Il boom dei pagamenti cashless è un ottimo motivo per promuovere l’euro digitale

Nel suo rapporto annuale per il 2025 la Bce dedica un rapido aggiornamento allo stato di avanzamento dei lavori per l’emissione dell’euro digitale che, se la tabella di marcia verrà seguita da tutti i protagonisti, potrebbe vedere la luce nel 2029, segnando di fatto una rivoluzione nel nostro sistema dei pagamenti.

Si tratta di un tema di grande rilevanza, non solo economica, ma anche politica, come sa bene chi segue questo blog, dove ne abbiamo parlato a lungo. Non solo perché l’euro digitale consentirà ai cittadini europei di poter fare pagamenti smaterializzati senza dover disporre di un conto bancario. Ma perché segnerà una decisiva evoluzione nei pagamenti transfrontalieri e ci emanciperà dalla necessità, almeno per i piccoli importi, di usare il circuito delle carte di pagamento elettroniche.

Per capire l’importanza di questo passaggio, vale la pena sfogliare un paper recente diffuso dalla Bis, dedicato proprio alla questione dei pagamenti cashless che sono in crescita in tutto il mondo, avanzato e non, e convivono felicemente con un uso ancora robusto del contante. Il fatto che l’euro digitale sia, di fatto, denaro contante e non denaro elettronico, e sia smaterializzato, fa di questo strumento una autentica variabile capace di cambiare le regole del gioco dei pagamenti. Per questo tutti noi faremmo bene a mantenere occhi e orecchie bene aperti e seguire con attenzione questi sviluppi, ai quali purtroppo la nostra informazione dedica assai poca attenzione.

Il paper della Bis ci dice che la digitalizzazione avanza rapidamente, ma il contante non scompare; i pagamenti diventano più frequenti ma di valore medio più basso; le differenze tra economie avanzate ed emergenti non si riducono, ma si ristrutturano lungo nuove linee di frattura.

Il primo elemento da chiarire è che la crescita dei pagamenti cashless non è un fenomeno uniforme, ma segue traiettorie profondamente diverse a seconda del livello di sviluppo economico. Nei paesi emergenti, l’aumento è stato estremamente rapido, con una crescita del 21% dei pagamenti pro capite che porta il totale a 242 operazioni annue. Nelle economie avanzate, il numero è più che doppio, ma la crescita è molto più lenta, intorno al 6% . Questo dato suggerisce che il processo di digitalizzazione non è tanto una diffusione omogenea: i paesi emergenti stanno recuperando terreno, ma lo fanno attraverso strumenti diversi.

In particolare, nei mercati emergenti il motore principale della crescita è rappresentato dai bonifici, e soprattutto dai sistemi di pagamento istantaneo. Nelle economie avanzate, invece, il driver dominante resta la carta di pagamento. Questa divergenza non è marginale, perché riflette due modelli distinti di infrastruttura finanziaria. Da un lato, sistemi bancari e fintech che saltano alcune fasi intermedie e adottano direttamente soluzioni digitali avanzate; dall’altro, sistemi consolidati che evolvono incrementando l’uso di strumenti già diffusi.

Il dato sui pagamenti pro capite è particolarmente rivelatore. Nelle economie avanzate si registrano in media 579 transazioni cashless per persona all’anno, contro le 242 dei paesi emergenti . Tuttavia, la differenza qualitativa è forse ancora più importante di quella quantitativa. Nei paesi avanzati, l’uso della carta è capillare e integrato nella vita quotidiana, mentre nei paesi emergenti l’espansione è trainata da sistemi più recenti, spesso costruiti attorno a infrastrutture digitali pubbliche o semi-pubbliche.

Un secondo elemento cruciale riguarda il valore dei pagamenti. Mentre il numero delle transazioni cresce, il valore medio per transazione diminuisce. Questo fenomeno è particolarmente evidente nei bonifici nei paesi emergenti, dove il valore medio è crollato del 74% dal 2018, e nei pagamenti con carta nelle economie avanzate, dove la riduzione è stata più contenuta ma comunque significativa . Il significato economico di questo dato è rilevante: la digitalizzazione non riguarda più solo transazioni di grande importo o tra imprese, ma si estende sempre più ai micropagamenti e alle spese quotidiane.

Questo porta a una trasformazione strutturale del sistema dei pagamenti. Non si tratta più solo di sostituire il contante con strumenti digitali equivalenti, ma di ridefinire la frequenza e la natura stessa delle transazioni economiche. L’aumento del numero di pagamenti di piccolo importo indica una maggiore granularità delle interazioni economiche, resa possibile dalla riduzione dei costi di transazione e dall’aumento della velocità dei sistemi di pagamento.

In questo contesto, i sistemi di pagamento istantaneo rappresentano probabilmente l’innovazione più significativa. Nei paesi emergenti, essi arrivano a rappresentare quasi la metà di tutte le transazioni cashless, con una quota del 49% . Questo dato è impressionante non solo per la sua dimensione, ma per la sua rapidità: in pochi anni, questi sistemi sono passati da una posizione marginale a una centrale. Nelle economie avanzate, invece, la loro diffusione è molto più lenta, con una quota intorno al 10%.

Le ragioni di questa differenza sono molteplici. Nei paesi emergenti, i sistemi di pagamento istantaneo sono spesso promossi attivamente dalle autorità pubbliche come strumenti di inclusione finanziaria e modernizzazione economica. Nei paesi avanzati, invece, la presenza di sistemi già efficienti e diffusi riduce l’urgenza dell’adozione. Tuttavia, questa divergenza potrebbe non essere permanente. È possibile che, nel lungo periodo, i sistemi istantanei diventino lo standard globale, costringendo anche le economie avanzate ad accelerare l’adozione. Ed è in questo scenario che l’adozione dell’euro digitale diventa strategica.

Un altro aspetto interessante riguarda la variabilità tra paesi. Il paper evidenzia differenze enormi nell’uso dei pagamenti istantanei, con casi estremi come il Brasile, dove si registrano 298 transazioni pro capite, e altri come il Giappone o la Francia, dove i numeri sono molto più bassi . Questa eterogeneità suggerisce che la diffusione delle nuove tecnologie dipende non solo da fattori economici, ma anche istituzionali e culturali.

Accanto alla crescita dei pagamenti digitali, il paper dedica ampio spazio alla dinamica del contante, e qui emerge uno dei risultati più controintuitivi. Nonostante il calo dei prelievi e l’aumento dei pagamenti elettronici, il contante in circolazione non diminuisce significativamente, ma tende a stabilizzarsi. Nei paesi avanzati si attesta intorno al 9% del PIL, mentre nei paesi emergenti è circa il 6% . Questo dato suggerisce che il contante continua a svolgere una funzione importante, non solo come mezzo di pagamento ma anche come riserva di valore.

La distinzione tra uso del contante per pagamenti e come riserva è fondamentale. Il calo dei prelievi indica che il contante è sempre meno utilizzato per transazioni quotidiane. Tuttavia, la stabilità dello stock complessivo suggerisce che viene detenuto per altri motivi, come la sicurezza, la privacy o la sfiducia nei sistemi finanziari. In questo senso, il contante assume una funzione simile a quella di un asset, piuttosto che di un semplice mezzo di scambio.

L’analisi dei prelievi rafforza questa interpretazione. Il numero di prelievi pro capite diminuisce, ma il valore medio aumenta. In altre parole, le persone prelevano meno spesso, ma importi più elevati . Questo comportamento è coerente con un uso meno frequente ma più strategico del contante. Non si tratta più di uno strumento quotidiano, ma di una riserva da utilizzare in situazioni specifiche.

Un ulteriore elemento di trasformazione riguarda l’infrastruttura fisica del contante. Il numero di sportelli automatici e filiali bancarie è in calo in molti paesi, anche se non ovunque. Questo ridimensionamento riflette la diminuzione dell’uso del contante, ma solleva anche interrogativi sulla sua accessibilità futura. Il paper sottolinea che esiste una correlazione tra la disponibilità di punti di accesso e il volume dei prelievi, anche se non è possibile stabilire una relazione causale diretta .

Questo punto è particolarmente rilevante dal punto di vista delle politiche pubbliche. Se la riduzione dell’infrastruttura precede il calo della domanda, potrebbe accelerare la scomparsa del contante. Se invece segue la domanda, allora rappresenta semplicemente un adattamento del sistema. La distinzione non è banale, perché implica scelte diverse per le autorità monetarie e regolatorie.

Nel complesso, il paper mette in evidenza un equilibrio dinamico tra innovazione e persistenza. Da un lato, i sistemi di pagamento diventano sempre più digitali, veloci e integrati. Dall’altro, il contante continua a esistere e a svolgere funzioni specifiche. Questo equilibrio non è statico, ma evolve nel tempo in risposta a cambiamenti tecnologici, economici e sociali.

Un aspetto implicito ma fondamentale dell’analisi riguarda il ruolo delle banche centrali. Il paper sottolinea che esse devono garantire un ecosistema dei pagamenti sicuro ed efficiente, adattandosi ai cambiamenti in atto. Questo implica una funzione sempre più complessa, che va oltre la semplice gestione della moneta e include la supervisione delle infrastrutture digitali, la promozione dell’inclusione finanziaria e la gestione dei rischi sistemici.

In questo contesto, i dati del Red Book assumono un’importanza strategica. Coprendo il 59% della popolazione mondiale e l’85% del PIL globale, essi offrono una base empirica unica per analizzare le tendenze globali . Tuttavia, come sottolineano gli stessi autori, questi dati devono essere integrati con altre fonti per comprendere pienamente i comportamenti degli utenti e le dinamiche sottostanti.

La conclusione implicita del paper è che non esiste un percorso unico verso la digitalizzazione dei pagamenti. Le traiettorie sono molteplici e dipendono da fattori locali, istituzionali e tecnologici. Tuttavia, alcune tendenze comuni emergono con chiarezza: la crescita dei pagamenti cashless, l’importanza crescente dei sistemi istantanei, la riduzione dell’uso del contante per transazioni e la sua persistenza come riserva di valore.

In ultima analisi, il paper invita a superare una visione dicotomica tra contante e digitale. Il futuro dei pagamenti non sarà caratterizzato dalla scomparsa del contante, ma dalla coesistenza di strumenti diversi, ciascuno con funzioni specifiche. La vera trasformazione riguarda il modo in cui questi strumenti si integrano tra loro e rispondono alle esigenze degli utenti.

Questo implica anche una ridefinizione del concetto stesso di pagamento. Non si tratta più solo di trasferire valore, ma di farlo in modo rapido, sicuro, conveniente e adattabile a contesti diversi. In questo senso, la digitalizzazione non è un fine, ma un mezzo per migliorare l’efficienza e l’accessibilità del sistema economico.

Il contributo del paper sta proprio in questa capacità di mostrare la complessità del fenomeno, evitando semplificazioni eccessive. La narrativa dominante tende a descrivere un mondo sempre più cashless, ma i dati raccontano una storia diversa: un sistema ibrido, in cui innovazione e tradizione convivono e si influenzano reciprocamente. Comprendere questa dinamica è essenziale per interpretare il futuro dei pagamenti e, più in generale, dell’economia globale.

Cartolina. L’altro Stretto

Siccome sembra che Joker, noto agente del caos, abbia preso il controllo della situazione globale, tanto vale arrendersi è segnalargli il prossimo target per completare l’opera: lo stretto di Malacca. Secondo alcuni calcoli molto accreditati, da questo stretto corridoio di mare passano 23 e passa milioni di barili al giorno, persino più di Hormuz. Quindi il nostro agente del caos sa già cosa deve fare. Chiuso Hormuz e bloccato anche Malacca, potremo finalmente tornare a camminare a piedi e riprendere anche l’abitudine di scrivere lettere di carta, visto che tenere acceso un computer costerà più di un francobollo. Joker sa bene che se vuole chiudere l’odiata globalizzazione deve chiudere gli Stretti. E’ il modo contemporaneo di finire strozzati.

Cartolina. GeografIA

Per avere chiaro di cosa parliamo quando parliamo di intelligenza artificiale, vale la pena dare un’occhiata innanzitutto alla geografia, che ci mostra dove questa tecnologia si concentra. Quindi principalmente negli Usa, inseguiti dalla Cina, e poco altro in Europa, dove al massimo siamo clienti. Qui il numero delle aziende che si occupano di queste cose sta all’incirca al livello dell’India e dell’Australia. In pratica siamo in serie C. Il fatto che dire IA significa dire tante cose, che spaziano dall’economia alla difesa, passando per l’istruzione e l’intrattenimento, implica che chi gioca in serie C non lo diventi solo per l’IA, ma anche per tutte queste altre cose. La geografIA ha a che fare con l’economIA, la tecnologIA, eccetera. Si potrebbe pensare a come recuperare questo ritardo, che in teoria sarebbe anche possibile. Ma sembriamo sempre meno attrezzati per pensare. Al massimo abbiamo imparato a scrivere un prompt.

Se l’hi tech Usa piange, l’Europa non ride

Nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria Bankitalia ci ricorda un piccolo dettaglio nascosto nel mare magnum dei mercati internazionali, che ha notevole impatto su molti portafogli azionari: l’esposizione italiana ed europea ai titoli tecnologici Usa, che, com’è noto, hanno conosciuto una crescita impressionante negli ultimi anni.

A tal proposito, Bankitalia ricorda che dal 2022 la capitalizzazione delle cosìddette Magnifiche 7, quindi Apple, Alphabet, Amazon eccetera, è cresciuta fino a raggiungere una capitalizzazione di 20.000 miliardi di euro, ossia 20 trilioni (il pil mondiale nel 2024 è arrivato a circa 110 trilioni). Questo boom ha finito col generare il tiore che sotto questa galoppata di borsa ci sia molto poco. O che, quantomeno, gli utili futuri non saranno in grado di mantenere le promesse incorporate in questa quotazioni.

Ma nel frattempo la barca continua ad andare, nonostante tutto. E quindi i mercati continuano a compare questi attivi, sia direttamente che indirettamente attraverso intermediari professionali, fondi o altro.

Bankitalia ha calcolato che nel terzo trimestre del 2025, questa esposizione verso l’hi tech degli investitori italiani vale meno dell’1% delle attività, sia direttamente che indirettamente. Una quota che corrisponde grossomodo a quella della zona euro. Circa i tre quarti di questo investimento viene effettuato attraverso fondi comuni.

Se invece osserviamo l’esposizione diretta, il peso dell’hi tech Usa è più alto in Italia rispetto all’area. Da noi, in particolare, pesa il 13 per cento del portafoglio azionario, a fronte del 12 dell’eurozona. Che non è poco, come si vede.

In generale, come è altrettanto noto, l’Europa investe molti soldi nel merco americano. Parliamo si 3-400 miliardi l’anno di flussi che attraversano l’Oceano. Che si dirigano verso l’hi tech è fisiologico, visti i rendimenti. Ma a questi si associano sempre i rischi. Che sono altrettanto rilevante. Ce ne accorgiamo quando le borse Usa vanno giù Loro piangono, ma noi certo non ridiamo.

La via cinese all’internazionalizzazione della moneta

Abbiamo più volte scritto in passato sulla diffusione crescente dell’uso del renmimbi cinese nell’economia internazionale, sottolineando al tempo stesso il limite strutturale a quest’espansione rappresentato dalla sua non convertibilità. Adesso un bel paper diffuso dalla Bis ci consente di fare un passo in avanti nella comprensione di questa via cinese all’internazionalizzazione monetaria, confermando ciò che sapevamo già, ma aggiungendo alcuni dettagli che fanno luce sulle forze intrinseche che sono all’opera.

Il paper è basato sui dati di una survey triennale che la banca di Basilea ha pubblicato l’anno scorso. E il primo dato che salta all’occhio, che potete vedere rappresentato nel grafico che apre questo post, è che fra il 2013 e il 2025 la quota dello yuan cinese nel totale delle transazioni valutarie è passata dal 2 all’8,8%. In pratica si è quadruplicata.

Questo dato si confronta col peso dell’economia cinese rispetto a quella internazionale, che è assai più elevato. Il pil cinese vale il 18-20% del pil globale e il 12-13% del commercio globale. Quindi il peso valutario cinese è sottodimensionato rispetto al pso economico della Cina. L’esatto inverso di quello che accade per il dollaro americano.

Questa specularità spiega meglio di mille parole la differenza fra una valuta che ha la fiducia di tutti – una valuta autenticamente internazionale, della quale la convertibilità non è la causa di questa fiducia ma l’effetto – e una invece che non ce l’ha.

La Cina però dispone di altri strumenti, che sono appunto alla base di questa espansione. E sono proprio questi strumenti che il paper ci aiuta a conoscere meglio.

Tra questi strumenti, i legami finanziari assumono un ruolo decisivo. In particolare, le relazioni bancarie transfrontaliere e l’accesso ai mercati onshore attraverso piattaforme come CFETS diventano variabili statisticamente significative. Questo è un punto di svolta teorico: mentre la letteratura tende a enfatizzare il ruolo del commercio internazionale come driver principale dell’internazionalizzazione valutaria, il paper mostra che, nel caso del renminbi, la dimensione finanziaria è più rilevante già nel breve periodo.

Questo risultato mette in discussione una delle intuizioni più consolidate dell’economia internazionale, ovvero che le valute si diffondano globalmente in funzione dei flussi commerciali. Nel caso cinese, il commercio resta importante, ma non è il fattore dominante. La vera leva è l’infrastruttura finanziaria e istituzionale che collega i diversi centri al sistema bancario e ai mercati cinesi. In altri termini, il renminbi non si internazionalizza perché la Cina commercia molto, ma perché la Cina costruisce canali finanziari attraverso cui la valuta può essere utilizzata.

Quando si passa all’analisi di lungo periodo, il quadro diventa ancora più chiaro. Qui il paper introduce una misura diversa, la quota di trading in renminbi sul totale delle valute in ciascun centro finanziario, che cattura meglio la dimensione strutturale del fenomeno. I risultati mostrano che, nel lungo periodo, sia i fattori reali sia quelli finanziari diventano significativi, ma con un’importante asimmetria: i fattori finanziari hanno un potere esplicativo nettamente superiore.

Questo dato è cruciale perché suggerisce che l’internazionalizzazione del renminbi è un processo guidato dalle politiche pubbliche più che dalle forze di mercato. Le licenze QFI, ad esempio, sono strumenti discrezionali attraverso cui le autorità cinesi controllano l’accesso degli investitori stranieri ai mercati domestici. Il fatto che questa variabile sia uno dei migliori predittori della diffusione del renminbi implica che la valuta si espande dove lo Stato decide di aprire canali di accesso. In questo senso, il renminbi rappresenta un caso paradigmatico di internazionalizzazione “guidata”, in cui il mercato segue l’architettura istituzionale piuttosto che precederla.

Un altro elemento interessante riguarda la geografia del trading. Il paper evidenzia una forte concentrazione in pochi centri finanziari, con Hong Kong e Singapore in posizione dominante. Questa concentrazione non è casuale, ma riflette una strategia precisa: invece di promuovere una diffusione capillare, la Cina privilegia hub regionali e globali altamente connessi. Questo approccio consente di massimizzare l’efficienza e il controllo, riducendo al contempo i rischi associati a una liberalizzazione troppo ampia e rapida.

L’analisi per strumenti finanziari aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il mercato degli FX swaps emerge come il segmento più rilevante, rappresentando oltre il 40% del trading in renminbi . Questo dato è particolarmente significativo perché gli FX swaps sono strumenti tipicamente utilizzati per la gestione della liquidità e la copertura del rischio valutario. La loro predominanza indica che il renminbi è utilizzato principalmente in contesti finanziari sofisticati, piuttosto che come semplice mezzo di pagamento per transazioni commerciali.

Ancora più interessante è il fatto che, nel mercato degli FX swaps, i fattori reali risultano completamente irrilevanti. Tutte le variabili legate al commercio o alla distanza geografica perdono significatività statistica, mentre i fattori finanziari mantengono un forte potere esplicativo. Questo suggerisce che il segmento più dinamico del mercato del renminbi è anche quello più sganciato dall’economia reale. In altre parole, l’internazionalizzazione della valuta avviene attraverso circuiti finanziari autonomi, che rispondono a logiche proprie.

Le implicazioni teoriche di questi risultati sono profonde. In primo luogo, il paper mette in discussione l’idea che l’internazionalizzazione valutaria segua necessariamente un percorso sequenziale che va dal commercio alla finanza. Nel caso del renminbi, questo ordine è invertito o quantomeno attenuato. La finanza non è una fase successiva, ma un motore primario del processo. In secondo luogo, il lavoro suggerisce che lo Stato può svolgere un ruolo attivo e decisivo nell’internazionalizzazione di una valuta, anche in assenza di piena liberalizzazione dei mercati.

Questo porta a una riflessione più ampia sulla natura del sistema monetario internazionale. Il dollaro ha costruito la sua egemonia su mercati aperti, profondi e altamente liquidi, sostenuti da istituzioni credibili e da uno Stato che, pur intervenendo, lascia ampio spazio al mercato. Il renminbi segue una traiettoria diversa: un sistema in cui l’apertura è selettiva, l’accesso è regolato e lo Stato mantiene un controllo significativo. Il fatto che questo modello stia producendo risultati tangibili suggerisce che non esiste un unico percorso verso l’internazionalizzazione valutaria. La Cina non è un attore passivo che osserva l’evoluzione del sistema monetario globale, ma un soggetto attivo che utilizza strumenti specifici per promuovere l’uso della propria valuta.

Questo non significa che il renminbi sia destinato a sostituire il dollaro nel breve periodo. Le limitazioni strutturali, in particolare la mancanza di piena convertibilità e la relativa opacità istituzionale, restano ostacoli significativi. Tuttavia, il paper dimostra che esiste un percorso alternativo all’egemonia monetaria basata sul mercato: un percorso in cui lo Stato costruisce gradualmente le condizioni per l’uso internazionale della propria valuta, senza rinunciare al controllo.

La vera questione, a questo punto, non è se il renminbi diventerà una valuta globale nel senso tradizionale, ma se il suo modello di internazionalizzazione rappresenta una nuova forma di integrazione monetaria, in cui mercato e politica sono intrecciati in modo più stretto rispetto al passato. Se così fosse, il contributo del paper non sarebbe solo descrittivo, ma anche anticipatorio: una finestra su un possibile futuro del sistema finanziario internazionale.

L’irresistibile crescita dell’economia dei servizi

I dati diffusi dal Fmi nell’ultimo WEO pubblicato ad aprile mostrano un’evidenza che dovremmo tenere bene a mente quando ragioniamo di crescita e commercio internazionale: fra il 1985 e il 2024 l’export globale di servizi, come quota del pil, è cresciuto del 150%, rispetto al 60% dell’export di beni.

Quest’ultimo, a differenza del primo, ha subito gli effetti negativi della “slowbalization” seguita alla crisi del 2008, quando tutti gli stati corsero a innalzare barriere alla libera circolazione dei beni, considerata, evidentemente, la fonte di ogni male.

Tale tendenza ha risparmiato i servizi, come si può osservare dal grafico sopra. La crisi del 2008 li ha sfiorati solo marginalmente e il trend di crescita si è riportato rapidamente lungo quello di lungo periodo, a differenza di quanto accaduto per l’export di beni.

Questa informazione ci dice molto della nostra struttura commerciale. La produzione di beni e il loro commercio vale ancora il 70% del commercio globale, ma alcune forze strutturali sembrano favorire il costante emergere dell’export di servizi. Ciò dipende dal fatto che molti dei nostri bisogni si fanno sempre più immateriali. Inoltre, i servizi viaggiano più facilmente lungo il globo. Non hanno bisogno di ferrovie né autostrade, semmai di linee elettriche e digitali. E’ più difficile innalzare barriere per frenarli e, soprattutto, sta cambiando strutturalmente la nostra domanda.

A ogni bene, infatti, ormai si associa più di un servizio, ed è questo a fare la differenza. Pensate a quando acquistate un oggetto on line. Al bene materiale si associa un servizio di spedizione, un servizio di consegna e magari anche un servizio di finanziamento. E tutto questo viene reso possibile dal fatto che esiste una piattaforma che mette insieme tutte queste cose, che quindi a sua volta svolge un servizio.

Inoltre è in corso una profonda evoluzione della domanda di servizi. Fino agli anni 2000 i servizi di trasporto o di spedizione esprimevano complessivamente il 70% della domanda di servizi. Adesso questa quota è scesa al 40%, mentre sono aumentati i servizi finanziari e quelli legati all’Ict. Se torniamo al nostro esempio dell’acquisto di un bene on line, fattispecie insistente nel 2000, due servizi sui tre attivati dall’ordine sono proprio di tipo finanziario e ict. L’unico tradizione è quello di spedizione e consegna.

Un’altra caratteristica che favorisce lo sviluppo dell’economia dei servizi è il fatto che si sono dimostrati più resilienti di fronte alle tensioni geopolitiche. Si daziano più i beni che i servizi, per dirla in parole semplici.

Infine è emerso che il potenziale di crescita dell’economia dei servizi si esprime al meglio nelle economie emergenti, dove hanno pesato per i due terzi della crescita globale negli ultimi tre decenni. Ma questo sviluppo è stato trainato dalla domanda interna più che dalle esportazioni.

Se andiamo a vedere chi siano i protagonisti del mercato dell’esportazione dei servizi, troviamo in prima linea gli Stati Uniti, con alcune piccole economia europee, segnatamente Olanda e Irlanda, a svolgere un ruolo secondario ma rilevante. La Cina, che pure svolge un ruolo molto rilevante nel mercato dell’esportazione dei beni, gioca ancora in serie b in quello dei servizi.

Non è certo un caso. Esportare servizi è più difficile che esportare beni. E questo spiega perché i guadagni da queste esportazioni siano più elevati. In generale i servizi che vengono esportati sono ad alto valore aggiunto e quindi premiano sia chi li offre, sia chi ci lavora.

Per noi italiani, che forniamo servizi turistici, purtroppo questo non vale. Qualcuno dice che il turismo è il nostro petrolio, ma è un petrolio che produce un carburante scarso, una benzina con pochi ottani. “Investimenti in infrastrutture digitali, sviluppo delle competenze e qualità della regolamentazione possono aiutare i paesi a trarre maggior vantaggio dall’espansione del commercio di servizi”, suggerisce il Fmi. E non sta parlando di B&B.

Cartolina. Warfare

La tendenza, ormai crescente da un ventennio, all’aumento della spesa militare trova nel binomio Europa e Asia il suo driver, come dicono gli economisti. L’Europa e l’Asia si stanno riarmando, e anche pesantemente. E ormai da un pezzo la somma di queste due aree ha superato il livello di spesa militare delle Americhe. Se al blocco aggiungiamo anche il Medio Oriente, che non è mai fatto mancare una robusta fornitura di armi, emerge che l’Eurasia impegna circa i due terzi dei quasi tre trilioni di spesa militare del 2025. Dicono che occorra preparare la guerra per difendere la pace, e quindi armarsi. Lo dicevano anche alla fine del XIX secolo. Lo dicevano, appunto, anche i romani antichi, che hanno coniato il detto e che non risultano siano stati granché in pace. Perché una volta che hai le armi è difficile evitare di usarle. Ma questo ovviamente non si dice. Le nostre società stanno lentamente transitando dal welfare al warfare. Ma neanche questo si dice. Si fa e basta.

Il dilemma cinese fra risparmio privato e welfare

Il Fmi ci ricorda molto opportunamente ciò che tutti sanno, o almeno coloro che seguono le cose economiche, ma che viene sempre sottovalutato quanto alle conseguenze che può generare nel sistema economico internazionale: l’alto tasso di risparmio delle famiglie cinesi, cui corrisponde un livello di welfare pubblico fra i più bassi fra i paesi emergenti.

E’ un fatto straniante, per tutti coloro che sono abituati a considerare il welfare come uno dei principali esiti dei sistemi socialisti, che in fondo il welfare l’anno inventato, tanto più che la Cina, pure se a modo suo, è uno degli esempi viventi di socialismo reale, o quantomeno pianificato, che meglio hanno funzionato nella storia.

Come si spiega questa anomalia? Come mai i cinesi hanno pianificato tutto tranne il welfare?

Rispondere a questa domanda non è facile e richiede un notevole sforzo di evasione dai luoghi comuni che ancora ci affliggono quando parliamo di Cina e ci confrontiamo con un sistema che è profondamente diverso dal nostro, anche se sembra aver assorbito alcune nostre idee. A cominciare da quella socialista, appunto.

Ovviamente non è certo questo il luogo per rispondere a un quesito così complesso, però teniamolo a mente, e magari aggiungiamo un altro elemento che dice molto del modo cinese di affrontare il capitalismo del XXI secolo. Ossia la tendenza strisciante a una virulenta competizione interna fra i soggetti del settore privato.

La Cina è molte cose insieme. Lo abbiamo visto discorrendo di previdenza. Accanto alle pensioni, che una volta erano solo per i lavoratori delle aziende di stato, c’era un mondo di persone senza alcuna previdenza, che sono negli ultimi anni ha iniziato a vederne un qualche tipo, ben lontano dagli standard occidentali.

Queste profonde differenze interne ci sono anche nel mercato della produzione. Accanto a strutture legate a filo doppio col governo, ci sono realtà aziendali estremamente deregolamentate che si fanno concorrenza fra loro. Il mercato cinese somiglia a un acquario dove le balene convivono con i piranha. Per farla assai più semplice di com’è, il sistema cinese è una mescola di pianificazione di stampo sovietico e capitalismo selvaggio in stile XIX secolo, adagiata su un fondo culturale antichissimo di stampo confuciano.

Ciò per dire che i nostri modelli interpretativi catturano solo alcuni pezzi della complessità cinese e quindi anche le nostre analisi, che rimangono inevitabilmente viziate dal pregiudizio della nostra cultura.

Detto ciò rimane il fatto. I cinesi risparmiano moltissimo e continuano ad avere un livello di welfare fra i più bassi al mondo. Il Fmi, che ne scrive nel suo ultimo Fiscal monitor, ci ricorda che il tasso di risparmio delle famiglie ha una media del 20% del pil, circa il doppio del tasso di risparmio nei paesi Ocse. E questo ovviamente ha un notevole effetto sui consumi, che rimangono bassi, e sugli investimenti, che invece rimangono elevati. Il “modello cinese”, insomma. E poiché questi investimenti producono molta roba, è chiaro che la Cina può crescere solo se esporta.

Non è così diverso da come eravamo e siamo ancora noi italiani, per non dire europei. Anche da noi i consumi sono bassi rispetto al nostro potenziale di reddito. Risparmiamo tanto e prestiamo i soldi agli americani – centinaia di miliardi ogni anno – che grazie a questi soldi consumano per tutto il mondo, al prezzo di notevoli debiti.

Vale la pena ricordare queste cose perché ci sono molti che le dimenticano quando si esercitano nell’attribuire patenti di fair play.

Torniamo alla Cina. Il governo, malgrado i progressi degli ultimi vent’anni, continua a spendere molto poco nelle funzioni essenziali del welfare. Il grafico in alto a sinistra che apre questo post dà un’idea del livello di spesa in istruzione, salute e previdenza, nel confronto con i paesi Ocse e le altre economie emergenti (EME). Si vede a colpo d’occhio che la Cina ha ancora molta strada da fare. Ma prima di notare questo, dovremmo innanzitutto chiederci se la Cina vuole farlo. Fa parte del nostro costume culturale credere che il nostro stile di vita possa funzionare per tutti.

Prendiamo il caso delle disparità. La spesa sociale per chi vive nelle principali città cinesi, ad esempio, è molto più elevata rispetto a quella destinata a ci vive in campagna. Un impiegato cittadino prende una pensione che eccede il 40% del pil pro capite, a fronte del 2-3% di chi lavora nelle aree rurali. Queste disparità sono ciò che alimenta questi enormi tassi di risparmio, ovviamente. Infatti alcuni studi empirici mostrano che il tasso di risparmio diminuisce quando aumenta la protezione sociale.

Rimane la domanda: perché i cinesi tengono in vita questa disparità? Come si coniuga con un sistema socialista? Forse dovremmo chiederlo a loro, e imparare ad ascoltare.

L’inesauribile appetito finanziario dei data center

Dei data center, che ormai spuntano come funghi da ogni dove, si conosceva la straordinaria fame di energia. Meno nota è quella di risorse finanziarie, anche se, ovviamente, le due cose vanno di pari passo.

Sicché dobbiamo essere grati al Fmi che ci ha messo nella condizione di saperne di più. E già la scelta di dedicare al tema un breve approfondimento nel suo Global financial stability report ci dice quello che c’è da sapere. Ossia che i data center non fanno solo scricchiolare la rete elettrica con i loro consumi di corrente elettrica, ma anche quella finanziaria che è chiamata a sostenere il loro fabbisogno di finanziamenti. Non solo. Queste entità sono divenute attori di primo piano nel settore commerciale del real estate. Non hanno solo bisogno di molta energia e di molti soldi: hanno bisogno anche di molto spazio.

Il combinato disposto di questi bisogni è un elefante che si muove senza troppi riguardi nella cristalleria del nostro sistema finanziario, emettendo grossi barriti in forma di debito più o meno volatile.

I previsori si aspettano che la domanda di spazi per data center raggiunga un picco quest’anno. Finora il grosso di questa domanda si è concentrata in Nord America, ma ormai si moltiplicano i segnali di espansione in altre aree geografiche che spaziano dall’Asia all’Africa, passando da Europa e Medio Oriente, seppure con molto differenze. In alcune zone i vincoli della rete elettrica ne impediscono lo sviluppo. E poi ci sono i limiti strutturali dell’oggetto “data center”, fortemente esposto a rischi di concentrazione ma anche di rapida obsolescenza.

In ogni caso, rimangono i fabbisogni. Il livello di investimenti richiesto, scrive il Fmi “è ben oltre il cash flow degli hyperscalers (i grandi soggetti hi tech che agiscono nel mercato, ndr) e la loro capacità di emissione”. Si stanno sviluppando forme di securization, ma siamo ancora livelli non sufficienti a colmare il notevole funding gap (vedi grafico sopra a sinistra).

Dal 2018 sono stati emessi appena 46 miliardi di titoli, il 70 per cento dei quali in asset-backed security e il 30% in commercial mortgage-backed security. Carta che ha avuto un boom nel corso del 2025 e si prevede arrivi a 150 miliardi di emissioni nel 2028.

Al centro di questo mercato ci sono sempre le banche commerciali, ovviamente. Ma ormai fa sempre più capolino il segmento del private credit, di cui abbiamo parlato altre volte.

In sostanza, col crescere dei fabbisogni aumenta anche la complessità – e quindi il rischio – dei metodi per soddisfarli. E questo spiega perché il Fmi se ne occupi nel suo rapporto dedicato alla stabilità finanziaria. “Una drastica riduzione della spesa in conto capitale per l’intelligenza artificiale, combinata con una stretta creditizia prociclica, potrebbe esporre i finanziatori dei data center al rischio di rifinanziamento e trasmettere le tensioni attraverso i crescenti legami delle banche con il credito privato e altre istituzioni finanziarie non bancarie”, sottolinea. Per dirla diversamente, abbiamo acceso l’ennesima miccia sotto i nostri piedi.

Il costo della guerra grava sulle spalle dei più fragili

“Lo shock è globale, ma il peso è irregolare”, scrive il Fmi in un breve riepilogo sulle conseguenze della guerra, che potremmo replicare, quanto agli effetti, per qualunque altra crisi il nostro tempo fantasioso e vagamente disgraziato si troverà a sperimentare.

Alla fine i poveri patiscono più dei ricchi, che detta così sembra un’ovvietà – e lo è – ma ben celata nel discorso pubblico che addolcisce questa pillola amara con miliardi di parole vuote.

Sicché noi che stiamo dalla parte ben nutrita dell’umanità, piangiamo calde lacrime perché col gasolio impazzito e il cherosene evaporato rischiamo persino di non poter fare le vacanze. E in più sorbiamo dosi quotidiane di spavento propinato da un sistema di intrattenimento mediatico che ci convince che andrà sempre peggio. Dall’altra parte del mondo, però, qualcuno taglia i pasti, già magri.

Questa conclusione è evidente anche solo se guardiamo, come fa il Fondo, i grandi numeri della domanda e offerta di petrolio. Il mercato è composto da un fitto insieme di acquirenti, e uno sparuto gruppi di esportatori.

In questa condizione è chiaro che ogni tensione sui prezzi, determinata da impedimento a produrre o esportare, si ripercuote come un terremoto lungo le catene globali. Vale la pena appena ricordare che la guerra è andata a colpire duramente proprio le produzione e esportazione di petrolio.

E questo ci riporta al grafico di partenza. I paesi più poveri devono portare il peso di questa crisi, innanzitutto perché hanno poco spazio fiscale per fare politiche di stabilizzazione. E in più hanno rating bassi, per cui fanno sempre più fatica, in un mondo che la guerra rende sempre più egoista, a trovare aiuti. Pensate solo al mondo che gravità nell’area sub sahariana dell’Africa. Che pochi conoscono e del quale ancora meno si preoccupano.