Cronicario: 198 miliardi di euro fa


Proverbio del 23 ottobre Fortuna e sfortuna abitano nello stesso cortile

Numero del giorno: 133,1 Debito pubblico Italia in % del pil al secondo trimestre 2018

C’era una volta un’Italia che aveva 198 miliardi di euro in più, secondo quanto fa sapere la Fondazione David Hume che ha deciso di intristirsi (ci) andando a stimare quanto ci sia costato in termini di capitalizzazione di borsa e valore dei titoli di stato l’arrivo sulla scena del governo verdolino. Uno dei più illustri componenti del quale, poco dopo, ha commentato così.

Questa montagna di denaro ci è scivolata dalle spalle da quando, nel marzo scorso, abbiamo trasformato a mezzo elezioni questo paese in una versione in stile talk show dell’Italia contro tutti, per giunta sbranandoci pure all’interno, con la conseguenza che le persone più…prudenti, diciamo, sono fuggite a gambe levate dai nostri asset giudicati d’improvviso vagamente pericolosi. Ma comunque i mercati ci vogliono bene.

Ora non sto a farvela lunga. Se vi va di intristirvi, i conti della Fondazione potete pure leggerveli da soli. Va detto però che nelle perdite non sono computati né le svalutazioni contabili subite dal portafoglio di Btp delle Banca d’Italia (nel caso lo voleste sapere le trovate qua)

né i rincari prossimi venturi che il caro spread ha già provocato nelle nuove emissioni di titoli. Non lo dico certo per spaventarvi: non ho un bidone di cambiali al posto del cuore (semicit.). Anche perché a furia di veder comparire in tivvù certi scappati dal bar di guerre stellari, cresciuti alla scuola di meravigliosi blog ma spacciati per illustri economisti, mi sono convinto che il debito non è certo un problema italiano, ma semmai degli europei che dovranno farsi piacere il nostro, credendo persino a un governo che promette di modulare il deficit in senso prociclico quando, notoriamente, dovrebbe funzionare al contrario.

Ma non è neanche di questo che volevo parlarvi oggi. Leggere la ricostruzione della Fondazione a me ha fatto tornare in mente l’Italia di 198 miliardi di euro fa, che non vuol dire soltanto che eravamo più ricchi. Eravamo un filo meno litigiosi, mentre oggi si respira un clima di guerra civile strisciante, un filo più tolleranti, mentre oggi alziamo parecchio la voce, un filo più ragionevoli, e infatti i mercati non avevano paura di noi. Ieri chiedevamo credito col sorriso e lo compravamo a 130 punti base di spread, oggi mostrando i denti (peraltro spuntati) e lo paghiamo più del doppio.

In compenso c’è assai più satira – che ormai dilaga per ogni dove travestita da dichiarazioni serie – al punto che persino il vostro Cronicario non riesce più a starci dietro. Finirà pensionato anche lui. Quota 100 (lettori) l’ha raggiunta da un pezzo.

A domani.

 

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Alla ricerca del Btp perduto


Scrutare il passato, specie se recente, può essere un modo istruttivo per farsi un’idea del futuro prossimo, come sa chi di mestiere si occupa di fare previsioni. In tal senso risulta molto utile scorrere i conti finanziari che Bankitalia rilascia con cadenza trimestrale per osservare come la tempesta sullo spread iniziata dal mese di maggio, nei giorni dell’insediamento del nuovo governo, abbia influito sui comportamenti degli operatori economici. Possiamo farcene un’idea osservando le consistenze e i flussi di Btp, nel confronto fra il primo e il secondo trimestre. Come avvertenza è bene ricordare che le consistenze, ossia gli stock, sono valutate a prezzi di mercato, mentre i flussi, che sono il saldo fra gli acquisti e le vendite di asset nel periodo considerato, sono conteggiate a prezzi di acquisto. In sostanza i flussi aiutano ad avere un’idea di quanto denaro fresco sia arrivato su un particolare titolo, anche se non forniscono informazioni dettagliate sull’entità precisa degli acquisti e delle vendite. Sono comunque un buon indicatore. Per semplificare, concentriamo l’attenzione sugli asset rappresentati dai titoli emessi dalle amministrazioni centrali a medio-lungo termine. In sostanza, i Btp.

Il primo settore che vale la pena osservare è l’estero. La tabella ci consente di osservare le consistenze di titoli a medio lungo termine emessi dal Tesoro in mano agli investitori esteri.

In pratica, fra il primo trimestre e il secondo del 2018, le consistenze di questi titoli sono diminuite di ben 64 miliardi, passando da 668 a 604. Questo dimagrimento è stato provocato dai robusti deflussi che nel corso del mese hanno superato i 30 miliardi  (31,7 per la precisione) che hanno finito con l’erodere anche il valore di mercato delle consistenze finali.

E’ interessante notare che tali deflussi non hanno interessato solo i titoli pubblici, ma anche quelli emessi da altre istituzioni finanziarie, ad esempio le obbligazioni bancarie. Il totale ha superato i 50 miliardi.

Andiamo adesso a vedere cosa è successo nei settori all’interno del paese, cominciando dalla nostra Banca centrale che, com’è noto, cumula titoli di stato italiani, in ossequio alle norme del QE ormai da anni. Ecco le consistenze.

ed ecco i flussi.

Quindi Bankitalia si è trovata, a fine secondo trimestre 2018, con consistenze a 379 miliardi, pari a 14 miliardi in meno rispetto al trimestre precedente, e malgrado gli oltre 9 miliardi di afflussi netti arrivati nel corso del mese. In sostanza, se lo spread fosse rimasto fermo nel corso del trimestre Bankitalia avrebbe dovuto avere poco più di 400 miliardi di consistenze, visto che la banca centrale continua a comprare titoli pubblici, invece dei 379 registrati. Alle banche commerciali è accaduto qualcosa di simile.

Lo stock di titoli pubblici a medio-lungo, infatti, è cresciuto in valore di circa 24 miliardi (da 272 ai 296 del secondo trimestre), ma a fronte di afflussi netti per oltre 34 miliardi. Notate che nel 2017 le banche avevano registrato deflussi netti di titoli pubblici. Quindi stavano normalizzando la loro esposizione ai bond sovrani, mentre tale tendenza si è invertita col nuovo anno.

Diversamente hanno fatto invece le assicurazioni, anch’esse grandi acquirenti di titoli pubblici. Le consistenze a metà 2018 ammontavano a 288 miliardi, 14 miliardi in meno rispetto ai 302 del primo trimestre, che coincide di fatto con la minusvalenza teorica sofferta soprattutto a causa dello spread.

Ciò anche in quanto le assicurazioni sono state venditrici nette di titoli pubblici nel corso del trimestre (-1,3 mld), probabilmente in ragione di un diversa regolazione che impone loro una gestione maggiormente prudenziale del rischio. Tanto è vero che gli acquisti di titoli a lungo emessi dal resto del mondo sono aumentati.

Concludiamo questa breve ricognizione guardando il comportamento delle famiglie, che hanno visto crescere la loro quota di titoli a medio-lungo emessi da amministrazioni centrali da 111 a 113 miliardi.

Quindi un valore di mercato di un paio di miliardi in più a fronte però di afflussi per oltre 10 miliardi.

In sostanza le famiglie hanno replicato, chissà quanto consapevolmente, il comportamento delle banche e anche per loro all’aumento degli afflussi non ha corrisposto un aumento equivalente delle consistenze. Hanno subito insomma l’effetto spread.

Questi pochi dati ci consentono di dire alcune cose. La prima. l’estero ha venduto massicciamente l’Italia, e non solo i titoli pubblici, nel secondo trimestre. I circa 30 miliardi di titoli pubblici defluiti dall’estero sono stati compensati dalla nostra banca centrale e da quelle commerciali oltre che dalle famiglie che insieme hanno generato afflussi per circa 53 miliardi, 34 dei quali solo le banche. E’ opportuno ricordare che dal 2019 Bankitalia non comprerà più titoli pubblici e quindi verrà a mancare uno dei maggiori acquirenti del nostro debito. Seconda cosa: l’aumento dello spread ha allontanato i capitali esteri e spinto quelli interni a una supplenza costosa in termine di valore delle consistenze. Sommando i dati di Bankitalia, banche e famiglie, gli afflussi sui titoli pubblici nel secondo trimestre hanno totalizzato circa 53 miliardi, ma le consistenze complessive a fine trimestre sono aumentate solo di 12 miliardi. Il valore di mercato degli stock di tre soggetti considerati, infatti, è passato dai 776 miliardi del primo trimestre ai 788 del secondo. La differenza fra gli afflussi netti e l’aumento di valore delle consistenze – parliamo di circa 40 miliardi – si potrebbe utilizzare come indicatore per stimare la minusvalenza subita da questi settori a causa dello spread. Si tratta di una perdita teorica, ovviamente, visto che corrisponde semplicemente al valore di mercato degli stock al momento della rilevazione. Ma comunque ha il suo peso. Sui requisiti di capitalizzazione delle banche, ad esempio, e quindi sulla loro capacità (e volontà) di far credito. E sulla fiducia.

 

 

 

 

 

Cronicario: Mezzogiorno di cuoco per il ministro della Fantasia


Proverbio del 22 ottobre Non vi è albero che il vento non raggiunga

Numero del giorno: 1 Deficit % sul Pil nell’Eurozona nel 2017

La Lettera è partita puntuale, fanno sapere i gazzettieri del cambiamento, e poco dopo mezzogiorno – l’ora fatale – era già arrivata lassù, nel paese di EZ. E fin qui nessuno stupore. Come ai treni a suo tempo, anche le lettere viaggiano puntuali nell’Italia SovranEsta del 2018, che sicuramente ha una PEC sovradotata. Ma fosse solo questo: con l’ardita lettera agli arcigni eurobruttocrati il governo del cambiamento assevera l’autentica funzione del nostro ministro dell’Economia, che rima e non a caso con Mammamia, che da oggi assurge al ruolo più ambito nel paese che ha ancora nostalgia del ’68: il ministro della Fantasia, che ormai intitola il dicastero di via XX settembre.

Dimostrando un raffinato talento da chef, il nostro ministro alla Fantasia, finalmente al potere, affronta il suo mezzogiorno di fuoco come fosse la prova del cuoco. Promette di abbassare il deficit, come fosse un fornello, qualora la temperatura risultasse troppo elevata, nel caso – hai visto mai – il Pil dovesse salire abbastanza, o anche se dovesse salire meno di quanto previsto perché in quel caso potrebbe avere la tendenza a salire troppo…

Non pago, il nostro chef della Fantasia assicura che ci sarà “un calo significativo del rapporto debito pil nel prossimo triennio” perché il fornello del deficit, opportunamente alimentato dal governo onnipotente e dalla sua scienza, scalderà una quantità ragionevole di investimenti pubblici che moltiplicheranno pani e pesci al modico costo di qualche decimale di pil.

E quanto saranno mai questi investimenti? Il lievito dispensato dal nostro chef nell’impasto dell’economia italiana vale 0,2 decimi di pil nel 2019 e altri 0,3 decimali di punto dal 2020 al 2021 incluso. Il tutto condito da una centralizzazione della progettazione delle opere pubbliche che, unita alla semplificazione degli appalti, popolerà in un triennio l’Italia di opere pubbliche fondamentali che faranno montare la crescita come la panna addolcendo finalmente la vita agra dell’italiano medio, nel nome del quale il governo del cambiamento sta cucinando la pietanza.

A Bruxelles stiano sereni. Il nostro Chef vigilerà in cucina. Un occhio alla centrale della progettazione, un altro al deficit, e un altro (il terzo occhio è dovuto, al ministro alla Fantasia) ai rendimenti del Btp per la semplice ragione che purtroppamente “lo scenario programmatico del DPB assume tassi di rendimento sui titoli di stato inferiori a quelli riscontrati sul mercato negli ultimi giorni ma coerenti con i livelli registrati all’atto della chiusura delle stime”.

Vuol dire che se i tassi salgono più di quanto previsto la pietanza del cambiamento si brucia e si ammoscia il soufflé. Il deficit servirà a pagare gli interessi in crescita sul debito e buonanotte ai dolcetti di Natale. Lo Chef della Fantasia dovrà tornare a fare il ministro dell’Economia, scienza assai imperfetta e notevolmente provvisoria, con la tendenza a provocare inedia in nome del principio fondante della scarsità che rima, e non a caso, con realtà. E soprattutto dovrà presentare il conto ai futuri pagatori.

A domani.

La guerra commerciale fra Usa e Cina nasconde quella per il primato Hi tech


Questo articolo è stato pubblicato nell’inserto economico del Foglio il 17 ottobre.

Se l’economia è la guerra combattuta con altri mezzi, come si potrebbe dire parafrasando Von Clausewitz, allora la guerra commerciale è la migliore rappresentazione economica della rivalità politica. Nessuno metterebbe dazi, che ognuno sa essere recessivi, senza una sostanziosa ragion politica, come sembra suggerire anche il caso della guerra commerciale scatenata dagli Usa contro la Cina. Viene motivata dall’ampio deficit commerciale statunitense, ma forse ci sono ragioni più profonde che spiegano perché l’America sia disposta a pagare il prezzo di questa politica

Che ci sarà un prezzo da pagare a causa dei dazi, per la corporation Usa, pochi ne dubitano. Le varie osservazioni condotte sul tema si dividono semmai su chi pagherà il prezzo più alto, se i cinesi o gli americani, o magari gli europei, ma non sulla circostanza che ci sarà. La struttura produttiva degli Usa fa ampio uso di beni intermedi importati, anche se meno di quella cinese, tedesca o italiana, e ciò significa che i dazi e i controdazi rischiano alla fine di peggiore gli squilibri commerciali anziché ridurli. Tutte le simulazioni, inoltre, convergono su un punto: la guerra commerciale fa male alla crescita globale. E questo vale anche gli Usa. Arrivano a queste conclusioni la Bce, che tratta l’effetto dei dazi su Usa e Cina nel suo ultimo bollettino economico, e il Fmi nel suo ultimo World economic outlook. Trump, infine, dovrebbe dubitare della bontà della sua strategia osservando gli ultimi dati della bilancia commerciale Usa, che non migliora. Il surplus bilaterale della Cina nei confronti degli Usa, a settembre scorso, ha superato i 34 miliardi nonostante i dazi. Mesi di rappresaglie, da questo punto di vista sono serviti a poco.

La litigiosità statunitense, al contrario, ha fatto emergere la tensione latente fra Usa e Cina su un altro versante politicamente assai sensibile: quello della competizione tecnologica. La Cina, dove per anni le industrie hi tech statunitensi hanno delocalizzato le loro produzioni e quindi molto ha appreso, improvvisamente viene percepita dagli Usa come un competitore se non addirittura come una minaccia. Ne sono testimonianza le numerose cronache che riportano delle polemiche fra Usa e Cina su temi che spaziano dalla produzione di microprocessori alle accuse di cyber terrorismo. Persino la vendita di smartphone cinesi in territorio americano è divenuta pretesto per lanciare allarmi sulla sicurezza nazionale, mentre il furto della proprietà intellettuale, che molto ha a che fare con la tecnologia, è stato un dei leit motiv della guerra commerciale.

Forse, a ben vedere, i timori Usa hanno qualche ragione. Pechino investe da anni sullo sviluppo tecnologico. L’inizio ufficiale di questa avventura potrebbe datarsi nel 2015, quando la Cina presentò la sua Digital silk road e poi la strategia Made in China 2025, con la quale annunciava di voler diventare entro un decennio un player di livello in dieci settori strategici, il primo dei quali era proprio l’Ict. Quindi industria dei semiconduttori, ma anche tecnologie per lo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino ai cavi sottomarini. Il MIC 2025 e la Digital silk road, sono di fatto strumenti strategici della politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo.

L’attivismo cinese su questo fronte è silente, ma notevole. L’Action Plan per la Digital silk road prevede la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile, nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non si può collegare in rete milioni di persone. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per fare entrare nell’economia globale gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” user. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini praticamente dappertutto, dal Pacifico all’Atlantico. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse, aveva proposto di costruire un cavo internet per collegare le Solomon Island alla rete globale. E’ cinese anche il progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. Sono cinesi i capitali che stanno posando un cavo fra il Camerun e il Brasile, dove di recente è stato “acceso” un altro cavo che lo collega con l’Angola, paese africano fortemente indebitato con Pechino. Questi esempi sono solo la punta dell’iceberg digitale made in China che sta nascendo sotto i nostri occhi. Qualche altro esempio servirà a mettere meglio a fuoco. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese. La Cina guarda con grande interesse anche all’Asia centrale dove collabora col consorzio che ha la responsabilità sul cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente il gigante cinese Alibaba si è accordato con i russi  di Mail.ru e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia. Pechino è in prima fila anche nella ricerca sul protocollo 5G, e non trascura le tecnologie altrettanto strategiche come il cloud computing e la rete satellitare. Nel 2017 i cinesi hanno annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso Pechino ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system), sempre nei territori Bri. Raccontano che il Pakistan abbia già iniziato già ad usarlo e che siano in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha evidente ricadute economiche e politiche. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, e quindi “vendere” sistemi di pagamento, solitamente agganciati all’e-commerce, e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia). E non solo in Asia. In Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato entro la fine di quest’anno. Alibaba e Huawei hanno pure fatto sapere di voler sviluppare smart cities in Kenya e Malesia. La guerra commerciale contro i cinesi assume un senso più comprensibile, se letta attraverso la lente di queste cronache. Vale la pena fare far frenare gli scambi internazionali per frenare l’ascesa tecnologica della Cina? Von Clausewitz avrebbe pochi dubbi.

Cronicario: VendItalia e torna la paura


Proverbio del 19 ottobre Anche profumato all’acqua di rose, l’aglio conserva il suo odore

Numero del giorno: 70 Differenza fra il rendimento del decennale greco e quello italiano

Ogni maledetto venerdì, fateci caso, appena uno inizia a fiutare lo sbraco imminente, succede qualcosa che ti fa andare lo sfizio di traverso. Per dire: passi l’Europa che ti boccia, la manina che cambia i decreti fiscali, i tunnel del Brennero – tutto quello che volete – ma il differenziale sul Bund decennale che di venerdì supera i 340 puzza proprio di complotto degli spreadator contro il sacro fancazzismo degli italien.

E infatti è già partita la manfrina. La borsa continua a perdere – sta sui 19mila punti quando erano 24mila a maggio – i Btp s’inabissano con grande gioia delle banche e delle famiglie italiane che ne hanno in pancia un 700 miliardi abbondanti e soprattutto riparte la graticola politica, che peraltro in questi ultimi giorni ha preso a sfrigolare pericolosamente. E fosse solo questo. Il VendItalia, nuovo sport internazionale a quanto pare seguitissimo, fa riemergere dal profondo le nostre più profonde paure.

Per dire viene fuori che ad agosto l’estero ha venduto un bel pacco di miliardi di Btp (17,4 miliardi e rotti), contribuendo non poco all’innalzamento del maledetto spread. Tant’è che a una cert’ora arriva il presidente delle banche associate che fa risuonare alto e drammatico l’urlo di dolore di un’intera categoria. “Non si può rimanere indifferenti di fronte alla ulteriore crescita dello spread, che peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese, e non ci si deve abituare a ciò che spingerebbe l’Italia indietro rispetto alla ripresa”.

Che detto da quelli che si sono rimpinzati di Btp fino a scoppiare suona come la canoniche lacrime di coccodrillo.

D’altronde qualcuno dovrà pure comprarli, ‘sti benedetti Btp, direte voi. E meglio allora comprarceli da soli e sottrarci così all’odiosa tirannia del capitale internazionale, al quale peraltro abbiamo tirato una bella fregatura con l’aumento dello spread.

Giustissimo, applausi. Vi dirò di più: non solo ci sottraiamo dall’odiosa tirannia. Avere i Btp tutti a casa rende facilissimo fare un’altra cosa: cancellarli. Tanto il debito pubblico è ricchezza privata no?

Uno a uno e palla al centro (tavola). Buon week end.

A lunedì.

Cartolina: Il bene intermedio


Poiché la virtù sta nel mezzo, come insegnano i filosofi, dovremmo riconoscere la virtù del bene intermedio che così tanto beneficio ha portato e porta all’economia internazionale. La sua natura, incompleta ma non imperfetta, lo conduce amorevolmente verso altri beni, coi quali si congiunge generando il bene finito che grazie alla magia della produzione vale assai più dei beni intermedi che lo compongono. Questo miracolo dell’economia ha originato nel tempo quelle che oggi gli economisti chiamano catene globali del valore. Ma soprattutto ha permesso a molte economie di imparare a fare quello che altri non volevano fare e così creare lavoro e ricchezza. Tutte cose che oggi sembrano essere fuori moda. La politica dei dazi, che premia il prodotto indigeno, sembra chiudere le porte al povero bene intermedio quando sia frutto di importazione, con gran nocumento per le economie, come la nostra ma anche quella Usa, che sui beni intermedi d’importazione hanno costruito la loro fortuna. Il mondo sceglie di essere meno virtuoso e ricco, a quanto pare. E lo fa, paradossalmente, perché sente di non esserlo abbastanza.

Cronicario: La Bella Manovra finisce a Chi l’ha visto


Proverbio del 18 ottobre Piove sempre più forte sulle case pericolanti

Numero del giorno: 114.925 Domande per sussidio disoccupazione arrivate all’Inps ad agosto

La manovra è bella. Punto. Ci credo sulla parola, perché il parolaio è nientepopòdimenoche il nostro primo ministro/ cittadino, avvocato del popolo che ce l’ha notoriamente lungo, il curriculum. Costui si trova all’estero a farci fare bella figura coi suoi modi forbiti e il suo inglese perfetto mentre quei pazzerelloni del governo – so’ ragazzi, capiteli – fanno baldoria coi decreti fiscali facendosi gli scherzetti. Appena ti distrai zac, arriva il condono Iva. Sbadigli e tié condoni pure una qualche provvista illegale con la scusa della pace fiscale.

E così il nostro primo difensore, dall’estero dove si trova, ha detto parole rassicuranti a tutti noi, spaventati dalla minaccia del ministro uno e bino di portare il la pace fiscale divenuta di nascosto condono in procura per far la perizia calligrafica alla manina che ha aggiunto a penna quello che prima non c’era e che lui poverino neanche poteva immaginare.

E che ha detto il premier che conta? “Abbiamo approvato il testo del decreto fiscale in Cdm e quello deve essere. Visionerò articolo per articolo”. Nessun problema per il governo verdolino, ci mancherebbe, anche perché, aldilà delle manine misteriose sui decreti e checché ne diranno gli eurocriticoni “più passa il tempo e più mi convinco che la manovra è bella”. E questo è il punto fondamentale. Aveva ragione quel tale che diceva che la bellezza salverà il mondo. Tanto che “la Merkel è stata molto attenta durante l’illustrazione della manovra italiana e impressionata dalle riforme strutturali” in cantiere.

La qualcosa sarà talmente vera che lo spread stamattina ha svettato verso i 312 punti, perché com’è noto i mercati amano la Merkel. Ma non stiamo a sottilizzare. La vera notizia che finalmente dissipa la nube di sospetti che si addensava sul governo del cambiamento l’ha comunicata poco dopo un sottosegretario all’economia. Gli chiedono chi conoscesse il testo del decreto fiscale e lui risponde: “Lo sapevano tutti”. Poi precisano la domanda e chiedono se anche il ministro uno e bino che è andato in procura praticamente ad autodenunciarsi sapesse. E lui risponde : “Non lo so”. E poi aggiunge che “non è stata mai vista né condivisa” la norma che qualcuno temeva potesse far salire il costo della rc auto al nord. Col che risulta chiaro che le norme della Bella Manovra, che escono, vengono ritrattate e poi scompaiono a colpi di tweet, hanno un futuro da star. Almeno a Chi l’ha visto.

A domani.

 

 

Il declino demografico che minaccia la Cina


Quando si pensa alla Cina e alle sue notevoli promesse economiche e politiche, secondo le quali entro la metà del secolo il paese sarà una potenza globale, è saggio ricordare che anche la Cina, come il nostro Occidente, cova al suo interno i semi avvelenati di un incipiente declino demografico che viene ben rappresentato da questo grafico diffuso dal Fmi.

In sostanza secondo le previsioni da qui a un quindicennio la Cina avrà circa 200 milioni di persone in meno in età da lavoro, concretizzando perciò, persino assai più delle economie avanzate, una tendenza che deriva sostanzialmente dalla scarsa natalità. Avere meno persone in età da lavoro significa non solo meno produzione, a meno che il progresso tecnico non supplisca in qualche modo, ma anche molte persone in più sulle spalle di quelli che lavorano. Quindi un aumento di quello che i tecnici chiamano dependecy rate. In Cina questo tasso ha raggiunto il 14,9% nel 2017 a fronte del 12% di cinque anni prima.

Insomma i sogni di gloria dei cinesi, rischiano di sbriciolarsi di fronte a una realtà demografica assai complicata determinata dai bassi tassi di natalità, ossia da numero di figli medio per donna. Quest’ultimo, arrivato in Cina all’1,24, è persino più basso del nostro e di quello giapponese, che sono fra i fanalini di coda delle economie avanzate. Conseguenza certamente della politica del figlio unico seguita da Pechino sin dal 1980 e che soltanto nel 2016 è stata sostituita da una politica più permissiva. Ma anche del mutato stile di vita prodotto dal rapido arricchimento economico. Nell’ultimo ventennio il processo di urbanizzazione si è concentrato nelle grandi città, per lo più costiere, replicando in versione cinese quel dilemma fra produzione e riproduzione che noi occidentali conosciamo bene.

Il problema è che i cambiamenti demografici richiedono tempi molto lunghi per essere assimilati ed è molto difficile invertire trend consolidati, una volta che siano stati intrapresi. Problema che noi italiani conosciamo benissimo, essendo in decrescita demografica, al netto degli immigrati, ormai da anni. L’invecchiamento della popolazione inoltre porta con sé notevoli problemi fiscali, generati dal settore previdenziale e da quello sanitario, visto che aumentano i costi di assistenza per gli anziani.

Sarà molto difficile, perciò, che la Cina, nell’arco di tempo di previsione, riesca a invertire un trend così robusto. Forse nel 2050, come ha detto il Presidente Xi, la Cina sarà una potenza globale. Ma sarà anche molto vecchia. Non sarà la sola, ovviamente.

 

Cronicario: Gli italiani sono Uenfelici ma Eurontusiasti


Proverbio del 17 ottobre Il cibo migliore è quello che riempie la pancia

Numero del giorno: 197.332 Persone che si sono rivolte alla Caritas nel 2017 (il 42,2% italiani)

C’è grande confusione sotto il cielo, quindi va tutto bene, diceva quel volpone di Mao. Ma noi esageriamo. Non solo mandiamo a Bruxelles la Manovra del Popolo, che farà incazzare gli altri popoli non italiani (e una parte cospicua del nostro), ma viene fuori uno spettacolare sondaggio di Eurobarometro secondo il quale – e cito testualmente una nota agenzia – “il 65% degli italiani è favorevole all’euro, ma siamo i meno entusiasti dell’Ue”, e poi che “Il 44% degli italiani vorrebbe restare nella Ue contro il 66% degli europei”.

Nel senso che la maggioranza è eurontusiasta e la maggioranza è pure Uenfelice. Quindi vorremmo l’euro ma non l’Ue.

Non so a voi, ma a me leggendo queste poche righe mi è tornato in mente quel brexiteer di cui si parlava all’indomani del referendum (chissà se esisteva davvero poi) che si chiedeva se dopo la Brexit l’UK avrebbe perso il contributi Ue.

Ora siccome non credo a quello che scrivono i giornali, notoriamente cazzari, vado a vedere il rapporto con i miei occhi. E trovo questo.

e poi quest’altro.

Allora è vero. Il 65% degli italiani è a favore dell’euro, a fronte di una media Ue28 del 61 e il 42% dice che l’Ue è un male. I cazzari una volta tanto sono i giornalisti. Siamo noi.

A domani

 

Alle radici del deficit commerciale Usa


Il commercio dunque, ossia la perfetta pietra dello scandalo che motiva l’amministrazione Usa alla guerra economica con mezzo mondo. Trump, ormai arrivato a metà mandato, ha usato l’argomento del commercio per muovere l’armata Usa verso i suoi partner eccedentari, principalmente la Cina, e già questo dovrebbe servirci a valutarlo come un evento storico. Il deficit commerciale Usa, infatti, non è un incidente della storia, ma è la storia stessa dello sviluppo dell’Occidente nel secondo dopoguerra, cresciuto col tacito patto fra il Grande Importatore – gli Usa, alimentato dagli attivi dei suoi investimenti esteri – e i Grandi Esportatori, Europa e Giappone prima e adesso anche la Cina, che “rimandano” i propri attivi commerciali in  Usa sotto forma di prestiti, nutrendo le disponibilità statunitensi e la loro cospicua capacità di consumo. Dicendo ai partner che devono equilibrare il commercio con gli Usa, perciò, Trump non sta dicendo solo di volere un commercio equo, ma anche che quel modello di sviluppo è finito. America first, insomma, significa pure America che vive del suo, e gli altri si arrangino.

Queste osservazioni si ricavano da alcuni dati diffusi dalla Fed che ci consentono di allungare lo sguardo e quindi “vedere” la storia pure se nella rappresentazione rarefatta tipica della contabilità. Cominciamo dal deficit commerciale. Trump in sostanza ha scoperto un buco che si allarga da più di quarant’anni.

Notate che il picco attivi commerciali statunitensi si raggiunge nel 1947 per praticamente azzerarsi nell’arco di un triennio. Sono gli anni del piano Marshall e della ricostruzione dell’Europa e del Giappone, durante i quali l’America accetta di sacrificare la sua supremazia commerciale per fornire ossigeno ai partner politici del blocco occidentale che devono ricostruire i loro sistemi monetari e industriali. Ciò non poteva che passare dallo sviluppo del commercio internazionale e perciò dalla disponibilità Usa ad aprire le frontiere alle merci europee e giapponesi. I vent’anni successivi sono la storia di questo virtuoso patto politico che consente uno sviluppo economico senza precedenti nella storia. Sono i meravigliosi anni ’50 che preparano il dissesto potenziale dei Sessanta che diventa sostanziale nei Settanta. Il gioco sfugge di mano. I deficit persistenti generano squilibri nei pagamenti che minacciano la stabilità del dollaro, che denomina gli attivi commerciali europei e giapponesi e i prestiti che questi paesi fanno agli Usa. La fine del sistema di Bretton Woods e gli shock petroliferi fanno il resto. Ma il commercio, e quindi il meccanismo che lo ha alimentato, era troppo importante per non continuare.

Lungo tutti gli anni ’80 il Giappone era il principale partner eccedentario degli Usa, un po’ come la Cina oggi e tale situazione si corregge solo nel corso dei decenni e al prezzo della grave crisi conosciuta dal Giappone anche in conseguenza degli accordi del Plaza del 1985 che portarono a una svalutazione coordinata del dollaro principalmente nei confronti dello yen. Notate che la posizione eccedentaria della Germania, uno dei bersagli preferiti di Trump, è sostanzialmente stabile nei decenni considerati mentre quella nei confronti del Messico ha conosciuto un peggioramento dopo l’applicazione degli accordi Nafta, di recente rivisti. Il deficit nei confronti della Cina, infine, inizia ad allargarsi negli anni ’80 e raddoppia dal 2001 in poi, ma era già al livello giapponese alla fine degli anni ’90. La Cina, insomma, era entrata nell’orbita del commercio Usa assai prima del suo ingresso nel Wto.

Questo schema non avrebbe mai potuto funzionare se gli Usa non avessero sapientemente messo buone basi patrimoniali al’estero. L’internazionalizzazione del capitale Usa è stato il rovescio della medaglia del deficit commerciale. E in tal senso le nuove normative fiscali approvate dall’amministrazione Trump, che fra le altre cose “richiamano” in patria molti capitali esteri, sono il completamente logico della politica daziaria scatenata contro i partner. Sempre perché l’America oggi vuole vivere del suo.

La posizione netta degli investimenti esteri Usa, attiva fino ai tardi anni ’80, diventa negativa e approfondisce il suo deficit nel corso dei decenni successivi. Ma ciò non ha impedito ai ricavi derivanti dagli investimenti esteri di generare degli attivi che a fine 2017 erano superiori all’1,3% del Pil Usa. Una bella riserva di ricchezza, per lo più derivata dagli investimenti diretti ma anche frutto dell’esorbitante privilegio, come si diceva una volta, che per gli Usa rappresenta detenere la principale valuta di riserva. Questa ricchezza, finisce con l’alimentare la domanda di beni e servizi esteri e così il cerchio si chiude.

Tutto ciò serve a capire quanto sia profonda la lacerazione che le politiche di Trump rischiano di provocare al tessuto dell’economia internazionale. I dazi, a ben vedere, sono solo la punta dell’iceberg.