Cartolina. Braccianti istruiti

Dunque tutto questo gran borbottare sull’IA e i suoi derivati sembra avrà come esito l’eclisse del lavoro intellettuale. Basta osservare come negli Usa, che sono la patria di questa rivoluzione, le imprese si servano di queste nuove tecnologie. Gli operatori dell’informazione, dei servizi professionali e finanziari sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto. E poiché parliamo di attività ad alto valore aggiunto, se ne può dedurre che le compagnie che licenziano umani per installare agenti AI avranno grandi profitti, almeno in questa prima fase. Poi chissà. Ma non è tanto questa la notizia. La rivoluzione AI, se ha oscurato le professioni intellettuali sembra non abbia effetti su quelle più tradizionali. Alle imprese i cervelli umani non servono più, ma le braccia si, eccome. Ecco qua, quindi, il futuro a cui dobbiamo preparare i nostri figli. Prendere una laurea, investendo decine di migliaia di euro, per finire minatori o agricoltori. Braccianti, ma istruiti.

Record di restrizioni per il commercio di terre rare

Fra le tante strozzature che minacciano la globalizzazione, quella di Hormuz è solo la più spettacolare per la sua drammatica visibilità, ma non è certo l’unica. Ormai dalla crisi del 2008 i paesi del mondo fanno a gare a innalzare barriere al commercio, soprattutto di beni, credendo così di risolvere molti dei loro problemi interni col risultato, assai più probabile, che li aggravano.

Ma le restrizioni non sono tutte uguali. Alzare barriere contro il commercio del vino non ha gli stessi effetti distruttivi dell’innalzamento di barriere sui chip. E il fatto che Ocse di recente abbia osservato un livello storico di restrizioni sul commercio di terre rare, che sono un po’ il carburante dell’innovazione tecnologica, solleva scenari poco piacevoli sul futuro dello sviluppo internazionale.

I dati ci dicono che nel 2024, ultimo anno di rilevazione, le restrizioni sono cresciute sopra il livello del biennio 2022-23, quando si registrò il record storico. Come se non bastasse, nuovi paesi, in Africa e in Asia, hanno aggiunto limiti all’esportazione di materie prime di questa categoria di beni.

Le restrizioni ormai riguardano il 70% delle esportazioni di cobalto e manganese, il 47% della grafite e il 45% delle terre rare, che per chi non lo ricordasse servono praticamente a far funzionare tutti i nostri device, dai pannelli solari ai sistemi d’arma, passando ovviamente per gli adorati telefonini.

Queste restrizioni hanno il potenziale di danneggiare le catene di fornitura e quindi generare distorsioni notevoli. Ciò dipende anche dalla circostanza che la domanda di queste risorse cresce regolarmene, a differenza dell’offerta, che fatica ad adeguare la produzione e rimane fortemente concentrata in alcuni paesi.

Basti considerare che i primi tre paesi per cobalto, litio e nichel rappresentano oltre due terzi della produzione globale, percentuale che sale a quasi il 90% per gli elementi delle terre rare. Si osserva anche una concentrazione nelle misure politiche adottate, con India (19%), Cina (17%), Argentina (6%), Vietnam (5%) e Burundi (4%) che rappresentano oltre la metà di tutte le nuove misure implementate tra il 2009 e il 2024.

In questa situazione, a dir poco precaria, si inseriscono anche gli scenari di conflitto, che aggiungono complicazioni all’ordinato svolgersi dei commerci internazionali, ormai divenuto un pallido ricordo. Il clima, di conseguenza, diventa sempre più favorevole all’inflazione. Per la semplice ragione che mancano i beni. Che pure esistono, ma non si lasciano circolare.

Spesa militare e crescita: il caso della Polonia

Sempre per capire di cosa parliamo, quando parliamo di aumento della spesa militare, vale la pena leggere un breve approfondimento che il Fmi ha dedicato alla Polonia, che negli ultimi anni ha visto crescere significativamente la spesa militare e ormai si colloca in cima a quella Ue, sia in percentuale su Pil, sia per la quantità di forza lavoro impiegata nel settore all’interno dell’alleanza atlantica.

Questo notevole sforzo economico ha avuto un’accelerazione all’indomani del conflitto russo-ucraino, anche perché la Polonia è stata una grande donatrice di materiale bellico ai resistenti ucraini, col risultato che ha dovuto riempire nuovamente gli arsenali, una volta svuotati. E per farlo, non disponendo di capacità produttiva interna significativa, ha dovuto fare molte importazioni, principalmente dagli Stati Uniti e dalla Corea del Sud.

In termini economici ciò ha comportato che il significativo aumento della spesa militare, passata dal 2,2 al 4,5% del pil fra il 2022 e il 2025, arrivando a 46,7 miliardi, abbia generato un flusso notevole di importazioni – circa l’80% della spesa capitale complessiva – che ha finito con l’avere un effetto assai modesto sul pil, essendo com’è noto le importazioni un fattore che impatta negativamente sulla crescita.

Oltre alla spesa capitale per il rinnovo degli equipaggiamenti – passata dallo 0,7% al 2,4% del pil – la Polonia ha visto crescere notevolmente anche la spesa corrente correlata all’aumento del personale impiegato nelle forze armate. Quest’ultimo è passato dai 116.200 addetti del 2020 ai 233.800 del 2025. Ciò ha generato un aumento della spesa per salari dallo 0,9 all’,12% del pil. Al momento la Polonia ha il numero più elevato di personale impiegato nelle forze armate in Europa.

Gli effetti modesti sul pil, misurati in termini di crescita, si confrontano con quello che ha avuto sul pil in termini di debito, che invece sono stati rilevanti. La spesa pubblica è cresciuta del 6,5% fra il 2021 e il 2025 e 2 punti di questo aumento è stato determinato proprio dalla spesa militare. Potendo contare su un rapporto debito/pil basso, il paese ha finanziato questo notevole sforzo tutto a deficit.

Questa espansione fiscale (linea blu del grafico sopra), si è associata a un drastico aumento dei tassi d’interesse, cresciuti per frenare l’eccesso di domanda interna che stava scaldando i prezzi.

Lo schema, in sostanza, è sempre il solito. La spesa militare cambia gradualmente il volto della società e stimola l’indebitamento pubblico perché nessun governo vuol far pagare più tasse ai cittadini per comprare armi. Di conseguenza i paesi che hanno spazio fiscale riescono a gestire in qualche modo questa espansione, senza grandi effetti positivi sulla crescita. Chi non ha questo spazio, deve tagliare altrove, se vuole aumentare la spesa militare. Se vi fischiano le orecchie il motivo è questo.

Il boom dei pagamenti cashless è un ottimo motivo per promuovere l’euro digitale

Nel suo rapporto annuale per il 2025 la Bce dedica un rapido aggiornamento allo stato di avanzamento dei lavori per l’emissione dell’euro digitale che, se la tabella di marcia verrà seguita da tutti i protagonisti, potrebbe vedere la luce nel 2029, segnando di fatto una rivoluzione nel nostro sistema dei pagamenti.

Si tratta di un tema di grande rilevanza, non solo economica, ma anche politica, come sa bene chi segue questo blog, dove ne abbiamo parlato a lungo. Non solo perché l’euro digitale consentirà ai cittadini europei di poter fare pagamenti smaterializzati senza dover disporre di un conto bancario. Ma perché segnerà una decisiva evoluzione nei pagamenti transfrontalieri e ci emanciperà dalla necessità, almeno per i piccoli importi, di usare il circuito delle carte di pagamento elettroniche.

Per capire l’importanza di questo passaggio, vale la pena sfogliare un paper recente diffuso dalla Bis, dedicato proprio alla questione dei pagamenti cashless che sono in crescita in tutto il mondo, avanzato e non, e convivono felicemente con un uso ancora robusto del contante. Il fatto che l’euro digitale sia, di fatto, denaro contante e non denaro elettronico, e sia smaterializzato, fa di questo strumento una autentica variabile capace di cambiare le regole del gioco dei pagamenti. Per questo tutti noi faremmo bene a mantenere occhi e orecchie bene aperti e seguire con attenzione questi sviluppi, ai quali purtroppo la nostra informazione dedica assai poca attenzione.

Il paper della Bis ci dice che la digitalizzazione avanza rapidamente, ma il contante non scompare; i pagamenti diventano più frequenti ma di valore medio più basso; le differenze tra economie avanzate ed emergenti non si riducono, ma si ristrutturano lungo nuove linee di frattura.

Il primo elemento da chiarire è che la crescita dei pagamenti cashless non è un fenomeno uniforme, ma segue traiettorie profondamente diverse a seconda del livello di sviluppo economico. Nei paesi emergenti, l’aumento è stato estremamente rapido, con una crescita del 21% dei pagamenti pro capite che porta il totale a 242 operazioni annue. Nelle economie avanzate, il numero è più che doppio, ma la crescita è molto più lenta, intorno al 6% . Questo dato suggerisce che il processo di digitalizzazione non è tanto una diffusione omogenea: i paesi emergenti stanno recuperando terreno, ma lo fanno attraverso strumenti diversi.

In particolare, nei mercati emergenti il motore principale della crescita è rappresentato dai bonifici, e soprattutto dai sistemi di pagamento istantaneo. Nelle economie avanzate, invece, il driver dominante resta la carta di pagamento. Questa divergenza non è marginale, perché riflette due modelli distinti di infrastruttura finanziaria. Da un lato, sistemi bancari e fintech che saltano alcune fasi intermedie e adottano direttamente soluzioni digitali avanzate; dall’altro, sistemi consolidati che evolvono incrementando l’uso di strumenti già diffusi.

Il dato sui pagamenti pro capite è particolarmente rivelatore. Nelle economie avanzate si registrano in media 579 transazioni cashless per persona all’anno, contro le 242 dei paesi emergenti . Tuttavia, la differenza qualitativa è forse ancora più importante di quella quantitativa. Nei paesi avanzati, l’uso della carta è capillare e integrato nella vita quotidiana, mentre nei paesi emergenti l’espansione è trainata da sistemi più recenti, spesso costruiti attorno a infrastrutture digitali pubbliche o semi-pubbliche.

Un secondo elemento cruciale riguarda il valore dei pagamenti. Mentre il numero delle transazioni cresce, il valore medio per transazione diminuisce. Questo fenomeno è particolarmente evidente nei bonifici nei paesi emergenti, dove il valore medio è crollato del 74% dal 2018, e nei pagamenti con carta nelle economie avanzate, dove la riduzione è stata più contenuta ma comunque significativa . Il significato economico di questo dato è rilevante: la digitalizzazione non riguarda più solo transazioni di grande importo o tra imprese, ma si estende sempre più ai micropagamenti e alle spese quotidiane.

Questo porta a una trasformazione strutturale del sistema dei pagamenti. Non si tratta più solo di sostituire il contante con strumenti digitali equivalenti, ma di ridefinire la frequenza e la natura stessa delle transazioni economiche. L’aumento del numero di pagamenti di piccolo importo indica una maggiore granularità delle interazioni economiche, resa possibile dalla riduzione dei costi di transazione e dall’aumento della velocità dei sistemi di pagamento.

In questo contesto, i sistemi di pagamento istantaneo rappresentano probabilmente l’innovazione più significativa. Nei paesi emergenti, essi arrivano a rappresentare quasi la metà di tutte le transazioni cashless, con una quota del 49% . Questo dato è impressionante non solo per la sua dimensione, ma per la sua rapidità: in pochi anni, questi sistemi sono passati da una posizione marginale a una centrale. Nelle economie avanzate, invece, la loro diffusione è molto più lenta, con una quota intorno al 10%.

Le ragioni di questa differenza sono molteplici. Nei paesi emergenti, i sistemi di pagamento istantaneo sono spesso promossi attivamente dalle autorità pubbliche come strumenti di inclusione finanziaria e modernizzazione economica. Nei paesi avanzati, invece, la presenza di sistemi già efficienti e diffusi riduce l’urgenza dell’adozione. Tuttavia, questa divergenza potrebbe non essere permanente. È possibile che, nel lungo periodo, i sistemi istantanei diventino lo standard globale, costringendo anche le economie avanzate ad accelerare l’adozione. Ed è in questo scenario che l’adozione dell’euro digitale diventa strategica.

Un altro aspetto interessante riguarda la variabilità tra paesi. Il paper evidenzia differenze enormi nell’uso dei pagamenti istantanei, con casi estremi come il Brasile, dove si registrano 298 transazioni pro capite, e altri come il Giappone o la Francia, dove i numeri sono molto più bassi . Questa eterogeneità suggerisce che la diffusione delle nuove tecnologie dipende non solo da fattori economici, ma anche istituzionali e culturali.

Accanto alla crescita dei pagamenti digitali, il paper dedica ampio spazio alla dinamica del contante, e qui emerge uno dei risultati più controintuitivi. Nonostante il calo dei prelievi e l’aumento dei pagamenti elettronici, il contante in circolazione non diminuisce significativamente, ma tende a stabilizzarsi. Nei paesi avanzati si attesta intorno al 9% del PIL, mentre nei paesi emergenti è circa il 6% . Questo dato suggerisce che il contante continua a svolgere una funzione importante, non solo come mezzo di pagamento ma anche come riserva di valore.

La distinzione tra uso del contante per pagamenti e come riserva è fondamentale. Il calo dei prelievi indica che il contante è sempre meno utilizzato per transazioni quotidiane. Tuttavia, la stabilità dello stock complessivo suggerisce che viene detenuto per altri motivi, come la sicurezza, la privacy o la sfiducia nei sistemi finanziari. In questo senso, il contante assume una funzione simile a quella di un asset, piuttosto che di un semplice mezzo di scambio.

L’analisi dei prelievi rafforza questa interpretazione. Il numero di prelievi pro capite diminuisce, ma il valore medio aumenta. In altre parole, le persone prelevano meno spesso, ma importi più elevati . Questo comportamento è coerente con un uso meno frequente ma più strategico del contante. Non si tratta più di uno strumento quotidiano, ma di una riserva da utilizzare in situazioni specifiche.

Un ulteriore elemento di trasformazione riguarda l’infrastruttura fisica del contante. Il numero di sportelli automatici e filiali bancarie è in calo in molti paesi, anche se non ovunque. Questo ridimensionamento riflette la diminuzione dell’uso del contante, ma solleva anche interrogativi sulla sua accessibilità futura. Il paper sottolinea che esiste una correlazione tra la disponibilità di punti di accesso e il volume dei prelievi, anche se non è possibile stabilire una relazione causale diretta .

Questo punto è particolarmente rilevante dal punto di vista delle politiche pubbliche. Se la riduzione dell’infrastruttura precede il calo della domanda, potrebbe accelerare la scomparsa del contante. Se invece segue la domanda, allora rappresenta semplicemente un adattamento del sistema. La distinzione non è banale, perché implica scelte diverse per le autorità monetarie e regolatorie.

Nel complesso, il paper mette in evidenza un equilibrio dinamico tra innovazione e persistenza. Da un lato, i sistemi di pagamento diventano sempre più digitali, veloci e integrati. Dall’altro, il contante continua a esistere e a svolgere funzioni specifiche. Questo equilibrio non è statico, ma evolve nel tempo in risposta a cambiamenti tecnologici, economici e sociali.

Un aspetto implicito ma fondamentale dell’analisi riguarda il ruolo delle banche centrali. Il paper sottolinea che esse devono garantire un ecosistema dei pagamenti sicuro ed efficiente, adattandosi ai cambiamenti in atto. Questo implica una funzione sempre più complessa, che va oltre la semplice gestione della moneta e include la supervisione delle infrastrutture digitali, la promozione dell’inclusione finanziaria e la gestione dei rischi sistemici.

In questo contesto, i dati del Red Book assumono un’importanza strategica. Coprendo il 59% della popolazione mondiale e l’85% del PIL globale, essi offrono una base empirica unica per analizzare le tendenze globali . Tuttavia, come sottolineano gli stessi autori, questi dati devono essere integrati con altre fonti per comprendere pienamente i comportamenti degli utenti e le dinamiche sottostanti.

La conclusione implicita del paper è che non esiste un percorso unico verso la digitalizzazione dei pagamenti. Le traiettorie sono molteplici e dipendono da fattori locali, istituzionali e tecnologici. Tuttavia, alcune tendenze comuni emergono con chiarezza: la crescita dei pagamenti cashless, l’importanza crescente dei sistemi istantanei, la riduzione dell’uso del contante per transazioni e la sua persistenza come riserva di valore.

In ultima analisi, il paper invita a superare una visione dicotomica tra contante e digitale. Il futuro dei pagamenti non sarà caratterizzato dalla scomparsa del contante, ma dalla coesistenza di strumenti diversi, ciascuno con funzioni specifiche. La vera trasformazione riguarda il modo in cui questi strumenti si integrano tra loro e rispondono alle esigenze degli utenti.

Questo implica anche una ridefinizione del concetto stesso di pagamento. Non si tratta più solo di trasferire valore, ma di farlo in modo rapido, sicuro, conveniente e adattabile a contesti diversi. In questo senso, la digitalizzazione non è un fine, ma un mezzo per migliorare l’efficienza e l’accessibilità del sistema economico.

Il contributo del paper sta proprio in questa capacità di mostrare la complessità del fenomeno, evitando semplificazioni eccessive. La narrativa dominante tende a descrivere un mondo sempre più cashless, ma i dati raccontano una storia diversa: un sistema ibrido, in cui innovazione e tradizione convivono e si influenzano reciprocamente. Comprendere questa dinamica è essenziale per interpretare il futuro dei pagamenti e, più in generale, dell’economia globale.

Cartolina. L’altro Stretto

Siccome sembra che Joker, noto agente del caos, abbia preso il controllo della situazione globale, tanto vale arrendersi è segnalargli il prossimo target per completare l’opera: lo stretto di Malacca. Secondo alcuni calcoli molto accreditati, da questo stretto corridoio di mare passano 23 e passa milioni di barili al giorno, persino più di Hormuz. Quindi il nostro agente del caos sa già cosa deve fare. Chiuso Hormuz e bloccato anche Malacca, potremo finalmente tornare a camminare a piedi e riprendere anche l’abitudine di scrivere lettere di carta, visto che tenere acceso un computer costerà più di un francobollo. Joker sa bene che se vuole chiudere l’odiata globalizzazione deve chiudere gli Stretti. E’ il modo contemporaneo di finire strozzati.

Cartolina. GeografIA

Per avere chiaro di cosa parliamo quando parliamo di intelligenza artificiale, vale la pena dare un’occhiata innanzitutto alla geografia, che ci mostra dove questa tecnologia si concentra. Quindi principalmente negli Usa, inseguiti dalla Cina, e poco altro in Europa, dove al massimo siamo clienti. Qui il numero delle aziende che si occupano di queste cose sta all’incirca al livello dell’India e dell’Australia. In pratica siamo in serie C. Il fatto che dire IA significa dire tante cose, che spaziano dall’economia alla difesa, passando per l’istruzione e l’intrattenimento, implica che chi gioca in serie C non lo diventi solo per l’IA, ma anche per tutte queste altre cose. La geografIA ha a che fare con l’economIA, la tecnologIA, eccetera. Si potrebbe pensare a come recuperare questo ritardo, che in teoria sarebbe anche possibile. Ma sembriamo sempre meno attrezzati per pensare. Al massimo abbiamo imparato a scrivere un prompt.

Se l’hi tech Usa piange, l’Europa non ride

Nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria Bankitalia ci ricorda un piccolo dettaglio nascosto nel mare magnum dei mercati internazionali, che ha notevole impatto su molti portafogli azionari: l’esposizione italiana ed europea ai titoli tecnologici Usa, che, com’è noto, hanno conosciuto una crescita impressionante negli ultimi anni.

A tal proposito, Bankitalia ricorda che dal 2022 la capitalizzazione delle cosìddette Magnifiche 7, quindi Apple, Alphabet, Amazon eccetera, è cresciuta fino a raggiungere una capitalizzazione di 20.000 miliardi di euro, ossia 20 trilioni (il pil mondiale nel 2024 è arrivato a circa 110 trilioni). Questo boom ha finito col generare il tiore che sotto questa galoppata di borsa ci sia molto poco. O che, quantomeno, gli utili futuri non saranno in grado di mantenere le promesse incorporate in questa quotazioni.

Ma nel frattempo la barca continua ad andare, nonostante tutto. E quindi i mercati continuano a compare questi attivi, sia direttamente che indirettamente attraverso intermediari professionali, fondi o altro.

Bankitalia ha calcolato che nel terzo trimestre del 2025, questa esposizione verso l’hi tech degli investitori italiani vale meno dell’1% delle attività, sia direttamente che indirettamente. Una quota che corrisponde grossomodo a quella della zona euro. Circa i tre quarti di questo investimento viene effettuato attraverso fondi comuni.

Se invece osserviamo l’esposizione diretta, il peso dell’hi tech Usa è più alto in Italia rispetto all’area. Da noi, in particolare, pesa il 13 per cento del portafoglio azionario, a fronte del 12 dell’eurozona. Che non è poco, come si vede.

In generale, come è altrettanto noto, l’Europa investe molti soldi nel merco americano. Parliamo si 3-400 miliardi l’anno di flussi che attraversano l’Oceano. Che si dirigano verso l’hi tech è fisiologico, visti i rendimenti. Ma a questi si associano sempre i rischi. Che sono altrettanto rilevante. Ce ne accorgiamo quando le borse Usa vanno giù Loro piangono, ma noi certo non ridiamo.

La via cinese all’internazionalizzazione della moneta

Abbiamo più volte scritto in passato sulla diffusione crescente dell’uso del renmimbi cinese nell’economia internazionale, sottolineando al tempo stesso il limite strutturale a quest’espansione rappresentato dalla sua non convertibilità. Adesso un bel paper diffuso dalla Bis ci consente di fare un passo in avanti nella comprensione di questa via cinese all’internazionalizzazione monetaria, confermando ciò che sapevamo già, ma aggiungendo alcuni dettagli che fanno luce sulle forze intrinseche che sono all’opera.

Il paper è basato sui dati di una survey triennale che la banca di Basilea ha pubblicato l’anno scorso. E il primo dato che salta all’occhio, che potete vedere rappresentato nel grafico che apre questo post, è che fra il 2013 e il 2025 la quota dello yuan cinese nel totale delle transazioni valutarie è passata dal 2 all’8,8%. In pratica si è quadruplicata.

Questo dato si confronta col peso dell’economia cinese rispetto a quella internazionale, che è assai più elevato. Il pil cinese vale il 18-20% del pil globale e il 12-13% del commercio globale. Quindi il peso valutario cinese è sottodimensionato rispetto al pso economico della Cina. L’esatto inverso di quello che accade per il dollaro americano.

Questa specularità spiega meglio di mille parole la differenza fra una valuta che ha la fiducia di tutti – una valuta autenticamente internazionale, della quale la convertibilità non è la causa di questa fiducia ma l’effetto – e una invece che non ce l’ha.

La Cina però dispone di altri strumenti, che sono appunto alla base di questa espansione. E sono proprio questi strumenti che il paper ci aiuta a conoscere meglio.

Tra questi strumenti, i legami finanziari assumono un ruolo decisivo. In particolare, le relazioni bancarie transfrontaliere e l’accesso ai mercati onshore attraverso piattaforme come CFETS diventano variabili statisticamente significative. Questo è un punto di svolta teorico: mentre la letteratura tende a enfatizzare il ruolo del commercio internazionale come driver principale dell’internazionalizzazione valutaria, il paper mostra che, nel caso del renminbi, la dimensione finanziaria è più rilevante già nel breve periodo.

Questo risultato mette in discussione una delle intuizioni più consolidate dell’economia internazionale, ovvero che le valute si diffondano globalmente in funzione dei flussi commerciali. Nel caso cinese, il commercio resta importante, ma non è il fattore dominante. La vera leva è l’infrastruttura finanziaria e istituzionale che collega i diversi centri al sistema bancario e ai mercati cinesi. In altri termini, il renminbi non si internazionalizza perché la Cina commercia molto, ma perché la Cina costruisce canali finanziari attraverso cui la valuta può essere utilizzata.

Quando si passa all’analisi di lungo periodo, il quadro diventa ancora più chiaro. Qui il paper introduce una misura diversa, la quota di trading in renminbi sul totale delle valute in ciascun centro finanziario, che cattura meglio la dimensione strutturale del fenomeno. I risultati mostrano che, nel lungo periodo, sia i fattori reali sia quelli finanziari diventano significativi, ma con un’importante asimmetria: i fattori finanziari hanno un potere esplicativo nettamente superiore.

Questo dato è cruciale perché suggerisce che l’internazionalizzazione del renminbi è un processo guidato dalle politiche pubbliche più che dalle forze di mercato. Le licenze QFI, ad esempio, sono strumenti discrezionali attraverso cui le autorità cinesi controllano l’accesso degli investitori stranieri ai mercati domestici. Il fatto che questa variabile sia uno dei migliori predittori della diffusione del renminbi implica che la valuta si espande dove lo Stato decide di aprire canali di accesso. In questo senso, il renminbi rappresenta un caso paradigmatico di internazionalizzazione “guidata”, in cui il mercato segue l’architettura istituzionale piuttosto che precederla.

Un altro elemento interessante riguarda la geografia del trading. Il paper evidenzia una forte concentrazione in pochi centri finanziari, con Hong Kong e Singapore in posizione dominante. Questa concentrazione non è casuale, ma riflette una strategia precisa: invece di promuovere una diffusione capillare, la Cina privilegia hub regionali e globali altamente connessi. Questo approccio consente di massimizzare l’efficienza e il controllo, riducendo al contempo i rischi associati a una liberalizzazione troppo ampia e rapida.

L’analisi per strumenti finanziari aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il mercato degli FX swaps emerge come il segmento più rilevante, rappresentando oltre il 40% del trading in renminbi . Questo dato è particolarmente significativo perché gli FX swaps sono strumenti tipicamente utilizzati per la gestione della liquidità e la copertura del rischio valutario. La loro predominanza indica che il renminbi è utilizzato principalmente in contesti finanziari sofisticati, piuttosto che come semplice mezzo di pagamento per transazioni commerciali.

Ancora più interessante è il fatto che, nel mercato degli FX swaps, i fattori reali risultano completamente irrilevanti. Tutte le variabili legate al commercio o alla distanza geografica perdono significatività statistica, mentre i fattori finanziari mantengono un forte potere esplicativo. Questo suggerisce che il segmento più dinamico del mercato del renminbi è anche quello più sganciato dall’economia reale. In altre parole, l’internazionalizzazione della valuta avviene attraverso circuiti finanziari autonomi, che rispondono a logiche proprie.

Le implicazioni teoriche di questi risultati sono profonde. In primo luogo, il paper mette in discussione l’idea che l’internazionalizzazione valutaria segua necessariamente un percorso sequenziale che va dal commercio alla finanza. Nel caso del renminbi, questo ordine è invertito o quantomeno attenuato. La finanza non è una fase successiva, ma un motore primario del processo. In secondo luogo, il lavoro suggerisce che lo Stato può svolgere un ruolo attivo e decisivo nell’internazionalizzazione di una valuta, anche in assenza di piena liberalizzazione dei mercati.

Questo porta a una riflessione più ampia sulla natura del sistema monetario internazionale. Il dollaro ha costruito la sua egemonia su mercati aperti, profondi e altamente liquidi, sostenuti da istituzioni credibili e da uno Stato che, pur intervenendo, lascia ampio spazio al mercato. Il renminbi segue una traiettoria diversa: un sistema in cui l’apertura è selettiva, l’accesso è regolato e lo Stato mantiene un controllo significativo. Il fatto che questo modello stia producendo risultati tangibili suggerisce che non esiste un unico percorso verso l’internazionalizzazione valutaria. La Cina non è un attore passivo che osserva l’evoluzione del sistema monetario globale, ma un soggetto attivo che utilizza strumenti specifici per promuovere l’uso della propria valuta.

Questo non significa che il renminbi sia destinato a sostituire il dollaro nel breve periodo. Le limitazioni strutturali, in particolare la mancanza di piena convertibilità e la relativa opacità istituzionale, restano ostacoli significativi. Tuttavia, il paper dimostra che esiste un percorso alternativo all’egemonia monetaria basata sul mercato: un percorso in cui lo Stato costruisce gradualmente le condizioni per l’uso internazionale della propria valuta, senza rinunciare al controllo.

La vera questione, a questo punto, non è se il renminbi diventerà una valuta globale nel senso tradizionale, ma se il suo modello di internazionalizzazione rappresenta una nuova forma di integrazione monetaria, in cui mercato e politica sono intrecciati in modo più stretto rispetto al passato. Se così fosse, il contributo del paper non sarebbe solo descrittivo, ma anche anticipatorio: una finestra su un possibile futuro del sistema finanziario internazionale.

L’irresistibile crescita dell’economia dei servizi

I dati diffusi dal Fmi nell’ultimo WEO pubblicato ad aprile mostrano un’evidenza che dovremmo tenere bene a mente quando ragioniamo di crescita e commercio internazionale: fra il 1985 e il 2024 l’export globale di servizi, come quota del pil, è cresciuto del 150%, rispetto al 60% dell’export di beni.

Quest’ultimo, a differenza del primo, ha subito gli effetti negativi della “slowbalization” seguita alla crisi del 2008, quando tutti gli stati corsero a innalzare barriere alla libera circolazione dei beni, considerata, evidentemente, la fonte di ogni male.

Tale tendenza ha risparmiato i servizi, come si può osservare dal grafico sopra. La crisi del 2008 li ha sfiorati solo marginalmente e il trend di crescita si è riportato rapidamente lungo quello di lungo periodo, a differenza di quanto accaduto per l’export di beni.

Questa informazione ci dice molto della nostra struttura commerciale. La produzione di beni e il loro commercio vale ancora il 70% del commercio globale, ma alcune forze strutturali sembrano favorire il costante emergere dell’export di servizi. Ciò dipende dal fatto che molti dei nostri bisogni si fanno sempre più immateriali. Inoltre, i servizi viaggiano più facilmente lungo il globo. Non hanno bisogno di ferrovie né autostrade, semmai di linee elettriche e digitali. E’ più difficile innalzare barriere per frenarli e, soprattutto, sta cambiando strutturalmente la nostra domanda.

A ogni bene, infatti, ormai si associa più di un servizio, ed è questo a fare la differenza. Pensate a quando acquistate un oggetto on line. Al bene materiale si associa un servizio di spedizione, un servizio di consegna e magari anche un servizio di finanziamento. E tutto questo viene reso possibile dal fatto che esiste una piattaforma che mette insieme tutte queste cose, che quindi a sua volta svolge un servizio.

Inoltre è in corso una profonda evoluzione della domanda di servizi. Fino agli anni 2000 i servizi di trasporto o di spedizione esprimevano complessivamente il 70% della domanda di servizi. Adesso questa quota è scesa al 40%, mentre sono aumentati i servizi finanziari e quelli legati all’Ict. Se torniamo al nostro esempio dell’acquisto di un bene on line, fattispecie insistente nel 2000, due servizi sui tre attivati dall’ordine sono proprio di tipo finanziario e ict. L’unico tradizione è quello di spedizione e consegna.

Un’altra caratteristica che favorisce lo sviluppo dell’economia dei servizi è il fatto che si sono dimostrati più resilienti di fronte alle tensioni geopolitiche. Si daziano più i beni che i servizi, per dirla in parole semplici.

Infine è emerso che il potenziale di crescita dell’economia dei servizi si esprime al meglio nelle economie emergenti, dove hanno pesato per i due terzi della crescita globale negli ultimi tre decenni. Ma questo sviluppo è stato trainato dalla domanda interna più che dalle esportazioni.

Se andiamo a vedere chi siano i protagonisti del mercato dell’esportazione dei servizi, troviamo in prima linea gli Stati Uniti, con alcune piccole economia europee, segnatamente Olanda e Irlanda, a svolgere un ruolo secondario ma rilevante. La Cina, che pure svolge un ruolo molto rilevante nel mercato dell’esportazione dei beni, gioca ancora in serie b in quello dei servizi.

Non è certo un caso. Esportare servizi è più difficile che esportare beni. E questo spiega perché i guadagni da queste esportazioni siano più elevati. In generale i servizi che vengono esportati sono ad alto valore aggiunto e quindi premiano sia chi li offre, sia chi ci lavora.

Per noi italiani, che forniamo servizi turistici, purtroppo questo non vale. Qualcuno dice che il turismo è il nostro petrolio, ma è un petrolio che produce un carburante scarso, una benzina con pochi ottani. “Investimenti in infrastrutture digitali, sviluppo delle competenze e qualità della regolamentazione possono aiutare i paesi a trarre maggior vantaggio dall’espansione del commercio di servizi”, suggerisce il Fmi. E non sta parlando di B&B.

Cartolina. Warfare

La tendenza, ormai crescente da un ventennio, all’aumento della spesa militare trova nel binomio Europa e Asia il suo driver, come dicono gli economisti. L’Europa e l’Asia si stanno riarmando, e anche pesantemente. E ormai da un pezzo la somma di queste due aree ha superato il livello di spesa militare delle Americhe. Se al blocco aggiungiamo anche il Medio Oriente, che non è mai fatto mancare una robusta fornitura di armi, emerge che l’Eurasia impegna circa i due terzi dei quasi tre trilioni di spesa militare del 2025. Dicono che occorra preparare la guerra per difendere la pace, e quindi armarsi. Lo dicevano anche alla fine del XIX secolo. Lo dicevano, appunto, anche i romani antichi, che hanno coniato il detto e che non risultano siano stati granché in pace. Perché una volta che hai le armi è difficile evitare di usarle. Ma questo ovviamente non si dice. Le nostre società stanno lentamente transitando dal welfare al warfare. Ma neanche questo si dice. Si fa e basta.