Il nuovo numero di Crusoe: Il romanzo socioeconomico degli italiani


Questa settimana abbiamo deciso di dedicare un lungo approfondimento al rapporto annuale presentato da Istat a cui avevamo accennato nel’ultimo numero di Crusoe. Vi presentiamo un lungo articolo dedicato all’analisi dei gruppi sociali identificati dall’Istituto, e poi, nella rubrica Parole famose, ampi stralci di una analisi molto interessante dedicata al nostro settore di imprese esportatrici, grandi protagoniste della riscossa italiana dopo i periodi più bui della crisi. Al rapporto annuale dedicheremo altri approfondimenti, in particolare sul mercato del lavoro e le condizioni economiche delle famiglie. Ma intanto cominciate a farvi il palato con questo, magari vi viene voglia di saperne di più.

La lettura consigliata di questa settimana è l’approfondimento, presentato da Bankitalia, sul test Ocse PISA dedicato all’alfabetizzazione finanziaria dei giovani nei paesi dell’area. Noi italiani non siamo messi benissimo, e lo sapevamo già. Però neanche così male. E questa è una mezza sorpresa. Di sicuro ogni iniziativa che contribuisca a migliorare la nostra preparazione economica è benvenuta. Anche per questo è nato Crusoe.

Troverete poi le nostre notizie della settimana, selezionate da Crusoe e chiude la nostra newsletter la selezione di notizie invisibili. Quelle che trovi solo su Crusoe.

Buona lettura.

Ci rivediamo il 2 giugno, con un numero festivo: una lunga lettura consigliata da godersi nel week end.

Per leggere tutto il numero 25 di Crusoe clicca qui.

Cartolina: Histoire di M.


M. lavora 50 ore a settimana, minuto più minuto meno, e non ha giorni liberi. Si tratta di lavoro a tempo pieno e multifunzionale – qualcuno ha pure calcolato che vale almeno 3.000 euro al mese – e tuttavia non genera alcuna forma di retribuzione né di contribuzione. Se M. si ammala deve comunque lavorare perché un sacco di persone dipendono da lei. Questa residua forma di schiavismo, che si perpetua solo perché viene sfruttato il buon cuore di M. genera altri due effetti deleteri. Uno sull’economia nazionale, visto che il lavoro senza retribuzione né contribuzione non genera alcun beneficio sul prodotto interno lordo. L’altro su M., che spesso si vergogna quando le chiedono che lavoro faccia perché non sa come deve rispondere. Cinquanta ore a settimana di fatica vera non le danno il diritto di essere chiamata lavoratrice in Italia. Le chiamano casalinghe. Ma M. ha tanti nomi. Due di questi sono Mamma e Moglie.

Cronicario: S’ammoscia il commercio, ma il petrolio no


Proverbio del 25 maggio Un visitatore accorto apre gli occhi, non la bocca

Numero del giorno: 16,1 Incremento % vendite immobiliare non residenziale 2016

Ogni giorno porta la sua croce, dice il saggio, ma a noi del Cronicario al massimo ci porta la nostra dose di noia statistica, che è – fateci caso – il sottofondo confuso di metà delle nostre conversazioni. Hai sentito questo? Hai sentito quest’altro? E giù numeri e commenti, spesso del tutto incoerenti con i numeri.

Si, scusate: m’è scappato il pistolotto. Vabbé il succo è che pure oggi c’è toccato sciropparci una dose di dati Istat, quelli sul commercio estero extra Ue che sono il nostro orgoglio di solito, ma non nel mese di aprile 2017, visto che abbiamo perso un 4,9% di export rispetto a marzo, che certo era stato un mese eccezionale. La cosa triste è che il calo del commercio estero su base mensile ha riguardato anche gli Usa (-9,6%), che sono uno dei nostri migliori clienti, malgrado costoro proprio nel mese di aprile abbiamo importato più del solito dal mondo.

Su base trimestrale siamo a un misero +0,4% sul precedente, complice anche una robusta crescita delle importazioni, con i beni di consumo durevoli a crescere del 7,6% e l’energia del 4,5%.

A proposito di energia: che succede a Vienna? Oggi l’Opec doveva decidere sui tagli, se farne di più, se farne di meno, se fare più a lungo o fare più corto, se farli cotti o farli crudi e alla fine i soliti beneinformati ci hanno detto che i tagli rimangono fino a marzo 2018 al livello attuale, ossia 1,8 milioni di barili al giorno, già in larga parte compensati dalla Libia e dallo Shale Usa. Persino quei fenomeni del Fmi se ne sono accorti: l’accordo dell’Opec per la proroga dei tagli per 9 mesi ”aiuterà temporaneamente i paesi produttori, ma nel medio termine avrà un impatto limitato con l’ascesa dello shale americano”, ha detto il portavoce del Fmi, Gerry Rice. E il petrolio?

C’aveva ragione quel tale che diceva che il petrolio si è inchiodato a 50 dollari e là rimarrà chissà fino a quando. Diciamo che almeno il petrolio non si è ammosciato.

Infine una nota di colore: In Italia l’età media dei partecipanti ai consigli di amministrazione è…

Quando si dice capitalismo giovane.

A domani

 

Il mattone torna al livello del 2007, anzi lo supera


Le nuove statistiche pubblicate dalla Bis mostrano con chiarezza che la Grande Crisi del mercato immobiliare si avvia a diventare un pallido ricordo per molte economie. I prezzi residenziali, infatti, hanno proseguito la loro crescita lungo tutto l’ultimo trimestre del 2016 e ormai anche nelle economia avanzate – quelle emergenti lo hanno superato già da un pezzo – il livello dei prezzi è un soffio sotto quello del 2007, quando si consumò il picco della bolla immobiliare globale.

Questa situazione è visibile da questo grafico. In pratica i prezzi reali degli immobili nei paesi avanzati, considerati come un tutto, sono appena il 3% sotto il livello raggiunto nel momento di picco prima della crisi, pure se con grandi differenze fra i singoli paesi, mentre nei paesi emergenti, grazie soprattutto ai notevoli rialzi cinesi, sono sopra quel livello del 10%. C’è da aggiungere che l’eurozona, all’interno del gruppo dei paesi avanzati, è quella che ha ancora molto da recuperare, visto che i prezzi stanno circa il 10% sotto il livello del 2007. Ma anche qui, ci sono marcate differenze fra i singoli paesi. Mentre la Germania, come ha notato Deutsche Bank nei giorni scorsi, ha visto i prezzi crescere del 50% dal 2009, altri paesi come Spagna e Italia hanno subito notevoli cali e sono ancora molto lontani dal livello pre crisi.

Al contrario, in altri paesi come UK e Usa, ma anche Australia a Canada, i prezzi hanno oltrepassato i livelli pre crisi e pure in alcune economia emergenti. In India, ad esempio, i prezzi sono praticamente raddoppiati dal 2007 (vedi grafico) mentre in Malesia sono cresciuti del 55%. Le situazioni più estreme, in effetti, si osservano proprio nelle economie emergenti. Nel corso del 2016 (vedi grafico) i prezzi sono molto saliti in Asia, ma sono crollati in Brasile (dove però risultano in crescita del 30% rispetto al 2007) e Russia, che ha perso quasi il 50% dal 2007. In aggregato, tuttavia, la crescita dei prezzi ha superato del 14% il livello pre crisi e alcuni mercati di conseguenza iniziano ad apparire tesi. Il problema è capire se diverranno anche instabili.

Cronicario: E come suggerisce la Bce: non stressiamoci


Proverbio del 24 maggio Le mosche preferiscono gli escrementi freschi

Numero del giorno: 2018 Anno di eventuale quotazione Fs secondo AD

Che giornataccia per i cinesi, neanche il tempo di cominciare a farsi piacere le agenzie di rating born in the USA, che già quelle gli fanno venire il mal di testa con un bel downgrade di rating – da A1 a aa3 – che peraltro è il primo degli ultimi 25 anni e suona come un meraviglioso benvenuto nel magico mondo della globalizzazione finanziaria.

Ora avrà pure ragione il ministero della finanze cinese, che si è incazzato di brutto, ripetendo chissà quanto consapevolmente i lamenti di tutti i governi oggetto dell’attenzione di Moody’s, e però che pretendevano i cinesi? Persino quelli del piano di sopra, che sono cervelloni ma non fanno rating, si erano accorti che la crescita cinese si è ammosciata e i debiti aumentati. Dice che Moody’s dà giudici prociclici. Insomma – traduco – che fa la danza della pioggia quando piove. E qual è la novità?

Detto ciò la vera notizia del giorno è la Bce. Malgrado i rischi, dice, i mercati non sono sotto stress – loro – anzi macinano rialzi. Lo stress creativo, insomma. Nemmeno la Brexit si pensa provocherà rischi alla stabilità finanziaria degli eurodotati. Perciò fate come i mercati, che tutto vedono e tutto sanno: non vi stressate. Non subito almeno. Aspettate che rialzano i tassi e vi sale l’euribor.

A proposito di cinesi, guardate la linea blu del grafico e poi ripensate a Moody’s.

Detto ciò, un’altra notizia arrivata da Eurostat mi ha fatto capire quanto siamo avanti noi italiani nella lotta allo stress. Non a caso siamo un popolo felice anche se diciamo a tutti il contrario.

Eurostat fa notare che noi italiani abbiamo la più ampia quota di lavoratori potenziali, che sono quei lavoratori che sono disponibili a lavorare ma non stanno cercando lavoro. Alcuni sono scoraggiati. altri, semplicemente, non si stressano.

A domani.

I consigli del Maître: Le ultime schiave e le pensioni d’argento


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le ultime schiave. La settimana scorsa Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale che consente di osservare molte peculiarità del nostro paese, sia di tipo economico che sociale. La prima che abbiamo scelto riguarda le donne. Più volte abbiamo riportato delle osservazioni, le ultime erano di Ocse, circa la condizione delle donne italiane costrette a sobbarcarsi una straordinaria quantità di lavoro. Istat ha quantificato il lavoro delle cosiddette casalinghe, ossia le donne che lavorano in casa.

Parliamo di 50 ore a settimana di lavoro in casa, quindi ben al di sopra di un normale orario di lavoro, che non generano retribuzione né contribuzione. Si tratta di una moderna forma di schiavismo, che viene perpetrata giocando sul buon cuore di tantissime donne. Un comportamento indegno di un paese civile, che invece dovrebbe riconoscere a queste lavoratrici non soltanto un potere d’acquisto, ma anche una qualche forma di contribuzioni. E’ profondamente ingiusto che una donna che lavora così tanto debba pure chiedere i soldi per comprarsi qualsiasi cosa, come accadeva un secolo fa.

La meglio vecchiaia. Un’altra interessante ricognizione che caratterizza la nostra società, sempre contenuta nel rapporto annuale Istat, riguarda l’articolazione recente dei nostri gruppi sociali. Istat nel ha definiti nove.

Come si vede dal grafico, i gruppi numericamente più importante sono quello delle famiglie degli operai in pensione, che conta 10 milioni e mezzo di persone, e quello delle famiglie di impiegati che ne conta circa 12 milioni. I primi sono anziani  con età media di 72 anni con hanno una situazione reddituale inferiore alla media. Gli altri hanno età media di 46 anni e un reddito superiore alla media col quale, almeno la metà di loro, deve anche mantenere un figlio. La classe più interessante però è quella dei pensionati d’argento.

Si tratta di oltre 5 milioni di persone, con reddito elevato ed età media di 65 anni che hanno consumi culturali ampi e differenziati. Dalla meglio gioventù alla meglio vecchiaia.

The day after Jobs Act. Molti osservatori hanno sottolineato l’andamento decrescente dei contratti a tempo indeterminato dopo la fine degli incentivi del Jobs Act. I dati in effetti confermano in parte questa tendenza.

I numeri ci dicono che nel primo trimestre 2015 i contratti complessivi erano 334.879, divenuti 248.319 nel primo trimestre 2016 e poi 296.855 nel primo trimestre 2017, quindi in lieve ripresa. Ma se si guarda in profondità si osserva che la ripresa è guidata esclusivamente dai contratti a termine. Quelli a tempo indeterminato infatti sono crollati dai 220.765 dei primi mesi del 2015 a poco più di 17 mila. Evidentemente l’incentivo economico, una volta esaurito, ha esaurito anche la sua spinta. Forse il governo dovrebbe riflettere sul fatto che se il mercato premia i rapporti a termine ha più senso investire più che sugli sgravi fiscali per chi assume sul sostegno al reddito e alla formazione quando queste assunzioni terminano.

 I soldi (all’estero) degli italiani. Bankitalia ha rilasciato gli ultimi dati di bilancia dei pagamenti che fotografano una situazione estera in notevole miglioramento per gli italiani. Il nostro saldo di conto corrente, un indicatore che misura la somma algebrica fra le nostre uscite verso l’estero e i nostri incassi dall’estero segna un surplus di 42,4 miliardi, nei dodici mesi terminati a marzo 2017.

E’ interessante osservare che a concorrere al nostro saldo, molto migliorato rispetto a un anno fa, sia stata la voce dei redditi primari. In sostanza gli investimenti all’estero degli italiani, cresciuti notevolmente, hanno fruttato più di quanto abbiamo speso per ripagare gli interessi sugli investimenti dei non residenti in Italia, che peraltro sono molto diminuite. Un’inversione storica, di sicuro favorita anche dalle politiche monetarie della Bce. Interessante notare anche che nell’anno concluso a marzo 2017 i non residenti hanno venduto 84 miliardi di attività italiane. Dovremmo ricordarcelo quando parliamo di avventure politico-monetarie.

Cronicario: Da Supermario non poteva che arrivare un Supereuro


Proverbio del giorno Non serve correre, meglio partire in tempo

Numero del giorno: 1,3 Crescita percentuale prevista Pil Russia nel 2017

E dopo Supermario non poteva che arrivare il Supereuro che ormai ha superato 1,12 sul dollaro, e suona come un gigantesco vaffa finanziario a quelli che si aspettavano che l’euro cedesse di fronte al dollaro, rinforzato dalla Fed, che alza i tassi, e da Mister T.

La Fed alza i tassi? Secondo qualcuno già a giugno. La Fed, dicono gli espertoni, continuerà a tirare le redini della politica monetaria malgrado l’economia “rimane robusta”. E proprio per questo lo fa, furbacchioni. Se fosse moscia allenterebbero. L’hanno detto mille volte ma proprio non si convince nessuno. Vorrebbero la moneta facile e l’economia robusta, quindi la solita solfa della botte piena e la moglie ubriaca. Questo malgrado un sacco di cervelloni abbiano avvisato da tempo che la moneta lasca, alla fine, fa più danni di quanti ne risolva.

Detto ciò, non è che l’economia sia robusta proprio per tutti. L’Europa sta bene, come ha detto Supermario, noi un po’ meno. Guardate questo:

Stiamo un po’ meglio, almeno relativamente al lavoro, di ottobre, ma stiamo ancora peggio di marzo 2016. C’est la vie? No, c’est l’Italie.

Vi saluto con una notiziola sul mattone, visto che oggi i fenomeni del piano di sopra hanno lanciato un pezzo serio, quindi palloso, sul nostro mercato immobiliare. Secono la mitica Deutsche Bank i prezzi immobiliari sono saliti del 50% in Germania dal 2009, mentre sono caduti del 40% in Spagna e del 20% in Italia fra il 2009 e il 2013. Ne deduco che chi ha venduto casa in Italia se l’è comprata a Berlino e c’ha pure guadagnato. E gli altri?

A domani.