La crisi demografica propone nuove sfide al sistema pensionistico cinese

Anche in Cina, come altrove, gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sono destinati a mettere sotto pressione il sistema previdenziale. Per farsene un’idea si può leggere un interessante paper diffuso dal Fmi, Population Aging and Pension Reforms in China, che offre un’analisi completa del problema e propone scenari di riforma.

La premessa non è delle più favorevoli. La Cina sta entrando nella fase demografica più complessa della sua storia moderna. Con un rapido invecchiamento della popolazione, un calo della forza lavoro e forti disparità tra aree urbane e rurali, il sistema pensionistico cinese affronta sfide che avranno un impatto profondo sulla crescita economica, sulla sostenibilità fiscale e sulla coesione sociale del Paese.

I dati raccolti nel paper mostrano che la Cina sta invecchiando più rapidamente di quasi tutte le economie avanzate. L’indice di dipendenza degli anziani – cioè il rapporto tra persone con più di 65 anni e popolazione in età lavorativa – è oggi al 21,2% ma raddoppierà entro il 2041. Per fare un confronto, il Giappone impiegò 19 anni per un raddoppio simile; la Cina ne impiegherà 17.

Questo quadro è destinato ad aggravarsi per almeno tre fattori. Il primo, più allarmante, è il calo della natalità. I nati vivi sono scesi da 18 milioni nel 2016 a 9,5 milioni nel 2024. Questa riduzione strutturale è difficilmente reversibile. E questo ci conduce al secondo fattore: la riduzione della forza lavoro. Secondo le stime, la popolazione tra 20 e 60 anni passerà da 840 a 614 milioni entro il 2050, un calo di oltre 200 milioni di persone.

A questi due fattori, comuni a molte economie, se ne aggiunge un terzo che è peculiare del sistema cinese, che dispone di due diversi sistemi pensionistici, uno per le zone rurali e uno per quelle urbane. Parliamo della rapida urbanizzazione che il paese sta vivendo ormai da diversi anni. Dal 1975 a oggi l’urbanizzazione è passata dal 17,2% al 64,6%. Questo cambiamento porta vantaggi economici, ma accentua le differenze tra sistemi pensionistici urbani e rurali.

La Cina arriva a questo appuntamento con la storia dopo aver riformato più volte i sistemi pensionistici. Nella prima fase della sua storia, fra il 1949 e il 1978, il paese forniva una pensione solo ai lavoratori delle state owned enterprises (SOE) e ai dipendenti pubblici. Gli altri, per lo più abitanti nelle zone rurali, erano esclusi.

Con le riforme di Deng Xiaoping, che portarono alla privatizzazione di molte SOE, iniziò l’espansione del settore privato, anch’esso privo di tutele pensionistiche. E ciò condusse alla prima ondata di riforme, culminata, nel 1997, nel primo schema previdenziale diffuso a più livelli che includesse anche i lavoratori del settore privato.

Nel 2009-10 i benefici pensionistici sono stati estesi anche ai lavoratori rurali ed alcune categorie di lavoratori urbani ancora senza tutele, fino ad arrivare, nel 2014, a una nuova riforma pensionistica a vocazione universalistica che prevede però scarsi benefici per i lavoratori rurali.

Per tutto questo periodo i lavoratori delle SOE e i dipendenti pubblici hanno goduto di benefici ben superiori rispetto agli altri lavoratori, peraltro senza essere obbligati al pagamento di contributi.

La situazione è cambiata a partire dal 2015, quando i benefici fra i lavoratori privati e pubblici sono stati equiparati e si è anche applicata un’aliquota contributiva dell’8% ai lavoratori pubblici. Ulteriori riforme, fra il 2018 e il 2022 hanno cercato di aumentare il grado di centralizzazione dei sistemi previdenziali, rimasti spesso a livello di municipalità.

Nel 2024, la Cina ha introdotto per legge un graduale aumento dell’età pensionabile e un periodo minimo di contribuzione più lungo per migliorare la sostenibilità delle pensioni. La riforma ha aumentato l’età pensionabile del regime pensionistico dei dipendenti urbani da tre a cinque anni, a seconda del genere e del tipo di lavoro, con un’introduzione graduale tra il 2025 e il 2040. Inoltre, il periodo minimo di contribuzione per ricevere una pensione è stato aumentato da 15 a 20 anni.

Al momento il sistema si basa su tre pilastri. Il primo comprende due schemi principali. L’UEPS (Urban Employees’ Pension Scheme): contributivo e obbligatorio per i lavoratori urbani; offre un livello di beneficio relativamente alto; e il RPS (Residents Pension Scheme): destinato a pensionati rurali e lavoratori non standard; è quasi del tutto finanziato dal governo e offre prestazioni molto basse (circa il 3% del PIL pro capite). E’ un sistema molto diseguale: un pensionato urbano medio riceve più di dieci volte il beneficio di un pensionato rurale.

Il secondo pilastro si basa su schemi pensionistici aziendali su base volontaria a contribuzione definita. Sono stati introdotti nel 2004 e rafforzati nel 2014 per i lavoratori pubblici, ma coprono solo 71 milioni di persone — circa il 9% dei lavoratori.

Il terzo pilastro si basa sul risparmio privato individuale. Questa possibilità è stata introdotta a livello nazionale nel 2022 e al momento si contano circa 70 milioni di posizioni aperte, che si confrontano con una forza lavoro di 900 milioni di persone.

Questa breve escursione nella storia della previdenza cinese mostra i notevoli progressi fatti dal paese, che però, nel confronto internazionale, risulta ancora indietro rispetto alle pratiche più consolidate. L’età di pensionamento, ad esempio, è ancora bassa. Per gli uomini è 60 anni, che diventeranno 63 con l’applicazione della riforma del 2024, per le donne oscilla fra i 50 e i 55.

La pensione dei lavoratori rurali (RPS) equivale appena al 2% del salario medio, tra le più basse dell’Asia-Pacifico. Inoltre, i divisori attuariali per il calcolo delle pensioni individuali è fermo al 2005 ed ammonta a 139 mesi, quando in media un sessantenne cinese vive 260 mesi. Ciò significa che il sistema è strutturalmente in deficit e favorisce le generazioni presenti rispetto a quelle future.

Persiste, inoltre, una notevole frammentazione. Alcune province hanno notevoli surplus, altre hanno deficit cronici. Con le riforme si è cercato di centralizzare la gestione delle risorse, ma il sistema è ancora non ottimale.

Sulla base di questa situazione il Fmi ha svolto una simulazione che ha prodotto tre scenari. Il primo analizza gli effetti dell’invecchiamento senza riforme, il secondo simula gli effetti della riforma del 2024, il terzo valuta eventuali riforme aggiuntive.

Il succo è presto detto. Senza nuove riforme gli effetti dell’invecchiamento potrebbero essere drammatici. Il Fmi stima che entro il 2050 la crescita del PIL si ridurrà di circa 2 punti percentuali all’anno a causa del calo della forza lavoro e del minor accumulo di capitale. La spesa pensionistica, inoltre, è vista passare dal 5,4% del Pil del 2024 al 15,3% entro il 2050, con un incremento difficilmente sostenibile.

Analizzando gli effetti della riforma del 2024, in gran parte concentrate su aumento età pensionabile, il Fmi stima che la crescita aumenterà dello 0,2% l’anno per un ammontare cumulato del 5,6% di pil in più entro il 2050. La spesa pensionistica crescerà, ma meno che nell’altro scenario, arrivando all’11,9% del Pil e aumenterà anche il tasso di risparmio, che nell’altro scenario si dimezzava dal 28 al 14%.

Il terzo scenario considera gli effetti di alcune riforme consigliate. La prima: il raddoppio delle pensioni rurali (RPS). Questo provocherebbe un aumento della spesa pensionistica dello 0,6% del pil, una perdita di pil dello 0,5% e un calo del risparmio rurale di 3,4 punti, ma il welfare dei lavoratori rurali aumenterebbe del 10%.

La seconda riforma suggerita è l’aggiornamento del divisorio attuariale, adeguandolo alla speranza di vita. Ne deriverebbe una notevole riduzione del tasso di sostituzione (-8 punti), e quindi un calo delle pensioni, che porterebbe con sé un aumento del Pil di del 2% entro il 2050 associato a una riduzione della spesa pensionistica dell’1,3% del pil.

Se si aumentasse rapidamente l’età pensionabile fino ai 65 anni gli effetti sarebbe ancora più intensi. Il pil crescerebbe di 3 punti entro il 2050, la spesa pensionistica diminuirebbe dell’1,8% e aumenterebbe il risparmio nazionale.

La quantità di situazioni esaminate illustra bene la quantità di sfide che la previdenza cinese si trova di fronte. Specie considerano la velocità dell’invecchiamento della popolazione. Non è un problema solo cinese ovviamente. Ci sono paesi messi anche molto peggio. Specie nel ricco Occidente.

Cartolina. Servizi (non) segreti

Al contrario del suo notorio e ampiamente discusso deficit sui beni, il notevolissimo surplus degli Stati Uniti nel settore dei servizi rimane una conoscenza specialistica, che anche gli stessi specialisti tendono a dimenticare. Certo, si capisce. Le automobili sono più visibili e concrete di una casella di posta elettronica. Ma mentre oggi si può vivere benissimo senza avere un’auto, è praticamente impossibile senza avere una email. E figuriamoci senza Whatsapp. Tutta roba americana, nel caso lo aveste dimenticato. Questa montagna di esportazioni, che nel 2024 ha pesato quasi 12 trilioni per gli Usa, sono un segreto per nulla segreto, ma è come se lo fosse perché in pratica non lo vede nessuno. E tantomeno ne parla. Mister president non ne accenna. Gli europei al massimo alludono, malgrado un deficit bilaterale di oltre 150 miliardi, sempre nel 2024. E così il non segreto prospera. Silenziosamente.

Cartolina. La nazione digitale

I data center sparsi per il mondo consumano già più elettricità dell’intera Francia ed entro la fine del decennio avranno raggiunto il consumo dell’India, una delle nazioni più popolose del mondo. Quando ragioniamo sugli effetti a lungo termine dell’AI, che di questi data center è il prodotto di punta, anche per i consumi che origina, dovremmo ricordarci anche questo. I bot non rischiano solo di sostituirci nel lavoro. Ci sostituiranno anche nei consumi, necessari per alimentare la nazione digitale, l’unica davvero globale. Il Sol dell’avvenire sarà elettrico. Indovinate chi pagherà la bolletta.

I signori dell’AI ormai dominano i mercati

Perché non sfugga la portata della rivoluzione che l’AI sta svolgendo nelle nostre società, vale la pena leggere un recente bollettino della Bis di Basilea che risale la catena del valore di questa tecnologia e ci mette nella condizione di comprendere una semplice vertà empirica: l’AI non sa semplicemente offrendo una tecnologia rivoluzionaria. Sta rivoluzionando i mercati, dei quali i signori hi tech si avviano sostanzialmente a diventare i padroni.

I dati, riepilogati dal grafico che apre questo post sono molto eloquenti. Nvida, Apple e Alphabet hanno raggiunto una capitalizzazione superiore al pil annuale del nostro paese. E se questo vi sembra una semplice curiosità statistica, vuol dire che sottovalutate il peso specifico che una ricchezza del genere ha sugli equilibri dei mercati internazionali.

Per dirla semplicemente, Ognuno di questi giganti si può assimilare a una nazione digitale. Ha peso specifico rilevante, ha cittadini (i suoi utenti/clienti) influenza i mercati costantemente, emette debito.

Se poi guardiamo a questi colossi risalendo la supply chain, osserviamo che stanno praticamente in ogni anello della catena. E questo li rende nientemeno che essenziali per tutto il resto. Provate a chiedervi come potrebbero funzionare le borse – tecnicamente – senza i chip Nvidia o i software Alphabet.

La terza informazione che dobbiamo ricordare è che la gran parte di questo potere – perché di potere si tratta e non solo economico – è concentrato negli Stati Uniti. La Cina ha i suoi giganti hi tech, ma sono presenti solo in quella porzione geografica. Poi ci sono i produttori di chip di Taiwan, i sud coreani e persino una compagnia olandese, che però non hanno peso paragonabile ai giganti Usa. Nel resto del mondo c’è il deserto.

Ricapitolando: i signori dell’AI, versione aggiornata dei padroni del vapore ottocenteschi, sono un pugno di cittadini statunitensi che concentrano si di loro una quantità di potere forse senza precedenti nella storia, di fronte al quale quello dei capi di stato impallidisce. Il fatto che siano formalmente residenti negli Usa non vuol dire che questo potere sia territoriale. Le infrastrutture digitali superano le frontiere. Vuol dire semplicemente che sta sorgendo una nuova forma politica che malgrado esibisca una base nazionale è tentacolare. E’ una nazione globale.

Questi signori stanno sviluppando una tecnologia che promette di essere estremamente invasiva, non solo perché sta stravolgendo metodi di produzione consolidati, minacciando di fatto l’estinzione di diverse professioni, ma perché si inserisce nelle corde intime della nostra immaginazione offrendosi come partner pressoché insostituibile della nostra esistenza. Qualche giorno addietro un giornale riportava l’intervista a un giovane ventenne che confessava senza pudori che Chat Gpt è il suo migliore amico.

Si può ridere di questi fenomeni, ma non ignorarli. Siamo di fronte a una tecnologia di cui la stragrande maggioranza delle persone non ha capito nulla. Molti pensano addirittura che il bot sappia quello che dice. Che sia una specie di oracolo onnisciente. Altri gli stanno affidando gradualmente qualsiasi processo creativo senza comprendere che così recidono la radice stessa della loro possibilità di esistenza.

Non si tratta di fare allarmismo, ovviamente. Ogni tecnologia è benvenuta. A patto di saperla usare. E qui il problema è che non ci stanno lasciando il tempo di imparare a usarla. Il bot evolve più velocemente della nostra capacità di comprenderlo.

Aldilà della sociologia, rimane infine il problema economico, che non è banale. “Questi giganti globali dell’AI – spiega la Bis – rappresentano una quota crescente della capitalizzazione di mercato totale, delle spese in conto capitale e dei ricavi nelle rispettive giurisdizioni”.

Detto diversamente stanno diventando i soggetti sui quali si concentrano le Grandi Speranza dell’economia. Se non si investe sull’AI, non si investe. Se non si ricava dall’AI, non si ricava. Se le azioni hi tech non aumentano, le borse languono. Eccetera.

Inoltre, lo abbiamo già visto, stanno concentrando su di sé sempre più la catena del valore.

Dulcis in fundo, il peso specifico di questi soggetti nei cinque settori chiave di riferimento – computer, infrastrutture, data tools, modelli, applicazioni – è in costante crescita. “Dal 2017 – aggiunge la Banca -, gli accordi commerciali sull’intelligenza artificiale rappresentano una quota significativamente maggiore dell’attività di negoziazione per tutte le dieci aziende censite /grafico sotto, ndr). Queste aziende stanno concludendo accordi nei mercati dell’intelligenza artificiale in una gamma più ampia rispetto al passato, in particolare nel mercato delle applicazioni di intelligenza artificiale rivolte agli utenti. Anche aziende che hanno iniziato in settori di business molto diversi si sono sempre più concentrate sull’intelligenza artificiale”.

Questa concentrazione, verticale e orizzontale, contiene diverse opportunità e quindi altrettanti rischi. Può promuovere l’innovazione e l’efficienza. Ma anche estremizzare la vocazione al monopolio. Le nazioni digitali possono trasformarsi in imperi. E non è detto che gli imperatori siano desiderabili.

La stagnazione del reddito e della ricchezza nei paesi Ocse

I redditi reali medi delle famiglie nei paesi Ocse sono cresciuti in media dello 0,3% nel terzo quarto del 2005, sempre meno della crescita del pil reale pro capite, cresciuto invece dello 0,5%. Nel nostro paese questa discrepanza è ancora più pronunciata, come si può vedere dal grafico che apre questo post. E questa non è una buona notizia. Se il pil non cresce, difficilmente i redditi possono farlo, al netto di compensazioni automatiche congiunturali.

E infatti sulle venti economie osservate dall’Ocse undici hanno avuto crescita, otto hanno declinato e una è rimasta stagnante. Se stringiamo il focus ai paesi del G7, il quadro è ancora più fosco. Il Regno Unito ha osservato il calo maggiore del reddito reale (-0,8%), trainato principalmente dall’aumento delle imposte sul reddito e sul patrimonio, mentre la crescita del PIL reale pro capite è rimasta stabile (0,0%).

In Francia e Canada, il reddito reale pro capite delle famiglie è diminuito (rispettivamente -0,3% e -0,1%) a causa dell’aumento dell’inflazione dei prezzi al consumo; allo stesso tempo, il PIL reale pro capite è aumentato (rispettivamente dello 0,4% e dello 0,5%).

L’aumento dell’inflazione dei prezzi al consumo ha avuto un impatto negativo anche sul reddito reale negli Stati Uniti (-0,1%). Finisce così il più lungo periodo di crescita continua, iniziato nel terzo trimestre del 2022 (Figura 2). Il PIL reale pro capite negli Stati Uniti è aumentato (0,9%).

Al contrario, l’Italia ha osservato un aumento del reddito reale pro capite delle famiglie (1,7%), trainato dall’aumento delle retribuzioni dei dipendenti e del reddito netto da capitale. Anche la Germania ha mostrato una crescita (0,5%), trainata principalmente dalle retribuzioni dei dipendenti.

I dati sulle retribuzioni reali, infine, premiano solo alcune economie e penalizzano altre, fra le quali la nostra. Ma anche quella statunitense, che si mantiene nella parte bassa della classifica.

Non sono tempi facili per i lavoratori. L’inflazione morde ancora e i redditi stagnano insieme alla crescita che dovrebbe alimentarli. Soprattutto, all’orizzonte si vedono altre nubi.

Breve storia dei dazi negli Usa e dei loro effetti. Spoiler: sono recessivi

Se avete voglia di convincervi della dannosità dei dazi per un’economia avanzata, potete dedicare un po’ del vostro tempo alla lettura di un paper diffuso dal Nber che ci racconta quasi due secoli di effetti macroeconomici causati dai dazi statunitensi in patria e fuori.

Le conclusioni non sono sorprendenti: questi provvedimenti hanno conseguenze sistematicamente recessive. Non solo finiscono col far crescere i prezzi nel breve periodo, ma fanno crollare gli scambi, frenano la produzione e, di conseguenza, il Pil. A che servono quindi?

La risposta a questa domanda non bisogna cercarla nella logica economica, ma in quella che guida la logica politica del dominio. I dazi servono ad aumentare la presa che lo stato ha sull’economia, pure al prezzo di danneggiarla.

I dati raccolti dagli autori dello studio fanno riferimento a 35 grandi riforme tariffarie avvenute negli Usa nel corso di 180 anni, 21 delle quali definite “esogene”, ossia non motivate da quella che abbiamo chiamato logica economica, ma da una logica strettamente politica o ideologica. E già il fatto che queste ultime siano la maggioranza dice molto della natura dei dazi.

La distinzione fra cause esogene, ossia politiche, e cause endogene, ossia giustificate dalla necessità economica, è un punto saliente del paper. In alcuni casi, infatti, gli autori giudicano i dazi non necessariamente recessivi. Quando ad esempio la congiuntura è negativa e si applicano i dazi, questi ultimi non sono causa della recessione, ma semmai conseguenza.

Il paper è interessante anche perché tratteggia le diverse epoche della storia Usa in relazione all’utilizzo dei dazi. La fase iniziale, che inizia al termine della guerra civile, quindi nel 1861 e dura fino al 1933 racconta una storia di notevole protezione commerciale con i ricavi dei dazi utilizzati per finanziare lo Stato e per proteggere le industrie del Nord. Le tariffe raggiunsero livelli altissimi, fino al celebre Smoot-Hawley del 1930, simbolo del protezionismo più estremo.

La seconda fase, in cui prevale una certa apertura, inizia a partire dal 1934. Con il Reciprocal Trade Agreements Act e la nascita del GATT (poi WTO), gli USA entrarono nel sistema commerciale multilaterale. I dazi scesero gradualmente, round dopo round, fino agli anni ’90.

Il nuovo millennio, che si apre con gravi crisi finanziarie che scuotono l’intera struttura della globalizzazione commerciale, vede l’emersione di una terza fase, nel corso della quale riemergono con forza le tendenze protezioniste. Ma con una differenza. Nel XIX secolo gli Usa erano un’economia emergente, per usare un’espressione comune. Oggi sono una potenza mondiale che esprime la principale valuta di riserva. E questa è una differenza notevole.

L’analisi di questi tre periodi consente di stimare, attraverso un modello matematico, gli effetti macro dell’applicazione dei dazi. Il dato chiave ricavato dal modello dice che l’aumento di un punto percentuale dei dazi riduce il pil dello 0.9%. Parliamo di un aumento “esogeno”, ossia sganciato dalla necessità economica. Non solo. Si stima un calo della produzione manifatturiera dell’1,5%, delle importazioni del 4% e, dopo qualche anno, anche delle esportazioni, del 2%. Dal punto di vista finanziario si osserva un apprezzamento del dollaro e un aumento temporaneo dell’inflazione.

Contrariamente a quanto dice la narrativa comune, emerge con chiarezza che i dazi NON proteggono l’industria nazionale in un’economia avanzata. Questo risultato magari si può ottenere in un’economia emergente, ma non certo nell’economia più importante del pianeta.

Forse il problema degli Usa oggi è che hanno dimenticato chi sono e soprattutto in che epoca sono. Ragionano come se fossero ancora nel XIX secolo e dovessero proteggere l’economia nazionale. Ma siamo nel XXI e l’economia americana si protegge benissimo da sola. Il problema semmai è se il governo vuole impedirglielo. E così controllarla.

Cartolina. Svantaggi comparati

L’Onu ha calcolato pochi anni fa che le piantagioni di coca hanno raggiunto in Colombia i 230 mila ettari, la superficie più ampia mai osservata, che consente al paese di produrre i due terzi dell’offerta globale di coca, con una produzione che ormai supera le 2.500 tonnellate, alle quali corrispondono circa 1.800 tonnellate di cocaina. Questo straordinario esempio mostra ancora una volta quanto fosse lungimirante Ricardo quando, nel lontano 1817, illustrò la sua teoria dei vantaggi comparati. La Colombia ha di sicuro un vantaggio competitivo notevole a produrre foglie di coca e sopporta stoicamente il costo/opportunità di utilizzare gran parte del suo suolo a questo fine. Tanto è vero che non appena ha potuto ha ricominciato a coltivarla. Dal canto loro, gli Usa hanno un evidente vantaggio comparato nella produzione di dollari. E quindi non c’è da stupirsi che all’offerta colombiana abbia corrisposto una notevole domanda statunitense. Ciò che Ricardo non poteva immaginare, visto che scriveva in un tempo diverso dal nostro, è che il bene oggetto di scambio può far la differenza. Due vantaggi comparati possono, ad esempio, produrre uno svantaggio. Comparato, ma sempre svantaggio.

Cartolina. Fare la storia

Se davvero, come dicono molti, lo scopo di ogni uomo di potere è entrare nella storia, allora il presidente Usa ha raggiunto il suo obiettivo lo scorso aprile. Non tanto perché fece capitombolare i mercati di tutto il mondo con l’annuncio dei dazi – i mercati com’è noto poi si riprendono – ma perché i suoi dazi sono entrati di diritto nella galleria degli shock commerciali che hanno funestato gli Stati Uniti (e quindi il resto del mondo) dalla seconda metà del XIX secolo, quando l’America non era ancora l’America di oggi, ma ci somigliava. Le tariffe di Trump campeggiano accanto alle famigerate tariffe della coppia Smoot-Hawley, che finirono di far collassare l’economia internazionale negli anni Trenta, e gareggiano con quelle volute da Nixon nel 1971, quando con l’occasione si fece piazza pulita anche del sistema monetario di Bretton Woods. Ma poiché Trump sembra un presidente che non si accontenta, sorge il sospetto che non gli basterà essere solo uno fra gli altri. Probabilmente starà già pensando a qualcosa di ancor più memorabile, per fare sul serio la storia dei dazi. Potrebbe toglierli.

Ultime notizie dal bilancio pubblico statunitense

Un interessante post pubblicato dalla Fed di S. Louis ci consente di aggiornare le nostre informazioni sullo stato di salute della finanza pubblica statunitense che, vuoi o non vuoi, finisce sempre col generare effetti nel resto del mondo, per la semplice ragione che gli Usa emettono la valuta di cui il mondo di serve in larga maggioranza.

L’analisi si basa sui dati del Tesoro statunitense fino a dicembre 2025 e affronta, con un taglio empirico, le sfide e le direzioni del deficit primario, delle entrate, delle spese e dell’impatto delle politiche introdotte nell’ultimo anno.

Il punto di partenza è che la politica fiscale Usa ha un’importanza notevole per l’economia americana. Per averne contezza basta ricordare che nel 2025 la spesa federale, al netto degli interessi sul debito (che ormai veleggiano verso i 1.000 miliardi) è stata di 7.000 miliardi. Una quantità enorme di denaro che impatta sui consumi delle famiglie, sugli investimenti delle imprese, sui tassi di interesse (più deficit implica più richiesta di capitali al mercato) e sulla stabilità finanziaria, visto che gli investitori, di fronte a un debito troppo elevato, tendono a spaventarsi.

Il primo punto saliente dell’analisi riguarda il calo del deficit primario, ossia il saldo tra entrate e uscite escludendo i costi per interessi sul debito. Nell’arco dei dodici mesi precedenti a dicembre 2025, il deficit primario è diminuito di circa 350 miliardi di dollari.

Questa riduzione non deriva da un’unica causa, ma da un insieme di dinamiche fiscali articolate. La fonte più rilevante dell’aumento delle entrate federali è rappresentata dai dazi introdotti nel 2025. Prima gli Stati Uniti raccoglievano circa 80 miliardi di dollari in entrate doganali su base annua. A dicembre 2025 il totale ha raggiunto 270 miliardi. In pratica sono più che triplicate.

Si tratta di una variazione straordinaria e non usuale nel quadro fiscale americano. Specie se si considera che il costo dei dazi lo pagano innanzitutto gli importatori. Il forte aumento delle entrate tariffarie ha compensato il deficit. Per adesso. Bisognerà vedere quanto sia sostenibile. Peraltro, il fatto che tali entrate siano oggetto di contenzioso giudiziario rende il quadro fiscale più incerto per il 2026.

Un altro elemento decisivo è stata la sostanziale stabilità della spesa pubblica al netto degli interessi. Le uscite annuali erano pari a 6,9 trilioni a dicembre 2024 e sono salite solo marginalmente a 7,0 trilioni a dicembre 2025. Non è chiaro da cosa sia dipeso questo rallentamento, che smentisce gli andamenti storici. Ma rimane la domanda: il governo riuscirà a combinare contenimento della spesa e obiettivi di politica economica legati a infrastrutture, difesa, welfare e transizione energetica?

Sul lato delle entrate si è inoltre osservato una crescita costante, anche escludendo i dazi. Ma anche qui non è chiaro se questa tendenza continuerà anche nel 2026, quando entreranno in gioco le nuove decisioni di politica economica previste dal “One Big Beautiful Act”. Com’è noto questo provvedimento combina tagli fiscali e riduzioni di spesa. E se i tagli di solito sono facili da fare, le riduzioni di spesa un po’ meno. Quindi quest’anno, che sarà anche un anno elettorale, sarà fondamentale per capire la traiettoria dei conti pubblici Usa.

Rimane inevaso il problema di un deficit molto elevato – 1.700 miliardi a dicembre 2025 – cresciuto di ben 700 miliardi rispetto al 2019. Su questa tendenza i dazi possono influenzare poco e la riduzione del deficit dell’anno scorso serve ancora meno. Peraltro le previsioni degli uffici del Congresso (CBO) lo vedono costantemente in crescita, spinto al rialzo dagli interessi sul debito. Ma sono solo previsioni, appunto. Alla fine di quest’anno avremo capito qualcosa di più.

Cartolina. La Repubblica marinara

Quando l’italiano tornerà a essere navigatore, memoria di una stagione alla quale si associano nostalgie ormai decrepite, magari rinuncerà una volta per tutte ai vizi che la terraferma gli ha fatto crescere dentro. Vizi tipici della terra. L’immobilismo, ad esempio. Oppure il timore dell’ignoto. Caratteristiche che ci hanno trasformato in tristi rievocatori di cose passate, quando eravamo invece inventori di cose future. Le banche, ad esempio. Oppure una certa idea di stato, che germinò dalle nostre signorie. Oppure la prospettiva lineare e le fortificazioni. L’Italia, quando ancora Italia non era, fece l’Europa e poi si disfece. Divenne un’espressione geografica, come rischia di diventare l’Europa oggi. Ma quell’Italia non era l’Italia, appunto. Era tante repubbliche, e le più forti navigavano. Chi vuole un’Italia diversa dovrebbe ricordarlo. E sognare una Repubblica marinara.