Cronicario: E alla fine arrivò il Def, che non è un acronimo


Proverbio del 19 giugno L’uomo, a qualunque età, non è mai perfetto

Numero del giorno: 200.000.000.000 Nuovi dazi minacciati da Trump alla Cina

E’ il tempo dei Def, e non mi riferisco all’acronimo Documento di economia e finanza che pure mentre scrivo sta intrattenendo decine  – ma che dico decine: unità – di osservatori nel suo giorno di esordio in Parlamento. Dico Def per abbreviare, perché mi sono stancato di scrivere la parola deficit – che è lunghissima – e ancor di più la parola che qualifica gran parte del nostro dibattito pubblico: deficiente, nel senso latino per carità. Manchiamo di buon senso, a voler essere buoni. Ma soprattutto di senso dell’umorismo, che è peggio.

Per dire, come si fa a non prendere sul serio, ridendoci sopra, uno come Mister T, ormai palesemente fuori dalla realtà, che minaccia ai cinesi altri 200 miliardi di dazi perché a loro volta hanno minacciato gli Usa di metterne 50 miliardi su prodotti Usa dopo che gli Usa ne avevano messi altrettanti su quelli cinesi, che adesso minacciano di metterne 200 su quelli Usa e bla bla bla…E’ talmente seria questa cosa ridicola che i mercati oggi si stanno purgando ben bene per la gioa degli antiglobalisti con lo smartphone e i social sempre pronti, che sono la massima espressione di questo tempo Def. Sono in buona compagnia peraltro, anche da istituzioni insospettabili come l’Ocse, che mai può esser gudicata men che seria, pure quando, avendo rilasciato oggi il suo outlook sull’eurozona, ha invitato “i paesi ad alto debito” a intervenire per abbatterlo adesso che i tempi sono buoni.

Si lo so, ho riso anch’io e ho rischiato di non smetterla più perché poco dopo parlando del Def in Parlamento, l’acronimo stavolta non l’abbreviazione, il neo ministro Tria, ha raggiunto picchi pericolosissimi di buon senso coi tempi che corrono dicendo ad esempio che è necessario “mantenere il percorso di riduzione del debito”, visto che “il consolidamento di bilancio è condizione necessaria per mantenere la fiducia dei mercati finanziari, imprescindibile per tutelare i risparmi italiani e ottenere una crescita stabile”.

Ma per fortuna è un attimo. Poco dopo lo stesso ministro abbandona l’acronimo e torna al Def in modalità abbreviazione parlando delle necessità di “una seria riflessione” sul livello del def…icit. Quindi sterza sulla futura task force per il rilancio degli investimenti, rigorosamente ad alto moltiplicatore, e sicuramente a Def, e poi derapa sul reddito di cittadinanza “che avrà un ruolo centrale tramite l’integrazione nel mercato del lavoro”, acche se non si capisce con quali soldi (Def?), assicurando che “sarà possibile conciliare la crescita con il calo del debito”, variante in salsa Def della moglie piena e la botte ubriaca. E per far felice l’adorante pubblico Def, sempre quello antiglobal e anti finanza, con lo smartphone comprato a rate e i social in modalità acceso fisso, sottolinea che ci sono “gravi inadeguatezze nell’Ue e serve una profonda riforma”. La quale ovviamente non può che partire dalla constatazione che ormai è “matura la svolta Ue per gli investimenti fuori dal deficit”. Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli Def. Alla fine ci diventai.

A domani.

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La qualità, oltre al prezzo, ha fatto ripartire l’export italiano


Fra le tante narrazioni più o meno ingannevoli che pullulano nel nostro discorso economico, una delle più diffuse è quella che riduce le decisioni nel commercio alla semplice convenienza economica, trascurando la circostanza che l’economia non è soltanto quantità, e quindi prezzo, ma è anche (e forse soprattutto) qualità. A ognuno di noi, che affrontiamo quotidianamente scelte di consumo o di investimento, questa circostanza è perfettamente nota. Molte volte acquistiamo beni o servizi più costosi perché facciamo una scelta di qualità più che di prezzo, che certo ha una sua importanza ma non è l’unico elemento alla base di una scelta. E poiché vantiamo a ogni pie’ sospinto l’eccellenza del made in Italy, dovremmo pure iniziare a pensare alla nostra capacità di esportare come frutto dell’ingegno più che puntare tutto sulla furbizia del low cost, magari favorito dal cambio o dai salari bassi.

Peraltro questa tendenza è emersa con chiarezza nella storia del nostro export degli ultimi anni, durante i quali il nostro settore esportatore ha corretto sostanzialmente una sua caratteristica che molto ci ha fatto soffrire all’inizio del nuovo secolo, ossia il somigliare alla Cina proprio mentre la Cina entrava a pieno titolo nel gioco dell’economia globale. Oggi somigliamo meno alla Cina e più alla Germania. Abbiamo sviluppato una capacità di esportare che punta sulla qualità, e non solo sul prezzo. E questo è probabilmente il successo più rilevante del nostro paese negli ultimi anni e purtroppo ancora poco conosciuto, visto che si continua a dibattere di come aumentare la competitività della nostra industria suggerendo scorciatoie invece della via maestra che coincide con prodotti di qualità crescente, che significa investimento sulla conoscenza, e quindi una migliore istruzione, sulla tecnologia e in fondo sulla quella creatività che ci ha reso celebri.

Chi volesse circostanziare queste conclusioni con alcuni dati di fatto, può leggere un approfondimento dedicato all’export contenuto nell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia che si intitola “Le principali determinanti delle esportazioni di beni”. Lettura consigliatissima perché, oltre ad avere uno sguardo lungo oltre un quindicennio, suggerisce che non ci sono scorciatoie utili per il successo. Non ci sono pasti gratis, insomma, e conquistare quote di mercato in un mondo globalizzato è affare per gente che lavora e si impegna e che magari ha alle spalle un governo che favorisce l’internalizzazione con le sue politiche estere, piuttosto che scoraggiarla. Cominciamo dai dati.

“Tra il 1999 e il 2007 – scrive Bankitalia – la domanda nei mercati di sbocco dell’Italia è cresciuta poco più che in quelli degli altri principali paesi dell’area dell’euro; l’insoddisfacente performance relativa del nostro paese non è quindi imputabile a una concentrazione delle vendite, rispetto ai concorrenti, in mercati meno dinamici. Le esportazioni italia sono aumentate in questo periodo di circa la metà rispetto alla domanda estera. Il divario si osserva sia sui mercati esterni all’area euro sia, in modo più marcato, su quelli interni”. Questa situazione cambia radicalmente a partire dal 2010. Da quell’anno “le vendite all’estero complessive sono cresciute più della
domanda potenziale rivolta all’Italia, che in questo periodo è aumentata al pari di
quella diretta a Francia, Germania e Spagna”. Cosa è accaduto e cosa ha determinato il cambiamento?

Quello che sappiamo, per cominciare, è che fra il 1999 e il 2007 l’Italia ha ceduto competitività sia sul versante del prezzo che dei costi. Abbiamo perso meno di quanto abbia perduto la Spagna ma più della Francia e della Germania, “dove la competitività è invece migliorata per una combinazione peculiare di moderazione salariale, forte incremento della produttività e accresciuto ricorso a beni e servizi intermedi importati”.

La ripresa del 2010 è stata in qualche modo favorita dal deprezzamento registrato dall’euro, che ha migliorato gli indicatori di competitività. E quando è arrivata la crisi del 2011-12 Italia e Spagna hanno visto una crescita più contenuta dei prezzi e del costo del lavoro rispetto alla Germania e ciò ha contribuito a migliorare le esportazioni. Ma non si è trattato di una semplice questione di maggiore convenienza. “Anche a seguito del crescente peso delle economie emergenti nel commercio mondiale – spiega Bankitalia – il forte aumento della pressione concorrenziale ha spinto le imprese dei paesi avanzati a concentrarsi sempre più su fattori di competitività non di prezzo, come la qualità dei prodotti”. Ed eccola qui la tendenza che ha fatto a cambiare il gioco. “In base a nostre elaborazioni su dati disaggregati per prodotto e mercato di destinazione -sottolinea – la qualità dei prodotti esportati, misurata da un indicatore che coglie le caratteristiche che permettono di ottenere prezzi più elevati a parità di quantità vendute, è cresciuta in Italia in linea con quanto registrato in Spagna e in Germania e più che in Francia”.

Questa evoluzione si apprezza nella sua importanza se vediamo da dove siamo partiti. I dati mostrano che l’Italia più di altri ha patito la concorrenza cinese, che dal 2001 in poi ha triplicato la sua quota nelle esportazioni mondiali, raggiungendo il 13% nel 2017. “l’Italia ha sofferto le pressioni del concorrente asiatico più di Spagna e Germania, per effetto di una specializzazione settoriale sbilanciata verso settori tecnologicamente meno avanzati”.

In pratica fino al 2007 “il calo della quota di mercato, pari a 0,6 punti percentuali rispetto al 1999 nella valutazione a prezzi e cambi correnti, è quasi del tutto riconducibile ai prodotti più esposti alla concorrenza cinese”. Dal 2010 invece “si osserva una reazione delle imprese manifatturiere italiane”, e ciò accaduto in virtù di un cambio sostanziale delle esportazioni: “La specializzazione si è spostata verso settori più avanzati, come gli autoveicoli e la farmaceutica: il peso delle produzioni maggiormente esposte alla concorrenza cinese si è ridotto tra il 1999 e il 2010 di quasi un quarto”. A ciò si è aggiunto il miglioramento della capacità competitiva, che ha favorito il recupero delle quote di mercato, a partire dal 2012, anche nei settori in cui è più forte la concorrenza cinese”.

La competitività di prezzo rimane un fattore importante per l’Italia – pesa più di quanto pesi per la Francia e la Germania – e la grande quota di piccole aziende non la favorisce. Le stime di Bankitalia mostrano che gli esportatori di dimensione maggiore sono più bravi sui mercati esteri non solo perché hanno capacità di fronteggiare la concorrenza, ma anche perché riescono a gestire meglio le fluttuazioni del tasso di cambio. E’ poco noto, ad esempio, che molte aziende italiane fatturano in valute diverse dall’euro le proprie esportazioni, a volta anche in maniera rilevante. Negli Usa, ad esempio, oltre il 55% dell’export italiano è fatturato in dollari.

In sostanza, l’Italia ha subito un notevole shock concorrenziale con l’ingresso della Cina nel Wto in virtù del quale “il nostro paese già afflitto da problemi strutturali irrisolti”, ha subito “una progressiva perdita di competitività, anche rispetto ai principali concorrenti europei”. “Ciò ha indotto una graduale riorganizzazione del sistema industriale italiano e una ricomposizione degli esportatori tra mercati, settori e classi dimensionali. Nonostante il pesante shock della doppia crisi, dal 2010 si sono manifestati gli effetti di questo rafforzamento strutturale sulla capacità delle aziende italiane di competere nei mercati internazionali. Se la composizione per settore e classe dimensionale delle imprese esportatrici italiane nel 2010 fosse rimasta quella di inizio secolo, l’incremento delle vendite all’estero nel successivo quinquennio sarebbe stato inferiore di almeno un quinto”. Le crisi nascondono opportunità, a saperle cogliere, dicevano una volta gli antichi.

 

Cronicario: Il surplus sta finendo (e un anno se ne va)


Proverbio del 18 giugno Il frutto maturo cade da solo ma non nella nostra bocca

Numero del giorno: 426.000.000 Tonnellate anidride carbonica emesse in più, 2017

E siccome è lunedì, vi beccate il post stralunato che parla persino di cose serie in un momento di massima ilarità nazionale, provocata dall’ennesima replica in stile Bagaglino dell’eterna telenovelas italiana “Io pago, tu rubi”. Post serio dicevo perché molto seriamente l’Istat ci fa notare che il nostro commercio estero va talmente bene che il surplus diminuisce malgrado aumenti l’export.

L’erosione del surplus commerciale, malgrado la crescita su base annua dell’export del 6,6% dipende dal fatto che nel frattempo è cresciuto anche l’import del 9,6% con la quota dell’import extra Ue aumentata dell’11,4%. Insomma: godetevi la tabella qua sotto e fateci due pensierini.

Io sono riuscito a farne uno solo. I dati grezzi, nel confronto aprile 2017/2018, registrano un aumento robustissimo (il 18,5%) delle importazioni di energia, mentre i saldi mostrano un costo per l’energia superiore ai 12 miliardi e mezzo nei primi quattro mesi dell’anno. Ciò vuol dire che il saldo dell’export totale pari a 22,975 miliardi, è stato “mangiato” per oltre il 50% dalla bolletta energetica e questo è più che sufficiente per spiegare perché i nostri saldi congiunturali (ossia mensili) siano in calo. Ora se pensate che il 22 giugno ci sarà una riunione nella quale l’Opec plus dovrà decidere se e quanto ridurre i tagli alla produzione, che impattano non poco sul prezzo del petrolio, magari vi verrà l’uzzolo di appassionarvi un po’ più ai giochetti del mercato petrolifero invece che allo spetteguless politico-giudiziario…

Ma nel caso non dovesse succedere, almeno date una raddrizzata alle vostre priorità. Per esempio: sapete chi sono i nostri principali partner che importano da noi? Ve lo dico io. Anzi ve lo dice l’Istat:

Ecco. Quando vi dicono che il nostro futuro commerciale è in Russia, magari toccate ferro. E poi compratevi qualcosa made in Ue. Almeno è reciproco. Con gli Usa non saprei: fra un po’ si daziano da soli e quindi meglio lasciarli perdere. Almeno finché non rinsaviscono. Infine una notazione di calendario. Nel caso non l’aveste notato siamo agli sgoccioli del primo semestre e alla vigilia del grande esodo.

Un anno se ne va e ancora non ho letto una sola cosa che avesse una quale parvenza di intelligenza nel nostro dibattere pubblico. Siamo in preda agli auto-insulti almeno da un quadrimestre. E dopo l’estate arriverà implacabile come una cambiale la legge di bilancio. Considerando che il DEF preparatorio dovrebbe arrivare domani alla Camera e al Senato, c’è da sperare solo che l’acronimo, dopo il dibattito, non diventi un’abbreviazione. Di deficit, per cominciare. Perché a furia di far deficit si diventa deficienti.

A domani.

La mutazione “benigna” del mercato dei Cds


C’erano una volta i cattivissimi Cds, aggeggi finanziari che nessuno conosceva finché, nella baraonda del 2008 non portarono al naufragio di Aig, colosso americano delle assicurazioni. E dopo allora quest’acronimo, che sta per credit default swap, finì all’indice e insieme assurse alla celebrità. Discettare di Cds divenne quasi un obbligo sociale nel clou della crisi dell’euro del 2011-12. Chiunque volesse darsi un tono da intenditore bastava accennasse agli spread sui Cds per guadagnare credibilità. Da allora l’attenzione su questi strumenti è scemata, ma non vuol dire che nel frattempo siano spariti. Semmai sono stati ricondotti nell’alveo della normalità, seppure esotica, dei mercati finanziari dopo aver vissuto per un lungo ed eccitante periodo nell’armamentario degli speculatori.

Lo stato attuale del mercato dei Cds lo illustra bene la Bis, la Banca dei regolamenti internazionali, nella sua Rassegna trimestrale di giugno, dove l’esito più immediatamente visibile (e comprensibile) è il crollo dei valori nozionali di questi contratti.

Nel 2007, prima della Grande Crisi Finanziaria (GCF), a fine 2007, il valore nozionale dei Cds aveva raggiunto i 61.200 miliardi di dollari. Dieci anni dopo quei 61 trilioni sono diventati 9.400 miliardi, cifra comunque ragguardevole ma fisiologica in un mondo che rischia sempre di più e quindi ha sempre bisogno di essere rassicurato. Gran parte di questa evoluzione è dovuta ai cambiamenti istituzionali che sono intervenuti all’indomani della crisi e all’emersione delle controparti centrali come grandi soggetti cui il mercato dei Cds si rivolge sempre più per regolare queste posizioni. Ma poiché a questo punto il discorso si fa sempre più esoterico, forse è meglio fare un po’ di glossario.

Cominciamo dall’inizio. Cosa è un Cds. “In un contratto Cds – spiega gli autori del paper – un acquirente di protezione compra un’assicurazione contro un evento creditizio di un’entità di riferimento (ad esempio un titolo di debito sovrano) da un venditore di protezione. Per quella protezione, l’acquirente versa un premio periodico, mentre il venditore si impegna a compensare l’acquirente qualora dovesse presentarsi un evento creditizio”. Tradotto: pago un premio assicurativo che garantisce il mio credito da una circostanza avversa. Se tale evento si verifica, colui che mi ha assicurato mi paga quanto pattuito. La seconda definizione che bisogna comprendere è quella di valore nozionale. Si tratta, sempre secondo la definizione Bis, del “valore lordo di tutti i contratti derivati sottoscritti e non ancora regolati alla data di segnalazione”. Un importo che non va confuso con il valore lordo di mercato. “Mentre gli importi nozionali riflettono l’esposizione potenziale massima di controparte del venditore di protezione all’acquirente di protezione – spiega la Bis -, i valori lordi di mercato forniscono un’indicazione delle esposizioni correnti al rischio di credito”. I Cds, inoltre, possono essere single name, quando hanno sotto un debitore specifico, o multi name, quando le entità sono più d’una. Inoltre sono soggetti a “compressione”, un espediente tecnico in virtù del quale le controparti del Cds eliminano i contratti esistenti e li sostituiscono con nuovi, in tal modo riducendone il numero complessivo e il valore nozionale lordo, mentre si mantengono inalterate le esposizioni nette. Questi elementi ci consentono di leggere il grafico sopra con maggiore consapevolezza e quindi comprendere il grande cambiamento intercorso nel mercato dei Cds in questi dieci anni.

Alcuni fatti, in particolare, meritano di essere sottolineati. Le trasformazioni istituzionali hanno favorito l’aumento dei regolamenti dei contratti che avvengono tramite controparti centrali (CCP), che ormai compensano il 55% degli importi totali dei contratti a fronte dell’17% di metà 2011. Contestualmente la quota regolata fra inter-dealer, ossia gli intermediari finanziari che facilitano le transazioni tra broker-dealer, banche rivenditori e altre istituzioni finanziarie, è calata dal 53 al 25%. Questa evoluzione è stata favorita dalla crescente standardizzazione dei contratti, tipicamente over the counter, e quindi soggetti in precedenza a una maggiore discrezionalità. Ad esempio ormai la scadenza dei contratti si concentra sui cinque anni e quelli di durata superiore sono in calo costante.

La seconda circostanza interessante è che a questo “miglioramento” sistemico, basato sul ruolo delle CCP e sulla standardizzazione dei contratti, se ne aggiunto un altro stavolta basato sul tipo dei sottostanti. Prima della crisi i Cds si facevano su titoli parecchio esotici, spesso malcompresi anche dagli assicuratori (come ha mostrato il caso Aig). Adesso la quota di Cds che ha sotto crediti investment grade, ossia con rating elevato, ha raggiunto il 64% a fine 2017. Notevolmente cresciuta anche la quota di Cds che hanno sotto debitori sovrani. Dalla crisi in poi i valori nozionali dei contratti su titoli emessi da debitori sovrani sono passati dai 1.600 miliardi (metà 2007), pari al 3,4% del mercato, a circa 33.000 miliardi (13,3%). “Il momento in cui è avvenuto questo
incremento suggerisce che è importante considerare il ruolo delle crescenti
preoccupazioni in materia di solvibilità nell’area dell’euro a fine 2011 e nella prima
metà del 2012”, spiega la Bis.

La quota di Cds su titoli sovrani è cresciuta anche dopo, arrivando al 16% del mercato a fine 2017. Tuttavia, malgrado il notevole aumento, il grosso dei Cds si indirizza sulle obbligazioni di altri soggetti.

A fine 2017 i dealer avevano acquistato protezioni tramite Cds per un importo complessivo di 258 miliardi di dollari. Altro cambiamento rilevante gli hedge fund, una volta grandi acquirenti, sono passati da 307 miliardi di acquisti netti a meno di 16 miliardi. La normalizzazione del mercato ha fatto sparire per questi soggetti la convenienza che derivava da alcune operazioni di arbitraggio. Insomma, il Cds , dopo il fuori pista del 2008, ha smesso di girare come una Ferrari. Va sempre, ma come un diesel.

Cronicario: Italy first, anche per i giovani sfaccendati


Proverbio del 15 giugno Troppo è peggio che poco

Numero del giorno: 2.311.000.000.000 Debito pubblico italiano ad aprile

Premesso che la statistiche vanno maneggiate con cura, essendo notoriamente una delle forme più subdole di costruzione della realtà, vi chiedo per un attimo di travestirvi da giovani olandesi e poi leggere Eurostat che riporta la primazia dei giovani italiani 18-24enni nella meravigliosa classifica dei NEET.

Avete letto bene. NEET non è un refuso, ma un acronimo anglofono che sta per persone che non studiano né lavorano. Quindi giovani italiani – uno su quattro – che stanno impiegando gli anni migliori della loro vita per fare la cosa migliore che si possa fare nella vita.

Inutile raccontarvi della mia invidia sociale: sono giovani, che già è una fortuna, e per giunta non fanno nulla. Così per darmi un tono indosso il cipiglio preoccupato e osservo che altrove – sempre in Olanda – son un filo più del 5% a fronte del nostro oltre 25%, questi benedetti NEET. E torno a chiedervi cosa pensereste se foste olandesi, leggendo dei giovani italiani che non solo in gran parte si godono il paesaggio, ma che sono pure in corsa per avere il reddito di nullafacenza, che rima bene con quello di cittadinanza (italiana). Italy first, d’altronde, deve valere anche per loro no?

Però vorrei dire a questi giovani olandesi (e vi faccio grazia degli altri colleghi eurodotati) che ci guardano con lieve disdegno che sì, abbiamo un sacco di NEET. Ma abbiamo pure questo.

e quest’altro.

Forse un giovane olandese ha qualche incentivo in più a darsi da fare. E le imprese di lassù non si spaventano se aumenta il costo del lavoro, a differenza delle nostre. Ma soprattutto vorrei dire a questi soloni che ho il sospetto che ci siano ragioni più profonde dietro la fenomenologia dei NEET:

Ma certo: è così. I NEET sono la nuova resistenza al capitalismo che vuole rubarti la vita in cambio di un salario da fame. Sono i nuovi partigiani. Coi soldi del nonno.

A lunedì.

 

Cartolina: Il potere del mercato


I cicli economici che importano davvero richiedono decenni per svolgere i loro effetti. Quello iniziato negli anni ’80, che ha trovato nei ’90 il suo propellente e nell’inizio del XXI secolo il suo svolgimento, mostra oggi il suo esito nella forma dei vari populismi che insidiano l’economia internazionale con le loro diverse declinazioni di primazie. Il ciclo iniziato negli anni ’80 ripercorreva sentieri antichi, costruiti sul pensiero dello stato minimo e del potere del mercato, con ciò alimentando la narrazione del libero scambio quale strumento di perfezionamento delle vocazioni produttive a vantaggio del consumatore. L’incremento del commercio che ne è conseguito ha consentito alle grandi aziende internazionali molti profitti, specie dopo la crisi, e ha prodotto anche molta occupazione. Senonché il benessere gocciolato dai forzieri delle multinazionali ha favorito i poveri dei paesi emergenti assai più che quelli dei paesi avanzati, che però fanno opinione. Col risultato che adesso i mercati vengono questionati e si riaffaccia nel dibattito pubblico la seduzione dell’autarchia, spacciata come libertà dall’altro, e dello stato, invocato a gran voce come nume tutelare degli interessi diffusi. I mercati rivolgeranno altrove la loro attenzione, probabilmente. Magari laddove i profitti sono rimasti a lungo contenuti. Laggiù non troveranno parlamenti e opinioni pubbliche come le nostre. Ma saranno questi regimi più o meno autocratici a sperimentare il potere dei mercati. Probabilmente si intenderanno meglio.

Cronicario: La festa (Bce) è finita, ora comincia l’after hours


Proverbio del 14 giugno Tutto è bene quel che finisce bene

Numero del giorno: 139.000.000.000 Valori appalti in Italia oltre i 40 mila euro nel 2017

E così finalmente l’annuncio è arrivato: da ottobre la Bce dimezzerà a 15 miliardi gli acquisiti di titoli per il QE e poi li annullerà del tutto a partire dal 2019. Finisce un mondo festaiolo, dove la liquidità di banca centrale, la migliore perché cade dal cielo, ha condotto le danze per un triennio buono e ancora lo condurrà, visto che Francoforte si è premurata di far sapere che continuerà a reinvestire le somme ricavate dai titoli scaduti ancora a lungo, mentre i tassi rimarranno rasoterra chissà ancora per quanto.  Insomma, la festa è finita, e adesso comincia il bello.

Come nelle feste, anche al QE after hours, partecipano solo i più tosti. Quelli che non dormono mai e hanno grande capacità di resistenza, oltreché di assorbimento delle tossine, che sempre come nelle feste, si sono accumulate nel sistema finanziario dopo gli anni ruggenti del QE da 80 miliardi di acquisiti al mese, che ha gonfiato i bilanci delle banche centrali dell’eurosistema oltre che di quello di Francoforte.

Saranno anni interessanti, quelli del dopo festa e saremo qui a ficcare il naso per voi aficionados del Cronicario, anche se temiamo ci sarà poco da ridere (ma noi ci proviamo comunque). Intanto vale la pena iniziare facendovi notare che la Bce ha ribassato le previsioni di crescita dal 2,4 al 2,1% per quest’anno, e che il nostro magico Supermario ha detto che “non serve a nessuno mettere in discussione l’euro perché è irreversibile”. Purtroppo ha torto, perché a molti è servito.

e probabilmente servirà ancora ad altri.

E poi un’altra cosa. Probabilmente commentando la (fake) news del Financial Times pubblicata nei giorni caldi del caos finanziario, secondo la quale la Bce avrebbe complottato per far salire il nostro spread, Draghi ha detto col sorriso vagamente sornione che “non c’è stato nessun complotto su questo”. Infatti: abbiamo fatto tutto da soli. Solo che non ce ne siamo accorti.

A domani.

Le merci che viaggiano lungo le reti dell’Eurasia


Studiare gli scambi fra due paesi serve a conoscerli. Sapere cosa acquisti dagli altri una popolazione è il modo più semplice per esplorarne i desideri e le necessità. Un modo discreto per scrutarne l’animo e la pancia utilizzando il mascheramento della contabilità. Sapere cosa commerciano due paesi serve anche a capire quanto siano necessari l’uno all’altro, e quindi implicitamente individuarne le debolezze. Aiuta a immaginare politiche che possano limitare o aumentare tale dipendenza e non a caso le statistiche sugli scambi appassionano i grandi strateghi, molti dei quali temono il commercio perché scopre le loro fragilità. D’altronde la storia si potrebbe raccontare come il costante oscillare di una popolazione fra la tentazione ingenua dell’autarchia, spacciata come libertà dall’altro, e la seduzione sottile della teoria del libero scambio, che trova proprio nell’altro lo strumento del proprio perfezionamento. Dall’economia curtense all’economia aperta. Dal protezionismo alla globalizzazione. L’epopea del pensiero economico è un discorso dello spirito sul modo in cui una popolazione gestisce i propri bisogni e quindi il rapporto con gli altri. Se in maniera antagonista – le varie primazie che affliggono la nostra attualità – o in maniera collaborativa.

Ciò detto, ha molto senso osservare cosa scambino fra loro i paesi che compongono l’Eurasia, ricordano da subito alcuni dati pubblicati da Eurostat.

Guardando insieme queste torte si ha la rappresentazione plastica del peso specifico del continente euroasiatico nel commercio internazionale. Ma questo non ci dice ancora abbastanza. Sapere che il 20% delle importazioni nell’Ue arrivano dalla Cina è notizia suggestiva ma ancora poco informativa. Bisogna andare oltre il dato macro e esplorare il micro. E soprattutto allargare lo sguardo anche all’Unione economica euroasiatica di Putin (EAEU) che a fine 2016 aveva totalizzato 130 milioni di tonnellate di scambi con la Cina e che al suo interno raccoglie molti paesi centroasiatici.

Il dato dei commerci fra EAEU e Cina, che di recente hanno anche siglato un accordo per favorire ulteriormente gli scambi, deriva in gran parte dall’incremento delle esportazioni dell’Unione euroasiatica, cresciuta del 75% negli ultimi anni fino alla cifra di 117 milioni di tonnellate. L’import dalla Cina è molto minore, circa 15 milioni. Ma ciò che bisogna osservare è che l’export è dominato dai beni energetici, si parla del 65%, con ciò individuandosi la prima linea di influenza della quale la Cina deve tenere conto e che la spinge a instaurare legami sempre più stretti con i paesi dell’ex Unione sovietica. La quota di beni energetici sul totale di questo interscambio è raddoppiata negli ultimi dieci anni, che hanno segnato l’esplosione della voracità energetica cinese.

Nel 2018 la Russia ha esportato 47,6 milioni di tonnellate di petrolio in Cina, il Kazakistan 3,2 milioni. Sempre la Russia le ha venduto 16 milioni di tonnellate di carbone. Un altro 15% dell’export dell’Unione euroasiatica verso la Cina è rappresentato dal legname venduto dalla Russia (20 milioni di tonnellate), mentre la quota di minerali e prodotti chimici è diminuita al 10,6% del totale dal 20 di pochi anni fa. Probabilmente ciò dipende dal calo di esportazioni di ferro dalla Russia e dal Kazakistan, generato dal crollo del prezzi. Interessante osservare che un altro 4.5% di export è fatto da fertilizzanti minerali che arrivano in Cina sempre dalla Russia e poi dalla Bielorussia. Nell’altro verso, ossia dalla Cina all’EAEU, troviamo per il 25-30% macchinari ed equipaggiamenti, per il 15% metalli e prodotti di metallo, per il 10% prodotti chimici, materiali di costruzione e prodotti dell’agricoltura. Un altro 6-8% sono minerali e prodotti chimici. In sostanza la Cina acquisisce per lo più beni primari e rivende in gran parte prodotti finiti o semilavorati.

L’analisi si dettaglia ancor di più se andiamo a vedere gli scambi fra la Cina e i singoli paesi che compongono l’Unione di Putin. La Russia primeggia, come si può immaginare, con flussi totali che pesano il 75% dell’import totale di commodity dei cinesi dalla regione. Al secondo posto c’è il Kazakistan, che ha visto decrescere il suo flusso di export verso Pechino dal 20-25% a meno del 10%. La Bielorussia pesa il 2%, il Kyrgyzistan circa il 5%, l’Armenia circa l’1%. Questi numeri di consentono di capire che quando parliamo di interscambio fra Cina e Unione parliamo in sostanza di Cina e Russia. La sostanza svela il travestimento della forma.

Un’altra informazione che aiuta a comprendere l’evoluzione della logistica è che la strutture dell’export di merci dalla Russia alla Cina è dominata dalle commodity. Si tratta in gran parte di merci che non posso essere spedite tramite container, si pensi al petrolio, che infatti pesano circa il 2-2,5%. Un dato comunque in crescita rispetto al passato che corrisponde al miglioramento della rete infrastrutturale fra le due aree. L’import della Russia dalla Cina, consiste in gran parte di equipaggiamenti, metalli, prodotti chimici e agricoli e fra il 2007 e il 2016 il flusso dei container destinati dalla Cina alla Russia è aumentata dal 45-50 al 55-60%, con un aumento del volume fisico degli scambi da 4,5 a 7 milioni di tonnellate.

Lo schema russo-cinese si replica anche nel caso del Kazakistan, che in gran parte esporta petrolio e gas verso la Cina, prodotti che valgono circa la metà del totale dei flussi, e materie prime minerali e chimiche che pesano un altro 25-40%, superando il 50% in alcuni anni. Un terzo gruppo, che pesa fra il 5 e il 10% sono prodotti di metallo, come rame e acciaio. Le importazioni dalla Cina, per converso sono basse, circa 2-3 tonnellate l’anno e consistono in gran parte di equipaggiamenti, prodotti di metallo e materiali chimici e per le costruzioni. Molto più vario, anche se quantitativamente poco significativo, è lo scambio fra Cina e Bielorussia. Quest’ultima esporta in Cina per lo più fertilizzanti, che pesano fra l’80 e il 90% dell’export, originando in cambio importazioni per circa mezza tonnellata l’anno per lo più di macchinari e equipaggiamenti (35%) e prodotti di metallo (15-20%). Gli scambi con l’Armenia sono ridotti al minimo, circa 100 mila tonnellate, con le esportazioni dall’Armenia dominata da materie prime, per lo più rame, in cambio di macchinari e materiali di costruzione. Anche il Kyrgyzstan ha un interscambio modesto con al Cina e si replica per grandi linee lo stesso schema: carburante (carbone) e tessuti e pelle rappresentano l’80% delle esportazioni verso la Cina e prodotti agricoli e materie prime, vestiti, scarpe e tessuti, macchinari e attrezzature e metalli e prodotti in metallo l’import.

Queste informazioni ci consentono già di trarre alcune conclusioni. La Cina dipende strategicamente dall’Unione di Putin assai più di quanto quest’ultima dipenda dalla Cina. Lo dimostra il volume dell’interscambio, fortemente sbilanciato dal lato dell’export verso la Cina e dominato dalle risorse energetiche. Dal canto loro i paesi dell’Unione hanno trovato nella Cina un ottimo acquirente delle loro commodity che in qualche modo ha stabilizzato le loro economie. Quindi esiste una chiara interdipendenza funzionale. Da un punto di vista strettamente quantitativo, invece, le esportazioni cinesi hanno un peso specifico assai più rilevanti per l’Ue, come abbiamo visto nei grafici sopra, che per l’Unione Euroasiatica. A sua volta l’Ue ha una notevole dipendenza energetica dall’Unione di Putin, che vende molto anche da noi, e dal Medio Oriente. Quindi le risorse energetiche di parte dell’Eurasia alimentano sostanzialmente l’interscambio di merci fra la Cina e l’Ue, dove peraltro si concentra gran parte della popolazione del continente.

La Cina per, per Unione putiniana, è innanzitutto una fornitrice di macchinari ed equipaggiamenti, quindi scambia materie prime per prodotti finiti. E questa asimmetria condiziona la logistica perché le merci che viaggiano verso la Cina difficilmente possono essere trasportate tramite container. Questo contribuisce a spiegare la predominanza del mare sulle altre vie di collegamento. Ma non ci dice tutto.

(2/segue)

Puntata precedente  La rete terrestre dell’Eurasia 

Cronicario: Cercasi bimbi disperatamente


Proverbio del 13 giugno L’uomo nobile parla lentamente e agisce rapidamente

Numero del giorno 932 Migranti giunti stamane al porto di Catania

Magari siete quel tipo di lettori che si appassionano alla macelleria giudiziaria. Vi capisco: viviamo in un paese che adora la gogna. Però non venite a cercala sul vostro Cronicario, che al massimo percula le idee, mai le persone, e non trova nulla di divertente nell’ennesimo scandalo che travolge quello che una volta si chiamava arco costituzionale e oggi chissà, per la solita opera pubblica gigantesca – addirittura uno stadio – dove si replica l’ennesimo copione della Banda Bassotti vs Paperone coi soldi miei. Ennò. Se proprio dev’essere grido di dolore quello di oggi – Cronicario in versione Cry baby – allora beccatevi questo che arriva dritto dall’Istat.

Magari siete quei lettori del tipo ma chissenefrega della demografia. Di quelli che “ho pure fatto un figlio”, ignorando sostanzialmente che per evitare che la popolazione diminuisca ne servono almeno due per coppia. Tre se si vuole che aumenti. O, meglio ancora, siete uno quei lettori della serie “meglio che smettiamo di fare bimbi, così ci estinguiamo, visto che l’unica cosa che ha fatto il mondo è stato riempirsi di plastica”. Verissimo peraltro.

Chinuque voi siate, cari lettori, leggetevela questa release. Scoprirete alcune cose che qualunque cittadino pensante dovrebbe sapere anche se parla prima di pensare. Tipo che per il terzo anno consecutivo sono nati meno di mezzo milioni di bambini, il 14,8% dei quali stranieri. Siamo al minimo storico di 458.151, quindicimila in meno rispetto al 2016. Questa discesa è iniziata nel 2008, nota Istat, e non si ferma. E prima che iniziate a dire che è tutta colpa della crisi, guardate questo.

Di fronte a questa curva siete autorizzati a dare del minchione a chiunque se ne esca evocando il solito piano Marshall, che in Italia si invoca per qualunque cosa e figuriamoci se manca per la natalità. I nuovi arrivati prometteranno le solite politiche per la famiglia riducendosi il tutto a una qualche mancetta a carico dei soliti noti – ossia i poveri, veri e presunti – continuando a perpetrare il pensiero che sia tutta una questione di soldi. Che sarà pure vero, ma non è certo tutta la verità.

Leggetela questa release perché ci trovate anche altre perle. Scoprirete che dal 2015 siamo in declino demografico, che vuol dire che neanche l’immigrazione riesce a compensare il calo della popolazione (ci sono 200 nazionalità diverse in Italia ma la metà viene da paesi europei per un totale di circa 5,1 milioni di residenti), e tuttavia praticamente costringiamo ad espatriare per deficit di opportunità un sacco di connazionali (115 mila italiani nel 2017).

Se poi siete quei lettori che malgrado tutto ciò ve ne infischiate, allora ecco il mio personalissimo proiettile d’argento dritto al vostro insensibilissimo cuore: il declino demografico ha molto a che fare con la sostenibilità del nostro sistema pubblico: con la pensioncina che sognate la notte, con le cure gratis che rivendicate per contratto, col debito pubblico che sognate di non dover ripagare. Niente figli, niente futuro. Neanche per voi.

A domani.

I consigli del Maître: I signori della riserve estere e i commerci del G7


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il potere delle corporation. Il Fmi ha pubblicato un’interessante ricognizione che monitora l’aumento della ricchezza e del potere di influenza della grandi corporation nell’economia globale, dalle compagnie aeree ai giganti di internet, a partire dagli anni ’80, quando iniziò il ciclo politico, basato su liberalizzazione dei capitali e marginalizzazione dell’attività pubblica, che sostanzialmente sta trovando il suo compimento nel nostro tempo, di cui i vari populismi, che crescono all’ombra di promesse basati su dazi e maggiore intervento pubblico, sono semplicemente la spia.

Il grafico illustra l’andamento fortemente crescente dei markup, ossia la cifra che le compagnie aggiungono al costo del prodotto marginale, espresso come una frazione. In sostanza è una misura del margine di profitto e quindi in senso lato un indicatore della potenza del mercato. Dal grafico si osserva che nei paesi avanzati i markup sono cresciuti notevolmente, al contrario di quanto avvenuto nei paesi emergenti. Toccherà a loro il nuovo ciclo economico “mercatista”? Forse, ma sotto l’egida di regimi molto diversi da quelli occidentali. Cina docet.

I campioni delle riserve estere. Il World economic forum ha fotografato lo stato delle riserve in valuta estera nel mondo, espresse in dollari. Un modo per valutare la stabilità politica di molti paesi, in tempi complicati come i nostri, dove ai timori di guerra commerciale si aggiungono quelli di instabilità finanziaria latente provocata dalla grande quantità di denaro in circolazione che equivale a debiti che dovranno essere ripagati.

Aldilà della Cina, che non è certo una sorpresa, si segnalano il Giappone, la Svizzera e fra i paesi emergenti l’Arabia Saudita e il Brasile, un paese con grandi difficoltà in questo momento a cui le riserve valutarie faranno sicuramente comodo, anche se sarebbe meglio di no. Usare le riserve comunica già una brutta impressione ai mercati. Sono come il salotto buono: quando lo usi poi lo devi rimettere a posto.

Il G7 e la guerra commerciale. Il tema del commercio internazionale, minacciato dai dazi statunitensi, ha trovato spazio nell’agenda del G7. Un grafico preparato da Ispi ci mostra quali sono le posizioni delle bilance commerciali dei grandi sette.

Noi italiani stiamo fra i creditori, quindi il buon senso suggerisce che dovremmo fare asse con gli altri creditori per provare a difendere i nostri attivi commerciali. Quindi innanzitutto con la Germania. Invece molti soffiano sul fuoco dell’antipatia tedesca dimostrando di avere poco discernimento. I dazi Usa sono contro l’Ue non contro la Germania. E di conseguenza fanno male anche a noi. Ma non solo a noi. Fanno male anche agli Usa, anche se Trump sembra infischiarsene. Aldilà degli effetti che potranno avere anche sulle produzioni estere negli Usa, oltre che sul bilancio dei cittadini, ci sono gli impatti negativi sulla fiducia della quale le borse sono un ottimo indicatore. Questo grafico, preparato da un analista di JP morgan, lo mostra con chiarezza: al crescere dell’indice Trade war, cala quello dell’S&P 500.

La quota 100 del mattone italiano. Anche il mattone ha la sua quota 100, ma a differenza di quella dei pensionati, per i quali rappresenta un sollievo, per i proprietari è il simbolo del congelamento dei prezzi immobiliari che affligge il nostro paese.

L’indice dei prezzi reali, infatti, è sostanzialmente congelato, con tendenza al ribasso, al livello del 2015, che corrisponde a quello dei prezzi nominali di dieci anni prima. Ciò a fronte di redditi reali che Bankitalia calcola ancora inferiori di circa il 10% a quelli del 2006. La quota 100 del mattone sembra molto difficile da superare.