La grande trasformazione del debito statunitense

La Grande trasformazione della finanza internazionale, che stiamo raccontando da diverso tempo, si rispecchia logicamente in un’altra grande trasformazione che con la prima è intimamente interconnessa, per la semplice ragione che fornisce il materiale primario che alimenta la finanza internazionale. Ossia il debito americano.
Quest’ultimo è il motore di molti cambiamenti, e poiché la sua crescita è irrefrenabile ecco spiegato perché la finanza è costretta a conoscere sempre nuove evoluzioni. Se il debito americano, che è il carburante della globalizzazione finanziaria, fosse stabile, anche la struttura finanziaria sarebbe più stabili. Meno “creativa”, magari, nel trovare soluzioni e perciò, implicitamente meno rischiosa.
Partiamo da qui, perciò, osservando che dietro l’espressione debito americano si raggruppano cose anche molto diverse fra loro, come ci ricorda un paper molto interessante pubblicato dal Nber (The United States and Its Creditors: Assessing Foreign Demand for U.S. Assets).
Il debito com’è noto, può essere privato o pubblico. Nel primo non rientrano solo le obbligazioni corporate ma anche, non meno importante, il capitale azionario. Ciò significa che quando le azioni aumentano di valore, aumenta anche il debito nei confronti dei detentori da parte della società. E se queste azioni sono detenute all’estero, questo implica un aumento corrispondente del debito estero statunitense.
Questa peculiarità, che di solito si osserva poco, è visibile nel grafico sopra che fotografa la posizione netta estera statunitense, negativa per circa il 70% del pil. Significa in pratica che gli americani hanno con l’estero più debiti di quelli che l’estero ha con loro. O, per dirla diversamente, che il mondo presta agli Usa molti più soldi di quanto gli prestino al mondo.
Una parte non trascurabile di questo debito estero (istogramma marrone net equity) è proprio rappresentato dalle azioni delle aziende americane, il cui valore è molto cresciuto negli ultimi anni.
Il problema, però, non sono le azioni: sono le obbligazioni. Le prime infatti incorporano un rischio che, in caso di correzione dei valori azionari, ricade sul titolare, ossia sull’investitore. Le seconde generano invece interessi che, a prescindere dalle congiunture di mercato. devono essere pagati e che ricadono sull’emittente. A meno che l’emittente non fallisca, ovviamente. Circostanza sempre possibile, ma meno probabile di un calo azionario.
Ed è proprio il debito obbligazionario che qui interessa, proprio per l’importanza che ha nell’evoluzione del sistema finanziario che abbiamo visto con lo sviluppo delle NBFIs (Non Bank Financial Institutions). Parliamo, in particolare, del debito obbligazionario sovrano: i Treasury.
Prima del 2008 il debito pubblico americano era il primo della lista nel cuore – ossia nei portafogli – delle banche centrali e delle banche commerciali. Oggi le banche centrali ne hanno sempre meno e le banche commerciali hanno lasciato il posto alle Non banche, che come abbiamo visto sono diventate grandi acquirenti di debito pubblico Usa. Ma non c’è solo questo. A livello internazionale è cambiata profondamente la distribuzione dei soggetti che prima compravano Treasury.

Due cose si notano in questo grafico. Il dimagrimento degli investitori asiatici in Treasury e l’incremento di quelli europei. E poi l’esplosione delle Cayman, noto paradiso fiscale, che probabilmente è collegata allo sviluppo degli investitori non bancari – hedge fund in testa – e alla gestione off shore di questi asset.
Questo significa che le statistiche tradizionali spesso attribuiscono i Treasury a un Paese che funge semplicemente da piattaforma finanziaria, mentre l’investitore effettivo potrebbe trovarsi altrove. Gli autori cercano di ricostruire questa “nazionalità economica” dei creditori, mostrando come una parte crescente del debito americano sia ormai intermediata attraverso strutture finanziarie globali che rendono meno trasparente la geografia dei flussi di capitale.
Questa trasformazione riflette diversi fenomeni. Il primo è il rallentamento dell’accumulazione delle riserve valutarie da parte delle banche centrali. Dopo gli anni dell’espansione cinese e dei grandi surplus commerciali asiatici, la crescita delle riserve si è notevolmente ridotta. Se le riserve crescono meno rapidamente, anche gli acquisti di Treasury rallentano.
Il secondo fattore riguarda la Federal Reserve. Durante gli anni del quantitative easing la banca centrale americana ha acquistato enormi quantità di titoli pubblici, riducendo automaticamente lo spazio disponibile per gli investitori ufficiali stranieri. In altre parole, una parte del mercato è stata occupata direttamente dalla banca centrale americana.
Il terzo elemento, forse il più interessante, riguarda il tasso di cambio del dollaro. Gli autori mostrano che quando il dollaro si rafforza rispetto alle altre principali valute di riserva, le banche centrali tendono a ridurre il peso dei Treasury nei loro portafogli. Non perché stiano abbandonando il dollaro, ma perché cercano di mantenere relativamente stabile la composizione valutaria delle proprie riserve. Se il dollaro aumenta di valore, basta una quantità inferiore di attività denominate in dollari per conservare la stessa esposizione percentuale.
Accanto a questi fattori economici compare poi un elemento nuovo: la politica.
All’aumentare delle tensioni internazionali, infatti, diminuisce la propensione delle banche centrali ad accumulare debito americano. Non si tratta ancora di una fuga dal dollaro, ma di un processo graduale di diversificazione che riflette un contesto internazionale sempre meno cooperativo e più frammentato.
Questo risultato si inserisce nel dibattito sul cosiddetto “de-risking” delle riserve internazionali. Molti paesi cercano oggi di ridurre la dipendenza da un singolo emittente, soprattutto dopo il congelamento delle riserve russe in seguito all’invasione dell’Ucraina. Anche se il dollaro continua a occupare una posizione dominante, la gestione delle riserve appare sempre più influenzata da considerazioni strategiche oltre che finanziarie.
Il ridimensionamento degli investitori ufficiali degli investimenti in Treasury è stato però compensato dalla crescita degli investitori privati. Qui il comportamento è molto diverso. Gli investitori privati continuano infatti a considerare i Treasury il principale bene rifugio mondiale. Durante le fasi di forte incertezza finanziaria la domanda privata aumenta, confermando il ruolo dei titoli americani come porto sicuro del sistema finanziario globale.
Questa differenza tra investitori ufficiali e privati è importante. Le banche centrali acquistano Treasury principalmente per gestire le riserve valutarie. Gli investitori privati, invece, reagiscono soprattutto ai rendimenti, ai rischi di mercato e alle condizioni finanziarie globali.
Anche il ruolo della Cina appare diverso da quanto suggerisce il dibattito pubblico. Pechino continua a detenere consistenti attività americane, ma il suo peso relativo nei Treasury è diminuito sensibilmente. La Cina ha progressivamente diversificato il proprio portafoglio internazionale, aumentando gli investimenti verso altri Paesi e riducendo l’esposizione diretta agli Stati Uniti. Non si tratta tanto di una vendita massiccia dei Treasury quanto di una riallocazione graduale del risparmio cinese verso altre destinazioni.
Da un lato, quindi, il dollaro conserva ancora caratteristiche uniche. I Treasury rimangono il principale asset sicuro mondiale e continuano ad attrarre una domanda molto elevata, soprattutto nei momenti di tensione finanziaria.
Dall’altro lato, il sistema sta cambiando. Le banche centrali non rappresentano più il pilastro dominante della domanda internazionale di debito americano. Cresce il ruolo degli investitori privati, aumenta l’importanza degli intermediari finanziari globali e la geopolitica entra sempre più nelle decisioni di allocazione dei portafogli.
Per gli Stati Uniti questo significa che il finanziamento del proprio debito dipenderà sempre meno dall’accumulazione automatica di riserve valutarie da parte delle banche centrali straniere e sempre più dalle valutazioni di mercato degli investitori privati. Non è una differenza da poco. Finché i Treasury continueranno a essere percepiti come il principale bene rifugio globale, questo cambiamento non rappresenterà necessariamente un problema. Ma in un contesto di debito pubblico crescente, tassi di interesse più elevati e tensioni geopolitiche persistenti, la capacità di attrarre capitali internazionali potrebbe diventare progressivamente meno scontata rispetto al passato.
Il predominio finanziario degli Stati Uniti non è in discussione nell’immediato, ma la sua natura sta evolvendo. E comprendere chi finanzia oggi l’America è essenziale per capire quanto potrà continuare a farlo domani. E soprattutto, se vorrà farlo.










