Cresce l’attrazione fatale per la spesa militare

Gli anni Venti del XXI faranno storia, sicuramente. Non tanto per le loro innumerevoli crisi, che hanno condotto persino al conio di neologismi giornalistici di successo (“policrisi”), quando per il grande ritorno dell’attrazione fatale per la spesa militare, che interrompe un trend che declinava dal secondo dopoguerra.

Sembra che il mondo si sia stancato di stare in pace. Peggio ancora, tornano in auge vecchi modi di dire – “Si vis pacem para bellum” – e pensieri che si sperava fossero stati consegnati alla storia. Ma la storia non passa mai davvero. Sotto sotto covano i soliti vecchi istinti che l’homo sapiens non ha minimamente imparato a governare, col risultato che governano loro. I vecchi istinti.

Poiché è chiaro che ormai viviamo in un tempo che prepara la guerra con la scusa di voler conservare la pace, rassegnamoci a leggere resoconti come quello che il Fmi propone nel suo ultimo WEO che dice tutto già dal titolo: “Global economy in the shadow of war”.

L’ombra della guerra, scrive pudicamente il fondo, ma soprattutto l’economia globale, che chissà come prenderà questa iniezione di miliardi che il settore dell’industria militare sarà chiamato a digerire. E non solo. Pensate alle catene di fornitura, ai riflessi finanziari che sono destinate ad originare. Ma soprattutto è quasi commovente che ci siano ancora istituzioni che si preoccupano dell’economia globale, quando pare evidente che ormai quelli che contano, che poi sono quelli che usano la forza, semplicemente se ne infischiano.

Cominciamo dai dati. Piano piano, il numero di paesi che supera il 2% del pil per la spesa militare è arrivato a una quarantina, un livello che non si vedeva dagli anni ’90. Siamo lontani dalla settantina abbondante del dopoguerra, ma l’inversione del trend è chiara, e chissà quante soprese ci riserverà in futuro.

Scopo dell’osservazione del Fmi è analizzare le conseguenze macroeconomiche dell’aumento della spesa per la difesa ponendosi tre questioni semplici, ma solo all’apparenza: cosa caratterizza un boom della spesa per la difesa? Quali sono i trade-off che porta con sé un tale incremento? Quanto pesano i moltiplicatori della spesa militare sul pil?

Per rispondere a queste domande il Fmi ha attinto a un ampio dataset che include 164 paesi sin dal 1946 e sviluppato un modello interpretativo che arriva ad alcune conclusioni.

La prima è che i boom di spesa militare sono diventati più frequenti, in particolare dalla metà degli anni Dieci del secolo XXI- Hanno avuto una magnitudo pari al 2,7% del pil, in media, e sono durati oltre due anni e mezzo, sempre in media. Il fatto rilevante che questa spesa è stata fatta in deficit per i due terzi, e quindi genera effetti di lungo termine sulle contabilità pubbliche.

Il lato positivo è che questo shock “benigno” di spesa militare nel medio termine spinge i consumi privati e gli investimenti attraverso lo stimolo della domanda, nel settore oggetto di spesa e quelli ad esso correlati, generando però al tempo stesso un effetto spiazzamento per gli investimenti privati. Sul versante dell’offerta la spesa militare è seguita solitamente da un aumento dello stock di capitale e della produttività totale dei fattori.

Il lato negativo è squisitamente fiscale e può generare effetti sulla spesa sociale. Esiste, insomma, un evidente trade off fra spesa per il warfare e spesa per il welfare. Basti considerare che all’aumento del deficit segue inevitabilmente quello del debito, stimato nel 7% del pil dopo tre anni dal boom di investimenti. I costi fiscali, aggiungono gli economisti del Fondo, sono particolarmente evidenti in tempi di guerra, quando il debito pubblico sale di 14 punti e la spesa sociale si riduce in termini reali.

Dulcis in fundo la questione del moltiplicatore, gioia e delizia dei keynesiani da social. Nelle stime del Fmi il moltiplicatore della spesa per la difesa è vicino a 1. Quindi un euro di spesa militare produce meno di un euro di crescita, ma questa stima è estremamente variabile. E soprattutto è commovente pensare agli economisti che credono davvero che un paese in guerra si preoccupi degli effetti economici della spesa militare. Somigliano a un architetto che rifletta sull’impatto ambientale dei suoi materiali di costruzione mentre la casa brucia.

Vento freddo in arrivo dall’Est: l’aumento dei rendimenti giapponesi

Rischiamo sempre che ci sfugga qualcosa, quando guardiamo dove guardano ossessivamente tutti. Perciò ben venga il Fmi che ci ricorda, nel suo ultimo Global financial stability report, le molte fratture che insistono sulla trama dei mercati finanziari, che non solo sono profondamente interconnessi, ma vivono letteralmente l’uno dentro l’altro. Al punto che è difficile indovinare le relazioni, e quindi i rischi, che legano l’uno all’altro.

Prendete il caso del Giappone. Avreste mai immaginato che l’aumento dei rendimenti a lungo termine dei titoli di stato giapponesi, fatto inedito recente che ha superato anche alcuni record storici, potesse generare rischi per il mercato obbligazionario statunitense o australiano?

Proprio così. Un fatto che sembra tutto sommato marginale – chi volete che si preoccupi se il bond giapponese a 40 anni (JGB, Japanese government bond) ha toccato il picco del 4,21% nel gennaio scorso? – è capace di generare non solo grossi problemi interni agli investitori di lungo termine, che in concorso col rialzo dei rendimenti hanno visto dimagrire il valore delle loro obbligazioni in portafoglio, ma anche a un paese che sta dall’altra parte del mondo, per la semplice ragione che il Giappone è uno dei più grandi investitore in titoli di stato Usa (grafico 4, in basso a destra).

A molti, preoccupati del grande caos mediorientale, questa piccola crepa sembra trascurabile. E certo non è la preoccupazione principale dei ministri delle finanze del G7 riuniti a Washington, ossia la capitale del paese che ha scatenato la guerra, per fare il punto sulle conseguenze economiche del conflitto. Ma rimane il fatto: la crepa sta lì, bene in evidenza e, inosservata se non dagli specialisti, si allarga, mano a mano che il resto del mondo va a rotoli.

Per il momento le conseguenze la hanno avvertite forti e chiare gli assicuratori giapponesi, che hanno registrato notevoli perdite potenziali sui loro bilanci, solitamente imbottiti di bond governativi a 30 e 40 anni, ossia quelli sui quali si sono concentrati i rendimenti in crescita. Le più grandi compagnie giapponesi di assicurazione – Dai-ichi, Meiji Yasuda, Nippon, Sumimoto Life – hanno complessivamente cumulato perdite potenziali per 13,2 trilioni di yen, circa 83 miliardi di dollari, che si confrontano con gli 11 trilioni del terzo trimestre del 2025. Questo a fronte di un aumento di rendimenti di appena 23 punti base.

Non c’è da preoccuparsi. Almeno per il momento. Il sistema è capitalizzato e dispone di robusti ammortizzatori per la liquidità. Ma questo non vuol dire che non sia successo nulla. I gestori delle assicurazioni staranno sicuramente cercando di capire come gestire questo rischio crescente. La Nippon Life, per fare un esempio, conta di vendere 3 trilioni di yen a basso rendimento, e poi ci sono i fondi pensione che in media cambiano le loro policy di investimento ogni cinque anni, e quindi i gestori di queste entità avranno segnato a matita rossa i titoli al lungo termine giapponesi.

Paradossalmente, il maggior fattore di stabilità finanziaria giapponese è la banca centrale, che ancora oggi detiene in bilancio il 51% del totale dei bond in circolazione (grafico 2 in apertura di post). Ma il settore non bancario, quindi assicurazioni, fondi eccetera, ha un valore significativo.

Fino ad ora l’aumento dei rendimenti, che potrebbe invogliare gli investitori ad acquistare più titoli giapponesi, non ha rinformato lo yen, che rimane debole, ma in compenso il carry trade è diventato meno appetitoso e questo potrebbe effetti a largo raggio sul mercato obbligazionario, specie in quei mercati – gli Usa ma anche l’Australia – dove gli investitori sono molto presenti nel mercato dei titoli pubblici.

Come ultimo dato è utile ricordare che nel 2025 i non residenti hanno acquistato 13,3 trilioni di bond giapponesi a lungo termine, l’ammontare più elevato dal 2005. I mercati sono interconnessi e vivono letteralmente l’uno dentro l’altro. Quindi soffrono anche insieme, quando cambia il clima.

Le relazioni pericolose fra i tassi e le tasse

La Bce osserva con un certo preoccupato stupore che “nell’ultimo anno i tassi di interesse a lunghissimo termine sono aumentati in misura significativa in diverse economie avanzate, determinando un incremento della pendenza nel segmento relativo della curva dei rendimenti”.

Detto diversamente, i titoli a più lungo termine sono diventati più costosi del solito e questo produce una serie di conseguenze che riguardano la sostenibilità fiscale dei debiti pubblici, i portafogli degli investitori privati e i prestiti bancari. In sostanza, l’intero andamento dell’economia.

Quanto al primo punto, ossia l’impatto dell’aumento dei tassi sui costi del debito pubblico, e quindi indirettamente sulle tasse che tale debito devono ripagare, gli economisti della Banca sono moderatamente ottimisti. “Gli effetti diretti di un aumento dei rendimenti a lunghissimo termine sui costi del finanziamento pubblico probabilmente saranno contenuti”, scrivono. Malgrado negli anni più recenti l’offerta di debito a lunghissimo termine sia molto aumentata, circa il 70 per cento delle emissioni ha ancora una durata residua di dieci anni, quindi l’effetto dei rialzi dei tassi a lunghissimo sono gestibili.

E’ interessante però associare queste informazioni sulla durata delle emissioni con quelle relative agli acquirenti di questo debito.

Come si può osservare, le società di assicurazione e i fondi pensione sono i maggiori acquirenti di debito con scadenze superiore a 30 anni. Per questi soggetti l’aumento dei rendimenti di lungo termine è una buona notizia, visto che solitamente nei loro bilanci le passività hanno una duration maggiore delle attività. E quindi se nel lungo termine i rendimenti aumentano, la loro situazione finanziaria migliora. E’ anche interessante osservare che una quota rilevante di questi titoli è in mano a soggetti che non appartengono all’eurozona.

Un altro effetto osservato dagli economisti della banca è quello sui mutui ipotecari, che tendono a replicare la pressione al rialzo quando superino i dieci anni e siano ovviamente a tasso variabile. Da gennaio 2025, infatti, si è osservato un aumento dei tassi sui mutui a lungo termine sia in Germania che in Italia.

Nel complesso macroeconomico, invece, l’aumento dei rendimenti di lunghissimo termine ha effetti limitati su pil e inflazione. Fa più danni uno shock sui tassi a breve termine, come un improvviso rialzo. Ma se si sommano le due cose il discorso ovviamente cambia. E anche parecchio.

Cartolina. La spesa nemica

Salvo rare eccezioni, negli ultimi anni tutti i paesi hanno aumentato la spesa per armamenti, pudicamente chiamata spesa per la difesa. La vulgata batte ossessivamente il tamburo che dobbiamo armarci per difenderci, ignorando che esiste una evidenza storica circa la stretta correlazione fra la disponibilità di armi e quella ad usarle. E per farci maggiormente contenti, visto che ci preoccupiamo molto della nostra difesa, e quindi anche della difesa della nostra ricchezza, si osserva che questa spesa militare comunque farà bene alla crescita. La spesa è sempre amica del pil, dicono gli esperti a libro paga. Anche quella contro i nemici.

Cartolina. Aiutati che non t’aiuto

La prima vittima della guerra è la verità, recita un vecchio detto. La seconda è l’umanità, aggiungiamo noi. Che non solo dimagrisce quantitativamente, ma anche qualitativamente. La guerra ci rende tutti peggiori, alla faccia dei fanatici che dicono che le guerre fanno bene, e credendoci pure. Oggi che siamo in guerra, non solo perché piovono le bombe, ma perché abbiamo sempre più debiti da dover ripagare, a pagarne le conseguenze sono innanzitutto i più fragili. Che non solo a volte vengono bombardati dai più forti, che trovano sempre una ragione per farlo, ma si vedono anche lesinare gli aiuti per stare in piedi, che prima i benestanti elargivano più largamente e adesso non più. L’anno scorso oltre il 20 per cento in meno. Dagli amici mi guardi Dio, si diceva una volta.

Il mondo nella stagione della decrescita infelice

Pensavamo di aver scansato i dazi di Trump, ma è arrivata la guerra di Trump. E così l’economia, che aveva in qualche modo ammortizzato i primi, si trova adesso alle prese con la seconda, che ha la particolarità di aver strozzato uno dei punti vitali della circolazione commerciale globale. Col risultato che vedete nel grafico sotto.

Ora che lo stretto di Hormuz è sottoposto al doppio blocco navale, iraniano prima e statunitense poi, rimane da capire se, come sperano tutti, entro la fine del mese i due litiganti troveranno il modo di concludere una guerra che minaccia di essere molto dolorosa per le sorti globali.

Questo non vuol dire che dopo potremo tirare un sospiro di sollievo e dimenticarci del gasolio a 2,15 euro al litro. Il contesto internazionale rimane degradato. E la cosa che tendiamo a dimenticare è che ogni crisi lascia dei segni, cicatrici nella consuetudine, che finiscono col trasformarsi in ostacoli, se gli agenti economici non trovano il modo di trasformarli in vantaggi.

Prendete il caso dei dazi. “Nonostante le gravi interruzioni degli scambi commerciali e l’incertezza politica, l’anno scorso si è concluso con una nota positiva”, scrive il Fmi nel suo commento al nuovo WEO pubblicato di recente. La crisi ha finito col diventare una opportunità, col settore privato a far la parte del leone, i governi a dare un certo sostegno fiscale e l’AI quella del jolly destinato a far crescere investimenti e produttività. Al punto che molti hanno iniziato a parlare di bolla.

Poi la bolla è scoppiata. Ma non per colpa dell’AI: per colpa della guerra. Nella migliore delle ipotesi, ossia che la contrazione degli scambi indotta dalla chiusura di Hormuz finisca entro poche settimane, avremo comunque una diminuzione della crescita e un aumento dell’inflazione, che il FMI vede al 4,4%, interrompendosi così bruscamente il processo di disinflazione succeduto alla crisi Covid. Sempre perché le crisi non passano mai senza strascichi.

Nello scenario medio, la crescita potrebbe scendere al 2,5% e l’inflazione al 5,4%. In quello peggiore si arriverebbe al 2% di crescita e al 6% di inflazione. Previsioni che vanno prese, come sempre, con le pinze e ricordando che “alcuni danni sono già stati fatti e i rischi al ribasso rimangono elevati”.

Ovviamente l’impatto del conflitto si distribuirà molto diversamente nel mondo. I paesi emergenti che importano beni energetici ne risentiranno meno degli avanzati. Nel caso degli esportatori, quelli nei paesi emergenti ne avranno vantaggio, a differenza di quelli dei paesi avanzati. Segno evidente che la struttura dell’economia internazionale, quando ci sono shock energetici, penalizza i ricchi assai più dei poveri, per la semplice ragione che consumano di più.

Ci siamo già passati, peraltro. E anche di recente. L’inflazione seguita al conflitto ucraino, che è ancora in corso e ha modificato in maniera radicale le catene di fornitura energetiche globali, ha mostrato con chiarezza i danni che i paesi avanzati subiscono quando i mercati energetici vanno fuori controllo. E il caso Covid ha mostrato con chiarezza i danni che i paesi avanzati subiscono a livello fiscale quando la spesa dei governi va fuori controllo.

L’ennesima guerra semplicemente è un nuovo capitolo del libro sulla crisi permanente che il mondo sta scrivendo almeno dall’inizio del nuovo secolo. Ed è questo il punto che dobbiamo fissare nella nostra attenzione. Troppe crisi in poco tempo modificano strutturalmente le società che le subiscono. Per adesso siamo guardando solo gli effetti sulla superficie. Quelli profondi li scopriremo dopo.

Il conto dei dazi lo pagano i consumatori e le imprese Usa

Somiglia un po’ alla scoperta dell’acqua calda dire che i dazi li pagano i consumatori, ma l’esercizio contabile svolta dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico ha il pregio di quantificare in che misura l’imposizione di dazi viene pagata.

Da chi lo sappiamo bene. Alcuni decenni di analisi economiche sono arrivati alla conclusione ovvia che i dazi finiscono col ricadere sui paesi che li impongono. E tuttavia tanto ovvia non deve essere questa cosa, se i governi ancora li usano con tanta larghezza. Forse perché pensano davvero che possiamo beneficiare la loro economia, magar rimpinguando le entrate fiscali. O perché, come sembrava credere il presidente Usa un anno fa, in questo modo si rilocalizzano produzioni finite all’estero. La qualcosa è a dire poco illusoria.

Il fatto, puro e semplice, è che “mentre i dazi stanno ridisegnando la geografia delle relazioni commerciali con
gli Stati Uniti, i loro costi ricadono principalmente sugli importatori e sui consumatori nazionali”, per dirla con le parole della Banca.

L’osservazione svolta dalla Bce mostra con chiarezza che i maggiori costi associati ai dazi vengono trasmessi lungo la catena di formazione dei prezzi. E circa un terzo di questi costi viene pagato dai consumatori finali. Almeno un terzo. Se infatti le imprese credono che i dazi permangano per un tempo lungo, la quota di costo all’importazione provocata dal dazio viene maggiormente scaricata sul consumatore finale. L’impresa, com’è ovvio, tende a difendere i suoi margini. All’inizio prova ad assorbire il rincaro delle importazioni per non scoraggiare la domanda interna, ma se il rincaro persiste, non può far altro che trasmettere il costo ai consumatori, “fino a oltre la metà”, spiega la Bce.

La Bce ha anche svolto un analisi dell’effetto dei dazi osservando il settore automobilistico, arrivando alla conclusione che hanno “innescato cambiamenti significativi nelle strutture commerciali, in particolare all’interno delle catene di approvvigionamento regionali”. I dati mostrano che c’ stato un disallineamento degli Usa dalla Cina a vantaggio di Canada e Messico. Al contrario Ue e Giappone hanno registrato una contrazione del valore unitario delle autovetture esportate che dei volumi dei prodotti soggetti a dazi negli Usa.

Gli esportatori, o almeno alcuni di loro, insomma, hanno sofferto un calo di volumi, ma la loro reazione sul versante dei prezzi all’esportazione è stata quasi nulla. Si stima che su un aumento del 10% dei dazi abbia prodotto un aumento del prezzo all’esportazione del 9,5%, quindi il produttore che esporta ha assorbito solo lo 0,5% dell’aumento dei costi per gli importatori. Detto diversamente: gli esportatori hanno pagato in volume, ma assai meno in valore.

Gli importatori hanno assorbito l’aumento di costo in prima battuta, ma in seconda l’hanno scaricato sui consumatori. E lo faranno ancora di più in futuro. I consumatori americani si stanno facendo carico, e se ne faranno carico ancor più in futuro, dell’aumento dei prezzi al dettaglio dei beni daziati. Almeno sanno chi dovranno ringraziare.

L’unico esito certo dei maxi investimenti tedeschi sulla difesa è l’aumento del debito

Nessuno conosce il futuro, ovviamente. E tantomeno un modello di previsione, che al limite restituisce esiti coerenti con le premesse e i dati di supporto. Però è interessante sfogliare un approfondimento che la Bce propone nel suo ultimo bollettino economico che si si interroga sull’effetto degli straordinari flussi di investimenti che la Germania ha deciso di destinare alla difesa e alle infrastrutture.

La vulgata ripete fino alla sfinimento che aumentare gli investimenti fa crescere il pil, stimola la domanda e la produttività del lavoro. Insomma ci conduce verso il paradiso degli economisti.

Ma la vulgata dimentica quello che ci ricorda sapientemente una vecchia canzone. Ossia che dipende. Tutto dipende da che punto di vista si guardano le cose. Ci sono sempre premesse capaci di stravolgere le certezza più granitiche. E quella che la Bce mette alla base della sua analisi è la più incommensurabile di tutte: se ci sarà o no il paradiso dipende se gli investimenti saranno produttivi o improduttivi.

Capite bene che è lo stesso che dire che la differenza la farà la circostanza se gli investimenti saranno buoni o cattivi, senza il birignao economico. Perché quando si usano aggettivi invece dei numeri, in uno scenario previsionale, si apre un’ipoteca ingestibile sul senso di ciò che si comunica. Si inizia a lavorare nell’area della percezione o del pregiudizio – che in economia abbonda – e quindi si consente di legittimare qualsiasi conclusione e il suo contrario.

Così l’affermazione che “i paesi dell’UE devono aumentare significativamente la spesa per investimenti strategici per muoversi efficacemente in un mondo sempre più competitivo e digitalizzato, affrontando al tempo stesso i crescenti rischi geopolitici e climatici”, che il bollettino evidenza, rimane semplicemente un’esortazione, ma priva di senso. Che succede se questi investimenti non diventano produttivi? E chi decide se lo sono o lo diventeranno?

I risultati, direte in coro. Certo. Ma credete davvero che sia possibile isolare il risultato di un investimento o di un flusso di investimenti sul totale dell’economia totale di un paese o addirittura di un’area economica?

Per farla semplice, l’unica certezza che si può dare, circa l’esito di questo corposo flusso di investimenti pubblici, la potete osservare nell’ultimo riquadro in fondo a sinistra del grafico che apre questo post. Sia che gli investimenti siano produttivi, sia che non lo siano, aumentano i debiti del governo. Questa è molto più di una certezza, come sa bene chi segue questo blog. E’ lo spirito del tempo.

La Germania era l’unico grande paese dell’UE e dell’EZ a rispettare la regola del debito, ormai evidentemente fuori moda. Qualunque sia il pretesto, troveremo sempre il modo di fare nuovi debiti, semplicemente perché ormai la giostra gira solo così. E questa è un’altra certezza che il modello non vi dirà mai. Però stiate pur certi che incorpora questa certezza.

Cartolina. SorpassAI

Si dirà sicuramente che non tutto ciò che riluce, nel rigoglioso brevettare cinese di tecnologia per l’intelligenza artificiale, è oro. Si evidenzierà che i cinesi non hanno né OpenAI né Google. Che in fondo la loro tecnologia è un misto di plagi e soluzioni poco efficienti. Roba cinese, insomma. E che lo diciamo noi europei, che non abbiamo neanche una piattaforma informatica comune – per tacere del resto – rende l’argomento vagamente ironico. Rimane il fatto. I brevetti AI registrati negli Usa, pure se crescono in relazione al totale dei brevetti, sono in declino dal 2020, mentre quelli cinsi sono in rapido e ripidi aumento. Si potrebbe parlare di sorpasso in corso. Se non fosse che è già avvenuto.

Cartolina. Consuminimo

Viene il dubbio che lo facciano apposta. Le famiglie stavano appena iniziando a godersi la vita, che nel nostro tempo significa consumare di più, ed ecco che comincia un’altra guerra, che oltre ad ammosciare gli animal spirit fa dimagrire, per via inflazionistica, le disponibilità. Sicché le prospettive tornano fosche e i consumi si adeguano. E’ chiaro che siamo alle soglie di un nuovo pensiero economico, che dovrà cambiare abitudini e lessico. Dovremo convivere con le tensioni geopolitiche, l’instabilità finanziaria, i prezzi che salgono. E magari essere anche un po’ spaventati del solito. Ci sono anche i lati positivi, a ben vedere. Ci siamo lamentati per anni della nostra economia che favoriva il materialismo. La new economy in corso d’opera sarà diversa. Non si parlerà più di consumismo. Ci sarà solo il consuminimo.