Cronicario: 1 maggio, festa dello smart working


Proverbio del 3 aprile Ogni occhio ha il suo sguardo

Numero del giorno: 1.169 Morti negli Usa per coronavirus nelle ultime 24 ore

L’hanno detto, l’avete sentito. La strage silenziosa di ponti che sta funestando questo 2020 non risparmierà neanche quello più ambito: quel venerdì primo maggio, che faceva scopa secca col week end, e per giunta in un momento di alta pressione climatica. Il ponte perfetto.

Ma niente. L’hanno detto, l’avrete sentito. Il domicilio coatto non verrà alleviato neanche in quell’occasione. Niente gite, niente concertone e – ci mancherebbe – niente passeggiata sotto casa col neonato, hai visto mai. Anzi neanche spesa, visto che saranno chiusi i supermercati. A casa, e mi raccomando.

D’altronde c’è il coronacoso, signora mia. Mica possiamo rischiare. Avete visto i cinesi no? Stanno pensando di chiudere di nuovo Wuhan. E gli Usa? La Spagna? Figuriamoci se ce ne frega qualcosa del primo maggio e della festa del lavoro. Specie oggi, che si lavora (chi ancora lavora) da casa.

Anzi, sapete che c’è. Basta con questo nome antico – festa del lavoro – che ricorda un’epoca di commistioni salivari, contatti fisici, avvicinamenti sociali. La vita insomma. Il coronacoso, mortifero com’è, ci ha fatto entrare nella modernità, e finalmente. Questo non vuol dire rinunciare alla tradizione, ma innovarla. Serve un nuovo nome, insomma. Chiamiamola festa dello smart working. Così si capisce che devi stare e casa. E magari, mentre che ci stai, lavori pure.

Buon week end.

Cartolina: Quantitative Infinite


Il vantaggio di essere la Fed, si potrebbe dire, osservando l’esito che l’inattesa piega degli eventi ha avuto sul bilancio della banca centrale Usa. Le azioni decretate con somma urgenza nelle ultime settimane, durante le quali la Fed ha azzerato i tassi e riattivato il QE (quantitative easing) hanno cancellato d’incanto un biennio di graduale exit strategy che aveva fatto dimagrire gli asset di diverse centinaia di miliardi, per farli aumentare di oltre un trilione in un pugno di settimane. I mercati hanno alzato la posta e alla Fed non restava che fare all in. Così, fatalmente, il QE si è avviato verso la sua metamorfosi: il QI. Quantitative infinite.

Cronicario. I braccianti di cittadinanza


Proverbio del 2 aprile Pietra dopo pietra si spiana una montagna

Numero del giorno: 950 Morti in Spagna di coronavirus nelle ultime 24 ore

Dobbiamo esser grati, in questi tempi di triste domicilio coatto e pure luttuoso, a chi impegna il suo tempo per dire una qualche minchiata capace di tirarci su il morale. Perché è facile, in tempo di pace, ma in tempo di guerra vorrei vedere voi.

Oddio, è pur vero che il contesto aiuta. Per dire: ho chiesto urbi et orbi cosa devo fare, ai tempi del coronacoso, se il mio sindaco ha ordinato qualcosa, il mio presidente di regione un’altra e il governo ha decretato un’altra cosa ancora. L’Italia si è spappolata in qualche migliaio di governi.

Poi ho capito: la potenza del lockdown è direttamente proporzionale al numero di pagine decretate. Quante più sono, meglio è: nel dubbio non ti muovi.

In fondo è una vita che andiamo avanti a paginate di Gazzetta Ufficiale. Ma ci sono politici e politici, ovviamente. Quelli capaci di dire minchiate davvero avvincenti in tempi tristi e luttuosi sono rarissimi, ma per fortuna ci sono. Si potrebbe pensare che lo fanno per vanità e tornaconto, ma sarebbe sbagliato: la loro è pura generosità.

Sicché non appena uno di costoro – uno fra i più dotati ça va sans dire – ha saputo che mancano 200 mila braccia sui campi italiani, necessarie fra l’altro a garantire i regolari approvvigionamenti ai nostri affollatissimi deschi, questo fenomeno se n’è uscito dicendo che anziché cercare risorse all’estero, come pure qualcuno aveva paventato, vengono prima gli italiani a lavorare sui campi, a cominciare da quelli che hanno preso il reddito di cittadinanza. “Il Paese li ha aiutati, adesso è il loro turno”, ha concluso.

Non pago d’aver fatto una minchiata (il reddito di cittadinanza) oggi ne pure proposta una deliziosissima per tirarci su di morale (i braccianti di cittadinanza). L’essenza del genio.

A domani.

Per l’Ue i confini aperti sono importanti quanto gli eurobond


Ormai appartiene al luogo comune l’argomento che nulla sarà più come prima, riferito ad ogni aspetto del nostro stare insieme, e quindi anche all’idea stessa dell’Unione europea. Se ne può avere una chiara percezione sfogliando l’ultimo bollettino della Bce, al quale è stato aggiunto un addendum, riferito alle ultime decisioni di Francoforte, che fa capire come esista un modo di vedere all’economia anteriore all’esplosione dell’epidemia e un successivo.

Nel periodo AC (avanti coronavirus), la Bce scriveva che “l’evolvere dell’epidemia di COVID-19 sta peggiorando le prospettive per l’economia mondiale contenute nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2020 formulate dagli esperti della Bce”.

Nel periodo DC (Dopo il coronavirus) che “la pandemia del coronavirus costituisce un’emergenza collettiva di sanità pubblica pressoché senza precedenti nella storia recente. È anche uno shock economico estremo, che richiede una reazione ambiziosa, coordinata e urgente delle politiche su tutti i fronti”.

Fra i due periodi sono trascorsi appena sei giorni, e questo dà un’idea assai concreta della cesura netta che c’è stata nella percezione degli osservatori circa la straordinarietà dell’evento a cui stiamo assistendo. E non ci riferiamo all’aspetto sanitario, che è evidente, ma a quello che determina l’evoluzione dei paradigmi sulla base dei quali vengono fondate le policy, a cominciare da quelle economiche.

Il Bollettino di febbraio della Bce è un ottimo esempio di come si possa rapidamente adeguare una policy. E anche la risposta delle autorità dell’Ue lo è stato. Il fatto che la crisi abbia fatto riemergere le pulsioni per individuare una qualche forma di condivisione del debito all’interno dell’Eurozona, che abbia funzioni maieutiche per la nascita del mitico safe asset europeo, non stupisce nessuno, così come non c’è alcuno che non si aspettasse che ci fossero delle resistenze in tal senso. Detto brutalmente, i più ricchi (e meno indebitati) non vogliono caricarsi il peso della povertà (e dei debiti) degli altri. Il che è comprensibile, anche se poco lungimirante. Specie in tempi che si dicono di guerra.

Ma si riducesse a questo, il travaglio dell’Ue (e dell’eurozona) al suo ennesimo appuntamento con la storia, quella con la S maiuscola, sarebbe poca cosa. Un’economia integrata, o un mercato unico che dir si voglia, non si può basare solo su un debito condiviso, che implica politiche fiscali condivise. Deve necessariamente fondarsi su uno spazio condiviso, che deve essere liberamente accessibile a merci e persone, come è stato nel periodo AC. Oggi purtroppo lo è assai meno.

Pochi giorni fa l’IRU, associazione che riunisce molti operatori del trasporto, ha rilasciato un allarmato comunicato rivolgendo all’Ue un appello proprio per facilitare il trasporto di persone e merci all’interno dell’Unione, visto che “le strozzature alle frontiere dell’UE hanno causato ritardi e interruzioni inutili delle catene di approvvigionamento”. Le linee guida della corsia verde della Commissione europea fissano un tempo massimo di attraversamento delle frontiere di 15 minuti per i veicoli che trasportano qualsiasi tipo di merce, spiega l’associazione. Ma secondo un delegato dell’IRU “un massimo di 15 minuti per camion continuerà a causare enormi ritardi e la situazione rimarrà invariata”. Semplicemente: “Non dovrebbero esserci controlli sistematici alle frontiere “.

Affermazione che suona eretica in un momento di panico virale, ma che è bene tenere a mente per dopo. Quando il panico sanitario non avrà più ragione di essere, ma al tempo stesso molto facilmente potrebbe produrne un altro assai peggiore: quello economico.

Abbiamo già visto in tempo di pace – nell’epoca AC – quanto forte fosse la seduzione di alcuni a chiudere le frontiere. Ora che il virus ha reso concreta questa possibilità gli stessi soggetti potranno chiedere – sempre in nome della salute (economica) pubblica di non avere fretta e rallentarne la riapertura. Sempre perché è molto facile spacciare, a popolazioni impaurite, il protezionismo come cura.

Se alla fine di questa crisi avremo gli eurobond o come si chiameranno, e le frontiere chiuse, avremmo vinto una battaglia. Ma perso la guerra. Meglio ricordarlo.

Cronicario. Arriva l’Unione europea dei cassintegrati


Proverbio dell’1 aprile Da Oriente a Occidente, la propria casa è la migliore

Numero del giorno: 85,6 Calo del mercato dell’auto secondo Unrae

Che ci avete creduto? Stamattina quando avete letto sui giornali, che l’Europa stata preparando un fondo per aiutare i disoccupati? Anche io, perbacco. Specie dopo aver letto questo.

Mi è sembrata un’idea meravigliosa: una cassa integrazione europea, capace finalmente di trasformare l’Ue nella mamma di tutti quelli che perdono il lavoro.

Idea intelligentissima perché socializza fra tutti i paesi il fisco necessario a pagare questi sussidi e tutti – persino gli ottimati del Nord Europa – vi potranno attingere. Proprio ieri leggevo che un 400 mila azienda tedesche hanno fatto domanda di cassa integrazione, per dire. Un po’ più dei nostri 300-400 mila autonomi che oggi hanno esperimentato gli efficientissimi sistemi Inps per avere i loro 600 euri di sussidio.

Che bello , perciò, mi sono detto. Finalmente una Ue nella quale ci possiamo riconoscere tutti, visto il futuro che si prospetta per le nostra economia. Soprattutto una Ue lungimirante.

Poi mi è caduto l’occhio sul calendario.

Ci sono cascato in pieno. SURE.

A domani.

I Sauditi giocano col fuoco in un mondo inondato di petrolio


A settembre del 2019, un’era economica fa, il Fmi rilasciava le sue valutazioni annuali sullo stato di salute dell’Arabia Saudita, pubblicando uno di quei documenti di routine che si apprezzano sempre di più rileggendoli dopo che molte cronache sono passate sotto i ponti. Specie oggi, che alla disgrazia della pandemia si è aggiunta quella del crollo di molti mercati, fra i quali quello del petrolio.

Circostanza quest’ultima nella quale molta responsabilità hanno avuto proprio le scelte dei Sauditi che hanno deciso di pompare greggio, attingendo allo loro ancora cospicua capacità produttiva, dopo il litigio con i russi. Storia nota che non vale la pena riepilogare qui.

Qui conviene invece rileggere quel vecchio documento del Fmi, visto che diversi osservatori giudicano la strategia saudita poco meno che miope, per provare a capire che impatto sia capace di provocare il brusco crollo delle quotazioni petroliere sull’economia del paese, peraltro capace di generare numerosi effetti di contagio in tutta la regione.

Il punto è sostanzialmente capire quanto sia fondata l’affermazione che a metà marzo ha fatto la Saudi Aramco, che ha detto di sentirsi a proprio agio con un barile a 30 dollari. Che sarà sicuramente vero. Ma chissà se è tutta la verità.

Lasciando da parte le numerose speculazioni che si sono fatte sui punti di pareggio delle produzioni saudite, conviene affidarsi alle simulazioni ufficiali fatte dal Fmi, tenendo a mente che già a partire dal 2014, quando il mercato conobbe un profondo scossone, il paese pagò un prezzo notevole in termini di risorse, come si può osservare guardando al saldo fiscale di quegli anni.

Per memoria, vale la pena ricordare che negli anni che seguirono, il prezzo del greggio arrivò da circa 100 dollari a poco più di 30.

Come si può osservare dal grafico sopra, aggiornato allo scorso venerdì 27 marzo, il prezzo è tornato al livello dei primi anni Duemila.

Nelle previsioni del Fondo, le entrate da petrolio rappresentano una quota importante – superiore al 20% del pil – delle entrate complessive del governo.

E questo sulla base di stime delle quotazioni di petrolio assai più generose delle attuali.

Stando così le cose è evidente che “se i prezzi del petrolio scendessero drasticamente, il paese dovrebbe affrontare gravi deficit fiscali, ma con buffer di bilancio più deboli rispetto al 2014”, come scrive il Fmi. E se si considera che “una variazione di 10 dollari al barile nel prezzo del petrolio nel 2019 cambierebbe le entrate petrolifere per quasi il 3% del PIL”, si ha anche una dimensione comprensibile del rischio fiscale che i sauditi si sono assunti inondando il mondo di petrolio a basso costo.

Altresì, risulta poco convincente l’affermazione delle autorità del paese secondo le quali a minor entrate faranno corrispondere minori spese. Non tanto perché il paese è impegnato in una lunga e costosa trasformazione finalizzata a promuovere un’economia alternativa a quella del greggio, ma perché la storia racconta che la spesa, per quanto prociclica rispetto alle entrate, sconta sempre un certo tempo di adeguamento.

Senza bisogna di troppo lunga, è sufficiente dare un’occhiata ancora a qualche grafico. Il primo traccia le previsioni sull’andamento dei prezzi del tempo quando fu stilato il rapporto.

Come si vede, nello scenario Low si prevedeva un prezzo a 50 dollari. In pratica il doppio di adesso.

Nel grafico sotto, si disegnano le conseguenze sulle principali grandezze macro.

Quindi, nella peggiore delle ipotesi (petrolio a 50 dollari) il saldo fiscale sarebbe negativo per il 15% del pil già quest’anno, si registrerebbe un passivo anche del saldo corrente e le riserve (misurate come mesi di import) verrebbero consumate drasticamente. Figuratevi con un petrolio a 25 dollari.

I sauditi si renderanno sicuramente conto che rimanere col cerino acceso in mano in un mondo inondato di petrolio è una strategia pericolosa. O almeno dovrebbero.

 

 

Cronicario. E il carrello della spesa s’impenna


Proverbio del 31 marzo Parole sdolcinate, delizia degli sciocchi

Numero del giorno: 8.900.000.000 Utili e tasse versati da Bankitalia allo Stato nel 2019

Non faccio in tempo a sintonizzarmi per il mezzogiorno di lutto, che m’arriva fra capo e collo una notizia davvero lugubre, che conferma i miei peggiori sospetti.

Non sbagliavo allora, quando, uscito dal supermercato, mi sentivo più leggero del solito, malgrado il carrello stracolmo tendesse impennarsi. Ma mi sbagliavo sulle ragioni: non era il carico a fare impennare il carrello: erano i prezzi.

E mica lo dice il signore quassù eh. Lo dice l’Istat, che pubblica la rilevazione sull’inflazione che a marzo rallenta (+0,1% a fronte del già miserello +0,3% di febbraio, mentre il carrello della spesa, appunto s’impenna.

Dite che c’entra qualcosa col fatto che siamo barricati dentro casa a mangiare, visto che non si può fare (né comprare) praticamente altro e chiaramente qualcuno ci marcia?

Nel dubbio sto coltivando un’altra certezza.

A domani.

 

Seicentomila vite salvate (solo negli Usa) valgono una recessione


Ciò di cui (quasi) nessuno dubita – e per fortuna – è che vale la pena pagare il costo di una recessione, qualunque esso sia, per salvare il numero maggiore di vite umane messe a rischio dalla pandemia. Questo è il vero whatever it takes che tutto il mondo, e noi con loro, ha deciso di affrontare assai prima che i governi e le banche centrali provassero a compensare con la loro azione gli effetti economici del lockdown planetario iniziato a Wuhan e dà lì contagiatosi a una velocità di poco inferiore al virus al resto del mondo.

Ci sono ottime ragioni per farci collettivamente carico di questo costo. Tralasciando quelle etiche, che sono scontate e nemmeno dovrebbero essere in discussione, è la stessa ragione economica che suggerisce essere assai più razionale pagare questo costo, pur sapendo, come hanno scritto in un bel paper pubblicato dal NBER alcuni economisti americani, (“The macroeconomics of pandemics”), che “c’è un inevitabile trade off fra la gravità della recessione e le conseguenze sulla salute di un’epidemia”.

Lo potremmo dire anche in un altro modo: tanto più salato sarà il costo pagato in termini di recessione, tante più vite avremo salvato. E poiché il mondo è ricco abbastanza da pagare questo whatever it takes, sarebbe poco saggio a non farlo, visto che il prezzo di oggi sarà ampiamente ripagato domani, quando l’emergenza sarà passata senza decimare la popolazione mondiale, che significa insieme domanda e offerta di lavoro, merci e servizi. E quindi crescita economica.

Gli autori del paper hanno persino quantificato in 600 mila persone il risparmio di vite umane che una politica ottimale di contenimento può generare solo negli Usa. E questo risultato è stato ottenuto elaborando una rappresentazione ottenuta incrociando un modello di diffusione epidemica con un modello macroeconomico semplificato, secondo in quale in mancanza di tali misure, quindi con un impatto modesto sui consumi aggregati (-2%) si avrebbe nel periodo lungo un declino permanente della popolazione e della crescita reale, riflesso del declino della popolazione.

Se si ipotizza un calo del consumo aggregato molto più profondo, il 9,3%, il picco dell’infezione si abbatte notevolmente (dall’8,4% al 5,1%), diminuendo significativamente anche la popolazione colpita. Potenziando le misure di contenimento il picco di infezioni si può abbattere ancora fino ad arrivare al 2,5%, con un calo significativo del tasso di mortalità (dallo 0,53 al 0,36% della popolazione). Ma questo risparmio di vite – 600 mila circa – è associato “a una recessione molto più severa”. “La caduta da picco a valle del consumo aggregato sarebbe più che doppio, passando da circa il 9 percento senza misure di contenimento a circa il 21 percento con misure di contenimento”.

Si potrebbe dire, stando così le cose, che la scelta più razionale sarebbe quella di applicare da subito misure rigide di contenimento – il modello Wuhan per intenderci – infliggendo uno shock profondo all’economia per evitare quello sulla popolazione. Ma questa strategia deve tenere conto del fatto che, in assenza di un vaccino, “la popolazione non raggiunge mai il livello critico di immunità per evitare il ripetersi dell’epidemia”.

Che fare quindi? L’approccio più ragionevole sembra quello di calibrare il contenimento quel tanto che serve per evitare il collasso del sistema sanitario e insieme favorire il processo di immunizzazione della popolazione. Facile a dirsi, ma molto difficile a farsi. Una cosa è certa: pagheremo il prezzo di questa pandemia. In un modo o nell’altro.

Cronicario. Toglietemi tutto, ma non la mia mascherina


Proverbio del 30 marzo Il desiderio di ciò che non hai non ti fa godere ciò che possiedi

Numero del giorno: 19,92 Picco ribasso quotazione petrolio WTI a New York

Un mito, il tizio beccato in mascherina a spacciare eroina. Per dire, t’avveleno ma non ti contagio. Che di questi tempi è tutto. O quantomeno è quello che ti chiede il mercato. E infatti le mascherine si arrivano a vendere a 60 euri l’una, non per strada: in una farmacia di una grande città, secondo quanto raccontano i nuovi specializzandi dell’ultimo grido dell’informazione giornalistica: le mascherine.

Ormai le cronache sulle mascherine hanno surclassato i pastoni politici, ma soprattutto le mascherine sono diventate virali nei messaggi pubblicitari. Pure questo blog ne ne è diventato vittima, l’avrete notato. Esiste anche una certa linea fashion di mascherine in poliuretano colon nero seppia, con filtri sagomati che hanno il potere di rendere interessante anche le mascelle meno volitive.

Perché la personcina di classe ormai non la riconosci mica più dal trucco, né dal parrucco. E’ la mascherina che fa la differenza.

Ci sta il tipo che la porta a straccio, con l’elastico bleso sull’orecchio. Ci sta l’attillato pauroso.

Ci sta il simpatico cazzaro, che vince sempre.

Ma soprattutto ci sta il fatto che con la mascherina sembriamo tutti più belli per la semplice ragione che nessuno vede più la nostra faccia.

Si capisce perché ogni governo abbia dato disposizione di potenziare la produzione nazionale di mascherine. E anche perché il problema, presto, non sarà più quello di trovarle. Sarà quello di convincerci a toglierle.

A domani.

Il virus ha contagiato le rotte della globalizzazione


Se l’economia globale fosse un essere vivente, le rotte commerciali, sia fisiche che virtuali, sarebbero l’equivalente del sistema circolatorio, conducendo lungo tutto il corpo quei flussi di beni, servizi e denaro che sono vitali per ogni parte dell’organismo.

Nell’attuale conformazione dell’economia internazionale queste rotte commerciali attraversano gli oceani, lungo i quali transita circa il 90% del traffico merci, e trovano nei porti i punti di snodo di un sofisticatissimo sistema logistico del quale si fatica a comprendere l’importanza finché non inizia a venir meno. Che è proprio quello che sta accadendo a causa della paura della pandemia.

Il virus ha creato un notevole shock nel sistema portuale internazionale. Le cronache che arrivano da ogni parte del mondo raccontano di cali notevoli di arrivi e partenze di merci, che non sono solo una iattura per l’industria logistica che vive di questi scambi, ma anche per le intere catene globali di valore che vi basano la loro capacità di produzione. Se dalla Cina non mi arriva la componentistica, non riesco a produrre le auto in Germania. Esempi del genere se ne potrebbero fare a decine. Ciò spiega perché molti economisti temano un forte shock sull’offerta, oltre che sulla domanda, a causa della pandemia.

Proprio dalla Cina, che prova a normalizzarsi, arriva qualche notizia incoraggiate. Pochi giorni fa le due più grandi navi portacontainer del mondo, la MSC Isabella e la MSC Mia, che navigano lungo la Maritime Silk Road cinese, sono arrivate nel porto di Xiamen, nella provincia del Fujian in Cina orientale.

Un segnale della lenta ripresa dell’attività portuale in Cina, che sta al centro di molte produzioni globali e perciò è assolutamente strategica. La China Ports and Harbours Association (CPHA) ha fatto sapere che durante la settimana dal 9 al 15 marzo, il flusso dei porti principali è aumentato dell’1,1% rispetto alla settimana precedente. Il flusso di container degli otto principali porti dei principali hub del commercio estero costiero è aumentato del 2,6% su base settimanale. La metà dei porti ha registrato una crescita, con punte di oltre il 10% in quelli di Dalian e Ningbo. Segnali che però devono fare i conti con il fatto che il resto del mondo sta vivendo adesso quello che la Cina ha vissuto negli ultimi due mesi, quando le attività portuali sono state ridotte al lumicino.

Molti osservatori giudicano quantomeno ottimistica la speranza che la situazione portuale possa normalizzarsi entro il mese di aprile. Se guardiamo al Pacifico, il sistema portuale statunitense da quella parte dell’Oceano e alle prese con notevoli difficoltà generare dal collasso degli scambi generato dallo shutdown produttivo cinese di gennaio-febbraio. I dati raccolti da Global Port Tracker, che raccoglie informazioni da diversi porti statunitensi, stimano che a febbraio, quindi nel mezzo della crisi sanitaria cinese, sulle banchine americane siano arrivati 1,42 milioni di TEUs, il 12,6% in meno dell’anno precedente e inferiori agli 1,54 milioni di TEUs stimati prima che il virus facess la sua comparsa. Le previsioni di marzo sono ancora peggiori: 1,32 milioni di TEUs, il 18,3% in meno dell’anno precedente. Per aprile si prevede un leggero miglioramento, ma con un flusso di scambi sempre in calo (-3,5%) rispetto a un anno fa.

La normalizzazione dipende in larga parte dalla riattivazione della macchina produttiva cinese. Ma al tempo stesso bisogna ricordare che adesso l’emergenza sanitaria sta dall’altra parte dell’Oceano. Gli operatori devono vedersela col timore, peraltro poco fondato, che il traffico delle merci possa contribuire a veicolare l’epidemia. E vengono segnalati molti casi di navi che non vengono lasciate attraccare o merci che non vengono sbarcate per timore di diffondere il contagio.

Gli effetti si vedono. Alcuni porti californiani hanno visto dimezzare la quantità di beni cinesi processati nelle loro infrastrutture. Ma in generale è tutto il sistema portuale statunitense che ha visto prosciugarsi l’attività. Alcuni osservatori stimano che il calo dei volumi di cargo possa superare il 20% su base annua. E questo non è certo un problema che riguardi solo i traffici fra Usa e Cina.

Il Porto Di Auckland, in Nuova Zelanda, ha fatto sapere di aspettarsi un calo del traffico del 15% anche nel mese di marzo dopo un crollo di eguale portata anche a febbraio. E gli esempi potrebbero continuare. Il Baltic Capesize index, indice che monitora il flusso globale di container spediti via mare, per la prima volta dalla sua elaborazione, è diventato negativo nel 2020, lasciando intravedere un calo notevole dei traffici internazionali.

Poco meno di una catastrofe per il commercio globale. Il funzionamento a ranghi ridotti dei trasporti marittimi, e quindi dei porti, implica infatti il rallentamento del commercio tout court. Gli allarmi risuonano già da tempo. Ai primi di marzo l’UNCTAD (United Nations Conference On Trade And Developmet) ha rilasciato una preoccupante stima circa gli effetti dell’epidemia sul commercio globale, che possono essere agevolmente rappresentati dalla tabella sotto, che stima il costo in milioni di euro di un calo dell’export cinese del 2%. Come si può osservare, l’Unione Europea pagherebbe un costo molto elevato.

Questo può provocare sul sistema economico globale uno shock molto significativo, nell’ordine di un trilione di euro.

Un conto che il mondo, che ancora patisce gli effetti del crash del 2008, non si può permettere. Ciò non toglie che dovrà attrezzarsi per pagarlo.