Nel confronto impietoso con la produttività fra Usa e Ue, che la Fed di Saint Louis ci ricorda in un post recente, è del tutto ovvio ipotizzare l’importanza relativa che in questo gap ha avuto lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie in quel paese e il ritardo relativo dell’Europa, che al più funziona come cliente.
Proprio lo stato di clientela dell’Europa, che purtroppo non si esaurisce nelle nuove tecnologie, ma anche in tecnologie vecchissime come i circuiti delle carte di credito, è il problema che le nostre cosiddette élite non sanno o non vogliono affrontare. Forse perché sono consapevoli che siamo fuori tempo massimo. Serve almeno una generazione, partendo col piede giusto, per creare certi ecosistemi. E noi stiamo ancora discutendo di Unione bancaria e Unione del mercato dei capitali, e siamo anni luce dall’idea di condividere una infrastruttura tecnologica.
L’Europa si muove come una lumaca, insomma. E non stupisce, di conseguenza, che fra il 1995 e il 2025 la produttività oraria Usa sia aumentata dell’88%, mentre quella dell’eurozona appena del 30%. La lentezza non è solo nel prendere decisioni: è nel modo di organizzare il lavoro, di elaborare i processi, di aggiornarsi.
Ciò per dire che quando parliamo di tecnologia parliamo di molte cose. Dietro un’app c’è un ecosistema. Un insieme di soggetti, che sono insieme finanziari, scientifici, manageriali, burocratici, politici, che fa la differenza fra un mondo che funziona e uno che va a rimorchio.
L’Eurozona va a rimorchio. E i dati raccolti dalla Fed lo dimostrano chiaramente. “L’adozione dell’IA è notevolmente più elevata negli Stati Uniti che in Europa, sebbene vi siano ampie variazioni tra i paesi europei. Più in generale, i paesi più ricchi adottano l’IA a ritmi più elevati”, spiegano gli economisti della Banca. Inoltre, “i settori con una maggiore adozione dell’IA hanno registrato una crescita più rapida della produttività, sia in Europa che negli Stati Uniti. Al momento, non abbiamo riscontrato prove che l’adozione dell’IA sia associata a perdite di posti di lavoro a livello di settore”.
Risultati non certo stupefacenti. Un uso sapiente della tecnologia è un acceleratore naturale della produttività. Quanto all’annosa questione della perdita dei posti di lavoro, vale per l’AI quello che vale per ogni innovazione tecnologica. Quando effettuammo la transizione dal trasporto terrestre a cavallo a quello su ferrovie rimasero disoccupati i vetturini, gli allevatori di cavalli e i produttori di biada. Ma in compenso nacquero i ferrovieri, si svilupparono le acciaierie e le miniere di carbone, con i relativi addetti. E basta questo a chiudere il discorso.
Tornando al presente, l’adozione dell’AI non ha valore di per sé. Accelera la produttività nella misura in cui si usi con consapevolezza e capacità. E questi requisiti dipendono dal capitale umano che dovrebbe utilizzare le nuove tecnologie. Un paese come il nostro, che è carente di capitale umano, malgrado ne esporti parecchio, non è un caso se sta nella parte bassa della classifica dell’utilizzo dell’AI.
“Il 43,0% dei lavoratori statunitensi ha dichiarato di utilizzare l’intelligenza artificiale per il proprio lavoro nel periodo gennaio-febbraio 2026 – scrive la Banca -, la percentuale più alta tra i sette paesi oggetto dell’indagine. L’adozione dell’IA nei paesi europei variava dal 36,3% nel Regno Unito al 25,6% in Italia, il che significa che negli Stati Uniti il tasso di adozione era superiore tra il 18% e il 68% rispetto a quello di ciascuno di questi singoli paesi europei”.
Questo risultato viene spiegato in tanti modi. Il reddito pro capite italiano ci colloca sotto la media Ue e si associa a una minore capacità delle imprese di usare l’AI.
Soprattutto le imprese scontato ritardi che si sono cumulati nel tempo. Hanno introdotto i computer in ritardo, quindi introducono in ritardo anche l’AI. E su questo pesa, aggiungiamo noi, anche la fisionomia della nostra struttura produttiva, popolata da piccole imprese in settori a basso valore aggiunto.
Dulcis in fundo, adottare con ritardo le tecnologia, in questo caso l’AI, si associa a una minore produttività, e neanche questa è una sorpresa. Analizzando gli anni dal dopo Covid al 2025, i ricercatori hanno osservato che “un aumento di 10 punti percentuali nell’adozione dell’IA da parte dei lavoratori è associato a 2,9 punti percentuali di crescita cumulativa aggiuntiva della produttività”.
Sulla base di queste osservazioni, i ricercatori hanno svolto una simulazione per stimare il gap di produttività fra Usa e Ue, dalla quale emerge “una crescita cumulativa della produttività negli Stati Uniti pari a 3,2 punti percentuali in più rispetto all’Europa a partire dal 2022”. Insomma, la forbice fra noi e loro si allarga. Ma questa non è di sicuro una novità.
Gli ultimi dati Istat sui fattori di rischio per la salute degli italiani ci comunicano un dato che dovrebbe farci interrogare sull’efficacia effettiva di svariati decenni di politiche di welfare sulla nostra popolazione. Oltre la metà degli italiani, infatti, dichiara di essere afflitta da una patologia cronica. Fra queste patologie viene ricompresa anche l’obesità.
Ora, al netto delle disgrazie che possono colpire chiunque. una vasta letteratura ha reso chiaro a chiunque voglia ascoltare che obesità e patologie croniche dipendono in larga parte dallo stile di vita, che significa fare attenzione a quello che si mangia e si beve, evitare sostanze intossicanti, fare sport, avere una buona qualità del sonno, eccetera.
Questa conoscenza è tanto diffusa quanto poco frequentata, anche perché il sistema educativo e dell’istruzione contribuisce poco a diffondere queste informazioni. Non è un caso che i comportamenti a rischio per la salute siano più frequenti fra i meno istruiti, che ovviamente sono coloro che più frequentemente popolano i quintili inferiori del reddito, per la semplice ragione che fanno lavori poco remunerativi.
Al fallimento del welfare, quindi, dobbiamo aggiungere anche quello del sistema educativo, che ha prodotto una popolazione fra le meno istruite dei paesi avanzati. E siccome non c’è due senza tre, ci mettiamo dentro anche quello del sistema sanitario, che deve farsi carico, con grande sforzo fiscale ed efficienza dubbia, di questo esercito di malati.
Ma se la ricchezza, che certo non ci manca, non produce un autentico benessere, a che serve?
Lasciamo la domanda in sospeso e torniamo a guardare i dati, che offrono molti spunti di riflessione.
Se scomponiamo il dato aggregato per sesso e classe d’età, osserviamo ad esempio che la percentuale di persone senza patologie decresce gradualmente col tempo. E se questo da un certo punto di vista è normale, visto che l’invecchiamento ci logora, è meno normale che già a partire dalla fascia del 45-54 anni circa due persone su cinque dichiarino di soffrire di almeno una patologia cronica. E se è segno di successo di un sistema sociale l’aumento della longevità, è simbolo del suo contemporaneo fallimento osservare come solo poco più del 10% degli ultra 75enni dica di non soffrire di nessuna patologia cronica.
Una società che invecchia dovrebbe innanzitutto imparare ad invecchiare. E forse il problema che non abbiamo ancora avuto il tempo. E’ la prima volta nella storia che succede che milioni di persone diventano vecchie mentre si diradano le nascite. Ma solo pochi hanno consapevolezza del fatto che una buona vecchiaia si conquista, giorno dopo giorno, iniziando ad occuparsene molto prima di essere vecchi.
Questa evidenza si ricava osservando i dati su sovrappeso e obesità, che sono la migliore cartina tornasole per valutare la capacità che ha una persone di badare a se stessa. Non si tratta di essere atleti, ovviamente. Si tratta di capire, come ci ripetono costantemente gli specialisti, che il sovrappeso è una costante fonte di possibili problemi di salute.
Per questo è preoccupante osservare che già nella classe 35-44 anni oltre la metà degli uomini è sovrappeso o addirittura obeso e che a partire dalla classe 45-54 la quota si fissa stabilmente sopra il 60 per cento. E’ un numero incredibile di persone che magari sarà pure consapevole di star rischiando la salute, quindi di essere un anziano con poli morbilità, ma non riesce a far nulla per mitigare questo rischio. Peggio ancora, magari molti di loro neanche ne sono consapevoli.
Il contesto certo non aiuta. Siamo circondati da molti prodotti alimentari scadenti, ipercalorici, iper processati e scarsamente nutritivi. Passiamo le ore davanti a vari tipi di schermi, che incoraggiano comportamenti compulsivi, come bere e mangiare – classicamente il popcorn al cinema – subiamo una costante tensione nervosa che cerca costantemente un modo per scaricarsi. E avere sempre a disposizione cibo a un costo relativamente basso, pieno di zucchero e sale, è una tentazione per molti irresistibile. Per di più solo pochi sanno cosa mangiano quando aprono un qualunque cibo preconfezionato.
Contesto avverso, poca conoscenza, reiterazione di abitudini sbagliate, scarsa attenzione dei poteri pubblici. La conclusione è che oltre la metà della popolazione ha problemi di salute e questo è evidentemente connesso al loro stile di vita.
Possiamo pure rassegnarci a questo stato di cose. Ma allora avremo fallito come società. Tutta questa fatica sarà servita ad avere società popolate da anziani malati e bisognosi di assistenza, senza neanche più i giovani a tenergli compagnia. Un mondo triste, solitario y final, come diceva qualcuno.
Fa un certo effetto osservare la sostanziale sparizione del traffico merci – e che merci – dall’ormai celeberrimo stretto di Hormuz. In pratica è come se la guerra avesse tranciato una delle arterie del commercio internazionale. L’altra, che passa lì vicino, è quella dell’altro stretto, quello di Bab al-Mandeb, che peraltro conduce al Canale di Suez, dal quale transita praticamente gran parte del commercio internazionale. Ce ne siamo accorti tempo addietro, quando una nave cargo di traverso proprio da quelle parti ha impallato il commercio marittimo per settimane. Ma i signori della guerra sembrano infischiarsene. E questo non perché l’economia non sia importante, ma semplicemente perché l’economia non è una loro preoccupazione. Ai tanti che ancora credono che l’economia, con i suoi mercati, salverà il mondo, costoro replicano sganciando missili. Per loro l’economia è un vicolo cieco. Ma è più probabile che sia un vicolo Stretto.
Scusate, cambio di programma. Le bombe sull’Iran non erano previste e quindi neanche la chiusura dello stretto dove passa un quinto della produzione petrolifera. Ma, ehi: non state a preoccuparvi. Quest’anno l’inflazione aumenta ma poi cala il prossimo. Sempre che la guerra finisca o che i fantasiosi politici che stanno guidando l’inverno del nostro scontento non inventino un altro pretesto per danneggiare quel poco di salute economica che ancora resiste alle tasse. Perché l’inflazione è una tassa, anche se non sembra. Adesso magari per un po’ ci abbassano le altre tasse, le accise per dire, ma poi ritornano, esattamente come il carovita. La rinflazione è per sempre.
Gli economisti della Fed di S. Louis, che al tema hanno dedicato un interessante approfondimento la chiamano sovraccupazione. Parliamo di persone negli Usa che lavorano più ora di quanto prevedano i normali orari, magari svolgendo più di un lavoro.
Un fenomeno sempre esistito, ovviamente, ma che è cresciuto gradualmente nel corso degli anni Venti dopo il calo osservato nel periodo Covid.
Questi “sovraoccupati” aggiungono in media altre 13,5 ore alle 35 settimanali che già svolgono. E il primo fatto interessante è che, mentre le extra ore rimangono costanti, l’età di questi hard worker cresce nel tempo.
La seconda evidenza interessante è che cambiato anche il profilo formativo di questi soggetti. Storicamente il secondo lavoro era associato alle persone meno istruite, che invece hanno finito con l’essere sempre meno, mentre crescevano i doppi lavori (o le extra ore) di quelle più istruite. Al punto che orami sono di più queste ultime.
Le analisi delle retribuzioni svolte dai tecnici mostrano che “chi ha solo un lavoro percepisce guadagni orari più elevati, ma svolge un numero inferiore di ore rispetto a chi ha più di un lavoro. E malgrado lavorino parecchie ore di meno, percepiscono una retribuzione solo di poco inferiore.
E’ evidente che tali andamenti si spiegano solo analizzando anche le differenze fra i due gruppi in termini di caratteristiche demografiche, a cominciare da età e titolo di studio. Solo in ragione di queste differenze si può spiegare perché “la retribuzione oraria reale di chi ha più di un lavoro e non possiede una laurea era inferiore del 5,4% rispetto a quella di chi ha un solo lavoro e non possiede una laurea”. Si è anche osservato che “questo divario era quasi il doppio quando si confrontavano le retribuzioni orarie di chi ha più di un lavoro e di chi ne possiede uno solo, entrambi in possesso di una laurea”
In sostanza è probabile che questa discrepanza abbia a che fare con l’anzianità del lavoratore. Chi ha lavori di più lunga data alle spalle ha redditi migliori di chi è arrivato dopo, anche se svolge due lavori. E questo ormai non risparmia neanche i laureati. Un lavoro normale rischia davvero di non bastare più.
Quando Trump dice che è pronto a cessare la guerra, anche se lo stretto di Hormuz rimarrà chiuso, ci sta dicendo una cosa che faremmo bene a tenere in mente: i prezzi aumenteranno e la crescita diminuirà. La guerra scatenata contro l’Iran ci consegna questo new normal che in pratica vanifica i progressi (pochi) fatti dopo il Covid.
Si dirà: ma Trump dice tante cose e magari le cose andranno meglio. Sicuramente è possibile. Il presidente Usa, ormai è chiaro a tutti, scrive i suoi pensieri sulla sabbia. Ma intanto lo Stretto rimane chiuso ed esiste il rischio che venga impedito anche l’altro, quello di Bab el Mandeb, sul quale operano le milizie yemenite, che evidente i geni del Pentagono avevano dimenticato.
Rimane il fatto. Comunque andrà a finire “tutte le strade conducono a prezzi più elevati e minore crescita”, scrive il Fmi in un articolo dove fa il punto sulle conseguenze economiche della guerra.
Non è che servisse la scienza del Fmi per capire che la guerra avrebbe terremotato l’economia internazionale. Lo avevamo già visto succedere quattro anni fa dopo quella scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. E il fatto che il grandi player del mondo non si facciano più il minimo scrupolo a premere il grilletto, infischiandosene delle conseguenze sull’economia, è un comportamento sul quale si riflette poco. Forse perché si coltiva il pensiero, che molti ripetono ad alta voce credendoci davvero, che in fondo alla fine questi pazzoidi sparamissili verranno fermati dai mercati. Una speranza pseudoreligiosa.
Ma se invece la guerra fosse anche contro i mercati?
Una lettura diversa dal solito del fenomeno del populismo dovrebbe partire proprio da questa domanda. Il populismo si potrebbe anche leggere come una rivolta contro l’economia, percepita, a torto o ragione, come la costruttrice di un ordine internazionale che pare non piaccia più a nessuno, a cominciare da quelle popolazioni ricche che più ne hanno goduto.
I leader populistici, non a caso, si rivolgono a valori nei quali l’economia è in secondo piano. Trump vuole fare di nuovo grande l’America, qualunque cosa significhi. Putin ha dovuto persino rispolverare le radici etnico storiche degli ucraini, che lui giudica russi, quando semmai è vero il contrario, se uno la storia la ricorda bene.
Ne riparleremo. Intanto faremo bene a ricordare le parole del Fmi. E soprattutto rispolverare la memoria recente. Lo shock sui prezzi ci mette tempo ad arrivare, ma quando arriva è devastante, specie quando riguarda l’energia.
Ma non c’è solo l’energia, ovviamente. La guerra sta danneggiando le catene di fornitura di molti materiali critici, come i fertilizzanti, oltre a far crescere notevolmente i costi dei trasporti marittimi. E questo significa che il costo dei beni alimentari, che come i beni energetici pesano significativamente sull’inflazione congiunturale, è destinato a crescere, con buona pace dei paesi più fragili, dove le popolazioni spendono oltre un terzo del loro reddito per nutrirsi a fronte del 9 per cento speso dalle popolazioni dei paesi più benestanti. La guerra dei ricchi la pagano i poveri, insomma. E purtroppo neanche questa è una novità.
Ma se i poveri piangono non è che i ricchi ridano. Le borse sono dimagrite notevolmente e adesso fare il pieno di gasolio somiglia a un bene di lusso. Inoltre, sono aumentati i rendimenti obbligazionari e questo significa che i governi dovranno pagare più interessi per le prossime emissioni, aumentando la massa di risorse, già rilevante, che il fisco destina al pagamento degli interessi sui debiti, peraltro cresciuti.
Comunque vada a finire, insomma, toccherà di nuovo stringere la cinghia. E quindi rassegnarsi ad avere meno crescita.
Per la cronaca, questo è il terzo shock economico sistemico dall’inizio degli anni Venti. E siamo solo nel 2026. Quando le scosse sono ravvicinate nessuno dovrebbe sottovalutarle. O quantomeno sarebbe saggio valutarle diversamente dal solito. Questo ovviamente non è il lavoro del Fmi. Ma non si capisce di chi sia.
Poiché viviamo in tempi sempre più litigiosi, vale la pena sfogliare un recente paper della Bis (“Global banking and geopolitics through time”) che ci ricorda un’elementare verità: la globalizzazione, specie quella finanziaria, si nutre della fiducia, senza la quale semplicemente è impossibile tessere relazioni economiche produttive fra paesi. Vale per il commercio, ma ancor di più per i prestiti bancari, che sono la quintessenza della fiducia, visto che di solito investono il lungo termine.
Il paper è interessante perché ricostruisce proprio queste transazioni fra diversi blocchi nell’arco di cinquant’anni, e arriva a una conclusione che conferma quello che i dice il buon senso: è più facile bruciare i ponti che costruirne. E anche quando se ne costruiscono, serve tempo prima che i viaggiatori si decidano ad attraversarli.
Fuor di metafora, il discorso è molto semplice. Quando le relazioni politiche fra paesi peggiorano, i primi a pagarne le conseguenza sono i rapporti economici, che si deteriorano drasticamente. E purtroppo non vale neanche il contrario. Se le relazioni migliorano, vale a dire, non si verifica automaticamente che i rapporti economici fioriscano.
Vediamo i dettagli. Lo studio è stato condotto su dati del credito bancario internazionale fra il 1977 e il 2024, osservando fino a dodicimila relazioni bilaterali tra paesi. Il lavoro confronta vari eventi geopolitici significativi, tra cui l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’annessione della Crimea nel 2014, l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 e, sul versante opposto, la caduta del Muro di Berlino nel 1989. L’obiettivo è capire in che modo le tensioni o le distensioni geopolitiche si riflettano nel comportamento delle banche internazionali.
Lo studio misura la distanza geopolitica utilizzando i modelli di voto dei paesi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In pratica, più due paesi votano in modo simile su questioni internazionali, più sono considerati geopoliticamente vicini. Al contrario, differenze sistematiche indicano appartenenza a blocchi diversi.
L’analisi mostra che una maggiore distanza geopolitica riduce significativamente il credito tra paesi. In media, una differenza nell’allineamento geopolitico è associata a una riduzione di circa il 21% del credito bancario internazionale tra due economie. Questo effetto diventa ancora più forte nei momenti di crisi geopolitica, quando la fiducia tra i blocchi si deteriora rapidamente.
L’esempio più recente è l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022. L’evento ha provocato un immediato aumento delle tensioni tra il blocco occidentale e quello orientale, accompagnato da un sistema esteso di sanzioni economiche. I dati mostrano che il credito bancario tra paesi appartenenti a blocchi geopolitici diversi è diminuito di circa il 10% rispetto al credito tra paesi dello stesso blocco. Questo effetto non si limita alla Russia: anche eliminando la Russia dal campione, il calo del credito tra blocchi resta evidente.
Un risultato simile emerge analizzando l’annessione della Crimea nel 2014. In quel caso la riduzione del credito tra blocchi fu persino più marcata, con una contrazione di circa il 30%. Ancora più forte fu l’effetto dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, quando il credito internazionale tra i blocchi della Guerra Fredda crollò di quasi il 50%.
Questi risultati suggeriscono che il sistema finanziario internazionale reagisce rapidamente agli shock geopolitici negativi. Le banche tendono a ridurre l’esposizione verso paesi percepiti come politicamente distanti o rischiosi, soprattutto quando le tensioni si trasformano in conflitti aperti o sanzioni.
Tuttavia, la parte più sorprendente dell’analisi emerge quando si osservano gli eventi geopolitici positivi. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 rappresentò probabilmente il più grande momento di distensione geopolitica del XX secolo. La fine della Guerra Fredda aprì la strada alla globalizzazione degli anni Novanta e all’integrazione economica tra Est e Ovest.
Ci si potrebbe aspettare che un evento di questa portata abbia prodotto un’espansione significativa del credito bancario tra i blocchi geopolitici. In realtà non è così. I dati mostrano che, dopo la caduta del Muro, il credito tra paesi appartenenti a blocchi diversi non è aumentato in modo significativo rispetto al credito interno ai blocchi. In altre parole, la distensione politica non ha generato una crescita finanziaria simmetrica rispetto al crollo provocato dalle crisi geopolitiche.
Il confronto con il commercio internazionale rende questo risultato ancora più evidente. A differenza del credito bancario, il commercio reagisce in modo più simmetrico agli eventi geopolitici. Quando le tensioni aumentano, gli scambi tra blocchi diminuiscono. Quando le tensioni si riducono, gli scambi aumentano rapidamente.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, per esempio, il commercio tra i paesi dell’ex blocco sovietico e quelli occidentali aumentò drasticamente. L’effetto stimato è nell’ordine del 60-70%, un’espansione enorme che riflette l’apertura dei mercati dell’Europa orientale e l’integrazione delle economie post-socialiste nel sistema commerciale globale.
Questa divergenza tra commercio e finanza richiede una spiegazione. Gli autori dello studio suggeriscono che la chiave sia la fiducia.
Le transazioni finanziarie, in particolare il credito bancario, dipendono fortemente dalla fiducia tra le parti. Quando una banca concede un prestito internazionale, si impegna in una relazione che può durare anni e che spesso non è completamente garantita da collaterale. Il credito implica quindi una promessa: il debitore promette di restituire il denaro in futuro.
Il commercio di beni funziona diversamente. Anche se esistono rischi commerciali, la transazione è generalmente più breve e spesso accompagnata da beni fisici che fungono da garanzia. Una spedizione di merci rappresenta un valore tangibile che può essere rivenduto o recuperato in caso di problemi.
Per questo motivo la fiducia necessaria per sostenere il credito finanziario è più profonda e più fragile rispetto a quella richiesta per il commercio. Quando un conflitto geopolitico distrugge la fiducia tra paesi, le banche reagiscono rapidamente riducendo le esposizioni. Ma ricostruire quella fiducia richiede molto più tempo.
Questo meccanismo produce un effetto asimmetrico: le crisi geopolitiche riducono immediatamente i flussi finanziari, mentre la fine delle tensioni non produce automaticamente una ripresa altrettanto rapida.
Ulteriori evidenze emergono analizzando il comportamento delle banche multinazionali. Quando le tensioni geopolitiche aumentano, le banche tendono a ridurre il credito transfrontaliero diretto. Tuttavia, spesso mantengono le attività locali attraverso le proprie filiali nei paesi interessati.
Questo fenomeno è stato osservato chiaramente nel caso della Russia. Dopo l’annessione della Crimea e soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina, le banche straniere hanno ridotto drasticamente il credito transfrontaliero verso la Russia. Allo stesso tempo, molte di esse hanno continuato a mantenere attività locali attraverso le proprie filiali nel paese, che operano in gran parte in valuta locale. Notate, in particolare, la notevole crescita di operazioni in valuta locale delle banche americane in Russia attraverso loro filiali.
La ragione è che le operazioni locali sono meno vulnerabili ai rischi geopolitici. Una filiale bancaria che raccoglie depositi locali e concede prestiti locali è meno esposta al rischio di sanzioni o interruzioni finanziarie internazionali rispetto a un prestito transfrontaliero.
In generale, quindi, il sistema bancario internazionale reagisce alle tensioni geopolitiche ristrutturando i propri flussi: riduce il credito tra blocchi e rafforza le relazioni finanziarie all’interno degli stessi blocchi.
Questo processo contribuisce alla frammentazione del sistema finanziario globale. Se le tensioni geopolitiche dovessero continuare a crescere, il mondo potrebbe evolvere verso un sistema finanziario più segmentato, con blocchi regionali sempre più separati.
Negli ultimi anni alcuni segnali in questa direzione sono già visibili. Dopo l’invasione dell’Ucraina, per esempio, i flussi finanziari tra paesi occidentali sono cresciuti più rapidamente rispetto ai flussi tra paesi occidentali e paesi geopoliticamente distanti. Allo stesso tempo, alcune economie emergenti stanno rafforzando le relazioni finanziarie all’interno dei propri blocchi regionali.
Questo non significa necessariamente la fine della globalizzazione finanziaria, ma suggerisce che la geopolitica sta tornando a essere un fattore determinante nell’organizzazione dell’economia mondiale.
Nel lungo periodo, il rapporto tra geopolitica e finanza potrebbe diventare sempre più stretto. Le banche non operano in un vuoto politico: le loro decisioni dipendono da regolamentazioni, sanzioni, stabilità istituzionale e relazioni diplomatiche.
Quando queste condizioni cambiano, cambiano anche i flussi finanziari.
La lezione principale che emerge da questa ricerca è che il sistema finanziario internazionale è molto sensibile alle tensioni geopolitiche ma molto meno reattivo alle fasi di distensione. Questo rende le crisi politiche particolarmente pericolose per l’integrazione finanziaria globale.
Una guerra o una rottura diplomatica può distruggere rapidamente relazioni finanziarie costruite in decenni. Ma una volta che la fiducia è stata compromessa, ricostruirla richiede molto più tempo.
In un mondo sempre più multipolare, questa dinamica potrebbe diventare uno dei fattori chiave che determineranno la struttura dell’economia globale nel XXI secolo. Che vuol dire in pratica meno globalizzazione per tutti.
I metalli preziosi sembravano essere tornati di moda, proprio nel periodo di massimo fulgore dell’irrealtà virtuale. Delizioso paradosso di un mondo, quello finanziario che crede alla favole mentre compra once su once d’oro e d’argento, come ai tempi dei bucanieri. Comprava, sarebbe meglio dire. Adesso che l’entusiasmo si raffredda in ragione diretta dell’infiammarsi della guerra, sembra persino bizzarro ricordare quei giorni, così vicini a questi, quando si leggeva e si scriveva, e soprattutto si scriveva, che l’oro era diventato il non plus ultra dell’investimento finanziario. E’ bastato uno stormir di bombe. La corsa all’oro è diventata una corsa dall’oro. Per la fuga i mercati si stanno attrezzando.
I tecnici la chiamano rotazione settoriale, ma l’impennata delle quotazioni del settore energetico, a cui si è associata la caduta dei corsi nel settore IT è molto più di questo. E’ un promemoria, un avvertimento e insieme una minaccia. Ci ricorda che il nostro meraviglioso mondo virtuale è letteralmente attaccato a una presa dell’elettricità che ha bisogno di energia per funzionare, e ci avvisa che questo bisogno ha un costo che diventa crescente. Specie quando partono le bombe. E un giorno, chissà, potrebbe pure succedere che questo costo diventi insostenibile, anzi probabilmente lo diventerà. E questa è la minaccia. Ma soprattutto la rotazione settoriale che i nostri algidi analisti derubricano a fatto tecnico, sicuramente congiunturale, è una vendetta. La vendetta della realtà. Quella reale.
Ora che le borse vengono giù, atterrate dai missili, vale la pena concedersi un approfondimento su uno dei fenomeni finanziari più curiosi degli ultimi mesi sul quale si sono esercitati molti analisti: la crescita rimarchevole delle quotazioni dei metalli preziosi, e segnatamente oro e argento, in modo assolutamente non coerente con l’esperienza storica.
In passato, infatti, le quotazioni dell’oro sono cresciute per lo più nelle fasi di instabilità finanziaria. Nei mesi scorsi, invece, l’oro è cresciuto insieme a tutto il resto.
Per comprendere le ragioni di questi andamenti scorriamo l’ultima rassegna trimestrale della Bis, che dedica un breve approfondimento alla questione.
I dati mostrano che dopo forti guadagni nel 2025 e un ulteriore balzo all’inizio di gennaio 2026, i prezzi dell’oro e soprattutto dell’argento sono crollati alla fine di gennaio. Dopo essere raddoppiato nel 2025 e aver registrato un aumento superiore al 50% nel gennaio 2026, il prezzo dell’argento è sceso di circa il 30% in un solo giorno alla fine di gennaio. L’oro ha seguito un andamento sostanzialmente simile, ma meno estremo.
Il crollo dei metalli preziosi, spiega la Bis, sembra coincidere con cambiamenti nelle aspettative sul dollaro statunitense e sul percorso della politica monetaria, ma risulta difficile spiegarlo pienamente sulla base delle variazioni dei fondamentali economici.
Alla base della correzione, infatti, ci sono meccanismi tecnici che sono direttamente correlati con il tipo di strumento scelto per entrare nel mercato. Il riferimento è agli ETF a leva, che sono stati destinatari di ampi flussi economici da parte soprattutto degli investitori retail.
E’ stato infatti proprio il settore retail la principale fonte di afflussi nei fondi su argento e oro nel periodo che ha preceduto l’episodio di correzione. Questi acquirenti hanno canalizzato le proprie risorse attraverso exchange-traded funds (ETF). Al contrario, gli investitori istituzionali hanno mantenuto posizioni stabili o hanno persino ridotto l’esposizione (Grafico sopra al centro).
Da tempo gli investitori retail trovano conveniente utilizzare gli ETF per ottenere premi persistenti degli ETF su oro e argento rispetto al loro valore patrimoniale netto (NAV). Quando i prezzi hanno invertito la tendenza alla fine di gennaio, questi premi si sono rapidamente compressi e, nel caso dell’argento, si sono trasformati in sconti pronunciati, coerenti con un brusco cambiamento nei flussi. “L’impronta delle operazioni destabilizzanti degli ETF con leva sembra essere cresciuta nel contesto dell’euforia guidata dagli investitori retail nei mercati dei metalli preziosi”, sottolinea la Bis.
Questo ricorso massiccio agli ETF fa finito col mutare le dinamiche del mercato che in pratica si sono capovolte. Non era più il mercato a prezzare gli ETF, ma il contrario.
“Le liquidazioni innescate dai margini hanno ulteriormente amplificato il ribasso. I rapidi cali dei prezzi hanno aumentato i margini di variazione sulle posizioni in futures e diverse borse hanno irrigidito i requisiti di margine iniziale durante l’episodio”, spiega ancora. Col risultato che “le pressioni di finanziamento risultanti hanno costretto gli operatori più esposti alla fase di ribasso a ridurre la leva, in modo simile a quanto avvenuto in precedenti episodi di stress”. In sostanza questi strumenti sono diventati prociclici, aggravando la crisi.