Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la settima stagione: Disruption


Anche la sesta stagione di The Walking Debt è terminata e il blog per un po’ chiude i battenti per tirare il fiato e prepararsi alla prossima corsa. Fra settembre 2016 e oggi sono stati pubblicati centinaia di post, sono aumentati i lettori e si è esteso il nostro sguardo. I temi di geoeconomia e di geopolitica hanno iniziato a far capolino sempre più spesso trasformando lentamente il nostro discorso economico sul debito in una mappatura sempre più articolata della nostra contemporaneità, declinata lungo l’esame delle rotte, commerciali, energetiche e persino digitali, lungo le quali viaggia il nostro tempo. Sono sorte nuove collaborazioni – come quella con il sito Aspenia on line – e soprattutto molte altre domande che esploreremo dal prossimo settembre, quando il blog riaprirà. Ci siamo divertiti molto con il nostro Cronicario, ormai regolarmente ospitato sul giornale on line Linkiesta, e abbiamo osservato con sorpresa quanto sia piaciuta l’idea di far satira economica. Un’offerta ha creato una domanda che non c’era, direbbero i vecchi economisti.

Chiudere una stagione del blog serve anche a ricapitolare il pensiero che l’ha intitolata e che, nel caso della sesta stagione, era il rebuilding: la ricostruzione, mentre nella settima stagione che verrà è la disruption: la rottura. Questi due concetti sono paradossalmente l’uno conseguenza dell’altro. La ricostruzione economica si è in gran parte verificata – l’economia nel 2017 è stata molto positiva praticamente ovunque, persino da noi – ma ciò che ha generato, e che sarà il punto di osservazione della prossima stagione, è stata la rottura politica. I fenomeni politici iniziati nel 2016, dalla Brexit e Trump, proseguiti lungo il 2017, hanno creato un mondo dove crescono insieme il pil e i dazi. La buona economia ha prodotto una brutta politica economica. Il che è sicuramente paradossale, ma purtroppo coerente con una narrazione pubblica che oscura costantemente i successi a vantaggio dei fallimenti. Le opinioni pubbliche occidentali, che cumulano asset per trilioni di dollari e altrettanti debiti, hanno deciso in maniera più o meno cosciente di rompere il giocattolo che finora ha assicurato loro pace e benessere. Il conflitto fra sovranismo e globalismo è solo una convulsione di questa malattia, che è morale prima ancora che materiale, e il pangovernismo nazionalistico, che evoca tempi lontani e disgraziati, l’ennesimo sintomo della paura profonda di popolazioni sempre più vecchie e stanche che sognano l’arroccamento perché hanno una paura crescente di affrontare il mare aperto.

Noi italiani siamo in prima linea, come sempre. Le elezioni ci hanno consegnato a un governo che dice prima l’Italia e gli italiani e promette interventi del governo su ogni cosa, come se le risorse fossero infinite e fossimo soli al mondo. Questa deriva può avere conseguenze molto gravi o forse no, ma sicuramente è un chiaro segnale di rottura, innanzitutto all’interno del’Europa, che dovrà essere osservato con molta attenzione e senza pregiudizi. Ma non è certo l’unico. Il più fragoroso è sicuramente la guerra commerciale fra Cina e Usa, ossia i giganti globali, che minaccia di stritolare l’Europa, nata e cresciuta sul presupposto del libero scambio, che quindi si trova attaccata sia dall’interno (dovrà affrontare una difficile elezione l’anno prossimo), che all’esterno. Il futuro dell’Unione Europea è sempre più incerto, diviso fra vecchie alleanze (Usa) in odore di tradimento e nuove seduzioni (Cina). E anche questo dovrà essere osservato con grande attenzione. Soprattutto rimane la questione del debito globale, che ha motivato la nascita di questo blog, che non solo non è diminuito ma è molto aumentato da quando abbiamo iniziato a scriverne e chiede in qualche modo di essere gestito in un momento in cui le politiche monetarie, con grande prudenza, vengono normalizzate. E questo è un altro notevole rischio di rottura, stavolta economico, che rischia di aggiungersi ai rischi di rottura politica. I recenti torbidi valutari turchi sono esemplari in tal senso.

La settima stagione del blog servirà a osservare tutto ciò, tentando insieme di individuare le linee di resistenza, o resilienza, come si dice oggi. Quindi la creazione di nuovi ponti fra regioni diverse, linee di collegamento, distensioni. Non è ancora chiaro se stiamo correndo per la guerra o per la pace. In ogni caso, che siate pacifisti o aspiranti guerrieri, ogni mattina alzatevi e correte.

Buone vacanze.

Ci rivediamo a settembre.

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Anche gli Usa entrano nel Grande Gioco dell’Artico


Era solo questione di tempo prima che gli Stati Uniti decidessero di partecipare al Grande Gioco ormai avviatissimo nell’Artico. Secondo alcuni resoconti gli Stati Uniti avrebbero infatti intenzione di investire massicciamente nella costruzioni di navi rompighiaccio per fare in qualche modo concorrenza ai russi che da tempo sono impegnati nella costruzione di natanti del genere. Attività che, come abbiamo visto, ormai è stata avviata anche in Cina. La decisione di investire sulle rompighiaccio sarebbe contenuta nel maxi pacchetto sulla difesa da 717 miliardi approvato dal Congresso che da seguito concreto alla strategia Usa che individua nella Cina e nella Russia, non a caso impegnate nell’Artico, le principali minacce emergenti.

La scelta degli Stati Uniti arriva con un certo ritardo di cui gli Usa sono certamente consapevoli, visto che il tema è stato più volte oggetto di interventi del Pentagono. Al momento gli Usa dispongono di una sola rompighiaccio, la Polar Star, che ha più di quarant’anni. Ne esistono altre due ma una è praticamente fuori servizio e un’altra, la Healey, viene usata a scopi scientifici, come d’altronde l’unica rompighiaccio cinese in servizio permanente nell’Artico. Le rompighiaccio russe al contrario, sulle quali Mosca sta investendo parecchie risorse, navigano da mesi lungo le rotte artiche, a cominciare dalla NSR (Northern sea route), e di recente è stato completato anche il primo trasporto di gas liquefatto dalla penisola di Yamal alla Cina a bordo di una di queste imbarcazioni.

Il programma Usa prevederebbe l’acquisto di sei rompighiaccio per un importo pari a 800 milioni di dollari, che dovrebbero essere completate per il 2023. Per allora anche la Cina dovrebbe aver completato il suo programma di costruzioni di rompighiaccio nucleari. Da qui a cinque anni, insomma, l’Artico sarà molto più caldo. E non solo a causa del clima.

Cronicario: E buone vacanze con l’Italia SovranEsta


Proverbio del 10 agosto Da una piccola scintilla nasce un grande fuoco

Numero del giorno: 6,6 Aumento % export Italia a giugno su base annua

Si va in vacanza così, con la lira turca che crolla mentre il presidente turco almanacca il popolo dicendo che “là fuori hanno il dollaro, ma noi abbiamo la gente e Allah e vinceremo la guerra economica”; il rublo che slitta sulla minaccia di sanzioni Usa e scivola verso il basso, col primo ministro russo che parla anche lui di “guerra economica”; lo yuan che si deprime insieme ai banchieri centrali cinesi che non sanno come fermarlo nella sua corsa al ribasso. Il vostro Cronicario, dopo un’onorata stagione di cazzeggio, chiude i battenti per un po’ – vi sarete stufati pure voi immagino – ma per tornare più bello e forte di prima sotto l’egida del nuovo vessillo che finalmente incarna lo spirito della nostra bella Italia, finalmente Sovrana e Onesta: l’Italia SovranEsta.

A sinistra del tricolore, che ho arricchito di colori per l’occasione, il verde macchiato di giallo, che mi sembra più attuale del solito verde prato e finalmente rappresentativo del nascente umore nazionale. A destra il vecchio rosso finalmente macchiato di bruno, in omaggio a una tradizione nostrana mai realmente sopita. In mezzo il bianco. Meglio ancora: la bandiera bianca che incarna perfettamente la sensazione di resa dei tanti (pochi?) dotati di raziocinio funzionante che ogni giorno ascoltano a metà fra lo stupefatto e l’indignato le minchiate che dicono i politici.

Siamo tutti rappresentati in questo nuovo tricolore, ne converrete.

Ed ecco che ci aspetta per l’autunno prossimo e chissà per quanto tempo ancora. Per nulla interessati ad osservare come le monete sovrane siano comunque soggette ai capricci della storia e della politica globale, continueremo ad alimentare mitologie di stati capaci di finanziarsi semplicemente volendolo. Prometteremo tutto a ognuno senza spiegare che poi bisognerà pagarne il conto. Alimenteremo vecchie nostalgie, come quella dello stato padre, madre e pure fratello e sorella, e perché no anche cugino, col portafogli gonfio di chissà che e l’orecchio sempre caritatevole. E in tal senso la manovra finanziaria sarà la vera cartina tornasole per capire se il governo del cambiamento evolverà nel cambiamento di governo, come pure è possibile, senza sapere cosa sia peggio, visto che nel meglio c’è poco da sperare.

E tuttavia rimane l’obbligo dell’allegria, sennò il vostro Cronicario qua non servirebbe a nulla. Perciò ve la racconteremo così, senza prenderla sul serio. Senza astio né malizia, seguendo la filosofia del glorioso fumetto che in epigrafe portava “Riso, sorriso e riflessione” e se non sapete quale fosse, questo capolavoro italiano, cambiate canale e correte a leggere cose noiose. L’Italia SovranEsta sarà una meravigliosa opera buffa. Buon divertimento. E buone vacanze.

Ci rivediamo a settembre.

 

 

Cartolina: Il commercio tedesco e gli altri


In coerenza con un tempo che nutre paradossi, a giugno 2018 la Germania ha registrato il suo record storico di importazioni, raggiungendo la cifra di 93,7 miliardi. E’ l’importo più rilevante dal 1950, quando sono iniziate le rilevazioni sul commercio estero tedesco. Il paradosso risiede nel fatto che questo piccolo boom, che dovrebbe invalidare la narrazione della Germania che prende dagli altri e non restituisce, non impedisce al surplus commerciale tedesco di rimanere ben saldo intorno ai 22 miliardi, visto che le esportazioni di giugno sono arrivate a 115,5 miliardi. La qualcosa dovrebbe farci interrogare circa la complessità delle catene di valore che ormai costituiscono il commercio internazionale e sul realismo degli strumenti contabili di cui disponiamo per fotografare i flussi economici. Ma ciò che prevale fra gli osservatori, anche titolati, è lo sguardo superficiale, quando non compiacente, che rivela il vizio comodo del preconcetto. Come quando un importante esponente del Fmi, in un articolo uscito di recente su Welt, accusa la Germania di avere un surplus commerciale sproporzionato e di adottare solo timide misure contro il fenomeno. Con ciò sorvolando sulla circostanza che un surplus commerciale riguarda in gran parte il settore privato, persino in un’economia a socialismo renano. Accusare il governo tedesco dei profitti della Bmw è come parlare a suocera affinché nuora intenda. E la nuora magari, che abita in un altro continente, finisce col daziare le auto. Sicché il paradosso diventa un altro: il record di importazioni tedesco, che tutti auspicano a parole, avviene mentre si prova a strozzare il commercio internazionale nei fatti, con ciò limitando la possibilità di ridurre il famigerato surplus. Fra il dire e il fare non sempre c’è di mezzo il ragionare.

Cronicario: L’obbligo flessibile del governo anarchico


Proverbio del 9 agosto Raccoglie felicità chi dà senza chiede nulla in cambio

Numero del giorno: 131.800.000.000 Crediti lordi in sofferenza banche italiane a giugno

Finalmente è arrivato il tempo in cui governa l’anarchia, a quanto pare, visto che poco fa il ministro della salute ha depositato un proposta di legge per affermare il principio dell’obbligo flessibile delle vaccinazioni. Una dizione che “sebbene mi prendano in giro”, dice il ministro, “a me sembra sensata”.

E infatti lo è. Neanche gli inventori del celebre slogan (sopra) avrebbero mai immaginato che si sarebbe arrivati al punto che il governo avrebbe predicato l’obbligo flessibile, che è ciò di quanto più vicino all’anarchia possa fare un governo. Insomma obbligo flessibile è come dire governo anarchico no?

Sono talmente contento dell’obbligo flessibile che inizio a sognare un obbligo flessibile nel versamento dei contributi previdenziali, nel pagamento delle tasse e persino nell’uso del semaforo, che è quanto di peggio abbia prodotto la cultura statalista. Sta a vedere che il governo del cambiamento ci libererà dal governo?

Mi sveglio d’improvviso quando iniziano a risuonare nelle mie orecchie le dichiarazioni dei vari ministri che stanno lavorando alla Grande Manovra. “Non tocchiamo gli 80 euro”. “Non metteremo le mani in tasca agli italiani” (già usata da anni mi pare). “Speriamo che l’Ue ci faccia andare oltre i parametri perché dobbiamo fare le riforme e servono investimenti”. E così rassicurando, mentre – in attesa della Grande Manovra – il governo governa eccome, nominando chi dice lui praticamente ovunque. Ora è toccato all’agenzia del Demanio, a quelle delle Entrate e non so a cos’altro. Sicché capisco: all’obbligo flessibile corrisponde la libertà rigida. E al governo del cambiamento, il cambiamento di governo.

A domani.

Ombre cinesi sul futuro dei (tras)porti europei


Il primo autentico banco di prova della futura (e molto eventuale) collaborazione fra Europa e Cina, prima ancora che dalla gestione del commercio internazionale, che risente della “stagionalità” della relazione Usa-Ue, sarà quella degli investimenti infrastrutturali cinesi in Ue. Come abbiamo osservato altrove, la qualità e la quantità del commercio che interviene fra le due regioni è tale che, per potere dar seguito alle dichiarazioni di facciata, occorre un notevole sforzo infrastrutturale per potenziare gli scambi. Ciò significa che l’Ue deve esser disposta a farsi “incorniciare” nella visione della Belt and road initiative cinese e consentire quindi investimenti strategici esteri sul suo territorio, a cominciare da infrastrutture sensibili come quelli portuali.

Il tema è oggetto di un approfondimento pubblicato da Brugel, che svolge una ricognizione molto efficace sullo stato degli investimenti portuali in Ue, che abbiamo già osservato di sfuggita ma che qui viene dettagliata. Si comincia col ricordare che l’Ue è impegnata nella definizione di una cornice legislativa per regolamentare l’afflusso di investimenti diretti sul proprio territorio, che, secondo le parole del presidente Juncker devono essere condotti ricordando che “L’Europa deve sempre difendere i suo interessi strategici”. E le infrastrutture lo sono sicuramente. Il dibattito è ancora aperto, ma nel frattempo sono accaduti molti fatti nel nostro continente che è meglio conoscere almeno per la grandi linee.

Cominciamo da alcuni numeri. L’economia europea dipende sostanzialmente dalla sua infrastruttura portuale. Il 74% dei beni che circolano sul territorio Ue passano dai porti, secondo quanto riporta Eurostat, che quota in circa 1.700 miliardi (dato anno 2016) il valore delle merci che ricevono ogni anno. Peraltro i porti occupano circa 1,5 milioni di persone. Se osserviamo il dato scorporato per le singole economie abbiamo una visione più chiara dell’importanza strategica dei porti per la nostra economia.

Questo grafico misura la percentuale di export extra Ue che passa per mare, quello sotto la percentuale di import.

Ovviamente i porti non tutti uguali e la posizione geografica riveste un’importanza decisiva. Ma non è l’unica variabile del gioco.

La mappa elaborata da Bruegel ci consente di apprezzare l’importanza relativi dei principali porti europei, con la chiara prevalenza di quelli nord europei che sono i terminali dei grandi corridoi transnazionali. E’ così da parecchio tempo, ma adesso sono in gioco alcune forze che in qualche modo potrebbero scombinare questo gioco consolidato.

Il caso più interessante da osservare è quello del porto del Pireo finito sotto l’influenza cinese dopo che Pechino ne ha fatto uno dei punti di snodo della Belt and Road Initiative che, non a caso, prevede massicci investimenti nelle strutture portuali.

La Cina ha già investito in diversi porti in Italia, Olanda e Spagna, acquistando quote di proprietà, ma l’investimento del Pireo è di sicuro quello più rilevante, sia per l’importo investito che per il valore strategico. La compagnia cinese China Ocean Shipping Company (COSCO) ha firmato un accordo nel 2008 con l’autorità portuale del Pireo per operare in due dei tre terminal. Con accordi successivi la COSCO è diventata di fatto l’azionista di maggioranza dell’autorità portuale che opera anche nel terzo terminal. Ma il fatto rilevante è che, secondo quanto viene riportato, dal momento dell’acquisizione il porto ha conosciuto una crescita senza precedenti dovuta al notevole upgrade tecnologico e infrastrutturale reso possibile dal capitale cinese. In sei anni, scrive Bruegel riportando la Reuters, il traffico portuale è cresciuto del 300% e il porto del Pireo è divenuto uno dei più affollati dell’Europa.

L’aumento del traffico attorno al Pireo dimostra che le rotte commerciali non sono scritte sulla pietra. Lo stiamo vendendo con lo sfruttamento commerciale di quelle artiche. E infatti lo sviluppo del Pireo è la conseguenza visibile di un punto di vista, quello cinese, che considera strategiche le regioni sud orientali dell’Europa per la sua penetrazione commerciale nel continente. Insieme all’investimento sul Pireo, infatti, la Cina progetta di costruire un network ferroviario (Land-Sea express route) che colleghi il porto greco con i Balcani occidentali e il nord Europa, che si sta già lentamente realizzando e che è stato al centro dei recenti colloqui con i paesi interessati nell’ambito dell’incontro di due settimana fa fra il primo ministro cinese Li e i suoi omologhi dei paesi dell’Europa centro-orientale (Central and Easter Europeaa, CEE).

Questo progetto di collegare meglio di quanto sia adesso il Pireo con l’Europa seguendo l’asse sud-orientale potrebbe segnare una piccola rivoluzione per le rotte commerciali europee. “Comparato con le rotte esistenti di navigazioni, che passano dallo Stretto di Gibilterra, la Land-Sea Express route può diminuire i tempi di trasporto fra Cina e Ue”. E’ talmente concreta questa possibilità che alcune grandi compagnie come l’HP, la Hunday e la Sony hanno già iniziato a far scalo a Pireo come porto di prima destinazione per le spedizioni nei paesi europei della CEE e nel Nord Africa. “La decisione della Hewlett Packard di spostare le operazioni dal porto olandese di Rotterdam a quello del Pireo dimostra che quest’ultimo può rappresentare un’alternativa più economica ai porti nord europei.

Di nuovo il problema si sposta nel campo di gioco dell’Ue. L’Unione rimane divisa circa il giudizio da dare alla BRI cinese e ai progetti di sviluppo a capitale cinese dentro il suo territorio. Ci sono interessi consolidati – il caso del porto di Rotterdam è solo uno dei tanti – che chiedono di essere difesi e aziende europee che temono l’ingombrante presenza cinese per le conseguenze che può avere, ad esempio, sull’industria della cantieristica navale. Ma ci sono paesi, a cominciare ovviamente dalla Grecia, che hanno salutato con entusiasmo l’arrivo dei cinesi. Ai greci si sono aggiunti i paesi della CEE, confermando il pattern che la Cina segue sempre quando si tratta di individuare le linee di penetrazione delle sue politiche internazionali: far leva su stati finanziariamente deboli e offrire loro opportunità. Circostanza che certo genera diverse diffidenze all’interno dell’Ue.

La fine di questa storia è ancora tutta da scrivere, ovviamente, e sarebbe quantomeno avventuroso inerpicarsi in previsioni. L’Ue è alle prese con scelte difficili, con il principale alleato, ossia gli Usa, che pare voler separare il proprio destino da quello europeo, e una potenza emergente che spinge per allacciare nuovi legami o rinverdirne di vecchi, con tutta la regione Euroasiatica. In tal senso sui trasporti europei, a cominciare dai porti, si staglia sempre più ingombrante l’ombra cinese. Comunque vada a finire, il mondo non sarà più lo stesso di prima.

Cronicario: Tutto pronto per la Grande Manovra


Proverbio dell’8 agosto L’amico lavora al sole, il nemico nell’ombra

Numero del giorno: 10,7 % imprese italiane che prevedono assunzioni ad agosto

E’ estate, abbiate pazienza. Le cronache raccontano cose manifestamente assurde come sempre in questa stagione. Tipo la dipendente di Trenord che annuncia all’altoparlante che gli zingari hanno rotto i coglioni, il figlio allucinato di crack che violenta la madre a Torino, il marito ai domiciliari che ammazza la moglie di botte a Venezia, i poveracci che si facevano mutilare a Palermo (e ci morivano pure) per simulare incidenti d’auto e frodare le assicurazioni, fino arrivare a notizie sublimi, come quella che oggi è la giornata del micio, che ha ridotto i social network in una colonia di teste baffute.

In questo festival dell’assurdo è chiaramente solo un caso (?) che ferva il dibattito ai piani alti del governo, che anche oggi si riunirà – dicono i saputelli – per mettere a punto la Grande Manovra che cambierà le nostre vite a partire dal prossimo settembre.

Nel caso dubitiate circa gli esiti della Grande Manovra, ve la faccio semplice. Diminuirà le tasse per aumentare le spese così aumenterà la crescita e aumenteranno le tasse.

Dentro questa cornice teorica ci sono le questioni pratiche alle quali ci hanno ormai abituato le altre cronache si stampo estivo che durano tutto l’anno. Quelle politico-economiche, per capirci. Chessò, il mito della flat tax, del reddito di cittadinanza, di investimenti pubblici ad alto moltiplicatore. Bellissime parole che ci consentono di dibattere agilmente senza sapere di cosa stiamo parlando, e quindi sono perfette per i governanti, oggi come di ieri, e per un popolo imbolsito dagli smartphone. Vi faccio qualche esempio. Oggi in conferenza stampa il premier difensore del cittadino ha detto che il governo farà ” una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme”.

C’è di meglio, ovviamente. A settembre ci aspetta una riforma del codice degli appalti “per rilanciare gli appalti” che ovviamente saranno finanziati, fra le altre cose, con “la revisione delle “tax expenditure”. Ce lo vedo il governo del cambiamento a togliere le agevolazioni sulle ristrutturazioni dei giardini. Ah, ovviamente, ci saranno anche nuove “misure anticorruzione, tassello di un’efficace manovra economica”. E se pensate che questo spirito riformatore ci condurrà a chissà quale epifania in Europa, state sereni: “Ci presenteremo con un programma serio, coraggioso, che tuteli i nostri interessi, saremo molto seri, duri, rigorosi ma non irragionevoli e scriteriati”.

Vi risparmio il resto sennò che gusto ci trovate domani a (non) leggere i giornali. Contentiamoci di sapere che lassù, fra i colli romani, qualcuno ci ama. E pensa a noi anche nei giorni di Ferragosto, quando, secondo ciò che dice il ministro uno e bino si dovrebbe decidere la sorte di Ilva, mentre su Alitalia e Tap vedremo. E ne vedremo delle belle, state certi.

A domani.

La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale


La storia dunque, assai più della macroeconomia, aiuta a capire cosa sia diventata la Cina e soprattutto suggerisce cosa voglia diventare. Quando il presidente Xi dice che la Cina sarà una potenza di rango globale entro il 2050, dotata di forza economica e militare sufficienti allo scopo, stupisce molti di noi. Quale paese occidentale è anche solo capace di immaginare una pianificazione a così lungo termine? Xi per allora magari sarà morto, ma la Cina no. La Cina ha un orizzonte di pensiero secolare. E soprattutto una notevole pazienza. L’impero cinese è stato edificato più volte nel corso dei secoli, è crollato ed è stato ricostruito, a volte da popoli non cinesi, come i mongoli o i mancesi, che poi sono stati assimilati dalla cultura cinese. La Cina ha vissuto molti rinascimenti, seguiti a secoli bui di lotte intestine e guerre, e ogni volta ne è uscita con un impero diverso e più forte.

Oggi la Cina sembra si stia preparando alla sua prossima avventura imperiale, stavolta su scala globale, e lo sta facendo con grande pazienza, ricostruendo antiche relazioni (Asia centrale e Medio Oriente) e tessendone di nuove (Africa). Anche qui ci viene in aiuto il Fmi che nel suo ultimo staff report illustra con due grafici molto istruttivi il livello di penetrazione dell’economia cinese nel mondo.

Questo grafico misura il livello di dipendenza finanziaria dai prestiti cinesi in una scala che va da meno dell’1% a più del 25% del pil dei paesi considerati. Di fatto è la cartina tornasole del crescente potere bancario di Pechino. Cinesi d’altronde sono quattro delle prime cinque banche internazionali.

Quest’altro grafico invece misura, con la stessa scala in relazione al pil dei paesi considerati, la quantità delle esportazioni totali degli altri paesi verso la Cina.

Notate che i paesi centroasiatici, che non hanno legami finanziari con la Cina, sono comunque molto coinvolti nel commercio con la Cina. E notate soprattutto la posizione dell’Australia, che esporta fra il 5 e il 10% delle sue merci in Cina e ha anche una discreta dipendenza finanziaria dalle banche cinesi. Ma soprattutto bisogna osservare l’Africa, i cui legami crescenti con la Cina sono la vera novità del nascente impero cinese, mentre non stupiscono gli stretti legami con la Mongolia – l’impero Yuan raccontato da Marco Polo era mongolo – e con alcuni paesi del sud est asiatico, che risalgono alle varie età imperiali cinesi. Anche il rapporto con la Russia è parecchio consolidato e si è sempre contraddistinto, ieri come oggi, da un difficile equilibrio fra conflitto e collaborazione.

Questa rappresentazione, veloce e quindi necessariamente semplificata, offre una possibilità di interpretazione delle informazioni raccolte dal Fmi e quindi una chiave di lettura delle affermazioni di principio fatte dai leader cinesi (e dalle decisioni che ne sono conseguite) in tempi recenti. Fra le tante, quella secondo la quale è intenzione del governo cinese sostituire l’idea di una crescita quantitativamente robusta con una crescita qualitativamente robusta, che, detto in termini economici, implica voler sostituire un sistema basato sugli stimoli (pubblici) alla domanda a un sistema che scommetta su riforme capaci di migliorare l’offerta. La qualcosa implica la promozione della competitività delle imprese cinesi, piuttosto che la loro protezione, l’innovazione tecnica e scientifica, il miglioramento industriale e una ulteriore apertura verso l’esterno. Per dirla in termini occidentali, che però tuttavia poco si attagliano allo spirito e alla filosofia cinesi, il governo vuole aumentare il grado di liberalismo nella sua economia finora a chiara vocazione social-nazionale. “La Cina è a una svolta storica – commenta il Fmi -. Dopo decenni di crescita ad alta velocità, le autorità adesso si stanno concentrando di una crescita di alta qualità. Se e come questo spostamento verrà portato avanti determinerà il percorso di sviluppo della Cina per i decenni a venire”.

Il bivio cinese, inevitabilmente, riguarda tutti noi, e spiega in parte le crescenti frizioni con l’impero in carica, quello statunitense che si esprime nei circuiti rarefatti dell’anglosfera. Ancora una volta la storia ci propone un parallelo. Ai primi del XIX secolo la Cina primeggiava nel commercio estero con l’Europa, con una bilancia commerciale fortemente attiva che suscitava parecchie irritazioni specie nella Gran Bretagna, all’epoca potenza dominante nei commerci internazionali, che non riusciva a imporre i suoi prodotti al paese per la semplice ragione che i cinesi non li volevano. Per riequilibrare il commercio estero, l’UK iniziò a esportare in Cina oppio prodotto nel Bengala, generando notevoli difficoltà sociali nel paese che culminarono nella prima guerra dell’oppio che segnò una grave sconfitta per la Cina. Le furono imposti trattati che prevedevano, fra le altre cose, la possibilità di installare avamposti britannici britannici sul territorio cinese. Gli inglesi si appropriarono di Hong Kong, restituita alla Cina solo nel 1997. Da lì in poi iniziò la penetrazione dell’Occidente, del Giappone e della Russia in Cina, che generò l’ennesimo lento dissolvimento dell’ultimo impero cinese, che verrà interrotta solo dalla rivoluzione comunista di Mao. Oltre cent’anni di anni di caos e guerre.

I dazi di Trump, che mirano e minano il surplus commerciale della Cina, che ricordano l’irritazione inglese per la Cina imperiale, le tensioni nel Mare cinese meridionale, la proposta Usa-Australia-Giappone di investimenti congiunti nell’area dell’Indo Pacifico da opporre al progetto cinese della Belt and Road initiative, sono alcune delle doglie di un nascente ordine globale che potrebbe annunciare la prossima Cina a vocazione imperiale. Ma tutto si gioca sulla solidità dello sviluppo cinese. E su questo l’analisi del Fmi ci può suggerire qualche altra cosa.

(2/segue)

Prima puntata: Cina, fra socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio

Cronicario: La deriva pacifista di Mister T


Proverbio del 7 agosto Loda il mare, ma resta sulla terra

Numero del giorno:  115.500.000.000 Esportazioni tedesche a giugno 2018

La migliore della giornata, ma forse dell’anno, se la aggiudica il nostro beneamato Mister T, che all’apice del solleone se ne esce così:

Ora non so voi, ma questa cosa di fare la guerra per chiedere la pace io la trovo meravigliosa. Notate il maiuscolo: così squisitamente yankee. Dai tempi della guerra per liberare i poveri schiavi del Sud, le derive pacifiste americane sono quanto di più maschio giri sul cronicario globale. Talmente, che il vice ministro della Gran Bretagna ha detto subito che “non seguiremo gli Usa sulle sanzioni”.

Tutto ciò mentre il ministro degli esteri nordcoreano va in visita in Iran per due giorni e la Russia si dice delusa dalle sanzioni Usa. Che fine farà il nostro giro d’affari con l’Iran? Ah saperlo, finirà nel mare grosso del nascente sovranismo socialista italiano, che proprio oggi festeggia il suo decreto Dignità, ormai approvato. Ora bisogna nazionalizzare Alitalia, l’Ilva e anche il nostro debito estero, così finalmente il cattivissimo spread non farà più danni. Almeno il primo anno. E dopo?

A domani (forse).

 

 

 

Sfida finanziaria nella regione dell’Indo-Pacifico


Il discorso recente del segretario di stato Usa Mike Pompeo all’Indo-Pacific Business forum di Washington ha dato improvvisamente corpo a un’idea politica emersa nei mesi scorsi per costituire una sorta di asse fra Usa, Australia e Giappone capace di controbilanciare la crescente influenza finanziaria cinese nella regione. La Belt and Road initiative di Pechino, infatti, ha sollevato parecchi timori nell’area del Pacifico costringendo di fatto gli Usa a farsi promotori di una sorta di contro-BRI che però risulta ancora quantomeno vaga, almeno relativamente agli importi sul tavolo.

Pompeo ha ricordato che le corporation Usa, che spaziano dall’energia alle banche, hanno un portafogli con 3,9 miliardi di investimenti nell’area dell’Indo-Pacifico e che la Millenium Change corporation ha investito oltre 2 miliardi negli ultimi quindici anni nella regione. Ma l’impegno diretto del governo rimane ancora molto limitato. Pompeo ha annunciato che gli Usa investiranno 113 milioni nell’area per varie tipologie di progetti. “Questi fondi rappresentano solo un acconto che prepara una nuova era dell’impegno economico degli Stati Uniti per la pace e la prosperità nella regione dell’Indo-Pacifico”, ha spiegato. Ma certo non è questo il livello che consente un confronto con il tesoro messo in campo da Pechino. La strategia Usa, a tal proposito, punta più sul contributo delle agenzie di sviluppo, che dovrebbero mobilitare fino a 60 miliardi di risorse per prestiti alle imprese, ricordando che secondo l’Asean, associazione dei paesi che affacciano sul Pacifico, l’area ha bisogno di nuove infrastrutture per un valore di circa 26 trilioni di dollari entro il 2030 per sostenere il suo attuale ritmo di crescita.

Il tema economico, come sempre, sottintende quello politico, che si sostanzia nella visione dell’amministrazione Trump che ha ribadito l’importanza strategica dell’Indo-Pacifico per gli Usa. E non solo perché gran parte della crescita dei prossimi decenni arriverà da quella regione. Ma anche perché il pendolo dell’influenza politica si sta spostando sempre più decisamente dall’Atlantico a Pacifico e gli Usa, che insistono anche su quell’oceano, non possono certo sottovalutare questo sommovimento. E la sfida finanziaria per “comprare” influenza tramite i prestiti, che i cinesi stanno praticando con grande successo in giro per il mondo, non può che coinvolgere gli alleati Usa nella Regione, quindi innanzitutto Giappone e Australia, che hanno risorse da investire. In un certo senso il terzetto Usa-Australia-Giappone è la versione finanziaria del quartetto strategico che include l’India.

Questa sorta di accordo trilaterale, al momento, è ancora poco quantificabile. Ma sul peso politico del discorso di Pompeo c’è poco da dubitare. Serve soprattutto a dare rassicurazioni ai principali alleati che devono vedersela con un vicino ingombrante e anche molto assertivo. Si pensi alla disputa sul Mare cinese meridionale. E non serve neanche riferirsi a grandi scenari. Le tensioni politiche nell’area si fanno sentire anche in questioni che sembrano (ma non lo sono affatto) innocue, come le decisioni sulla posa di cavi sottomarini per le connessioni internet.

Il governo australiano infatti ha deciso di sostenere lo sviluppo di un cavo sottomarino con le Solomon Island per spiazzare l’offerta arrivata dalla cinese Huawey, con la quale erano in stato avanzate le trattative per la realizzazione dell’opera. Una decisione che rivela un crescente nervosismo e la chiara tendenza a contrastare lo strisciante espansionismo cinese nella regione. E serve anche a capire che il confronto non si gioca soltanto su ponti e ferrovia, ma anche su infrastrutture divenute altamente strategiche come quelle delle comunicazioni digitali. E’ interessante osservare che l’Australia già da tempo ha fatto capire di voler impegnarsi di più negli investimenti diretti nella regione, essendo d’altronde la principale alleata Usa nell’area nonché una forte partecipante alle principali agenzie di sviluppo. Senonché l’arrivo della BRI cinese ha alzato notevolmente, anche a livello finanziario, il livello del confronto.

Secondo alcune stime, che servono a dare un’idea concreta della posta in gioco, solo finanziare il corridoio economico fra Cina e Pakistan costa fra i 46 e i 62 miliardi di dollari. E di fronte a questa sfida il centinaio di milioni messo sul tavolo da Pompeo fa un po’ sorridere. Se non fosse che dietro un pugno di dollari ci sono le portaerei Usa.