offerta dei mercati. E poiché tutti volevano liquidare ogni cosa, il denaro divenne carissimo. Si cumularono i fallimenti. I soldi contanti si quotavano il 10-12% sopra la pari. Crollarono tutti i titoli. “I tassi salirono ad altezze vertiginose”, recita una corrispondenza dell’epoca. Le settimane successiva furono anche peggio. Dal 25 al 29 settembre 150 banche Usa sospesero i pagamenti. Il tasso di sconto nei giorni arrivò al 60-100%. Il mercato era come un cavallo pazzo di paura. A ottobre le banche che avevano sospeso i pagamenti erano oltre 1.400.

Se ci spostiamo sull’altro lato dell’Atlantico, possiamo osservare alcune differenze. Non tanto nell’intensità del panico – il 9 novembre sospese i pagamenti la “Western Bank of Scotland”, la maggiore banca scozzese – né nelle modalità: vendite frenetiche e crollo del valore degli asset. A far la differenza fu la Banca d’Inghilterra, che concesse anticipi in contanti e aprì crediti cambiari, provando se non frenare, a rallentare il panico. 

Poiché la Banca era di fatto divenuta la titolare di tutte le riserve bancarie delle banche inglesi, e quindi in ultima analisi del sistema creditizio e in fondo del paese, di fronte al panico quest’ultima apparve come un’oasi di tranquillità. I suoi depositi aumentarono, fra settembre e novembre, da 9 a 12 milioni di sterline. Ed ecco qua la differenza: negli Usa, dove non c’era una banca centrale, i fondi liquidi finirono nella casseforti private. In Inghilterra nella cassaforte “pubblica”, pure se pubblica non era, per la semplice ragione che riscuoteva la pubblica fiducia. E quando il governo inglese si accorse che la corsa agli sconti metteva a repentaglio la riserva aurea della banca, sospese le leggi bancarie e quindi l’obbligo di conversione in oro delle banconote. La Banca fu autorizzata ad emetterne per due milioni senza corrispettivo aureo, e nonostante il tasso di sconto fosse stato portato al 10%, le operazioni di sconto non diminuirono. Il mercato pagava caro quello di cui aveva bisogno e il governo aveva provveduto affinché non mancasse il conquibus. 

La fiammata del panico si spense in fretta. Il 23 dicembre tornò l’obbligo di conversione in oro delle banconote sospeso a novembre, i tassi di sconto scesero all’8%. A febbraio del ‘58 erano di nuovo al 3%. Il cavallo impazzito del mercato aveva trovato un robusto fantino capace di governarlo.

Panico a Londra

Questo non vuol dire che l’evoluzione della Banca d’Inghiterra sia stata lineare. Tutt’altro. Negli anni successivi gli episodi di “panico”, come venivano definite all’epoca le crisi finanziarie, non smisero di verificarsi. Un altro episodio interessante da osservare attraverso la lente dei rendimenti sui Consol e dei tassi di interesse di banca centrale è la crisi del 1866, scatenata dal fallimento della banca londinese Overend Gurney and company, banca di sconto molto famosa nella City, che il 10 maggio di quell’anno, dopo il rifiuto della Banca d’Inghilterra di fornirle assistenza finanziaria, sospese i pagamenti. 

Un paio di giorni dopo Walter Bagehot scrisse sull’Economist che la Banca aveva turbato il mercato dei Consol, rifiutandoli a garanzia dei prestiti della Overend, e da lì il noto giornalista sviluppo’ la sua teoria del prestatore di ultima istanza che entrerà a far parte del suo famoso libro Lombard street.

All’apice della crisi, infatti, i tassi della banca furono portati al 10%, e da lì gradualmente abbassati mano a mano che il panico rientrava. Un anno dopo i tassi erano al 2%. Nello stesso tempo il rendimento dei Consols a lungo termine rimaneva stabile intorno al 3,4%. E’ interessante osservare che i rendimenti sono stabili per decenni, a partire dal 1821, proprio mentre i tassi della Banca d’Inghilterra cominciano a muoversi disordinatamente. Per i decenni precedenti il rendimento dei Consols era stato molto più instabile a differenza dei tassi bancari, fermi al 5%.

Questo curioso spread fra andamento dei tassi e dei rendimenti inizia a ridursi man mano che l’età del trionfo della borghesia cede il passo all’età degli imperi, sempre per usare la dizione di Hobsbawm.

La mossa del Tasso

Ma prima di dare un’occhiata a ciò che accadde alla fine del XIX secolo, conviene fare l’ultimo passo indietro e tornare ad osservare la curva del tasso di interesse della Banca d’Inghilterra, comunemente definito il tasso bancario. 

Come si può osservare dal grafico, la manovra dei tassi inizia timidamente a metà degli anni ‘20 del XIX secolo e decolla ampiamente nell’arco di un decennio. I motivi sono diversi, ma alla base ci sono precise scelte politiche del governo, che contribuirono insieme alle vicissitudini di mercato, a formare la fisionomia della Banca d’Inghilterra.

Tutto ciò matura negli anni precedenti e seguenti le guerre napoleoniche. Abbiamo già detto che il tasso di sconto era al 5%, allineato al tasso legale deciso dal governo contro l’usura. Negli anni delle guerre, questo tasso era inferiore a quello di mercato e ciò consentì alla Banca di fare notevoli affari con le operazioni di sconto. Scontare cambiali di buona qualità era per la Banca quasi un dovere professionale, visto che i proprietari erano a loro volta mercanti londinesi che avevano tutto l’interesse a mantenere liquidi i mercati.

Dopo le guerre i tassi di mercato si abbassarono, mentre quello della Banca rimase al 5%, il che le costò la perdita di queste operazioni di sconto. La Banca si vide costretta a cercare nuovi affari. Prestò, ad esempio senza limiti ai Rotschild al 3,5%. 

L’aria cambiò quando, nel 1825, scoppiò una crisi e la Banca si vide assediata da una pletora di clienti in cerca di denari. La Banca esitò qualche giornoma poi concesse tutti i prestiti richiesti. Si iniziava a delineare un ruolo – essere la Banca un punto di riferimento per le altre banche – che sarebbe diventato fondamentale nel futuro. 

Ma il punto di svolta più rilevante avvenne nel 1833, quando il governo approvò il nuovo Bank Charter Act che aprì notevoli opportunità alla Banca. Fra queste se ne segnalano due: le banconote sopra le cinque sterline emesse dalla Banca divennero legal tender, ossia moneta ufficiale per l’Inghilterra, e, per quel che riguarda la nostra storia, il limite del tasso al 5% fu sospeso per le cambiali sotto i tre mesi di scadenza. “Questo consentì alla Banca d’Inghilterra di utilizzare il tasso bancario per proteggere le sue riserve valutarie”. 

Iniziava l’epoca della manovra dei tassi per fini di politica monetaria. La mossa del Tasso, unita alla centralizzazione della riserve bancarie che andava formandosi, faceva somigliare la Banca d’Inghilterra a una moderna banca centrale. Il governo aveva favorito questo processo, il mercato ci aveva trovato una sua convenienza, pure quando si vedeva costretto a pagare un tasso bancario solitamente più elevato di quello di mercato ogni volta che bussava a denari alla Banca. Era un conto che si pagava volentieri, quando i tempi erano difficili. 

(3/segue)

Puntata precedente: Dalla crisi economica al crollo dei rendimenti

Questo post fa parte di un capitolo del nuovo libro che sto scrivendo – La Nazione Globale – che di tanto in tanto fa capolino sul nostro blog. L’intero capitolo verrà pubblicato a puntate durante le vacanze di fine anno. Il testo integrale, compreso di note, è disponibile su Academia, a questo link.

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Stagione X

Indice del volume

223 articoli · dal primo all’ultimo

Copertina
  1. 1La Nazione Globale. Il concerto della globalizzazione europea16 Settembre 2021
  2. 2Cartolina. Carocasa17 Settembre 2021
  3. 3Ritorno al futuro per il central banking20 Settembre 2021
  4. 4Se la fuga dalle grandi città aggrava la diseguaglianza21 Settembre 2021
  5. 5Alle origini della globalizzazione. Il boom dei prestiti bancari internazionali22 Settembre 2021
  6. 6Il timore dell’inflazione fa accelerare il mattone23 Settembre 2021
  7. 7Cartolina. La liberazione del debito24 Settembre 2021
  8. 8Nella mente (confusa) del central banking27 Settembre 2021
  9. 9Alle origini della globalizzazione. La spinta degli arbitraggi28 Settembre 2021
  10. 10Cina e aziende hi tech cambiano il gioco di Undernet29 Settembre 2021
  11. 11L’economia che non tramonta: quella ricreativa30 Settembre 2021
  12. 12Cartolina. Brexin1 Ottobre 2021
  13. 13Alle origini della globalizzazione. Boom creditizi e crisi finanziarie4 Ottobre 2021
  14. 14Le spedizioni strozzano il commercio europeo5 Ottobre 2021
  15. 15La Nazione Globale. Dal G7 alla Federazione. Idea per il secolo nuovo6 Ottobre 2021
  16. 16La moneta digitale di banca centrale diventa “internazionale”7 Ottobre 2021
  17. 17Cartolina. Il laureato longevo8 Ottobre 2021
  18. 18Perché l’inflazione sale più negli Usa che nell’Ue11 Ottobre 2021
  19. 19L’irresistibile ascesa del Fintech12 Ottobre 2021
  20. 20Il declino secolare delle ore lavorate13 Ottobre 2021
  21. 21I paesi emergenti battono cassa al Fmi. Un dilemma per l’ordine internazionale14 Ottobre 2021
  22. 22Cartolina. Il tasso innaturale di interesse15 Ottobre 2021
  23. 23Il difficile equilibrio fra banche e moneta digitale di banca centrale18 Ottobre 2021
  24. 24La sfida europea alla globalizzazione secondo la Bce19 Ottobre 2021
  25. 25Perché il dollaro è un problema anche per gli Usa20 Ottobre 2021
  26. 26La regolazione bancaria aggiunge un’incognita all’inflazione21 Ottobre 2021
  27. 27Cartolina. Smart work22 Ottobre 2021
  28. 28Visco e l’importanza del debito europeo25 Ottobre 2021
  29. 29Per sconfiggere la povertà bisogna prima capirla26 Ottobre 2021
  30. 30L’invecchiamento della popolazione scoraggia i consumi27 Ottobre 2021
  31. 31Alcune evidenze sull’inflazione statunitense28 Ottobre 2021
  32. 32Cartolina. Creditori increduli29 Ottobre 2021
  33. 33La Bce punta sul ’22, ma i mercati alzano la posta2 Novembre 2021
  34. 34Servono quattro trilioni per il clima. Chi paga?3 Novembre 2021
  35. 35La grande trasformazione dei bond Usa in moneta4 Novembre 2021
  36. 36Cartolina. I 3005 Novembre 2021
  37. 37Il boom del mattone preoccupa il Fmi8 Novembre 2021
  38. 38Il peso del debito in dollari sulle economie emergenti9 Novembre 2021
  39. 39Cosa ci insegna la storia “politica” della povertà10 Novembre 2021
  40. 40Se l’espansione del debito indebolisce la domanda11 Novembre 2021
  41. 41Cartolina. EME-rgenze12 Novembre 2021
  42. 42I rischi per l’inflazione annidati nel boom del mattone15 Novembre 2021
  43. 43Il crollo degli investimenti frena la Cina16 Novembre 2021
  44. 44Cartolina. Transizione metallica17 Novembre 2021
  45. 45L’epopea dei tre capitalismi nell’età dell’antropocene18 Novembre 2021
  46. 46Cartolina. Trilionari19 Novembre 2021
  47. 47Il grande rimbalzo globale degli investimenti diretti22 Novembre 2021
  48. 48L’immobiliare cinese continua a scricchiolare23 Novembre 2021
  49. 49Se le strozzature persistono l’inflazione può diventare un problema24 Novembre 2021
  50. 50Cartolina. Globalizzazione, reloaded25 Novembre 2021
  51. 51Cartolina. Sanzioni globali26 Novembre 2021
  52. 52Il debito misterioso dei paesi a basso reddito29 Novembre 2021
  53. 53Il puzzle della produttività del lavoro cresciuta durante la pandemia30 Novembre 2021
  54. 54All’inventore dei BRICS non piace più la sua creatura1 Dicembre 2021
  55. 55Accelera la diffusione dello yuan digitale2 Dicembre 2021
  56. 56Cartolina. Eccessi liquidi3 Dicembre 2021
  57. 57Boom creditizi e recessioni peggiorano la diseguaglianza6 Dicembre 2021
  58. 58La silenziosa metamorfosi del mercato dei bond sovrani7 Dicembre 2021
  59. 59Il legame fra crisi finanziaria e fanatismo nella Germania di Hitler9 Dicembre 2021
  60. 60Cartolina. Case turche10 Dicembre 2021
  61. 61I salari “rigidi” che frenano l’inflazione in Europa13 Dicembre 2021
  62. 62L’incognita del mercato del lavoro Usa sul futuro dell’inflazione14 Dicembre 2021
  63. 63L’egemonia del dollaro si rafforza nel XXI secolo15 Dicembre 2021
  64. 64La decrescita (economica) della ragione16 Dicembre 2021
  65. 65Cartolina. La sicurezza non paga17 Dicembre 2021
  66. 66La galoppata del mattone lascia indietro gli Emergenti20 Dicembre 2021
  67. 67I tassi bassi non riescono più a spingere la domanda21 Dicembre 2021
  68. 68La Nazione globale. La scomparsa dei rendimenti22 Dicembre 2021
  69. 69La crescita improvvisa dei mercati “privati”23 Dicembre 2021
  70. 70Cartolina. Sogno americano24 Dicembre 2021
  71. 71La Nazione Globale. Dalla crisi economica al crollo dei rendimenti27 Dicembre 2021
  72. 72Il divorzio fra mercati e banca centrale28 Dicembre 2021
  73. 73Svelata l’illusione della finanza decentralizzata29 Dicembre 2021
  74. 74L’inflazione scalda il mattone italiano30 Dicembre 2021
  75. 75Cartolina. Roaring Twenties31 Dicembre 2021
  76. 76La Nazione globale. La scoperta della manovra del tasso d’interesse3 Gennaio 2022
  77. 77Rischi crescenti dai fondi obbligazionari4 Gennaio 2022
  78. 78Le riserve in dollari affossano i bond sovrani UK5 Gennaio 2022
  79. 79Cartolina. Globalis-action7 Gennaio 2022
  80. 80La Nazione Globale. La fine del lunghissimo XIX secolo dei tassi d’interesse10 Gennaio 2022
  81. 81Per immaginare un futuro nuovo serve un nuovo Occidente11 Gennaio 2022
  82. 82Se decresce anche il rendimento della ricerca scientifica12 Gennaio 2022
  83. 83Inflazione, gli Usa mollano l’ancora13 Gennaio 2022
  84. 84Cartolina. Quota 202014 Gennaio 2022
  85. 85Gli investimenti esteri che destabilizzano gli emergenti17 Gennaio 2022
  86. 86Quel rapporto difficile fra globalizzazione e sovranità monetaria18 Gennaio 2022
  87. 87L’anima della moneta non cambia col digitale19 Gennaio 2022
  88. 88I giochi di prestigio della Fed fra riserve e tassi20 Gennaio 2022
  89. 89Cartolina. Us-inflation21 Gennaio 2022
  90. 90Il “corridoio” che determina il tasso Fed24 Gennaio 2022
  91. 91Le conseguenze sociali della maleconomia25 Gennaio 2022
  92. 92La Fed manovra i tassi per modificare il Tasso26 Gennaio 2022
  93. 93Non sappiamo cos’è l’inflazione, ma compriamo Bitcoin27 Gennaio 2022
  94. 94Cartolina. Trent’anni di solitudine28 Gennaio 2022
  95. 95Quanto dura una civiltà? Ce lo dice la statistica31 Gennaio 2022
  96. 96L’inflazione “temporanea” non convince il Fmi1 Febbraio 2022
  97. 97Il fascino intramontabile dei depositi bancari2 Febbraio 2022
  98. 98Politica monetaria e diseguaglianza: il caso della Finlandia3 Febbraio 2022
  99. 99Cartolina. Cinque miliardi di dollari fa4 Febbraio 2022
  100. 100L’inflazione turca fa schizzare la media Ocse7 Febbraio 2022
  101. 101L’espansione della Fed e il crollo dei prestiti bancari8 Febbraio 2022
  102. 102La tempesta perfetta che fa risalire i tassi in Europa (e in Italia)9 Febbraio 2022
  103. 103L’aumento dei tassi Fed accende la bomba dei bond in dollari per le Eme10 Febbraio 2022
  104. 104Cartolina. C’era una volta il prestito bancario11 Febbraio 2022
  105. 105L’occhio del debito nel ciclone del credito14 Febbraio 2022
  106. 106Anno 2021, fuga dal rischio bancario Usa15 Febbraio 2022
  107. 107Perché l’inflazione Usa spaventa più di quella Ue16 Febbraio 2022
  108. 108Cosa ci insegna la storia dell’Eurodollaro17 Febbraio 2022
  109. 109Cartolina. Greencoins18 Febbraio 2022
  110. 110Miti del nostro tempo. L’aumento dei debiti? E’ colpa dei crediti21 Febbraio 2022
  111. 111La pandemia rivoluziona le assicurazioni italiane22 Febbraio 2022
  112. 112Il rapporto ambiguo fra eredità e diseguaglianza23 Febbraio 2022
  113. 113Il risveglio dell’orso russo, ovvero la vendetta della realtà24 Febbraio 2022
  114. 114Cartolina. Tassi bassi per sempre25 Febbraio 2022
  115. 115La globalizzazione della guerra28 Febbraio 2022
  116. 116La colpa dei risparmiatori: il global saving glut1 Marzo 2022
  117. 117Dopo la scossa, sui mercati piomba l’incertezza2 Marzo 2022
  118. 118Il costo salato dei sussidi “nascosti” nel QE3 Marzo 2022
  119. 119Cartolina. L’impresa del debito4 Marzo 2022
  120. 120L’inflazione galoppa sempre più veloce in Turchia7 Marzo 2022
  121. 121L’esorbitante privilegio dei bond a tripla B8 Marzo 2022
  122. 122Le conseguenza sulla diseguaglianza del cambio dei prezzi9 Marzo 2022
  123. 123Il nuovo “peccato originale” degli Emergenti10 Marzo 2022
  124. 124Cartolina. Il trasporto dell’inflazione11 Marzo 2022
  125. 125I rischi nascosti del boom criptovalute negli Emergenti14 Marzo 2022
  126. 126La grande rotazione dalla “crescita” al “valore”15 Marzo 2022
  127. 127L’anno record del surplus commerciale cinese16 Marzo 2022
  128. 128Con l’inflazione crescono i rischi per il mattone17 Marzo 2022
  129. 129Cartolina. Supermarket Usa18 Marzo 2022
  130. 130Non basta un debito comune europeo. Serve un recovery fund globale per la libertà21 Marzo 2022
  131. 131L’emersione delle banche ombra nei prestiti sindacati22 Marzo 2022
  132. 132La guerra secolare delle banche centrali23 Marzo 2022
  133. 133Ecco dov’è finito il tesoro delle riserve russe24 Marzo 2022
  134. 134Cartolina. Poveri ma sani25 Marzo 2022
  135. 135La Russia “subaffida” la sua politica monetaria28 Marzo 2022
  136. 136La metamorfosi del denaro29 Marzo 2022
  137. 137La lezione del 1914 per le sanzioni del 202230 Marzo 2022
  138. 138Il vento dei rincari incrina l’ancora delle aspettative d’inflazione31 Marzo 2022
  139. 139Cartolina. Strozzature1 Aprile 2022
  140. 140Quanto sono solide le controparti centrali?4 Aprile 2022
  141. 141La Cina lancia un altro stimolo fiscale5 Aprile 2022
  142. 142L’insostenibile pesantezza del mattone Usa6 Aprile 2022
  143. 143L’Ocse continua a importare inflazione dalla Turchia7 Aprile 2022
  144. 144Cartolina. Homeless8 Aprile 2022
  145. 145L’inflazione e il nuovo paradigma del central banking11 Aprile 2022
  146. 146Ultime novità sull’interscambio fra Italia e Russia12 Aprile 2022
  147. 147La stagflazione non è probabile, ma possibile13 Aprile 2022
  148. 148I redditi esteri tengono in piedi i conti italiani14 Aprile 2022
  149. 149Cartolina. Niente scialo per lo shale15 Aprile 2022
  150. 150Miti del nostro tempo. La relazione fra liberalizzazione dei capitali e diseguaglianza19 Aprile 2022
  151. 151La “grande livella” della diseguaglianza: la guerra20 Aprile 2022
  152. 152Dopo la pandemia virale, arriva quella di zombie21 Aprile 2022
  153. 153Cartolina. Tokyo, mon amour22 Aprile 2022
  154. 154L’inflazione durevole dei beni durevoli Usa26 Aprile 2022
  155. 155La svolta “etica” della globalizzazione27 Aprile 2022
  156. 156La solitudine dei numeri ultimi28 Aprile 2022
  157. 157Cartolina. Debitamente privati29 Aprile 2022
  158. 158La Fed alla ricerca di un “atterraggio morbido”2 Maggio 2022
  159. 159Turchia, la svalutazione prosciuga il credito estero3 Maggio 2022
  160. 160La sinestesia come metodo per le scienze sociali4 Maggio 2022
  161. 161Coi tassi Fed aumentano anche i rischi per il mattone5 Maggio 2022
  162. 162Cartolina. Mangino riso6 Maggio 2022
  163. 163Non si ferma la corsa dei prezzi in Turchia9 Maggio 2022
  164. 164La teoria dell’eccesso di risparmio alla prova della realtà10 Maggio 2022
  165. 165L’ultima evoluzione del central banking: la moneta digitale per il popolo11 Maggio 2022
  166. 166Le piattaforme digitali e la nascita del diritto globale12 Maggio 2022
  167. 167Cartolina. Tante care cose (turche)13 Maggio 2022
  168. 168Il lento declino delle ragioni di scambio europee16 Maggio 2022
  169. 169Geopolitica ed energia: fra sinestesia e storia17 Maggio 2022
  170. 170Se sono le recessioni a provocare la diseguaglianza18 Maggio 2022
  171. 171Aumenta il conto delle sanzioni per la Russia19 Maggio 2022
  172. 172Cartolina. Per me pari sono20 Maggio 2022
  173. 173L’incognita dei salari che pesa sull’inflazione23 Maggio 2022
  174. 174Sempre più banche centrali pensano alla valuta digitale24 Maggio 2022
  175. 175Dopo la grande abbuffata, il debito sovrano diventa indigesto25 Maggio 2022
  176. 176Inflazione, la versione della Buba26 Maggio 2022
  177. 177Cartolina. Gli ultimi pagheranno per primi27 Maggio 2022
  178. 178La crisi delle commodity e il rischio stagflazione30 Maggio 2022
  179. 179La guerra frena la ripresina immobiliare italiana31 Maggio 2022
  180. 180La BoE di fronte alla sfida dell’inflazione a due cifre1 Giugno 2022
  181. 181Peggiorano le aspettative di inflazione delle famiglie6 Giugno 2022
  182. 182Si aggrava il deficit della bilancia energetica7 Giugno 2022
  183. 183L’eterno dilemma fra crescita (a debito) e stabilità8 Giugno 2022
  184. 184L’Inflazione accelera ancora in Turchia9 Giugno 2022
  185. 185Cartolina. Il debito che piace10 Giugno 2022
  186. 186Finisce l’illusione del debito illimitato e gratis13 Giugno 2022
  187. 187Ancora una fiammata dei prezzi immobiliari14 Giugno 2022
  188. 188Sempre più difficile il rebus dei rinnovi contrattuali15 Giugno 2022
  189. 189Un’idea per abbattere l’inflazione: tagliare i dazi16 Giugno 2022
  190. 190Cartolina. C’era una volta il risparmio17 Giugno 2022
  191. 191Cartolina. Forza Australia20 Giugno 2022
  192. 192Il reddito aumenta anche per chi non lavora21 Giugno 2022
  193. 193Alle radici dell’inflazione. Il rincaro del trasporto merci22 Giugno 2022
  194. 194Perché in Giappone l’inflazione non aumenta?23 Giugno 2022
  195. 195Cartolina. Finché la barca va…24 Giugno 2022
  196. 196La tensione sul lavoro spinge il governo in un vicolo cieco27 Giugno 2022
  197. 197Le imprese energivore non solo quelle che producono di più28 Giugno 2022
  198. 198La Bis propone il Sistema monetario 2.030 Giugno 2022
  199. 199Cartolina. CriptoSvaluta1 Luglio 2022
  200. 200Cartolina. Ma la Cina (e il Giappone) no4 Luglio 2022
  201. 201Niente tregua per l’economia. Ma quando mai c’è stata?5 Luglio 2022
  202. 202Il vento anni ’70 che soffia sull’economia internazionale6 Luglio 2022
  203. 203Accelera la spirale prezzi-salari in Turchia7 Luglio 2022
  204. 204Cartolina. Il rendiniente8 Luglio 2022
  205. 205Una crisi senza precedenti che cambia le regole del gioco11 Luglio 2022
  206. 206Great resignation? Dipende dal lavoro12 Luglio 2022
  207. 207Nessuno shock petrolifero. O almeno, non solo13 Luglio 2022
  208. 208L’ipoteca cinese sulla crescita globale14 Luglio 2022
  209. 209Cartolina. L’inflazione del debito15 Luglio 2022
  210. 210Aspettando (e sperando) il soft landing18 Luglio 2022
  211. 211Cartolina. Un mattone sulla crescita19 Luglio 2022
  212. 212Comincia l’età della Grande Restrizione20 Luglio 2022
  213. 213La dominanza fiscale come fattore inflazionistico21 Luglio 2022
  214. 214Cartolina. Le travail du travail22 Luglio 2022
  215. 215Alle radici dell’inflazione. I dilemmi dell’offerta27 Luglio 2022
  216. 216Avete voluto più domanda aggregata? Tenetevela28 Luglio 2022
  217. 217Cartolina. C’ero medio29 Luglio 2022
  218. 218Cartolina. Heavy metal1 Agosto 2022 · Appendice estiva
  219. 219La diseguaglianza del capitale umano2 Agosto 2022 · Appendice estiva
  220. 220L’India supera la Cina nei pagamenti digitali retail3 Agosto 2022 · Appendice estiva
  221. 221Doccia gelata sul mattone italiano4 Agosto 2022 · Appendice estiva
  222. 222Cartolina. (s)Fondi pensione5 Agosto 2022 · Appendice estiva
  223. 223Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: Reglobalisation8 Agosto 2022 · Appendice estiva
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