Il dilemma cinese fra risparmio privato e welfare

Il Fmi ci ricorda molto opportunamente ciò che tutti sanno, o almeno coloro che seguono le cose economiche, ma che viene sempre sottovalutato quanto alle conseguenze che può generare nel sistema economico internazionale: l’alto tasso di risparmio delle famiglie cinesi, cui corrisponde un livello di welfare pubblico fra i più bassi fra i paesi emergenti.
E’ un fatto straniante, per tutti coloro che sono abituati a considerare il welfare come uno dei principali esiti dei sistemi socialisti, che in fondo il welfare l’anno inventato, tanto più che la Cina, pure se a modo suo, è uno degli esempi viventi di socialismo reale, o quantomeno pianificato, che meglio hanno funzionato nella storia.
Come si spiega questa anomalia? Come mai i cinesi hanno pianificato tutto tranne il welfare?
Rispondere a questa domanda non è facile e richiede un notevole sforzo di evasione dai luoghi comuni che ancora ci affliggono quando parliamo di Cina e ci confrontiamo con un sistema che è profondamente diverso dal nostro, anche se sembra aver assorbito alcune nostre idee. A cominciare da quella socialista, appunto.
Ovviamente non è certo questo il luogo per rispondere a un quesito così complesso, però teniamolo a mente, e magari aggiungiamo un altro elemento che dice molto del modo cinese di affrontare il capitalismo del XXI secolo. Ossia la tendenza strisciante a una virulenta competizione interna fra i soggetti del settore privato.
La Cina è molte cose insieme. Lo abbiamo visto discorrendo di previdenza. Accanto alle pensioni, che una volta erano solo per i lavoratori delle aziende di stato, c’era un mondo di persone senza alcuna previdenza, che sono negli ultimi anni ha iniziato a vederne un qualche tipo, ben lontano dagli standard occidentali.
Queste profonde differenze interne ci sono anche nel mercato della produzione. Accanto a strutture legate a filo doppio col governo, ci sono realtà aziendali estremamente deregolamentate che si fanno concorrenza fra loro. Il mercato cinese somiglia a un acquario dove le balene convivono con i piranha. Per farla assai più semplice di com’è, il sistema cinese è una mescola di pianificazione di stampo sovietico e capitalismo selvaggio in stile XIX secolo, adagiata su un fondo culturale antichissimo di stampo confuciano.
Ciò per dire che i nostri modelli interpretativi catturano solo alcuni pezzi della complessità cinese e quindi anche le nostre analisi, che rimangono inevitabilmente viziate dal pregiudizio della nostra cultura.
Detto ciò rimane il fatto. I cinesi risparmiano moltissimo e continuano ad avere un livello di welfare fra i più bassi al mondo. Il Fmi, che ne scrive nel suo ultimo Fiscal monitor, ci ricorda che il tasso di risparmio delle famiglie ha una media del 20% del pil, circa il doppio del tasso di risparmio nei paesi Ocse. E questo ovviamente ha un notevole effetto sui consumi, che rimangono bassi, e sugli investimenti, che invece rimangono elevati. Il “modello cinese”, insomma. E poiché questi investimenti producono molta roba, è chiaro che la Cina può crescere solo se esporta.
Non è così diverso da come eravamo e siamo ancora noi italiani, per non dire europei. Anche da noi i consumi sono bassi rispetto al nostro potenziale di reddito. Risparmiamo tanto e prestiamo i soldi agli americani – centinaia di miliardi ogni anno – che grazie a questi soldi consumano per tutto il mondo, al prezzo di notevoli debiti.
Vale la pena ricordare queste cose perché ci sono molti che le dimenticano quando si esercitano nell’attribuire patenti di fair play.
Torniamo alla Cina. Il governo, malgrado i progressi degli ultimi vent’anni, continua a spendere molto poco nelle funzioni essenziali del welfare. Il grafico in alto a sinistra che apre questo post dà un’idea del livello di spesa in istruzione, salute e previdenza, nel confronto con i paesi Ocse e le altre economie emergenti (EME). Si vede a colpo d’occhio che la Cina ha ancora molta strada da fare. Ma prima di notare questo, dovremmo innanzitutto chiederci se la Cina vuole farlo. Fa parte del nostro costume culturale credere che il nostro stile di vita possa funzionare per tutti.
Prendiamo il caso delle disparità. La spesa sociale per chi vive nelle principali città cinesi, ad esempio, è molto più elevata rispetto a quella destinata a ci vive in campagna. Un impiegato cittadino prende una pensione che eccede il 40% del pil pro capite, a fronte del 2-3% di chi lavora nelle aree rurali. Queste disparità sono ciò che alimenta questi enormi tassi di risparmio, ovviamente. Infatti alcuni studi empirici mostrano che il tasso di risparmio diminuisce quando aumenta la protezione sociale.
Rimane la domanda: perché i cinesi tengono in vita questa disparità? Come si coniuga con un sistema socialista? Forse dovremmo chiederlo a loro, e imparare ad ascoltare.















