Nel lungo periodo saremo tutti ricchi


A furia di inerpicarsi nella storia si finisce sempre col trovare informazioni interessanti che avvalorano la saggezza dei proverbi. Come quello secondo il quale il miglior modo per far soldi è averne già, che implica avere la possibilità di investire un gruzzolo in strumenti finanziari e dimenticarsene. Un bel giorno si scoprirà di essere più ricchi di prima pure se nel frattempo ci sono state un paio di guerre e un qualche default. Parrà strano, ma dicono funzioni.

Se avete voglia a vostra volta di inerpicarvi nella storia, assai più di quanto ci si possa riuscire con un post, suggerisco la lettura di un paper pubblicato qualche tempo dal Nber (“Sovereign bond since Waterloo“) che ha il pregio di offrirci uno sguardo sul mercato obbligazionario sin dal 1815, ossia dai tempi di Waterloo, che per gli autori segna un po’ l’inizio del mercato dei bond sovrani. Una storia fortunatissima, pure se funestata da una miriade di default, ristrutturazioni, haircut e svariati altri eventi traumatici, primo fra tutte le guerre. E tuttavia, come si diceva all’inizio, i possessori di titoli obbligazionari, alla fine ci hanno sempre guadagnato, in alcuni momenti anche più delle azioni.

Ma sarebbe far torto alla fatica degli autori ridurre il tutto a una semplice questione di rendimenti. Vale la pena osservare almeno un altro paio di dettagli. Cominciamo dalla frequenza dei default.

Notate l’impennata degli istogrammi, relativi ai prestiti bancari andati male. La modernità è giovata poco ai creditori. Altresì interessante notare la concentrazione di default sovrani nel ventennio precedente e successivo alla seconda guerra mondiale, cui però è succeduta una certa stabilità entrata in crisi negli anni ’70.

Un’altra informazione interessante che si ricava dal database prodotto dagli autori è che in media anche gli haircut dei prestiti ammalorati non hanno superato il 50%, e spesso in molti casi il default non ha interrotto il pagamento delle cedole. Ha riguardato gli stock ma non i flussi.

E questo spiega perché i rendimenti complessivamente ne abbiano sofferto poco.

Da questa tabella si può osservare il rendimento medio reale nei vari periodi in cui è articolato lo studio. In quest’altro grafico, invece si può osservare il livello medio degli haircut rispetto al rendimento.

Queste poche note sono sufficienti per trarre un piccolo insegnamento che, mutuando una vecchia massima, potremmo tradurre così: disponendo di un capitale di partenza, nel lungo periodo saremo tutti ricchi. Peccato che saremo pure morti.

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Cronicario: C’hanno affatturato il fatturato dell’industria


Proverbio del 19 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno: 10.800.000.000 Vendite di Btp da parte dell’estero a dicembre 2018

“Bisogna reagire!!”, dice il boss degli imprenditori osservando gli spettacolari dati del fatturato e degli ordinativi dell’industria a dicembre.

“Aprire i cantieri”, esorta poi, spiegando che trattandosi di misura anticiclica serve a spingere lo sviluppo. Istat dice che è crollato il settore auto (-23,6%), ma tutto fa brodo, nell’economia ai tempi di Facebook.

Se è per questo dice pure, sempre Istat, che dall’esterno spira aria brutta. E non dipende dal fatto che là fuori non hanno la fortuna di essere governati dal cambiamento. Quanto dalla circostanza che “l’indice grezzo degli ordinativi segna un calo tendenziale del 5,3%, derivante da diminuzioni sia per il mercato interno (-3,6%) sia per quello estero (-7,6%)”.

Segno che il prodotto italiano tira meno. O magari che tirano meno anche quelli esteri che hanno bisogno del prodotto italiano.

Ma non c’è da preoccuparsi. Quando ha scoperto che c’era un problema di fatture per le industrie il governo del cambiamento ha subito elaborato una strategia infallibile.

Per tutto il resto, c’è postcard.

A domani.

 

L’Oro di Bankitalia, ossia l’Oro del Reno ma senza Wagner


L’oro di Bankitalia, dunque. Se fosse solo una questione di soldi, vale a dire del desiderio di impossessarsi del tesoro aureo di via Nazionale, che a prezzi 2017 valeva circa 85 miliardi, non sarebbe più di una riga nelle cronache dell’inesauribile fame fiscale del nostro tempo. E invece l’oro di Bankitalia è un capitolo di una saga assai più intricata che gareggia con quella dei Nibelunghi, con i banchieri centrali a recitare il ruolo dei difensori dell’oro del Reno, da cui si può forgiare l’anello per dominare il mondo.

L’oro è denso di significati mitologici, d’altronde. E il suo possesso è sempre stato associato al potere. Perciò ricordare come è stato fatto da uno dei vicepremier che “l’oro di Bankitalia appartiene agli italiani”, col sottotesto che di conseguenza debbano disporne i loro rappresentanti, è solo il modo politico per ribadire un concetto sempre più cliccato dai social-populisti: il governo deve controllare la moneta. E soprattutto deve farlo direttamente. Il principio dell’indipendenza della banca centrale è diventato un orpello. Le sottolineature dei governanti italiani non sono diverse, per vocazione e intenti, da quelle di Trump che strapazza la Fed. Entrambi manifestano ciò che in un intervento del 2014 Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, illustrava con dovizia di dettagli: la tentazione della fiscal dominance. In sostanza usare le banche centrali come succursali del Tesoro.

Già Ricardo, agli inizi del XIX secolo, aveva teorizzato il principio dell’indipendenza della banca centrale proprio per scoraggiare questa pratica. Il principio addirittura diventa un obiettivo auspicato dalla Lega delle Nazioni nel 1920 “per garantire la stabilità dei prezzi”. Ma poi finisce nel tritacarne del mito della piena occupazione propugnato nel secondo dopoguerra. In molti paesi si afferma il dominio della politica fiscale su quella monetaria. Le banche centrali agiscono come compratori di ultima istanza dei titoli di Stato sul mercato primario.

Un mondo che finì, devastato dall’inflazione a due cifre e dalla stagnazione, cui oggi molti guardano con crescente nostalgia perché la fiscal dominance viene considerata la migliore delle scorciatoie per coniugare istanze sovrane e sviluppo. Una tentazione assai diffusa. Il caso della Banca del Giappone è eclatante. Formalmente indipendente, ormai è la principale acquirente di titoli del governo e il suo bilancio, imbottito di bond pubblici, ormai supera il 100% del pil giapponese. Le banche centrali, d’altronde, possono pure essere indipendenti, ma non dal principio di realtà. E oggi hanno a che fare con governi divenuti rissosi e mercati in costante debito di ossigeno finanziario. Sarebbe strano il contrario visto che, dal 2008, il debito è cresciuto.

Dal canto loro i banchieri centrali sono probabilmente l’ultima élite internazionale rimasta che condivide una lingua comune. Che non è solo l’inglese, ma comprende il sistema di credenze e di valori che informa il central banking. Non ci sarebbe nulla di strano a leggere che “dovremmo dare al mercato, che ha una profonda saggezza, un ruolo decisivo da svolgere nell’allocazione delle risorse”, salvo per il fatto che a pronunciarle sia stato Yi Gang, governatore della People’s Bank of China. Né dovremo stupirci se un altro sottolinea che “i governi cambiano, ma le banche centrali rimangono”, anche se a dirlo è stato Ariff Ali, governatore della Reserve Bank of Fiji. Sono solo due dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Il punto è che posti diversissimi, con culture ancora più diverse convergono su principi simili. Caso più unico che raro. Questo strano circolo Pickwick di banchieri centrali sembra l’ultima ridotta internazionalista che si oppone allo straripare del nazional-populismo. O almeno così quest’ultimo la percepisce e per questo la mal sopporta. Sembra si prepari una tenzone davvero epica fra un’élite sovranazionale e cosmopolita, che ambisce a regolare mercati globali, e una classe politica che ormai propugna social-ismi nazionali, con l’oro a far da controfigura. Peccato non ci sia Wagner a raccontarla.

Cronicario: Autonomia unica via (semicit.)


Proverbio del 18 febbraio Meglio un nemico intelligente che uno sciocco

Numero del giorno: 60.000.000.000 Export italiano in Germania nel 2018 

E finalmente è arrivata la nuova (ennesima) parola magica che risolverà tutti i nostri problemi, ci renderà più ricchi, ma più solidali, più equi ma più meritocratici, più locali, ma anche più globali. E al tempo stesso più ricchi ma anche meno egoisti. Più attenti al particolare e meno al generale. Più e anche più. Ma anche più e pure meno. Siete curiosi? Dai che la sapete già.

Era facile dai: autonomia. Suona bene pure in tutta Italia. Oggi per dire ha risuonato magnificamente anche in napoletano, quando l’illustrissimo sindaco ci ha deliziato con una riflessione acutissima sui vantaggi dell’autonomia.

No, non questa, che peraltro ormai è fuori moda. Quella che vogliono i veneti, lombardi, i friulani, e tutto il resto della compagnia, al grido: i soldi nostri sono i nostri perciò ridateceli. D’altronde dopo l’anarchia, è rimasta solo l’autonomia come unica via. E allora perché il Sud non dovrebbe volere la stessa cosa?

Al contrario: il sindaco napoletano giura che la città ci guadagnerebbe, con l’autonomia. E giù anche lui una sfilza di più e meno uno più bello dell’altro. “Siamo pronti per l’attacco! Da noi, vinta la sfida, regnerà l’umanità, la giustizia sociale, la felicità. Voi governate con il rancore, noi governeremo con la fratellanza”, ha detto il magnifico sindaco, sottolineando che dopo il referendum per l’autonomia napoletana “proveremo a realizzare, se lo vorranno anche le altre popolazioni del Sud, un referendum per l’autonomia differenziata dell’intero Mezzogiorno d’Italia”.

Se avete dubbi che essere autonomi serva a stare meglio, ricordate le parole di un grande pensatore italiano.

Buona autonomia a tutti.

A domani.

Ecco perché la Cina non può rinunciare agli stimoli monetari


Per capire perché filosofia della banca centrale cinese somigli sempre più a quella delle sue cugine occidentali basta un semplice dato fornito di recente dal governatore della PBC Yi Gang: in Cina operano oltre cento milioni di imprese. Alcune sono istituzioni pubbliche, ma esiste anche un settore privato di piccole e medie imprese. Una survey condotta nell’ottobre scorso individuava in 16 milioni le imprese alle quali erano stati concessi prestiti. “Un numero piuttosto grande”, sottolinea il governatore che, di conseguenza ha un problema grandissimo da risolvere. Da un lato – visto che fra i suoi target di banca centrale c’è quello di sostenere la crescita economica – bisogna far arrivare il credito a queste imprese. Dall’altro, bisogna vigilare perché il sistema finanziario sia stabile. Tutti conoscono l’enorme ammontare di debito corporate cinese cumulato nell’ultimo decennio e di conseguenza lo temono.

Sapere che questo debito si “spalma” su un campione di milioni di imprese non è meno preoccupante. Le stesse banche cinesi, che rimangono la principale fonte di prestiti per le imprese, specie piccole e medie, sono diventate estremamente prudenti e questo non favorisce certo la brillantezza dell’economia, gravata peraltro anche da un rallentamento ciclico degli investimenti al quale il governo adesso sta provando a rimediare. Ed è questa circostanza che ha motivato le decisioni delle banca centrale. Il primo passo è stato ridurre i requisiti di riserva delle banche (required reserve ratio, RRR) per ben quattro volte nel corso del 2018. In tal modo sono stati “liberati” 3,65 trilioni di yuan di capitale bancario che così sono divenuti teoricamente disponibili per i prestiti. A ciò si sono aggiunti 1,67 miliardi di yuan di liquidità fornita tramite prestiti a medio termini (MLF).

La necessità di intervento da parte della Banca si è resa necessaria a fronte delle difficoltà rilevate, da parte delle imprese private, a raccogliere credito. Nell’ultimo anno la crescita di erogazione al settore privato è stata del 5% rispetto al 2017. Un incremento “relativamente lento”, sostiene il nostro banchiere e con qualche buona ragione se si ricorda che l’incremento medio del credito nel 2018 è stato del 13%. Se si guarda poi all’emissione di bond del settore privato, si è avuta addirittura una diminuzione rispetto al 2017. Le imprese hanno avuto difficoltà a collocare obbligazioni così come a piazzare azioni sul mercato. “Nel frattempo alcune aziende sono andate in default”, ricorda. Nei primi otto mesi del 2018 ci sono stati 22 casi, 18 dei quali hanno coinvolto imprese private, per un valore di 50 miliardi di yuan. Alcuni dati raccolti da altri studiosi, raccolti in una monografia pubblicata di recente dal NBER, riportano una situazione leggermente diversa.

“Queste statistiche dimostrano che è difficile per le imprese private avere accesso ai finanziamenti”. Volendo (dovendo) intervenire, la Banca ha impostato una strategia basata su tre direttrici, le “tre frecce”, come le definisce il governatore, con le quali i banchieri cinesi si propongono di colpire i tre principali canali di finanziamento che dovrebbero alimentare il settore privato. Ossia il credito bancario, l’emissione di bond e quelle di azioni.

Quanto al primo canale, abbiamo già visto che la PBC ha diminuito i requisiti di riserva e aumentato la liquidità a medio termine. Più complicato convincere il mercato – di solito quello bancario – a comprare i bond emessi dalle imprese private. Una circostanza che può facilmente generare problemi di liquidità e quindi peggiorare la solvibilità del sistema. Per questo è sorta la necessità di sostenere l’emissione di bond che, spiega il nostro banchiere, ha pure il vantaggio di alimentare un circuito di finanziamento giudicato più trasparente di quello del credito bancario. Questo ha motivato l’adozione di uno strumento per mitigare il rischio di questi strumenti (credit risk mitigation CRM). Si tratta in sostanza di un’assicurazione sul credito, una sorta di credit default swap (CDS), con la sottolineatura che “il design dell’intero strumento è completamente orientato al mercato”. Il che non sembra molto cinese, ne converrete. In ogni caso il marchingegno sembra aver funzionato. “Dal novembre del 2018 – dice – le emissioni di bond del settore privato sono ripartite”.

In sostanza nello yield del titolo è compresa una quota relativa al costo dell’assicurazione. Se un bond rende il 7%, l’investitore può decidere se incassare il 6% e usare l’1% residuo per pagare la compagnia che assicurare il titolo, oppure può decidere di tenere tutto il rendimento e caricarsi il rischio del default. “Si può scegliere se comprare o non comprare”, spiega Yi. Con ciò sussumendo che la proprietà sostanzialmente pubblica del sistema finanziario non favorisca l’azzardo morale. Il che forse è un’ambizione più che una realtà. Se il settore pubblico ha dovuto, volente o nolente, farsi carico di centinaia di miliardi di perdite in Occidente per non far fallire le banche, figuriamoci in Cina.

In ogni caso ciò che conta è l’intenzione, più che la sostanza, almeno nel mondo finanziario. Il segnale politico è chiaro: la banca centrale vuole usare il mercato come strumento di policy. “Quando si progetta la policy – dice Yi -, dobbiamo considerare il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse e mettere il potere politico sotto controllo”. Il che suonerà eretico, ma solo a quelli che si raffigurano la Cina del passato. Il miracolo economico cinese non è solo quello del pil a doppia cifra, peraltro ormai un pallido ricordo. E’ il tentativo di assorbire il modello occidentale di gestione della politica economica che per certi versi non è tanto meno dirigista.

In ogni caso, la tentazione dirigista deve trovare un suo limite nell’azione del mercato, dice Yi. Significa che non deve essere un potere diverso dal mercato a decidere chi debba avere credito e non deve essere un potere diverso dal mercato decidere il tasso di interesse di un prestito. E anche qui il confine fra la filosofia e la tecnica tende a divenire evanescente. Yi non ha dubbi che debba essere il mercato a decidere il livello dei tassi di interesse. Ma al tempo stesse è fin troppo consapevole del notevolissimo contributo che la banca centrale apporta alla loro formazione attraverso la politica monetaria.

La “terza freccia” per sostenere il settore privato è facilitare il finanziamento delle imprese tramite equity. Anche in questa attività, la Banca cinese ha fatto notevoli passi in avanti. Oggi è più facile e meno costoso aprire un’azienda in Cina e le facilitazioni messe in campo dall’autorità monetaria hanno consentito che molti degli oltre cento milioni di imprenditori cinesi – quasi il doppio della popolazione italiana – abbiano ottenuto prestiti. E ciò malgrado la vita media di un’azienda cinese sia intorno ai tre anni a fronte degli otto statunitensi e dei dodici giapponesi.

Una metrica che racconta molto anche delle difficoltà che incontra una start up cinese a trovare credito, visto le prospettive di sopravvivenza. In media infatti un’azienda cinese deve attendere quattro anni e quattro mesi per avere il suo primo prestito bancario. “Devono superare il loro ‘periodo di morte’ prima di avere un prestito”, nota il governatore. E una volta che ottengono il primo prestito hanno un probabilità del 75% di ottenere il secondo. Questo spiega perché a fronte di 100 milioni di imprese appena 1,35 milioni di piccole e medie, considerate come persone giuridiche, siano riuscite ad avere un prestito anche se assicurato. E anche perché oltre 11 milioni di individui che fanno business, siano riusciti a ottenere prestiti ma solo personali. “Questo perché, anche se sono aziende, se i soldi non vengono restituiti, le loro case e le loro attività hanno una responsabilità solidale, che in natura è una responsabilità illimitata”. La situazione per molti proprietari di piccole e media imprese è simile.

Una situazione del genere, dove è molto alta la sensibilità alle condizioni del mercato, giustifica anche l’attenzione che la Banca dedica alle condizioni della liquidità. Il tasso repo a una settimana (DR007) nel corso del 2018 è diminuito dal 2,8 al 2,6% e il rendimento del decennale dal 4 al 3,3%. Ciò, spiega Yi, è il frutto di “una politica monetaria neutrale e prudente che ha riflesso il supporto all’economia reale”. Le condizioni finanziarie sono più rilassate, in sostanza, e questo è ciò di cui ha bisogno un’economia come quella cinese, nelle condizioni che abbiamo visto. Non c’è così tanta differenza con le economie occidentali. E non solo per questa ragione. L’economia cinese ha preso a prestito notevolmente dall’indomani della crisi. Il leverage ratio, un indicatore che misura il livello di leva finanziaria nell’economia e quindi in sostanza il livello dell’indebitamento, nel 2007-08 era intorno al 150% ed è arrivato al 250% nel 2016. “Questo ha provocato l’attenzione dei regolatori e in tempi recenti il governo centrale ha proposto di facilitare il deleveraging. Di conseguenza il leverage ratio è stato intorno al 250% dall’anno scorso ed è rimasto stabile per almeno otto trimestri senza ulteriori cambiamenti”. Anche qui, la strategia è quella di far sgonfiare lentamente la bolla del credito, similmente a quanto fanno molti altri paesi.

E questo ci porta al terzo punto, che poi è quello più sensibile, che rende necessario lo stimolo monetario e insieme lo sviluppo delle misure macroprudenziale: la gestione del rischio. “Manifestazioni della crescita dei rischi sono sia le anormali fluttuazioni del mercato che gli shock esterni. Ad esempio, gli alti e bassi marcati nel mercato azionario o obbligazionario, o gli eventi di panico del mercato”. E i rischi in Cina non mancano. Yi menziona lo shadow banking, che in Cina è cresciuto notevolmente, ma ricorda anche i rischi che provengono alle attività illegali. Nel 2017 sono state censite 5.000 attività di raccolta illegale di attivi finanziari. Se a ciò si aggiunge che in Cina hanno residenza cinque banche sistematicamente importanti (G-SIFIs), ecco che il quadro si completa. C’è un filo sottilissimo eppure molto serrato fra l’equilibrio finanziario interno e quello globale, come si può facilmente arguire osservando questo grafico che illustra le aderenze del sistema bancario cinese a livello globale.

Per dare un’idea di come la Cina interagisca sui mercati globali, può essere utile prendere a misura lo spread fra i titoli decennali cinesi e quelli Usa. “Fino a pochi anni fa – ricorda Yi – il tasso di interesse del decennale cinese era del 4% e quello Usa era del 2%, con un margine di 200 punti base, che era ampio. Adesso quello cinese è sceso al 3,3% e quello Usa è salito al 2,9. Il margine si è ristretto da 200 a 40 punti base”. Che significa? Se consideriamo che il tasso di interesse misura il rischio, ne potremmo dedurre che gli investitori prezzano la rischiosità dei titoli cinesi simile a quelli Usa. Se sia una buona notizia ce lo dirà il futuro.

(2/fine)

Puntata precedente: Quel che bisogna sapere della politica monetaria cinese

Cronicario: A(i)uto, m’è crollato il commercio coi Sovrani


Proverbio del 15 febbraio Non disperare senza serbare la speranza

Numero del giorno: 2.316.700.000.000 Debito pubblico italiano a dicembre

Chiaramente è un complotto dei poteri forti che l’attivo commerciale italiano scenda per la prima volta dal 2013 sotto i 40 miliardi nel 2018 e che il 2019 si apra col crollo delle vendite auto in Europa e della Fca in particolare.

Tutto complotta contro il cambiamento. Ma il signor Tutto ha fatto male i conti. Noi ce ne freghiamo della matematica, figuriamoci dei conti che fanno gli altri. Non badiamo ai nostri, figurarsi. E poi che volete che sia un attivo commerciale più basso? Vuol dire che abbiamo risparmiato meno, come insegna l’ormai ex ministro Pamplona di recente trasferitosi (ma dicono abbia sbagliato indirizzo), e che quindi l’economia andrà meglio non oggi ma domani.

Ma vabbé mica starete a guardare i dettagli. Serve la visione d’insieme. E allo guardatela, ‘sta benedetta visione.

Gli autoveicoli nel 2018 ancora hanno tenuto – nel senso che erano poco più che zero. E il 2019 l’avete visto come è cominciato. Mezzi di trasporto e farmaceutica ci sono costati cari. Quest’ultima, in particolare, sia sul versante dell’import che dell’export.

Se guardiamo ai partner, osserviamo che gli Stati Uniti (ma anche la Cina) hanno contribuito negativamente (quindi al calo del surplus) sia sul versante dell’export (abbiamo esportato meno) che su quello dell’import (abbiamo importato di più). Al contrario è andata con i paesi europei, che hanno contribuito all’aumento dell’export e alla diminuzione dell’import.

E adesso godetevi il week end.

A domani.

 

Cartolina: Lo stimolino fiscale cinese


C’è stato un tempo, neanche tanto lontano, in cui ci spiegavano che i consumi cinesi sarebbero stati il volano delle magnifiche e progressive sorti dell’economia internazionale. Si raffiguravano file interminabili e disciplinate di figli dell’Oriente, finalmente patrimonializzati, davanti agli store dell’Occidente, finalmente globalizzato, in attesa di spendere i loro faticosi risparmi in cellulari, automobili, vacanze (possibilmente a Occidente) e tutto l’armamentario del consumatore felice del XXI secolo. E invece non appena il governo cinese e i suoi volenterosi emuli locali hanno smesso di spendere per investimenti di utilità incerta, il pil si è sgonfiato come un soufflé malriuscito. Sicché il governo è tornato a proporre stimoli fiscali per le infrastrutture, come nel 2008, scrivendo un nuovo capitolo di un libro che sembra non finire mai. Ma oggi, a differenza di ieri, lo spazio per far spesa si è ristretto, avendo già i debiti della Cina superato alcune volte il proprio pil. Non che questo sia un problema, dicono i cantori della spesa pubblica come panacea di ogni male. Non lo è difatti. Lo sarà.

Cronicario: Ci salverà il social-ismo del governo


Proverbio del 14 febbraio Ci vuole tutta una vita per capire che non serve capire tutto

Numero del giorno: 21.400.000.000 Interscambio Italia-Russia nel 2018

L’avete sentiti, sì, quei guastafeste di Moody’s? Nel giorno del giubilo nazionale, in cui Vicepremier Uno (o Due, fate voi) annuncia che Tesoro, Fs, CdP e anche qualcuno altro entreranno nel capitale di Alitalia con oltre il 50% – così si capisce chi comanda –

e vice premier Due (o Uno, fate voi) dice che il latte delle pecore sarde non può costare meno di un euro al litro

ecco che arrivano quegli scocciatori dell’agenzia del capitalismo internazionale a dire che quest’anno forse cresciamo fra lo Zero e lo Zerocinque, e per giunta rischiamo la crisi di governo, tanto per guastare la  giornata di festa del social-ismo nazionale.

No: non è un refuso. si scrive proprio così: social-ismo. Lo sappiamo tutti che il vecchio socialismo è stato sconfitto dalla storia e pure dalla geografia. Dalla poesia e pure dalla prosa. Dall’arte e dalla scienza. Dalla filosofia e persino dalla matematica.

Ma nessuno, tranne il vostro Cronicario, vi ha detto prima di oggi che, come la mitica l’araba fenice, dalle ceneri del socialismo disfatto è sorto Il social-ismo. E’ persino meglio dell’antenato, che in mezzo a tanti pregi aveva il difetto di essere troppo serio. Il nuovo social-ismo è smart, cool e soprattutto non teme il ridicolo. Anzi, lo incoraggia. Perciò fa un largo uso di dirette. Soprattutto, adesso sapete perché comandano i comici.

A domani.

La prossima mossa anticrisi? Eliminare il contante


La crisi prima o poi arriverà, nota il Fmi in un interessante approfondimento dedicato a uno studio dal sapore vagamente eretico. Come altro definire l’idea di “separare” in due la moneta di un paese distinguendo il contante dalla moneta elettronica? Agli amanti della storia del pensiero economico torneranno in mente le trovate di Silvius Gesell  ricordato anche da Keynes nella sua Teoria generale, dove trova un posto speciale – e non a caso – l’ossessione per il tasso di interesse e la propensione alla liquidità, giudicati entrambi – se elevati – come fattori di disturbo per lo sviluppo della domanda aggregata e quindi dell’occupazione.

Dovremmo stupirci quindi, che le eresie di Gesell, che voleva bollinare il contante per deprezzarlo a scadenza, ispirino oggi proposte di policy? No, non dovremmo. Il pensiero che il denaro inutilizzato sia la radice di ogni male, mediato da alcuni decenni di intossicazione econometrica, peraltro alla base di gran parte della modellistica usata dalle banche centrali, è troppo radicato nelle nostre società. Tanto è vero che gli ultimi dieci anni, lungo i quali si è sviluppata la pratica – senza precedenti – dello zero lower bound, oggi ci hanno lasciato in eredità una società dove molti tassi di interesse sono ancora sostanzialmente a zero, le banche centrali si sono riempite di debiti (e stendiamo un velo pietoso sugli stati) e il Fmi osserva preoccupato che “le future recessioni sono inevitabili”. Con l’aggiunta che le recessioni più gravi, nella storia, hanno richiesto tagli dei tassi del 3-6 per cento da parte delle banche centrali per essere contrastate. Possibilità che moltissimi paesi, dopo dieci anni di tassi nominali vicini allo zero o addirittura negativi, non possono più conseguire.

Che fare quindi se la crisi tornerà (e tornerà) a bussare allo nostre porte? Non potendo (finora) espropriare i possessori di denaro, la risposta più semplice è farlo costare più caro a chi ne ha e non lo usa. O, volendo usare un linguaggio più forbito, portare i tassi di interesse ben sotto lo zero, che significa in pratica far pagare un interesse elevato a chi tiene i soldi nei depositi.

Ma c’è un problema squisitamente tecnico, oltre che “filosofico”. Mentre è possibile portare in territorio negativo il tasso su alcuni depositi – ad esempio quello che la banca centrale paga alle riserve obbligatorie delle banche commerciali – non è possibile portare i tassi nominali dei depositi bancari commerciali significativamente sotto lo zero finché esiste il contante. Il perché è facile da capire. Se una banca mi chiedesse il 3% del mio capitale ogni anno per custodire il mio denaro, potrei decidere di ritirarlo tutto e tenerlo chiuso in cassaforte. Detto con le parole del Fmi, “il contante ha lo stesso potere d’acquisto del denaro del deposito bancario ma con un interesse nominale pari a zero”. In sostanza, tenere il denaro fermo in casa non frutta interessi, ma neanche costa (al netto dell’inflazione). In più se ne può avere in quantità illimitata.

L’esistenza dello zero lower bound rappresentato dal tasso di interesse incorporato nel denaro contante non ha impedito tuttavia ad alcune banche centrali di portare i tassi leggermente sotto lo zero. Questi istituti hanno potuto farlo perché a tassi leggermente negativi è comunque più conveniente tenere il denaro in banca che portarlo via. E queste politiche, dice il Fmi, sono servite a stimolare la domanda, come insegna la teoria. Ma questa opzione non può ulteriormente essere perseguita. Il floor dello zero lower bound non può essere “sfondato” più di tanto. “Un’opzione per superare lo zero lower bound sarebbe quella di eliminare gradualmente i contanti. Ma non è semplice”. Ed non è difficile capire perché.

Come si può osservare da questo grafico, il cash è ancora molto diffuso in gran parte del mondo. Quindi serve un’idea diversa per rendere il contante costoso quanto i depositi bancari. A molti sembrerà un discorso astruso, ma la comunità scientifica ne discute da anni. E da qui è emersa la proposta al centro dello studio del Fmi: separare la moneta del paese in due valute diverse, una elettronica e una contanti. Una moneta digitale e una analogica che facciano ovviamente riferimento allo stesso conio ma che siano in rapporto fra loro attraverso un rapporto di conversione fissato dalla banca centrale. In tal modo un tasso negativo sulla valuta digitale si può trasferire su quella analogica.

Proviamo a semplificare. Supponiamo che una banca decida di mettere un tasso negativo sui suoi depositi del 3% e altresì che la banca centrale annunci che il dollaro in contanti si deprezzi del 3% nei confronti di quello digitale ogni anno. Ciò significa che il tasso di conversione del dollaro analogico verso quello digitale sarebbe di 1 a 0,97 su base annua. Sia che si decida di tenere 100 dollari in contanti a casa, sia che si tengano in deposito bancario, alla fine dell’anno si avranno 97 dollari a fronte di un capitale iniziale di 100. Se i prezzi fossero tutti espressi in moneta digitale in pratica il contante analogico sarebbe inutile. O meglio sarebbe forzatamente convertito a un tasso svantaggioso in valuta digitale. E in sostanza non avrebbe più senso tenerlo in tasca.

“Questo doppio sistema di valuta locale consentirebbe alla banca centrale di applicare un tasso di interesse negativo, necessario per contrastare una recessione, senza innescare sostituzioni su larga scala in contanti”. In sostanza consentirebbe alla banca centrale di svalutare il denaro contante a scadenza. Proprio come diceva Gesell.

Cronicario: I pensionati diminuiscono, serve Quota 90


Proverbio del 13 febbraio Per spostare una montagna comincia dalle pietre

Numero del giorno: 100.000 Costo in dollari del primo biglietto privato per Marte secondo Musk

E’ arrivata l’ora delle decisioni irrevocabili. Gli ultimi dati Istat sui pensionati italiani confermano che il momento è grave.

Avete letto bene. Per quanto possa sembrare sconcertante, nel 2017 abbiamo appena 16 milioni di pensionati, ben 23 mila in meno rispetto al 2016 e addirittura 738 mila in meno al 2008. Un’ecatombe. Eravamo un paese di pensionati felici. Ora lo siamo assai meno. E siccome “l’incidenza del rischio di povertà tra le famiglie con pensionati (pari al 16,4%) si conferma sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,0%)”, significa anche che siamo più poveri.

Adesso sapete perché il governo del cambiamento ha voluto così fortissimamente Quota 100. Quello che non sapete ve lo dice adesso il vostro Cronicario: è pronto un piano infallibile per spezzare l’assedio delle democrazie plutocratiche che minacciano il nostro diritto alla felicità.

Dobbiamo vincere. E Vinceremo.

A domani.