La crisi demografica propone nuove sfide al sistema pensionistico cinese

Anche in Cina, come altrove, gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sono destinati a mettere sotto pressione il sistema previdenziale. Per farsene un’idea si può leggere un interessante paper diffuso dal Fmi, Population Aging and Pension Reforms in China, che offre un’analisi completa del problema e propone scenari di riforma.
La premessa non è delle più favorevoli. La Cina sta entrando nella fase demografica più complessa della sua storia moderna. Con un rapido invecchiamento della popolazione, un calo della forza lavoro e forti disparità tra aree urbane e rurali, il sistema pensionistico cinese affronta sfide che avranno un impatto profondo sulla crescita economica, sulla sostenibilità fiscale e sulla coesione sociale del Paese.
I dati raccolti nel paper mostrano che la Cina sta invecchiando più rapidamente di quasi tutte le economie avanzate. L’indice di dipendenza degli anziani – cioè il rapporto tra persone con più di 65 anni e popolazione in età lavorativa – è oggi al 21,2% ma raddoppierà entro il 2041. Per fare un confronto, il Giappone impiegò 19 anni per un raddoppio simile; la Cina ne impiegherà 17.
Questo quadro è destinato ad aggravarsi per almeno tre fattori. Il primo, più allarmante, è il calo della natalità. I nati vivi sono scesi da 18 milioni nel 2016 a 9,5 milioni nel 2024. Questa riduzione strutturale è difficilmente reversibile. E questo ci conduce al secondo fattore: la riduzione della forza lavoro. Secondo le stime, la popolazione tra 20 e 60 anni passerà da 840 a 614 milioni entro il 2050, un calo di oltre 200 milioni di persone.
A questi due fattori, comuni a molte economie, se ne aggiunge un terzo che è peculiare del sistema cinese, che dispone di due diversi sistemi pensionistici, uno per le zone rurali e uno per quelle urbane. Parliamo della rapida urbanizzazione che il paese sta vivendo ormai da diversi anni. Dal 1975 a oggi l’urbanizzazione è passata dal 17,2% al 64,6%. Questo cambiamento porta vantaggi economici, ma accentua le differenze tra sistemi pensionistici urbani e rurali.
La Cina arriva a questo appuntamento con la storia dopo aver riformato più volte i sistemi pensionistici. Nella prima fase della sua storia, fra il 1949 e il 1978, il paese forniva una pensione solo ai lavoratori delle state owned enterprises (SOE) e ai dipendenti pubblici. Gli altri, per lo più abitanti nelle zone rurali, erano esclusi.
Con le riforme di Deng Xiaoping, che portarono alla privatizzazione di molte SOE, iniziò l’espansione del settore privato, anch’esso privo di tutele pensionistiche. E ciò condusse alla prima ondata di riforme, culminata, nel 1997, nel primo schema previdenziale diffuso a più livelli che includesse anche i lavoratori del settore privato.
Nel 2009-10 i benefici pensionistici sono stati estesi anche ai lavoratori rurali ed alcune categorie di lavoratori urbani ancora senza tutele, fino ad arrivare, nel 2014, a una nuova riforma pensionistica a vocazione universalistica che prevede però scarsi benefici per i lavoratori rurali.
Per tutto questo periodo i lavoratori delle SOE e i dipendenti pubblici hanno goduto di benefici ben superiori rispetto agli altri lavoratori, peraltro senza essere obbligati al pagamento di contributi.
La situazione è cambiata a partire dal 2015, quando i benefici fra i lavoratori privati e pubblici sono stati equiparati e si è anche applicata un’aliquota contributiva dell’8% ai lavoratori pubblici. Ulteriori riforme, fra il 2018 e il 2022 hanno cercato di aumentare il grado di centralizzazione dei sistemi previdenziali, rimasti spesso a livello di municipalità.
Nel 2024, la Cina ha introdotto per legge un graduale aumento dell’età pensionabile e un periodo minimo di contribuzione più lungo per migliorare la sostenibilità delle pensioni. La riforma ha aumentato l’età pensionabile del regime pensionistico dei dipendenti urbani da tre a cinque anni, a seconda del genere e del tipo di lavoro, con un’introduzione graduale tra il 2025 e il 2040. Inoltre, il periodo minimo di contribuzione per ricevere una pensione è stato aumentato da 15 a 20 anni.
Al momento il sistema si basa su tre pilastri. Il primo comprende due schemi principali. L’UEPS (Urban Employees’ Pension Scheme): contributivo e obbligatorio per i lavoratori urbani; offre un livello di beneficio relativamente alto; e il RPS (Residents Pension Scheme): destinato a pensionati rurali e lavoratori non standard; è quasi del tutto finanziato dal governo e offre prestazioni molto basse (circa il 3% del PIL pro capite). E’ un sistema molto diseguale: un pensionato urbano medio riceve più di dieci volte il beneficio di un pensionato rurale.
Il secondo pilastro si basa su schemi pensionistici aziendali su base volontaria a contribuzione definita. Sono stati introdotti nel 2004 e rafforzati nel 2014 per i lavoratori pubblici, ma coprono solo 71 milioni di persone — circa il 9% dei lavoratori.
Il terzo pilastro si basa sul risparmio privato individuale. Questa possibilità è stata introdotta a livello nazionale nel 2022 e al momento si contano circa 70 milioni di posizioni aperte, che si confrontano con una forza lavoro di 900 milioni di persone.
Questa breve escursione nella storia della previdenza cinese mostra i notevoli progressi fatti dal paese, che però, nel confronto internazionale, risulta ancora indietro rispetto alle pratiche più consolidate. L’età di pensionamento, ad esempio, è ancora bassa. Per gli uomini è 60 anni, che diventeranno 63 con l’applicazione della riforma del 2024, per le donne oscilla fra i 50 e i 55.
La pensione dei lavoratori rurali (RPS) equivale appena al 2% del salario medio, tra le più basse dell’Asia-Pacifico. Inoltre, i divisori attuariali per il calcolo delle pensioni individuali è fermo al 2005 ed ammonta a 139 mesi, quando in media un sessantenne cinese vive 260 mesi. Ciò significa che il sistema è strutturalmente in deficit e favorisce le generazioni presenti rispetto a quelle future.
Persiste, inoltre, una notevole frammentazione. Alcune province hanno notevoli surplus, altre hanno deficit cronici. Con le riforme si è cercato di centralizzare la gestione delle risorse, ma il sistema è ancora non ottimale.
Sulla base di questa situazione il Fmi ha svolto una simulazione che ha prodotto tre scenari. Il primo analizza gli effetti dell’invecchiamento senza riforme, il secondo simula gli effetti della riforma del 2024, il terzo valuta eventuali riforme aggiuntive.
Il succo è presto detto. Senza nuove riforme gli effetti dell’invecchiamento potrebbero essere drammatici. Il Fmi stima che entro il 2050 la crescita del PIL si ridurrà di circa 2 punti percentuali all’anno a causa del calo della forza lavoro e del minor accumulo di capitale. La spesa pensionistica, inoltre, è vista passare dal 5,4% del Pil del 2024 al 15,3% entro il 2050, con un incremento difficilmente sostenibile.
Analizzando gli effetti della riforma del 2024, in gran parte concentrate su aumento età pensionabile, il Fmi stima che la crescita aumenterà dello 0,2% l’anno per un ammontare cumulato del 5,6% di pil in più entro il 2050. La spesa pensionistica crescerà, ma meno che nell’altro scenario, arrivando all’11,9% del Pil e aumenterà anche il tasso di risparmio, che nell’altro scenario si dimezzava dal 28 al 14%.
Il terzo scenario considera gli effetti di alcune riforme consigliate. La prima: il raddoppio delle pensioni rurali (RPS). Questo provocherebbe un aumento della spesa pensionistica dello 0,6% del pil, una perdita di pil dello 0,5% e un calo del risparmio rurale di 3,4 punti, ma il welfare dei lavoratori rurali aumenterebbe del 10%.
La seconda riforma suggerita è l’aggiornamento del divisorio attuariale, adeguandolo alla speranza di vita. Ne deriverebbe una notevole riduzione del tasso di sostituzione (-8 punti), e quindi un calo delle pensioni, che porterebbe con sé un aumento del Pil di del 2% entro il 2050 associato a una riduzione della spesa pensionistica dell’1,3% del pil.
Se si aumentasse rapidamente l’età pensionabile fino ai 65 anni gli effetti sarebbe ancora più intensi. Il pil crescerebbe di 3 punti entro il 2050, la spesa pensionistica diminuirebbe dell’1,8% e aumenterebbe il risparmio nazionale.
La quantità di situazioni esaminate illustra bene la quantità di sfide che la previdenza cinese si trova di fronte. Specie considerano la velocità dell’invecchiamento della popolazione. Non è un problema solo cinese ovviamente. Ci sono paesi messi anche molto peggio. Specie nel ricco Occidente.















