Il blog va in vacanza. On line Bad equilibrium, il freebook con tutta la quarta stagione


Anche la quarta stagione di TheWalkingDebt è terminata, e come consuetudine, grazie all’impagabile lavoro di Leonardo Braghetto (@leobpd), che ha raccolto i post e confezionato il libro e la copertina, tutta la stagione e’ stata raccolta in un freebook che potete scaricare qui in tutte le versione possibili. Come l’anno scorso, il libro è completamente navigabile, sia al suo interno che all’esterno, laddove i link fanno riferimento a collegamenti al blog. Quindi per una piena fruibilità, è consigliabile sfogliarlo mentre siete on line.

Lavoro impagabile quello del gentilissimo Leonardo non solo perché è prezioso, in quanto deriva dal suo buon cuore e dal suo impegno professionale, ma anche perché, letteralmente, non lo pago. Leonardo, come molti altri di voi che in questi quattro lunghi anni mi hanno dato una mano, contribuisce con il suo tempo alla ricchezza informativa di questo blog. Chi ha seguito le lunghe dissertazioni che ci hanno impegnato mentre raccontavamo Le Metamorfosi dell’economia sa già a cosa faccio riferimento. E chi ha letto il post col quale annunciavo l’imminente trasformazione del blog in qualcos’altro, pure. Per gli altri farò una piccola sintesi: dall’autunno sarò impegnato insieme ad altre persone nella trasformazione del blog da strumento gratuito a strumento a pagamento. La scommessa è che la qualità dell’offerta genererà la sua domanda, come peraltro è successo in questi anni durante i quali sono stati letti gratuitamente quasi 250 mila articoli. Solo che stavolta sarà (o dovrebbe essere) una domanda disposta a pagare, con tempo o denaro, per fruire dei vari servizi che questo blog andrà ad offrire.

Anche questo, in fondo, è un esperimento. Non si scrive di economia per anni senza maturare un pensiero economico e non si trasforma un pensiero economico se non si prova a mutarlo in prassi. In tal senso, la quarta stagione del blog è stata un momento saliente. Le Metamorfosi dell’economia, che neanche sapevo di voler scrivere quando ho iniziato a settembre 2015, hanno delineato una visione che adesso chiede di essere trasformata grazie a una pratica. E siccome ciò che faccio è scrivere, è del tutto naturale che usi gli strumenti di cui dispongo per provarci. Che provi, insomma, a ricavare un reddito da questa attività servendo al/la mia comunità, ossia voi lettori che mi onorate della vostra fiducia. Un reddito non solo per me, ma anche per quelli che, con me, impegnano il loro tempo in questo blog.

Questa storia è tutta da vedere, ovviamente. E la vedremo insieme, visto che non ho la minima idea di cosa succederà. Vi terrò informati mano a mano che gli eventi si svolgeranno in una direzione o nell’altra.

Altre due parole sul libro che potete scaricare qui. In realtà il libro ne contiene almeno altri due. Oltre a quello sulle Metamorfosi, c’è la guida Bitcoin for dummies, che ci ha impegnato per diverse settimane e che spero sia servita a molti a comprendere le astruserie del fintech. Per la quinta stagione sto pensando a un altro libro, stavolta di taglio storico per il quale ho già scritto un paio di centinaia di pagine. Ma come tutte le creature è in costante evoluzione e ve lo presenterò a tempo debito.

Infine, i ringraziamenti. Anche quest’anno, l’elenco sarebbe troppo lungo per essere declinato qui. Quindi la faccio semplice: vi ringrazio tutti. Voi siete i miei lettori, siete la mia comunità, e potreste diventare i miei datori di lavoro. Ringraziarvi per esserci è davvero il minimo che si possa fare.

Per il massimo ci stiamo attrezzando.

Ci rivediamo a metà settembre.

Buone vacanze.

La fine (illusoria) della globalizzazione


Legami profondi si stanno allentando nel tessuto delicato dell’economia e della politica internazionale. La Crisi, che si declina in continue crisi locali, ha indebolito la cerniera che in questi decenni ha unito gli stati sotto la narrativa incessante della globalizzazione. E se ne vedono le conseguenze. Brexit, per dirne una. Ma poi le varie elezioni europee, che ormai si connotano come un costante referendum pro o contro l’Europa istituzionale. O le elezioni americane, con i loro echi isolazionisti. Poi c’è la Turchia, che mette sul piatto le sue relazioni economiche con l’Europa, mentre decide nel suo modo essenzialmente asiatico di reprimere la sua dissidenza interna. E infine ci sono gli altri paesi emergenti, cui qualcuno di recente ha persino consigliato di usare i controlli sui capitali per limitare le influenze nefaste delle politiche monetarie occidentali.

Sopra ogni cosa campeggia la paura: del terrorismo, delle migrazioni, dello straniero che non ci somiglia, delle banche mezze fallite, della finanza periclitante. In una parola: del futuro. Questi sono fenomeni che raccontano di una semplice tendenza: la disgregazione e l’isolamento. L’esito del bad equilibrium, tema narrativo della quarta stagione del blog che oggi si conclude, è tutto qui.

In gioco ormai è il destino stesso della globalizzazione, ossia l’idea che il contesto istituzionale odierno favorisca l’integrazione internazionale dei mercati e per loro tramite delle nostre società. Questa narrazione è stata declinata con un lessico tipicamente sociologico, che ha impedito di cogliere la natura più autentica del fenomeno. E’ passato il messaggio che la globalizzazione sia solo un fenomeno economico che ha ricadute sociali e politiche. Ma non è così, o almeno non solo. La globalizzazione obbedisce a una pulsione assai più profonda. Per comprenderla non serve la lingua della socio-economia ma quella della fisica. Paradossalmente l’economia contemporanea, che vuole così disperatamente somigliare alla fisica per sentirsi scienza, ha evitato accuratamente di servirsene.

Un concetto, in particolare, descrive assai meglio di altri la sostanza del nostro mondo: l’entanglement. Le relazioni fra le entità socioeconomiche, proprio come accade con le particelle, si sovrappongono implicando correlazioni a distanza illimitate tra le loro quantità fisiche. Il limite estremo di questa rappresentazione è la teoria del caos, che determina il carattere non locale, ma appunto globale, degli eventi che noi percepiamo. Questi ultimi sono rappresentazioni che il nostro intelletto ordina secondo il principio di causalità proprio per renderceli intellegibili, e quindi potenzialmente manipolabili. In tal modo a una realtà sostanziale caotica si sovrappone una verità ordinata secondo la nostra logica, proprio come la pellicola di un film ne rappresenta l’ordito senza però essere il film. E’ solo lo strumento che noi costruiamo e tramite il quale percepiamo il film. In tal senso la globalizzazione è stata la rappresentazione filmica contemporanea dell’entanglement. Ma questo non vuol dire che sia l’unica possibile.

Oggi il bad equilibrium, generando crisi, sta lacerando questa pellicola e messo perciò in discussione il film della globalizzazione, che le società e gli individui iniziano a percepire come un’evoluzione nociva di cui liberarsi, come se isolandosi possano proteggersene. Ma tale illusione, che abbiamo vissuto non più tardi di ottant’anni fa, è perniciosa. Trascura la profondità subatomica dell’entanglement sociale. E’ vero che le relazioni degli individui e delle società sono soggette a rotture traumatiche. Ma questo non vuol dire che a tale rottura corrisponda una separazione autentica. Nessun uomo è un’isola, come scriveva John Donne nel 1624, e tantomeno una società.

Le forze dell’entanglement, una volta dissolta una cornice istituzionale – come nel caso della globalizzazione economica appunto – troveranno altre vie per esprimere la loro potenza. Negli anni Trenta al tentativo autarchico, che stracciò il tessuto delle relazioni economiche fra gli stati, seguì molto presto il conflitto globale. L’entanglement riannodò la società mondiale sotto l’egida delle armi. Ciò in quanto le società evolute sono destinate ad essere interconnesse, per un canale o per un altro. Nessuno può sapere quale sarà il prossimo film che ci racconterà la realtà, ma tutti dovremmo ricordare che verrà proiettato e introiettato dentro ognuno di noi. L’illusione del disentanglement prepara un nuovo ordine istituzionale globale: una nuova manifestazione dell’entanglement.

Si potrebbe discorrere a lungo se l’alba alla quale stiamo assistendo, e che occuperà la quinta stagione del blog da metà settembre in poi, sia l’effetto del bad equilibrium, o semplicemente il suo proseguimento. Ma così facendo ricadremmo nella trappola della causalità, che così tanto ha nuociuto alla nostra intelligenza dei fatti. Sicché l’unico strumento che possiamo utilizzare per raccontare questa evoluzione, pur riconoscendone i limiti – sempre in omaggio a un altro concetto della fisica, ossia il principio di indeterminatezza – è quello dell’osservazione, ricordando però l’insegnamento di Goethe. Non ci proponiamo di perseguire l’esattezza della matematica che, come scriveva nel 1917 Oswald Spengler nel suo Tramonto dell’Occidente, disegna solo forme morte, ossia il contrario di un corpo sociale, ma quella dell’immaginazione: un’immaginazione esatta.

La metafora, l’analogia, l’allegoria, il simbolo: strumenti di conoscenza che rimangono gli unici espedienti linguistici utili a raccontare la realtà e di conseguenza i principali protagonisti della nostra narrazione. Chi conosce la letteratura economica sa bene quanto estensivamente faccia uso di parabole per spiegarsi. Per cui non stupitevi se questo blog continuerà a utilizzarle. Le cronache, che sono meri epifenomeni, saranno come sempre la nostra guida: spie sintomatiche di linee di faglia. Ma dobbiamo discorrere del sostrato spirituale dei fatti economici, pure a costo di risultare fuori tema. E si comincia ricordando che qualunque costruzione matematica – nella quale oggi in fondo si risolve il nostro ragionare economico – implica una visione del mondo, e altresì la stessa scelta della matematica come ingrediente dei nostri ragionamenti. Perciò rompere lo specchio narcisistico nel quale si rispecchia il nostro intelletto quando guarda ai fatti socioeconomici dovrebbe essere lo scopo dell’economista, che però è a sua volta imprigionato in ciò che gli hanno insegnato a pensare, e perciò cieco.

Tale rottura, quindi, arriverà da altrove. Se sarà la violenza bruta dell’illusorio disentanglement a condurre a questa liberazione, o la pazienza illuminata dei più saggi, lo dirà soltanto il tempo. Noi possiamo solo testimoniarlo.

Bon Voyage.

Cosa ci racconta il bilancio di Bankitalia


Al termine della nostra ricognizione sulla logica che guida il bilancio di una banca centrale, è sicuramente utile presentare un caso reale che consenta di apprezzare in pratica ciò di cui abbiamo discusso in teoria. Le puntate precedenti spero siano servite a fornire la cornice di riferimento, adesso proviamo a osservare il quadro prendendo spunto dall’ultimo bilancio della Banca d’Italia pubblicato l’aprile scorso.

L’attivo e il passivo della nostra banca centrale sono riepilogati da questo grafico. Il totale del bilancio quota 587,8 miliardi, in crescita di 57,2 miliardi rispetto al 2014, come è logico che sia atteso che le scelte recenti di politica monetaria della Bce incorporano un notevole aumento delle attività dell’Eurosistema, ossia del complesso che raggruppa la Bce e le singole banche centrali nazionali (BCN). Tale evoluzione è chiaramente visibile: nel 2008 il bilancio di Bankitalia era praticamente la metà di quello di fine 2015.

Come vedete, lo schema del bilancio di Bankitalia ricalca quello semplificato che abbiamo utilizzato nella nostra analisi preliminare, pure se al netto di alcune peculiarità che derivano dalle specificità istituzionali della nostra BC. Quindi dell’attivo fanno parte l’oro (valutato circa 76 miliardi) e le attività in valuta estera, 21 miliardi delle quali in dollari Usa, quindi le riserve ufficiali del paese, che nel bilancio 2015 pesavano il 21% del totale,  gli attivi che derivano da operazioni di politica monetaria, che pesano il 48%. Questi ultimi consistono sostanzialmente nelle operazioni di rifinanziamento alle banche e nei titoli usati per fini di politica monetaria. Un’altra classe di asset importante è quella del portafoglio titoli da investimento, che comprende azioni, obbligazioni e partecipazioni, fra le quali quella nel capitale della Bce. Nell’attivo di Bankitalia questi asset pesano il 23% circa del totale, per un valore di 136 miliardi, 123 dei quali erano titoli di stato acquistati sul mercato secondario.

Sul lato del passivo il grosso dei debiti è rappresentato dalle banconote, che pesano il 30% (174 miliardi a fronte dei 164 del 2014), i più corposi debiti verso l’Eurosistema, ossia il saldo negativo misurato da Target 2, anch’esso in crescita rispetto al 2014 (248 miliardi, +40 miliardi), poi ovviamente i depositi del governo e delle banche, che svolgono la funzione di riserva obbligatoria. Questi ultimi sono aumentati di circa nove miliardi nel 2015, arrivando a oltre 24 miliardi. Infine Bankitalia ha aggregato nella voce fondi patrimoniali (vedi grafico) alcune poste del passivo. Fra queste, i conti di rivalutazione, che cumulano le plusvalenze non realizzate su oro, valute e titoli che non vengono utilizzate nel calcolo del risultato economico ma accantonate a scopo prudenziale. Poi ci sono le riserve, i fondi rischi e il capitale, che come si vede dal grafico è diventato significativo a partire dal 2013, dopo l’avvenuta rivalutazione decisa dal governo.

Se si guardano i grafici che dettagliano in maniera più analitica l’attivo e il passivo della BC fra il 2014 e il 2015, si può vedere all’opera l’effetto delle decisioni di politica monetaria della Bce. Fra gli asset il movimento più osservabile è il calo delle operazioni di rifinanziamento – in sostanza dei prestiti alle banche tramite aste di liquidità – dovuto in gran parte ai rimborsi delle operazioni fatte tre anni fa e scadute, e il corposo aumento del portafoglio titoli di politica monetaria, che fotografa sostanzialmente l’evoluzione della strategia della Bce e l’inizio del QE ossia dell’acquisto di attività finanziarie (Expanded Asset Purchase Programme, APP).

Gli effetti della politica monetaria si sono riflessi anche sull’altro capitolo del bilancio: il conto economico. Sicché è mutato sostanzialmente anche il risultato lordo d’esercizio della Banca, come si può osservare in questo grafico che lo riepiloga dal 2008. Nel 2015 la Banca ha avuto costi per due miliardi, 1,795 dei quali sono costi operativi e altre spese, il resto svalutazioni, e ricavi per poco più di otto, sicché il risultato lordo è stato di poco più di sei miliardi. Nel 2008, prima del caos, era appena di 822 milioni. Dal risultato lordo bisogna detrarre le imposte e gli accantonamenti per arrivare all’utile netto, che nel nostro caso è stato di 2,7 miliardi. Come si vede dal grafico, la voce più importante di crescita dei ricavi è stato il margine di interesse, che ha sfiorato i 6,5 miliardi. Ovviamente avere più titoli in portafoglio genera più rendite. Sappiamo già a come sia stato distribuito l’utile 2015.

Tutto qua. Come vedete non è così difficile capire come funzioni una banca centrale. Al contrario è assai complesso determinare le conseguenze della sue azioni. Per questo non se ne parla.

(5/fine)

Puntata precedente

 

 

 

La guerra fredda dello shale oil


Poiché discorrere del petrolio, in tempi di Brexit e catastrofi varie, è ormai fuorimoda, sarà bene riportare l’attenzione sulla rivoluzione più inosservata dell’ultimo lustro, le cui conseguenze geopolitiche, e quindi implicitamente economiche, solo di tanto in tanto vengono rivelate dagli analisti: quella dello shale oil.

L’ultimo tassello che vale la pena raccontarvi ce lo ha regalato il Fmi, nel suo recente staff report dedicato agli Usa, in una paginetta appena titolata “Us shale oil and global spillover”. Perché mai la rivoluzione Usa dello Shale – che ricordiamo tutti ha già avuto pesanti conseguenze finanziarie – dovrebbe generare effetti disturbanti a livello globale? Risposta facile, una volta tanto: perché una tecnologia che consente al paese più ricco e potente del mondo di raddoppiare la sua produzione di greggio in un quinquennio è di per sé fonte di infinite perturbazioni, specie perché va a toccare interessi assai consolidati come quelli di Russia e Arabia Saudita, che sul petrolio fondano buona parte del loro successo.

Per comprendere quanto la rivoluzione dello shale sia sostanziale per l’equilibrio geopolitico, basta osservare questo grafico. La linea rossa, che mostra la produzione Usa per impianto si è pressoché quintuplicata dal 2010 in poi, flettendo dal 2015 a causa sostanzialmente del crollo delle quotazioni petrolifere, che molto deve (anche se non tutto) alle scelte dell’Opec e degli altri paesi produttori di non diminuire l’offerta di petrolio malgrado il collasso delle quotazioni.

Una scelta che diventa comprensibile se si osserva il prosieguo del ragionamento del Fmi. Il Fondo, infatti, elabora tre scenari, uno base, uno al ribasso e uno al rialzo, riferiti questi andamento alla produttività per impianto. Quest’ultima è ovviamente collegata alle quotazioni del greggio, nel senso che un aumento tende a stimolarla e un calo a deprimerla.

Questa variabile è quella destinata a fare la differenza. A seconda dello scenario che prevarrà, infatti, entro il 2020 la produzione totale statunitense potrebbe oscillare in un range compreso fra i 3,5 e 8,4  milioni di barili al giorno. Lo scenario base, che si colloca all’incirca a metà, osserva il Fmi, è coerente con le previsioni dell’EIA, l’agenzia energetica degli Usa.

Cosa significa tutto questo nel Grande Gioco petrolifero? Il Fmi, utilizzando il modello econometrico del G20, ha stimato alcuni effetti. Nel caso si verifichi lo scenario al ribasso al rialzo della produzione, gli effetti sul pil mondiale sarebbero simmetrici per circa lo 0,4%. Quindi un aumento della produzione, facendo diminuire i prezzi, avrebbe questo effetto positivo e viceversa.

Più interessante osservare quest’altro grafico, dove si vede chi vince e chi perde in caso di uno scenario di crescita della produzione. Fra i vincitori ci sono l’India e la Corea del Sud, che sono grandi importatori e quindi hanno tutto da guadagnare da un calo delle quotazioni, per i quali il Pil potrebbe crescere fino a circa l’1% in più. Ma andrebbe bene anche per gli Usa, l’Argentina, il Brasile, la Cina, la Germania e il Giappone, che spunterebbero un tasso di crescita in linea con quello dell’economia globale. A conferma del vecchio detto che ciò che va bene per gli Usa va bene anche per il mondo. O almeno quasi tutto.

Già, perché l’exploit del petrolio shale made in Usa provoca anche parecchi danni, i maggiori dei quali all’Arabia Saudita, che potrebbe perdere quasi 3 punti di prodotto, seguita dalla Russia con circa due. In generale gli altri esportatori si stima possano soffrire il calo di circa un punto percentuale.

Letta così la rivoluzione dello shale oil ci dice un’altra cosa: che sul petrolio si sta combattendo una guerra silenziosa. La Russia, come ai tempi della guerra fredda, è il contendente degli Usa. Ma, a differenza del passato, si trova l’Arabia come partner. Chissà se è un bene o un male.

Il sinistro scricchiolio del mattone inglese


Che ne sarà nel mercato immobiliare britannico, mi chiedo, mentre le cronache raccontano del tormenti sofferti da alcuni REIT (real estate investment trust) che già all’indomani di Brexit hanno iniziato a cedere. E la domanda diventa persistente quando leggo, nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria rilasciato dalla Bank of England, che il mercato immobiliare inglese negli ultimi anni ha sperimentato “forti afflussi di capitale dall’estero”. Addirittura, “gli investitori esteri hanno pesato circa il 45% del valore totale delle transazioni fin dal 2009”. Questi afflussi sono diminuiti di quasi il 50% nel primo quarto del 2016, ed “è probabile che alcuni di questi deflussi riflettano le incertezze all’avvicinarsi del referendum su Brexit”, ma altri possono dipendere da “aggiustamenti dopo le valutazioni in alcuni segmenti del mercato, notabilmente quello di Londra”. Dal momento del referendum, nota la BoE, i prezzi delle azioni di alcuni REIT sono caduti bruscamente, manifestando il rischio di futuri aggiustamenti nel CRE (commercial real estate)”, ossia il mercato dove girano i soldi veri. Con l’aggravante che “ogni aggiustamento nel mercato CRE potrebbe amplificare i comportamenti degli investitori più a leva”, ossia coloro che hanno usato maggiormente degli altri lo strumento del debito, oltre a diminuire la possibilità per le aziende che usano il mattone come collaterale di avere accesso ai finanziamenti.

Se questo è lo stato dell’arte, vale la pena guardare un po’ più in profondità. Due grafici giovano allo scopo. Il primo riguarda l’andamento delle transazioni del mercato CRE dal 2003 in poi, nel quale si nota la caduta nel primo trimestre 2016, quando le transazioni sono diminuite di 6 miliardi di sterline, pari al 34% rispetto al trimestre precedente. Il grosso di questo calo si è registrato a Londra, dove il calo è arrivato persino al 53%, guidato, secondo l’opinione di alcuni partecipanti raccolte dalla BoE, proprio ai timori del referendum su Brexit. E il fatto che le transazioni CRE provenienti dall’estero siano diminuite di 5,1 miliardi di sterline, ossia del 48%, rispetto al trimestre precedente sembra avvalorare tale ipotesi.

Il secondo riguarda i rendimenti di questo mercato, anch’essi in calo costante. I prezzi sono rimasti piatti, nel primo trimestre, dopo essere cresciuti di circa il 40% dal massimo punto di ribasso nel 2009. Ma, al contrario, i rendimento dalle locazioni sono diminuiti ancora, raggiungendo il livello più basso dai tempi della crisi (il 5,8%). I rendimento per il settore prime nel mercato londinese sono arrivati addirittura al 3,8%.

In questo scenario si è verificato il Brexit, che per il mercato CRE è stato uno shock assai rispettabile. Un altro grafico, che disegna l’andamento dei REIT dal 23 giugno – data del referendum – al primo luglio, confrontandolo con quello dell’FTSE All share, mostra che al termine del periodo le quotazioni dei REIT erano ancora a livello 87, ossia il 13% in meno della base 100 ante referendum, dopo aver toccato un picco minimo sotto gli 80 il 28 giugno.

Il problema diventa ancora più complesso se si considera che nel mercato CRE opera un numero assai rispettabile di fondi aperti (open endend funds investment) – si calcola che gestiscano 35 miliardi di asset pari al 7% degli investimenti totali nel settore CRE – che hanno la scomoda caratteristica di offrire praticamente a vista la restituzione dei fondi ai propri sottoscrittori. Il che, in momenti come quelli vissuti dal mercato dopo il referendum, può costringere i gestori a liquidare asset frettolosamente, aumentando la pressione sui prezzi. Se considerate che questi operatori lavorano spesso con un elevato indice di leva finanziaria – che vuol dire che sono molto indebitate – avrete il quadro completo della complessità nel quale si agita il mercato CRE e delle ragioni per le quali la BoE lo tiene d’occhio così da vicino.

E’ facile capire perché le piaccia poco ciò che vede.

Comprarsi l’auto ai tempi del QE


Mi succede che l’autoradio si zittisce d’improvviso, proprio su un acuto di Alice Cooper che fungeva da stimolante sul mio sistema nervoso imbolsito dal traffico. Penso a un’interferenza e rischio di andare a sbattere mentre smanetto con i controlli, ma niente: silenzio. Provo il rimedio finale: il reset. Spengo e riaccendo, ma quella tace. Tolgo persino il frontalino e lo rimetto con un movimento plastico. Ancora silenzio. Sicché è ufficiale: l’autoradio si è rotta.

Mi guardo intorno. Il volante vagamente liso, le tappezzerie consunte da una pattuglia di belve minorenni, e siccome piove, non posso neanche impedirmi di notare che i tergicristalli arrancano sul parabrezza come uno scalatore esausto. Mi sorge il fondato sospetto che la mia automobile sia invecchiata. Strano: non ha nemmeno quindici anni e un motore che è ancora un orologio pure se ha girato per 160 mila chilometri.

Torno a casa e informo la famiglia che l’autoradio si è rotta e quindi bisogna attrezzarsi col canto libero quando si è in auto. Ma poi d’improvviso un qualche meccanismo sociale, che evidentemente ha scavato nella mia consapevolezza silente come un tarlo, mi fa esplodere un pensiero inusitato sotto forma di domanda: ma perché non ti compri una macchina nuova?

Boom. Mi ritrovo esposto a questa seduzione: la macchina nuova. E quando mai? Malgrado sia patentato da più di una generazione non ho mai pensato un pensiero così dissennato. Eppure adesso – sarà colpa della vecchiaia? – mi dico: che male c’è?

Per incoraggiarmi do un’occhiata al conto in banca dove da un paio d’anni giace inutilizzato il povero gruzzolo di risparmi. Prima riuscivo a spuntarci qualcosina – coi Bot o i Btp, sapete – ma adesso questi arnesi rendono nulla, e anzi ci perdi. E siccome non sono abbastanza ricco per giocare al grande investitore, l’ho lasciato lì, a far muffa e a sciogliersi, una goccia alla volta, grazie al caldo abbraccio del fisco e della mia banca. Mi sembrano talmente inutili, questi soldi, che decido di spenderli in una fiammata di follia. Mi sento persino patriottico: il Pil e quelle cose lì.

Inosservati, nella mia psiche agiscono silenziosi e solerti gli espedienti psicologici del QE. In fondo cos’altro vuol fare la banca centrale, mi dico, se non spingerti a spendere i tuoi soldi per rilanciare l’economia? Sempre per il bene comune, ovvio.

Sicché mi decido. Passo la metà della notte a cercare una macchina che sia coerente con il mio conto in banca e grande abbastanza per ospitare la truppa al completo e, miracolo, la trovo. Vado a dormire convinto d’aver assolto al mio dovere di padre e consumatore.

L’indomani di buona mattina chiamo in concessionaria per chiedere un test drive e un preventivo, anche se, dopo aver smanettato abbastanza con il configuratore non mi aspetto grandi sorprese. Mi risponde una gentile signorina alla quale espongo con dovizia di dettagli le mie esigenze e mi informo circa disponibilità e tempi di consegna. Dopo una ventina di minuti arriviamo al punto: il prezzo.

La prima sorpresa è che costa di più di quello che diceva il configuratore, ma vabbé: cosa volete che siano quei mille euri in più? E poi ho un asso nella manica. Aspetto che finisce di spiegarmi i perché e i percome dell’aggravio e poi lo calo spietatamente. “Ma se vi pago in contanti – dico – che sconto mi fate?”

Mi risponde così: “Se paga in contanti il prezzo aumenta. Il prezzo che le ho fatto è scontato solo se lei fa il finanziamento”.

Subisco un lieve corto circuito. Sono cresciuto in un tempo dove il denaro cash aveva un valore e scopro con raccapriccio che non è più così. Oggi a quanto pare risparmi se fai debiti, non se metti da parte e paghi in contanti. I meccanismi misteriosi della finanza contemporanea agiscono a nostra insaputa, evidentemente. Salvo quando ci servono. E allora li capiamo sul serio.

Il corto circuito si manifesta in una risata vagamente maleducata, della quale mi scuso subito. “Ho riso anch’io – mi dice lei cortese – quando me l’hanno detto”.

E poi si affretta a spiegarmi che se non faccio il finanziamento non posso accedere alla polizza triennale incendio e furto, né al prolungamento della garanzia da tre a cinque anni. E che quindi in fondo mi conviene pagare qualcosina di interessi.

Qualcosina? Mentre lei parla torno sul sito del configuratore e simulo un finanziamento – che comunque non può essere inferiore a seimila euro – e scopro che il Taeg, già a un dignitosissimo otto e passa per cento, sfiora il tredici per cento se provo a limitare il prestito a due anni e che il tasso aumenta all’aumentare dell’anticipo. Miracoli della matematica finanziaria.

Alla fine il simulatore mi dice che per prendere seimila euro in prestito per due anni, devo restituirne 7.275. In sostanza devo pagare oltre mille euro in più perché in teoria non mi conviene spendere i soldi che ho. Oppure spenderli comunque e perderci perché aumenta il prezzo, mentre una vita fa mi avrebbero fatto uno sconto. Più che avere soldi, ossia crediti, oggi conviene avere debiti. E poi ci lamentiamo che il debito aumenta.

Provo a tradurre il dilemma. Se tengo i soldi in banca, prendo zero o poco meno, epperò se prendo a prestito la stessa cifra che trattengo in banca, ci pago il tredici per cento. Sia che tenga i soldi in banca, sia che mi indebiti, vengo tosato.

Il venditore di macchine, invece, non perde un euro, visto che la finanziaria gli restituisce lo sconto che fa a me se lui mi vende il finanziamento. Sul mio debito, per il quale paga un tasso x, il finanziatore guadagna lo spread fra questo tasso e quello che fa a me. E deve essere anche alto, se poi riesce pure a dare un po’ di profitto al venditore. A monte la banca che presta i soldi alla finanziaria magari li prende a prestito dalla Bce ai tassi che sappiamo, mettendo il mio debito come collaterale. E ci fa un altro pezzetto di guadagno. Questo meraviglioso mondo che abbiamo costruito ha tanti vincitori. Tranne me che pago il conto. Sia che risparmi, sia che spenda prendendo a debito.

Chiudo la conversazione con l’entusiasmo ormai agli sgoccioli. La sensazione di essere oggetto di un raffinatissimo raggiro mi rapisce come una vertigine. E mi trovo a sfogliare gli annunci di auto usate, come ai vecchi tempi. E il Pil?

I soldi li spenderò lo stesso. Ma lui non lo saprà mai.

La sparizione secolare della classe media


In tempi in cui si discute con seria apprensione di stagnazione secolare, volendo con ciò sottolineare il costante calo di domanda aggregata provocata dagli sfavori demografici, dal progresso tecnico e dalla globalizzazione, diventa interessante tornare a sottolineare l’unico processo, questo sì davvero secolare, che sta lentamente mutando la fisionomia delle nostre economie cosiddette avanzate: la sparizione del ceto medio.

Mentre la stagnazione secolare sembra uno di quegli eventi che una volta si chiamavano atti di Dio, a voler significare che si tratta di cose al di fuori del nostro controllo, la sparizione della classe media somiglia più a una conseguenza diretta del mondo che abbiamo creato. Quindi delle nostre consuetudini e del contesto istituzionale nel quale le società occidentali si sono trovate ad operare negli ultimi quarant’anni. Questione nota, peraltro, e anche assai discussa. Sicché questo post non avrebbe ragione di esser scritto se non fosse che il Fmi, nel suo ultimo staff report dedicato agli Usa, ci regala uno spaccato istruttivo di questo fenomeno, e segnatamente analizzando la sparizione secolare del ceto medio americano, ossia dell’avanguardia di tutti i ceti medi d’Occidente, in particolare quelli europei. Nessun paese meglio degli Usa, almeno dal secondo dopoguerra in poi, mostra una parabola più esemplare di come si sia sviluppata questa fascia sociale e di come ormai si in via d’estinzione, a vantaggio dei più poveri, che sono diventati assai di più, e dei più ricchi, che sono diventati sempre meno.

Non pensiate che questa ricognizione nasconda chissà quali sentimenti d’invidia o peggio. Ho ben chiaro a cosa sia funzionale il totem della disuguaglianza. Esibisce invece l’occhio stupito dell’osservatore, classe media anch’egli, che perciò sente di somigliare a certe specie preziose che gli zoologi sociali di domani racconteranno aver dominato le nostre società per un trentennio e poi essersi estinto, per il peso stesso della sua complessione. Come una specie di dinosauro che ha esaurito le risorse naturali. Il caso americano, perciò, valga come mappa di un futuro probabile, non semplicemente possibile.

Poiché la storia è nota e ampiamente discussa, non vale spenderci tante parole. Bastano un paio di grafici. Il primo che misura l’evoluzione della ricchezza mediana delle famiglie, ove si osserva una crescita notevole, ma solo negli scaglioni più alti, il 90 e il 95esimo percentile. L’altro, ancora più eloquente, fotografa quella che il Fmi chiama polarizzazione della ricchezza. In pratica i ricchi hanno più ricchezza di prima. Per darvi un’idea della portata di questo fenomeno, basti un dato: la ricchezza netta del gruppo di famiglie che guadagna meno dei due terzi della ricchezza mediana è diminuita del 20% rispetto al 1983. Per converso, nel frattempo è raddoppiata la ricchezza netta di quelli che detengono il doppio della ricchezza mediana. C’è poco altro da aggiungere: la sparizione del ceto medio è l’unica tendenza secolare, insieme a quella demografica, che abbia dignità di fenomeno sociale.

E’ interessante tuttavia, prima di concludere, citare una glossa del Fmi relativamente alle conseguenze di tale situazione. “Lo staff stima che questa crescente polarizzazione abbia condotto a un consumo aggregato più basso negli ultimi 15 anni. Studi empirici mostrano che in consumi di quelli che sono scivolati nella fascia di reddito non sono aumentati e lo staff stima che tali minor consumi abbiano abbassato il consumo aggregato di circa il 3,5%, equivalente a un anno di consumo, sin dal 1998.

Tutto si tiene, sembra di capire. La sparizione secolare del ceto medio impatta sul calo della domanda aggregata, uno dei presupposti della stagnazione secolare. E così analizzando l’una si dà fondamento all’altra. Probabilmente la realtà è assai più complessa. Ma non ditelo al Fmi.