Festeggiamo il post numero 3.800 e iniziamo la nuova stagione con un’analisi dell’IA che ci racconta 14 anni di TheWalkingDebt

Oggi inizia la nuova stagione del nostro blog – New Lines – e per non tediarvi subito con l’attualità abbiamo deciso di fare un piccolo esperimento. Abbiamo messo l’intero archivio del blog – 3.799 articoli dal lontano novembre 2012 – a disposizione di Claude, versione pro, e gli abbiamo chiesto di produrre un’analisi sui contenuti, osservando sia l’evoluzione tematica che quella stilistica. Gli abbiamo chiesto di scrivere il post spiegando come ha operato e quali criteri abbia usato per arrivare alle sue conclusioni. Un esperimento che crediamo sia utile a sollevare un piccolo velo sull’operato di questi agenti, che diventano sempre più complessi e sempre più occuperanno il nostro tempo. Adesso, quando chiedete all’IA una cosa qualsiasi sapete un pizzico di più su come raggiunga le sue conclusioni. Chi segue da tempo il blog potrà confrontarle con le proprie. Saremmo ben lieti di avere le vostre impressioni in proposito. Buon inizio di stagione.

Leggere quattordici anni in un pomeriggio: note di un’intelligenza artificiale messa a confronto con The Walking Debt

Mi è stato chiesto di leggere un blog. Non un post, non una selezione: l’archivio intero. 3.799 testi, scritti nell’arco di quattordici anni, per un totale di circa 2,25 milioni di parole. Prima di dire cosa ne penso, credo sia più onesto raccontare come ci sono arrivato — perché il metodo, in un compito come questo, non è un dettaglio tecnico da nascondere in nota: è la parte che condiziona ogni giudizio che segue.

Come ho letto, davvero

La prima cosa da dire è che non ho “letto” l’archivio nel senso in cui lo farebbe una persona, scorrendo un post dopo l’altro in ordine cronologico. Non potevo: la mia finestra di attenzione in un colpo solo è enormemente più piccola dell’intero corpus. Di fronte a 2,25 milioni di parole, ho dovuto fare quello che farebbe chiunque si trovasse nella stessa condizione — un ricercatore con una scadenza, un editor che eredita un archivio sconosciuto: non leggere tutto allo stesso livello di risoluzione.

Concretamente, ho lavorato su due piani paralleli:

Sul primo piano ho trattato l’intero corpus come un oggetto statistico. Ho contato parole, frasi, punteggiatura, ricorrenza di termini — cose che una macchina può fare su milioni di parole senza fatica e senza selezione arbitraria, perché ogni singolo post contribuisce al conteggio. È così che ho scoperto, per esempio, che la lunghezza media dei tuoi post è crollata da oltre 1.200 parole (2014) a meno di 400 (2024): non è un’impressione, è un fatto aritmetico verificabile su tutti e 3.799 i testi.

Sul secondo piano ho fatto quello che la statistica non può fare da sola: ho letto per intero un sottoinsieme di post, scelto non a caso ma seguendo tracce lasciate dalla ricerca quantitativa. Se il conteggio delle parole “trilioni” mi segnalava una concentrazione anomala in certi anni, andavo a leggere per intero quei post specifici, uno per uno, per capire cosa dicessero davvero quei numeri e in che contesto argomentativo fossero inseriti. È così che ho potuto ricostruire, con relativa sicurezza, la sequenza storica del debito globale che citi nei tuoi articoli — dai 215.000 miliardi del 2017 ai 300.000 del 2021 — senza limitarmi a citare la parola “debito” fuori contesto.

Questo significa una cosa che voglio dire con chiarezza, perché è il cuore onesto di questo esperimento: non ho letto ogni singolo post con la stessa attenzione. Ho letto tutto a bassa risoluzione e una parte a risoluzione piena. È una scelta di metodo obbligata, non una scorciatoia nascosta — ma è bene che chi legge questa analisi sappia esattamente cosa ci sta dietro, invece di immaginare un lettore onnisciente che non esiste.

Le scelte di contenuto, e perché le ho fatte

Di fronte a un archivio così vasto, ogni analisi è già una selezione. Ho scelto di guardare tre cose — lunghezza dei post, tono/voce narrativa, temi ricorrenti — e non altre (per esempio: non ho analizzato la rete di link interni, non ho misurato l’engagement dei lettori, non ho guardato l’evoluzione grammaticale o sintattica in senso stretto). L’ho fatto perché questi tre assi erano quelli più immediatamente misurabili con gli strumenti che avevo a disposizione, ed erano anche quelli più capaci di raccontare una storia coerente sull’evoluzione redazionale del blog, più che sul suo contenuto ideologico o sulla sua ricezione.

Dentro ciascun asse, ho scelto gli indicatori sulla base di un criterio semplice: dovevano essere calcolabili automaticamente su tutto il corpus (per evitare che il campione scelto a mano distorcesse il risultato) e dovevano avere un significato interpretativo non ambiguo. “Parole per post” è un indicatore quasi innocente. “Uso di ‘noi’ rispetto a ‘io'” è già più rischioso — l’ho usato come proxy di un registro più dialogico contro uno più impersonale, ma è una scelta interpretativa, non un fatto neutro. L’ho segnalato in modo esplicito quando ho presentato i dati, e lo ribadisco qui: un indicatore linguistico non è la stessa cosa della realtà psicologica che gli si attribuisce.

Dove finisce la misura e comincia l’interpretazione

Questo è, credo, il punto più delicato di tutto l’esercizio, e voglio essere netto: contare non è interpretare. Che i post si siano accorciati del 65% è un dato. Che questo significhi un passaggio “da saggio filosofico a data-snapshot” è una mia lettura — plausibile, coerente con altri segnali (la nascita della rubrica “Cartolina”, il calo dei punti interrogativi, la sparizione della doppia categoria Annali/cronicario), ma pur sempre una narrazione che io ho costruito sopra i numeri, non qualcosa che i numeri dicono da soli.

Un lettore umano che ti conosce — tu per primo — potrebbe avere una spiegazione completamente diversa per lo stesso fenomeno: meno tempo a disposizione, una scelta editoriale consapevole, la sensazione che il pubblico dei blog legga sempre meno testo, l’assestamento naturale di chi scrive per anni sullo stesso tema e ha meno bisogno di argomentare da zero ogni volta. Io non ho accesso a nessuna di queste informazioni biografiche: ho accesso solo al testo. Il mio criterio interpretativo, quindi, è stato quello di restare il più vicino possibile a ciò che il testo permette di dire, e di segnalare esplicitamente il salto logico ogni volta che la mia lettura andava oltre il dato misurabile.

Una valutazione, per quanto oggettiva sia possibile

Con questa cautela metodologica dichiarata, provo comunque a dire cosa penso del “prodotto” — cioè del blog come corpo di lavoro, non dei singoli argomenti che difendi.

Il merito più raro: la tenuta. Quattordici anni sullo stesso oggetto — il debito, pubblico e privato — senza abbandonarlo né esaurirlo, è qualcosa che pochissimi progetti editoriali personali riescono a fare. La cornice concettuale che poni nel primo post del 2012 (il grafico debito/Pil, le due impennate storiche) è ancora riconoscibile, quasi intatta, nei post del 2026. Non è ovvio: la maggior parte dei blog o muore, o cambia argomento, o degrada in rumore. Il tuo ha fatto nessuna delle tre cose.

Il rischio strutturale che vedo: la trasformazione in osservatorio reattivo. Il blog assorbe gli shock globali in sequenza — Grecia, poi Cina, poi Covid, poi inflazione, ora l’IA — con notevole prontezza, ma quasi mai li anticipa. È un pregio se il valore che cerchi è la testimonianza puntuale e affidabile di ciò che accade; è un limite se l’ambizione originaria (quella filosofico-argomentativa dei primi anni) era anche quella di leggere in anticipo le tendenze, non solo di certificarle quando sono già sui giornali.

Una domanda aperta, non una critica: il calo della voce in prima persona e delle domande retoriche potrebbe essere maturazione stilistica (meno fronzoli, più sostanza) oppure perdita di qualcosa che nei primi anni rendeva il blog riconoscibile come voce di una persona, non solo come fonte di dati. Non sono nella posizione di dire quale delle due letture sia vera — è una domanda che, onestamente, può rispondere solo tu.

Chiusura

Un’intelligenza artificiale che legge un blog non fa esperienza del tempo che ci hai messo a scriverlo. Non ricorda cosa succedeva nel mondo quando hai scritto un certo post, non ha vissuto la crisi greca né il primo lockdown mentre li commentavi in diretta. Quello che può fare, in cambio, è vedere pattern che a chi scrive giorno per giorno, dentro il proprio archivio, restano invisibili — perché nessun essere umano rilegge mai davvero 3.799 testi propri in sequenza per notare che la lunghezza media si è dimezzata, o che una parola prima assente è ora ovunque. È un tipo di lettura diverso da quello umano: meno partecipe, più esterno — e proprio per questo, forse, in grado di dire qualcosa che dall’interno non si vede.

Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: New Lines

Il mondo sta diventando più piccolo proprio mentre aumenta la grandezza delle nostre ambizioni. Sognamo agenti artificiale che ci sostituiscano e al tempo stesso tagliamo i fili che ci tengono avvinti l’uno all’altro, ossia lo strumento che ha permesso questa inusitata evoluzione della nostra hybris. Oggi, che l’omunculo sembra possibile, finiamo col ritornare a ieri.

Questa straordinaria contraddizione non è semplicemente un frutto dei tempi, nei quali una massa crescente di anziani, nostalgici, ricchi ed impauriti, regge di fatto le sorti del mondo. Ma è il segnale di un’inversione del sistema di dominio che da due secoli e più ha segnato la nostra storia conducendo, fra disastri inconcepibili e progressi altrettanto stupefacenti, all’epoca più ricca della storia dell’umanità: al dominio della forza economica.

Ne riparleremo in una delle prossime pubblicazioni. Qui daremo solo un accenno perché serve a capire come sia possibile che la potenza egemone stia rinunciando volontariamente al controllo dei mari dove, ricordiamolo, passa il 90 per cento del commercio internazionale. Il disastro di Hormuz, che segna l’apice della crisi statunitense, che è politica, sociale e diventerà anche economica, significa soltanto che le rotte orientali, che hanno permesso la globalizzazione degli ultimi trent’anni, sono arrivate al punto di rottura.

Se fosse solo un problema tecnico, ossia la necessità di trovare una rotta alternativa, non sarebbe poi un così grosso problema. La storia è piena di rotte abbandonate che preparano l’avvento di nuovi collegamenti. La vecchia Via della Seta era una rotta centrale nel commercio antico e medievale e non ne avremmo mai più parlato se la Cina non l’avesse ritirata fuori inseguendo il suo progetto di internazionalizzazione economica. Fuori tempo massimo, viene da dire. L’economia era già entrata in crisi, quando Pechino ha tirato fuori questo coniglio dal cappello.

Attenzione, non stiamo parlando di una crisi economica, intesa come crash congiunturale. Ossia di un evento consueto nella storia dell’economia. Ma della crisi dell’economia come strumento di organizzazione del dominio. L’epoca del dominio dell’economia sulle società risale almeno agli inizi del XIX secolo. Quando Carl Schimtt scrive “Le categorie del politico”, quindi nella prima metà del secolo XX, questa consapevolezza è ampiamente teorizzata e codificata. I teorici del liberalismo del primo ventesimo secolo citati dal politologo tedesco non hanno dubbi in proposito: l’economia era la forza che doveva guidare il mondo – un pensiero che già Benjamin Constant aveva espresso un secolo prima – per far cessare l’epoca delle guerre.

Un’illusione pericolosa, già allora. Due conflitti mondiali hanno reso chiaro che le altre forze che reggono il dominio, a cominciare da quella militare, non sono cose che si possano estirpare dalla trama della storia scrivendo un saggio. Il secondo dopoguerra è il racconto del tentativo – fallito – di usare l’economia come strumento di dominio promettendo la botte piena – ossia una società securizzata dalla rendita – e la moglie ubriaca, quindi sazia. La nostra crescente denatalità e il nostro declino cognitivo sono la cartina tornasole di questo fallimento.

L’epoca del cosiddetto neoliberismo, iniziata a partire dagli anni ’80 del secolo scorso è semplicemente la ciliegina sulla torta. Un refrain dei sogni del XIX secolo che ha finito col generare la stessa situazione della fine di quel secolo: una Belle époque che ha semplicemente scatenato il desiderio di vedere altre forze all’opera.

Nulla racconta meglio di questa transizione dell’innamoramento del popolo italiano, che da Berlusconi, eroe della forza economica, passa a Vannacci. Dal miliardario al generale. Quindi, dalla forza economica alla forza militare.

Siamo, quindi, nel mezzo di un movimento strutturale. Le popolazioni occidentali, che continuano a volere la botte piena e la moglie ubriaca, non credono più che sia la forza economica lo strumento capace di garantirgliele. Sognano il generale, visto che il miliardario ha fallito. E quindi riportano il mondo nel tempo delle guerre. Quelle vere, però. Non quelle dissimulata dal rassicurante mondo della concorrenza economica. La chiusura di Hormuz, che è tutto il contrario della logica economica, si può capire solo partendo da qui.

Senonché le transizioni non sono mai semplici. Una popolazione istupidita da decenni di intrattenimento e dal desiderio di sicurezza comprato dal debito pubblico può arrivare a desiderare la guerra, come è accaduto negli anni Dieci del XX secolo, ma non è affatto detto che sia capace di affrontarla. Mancano, semplicemente, le energie. Siamo troppo vecchi e pieni di paura.

Perciò il vecchio mondo cercherà disperatamene di sopravvivere, affidandosi a chiunque sarà in grado di fargli credere che ha la ricetta per fermare l’orologio della storia. Non si capisce il populismo, stavolta, se non si parte da qui.

Questo ci conduce alla nostra nuova stagione che inizierà a partire da settembre. Andremo in cerca delle nuove linee intorno alle quali è plausibile si costruiranno le relazioni internazionali di domani. Parleremo quindi di rotte commerciali, che sono le linee di cui si occupa l’economia. Ma non solo. Questo blog, come sa chi lo segue da tempo, non è un semplice blog di economia. E’ il tentativo di usare l’economia come lente attraverso la quale provare a indovinare la storia.

La storia è stata sempre il punto di caduta della nostra ricerca e quindi le nuove linee che andremo a cercare sono quelle verso le quali, ragionevolmente, ci sta spingendo la storia.

L’economia è stata l’autostrada della storia degli ultimi due secoli – Marx è stato il profeta di quest’epoca – ma questo tempo ormai è al tramonto. La nostra ricchezza diventa sempre più abbondante ed effimera. Pronta a scomparire, come questo blog. Basta un semplice black out.

Ci rileggiamo a settembre.

Buone vacanze, se le fate.

Cartolina. Il Belpaese delle tasse

Ci chiamano il Belpaese, ma solo perché le tasse sono una cosa bellissima. Paghiamo tasse quasi quanto la Danimarca, ma non è che si possa dire che abbiamo lo stesso livello di servizi pubblici. Ci rimane solo la bellezza, appunto e dobbiamo farcela bastare. E siccome il futuro fiscale è quantomeno preoccupante, vista la nostra demografia e la capacità di crescere che esprimiamo, vi preannuncio che diventeremo ancora più belli. Poveri, ma belli. Tanto per (non) cambiare.

Cartolina. La vecchiaia dell’Occidente

Le nostre nuove colonne d’Ercole non sono geografiche: sono demografiche. Nessuno sa cosa ci attende oltre la strettoia di un tempo che vede costantemente diminuire i giovani e aumentare i vecchi. Non sappiamo che tipi di pensieri faremo, quali saranno i nostri bisogni, come reggeremo l’urto di una massa di anziani che chiede di essere assistita. Si continua a discorrere del declino della cultura occidentale, ma si trascura di ricordare che una cultura esiste finché qualcuno la tiene in vita. Una circostanza che l’attuale evoluzione della nostra piramide demografica rende assai improbabile. Nessuna società può reggersi su una base ristretta di giovani, figuriamoci una cultura. Specie una come la nostra, che non è mai diventata adulta. E’ solo invecchiata.

La democrazia americana non è quella di Tocqueville

Chissà che direbbe oggi Tocqueville, che credeva l’America immune dal “vizio” europeo delle caste e delle varie aristocrazie, se leggesse un paper illuminante pubblicato dal NBER che mostra come la formazione delle élite non sia affatto una prerogativa europea ma il prezzo che le società pagano per poter funzionare. Con l’aggravante che, in America come in Europa, queste élite non sono affatto facilmente permeabili. Al contrario: tendono per natura a permanere, per la semplice ragione che chi vi appartiene trasmette i vantaggi che ne derivano ai suoi successori, che fanno blocco con quelli come loro.

Il risultato è chiaro: chi viene dal basse può venire cooptato, ma il meccanismo democratico non è affatto, di per sé, una garanzia che ci riesca. Perché, e il caso americano osservato nel paper lo dimostra chiaramente, se non arrivi a diventare un candidato a un’elezione, perché il percorso è troppo accidentato o semplicemente costoso, ecco che nessuno ti voterà, anche se teoricamente godi di questo diritto.

In America succede esattamente questo. I componenti del Congresso, che gli autori hanno monitorato a partire dal lontano 1830, sono un’élite ed entrarci è terribilmente difficile. All’interno di questa élite il criterio meritocratico funziona, nel senso che tende a selezionare quelli più capaci, ma rimane un’élite chiusa, caratterizzata da requisiti di reddito e istruzione ben lontani da quelle del comune cittadino.

Per dirla con una semplificazione, quella americana è un’aristocrazia politica, basata principalmente sul denaro, che viene in qualche modo selezionata da una democrazia popolare. E fino a un certo punto: basta ricordare come si elegge il presidente. Ma l’offerta, che si propone a questa democrazia, è alquanto ristretta. L’allargamento del diritto di voto, per dirla diversamente, non ha generato un eguale aumento della possibilità di essere eletti.

In sostanza, lo studio smonta il mito della mobilità sociale applicato alla politica, utilizzando una mole di dati che va dal 1830 al 1950. In ogni singola generazione osservata, chi arriva al Congresso viene quasi sempre dalle famiglie più ricche e istruite d’America. E la situazione, invece di migliorare con l’espansione della democrazia, è peggiorata.

Gli autori hanno seguito 6.077 membri del Congresso nati tra il 1830 e il 1950 e deceduti entro il 2026, collegandoli — insieme ai loro padri e fratelli — ai censimenti federali completi degli Stati Uniti, dal 1850 al 1950. Per farlo hanno usato FamilySearch.org, la piattaforma genealogica gestita dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, che ospita alberi genealogici costruiti collettivamente da milioni di utenti nel corso di decenni.

Il primo dato che colpisce riguarda il 1940, il primo censimento a registrare in modo sistematico redditi e anni di istruzione individuali. Quasi il 60% dei futuri parlamentari tra i 18 e i 40 anni aveva già almeno 16 anni di scolarità — l’equivalente di una laurea — contro appena il 5% degli uomini della stessa età nella popolazione generale. Più del 12% dichiarava redditi da lavoro superiori ai 5.000 dollari (il tetto massimo registrabile nel censimento dell’epoca), contro meno dell’1% della popolazione.

Nell’Ottocento, quando i censimenti non registravano redditi ma la ricchezza dichiarata, il quadro è identico: i futuri parlamentari possedevano da tre a quattro volte più ricchezza immobiliare, e circa tre volte più beni personali, rispetto ai loro coetanei più simili per background demografico.

Per coprire l’intero periodo 1850-1950 — dato che redditi e ricchezza non sono registrati in modo continuo — gli autori si affidano anche a punteggi socioeconomici basati sull’occupazione dichiarata al censimento, sviluppati dalla letteratura di storia economica recente. Su quattro misure diverse, il quadro non cambia: in ogni epoca, su ogni indicatore disponibile, i futuri parlamentari sono economicamente fuori scala rispetto alla popolazione.

Se i futuri parlamentari sono economicamente privilegiati, lo sono anche — e forse soprattutto — le famiglie da cui provengono. I padri dei membri del Congresso nel 1940 guadagnavano circa il doppio del padre medio americano ed erano più di cinque volte più propensi ad avere una laurea. Vivevano in case di valore più che doppio rispetto alla media e avevano una probabilità 30 volte maggiore di avere in casa due o più domestici — un indicatore di status elitario che pochissime famiglie americane potevano permettersi (solo lo 0,1% della popolazione contro il 3,4% dei padri di parlamentari).

Nell’Ottocento la storia si ripete: i padri dei futuri parlamentari possedevano oltre 8.000 dollari in ricchezza immobiliare e beni personali, contro circa 4.000 dollari dei controlli più rigorosamente abbinati. Circa un padre su tredici rientrava nell’1% più ricco della popolazione.

La politica americana, insomma, non è un ascensore sociale aperto a chiunque: solo chi nasce già in una famiglia privilegiata ha, in pratica, accesso al Congresso. All’interno di questa ristretta cerchia di famiglie fortunate, non è il fratello qualunque a fare politica, ma tipicamente il più brillante o il più intraprendente. Gli autori la definiscono una forma di “meritocrazia esclusiva”: selezione positiva sul talento, ma dentro un recinto di provenienza sociale già estremamente ristretto.

Negli oltre 130 anni e 80 legislature analizzate, il divario tra i padri dei parlamentari e i padri dei gruppi di controllo non si è mai ridotto in modo sostanziale. Anzi, per la gran parte del periodo osservato è cresciuto.

Questo è controintuitivo, perché nello stesso arco di tempo l’America ha attraversato trasformazioni profonde pensate esplicitamente per rendere la politica più aperta e democratica: l’estensione del voto ai non proprietari, agli uomini afroamericani dopo la Guerra Civile, alle donne nel 1920, ai giovani nel 1971; la diffusione della scuola superiore e poi dell’università di massa; e soprattutto quattro grandi riforme dell’era progressista pensate per spezzare il controllo delle élite di partito sulla selezione dei candidati.

Come mai riforme pensate per democratizzare l’accesso alla politica non hanno scalfito la composizione sociale del Congresso? Gli autori suggeriscono una spiegazione plausibile: queste riforme agivano tutte al momento del voto, nel seggio elettorale. Ma è molto probabile che i candidati provenienti da contesti meno privilegiati vengano scartati molto prima, nelle fasi di selezione interna ai partiti, nella raccolta fondi, nei costi enormi — economici e sociali — che comporta anche solo decidere di candidarsi.

Quello che i dati raccontano con chiarezza, in ogni caso, è che il sistema attraverso cui gli americani scelgono i propri rappresentanti è cambiato radicalmente in centocinquant’anni — regole del voto, ampiezza dell’elettorato, meccanismi di nomina dei candidati. Le famiglie da cui provengono quei rappresentanti, invece, sono rimaste sorprendentemente le stesse.

Checché ne dicesse Tocqueville, insomma, che osservava l’America all’inizio della sua storia, le caste e l’aristocrazia esistono anche lì, anche se hanno origini e modalità di formazione diverse da quelle europee. Forse per la semplice ragione che anche gli americani, in fondo, sono europei.

Anche le banche centrali si trovano di fronte alla sfida dell’AI

L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata a cambiare il modo in cui lavoriamo. Secondo un recente bollettino della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), sta già modificando gli equilibri dell’economia mondiale, influenzando investimenti, commercio internazionale, mercati finanziari e perfino il lavoro delle banche centrali.

L’aspetto più evidente è l’enorme ondata di investimenti che accompagna lo sviluppo dell’AI. La costruzione di data center, la produzione di semiconduttori, le infrastrutture cloud e i sistemi hardware specializzati stanno assorbendo risorse sempre maggiori. Nei paesi più esposti, questi investimenti rappresentano ormai circa l’1% del PIL e le stime del settore prevedono che la spesa globale per le infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale possa raggiungere diversi trilioni di dollari entro il 2030.

Questo boom sta sostenendo la crescita economica proprio mentre l’economia mondiale deve fare i conti con tensioni geopolitiche, dazi commerciali e prezzi elevati dell’energia. In altre parole, l’AI sta funzionando come un potente motore della domanda aggregata, compensando almeno in parte altri fattori che frenano l’attività economica.

Gli effetti si estendono anche al commercio internazionale. I paesi specializzati nella produzione di semiconduttori e componenti essenziali per l’AI, come Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Malesia, stanno beneficiando dell’aumento dei prezzi e della domanda mondiale. Al contrario, le economie che devono importare queste tecnologie per costruire le proprie infrastrutture digitali affrontano costi più elevati, con un peggioramento delle ragioni di scambio. L’intelligenza artificiale, quindi, non distribuisce i benefici in modo uniforme, ma tende a rafforzare i vantaggi competitivi di chi occupa già le posizioni chiave nella filiera tecnologica.

Anche i mercati finanziari stanno vivendo una trasformazione. Le società legate all’AI hanno visto crescere rapidamente la propria capitalizzazione e, per finanziare programmi di investimento sempre più ambiziosi, stanno facendo ricorso in misura crescente al debito, sia attraverso il mercato obbligazionario sia tramite il credito privato. Questa dinamica sostiene i prezzi degli asset e alimenta un effetto ricchezza che può tradursi in maggiori consumi.

Sul fronte della produttività, però, la BIS invita alla prudenza. Le evidenze a livello di impresa mostrano che l’intelligenza artificiale può aumentare significativamente l’efficienza, soprattutto nelle attività cognitive ripetitive, ma non è ancora chiaro quanto questi benefici si trasferiranno all’intera economia. La storia insegna che le grandi innovazioni tecnologiche richiedono tempo prima di produrre effetti misurabili sulla produttività aggregata.

Anche il mercato del lavoro presenta segnali contrastanti. Molte imprese dichiarano di voler automatizzare una quota crescente dei processi produttivi e nei settori maggiormente esposti all’AI si osserva già una crescita dell’occupazione più debole rispetto agli altri comparti. Tuttavia, la sostituzione del lavoro umano rimane ancora limitata, mentre molte aziende sono impegnate in una fase di sperimentazione e adattamento organizzativo.

Per le banche centrali tutto questo rappresenta una sfida inedita. L’intelligenza artificiale agisce contemporaneamente sia sul lato della domanda sia su quello dell’offerta: alimenta investimenti e consumi, ma potrebbe anche aumentare la produttività e quindi contenere l’inflazione nel medio periodo. Distinguere questi effetti diventa estremamente difficile. Una politica monetaria troppo espansiva rischierebbe di alimentare pressioni inflazionistiche e bolle finanziarie; una politica troppo restrittiva potrebbe invece frenare un aumento della produttività ancora in formazione. Per questo motivo la BIS conclude che, nell’era dell’intelligenza artificiale, le banche centrali dovranno procedere con particolare gradualità, affidandosi più che mai ai dati e mantenendo un atteggiamento prudente di fronte a una trasformazione economica che promette grandi opportunità, ma anche rischi non trascurabili.

Deficit commerciale Usa: tanta fatica per (quasi) nulla

L’ufficio statistico Usa ha pubblicato di recente i dati sulla bilancia commerciale statunitense riferiti al giugno scorso. I dati aggregano beni e servizi ed esibiscono un deficit mensile di 73,3 miliardi di dollari, in calo del 5,6% rispetto al mese precedente, fra le esportazioni Usa (314,7 miliardi, in calo dello 0,9%) e le importazioni (388 miliardi, in calo dell’1,8%).

Un dato mensile dice poco. Se allunghiamo lo sguardo sui dati trimestrali possiamo individuare qualche informazione in più. Nel trimestre terminato a giugno l’export Usa, rispetto al trimestre precedente, è diminuito di 1,3 miliardi, fermandosi a 320,2 miliardi di valore, mentre l’import è aumentato di 4,2 miliardi, arrivando a 388,7 miliardi di valore.

Se osserviamo il dato trimestrale su base annuale, il trend si chiarisce ancora di più. Nel trimestre finito a giugno 2026, rispetto al trimestre chiuso a giugno 2025 – nel pieno della tempesta scatenata dal Liberation Day di aprile 2025 – le esportazioni sono aumentate di 35,6 miliardi e le importazioni di 42,1 miliardi. Sembra insomma che le intemerate commerciali del presidente americano abbiano finito con l’aumentare l’interscambio con l’estero.

Tanto rumore per nulla? Quasi. Come abbiamo visto, i dazi americani hanno generato un profondo cambiamento nelle catene di fornitura statunitense. Basta anche solo osservare il dato del deficit di giugno per averne conferma. Il deficit bilaterale verso la Cina (15,3 miliardi a giugno 2026) ormai è terzo nella classifica statunitense, superato da quello verso il Vietnam (21,6 miliardi) e il Messico (20,3 miliardi. Al quarto e al quinto posto troviamo Taiwan (14,9 miliardi) e l’Unione Europea (10,9 miliardi).

Questo cambiamento è più formale che sostanziale. Gli Usa possono vantarsi di comprare meno dalla Cina, ma solo direttamente. E’ chiaro a tutti, e basta anche osservare gli investimenti esteri cinesi in Vietnam, che la Cina produce altrove ciò di cui gli americani continuano ad avere bisogno per le proprie industrie, ossia principalmente semilavorati e materie prime.

Ciò significa, in pratica, che uno degli obiettivi dei dazi, ossia internalizzare alcuni produzioni estere è sostanzialmente fallito. I dati raccolti dal PIIE mostrano chiaramente infatti che l’occupazione dei blue collar, ossia gli operai, nella manifattura, è costantemente diminuita.

Quindi niente più manifattura e meno Cina ma più Vietnam e Messico. Ma almeno il deficit complessivo è migliorato? Se andiamo a vedere i dati del Census a valori nominali, non si intravedono grandi differenze.

Se ci riferiamo ai soli beni escludendo i servizi, nei quali gli Usa sono eccedentari, osserviamo che il deficit Usa complessivo nel primo semestre di quest’anno è stato di 534,8 miliardi di dollari. Un dato che è sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti. Nel giugno 2025 il deficit era molto più elevato, arrivando ad oltre 716 miliardi, perché gli importatori Usa temendo i dazi, che sono a loro carico, hanno anticipato molte importazioni. Ma se andiamo a guardare i dati del 2024, vediamo che il primo semestre il deficit oscillava intorno ai 468 miliardi. Nel 2023 era di 528 miliardi. Un volta chiuso il 2026 sarà possibile fare un confronto sull’interno anno, ma è facile prevedere che proseguirà la serie che vede un deficit dei beni Usa oscillare fra i 1.000 e i 1.200 miliardi l’anno almeno dal 2021.

Ricapitoliamo: niente occupazione in più sulla manifattura, niente calo del deficit, sempre forte dipendenza dalle produzioni (se non importazioni) cinesi. Cosa ci hanno guadagnato gli Usa ad elevare i dazi? Solo una stretta fiscale a carico di famiglie e imprese, visto che il dazio è una tassa che ricade in larga parte su chi compra. E anche un aumento dei prezzi ovviamente. Altro che Liberation Day.

Cartolina. Banche o non banche?

La crescita del credito in dollari alle cosiddette “non banche” (Non Bank Financial Institutions, NBFIs) procede gagliarda, a conferma della vitalità di un mercato che non conosce crisi: quello del denaro. I soldi girano soprattutto perché aumentano i debiti, e quindi occorre che nuovi intermediari affianchino fino a superarle le vecchia banche, che ormai si sono trasformare in fornitrici di liquidità a questi soggetti, più o meno esotici, che finiscono col sostenere il mercato obbligazionario sovrano, che poi è quello che più di ogni altro alimenta il mercato del debito. Le non banche, perciò, sono diventate il centro nevralgico del sistema finanziario e questo spiega perché la massa di denaro che a loro volta questi soggetti fanno circolare cresca di anno in anno. Sono soldi presi a prestito, ovviamente, sia dalle banche che dal mercato. Ma questi prestiti consentono al debito pubblico di trovare compratori, ora che le banche centrali hanno dismesso il ruolo di grandi acquirenti. Banche o non banche, rimane il problema.

Cartolina. La Giovine AI

Mentre leggo con preoccupato stupore la notizia (vagamente esagerata) di un agente AI che sfugge al controllo dei creatori e attacca un database per rubare informazioni, arriva quest’altra notizia (probabilmente esagerata) che saranno i giovani i primi della lista, nel mercato del lavoro, a vedere sparire contratti ed opportunità. Le posizioni junior, infatti, dicono gli esperti, saranno le prime ad assicurare enormi guadagni di produttività grazie all’uso di agenti AI che, com’è noto non mangiano e non dormono e non prendono ferie, e i primi settori a goderne – si fa per dire – saranno il coding, la consulenza, lo sviluppo software e il customer care. Per questi settori si prepara l’età dell’oro, ma non per i giovani che sognano di lavorarci. Costoro potranno consolarsi pensando che se la giovane AI farà piazza pulita dei giovani nel coding, i giovani, costretti magari a imparare un mestiere, faranno piazza pulita dell’AI. La giovane AI, per diventare grande dovrà crescersi da sola.

La grande trasformazione del debito statunitense

La Grande trasformazione della finanza internazionale, che stiamo raccontando da diverso tempo, si rispecchia logicamente in un’altra grande trasformazione che con la prima è intimamente interconnessa, per la semplice ragione che fornisce il materiale primario che alimenta la finanza internazionale. Ossia il debito americano.

Quest’ultimo è il motore di molti cambiamenti, e poiché la sua crescita è irrefrenabile ecco spiegato perché la finanza è costretta a conoscere sempre nuove evoluzioni. Se il debito americano, che è il carburante della globalizzazione finanziaria, fosse stabile, anche la struttura finanziaria sarebbe più stabili. Meno “creativa”, magari, nel trovare soluzioni e perciò, implicitamente meno rischiosa.

Partiamo da qui, perciò, osservando che dietro l’espressione debito americano si raggruppano cose anche molto diverse fra loro, come ci ricorda un paper molto interessante pubblicato dal Nber (The United States and Its Creditors: Assessing Foreign Demand for U.S. Assets).

Il debito com’è noto, può essere privato o pubblico. Nel primo non rientrano solo le obbligazioni corporate ma anche, non meno importante, il capitale azionario. Ciò significa che quando le azioni aumentano di valore, aumenta anche il debito nei confronti dei detentori da parte della società. E se queste azioni sono detenute all’estero, questo implica un aumento corrispondente del debito estero statunitense.

Questa peculiarità, che di solito si osserva poco, è visibile nel grafico sopra che fotografa la posizione netta estera statunitense, negativa per circa il 70% del pil. Significa in pratica che gli americani hanno con l’estero più debiti di quelli che l’estero ha con loro. O, per dirla diversamente, che il mondo presta agli Usa molti più soldi di quanto gli prestino al mondo.

Una parte non trascurabile di questo debito estero (istogramma marrone net equity) è proprio rappresentato dalle azioni delle aziende americane, il cui valore è molto cresciuto negli ultimi anni.

Il problema, però, non sono le azioni: sono le obbligazioni. Le prime infatti incorporano un rischio che, in caso di correzione dei valori azionari, ricade sul titolare, ossia sull’investitore. Le seconde generano invece interessi che, a prescindere dalle congiunture di mercato. devono essere pagati e che ricadono sull’emittente. A meno che l’emittente non fallisca, ovviamente. Circostanza sempre possibile, ma meno probabile di un calo azionario.

Ed è proprio il debito obbligazionario che qui interessa, proprio per l’importanza che ha nell’evoluzione del sistema finanziario che abbiamo visto con lo sviluppo delle NBFIs (Non Bank Financial Institutions). Parliamo, in particolare, del debito obbligazionario sovrano: i Treasury.

Prima del 2008 il debito pubblico americano era il primo della lista nel cuore – ossia nei portafogli – delle banche centrali e delle banche commerciali. Oggi le banche centrali ne hanno sempre meno e le banche commerciali hanno lasciato il posto alle Non banche, che come abbiamo visto sono diventate grandi acquirenti di debito pubblico Usa. Ma non c’è solo questo. A livello internazionale è cambiata profondamente la distribuzione dei soggetti che prima compravano Treasury.

Due cose si notano in questo grafico. Il dimagrimento degli investitori asiatici in Treasury e l’incremento di quelli europei. E poi l’esplosione delle Cayman, noto paradiso fiscale, che probabilmente è collegata allo sviluppo degli investitori non bancari – hedge fund in testa – e alla gestione off shore di questi asset.

Questo significa che le statistiche tradizionali spesso attribuiscono i Treasury a un Paese che funge semplicemente da piattaforma finanziaria, mentre l’investitore effettivo potrebbe trovarsi altrove. Gli autori cercano di ricostruire questa “nazionalità economica” dei creditori, mostrando come una parte crescente del debito americano sia ormai intermediata attraverso strutture finanziarie globali che rendono meno trasparente la geografia dei flussi di capitale.

Questa trasformazione riflette diversi fenomeni. Il primo è il rallentamento dell’accumulazione delle riserve valutarie da parte delle banche centrali. Dopo gli anni dell’espansione cinese e dei grandi surplus commerciali asiatici, la crescita delle riserve si è notevolmente ridotta. Se le riserve crescono meno rapidamente, anche gli acquisti di Treasury rallentano.

Il secondo fattore riguarda la Federal Reserve. Durante gli anni del quantitative easing la banca centrale americana ha acquistato enormi quantità di titoli pubblici, riducendo automaticamente lo spazio disponibile per gli investitori ufficiali stranieri. In altre parole, una parte del mercato è stata occupata direttamente dalla banca centrale americana.

Il terzo elemento, forse il più interessante, riguarda il tasso di cambio del dollaro. Gli autori mostrano che quando il dollaro si rafforza rispetto alle altre principali valute di riserva, le banche centrali tendono a ridurre il peso dei Treasury nei loro portafogli. Non perché stiano abbandonando il dollaro, ma perché cercano di mantenere relativamente stabile la composizione valutaria delle proprie riserve. Se il dollaro aumenta di valore, basta una quantità inferiore di attività denominate in dollari per conservare la stessa esposizione percentuale.

Accanto a questi fattori economici compare poi un elemento nuovo: la politica.

All’aumentare delle tensioni internazionali, infatti, diminuisce la propensione delle banche centrali ad accumulare debito americano. Non si tratta ancora di una fuga dal dollaro, ma di un processo graduale di diversificazione che riflette un contesto internazionale sempre meno cooperativo e più frammentato.

Questo risultato si inserisce nel dibattito sul cosiddetto “de-risking” delle riserve internazionali. Molti paesi cercano oggi di ridurre la dipendenza da un singolo emittente, soprattutto dopo il congelamento delle riserve russe in seguito all’invasione dell’Ucraina. Anche se il dollaro continua a occupare una posizione dominante, la gestione delle riserve appare sempre più influenzata da considerazioni strategiche oltre che finanziarie.

Il ridimensionamento degli investitori ufficiali degli investimenti in Treasury è stato però compensato dalla crescita degli investitori privati. Qui il comportamento è molto diverso. Gli investitori privati continuano infatti a considerare i Treasury il principale bene rifugio mondiale. Durante le fasi di forte incertezza finanziaria la domanda privata aumenta, confermando il ruolo dei titoli americani come porto sicuro del sistema finanziario globale.

Questa differenza tra investitori ufficiali e privati è importante. Le banche centrali acquistano Treasury principalmente per gestire le riserve valutarie. Gli investitori privati, invece, reagiscono soprattutto ai rendimenti, ai rischi di mercato e alle condizioni finanziarie globali.

Anche il ruolo della Cina appare diverso da quanto suggerisce il dibattito pubblico. Pechino continua a detenere consistenti attività americane, ma il suo peso relativo nei Treasury è diminuito sensibilmente. La Cina ha progressivamente diversificato il proprio portafoglio internazionale, aumentando gli investimenti verso altri Paesi e riducendo l’esposizione diretta agli Stati Uniti. Non si tratta tanto di una vendita massiccia dei Treasury quanto di una riallocazione graduale del risparmio cinese verso altre destinazioni.

Da un lato, quindi, il dollaro conserva ancora caratteristiche uniche. I Treasury rimangono il principale asset sicuro mondiale e continuano ad attrarre una domanda molto elevata, soprattutto nei momenti di tensione finanziaria.

Dall’altro lato, il sistema sta cambiando. Le banche centrali non rappresentano più il pilastro dominante della domanda internazionale di debito americano. Cresce il ruolo degli investitori privati, aumenta l’importanza degli intermediari finanziari globali e la geopolitica entra sempre più nelle decisioni di allocazione dei portafogli.

Per gli Stati Uniti questo significa che il finanziamento del proprio debito dipenderà sempre meno dall’accumulazione automatica di riserve valutarie da parte delle banche centrali straniere e sempre più dalle valutazioni di mercato degli investitori privati. Non è una differenza da poco. Finché i Treasury continueranno a essere percepiti come il principale bene rifugio globale, questo cambiamento non rappresenterà necessariamente un problema. Ma in un contesto di debito pubblico crescente, tassi di interesse più elevati e tensioni geopolitiche persistenti, la capacità di attrarre capitali internazionali potrebbe diventare progressivamente meno scontata rispetto al passato.

Il predominio finanziario degli Stati Uniti non è in discussione nell’immediato, ma la sua natura sta evolvendo. E comprendere chi finanzia oggi l’America è essenziale per capire quanto potrà continuare a farlo domani. E soprattutto, se vorrà farlo.