Il QE della Fed ha compiuto cent’anni


Da quando la narrazione resa celebre da Milton Friedman sulle colpe della Fed nell’aggravarsi della depressione dopo la crisi del ’29 è diventata celebre, non è molto comune concentrarsi sul modo in cui la Fed lavorava prima di quel terribile ottobre che mise fine alla burrascosa ripresa dei Ruggenti anni Venti.

Merita perciò una menzione il lavoro svolto da alcuni economisti della Fed che racconta quanto il modo di operare della banca centrale negli anni fra il 1923 e il 1929 fosse sorprendentemente simile a quello al quale ci ha abituato la cronaca: quell’allentamento monetario che oggi si chiama Quantitative easing e che ieri aveva un altro nome – o meglio: non ne aveva nessuno – ma usava strumenti simili: controllo dei tassi e uso del bilancio della banca centrale per interventi sui mercati degli asset.

Ciò fa sorgere la domanda se magari le “colpe” della Fed non siamo anteriori alla crisi del ’29, piuttosto che posteriori. Ma siccome non abbiamo una risposta, non resta che rimandare ai posteri l’ardua sentenza, contentandoci qui di imparare qualcosa di nuovo sul modus operandi della banca centrale Usa.

E la prima cosa da imparare è ciò che già dal titolo del paper risulta evidente: i metodi che oggi chiamiamo “non convenzionali” sono esattamente il contrario. Sono assolutamente convenzionali: da oltre un secolo. Ciò dovrebbe suscitarci la domanda sul perché la vulgata abbia voluto farci credere che i tempi straordinari che stiamo vivendo abbiano richiesto interventi straordinari. Mancanza di prospettiva storica? O forse semplicemente il fatto che il pretesto dell’emergenza è il migliore per fare “whatever it takes”.

Cent’anni fa gli strumenti utilizzati dalla Fed erano principalmente tre: la “finestra” di sconto dove le banche aderenti al sistema potevano richiedere fondi, l’acquisto di accettazioni delle banche e le operazioni di mercato aperto in titoli di stato. Poiché vigeva ancora il gold standard, alla Fed era richiesto di mantenere una riserva legale in oro equivalente al 40% delle banconote in circolazione e del 35% dei depositi che le banche aderenti tenevano presso di lei. Ma poiché la Fed era notoriamente prudente, teneva riserve auree per quasi il 60 delle note e dei depositi in circolazione.

Sempre in omaggio alla prudenza, la Fed agiva contro-ciclicamente: quindi tendeva a stringere il credito quando quest’ultimo diventava esuberante e faceva il contrario quando osservava rallentamenti congiunturali. Il problema è che i segnali non sono mai univoci. Quando i tassi nel mercato monetario tendevano ad abbassarsi, poteva voler dire che si stava raffreddando la domanda di prestiti, e quindi serviva uno stimolo monetario, ma anche che ci fosse un eccesso di riserve, e perciò serviva “stringere” i cordoni. Insomma: era richiesto ai banchieri centrali un particolare acume per non sbagliare diagnosi e di conseguenza prognosi.

Gli storici tendono a considerare appropriate le politiche restrittive attuate dalla Fed in quel periodo, che tuttavia non bastarono a impedire l’esuberanza dei mercati finanziari che culminò nella crisi di ottobre. Era davvero così “tirata” la politica monetaria della Fed degli anni Ruggenti? Per capirlo dobbiamo osservare come venivano gestiti i tre strumenti di cui abbiamo parlato.

La discount window serviva a riscontare carta commerciale delle banche o fornire prestiti ai banchieri in cambio di collaterale. Le banche aderenti, come gruppo, si servivano regolarmente della “finestra” per rispettare i propri requisiti regolamentari, quindi il tasso di sconto della “finestra” serviva a regolare le condizioni del credito bancario.

I tassi di questa “finestra” venivano gestiti dalle 12 banche di riserva federale e approvati dal board della Fed. L’analisi del nostro paper si concentra sulla Fed di New York. Il tasso fissato da questa banca influenzava notevolmente il mercato monetario. “I tassi massimi che le banche membri erano autorizzate a pagare sui depositi interbancari e sui certificati di deposito emessi alle banche nei primi anni ’20 erano entrambi inferiori e una funzione del tasso di sconto della Fed di New York”, spiega il paper. Diventa perciò interessante osservare l’andamento di questo tasso negli anni considerati.

Le zone ombreggiate sono periodi di recessione. Nel 1920 il discount rate era al 7%. Nel 1925 era già stato portato al 3%. Negli anni della Grande Depressione era stato portato quasi all’1%, dove arriverà negli anni della Seconda guerra. Vi ricorda qualcosa? E adesso guardate il comportamento del tasso overnight al variare del tasso Fed negli anni Venti.

Notate che fra il 1924 e il 1925, all’apice degli Anni Ruggenti, il tasso overnight scendeva persino più rapidamente del tasso federale, arrivando al 2%. “Sembra che i tassi che le banche pagavano su molti dei loro depositi siano rimasti al di sotto del discount rate window”, nota il paper. Un chiaro segno di euforia creditizia che abbiamo più volte osservato in tempi di espansione monetaria.

La Fed inoltre poteva comprare le accettazioni dei banchieri nel mercato aperto. Questa carta veniva venduta alla Fed per lo più per finanziare il commercio internazionale e per quanto questi interventi siano ancora teoricamente possibili, hanno smesso di essere esercitati da alcuni decenni. Si tratta di operazioni, tuttavia, che erano scarsamente effettuate prima dell’arrivo della Fed perché alle banche nazionali non erano consentite. Con l’arrivo della Fed il gioco cambiò. La nuova banca centrale fu molto felice di far crescere un mercato che consentiva anche di promuovere l’uso del dollaro come valuta internazionale in un mondo ancora dominato dalla sterlina. A metà degli anni Venti questo mercato ormai competeva con quelli più importanti dell’Europa.

Per acquistare questi effetti la Fed non agiva attivamente, ossia con acquisti sui mercati, ma fissava un tasso al quale il mercato sapeva che poteva vendere alla Fed un certo tipo di queste cambiali: quello che gli autori chiamano acceptance rate. E poiché voleva promuovere questo mercato, la Fed tendeva a fissare questo tasso al di sotto del discount rate, che abbiamo già visto in costante ribasso negli anni del boom. Il risultato fu che una quota rilevante di queste cambiali – circa il 40% del totale – finì nel bilancio della Fed e il tasso che la Fed fissò per questi acquisti finì con l’influenzare pesantemente il prezzo di mercato. Notate che anche questo tasso fu ribassato fra il 1923 e il 1924, praticamente dimezzandosi, e risalì molto lentamente fino al 1927 quando prese a salire rapidamente.

La Fed, infine, aveva anche la possibilità di comprare titoli di stato, e per coordinare al meglio le operazioni fu anche creato l’Open market investment committee nel 1923. All’incirca in questo periodo le operazioni di mercato aperto sui bond iniziarono ad essere utilizzate come strumento per regolare la quantità di credito e assecondare le policy promosse dal discount rate. E la Fed non si risparmiò. Al contrario. Per dirla con le parole dei nostri economisti, “l’impatto delle variazioni nelle disponibilità di titoli del Tesoro è stato maggiore negli anni ’20 rispetto ad oggi”.

Nel 1924, infatti, la Fed decise di allentare la politica monetaria (easing) aumentando il suo portafoglio titoli di Treasury dai 100 milioni di dollari di gennaio ai 600 milioni di ottobre: in pratica sestuplico i suoi asset governativi. Un po’ come oggi, pur se con le dovute differenze. Nel 1927, i Treasury in pancia alla Fed arrivarono a 700 milioni di dollari poco prima che i discount rate prendessero la loro salita rapida. Qualcuno alla banca doveva essersi accorto che i buoi erano fuggiti dalla stalla. Sarà per questo che un anno dopo le obbligazioni governative si erano ridotte a 200 milioni.

Se tornate a guardare il primo grafico, noterete che proprio nel 1924, mentre i tassi scendevano e aumentavano gli acquisti di bond pubblici, l’economia stava rallentando la sua corsa. Vi ricorda qualcos’altro? L’unica differenza rispetto ad oggi fu che gli acquisti non furono annunciati, benché fossero osservabili dal bilancio della banca centrale.

E in effetti il bilancio della banca centrale cambiò molto in questi anni. Basta guardare la tabella sotto per farsene un’idea.

L’oro – ricordate che eravamo in gold standard – rappresentava il 54% degli asset della banca. Il resto era carta commerciale o governativa comprata a tassi (in calo) fissati dalla banca.

In pratica la banca alimentava significativamente con il suo bilancio la creazione di credito sia ai privati che allo stato. Proprio come oggi, pure se non lo diceva. Ma il mercato, che legge i bilanci, lo sapeva e ruggiva. Finché non divenne rauco. Poi perse la voce.

Quanta Cina c’è nell’export Usa?


Sempre perché la realtà è un filo più complessa di quello che lasciano credere certe fantasie, vale la pena riportare per sommi capi uno studio preparato dalla Fed di S.Louis che ci comunica un’informazione molto interessante. Ossia che una parte significativa della capacità esportatrice degli Stati Uniti risiede nel suo essere dipendente dai beni intermedi, cosa che sapevamo già. Ciò che non sapevamo è quanto sia rilevante il peso specifico della Cina nella catene di fornitura statunitensi.

I dati raccolti dalla Fed non lasciano dubbi in proposito. Sia per le imprese manifatturiere, sia per quelle di servizi, l’export dipende in parte robusta da beni intermedi prodotti in Cina, che perciò, ancora una volta, conferma di essere insieme un problema e un’opportunità per gli Stati Uniti. E basta ricordare quanto debito pubblico Usa sia custodito nelle riserve valutarie di Pechino per averne un’altra dimostrazione.

Cominciamo con l’osservare la classifica dei fornitori di beni intermedi per la manifattura. Il dato complessivo mostra che nel 2015 il 15,6% del valore aggiunto incorporato nell’export di questo settore era stato creato all’estero. Oltre la metà di questo valore aggiunto era stato prodottto solo da cinque paesi, fra i quali primeggia proprio la Cina.

Se dalla manifattura ci spostiamo ai servizi, il contributo dei beni intermedi è assai meno rilevante, pesando circa il 4% del valore aggiunto incorporato nell’export. Ma la classifica dei paesi è molto simile alla prima.

Se torniamo alla manifattura, le industrie che dipendono maggiormente dal valore aggiunto che arriva dall’estero sono quella energetica (il 25,9% del valore aggiunto dell’export è stato prodotto all’estero), quella automobilistica (il 23,7%), macchinari e attrezzature (18,4%), metalli di base (16,8%) e apparecchiature elettriche (16,5%). La Cina ha interpretato la parte del leone nell’automobilistico (24,2%), nei macchinari (25%) e nel materiale elettrico (25,8%). Il principale fornitore nelle industrie del coke e del petrolio raffinato e dei metalli di base, tuttavia, è stato il Canada, che ha fornito rispettivamente il 44,7% e il 18,1%.

E troviamo sempre la Cina in cima anche nel settore dei servizi, essendo il principale fornitore estero nelle esportazioni di telecomunicazioni statunitensi (33,3%), servizi di alloggio e ristorazione (17,4%), servizi IT e altri servizi di informazione (28,4% ). Il Canada, tuttavia, con il 20,1%, è il principale fornitore di valore aggiunto estero nel trasporto e nello stoccaggio.

La semplice osservazione di questi dati ci dice alcune cose, la più rilevante delle quali è che gli Usa dipendono dall’estero in molte forniture strategiche. E anche perché la pandemia abbia colpito duro alcuni settori piuttosto che altri.

Ce n’è abbastanza per aspettarsi una crescente voglia di reshoring? Per il momento non sembra. Ma il tema sta sul tavolo dei politici. E gli argomenti a favore – a cominciare da quello della sicurezza nazionale – non mancano. Ma questa però è un’altra storia.

Se la moneta “privata” diventa privata davvero


Una bella allocuzione di un banchiere centrale britannico pone la questione delle monete digitali sotto una luce diversa dal solito. Merita di essere raccontata perché, aldilà della tecnicalità, ha a che fare con il modo in cui si pensa debba essere organizzata la moneta, ossia la società. La domanda è chiara già dal titolo: “Abbiamo bisogno di una moneta pubblica?”

La risposta presuppone già una conoscenza alquanto articolata di come funzioni adesso il meccanismo che regge la moneta, che il banchiere riepiloga brevemente: in sostanza la moneta che usiamo è una creatura metà pubblica e metà privata, nel senso che viene cogestita dal duopolio banca centrale/banca commerciale, con la prima ad emettere la moneta fisica – le banconote – e le riserve di banca centrale, e la seconda a fornire la moneta cosiddetta bancaria che giace nei depositi. Moneta che il nostro banchiere, a rischio di generare qualche equivoco, chiama “moneta digitale”, quando forse sarebbe più chiaro chiamarla moneta elettronica, per non confonderla con le monete digitali di banca centrale alle quali abbiamo dedicato numerosi approfondimenti.

Ma forse l’uso un po’ ambiguo del termine digitale per la moneta elettronica è voluto. Perché se si dice che la moneta bancaria è già in larga parte digitale, mentre quella delle banche centrali non ancora, si capisce che non è tanto la forma della moneta – digitale versus analogica – il tema dell’intervento del banchiere britannico, ma la sua titolarità.

Il succo dell’argomento è molto semplice. Nel tempo, “la convenienza, specie a causa dell’e-commerce – ha spinto la domanda pubblica di moneta digitale. Come risultato l’uso di moneta pubblica nella forma di cash fisico è stata declinante”. Traduzione: le persone usano sempre più moneta elettronica/digitale di provenienza privata, ossia bancaria, e sempre meno banconote, ossia moneta di banca centrale. Quindi si fa sempre uso di moneta privata invece di moneta pubblica. Fra le altre cose, il banchiere osserva che in UK ormai la moneta bancaria “privata” pesa il 95% del totale della moneta in circolazione e che solo il 23% degli scambi quotidiani viene regolato in moneta fisica pubblica, ossia in contanti. Dieci anni fa era il 60%.

E’ un problema? Affatto: il nostro sistema attuale si basa proprio sul rapporto virtuoso fra le due entità bancarie che si sono distribuite nel tempo i compiti: la banca centrale, con la sua credibilità, garantisce il valore della moneta. Le banche commerciali che emettono moneta privata accettano la regolazione imposta dal governo per garantire la loro robustezza e possono contare sulla banca centrale non solo per regolare le loro transazioni interbancarie, ma anche come cassaforte a cui attingere in caso di stress.

Il governo dal canto suo ha pure creato degli strumenti di assicurazione sui depositi che tutelano il risparmiatore dai rischi che possono derivare da un uso spericolato della moneta privata da parte delle banche. “Privata” di diritto, più che di fatto, si potrebbe dire.

Il sistema, che ci ha messo vari secoli a prodursi, funziona talmente bene che nessuno che non sia un addetto ai lavori ha mai notato la differenza fra la moneta pubblica delle banca centrale e quella privata delle banche commerciali, per la semplice ragione che il sistema di garanzie attorno alla moneta privata l’ha resa pubblica quanto agli effetti. Per il cittadino normale un euro è un euro, e non c’è nessuna differenza fra la moneta fisica che tiene in tasca e quella che deposita sul conto corrente.

Il problema nasce nel momento in cui ai due protagonisti di questi gioco secolare si sono aggiunti altre entità che tendono a promuovere un nuovo tipo di moneta, facendo quindi scivolare la preferenza del pubblico sempre più verso la moneta privata, ma stavolta privata sul serio: un bitcoin o una stablecoin non hanno né una banca centrale che agisce da backstop quando necessario né uno strumento di tutela dei depositi. Sono monete finché esiste la fiducia nei loro confronti – una fiducia che nessuno garantisce a livello istituzionale – e che diventano un normale asset di investimento quando la fiducia cessa. Si pensi alla volatilità di Bitcoin.

Questa tendenza verso una crescente privatizzazione della moneta, che alcuni decenni fa diede origine a un libro molto interessante di Von Hayek, motiva la domanda che titola l’intervento del banchiere britannico. Chi propone questa moneta privata, peraltro, non è una banca, e tantomeno una banca centrale, che è espressione di un un governo, ma quelle compagnie private multinazionali, che operano nell’Hi tech che abbiamo chiamato altrove Nazioni globali. “I loro modelli di business – dice – sono molto diversi da quelli delle banche: molti non hanno alcun interesse fornire credito, ma piuttosto cercano di integrare nuove forme di denaro nei loro servizi basati sui dati”. Il tema è ampiamente discusso, e non serve tornarci qui.

Ma se l’uso del cash diminuisce sempre più, e quindi si usa sempre meno moneta pubblica a vantaggio di quella privata dovremmo preoccuparcene oppure no? Per dirla con le parole del banchiere, “perché lo stato dovrebbe essere coinvolto nell’emissione di denaro al pubblico in concorrenza con il settore privato? Lo stato non ha smesso di fornire elettricità direttamente o acqua al pubblico nel Regno Unito? Perché dovrebbe fornire denaro?” La domanda è intrigante, visto che viene costantemente celata nel dibattito sulla fornitura di moneta digitale di banca centrale.

La risposta parte dalla considerazione che la decisione di uno stato se emettere o no moneta pubblica non dovrebbe essere condizionata dal fatto che se ne usa sempre meno. E questo già contiene in nuce la risposta completa. Perché contiene il pensiero che la moneta, che decida di emetterla o meno, è una funzione di stretto appannaggio della sovranità nazionale, come d’altronde insegna la teoria politica sin dall’inizio dell’età moderna. Un governo può affidare a una banca privata l’emissione di moneta, come fece il sovrano inglese con la Banca d’Inghilterra alla fine del XVII secolo, ma si tratta di una concessione di un diritto che rimane sovrano.

Ma di tutto questo il nostro banchiere non parla. Per adesso, dice, “in UK non si è presa alcune decisione sull’introduzione di una moneta digitale di banca centrale”, anche se le cronache evidenziano chiaramente quale sarà il peso specifico del governo britannico in questa decisione.

Ma se togliamo per un momento dal tavolo l’argomento politico – che comunque ha un peso rilevante – ci sono anche questioni tecniche che devono essere prese in considerazione contemplando la decisione se emettere o no una valuta digitale. Per dirla diversamente: l’assenza di una moneta pubblica ha effetti sulla stabilità finanziaria?

Il succo della risposta è sostanzialmente sì. Il motivo è resto detto: una moneta privata non può essere convertita in moneta pubblica – leggi banconote – se la moneta pubblica non esiste. E soprattutto una banca potrebbe non essere in grado di farlo se non fosse regolata dallo stato e non avesse alle spalle una banca centrale – che ricordiamo emette moneta pubblica sotto forma di riserve. Ciò per dire che il ruolo della moneta pubblica non è semplicemente quella di essere scambiata fra i soggetti economici, ruolo declinante come abbiamo detto, ma è quello di svolgere una funzione di stabilizzazione finanziaria simboleggiando il ruolo dello stato nel sistema. Chi mastica storia economica avrà memoria dei numerosi bank run fra il XVIII e XIX secolo, quando il sistema attuale era in corso di formazione.

Se questa considerazione vale per la moneta “privata” delle banche commerciali, figuriamoci per quelle delle Big Tech, che non sono neanche banche e quindi non hanno né regolazione, né banca centrale che li stabilizzi. Hanno però un notevole potere attrattivo verso i consumatori, che molto facilmente possono venire catturati dalla ragnatela di una piattaforma informatica.

E questo ci conduce al secondo elemento tecnico che la banca centrale – ossia il governo – ha tutto l’interesse a presidiare: il sistema dei pagamenti. Le piattaforme entrano in competizione con il sistema dei pagamenti tradizionali, cheproprio come la moneta, si regge sul duopolio fra banca centrale e banca commerciale. Le monete digitali hanno la potenzialità di migliorare notevolmente l’efficienza del sistema dei pagamenti, specie a livello trans-frontaliero, che poi in larga parte è il livello dove operano le piattaforme. Non a caso la Bis sta lavorando con un sistema di banche centrali a un progetto per migliorare l’infrastruttura di questi pagamenti.

Infine, ci sono questioni minori, ma non meno importanti, che motivano l’esistenza di una moneta pubblica: l’inclusione, ad esempio. Per usare le banconote non serve né un conto corrente né uno smartphone, al contrario di ciò che occorre con una moneta digitale. Al momento in UK vi sono 1,2 milioni di persone che non hanno conti correnti: come dovrebbero svolgere le loro transazioni se non ci fosse il contante? E poi ci sono le questioni di privacy, ovviamente. Una moneta elettronica è sempre identificabile. Una banconota mai.

Rimane il problema: non possiamo facilmente fare a meno di una moneta pubblica, ma ne facciamo sempre più a meno, e “le nuove tecnologie e l’ingresso di nuovi player è probabile rinforzino questi trend”. La moneta pubblica rischia di diventare il fantasma di quella privata. A meno che i governi non decidano di rilanciare. Non hanno ancora deciso. Ma ci pensano molto.

Cartolina. Poveri consumisti


In un’epoca che vede crescere di decennio in decennio la quota di reddito “catturata” dal 10 per cento più ricco della popolazione – che alimenta così tanti peana sulla diseguaglianza – al danno si aggiunge la beffa che questa conformazione nella distribuzione dei redditi dà il peggio di sé quando esplode una crisi finanziaria. In questo frangente – e lo abbiamo visto un decennio fa – la propensione al consumo dei ricchi, più bassa di quella dei poveri, finisce col deprimere la domanda aggregata, avvitandosi così una spirale pericolosa. I consumi reggono l’economia degli stati, e quelli dei più poveri principalmente. Sarà per questo che aumentano di numero.

La Nazione Globale. Dal Villaggio alla Nazione


Rimane perciò attuale la lezione di McLuhan. Solo che non è più il villaggio l’espressione della globalità, ma la nazione. Quest’ultima corrisponde in maniera più compiuta alla vocazione psichica e quindi socio-culturale che l’avvento di Internet ha prodotto nelle nostre comunità. La nazione è un principio organizzatore di più vasta portata del villaggio e anche più esplicativa quanto alle conseguenze, anzitutto per la sua modernità. Al tempo stesso la nazione condivide col villaggio una caratteristica sempre poco sottolineata: la tribalità. 

Il villaggio infatti, come la nazione, non solo è globale, ma “avvolge la famiglia umana nella vita coesiva”come scriveva McLuhan, ricreando quel “rapporto biologico con l’ambiente creato dall’uomo a cui si torna ad aspirare oggi nell’era elettrica”. Tutto ciò determina “problemi di coinvolgimento e di organizzazione per i quali non esistono precedenti”.

Il mondo digitale della Nazione, insomma, corrisponde al Villaggio dell’era analogica nella quale scriveva McLuhan. Gli somiglia esattamente come un suono campionato somiglia all’originale analogico. Sogna persino di essere migliore. Quindi perfetto. 

Il paradiso digitale è concepito apposta per correggere le imperfezioni della materia, a cominciare dalla sua deperibilità, trasformandola in una riproduzione del pensiero non contaminata dall’interferenza dell’esperienza. Quindi dal trascorrere del tempo. Come le foto che si mettono sui profili social dalle quali nessuno riconoscerebbe l’originale per il semplice fatto che non esiste. O meglio: esiste solo nella cloud.

Per questa semplice ragione il digitale attrae masse sempre più numerose di unità binarie “omogeneizzate” che esprimono uno spazio comunitario. Vengono ridotte ad unità dal codice, che esprime innanzitutto una policy. 

Queste molteplicità, che divengono uno, condividono non solo una mutazione culturale, che diviene automaticamente sociale, ma addirittura beni e servizi. I loro desideri, che promanano dalla rappresentazione di se stessi proiettata nella cloud, divengono facilmente beni di consumo, od oggetti di prosumo.

Questa massa – dimensione sconosciuta al villaggio – finisce così col generare nazioni globali, ossia comunità omogenee di cittadini digitali. Queste entità si trovano nella condizione di poter concorrere alla costruzione di nuove coordinate della globalizzazione. Divengono naturali concorrenti per l’egemonia degli stati territoriali e quindi loro fierissimi avversari. Tale avversione si inizia già ad intravedere, non a caso solo nei paesi a minor gradiente democratico. 

Nulla vieta che una nazione globale sufficientemente forte sia capace di diventare il soggetto politico di riferimento di un diverso ordine internazionale, anche se sembra ancora incredibile. Le globalizzazioni tendono a gravitare sempre intorno o lungo a un centro nazionale dotato di una notevole capacità di proiezione internazionale.

Ciò che differenzia oggi da ieri è la tipologia di questa entità potenzialmente egemone. Lo shift of power che minaccia gli Usa potrebbe accadere non fra nazioni territoriali, ma fra nazioni territoriali e nazioni digitali. Costoro dispongono di tutte le caratteristiche che concorrono a definire una comunità nazionale: omogeneità, cittadinanza, e sovranità. Perciò possono articolare le coordinate di una qualunque globalizzazione (moneta, rotte, lingua e ordine politico). 

Ciò ne fa soggetti del tutto nuovi nello spazio sociale, molto diversi dalle grandi corporation che siamo abituati a conoscere. Questa differenza si intuisce anche semplicemente mettendole a confronto.

Una multinazionale agisce ancora sul piano analogico/territoriale. Una nazione globale opera nello spazio digitale della cloud. Un’impresa può diventare multinazionale. Una nazione globale lo è nativamente. 

Questo caratterizza la Nazione Globale come la soluzione istituzionale contemporanea meglio capace di coniugare l’istanza tribale del Villaggio, che la tecnologia rievoca, con quella civile della Nazione che proviene dalla storia. Basta ricordarla in poche righe per apprezzarne, nel tempo, la coerenza.

Ci volle più di un secolo, infatti, perché l’idea nazionale, intuita dai filosofi del XVI e XVII secolo divenisse principio ordinatore dello spazio geografico e politico europeo. Tanti anni occorsero fra le elaborazioni di Jean Bodin, filosofo dell’assolutismo che cercava il Sovrano, come Machiavelli il principe, e la pace di Westfalia del 1648, che mise fine a trent’anni di guerra europea che devastarono la Germania. Accadde anche trecento anni dopo con l’altra guerra europea dei trent’anni fra il 1914 e il 1944, che fissò sulla cartina le prime nazioni europee moderne, nel senso che oggi diamo a questa parola. 

L’istanza del potere ab solutus che promanava dal Cinquecento europeo, secolo di costruttori perché popolato di distruttori, fiero tentativo di emancipazione dalla coltre asfissiante dell’Impero, spirituale o temporale che fosse, e quindi dei retaggi medievali, trovò nell’idea della Nazione, che troverà piena attuazione a partire dalle rivoluzioni borghesi di fine XVIII secolo, lo strumento ideale per costruire una nuova generazione di regnanti, sovrani all’interno di un muro di frontiere come lo erano le mura per i re dell’antichità nelle loro città stato. 

Tale sovranità comportava innanzitutto recidere obblighi consuetudinari e servitù della gleba: fare piazza pulita della tradizione, insomma, istituendo all’interno nella Nazione, un potere finalmente civile – nel senso di cives – dove la civitas – quindi la città – era innanzitutto lo strumento dell’amministrazione di questo potere, e il sovrano la sua incarnazione terrestre non solo ab solutus dai vecchi poteri, ma persino legibus solutus, in quanto fonte primaria della legge civile che alla lunga fu l’unica superstite, mano a mano che le idee di leggi naturali, perché divine, venivano scolorita dal progresso. 

Sorprende che i nazionalisti di oggi abbiano dimenticato quanto l’idea nazionale fosse sovversiva al suo apparire nella storia. Ci vollero infatti secoli perché l’abitante del villaggio, divenisse prima cittadino – la spoliazione delle campagne a favore del borgo – e quindi cittadino di una nazione sovrana, incarnazione dello stato, con dignità di protagonista nella storia. 

L’ordine di Westfalia divenne la consuetudine dell’ordinamento politico, con le nazioni a moltiplicarsi come pani e pesci e il principio della sovranità e dell’autodeterminazione – lo abbiamo visto – a informare il XX secolo. Oggi, quattrocento anni dopo Bodin, si contano centinaia di nazioni nel mondo. Questi sono i tempi della storia.

Parafrasando ancora McLuhan, perciò, potremmo dire che la Nazione permane nella nostra strutturazione dello spazio politico, in quanto erede diretta della nostra tradizione letteraria. 

Ma nel momento in cui prevale una nuova sensibilità sociale – e il mezzo secolo trascorso da quando scriveva McLuhan sono un tempo congruo affinché ciò accada – della quale la rete globale, a seconda di come la si valuti, può esser considerata causa o effetto (ammesso che tale distinzione abbia senso nel campo ormai unificato della nostra percezione), allora la forma nazionale evolve nella Nazione Globale, che è tribale, organica  e collettiva come il Villaggio, e insieme civile, meccanica e individualista come la Nazione analogica. 

Il cittadino globale subisce la fascinazione del tamburo mentre digita sul suo smartphone. E questo spiega certe esagerazioni a cui ci ha ormai abituato la cronaca. I deliri di masse di follower “omogeneizzati” dai loro leader. Perfetti cittadini di una Signoria Globale che nel suo limite estremo si costituisce in Nazione. 

L’uomo sociale del XXI secolo, a Occidente come ad Oriente, è un selvaggio civilizzato. Ha riconquistato l’orecchio che aveva perduto, ma non ha (ancora) perduto l’occhio che aveva guadagnato. Non è più un semplice cittadino. E’ diventato uno user.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

Spazio, ultima frontiera del digitale


Poiché davvero lo spazio è diventata l’ultima frontiera della nostra faustiana propensione verso l’infinito, vale la pena dedicare un po’ di tempo a sfogliare un bel paper pubblicato dall’IFRI, che ha animato un dibattito molto interessante organizzato dall’IAI incentrato anche, ma non solo, sulla sostanziale fusione in corso fra lo spazio e il digitale, che molto deve all’attivismo statunitense pubblico e privato. La mitica USS Enterprise che la generazione di Star Trek ricorderà bene, e che ha ispirato il titolo di questo post, il cui nome peraltro è lo stesso della prima portaerei nucleare statunitense che nasceva proprio negli stessi della fortunata serie televisiva, oggi è diventata l’impresa statunitense per eccellenza, ossia le grandi corporation di Internet, che come molto opportunamente ricordava uno dei ospiti del webinar dell’IAI “ormai sono diventati degli stati”. Nazioni globali, diciamo noi.

Lo spazio, dunque, luogo par exellence della tecnologia, non poteva che incontrarsi con quell’altro mondo dell’eccellenza ormai rappresentato dalle tecnologie digitali, delle quali i giganti di Internet sono la perfetta epitome, rappresentando nientemeno che la versione riveduta e aggiornata della tendenza secolare all’egemonia. Un Potere 2.0, potremmo dire. E lo spazio perciò, dove si proiettano insieme ai nostri sogni molto più prosaici interessi, che sono economici e politici (leggi militari), rappresenta l’ultima frontiera da colonizzare prima che si chiuda definitivamente sopra la nostra testa. Sperando che subito dopo non rovini su di noi.

In quest’opera di colonizzazione spaziale che vede le grandi compagnie private gareggiare con gli stati, in un rapporto che oscilla fra cooperazione e competizione, nella corsa a piantare bandierine sulle orbite terrestri e magari oltre, si pone il solito argomento – annoso ovviamente – di cosa debba fare l’Unione Europea e soprattutto come debba farlo. Se possa, vale a dire, partecipare a questa sorta di scorribanda. La corsa all’oro spaziale, come ogni contesa che finisce con l’avere contorni geopolitici, non può che conoscere vincitori e vinti. “Lo spazio – sottolinea il nostro paper – rappresenta un elemento decisivo per la sovranità digitale che l’Europa deve non solo dichiarare ma anche tradurre programmi concreti”.

Per questa ragione il paper si apre ricordando che nel luglio scorso il commissario Ue Thierry Breton ha dichiarato che l’Europa dovrebbe realizzare una “costellazione di satelliti” per fornire connessioni ad alta velocità da rendere operativa entro il 2027, quindi domani. Un programma che dovrebbe affiancare i satelliti di Galileo, che forniscono informazioni sul posizionamento, e di Copernico, che “osservano” il pianeta. Un progetto, quello di Breton, che ha a che fare proprio con la vocazione alla “sovranità digitale” che l’Ue dice di voler proseguire mentre percorre la assai più ambiziosa metà dell’autonomia strategica. In attesa di osservare la fisionomia che avrà il futuro, contentiamoci di riepilogare seguendo la traccia proposta dal paper, che è anche un’ottima introduzione al tema, complesso quanto trascurato dalle nostre cronache da condominio.

Il punto di partenza non può che essere notare come l’avvento della Cina anche nell’ultima frontiera dello spazio abbia scompaginato equilibri e consuetudini che si trascinavano dai tempi della guerra fredda. La Cina corre dietro agli Usa, per adesso, che ancora primeggiano, ma basta questo a cambiare la prospettiva, specie considerando il peso specifico che la Cina sta lentamente conquistando nel sempre più strategico mondo del digitale. Ciò in quanto “un’evoluzione più sostanziale sta arrivando dall’accoppiamento delle tecnologie spaziali con quelle digitali”. La nostra storia, perciò. comincia da qui.

(1/segue)

La Grande Marcia cinese verso le istituzioni internazionali


Abbiamo già osservato come la Cina stia progredendo a grandi passi nel coinvolgimento per la governance di Internet. E abbiamo notato come questa partecipazione si sia giovata della crescente importanza che Pechino si è guadagnata all’interno dell’Onu, e in particolare nell’ITU, l’agenzia che si occupa di fissare alcuni standard tecnologici internazionali che il segretario, cittadino cinese, ha sempre più trasformato in un’agenzia tecnologica dove ormai si discute apertamente del futuro di internet.

Adesso vale la pena riportare brevemente una interessante ricognizione proposta da Ispi, che prende spunto da una ricerca del Council on Foreign Relations CFR), dove si osserva il ruolo di crescente importanza che la Cina ormai interpreta all’interno delle istituzioni multilaterali, Onu e non solo, che nei decenni trascorsi dal dopoguerra sono stati lo strumento principale della globalizzazione atlantica e adesso si trovano a un bivio molto interessante da osservare, essendo divenute di fatto crocevia fra la globalizzazione in carica e quella che abbiamo chiamato emergente, che trova in Cina, Russia, Turchia e probabilmente Iran, i vertici di una geometria di interessi che sta prendendo forma nello spazio della relazioni internazionali.

Limitiamoci per adesso al caso cinese osservando una curiosa attitudine di Pechino: mentre ribadisce con decisione il suo potere centralizzato, la Cina ripete a ogni pie’ sospinto che vuole promuovere un’internazionalizzazione basata sul multilateralismo. Quindi rafforzando il peso degli organismi internazionali, “corretti” però sempre più dalla presenza cinese. Per riuscirci Pechino mette innanzitutto mano al portafoglio, suo noto strumento di influenza, anche sulla scorta del meccanismo di calcolo dei contributi, che prende a riferimento il reddito nazionale, cresciuto negli ultimi anni in Cina assai più che altrove. La tabella sotto misura i contributi dei diversi stati al bilancio Onu.

Notate come il contributo statunitense sia rimasto costante negli ultimi tre lustri, a differenza di quello cinese, che si è moltiplicato per sei. Una misura che consente anche di valutare il peso politico conquistato dai cinesi all’interno dell’Onu, plasticamente rappresentato dalle quattro agenzie, ITU incluso, che i cinesi dirigono all’interno delle Nazioni Unite e delle altre dove hanno posizioni di rilievo.

Il fatto in sé è degno di nota e si capisce perché chi teme l’influenza crescente di Pechino nelle questioni globali lo abbia segnalato subito all’attenzione pubblica. Anche perché si è notato che i cinesi tendono a giocare in squadra con i russi, che spesso prendono il posto dei cinesi nei ruoli di vertice delle agenzie alla scadenza degli incarichi. Ad esempio, a febbraio di quest’anno il russo Kirill Gevorgian ha sostituito la cinese Hangin Xue al vertice dell’Internationa Court of Justice (ICJ). E della possibilità che un russo prenda il posto dell’attuale segretario dell’Itu si è parlato anche di recente.

E’ proprio questa capacità di far squadra dei cinesi che preoccupa gli osservatori. Mentre l’Occidente litiga e si lacera, mostrando una certa disattenzione verso gli organismi che hanno contribuito a decretare il suo successo nella governance globale nell’ultimo mezzo secolo, i cinesi si danno un gran daffare per tessere relazioni con i paesi più fragili – si pensi alla Belt and road initiative – che comunque in questi organismi sono rappresentati. L’Africa, per esempio: 46 stati africani su 54 partecipano ormai alla BRI cinese, e questo non è un dato da sottovalutare. Specie se si ricorda che la Cina, oltre a partecipare agli organismi “occidentali” se n’è costruiti altri dove di fatto è il soggetto aggregatore.

Non serve coltivare pregiudizi contro i cinesi per osservare con la dovuta attenzione le mosse di Pechino sul versante internazionale. Come abbiamo più volte osservato, c’è in gioco la globalizzazione nata con le rivoluzioni borghesi del XIX secolo, che hanno innovato il meccanismo di internazionalizzazione aggiungendo un ingrediente fino ad allora sconosciuto: un ordine politico liberaldemocratico che trova nel matrimonio fra politica ed economia, inteso come coniugazione di diritti civili, politici ed economici per le masse, la sua caratteristica peculiare insieme alla moneta (il dollaro), la lingua, (l’inglese) e le rotte commerciali (le linee marittime del commercio internazionale).

Ciò che il futuro ci dirà è se tale ordine continuerà a informare il processo di globalizzazione, o se prevarrà un diverso modo di concepire i diritti, ossia come subordinati – e quindi derivati – a quello della sicurezza. Quella del governo, probabilmente. E questo è il problema.

La Russia ha un problema: la transizione energetica


Un bel paper pubblicato da Bofit ha il merito di inquadrare uno dei temi più interessanti da osservare sul planisfero delle relazioni economiche, che inevitabilmente diventano politiche quando hanno a che fare con le questioni energetiche, in un mondo che vive – letteralmente – attaccato a una presa di corrente.

Il protagonista di questa lunga e articolata osservazione è la Russia, il cui peso politico dipende molto dall’importanza relativa del suo ruolo di fornitore di combustibili fossili, quindi olio e gas, a un mondo che (a parole) dice di sopportarli sempre meno, e anzi di volerne fare a meno. Il che, mutatis mutandis, significa che vuole fare a meno del contributo principale che la Russia – ma non solo lei ovviamente – a questo mondo offre.

Senza petrolio e gas la Russia semplicemente non può vivere nel XXI secolo. E poiché il mondo è impegnato (sempre a parole) in una lunga e difficile transizione energetica all’insegna delle energie pulite, ecco che improvvisamente il futuro prevedibile diventa una minaccia per Mosca, che ancora oggi, e malgrado le buone intenzioni, conta sul suo export energetico per tenere in piedi l’economia.

Le tabelle sopra permettono di apprezzare l’importanza del settore energetico nelle esportazioni russe, di molto superiore al 50%, e il peso specifico che questo export ha sulla finanza pubblica (circa il 24% degli incassi fiscali fra il 2011 e il 2019).

E’ bene anche sapere come l’energia, incluso il settore raffinazioni, pesi ben il 40% della produzione industriale e il 10% del pil, oltre a fornire un notevole contributo sulla produzione di servizi (trasporto e vendita). Stime più o meno concordi calcolano in almeno il 20% il contributo complessivo del settore Oil&Gas, che fra l’altro impegna circa 1,5 milioni di persone pari al 2% della forza lavoro, al pil nazionale.

Di fronte a questi numeri. risulta ovvio che la Russia ha una notevole rigidità economica. E soprattutto deve gestirla tenendo conto dell’estrema mutabilità del quadro geoeconomico e geopolitico che ruota attorno al complesso mondo dell’energia, del quale è un player di peso ma non l’unico, e neanche il peggiore fra quelli che dipendono dai combustibili fossili per il loro equilibrio economico.

Basti ricordare che secondo alcune stime l’Arabia Saudita ha un punto di pareggio della produzione energetica a 80 dollari al barile, a fronte dei 40 della Russia. Ma è vero altresì che le oscillazioni del greggio sono ancora capaci di far molto male all’economia russa, nonostante ormai dal 2014 il rublo sia lasciato libero di fluttuare – al netto degli interventi sul mercato valutario della banca centrale – per meglio assorbire le oscillazioni dei prezzi.

Ciò non impedisce che questi ultimi abbiano molto a che fare con il successo o la crisi dell’economia. Secondo i modelli citati nello studio, infatti, un aumento del prezzo del petrolio del 10% è capace di far crescere il pil allo 0,6 al 2%, e viceversa. Tutto questo in un mondo dove la domanda di energia va sempre più concentrandosi nelle zone emergenti.

Ricapitoliamo: la Russia deve continuare a vendere petrolio e gas per mantenere il suo status geopolitico, in un mondo che dice di volerne sempre più fare a meno. La Russia, perciò, ha un problema: la transizione energetica rischia di farla transitare nell’irrilevanza.

(1/segue)

Cartolina. Debiti disinteressati


Il vero miracolo economico del secondo decennio del XXI secolo è essere riusciti ad abbassare di parecchi gradi l’inclinazione della retta (grafico di destra) che disegna il rapporto fra debito pubblico e interessi. Un successo evidente derivato dalla capacità dei poteri pubblici di gestire la moneta, nella quale questi debiti sono denominati. Una perfetta cooperazione di interessi fra governo e banca centrale, che ha consentito una certa rilassatezza – per non dire disinteresse – verso l’aumento del debito. Qualcuno inizia a domandarsi se davvero questo miracolo sia gratis: basta far scendere i tassi di interesse, e nessuno si fa male. Il vero miracolo del terzo decennio del XXI secolo sarà non doverlo scoprire.

Un “incontro” di potere fra Usa e Cina può cambiare il futuro di Internet


Un modo interessante per raccontare il confronto sotterraneo che sta decidendo il futuro di internet (a questo link il minisaggio che abbiamo dedicato al tema), e quindi inevitabilmente quello delle nostre società, è quello scelto da due studiosi giapponesi ospitato nell’ultimo volume di Asia policy dedicato alla crescente influenza cinese sulla rete globale. Una capacità, come abbiamo visto, che ormai si estende a tutte le questioni che riguardano l’infrastruttura: dagli standard tecnici alle regole di governance.

Il cuore dell’argomento è che Internet si trova di fronte a un trilemma che ricorda quello reso celebre da Dani Rodrik, ossia fra Democrazia, Sovranità e Globalizzazione. Vale a dire che non si possono avere tutte e tre le cose insieme, ma al massimo a coppie. Ognuna di queste qualità è collegata a una diversa entità politica: la tendenza democratica appartiene agli Stati Uniti, che hanno impostato – pure se in chiave chiaramente egemonica – una piattaforma aperta; quella che privilegia la Sovranità a un gruppo di paesi, alla testa dei quali si è messa la Cina; quella che privilegia la globalizzazione fa riferimento ai campioni dell’hi tech che provengono da entrambi i paesi e che il progresso tecnologico ha trasformato sostanzialmente in entità concorrenti agli stati nazionali. Quelle che qui chiamiamo nazioni globali.

L’ingresso delle grandi compagnie tecnologiche, di conseguenza, ha aggiunto un elemento di complessità al quadro. Guardare ai problemi del futuro di Internet come a una semplice risultante del confronto fra Usa e Cina rischia di essere alquanto riduttivo e per giunta poco realistico. Anche perché ai margini del trilemma vivono e operano anche numerosi corpi intermedi – si pensi ad esempio agli organismi internazionali che regolano al momento la governance della rete – che pure se non hanno abbastanza massa critica da risultare determinanti, mantengono comunque un notevole potere di influenza. Sbaglia, insomma, chi pensa che il futuro di internet sarà condizionato dagli esiti di uno scontro di potere fra Usa e Cina. Al contrario, è molto più probabile che la rete del futuro sarà l’esito di un incontro di potere fra le due nazioni.

Usa e Cina, infatti, potrebbero finire col concordare sulla necessità di “frenare” in qualche modo i propri campioni nazionali. Anche perché malgrado siano molto evidenti i motivi di frizione fra i due paesi, che vengono costantemente sottolineati dai rispettivi supporter, sono altrettanto profondi i motivi di interdipendenza, che il dibattito pubblico tende a celare. Quello immediatamente visibile è il commercio. Malgrado le bizze di Trump, i legami commerciali fra Usa e Cina sono rimasti intensi quanto erano erano prima, per la semplice ragione che entrambi ne traggono giovamento. E poi ovviamente c’è la questione del dollaro, vero convitato di pietra fra i due paesi.

Chi lancia allarmi sui rischi che la Cina rubi agli Usa il suo primato monetario, magari utilizzando lo yuan digitale, dovrebbe ricordare che i cinesi hanno circa tre trilioni di riserve valutarie denominate in dollari. Ciò significa che è anche interesse di Pechino che il dollaro, in quanto valuta di riserva, mantenga la sua stabilità. Per dirla con le parole dei due studiosi giapponesi, “chi vede probabile uno scontro fra Usa e Cina non sembra considerare la possibilità che i due stati possano raggiungere un accordo”. E questo accordo potrebbe essere siglato proprio a spese dei campioni di internet che peraltro i cinesi sembrano tollerare sempre meno.

Se n’è avuta qualche avvisaglia di recente, quando il governo cinese ha deciso di infliggere una sanzione miliardaria ad Alibaba, ossia la società che secondo alcune stime citate nel paper dei due studiosi giapponesi, nel 2036 avrà un giro d’affari che ne farà l’entità economica più rilevante dopo gli Usa, la Cina, l’Europa e il Giappone. Praticamente un’entità che per volumi economici e quantità di persone coinvolte concorre per importanza con uno stato nazionale, per giunta col vantaggio di essere globale.

Una circostanza condivisa anche dai “colleghi” americani di Alibaba. Le cinque GAFAM statunitensi (Google, Apple, Facobook, Amazon e Microsoft) hanno avuto 802 miliardi di ricavi nel 2018, più di quanto il Giappone, che è la terza economia del mondo, abbia raccolto dall’imposizione fiscale nel 2019. Si capisce perché il nuovo presidente Biden abbia lanciato l’idea di una tassa internazionale su queste entità.

Se guardiamo alle BATH cinesi (Baidu, Alibaba, Tencent e Huawei), osserviamo che nel 2020 Alibaba aveva un valore di mercato di 730 miliardi, sesta dopo le GAFAM americane, che peraltro non hanno vita facile col proprio governo, e che ormai dipendono sempre più dal mercato non Usa per i propri ricavi, come d’altronde sembra evidente accadrà in un futuro neanche troppo lontano anche alle compagnie cinesi.

In sostanza, quindi, GAFAM e BATH condividono esigenze (di mercato) e problemi (di governo), proprio come Usa e Cina condividono probabilmente il timore di dover condividere il potere con soggetti che somigliano sempre più a entità statali: vere e proprie nazioni globali digitali.

E’ in questa coincidenza – o competizione – di interessi che si innesca il trilemma di Internet, il cui futuro ha molto a che vedere con chi sarà maggiormente capace di “catturare” i dati, ossia la risorsa strategica del nostro tempo, che viaggiano dentro la rete. “Il potere nel cyberspazio – ricordano gli studiosi giapponesi – è l’abilità di avere accesso a dati e influenzare il comportamento di altri. Chiunque controlli il cyberspazio è lo stesso che ha accesso al numero maggiore di dati”. Parliamo quindi dell’egemonia, né più né meno.

Se questa è la posta in gioco, è chiaro che le vecchie categorie interpretative del confronto fra nazioni territoriali non sono più in grado di “leggere” la realtà. Agli attori tradizionali si sono aggiunti attori non territoriali, ma globali. E questi tre attori – Usa, Cina e compagnie internet, spingono ognuno per far prevalere le proprie posizioni. La logica del trilemma impedisce che possano prevalere tutte contemporaneamente, quindi bisognerà capire quale visione finirà con l’imporsi

L’auspicio dei ricercatori e di molti altri è che la democrazia e la globalizzazione – quindi l’ordine basato sulla collaborazione fra Usa e compagnie di Internet che ha funzionato finora – continui a caratterizzare Internet. Ma sarebbe errato sottovalutare il “richiamo della foresta” che promana dall’istinto territoriale collegato all’esigenza della sovranità degli stati “analogici”. “Sta diventando chiaro che il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno cercando una forma democratica di cyberspazio che metta in sicurezza di diritti sovrani degli Stati”, avvertono i due studiosi.

Una deriva cinese, insomma, ma all’occidentale. Mentre altre nazioni come “Giappone, Olanda e Singapore lavorano per un cyberspazio democratico con inter-operatività globale”. Difficile al momento capire come si muoverà l’Europa, mentre rimane ancora avvolta nel mistero la strategia che useranno le Internet company, ammesso ovviamente che ne abbiano una, per difendere la loro posizione.

Comunque si risolverà questo trilemma, una cosa risulta chiara. Si sta combattendo una guerra sotterranea per il controllo dei dati nel mondo di domani. E quei dati siamo noi.