Il futuro dell’Africa 2.0, fra equilibrio ed egemonia


La nuova campagna d’Africa si svolge silenziosa sotto le acque degli oceani che circondano il gigantesco continente. La raccontano migliaia di chilometri di cavi sottomarini che progettano di collegare la grande massa terrestre africana con il resto del mondo assai più di quanto non sia adesso. Collegamenti nascosti, perciò, ma non certo immateriali. La ragnatela dei cavi sottomarini, che potremmo chiamare “Undernet”, è l’ultima frontiera della geoeconomia che inevitabilmente diventa politica, poiché tutta la nostra vita viene declinata ogni istante lungo le dorsali della rete digitale, della quale i cavi sottomarini sono il veicolo più frequentato: sotto il mare viaggia la stragrande maggioranza dei dati che arrivano sui nostri terminali. Volendo fare un paragone, potremmo dire che le rotte marittime per il commercio di beni pesano tanto quanto le rotte dei cavi sottomarini nello scambio di dati.

Le rotte dei cavi sottomarini (in verde, i progetti in corso di realizzazione)

Ciò è sufficiente a comprendere perché questa partita della Undernet sia strategica per il futuro del continente, di nuovo al bivio fra il desiderio evidente di prendere in mano il proprio destino e le seduzioni egemoniche, travestite spesso da generosità, che promanano da Oriente come Occidente, con l’Europa a interpretare il ruolo di crocevia, che la storia e la geografia le assegnano per natura.

Tutto ciò si può indovinare analizzando anche sommariamente i partecipanti a questo nuovo Grande Gioco globale nel quale l’episodio africano si inserisce con tutto il peso specifico di continente quasi cuscinetto fra l’Eurasia e le Americhe. A tale centralità, nei tempi del dominio digitale, non può che corrispondere una connettività adeguata.

Quest’articolo è stato pubblicato su Aspenia on line. L’articolo completo si può leggere qui.

Cartolina. La terza guerra delle banche centrali


La circostanza che il bilancio della Banca d’Inghilterra abbia superato qualsiasi livello storico viene ormai derubricata all’aneddotica, visto che questo male necessario – sempre che sia un male e che sia necessario – è assai comune. In Giappone, ad esempio, gli asset della BoJ stanno intorno al 100 per cento del pil, e Fed e Bce stanno allegramente espandendo i loro bilanci. E’ in questa comunanza di necessità che si esprime l’eccezionalità che stiamo vivendo, che ricorda quelli delle guerre mondiali, con la differenza che il tempo di oggi è ancora più estremo. La terza guerra mondiale delle banche centrali, d’altronde, ha in palio il benessere, non la semplice sopravvivenza. Quindi costa di più.

La moneta digitale, ovvero il futuro del central banking


Poiché molto si è parlato della recente allocuzione del governatore della Fed Jerome Powell che in qualche modo ha preso atto del cambiamento della realtà e quindi delle regole che guideranno le politiche della banca centrale statunitense – meno preoccupazione per l’inflazione e più per l’occupazione a voler sintetizzare brutalmente – vale la pena sottolineare che questo ripensamento è molto più di un semplice atto d’indirizzo politico. Rivela infatti, pur senza parlarne affatto, che l’inflazione è un fenomeno troppo complesso perché se ne possa occupare una banca centrale, nemmeno se è quella globale. O, per dirla diversamente, che non esiste, aldilà della letteratura, un rapporto di causazione fra l’azione della banca centrale e l’inflazione in un contesto di economia globalizzata come quello in cui viviamo oggi.

I fatti ne danno chiara testimonianza. La Fed, come anche la Bce per tacere della BoJ, da parecchio tempo fa ciò che è necessario e anche più per far rialzare l’inflazione, senza che ciò serva a riportarla vicino al quel 2% che per buona parte degli anni ’90 rese felici gli economisti e i banchieri, corifei dell’età della Grande Moderazione che a molti sembrava il degno coronamento del brusco percorso di disintossicazione dall’inflazione, iniziata da Volcker nei primi Ottanta del XX secolo, che per tutti i Settanta, approfondendo una tendenza iniziata già dai Cinquanta, aveva occupato i pensieri e le preoccupazioni dei policy maker.

Ma oggi, dice Powell, il mondo è cambiato. E quindi anche l’inflazione, che non è più il problema, e quindi neanche la soluzione – nel senso che gonfiare la crescita nominale aiutava a sostenere i debiti – perché l’economia gira a intensità più lenta come mostra l’andamento del tasso naturale di interesse.

Inutile sottolineare quanto la visione di Powell sia condizionata dalla narrazione della stagnazione secolare. Il punto è che l’aumento dell’occupazione non è servito a far rialzare l’inflazione, col che è venuta meno, o quantomeno si è affievolita, la capacità predittiva della curva di Phillips, uno dei tanti punti fermi del central banking della seconda metà del XX secolo. E questo spiega perché la Fed abbia finito col darsi come obiettivo non più un’inflazione del 2%, ma un’inflazione media del 2%, che in pratica vuol dire puntare anche a un’inflazione più alta per un periodo di tempo indeterminato.

Questa dichiarazione di intenti, che sembra vagamente surreale visto che finora la Fed non è riuscita a centrare il target del 2%, fa capire ciò che non si può dire ma che risulta ovvio: non è tanto l’inflazione ad aver perduto peso, ma la capacità di azione della banca centrale di agire sull’inflazione. Ma se è così, è ovvio che venga questionato uno dei capisaldi del lavoro di queste entità. Che fare quindi?

Non è esagerato dire che le banche centrali stanno attraversando una crisi di crescita, e quindi di senso. In un momento in cui i populisti chiedono a gran voce di far tornare il controllo del denaro sotto l’egida dei governi, e in cui aleggia molto spaventoso il fantasma della fiscal dominance, da un lato, e del fintech, che minaccia di sabotare il sistema dei pagamenti, dall’altro, le banche centrali devono affrettarsi a rivedere i textbook che hanno guidato finora la loro azione e darsi una missione più ambiziosa, capace di rimetterle al centro della scena. E cosa c’è di meglio dell’idea, ormai a portata di mano grazie alla tecnologia, di una moneta digitale di banca centrale? Il sacro graal dei banchieri centrali somiglia sempre più a un’app. Proviamo a vedere cosa ci sia dentro.

(1/segue)

Ripartire è un po’ morire: il Reboot ai tempi della pandemia


Bentrovati. Finita l’estate, ci troviamo con lo sconforto di dover vivere un autunno col fiato sospeso dentro una mascherina, dopo aver passato i mesi caldi a scambiarci felicemente sospiri. Ormai dimenticati, peraltro: annichiliti dall’onda montante dei contagi che ci ricorda che l’emergenza non è alle nostre spalle, ma davanti ai nostri occhi. Spettacolo per nulla incoraggiate, specie da quando abbiamo rivisto i nostri figli tornare finalmente nelle scuole.

Il problema è chiaro: dobbiamo convivere malgrado tutte le difficoltà del caso – e l’esempio della scuola basta a ricordarlo – con una malattia virale che aggrava lo stato febbricitante delle nostre società, già ammalate dal conflitto fra istanze potenzialmente infinite – frutto della bulimia dei diritti – e risorse che per natura sono scarse. Il tutto dovendo persino recuperare parecchi punti di prodotto interno, che significano lavoro e ricchezza per società che già lamentavano di non averne abbastanza.

Perciò bisogna (ri)partire, pure se significa un po’ morire – e lo diciamo facendo gli scongiuri – ossia risicare di più per rosicare qualcosina, come insegnano i proverbi. Vale per noi, ma anche per il resto del mondo dove, ognuno a suo modo, fa i conti con il trade off – concetto caro agli economisti – fra le esigenze della macchina economica e quelle della difesa della salute pubblica. D’altronde: si muore anche restando fermi, e questo dovremmo ricordarcelo tutti.

Al netto dei vari ottimismi e pessimismi che come in ogni situazione popolano la scena, possiamo svolgere un sano esercizio di realismo provando ad elencare in maniera disincantata alcuni dei passaggi fondamentali che nei prossimi mesi alimenteranno le nostre cronache, e quindi anche il nostro blog che da oggi riapre i battenti per la sua nuova stagione dedicata ovviamente proprio al Reboot della nostre società.

Cominciamo dal giardino di casa, ovviamente. Non tanto per ovvie ragioni di amor patrio, così tanto di moda di recente, ma per l’antico insegnamento volterriano che suggerisce di tenere in ordine il proprio orto, prima di volgere altrove lo sguardo. E quanto a questo di ragioni di ottimismo, malgrado gli sforzi di contrastare l’italianissima consuetudine al lamento, se ne vedono poche.

Facciamola breve: l’illusione che stiamo covando persino con una certa tignosità, è che i denari europei del Recovery fund saranno il viatico delle nostra meritatissima felicità futura. Detto altrimenti: i nostri problemi derivano dalla mancanza di soldi, manco fossimo un paese emergente, invece della settima o ottava economia del pianeta.

Questo misurare in denaro la nostra capacità di stare al mondo – ossia che basti avere più soldi, magari in cambio di nulla, per raddrizzare il legno storto del nostro stare insieme – è molto triste. Illusione pericolosa, peraltro, perché prosegue e approfondisce la tendenza che ha guidato nel tempo il cumulare dei nostri debiti pubblici a cui non ha corrisposto certo un nostro avvicinarsi al paradiso.

Al contrario. E chi pensa che oggi saremo in grado di spendere decine di miliardi in pochi anni, dopo che ci segnaliamo per la nostra incapacità a spendere i fondi europei, forse dovrebbe iniziare a pensare che non tutto si risolve iniettando denaro, ma iniziando a cambiare noi stessi. Vaste programme, mi rendo conto. Perciò inutile da perseguire. Specie quando il mercato politico offre agitatori a un tanto al chilo che promettono prebende che semplicemente aggravano la nostra percezione fallace della realtà.

Il dibattito su Recovery fund, perciò, lungi dal diventare una riflessione su di noi, diverrà l’ennesimo pretesto per faide e furberie. Speriamo almeno di cavarne migliori infrastrutture, ma chissà. Più probabile che spenderemo (forse) queste risorse e rimarremo ugualmente infelici, visto che ciò che fa naturalmente aumentare la produttività – leggi istruzione, giustizia civile efficace, ambiente fiscale amichevole – nel nostro paese cede facilmente il passo al miraggio dei moltiplicatori keynesiani e della spesa corrente. Roba facile da titolare sui giornali e sui social, a differenza del resto, che richiede persino una certa applicazione costante. Esercizio che ormai abbiamo dimenticato.

Ciò per dire che aldilà di una certa retorica patriottica – anch’essa molto di moda oggidì – che chiede a gran voce più stato ovunque (e quindi più soldi pubblici) – ormai non si contano più i dossier nei quali è impegnata la CdP – non c’è da coltivare molte illusioni sulla possibilità che il nostro paese intraprenda una strada diversa dal passato solo perché è arrivato il Recovery fund.

Ma questo non vuol dire che non cambierà nulla, almeno intorno a noi. La nascita delle obbligazioni comuni europee, che alimentano il Recovery fund, è un passo importante del processo di integrazione europeo dal quale molto dipendiamo. E non tanto in ragione di una logica di “vincolo esterno”, come per anni è stato predicato, ma per una semplice questione di prossimità geografica, storica, politica e, dulcis in fundo, economica.

Da quest’ultima, quindi dall’integrazione economica, è iniziata la strada percorsa dall’Europa per provare a diventare qualcosa di più di un’espressione geografica. E il lancio del Recovery fund dimostra che l’Europa ha tutte le carte in regola per continuare a farlo. L’economia non è mai stato un problema per l’Europa, proprio perché l’Europa si è fatta (si sta facendo) risolvendo problemi economici. Si pensi alle origini: alla CECA, che poi diventerà la CEE, l’Ue e quindi l’Unione monetaria, cui seguirà quella bancaria e del mercato dei capitali. E’ un percorso assolutamente coerente.

Il problema è che camminando all’incontrario come i gamberi – l’Europa come processo che dall’economia porti alla politica, costruendo una nuova storia continentale che sia coerente con la geografia – oggi siamo arrivati a un bivio che l’evoluzione internazionale della globalizzazione rende vieppiù evidente. L’Europa ha dimostrato di saper affrontare le sfide economiche. Sarà in grado di affrontare quelle politiche? Proprio oggi la la presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione – simpatica imitazione di quello tradizionale negli Usa – ha esortato i paesi europei a costruire una “unione della sanità”, via “potabile” per iniziare a percorrere il sentiero della condivisione fiscale, che passa anche dai “salari minimi che tutti nell’Unione devono avere”, come ha ribadito la presidente. Ma siamo sempre nell’orbita dell’economia interna, mentre è chiaro a tutti che per avere una proiezione politica internazionale – o geopolitica se preferite – serve ben altro. Serve la capacità di disporre della forza e la determinazione ad usarla.

Ne avremo un saggio nei prossimi giorni, quando l’Ue dovrà trovare una posizione comune da tenere nei confronti della Turchia, che per tutta l’estate ha continuato a mostrare i muscoli nel Mediterraneo Orientale, inducendo la Francia – e la Grecia -a far la voce grossa, e la Germania, già in tensione con la Russia (che ha fatto capire di volere partecipare al gioco turco nel Mediterraneo) per il caso Navalny, a mediare.

Decidere cosa fare con la Turchia, ormai chiaramente impegnata nella sua missione di ricordare la mondo il suo passato tramite l’uso spregiudicato del presente, non è cosa da poco. Coinvolge non solo la storia dell’Europa – mamma li turchi, per non parlare di greci e persiani – ma soprattutto la geografia, visto che dalla Turchia passano molte rotte che conducono merci (energia) e persone in Europa.

Serve quindi una politica che tenga nella giusta considerazione ancora la ragione economica, avendo chiaro non solo la prossimità, nelle varie declinazioni che abbiamo visto, ma anche la complessità del ruolo giocato dalla Turchia nell’ambito della globalizzazione emergente, ma anche in quello della globalizzazione vigente, ossia di marca statunitense.

Detta semplicemente, Ankara, in un contesto di disimpegno americano da questa parte del mondo, può essere utilizzata da Washington in funzione di contenimento dei russi, se non fosse che intanto i russi e i turchi sembra sia piacciano sempre più. E lasciamo da parte la variabile cinese per non complicare troppo il quadro regionale, anche perché nel frattempo un altro mare, quello Cinese Meridionale, si segnala per una recrudescenza di tensione che ci ricorda quante linee di faglia si stiano lentamente approfondendo all’allargarsi della politiche di potenza. Pensate al Caspio, e basterà a completare il quadro. Ricordando pure che questo quadro potrebbe cambiare cornice una volta che le elezioni americane di novembre avranno fatto il loro corso. Questo mentre Trump porta a casa un’intesa fra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain di notevole portata, visto che scompagina il fronte Mediorientale, spiazzando la Turchia e il Qatar.

Può bastare come promemoria, per cominciare un nuovo viaggio insieme. A patto di ricordare che, Covid o no, questi processi proseguiranno. Meglio perciò rassegnarsi a prenderli per mano.

Buon inizio di stagione.

Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: Reboot


Anche la stagione VIII del nostro blog è terminata e con lei speriamo anche il tormento di un anno iniziato con le solite cronache sonnacchiose, a metà fra routine e poche – ma rilevanti – novità, e d’improvviso catapultato nel caos di una pandemia che ci ha fatto assistere, per la prima volta nella storia, a uno stop coordinato dell’attività economica in tutto il mondo, pure se con diversi livelli di gradazione.

Perciò è del tutto logico che allo Struggling, che intitolava l’ottava stagione del blog, segua l’osservazione del Reboot che ci aspettiamo in autunno, quando anche noi riprenderemo a leggere, studiare e scrivere per tentare di contribuire alla costruzione del nostro discorso sul debito che ha finito col diventare una finestra con vista sulla globalizzazione, nella storia, come nel presente, della quale tentiamo persino di immaginare un futuro.

Una evoluzione sorprendente, innanzitutto per chi scrive, ma forse non così tanto. L’aumento del debito è stato il carburante della globalizzazione attuale fin dal secondo dopoguerra. E’ stato il driver che ha condotto alla crisi del dollaro degli anni Settanta del secolo scorso, e alle varie crisi finanziarie che ne sono seguite che hanno investito come onde i paesi in via di sviluppo, quelli che oggi chiamiamo economie emergenti, e quelli avanzanti, provenendo, questo onde del ciclo finanziario, solitamente da questi ultimi.

Giocoforza perciò alzare di qualche grado il punto di osservazione e finire col guardare non soltanto alla costituente dei flussi finanziari – ossia la motivazione di questo crescente indebitamento e la sua valuta di riferimento in quanto coordinate stesse della globalizzazione Usa – ma anche il suo divenire in un tempo sempre più tecnologico e quindi immateriale.

Siamo arrivati così a sbirciare il panorama delle monete digitali, provando persino a indovinare in che modo questa tecnologia incida sul gioco valutario e chiedendoci se potrà cambiare anche consuetudini antiche, come quello dell’uso del contante. Si tratta di un’evoluzione in cui i concetti economici si mescolano con quelli tecnici e politici, richiedendo quindi un notevole sforzo di comprensione per ipotizzare gli esiti che tutto ciò potrà determinare sulla globalizzazione che, come abbiamo scritto più volte, si declina generalmente in una moneta, una lingua, delle rotte commerciali e un ordine politico. L’arrivo delle monete digitali di banca centrale è con tutta probabilità quello che viene chiamato un game changing.

Da qui in poi è stato naturale passare all’osservazione di come alcuni paesi, grazie anche a una certa compiacenza dell’egemone in carica, in evidente debito di capacità egemonica, si stiano incaricando di ridisegnare il loro ruolo nel mondo, utilizzando il più vecchio degli strumenti, ossia l’uso della forza.

Fra questi paesi spicca la Turchia, alla quale abbiamo dedicato molto tempo e righe, per la semplice ragione che ha dimostrato di essere molto volitiva, e perciò pericolosa. E anche fortunata, visto che di solito la fortuna aiuta gli audaci. Di recente, vale la pena ricordarlo, i turchi hanno scoperto nel Mar Nero un giacimento di gas di notevole valore strategico e politico, che contribuisce a delineare meglio la linea di faglia che si è aperta nel quadrante mediorientale, approfondita pochi giorni prima dall’annuncio dell’accordo fra Emirati Arabi Uniti e Israele che completa l’asse fra Emirati, Sauditi ed Egitto che si oppone a quello turco-qatariota e forse anche iraniano, che abbiamo visto all’opera in tanti scenari di crisi nella regione.

Ma in realtà è tutta la zona mediorientale che è entrata in fibrillazione, fino all’asse Sud-Nord che va dall’Iran al Caspio, e quindi interessa inevitabilmente anche la Russia. E ormai dove si dice Russia inevitabilmente si dice anche Cina: le due potenze sono insieme concorrenti e partner, e basta ricordare come il confronto di Pechino con gli Usa sia ormai diventato non solo a tutto tondo, ma sempre più aspro.

Le linee di conflitto sono infinite e vanno dal commercio alla tecnologia. E questo basta a capire perché la notizia della sperimentazione in corso di uno yuan digitale sia capace di rappresentare un fatto rilevante.

Tutto ciò spero serva a spiegare ai lettori del blog quello che alcuni hanno chiamato eclettismo, ma che è semplice bisogno di capire. La realtà è a-specialistica, e la vocazione del blog sembra fatta apposta per portarci dove non pensavo certo di arrivare discorrendo di economia e debito.

Questa straordinaria esperienza di studio, innanzitutto storico, è forse ciò che più di ogni cosa caratterizza questo blog, dove si possono trovare linee di approfondimento e fonti, composite ma coerenti, che lentamente iniziano a delineare una visione.

In tal senso, osservare il Reboot dei nostri sistemi economici, che ha già prodotto risultati storici come l’accordo europeo per la condivisione del debito – che contiene il germe di una proiezione geopolitica dell’Ue – non è semplicemente necessario, ma inevitabile.

Il Reboot dell’economia implica però anche quello della globalizzazione emergente che adesso dovrà confrontarsi con le elezioni americani di novembre, che potrebbero confermare Trump e la sua linea vagamente suicida per gli interessi americani malgrado affermi il contrario, o il suo avversario del quale è ancora poco chiara la visione globale.

Significa anche che dovremo costruire un processo economico capace di convivere con la paura della pandemia, che si è rivelata essere assai più perniciosa della pandemia stessa, che certo non è stata uno scherzo, perché comunque la vita deve andare avanti. E quindi anche il nostro blog, iniziato per gioco, cresciuto per passione e diventato un testimone, imperfetto ma sincero, della nostra contemporaneità.

A lui e a voi, che lo seguite sempre più numerosi, rivolgo il mio ringraziamento e auguro ogni bene.

Ci rivediamo a settembre.

Il difficile puzzle delle retribuzioni post-covid in Italia


Passata l’estate – e augurandoci una normalità che vada stabilizzandosi – finiremo col dover fare i conti con una delle questioni più annose del nostro paese: quella dell’andamento delle retribuzioni, che gli ultimi dati Istat fotografano come sostanzialmente stagnanti.

Il dibattito infinito sul livello di salari e stipendi in Italia, che oscilla fra i nostalgici che ancora li sognano come variabili indipendenti e i freddi calcolatori della produttività come stella polare delle retribuzioni, dovrà trovare una composizione in una formula che sia socialmente accettabile, visto che per i lavoratori il salario verrà inevitabilmente percepito come lo strumento per rilanciare la domanda dopo la crisi Covid, mentre i datori remeranno in senso contrario, portando a pretesto le proprie difficoltà. La pandemia, da questo punto di vista, non può che esacerbare lo storico conflitto fra capitale e lavoro.

Questa tendenza naturale troverà peraltro ampiamente di che esercitarsi, visto che, come ci ricorda molto opportunamente Istat nel suo Rapporto annuale, “a fine aprile erano in attesa di rinnovo circa otto dipendenti su dieci: quasi i tre quarti dei dipendenti del settore privato (rispettivamente il 72 e l’82 per cento dei dipendenti dell’industria e dei servizi) e tutti i pubblici dipendenti. Nel corso di quest’anno il contratto scadrà per un altro 6 per cento dei dipendenti”.

Gli ultimi aggiornamenti sottolineano che fra aprile e giugno su questo fronte non si è registrato alcun progresso, salvo la scadenza del contratto dei tessili, che si è aggiunto al lungo elenco di contratti, 52 compresi quelli della Pubblica Amministrazione, in cerca di autore. Si calcola che ormai 10,2 milioni di dipendenti, pari all’82,4% del totale, siano in attesa di rinnovo, quando erano circa la metà a giugno 2019 (il 42%).

In sostanza, una grandissima parte dei lavoratori dipendenti si troverà a discutere col sistema delle imprese delle retribuzioni future, avendo alle spalle non soltanto una dinamica passata alquanto moderata, che solo l’inflazione rasoterra ha consentito di trasformare in una crescita del potere d’acquisto – il 2% fra il 2014 e il 2019, con retribuzioni reale in crescita dello 0,7% – ma la tragedia Covid che ha spezzato le gambe a molto del nostro sistema produttivo.

Uno scenario poco rassicurante: da una parte milioni di lavoratori che si aspettano un salario capace di sostenere i loro consumi, dall’altra datori di lavoro in condizioni chissò quanto salutari. Il tutto dovendo fare i conti con rinnovi contrattuali che, in alcuni casi, si trascinano da anni.

Un quadro che non è certo dei migliori. Peraltro, i primi esiti osservabili della crisi Covid sulle retribuzioni incorporano, per la prima volta nella serie storica, un calo tendenziale, nel primo trimestre del 2020, delle retribuzioni pro-capite dello 0,3%. Il che, pur trattandosi solo di un dato di breve periodo, è di per sé un segnale di come le cose potrebbero evolvere anche nei trimestri successivi.

A ciò si aggiunga che è facile vengano al pettine alcuni nodi, come ad esempio quello che ha caratterizzato l’ultimo quinquennio di rinnovi contrattuali, ossia una certa eterogeneità nell’evoluzione delle retribuzioni nominali, che ha premiato alcuni settori – in testa l’industria con crescita di quasi il 7% – e penalizzato altre.

Questo, in un mercato del lavoro dove ancora esistono profonde differenze. Quelle di genere, ad esempio, con le donne a guadagnare in media il 7,4% in meno. O quelle di età – i giovani 15-29enni guadagnano l’11% in meno della retribuzione mediana – o quelle di contrattualizzazione: i lavoratori a tempo determinato – che in un mercato del lavoro funzionante dovrebbero guadagnare di più visto che hanno meno garanzie, si trovano ad avere retribuzioni inferiori del 9% rispetto alla mediana, con differenze rispetto ai lavoratori con contratto stabile che sfiorano il 14%.

Altresì rilevante è il peso della eterogeneità territoriale: le imprese del Mezzogiorno erogano salari orari inferiori del 7% rispetto alla mediana nazionale con un differenziale retributivo Nord-Sud pari al 13,1%. I salari differenziati ci stanno già, insomma.

Questo puzzle, confuso, divisivo e duale, è ciò di cui si troveranno di fronte i policy maker in autunno, avendo alle spalle ciò che sappiamo. L’idea che possa venirne fuori qualcosa di buono suona vagamente ottimistica. Nella migliore delle ipotesi alcune tendenze – segnatamente quella del rallentamento salariale – potranno stabilizzarsi, anche se è più probabile che nel medio termine tendano ad approfondirsi. Per tutte le altre non ci sarà il tempo di occuparsene. E probabilmente neanche la voglia.

 

 

Cartolina. Anno 2020 fuga bancaria dagli Emergenti


I prestiti bancari ai paesi emergenti continuano a declinare anche in questo 2020, per il quale è ovvio incolpare la pandemia. Rimane il dubbio su cosa abbia determinato questo trend negli anni precedenti. Due cose però le possiamo sapere. La prima è che quasi i due terzi delle erogazioni a questi paesi arrivano dalle banche di cinque paesi, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, Giappone e Francia. E poi che la fuga non è stata della stessa intensità per tutte le aree emergenti osservate. I paesi dell’Asia e del Pacifico oscillano in brutali saliscendi, quelli latinoamericani vivacchiano, quelli africani e medio-orientali sono stabili mentre quelli dell’Europa emergente sono da tempo ridotti al lumicino. Le due cose ce ne dicono una terza: la fuga dagli emergenti non dipende dalla paura. Ma dalla convenienza. 

La lunga marcia dello Yuan digitale si avvicina alla svolta


Le ultime notizie che arrivano dal fronte cinese, relativamente allo sviluppo di una moneta digitale di banca centrale, rendono necessario fermarsi un attimo per provare a capire le implicazioni dell’ardimentosa sperimentazione cinese che può provocare un piccolo terremoto non solo in tutto l’universo fintech, ma anche nel gioco valutario globale.

E’ facile comprendere perché. Anche se solo per “gioco”, nel senso che l’esperimento cinese riguarda al momento solo quattro città, sono già in partita 20 grandi aziende cinesi e quattro grandi banche statali che funzionano da cinghia di trasmissione della banca centrale cinese. Il tutto riguarda decine di milioni di persone, che sono chiamate a sperimentare la fungibilità di un sistema di pagamento cashless, usando una tecnologia statale di pagamento elettronico con dentro una moneta statale. Una rivoluzione, né più né meno.

Conviene fare un passo indietro per ricordare di cosa stiamo parlando. Dello yuan digitale ci siamo già occupati osservandone per grandi linee il modo di funzionamento – semplificando: un sistema a due livelli, il primo fra banca centrale e banche commerciali, il secondo fra queste ultimi e gli utilizzatori – seguendo le notizia apparse nei mesi scorsi cui hanno fatto seguito alcune allocuzioni da parte dei responsabili della banca centrale cinese. In particolare, nell’aprile scorso la banca centrale cinese spiegò che erano in corso dei semplici test che riguardavano quattro città che si stavano svolgendo senza interferire con la normalità delle transazioni e con i mercati finanziari.

Il messaggio, insomma, era chiaro: volare basso. Anche perché un mondo terrorizzato dalla pandemia non è il migliore di quelli possibili per parlare di cose complicate, mentre lo è sicuramente per farle progredire silenziosamente.

E così arriviamo a oggi. La sperimentazione è divenuta una cosa estremamente seria e adesso molti osservatori si cominciano a chiedere – meglio tardi che mai – se la Cina non abbia finito per essere l’avanguardia di uno sviluppo al quale i paesi avanzati iniziano solo di recente a giudicare come possibile, come dimostrano i tanti studi che si stanno moltiplicando sul tema, promossi anche dalla Banca dei Regolamenti internazionali.

Alcuni dettagli che emergono dalle cronache ci aiutano a capire la portata dell’innovazione. Nella quattro città oggetto della sperimentazione – Shenzhen, Suzhou, Chengdu, and Xiong’an – a maggio una parte della retribuzione sarebbe stata versata in yuan digitali. Ciò aveva come presupposto che le banche coinvolte nella sperimentazione avessero convertito parte dei loro depositi presso la banca centrale in valuta digitale – sostituendo quindi nella M0 le banconote con lo yuan virtuale – oltre ad aver sviluppato e testato i wallet necessari per far circolare questa valuta in un sistema di pagamenti alternativo. Ciò ha reso possibile accreditare parte della retribuzione sul conto corrente in denaro virtuale.

Ma l’aspetto più interessante, che probabilmente si andrà a definire, riguarderà proprio coloro che non hanno conto corrente. Il futuro sono i pagamenti mobili utilizzando un credito diverso da quello bancario. Magari quello telefonico. Sarà un caso, ma nel consorzio di grandi gruppi che partecipano alla sperimentazione troviamo, oltre alle banche – Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), China Construction Bank, Agricultural Bank of China, and Bank of China – tre compagnie telefoniche:  China Telecom, China Mobile, and China Unicom, insieme all’onnipresente Huawei.

I giganti hi tech ovviamente, fanno parte del gioco, e non  potrebbe essere diversamente. Vuoi perché gestiscono già applicazioni proprietarie di moneta elettronica con sistema di pagamento, come Alipay a WeChat, vuoi perché hanno già centinaia di milioni di dati sugli user che utilizzano questi sistemi, che è assolutamente necessario mettere a sistema nello schema del Digital Currency Electronic Payment (DCEP).

Chiaro che un sistema siffatto generi qualche preoccupazione. Non solo per chi teme per la privacy, definitivamente sotto gli occhi dello stato che tramite una valuta virtuale potrà tracciare ogni movimento, ma anche per chi si domanda come questa innovazione, una volta che sarà digerita e diverrà comune, impatterà sul sistema monetario internazionale.

I cinesi non saranno ovviamente gli unici a mettere in circolazione una moneta digitale di banca centrale. Ma potrebbero essere i primi. E visto il loro peso specifico sull’economia internazionale, sarà un primato pesante.

La metamorfosi del settore produttivo italiano


L’ultima relazione annuale dell’Istat contiene anche una ricognizione molto interessante sull’evoluzione del nostro sistema imprenditoriale, alle prese con una doppia recessione, fra il 2009 e il 2011, una ripresa ciclica, iniziata intorno al 2014, e adesso nuovamente scosso dalla crisi sanitaria. Se, come insegnano i proverbi, ciò che non ti uccide ti rinforza, dovremmo dedurne che alla fine di quest’ennesimo terremoto, il sistema delle imprese italiano ne uscirà più forte. Almeno questa è la speranza.

Ciò non toglie che nel frattempo dovremo fare i conti con le rovine. Sapendo, peraltro, che non è affatto detto che questo miglioramento qualitativo, ammesso che arriverà, sia capace di coniugarsi con un livello quantitativo adeguato a esprimere l’occupazione di cui ha bisogno un paese come il nostro. La teoria e la storia ci ricordano che esistono livelli eccellenti di sotto-occupazione delle risorse.

L’esperienza maturata nell’ultimo decennio, in tal senso, solleva qualche preoccupazione. “Durante gli anni della ripresa ciclica (2014-2017) – scrive Istat – il sistema delle imprese non aveva del tutto ricostituito la base produttiva persa durante la prolungata recessione del periodo 2011-2014. Nel 2017 le imprese attive in Italia erano ancora quasi 80mila in meno rispetto a quelle operanti nel 2011 (-1,7 per cento), gli addetti erano oltre 125mila in meno (-0,7 per cento) e il valore aggiunto complessivo era dell’1,9 per cento inferiore a quello di sette anni prima”.

Questo ridimensionamento è avvenuto a fronte di una ricomposizione settoriale profonda che ha colpito le costruzioni e l’industria in senso stretto. Le imprese operanti nelle costruzioni sono diminuite del 13,6% e hanno perso il 20% degli occupati oltre a un quarto dell’intero valore aggiunto. Quanto all’industria in senso stretto, fra il 2011 e il 2017 sono diminuite le imprese del 7%, gli addetti del 5,1% ma il valore aggiunto è aumentato del 3,3%. Quindi meno soggetti economici hanno aumentato il valore della produzione.

Se guardiamo al terziario, i risultati sono stati ancora diversi. Sono cresciuti gli addetti nel settore dei servizi di mercato (+4,7%) pure se sono diminuite le imprese (-1,5%) e anche il valore aggiunto (-2,4%). Per i servizi alle persone sono cresciute si le imprese (+14,2%) sia gli occupati (+17,2%) e anche il valore aggiunto (+5,6%). Una buona notizia a metà: in entrambi i settori è diminuita la produttività e soprattutto sono aumentate le attività nei settori caratterizzati proprio da minore produttività.

Se guardiamo alla dimensione di queste imprese, la transizione ha premiato soprattutto quelle più grandi e penalizzato le più piccole, che sono anche una realtà importante nel nostro tessuto economico.

Il quasi 2% di imprese con meno di dieci addetti perdute equivale a circa 77 mila unità e riguarda il 4,2% degli addetti, circa 330 mila persone, ma ben il 10,6% del valore aggiunto. La crisi, insomma, ha premiato le imprese più grandi che, nel 2017, hanno superato i livelli raggiunti prima del 2011.

Succederà la stessa cosa anche dopo la crisi Covid? Ovviamente il passato non si ripete, ma ci sono buone ragioni per porre questa ipotesi alla base dei nostri ragionamenti. Vuoi perché è ragionevole aspettarsi andamenti simili a quelli più recenti. Vuoi perché le imprese più grandi sono in generale meglio attrezzate per affrontare i torbidi di una crisi.

Altrettanti c’è da aspettarsi che si ripeta quello che è successo dopo la ripresa del 2014: trovare un equilibrio, ma a un livello più basso. Ciò anche in ragione del fatto che “in quanto il sistema resta caratterizzato dalla preponderante presenza di micro imprese”. La crescita delle medio-grandi, insomma, non riesce a compensare il calo delle piccole.

Da qui la conclusione: “Questi mutamenti possono avere conseguenze rilevanti qualora la selezione recida legami stabili tra le imprese. In un sistema produttivo frammentato come quello italiano, infatti, la capacità di generare crescita è correlata anche, in misura sostanziale, alla capacità delle imprese di attivare relazioni produttive con altre unità o istituzioni”. Ma chi pensa che basti far scendere il campo il governo per risolvere il problema rischia di generare grossi equivoci. Oltre che illusioni fallaci.

I debiti in dollari fuori dagli Usa fanno 13 (trilioni) come nel 2008


Ora che abbiamo iniziato ad avventurarci nei complessi meccanismi che regolano la globalizzazione del dollaro, e abbiamo accennato all’importanza e al significato delle linee di swap aperte dalla Fed, siamo in grado di apprezzare meglio un ottimo resoconto pubblicato dalla Bis di Basilea che monitora l’andamento del funding in dollari nelle imminenze della crisi Covid e gli stress che ne sono conseguiti. Un’occasione per osservare il funzionamento del sistema in “tempo reale” e soprattutto per provare ad indovinarne le fragilità nascoste, che non attendono che la prossima crisi per manifestarsi.

Conviene cominciare da un dato che risulterà suggestivo: la quantità di debiti denominati in dollari di soggetto che americani non sono, che ormai ha raggiunto il livello di prima della crisi del 2008, pari a circa 13 trilioni.

La somiglianza del dato, tuttavia, nasconde alcuni cambiamenti profondi intercorsi nell’ultimo decennio, il più evidente dei quali è chiaramente osservabile nella parte sinistra del grafico: il contributo della Cina alla “fame” internazionale di dollari, cresciuto notevolmente dai primi anni Dieci del XXI secolo. Pechino, quindi, è stato uno dei soggetti che più hanno contribuito a usare il dollaro per denominare i propri debiti. Teniamolo a mente.

Ricordiamoci pure che a questo progresso hanno contribuito le banche giapponesi e britanniche, che alla fine del 2019 avevano insieme due trilioni di debiti in dollari, mentre quelle canadesi, francesi, svizzere, cinesi e tedesche superavano ognuna i mille miliardi. Non solo: “Banche di diverse economie emergenti – scrive la Bis – in particolare di Cina,
Russia, Turchia e Taipei cinese – negli ultimi anni sono diventati importanti prenditori in dollari”. Cina, Russia e Turchia, lo abbiamo visto, tendono da una parte a disfarsi di dollari, ma dall’altra sono “costrette” dalla fisionomia dei mercati finanziari, a procacciarsene parecchi.

Il problema è che questi prenditori internazionali di dollari prendono a prestito in America solo il 22% di questa montagna di dollari tramite banche affiliate negli Usa. Il restante 78%, pari a circa 10 trilioni, sta fuori dal perimetro Usa. E fra le giurisdizioni che sono fuori dalle linee di swap con la Fed, c’è quella cinese dove abitano banche con un trilioni di debiti in dollari.

Questa ingente quantità di valuta americana detenuta da debitori esteri è stata una delle ragioni che ha costretto la Fed ad attivare le proprie linee di swap durante il momento peggiore della crisi Covid, ossia nel marzo scorso, quando molti soggetti finanziari si sono trovati improvvisamente a corto di dollari. L’accordo di swap già esistente, che la Fed ha firmato con 14 banche centrali, è stato affiancato anche a un dollar repo facility per altre autorità monetarie non comprese negli accordi di swap. La Fed insomma ha capito che doveva interpretare in maniera piuttosto estensiva il suo ruolo di banca centrale universale. In particolare per impedire che le passività di breve termine in scadenza originassero crisi finanziarie.

Questo ruolo di fornitore di liquidità di ultima istanza della Fed, che ormai cammina a braccetto con quello di compratore, ha consentito ai mercati di affrontare la tempesta e trovare un nuovo equilibrio. Ma certo non è stato indolore. Non tutti i 13 trilioni di debito non Usa denominato in dollari erano in scadenza, ovviamente. Ma la scomparsa della liquidità – lo abbiamo visto anche in passato – avrebbe potuto facilmente generare una vendita disordinata di asset che avrebbe ulteriormente aggravato la crisi dei mercati nel momento peggiore.

La fornitura di liquidità tramite swap della Fed è servita proprio ad evitare questo. Il picco si è raggiunto a maggio, quando sulle linee di swap viaggiavano per 449 miliardi, e da quel momento in poi ha cominciato a declinare. Per la cronaca, vale la pena ricordare che all’epoca della grande crisi finanziaria gli swap arrivarono a “tirare” ben 583 miliardi. Pericolo scampato quindi? Forse.

Ci sono un paio di questioni che suggeriscono di mantenere elevato il livello di attenzione. Da una parte ci sono gli evidenti rischi che la situazione finanziaria possa nuovamente degradarsi a causa di un riaccendersi della crisi sanitaria. Dall’altro rimane il rischio che il problema della liquidità si sposti dalle banche alle imprese, specie nei paesi emergenti. Circostanza che diventerebbe non più semplicemente possibile ma probabile se gli investitori esteri dovessero continuare a generare deflussi. A quel punto la Fed potrebbe fare bene poco. A meno che non cominci anche a comprare debito corporate cinese.