La mutazione genetica dei fondi istituzionali


Una ricognizione molto istruttiva della Bundesbank ci racconta della trasformazione – una autentica mutazione genetica – che i tassi bassi hanno finito con l’indurre in una delle creature più placide dell’universo finanziario: i fondi istituzionali di investimento.

Quelli che una volta erano considerati elementi di stabilizzazione dei mercati, oggi hanno finito col generare comportamenti prociclici che esasperano la caratteristica saliente del nostro evo finanziario: la volatilità. Potenza della fame di rendimento, che anni di tassi rasoterra, che tutti ripetono dureranno ancora a lungo, hanno esasperato allo sfinimento.

La ricerca è focalizzata sugli istituzionali tedeschi, ma ci sono ottime ragioni per pensare che questi atteggiamenti siano comuni a tutta questa categoria che, lo ricordiamo, gestiscono gli asset degli investitori istituzionali, come banche e assicurazioni, ma anche fondi pensioni, fondazioni e persino chiese. Tutti investitori, quindi, con un’ottica di medio e lungo periodo, almeno in tempi normali.

Il problema è che però il nostro new normal è fatto di tassi bassissimi che hanno finito col generare rendimenti negativi facendo quindi crescere a dismisura la fame di rendimento e, per conseguenza naturale, i rischi. L’analisi condotta dagli studiosi della Buba, infatti, condotta nel periodo novembre 2009-giugno 2017, conferma un sostanziale degrado dei rating degli asset acquistati, passati da AA+ a AA-. In sostanza i gestori hanno acquistato in media titoli più rischiosi per avere maggiori ricavi.

L’ulteriore conseguenza di questo atteggiamento è stata una crescente sensibilità dei gestori alle turbolenze di mercato. In sostanza sono aumentati i comportamenti pro-ciclici: quando tutti vendono, anche gli istituzionali vendono. Sicché questi elementi di stabilizzazione dei mercati sono diventati fattori di instabilità, al pari di “normali” fondi speculativi.

Non c’è di che stupirsi. Chi affida asset in gestione è molto più esigente che in passato, e i gestori devono fare i salti mortali per non perdere l’incarico. La ricerca della Buba evidenzia che “i fondi che cercano meno il rendimento hanno il triplo delle probabilità che gli investitori revochino il loro mandato”, con l’aggravante che “questo effetto si inverte in tempi di maggiore tensione finanziaria”. Quando il tempo si fa brutto, insomma, gli investitori tendono a penalizzare i gestori aggressivi. Una vita davvero complicata.

Così si spiega perché a febbraio e marzo del 2020 i prezzi dei bond governativi di Italia, Spagna e Francia, colpiti duramente dalla pandemia crollarono: i fondi istituzionali tedeschi vendettero un miliardo di bond di questi paesi in poche settimane, comprando 300 milioni di bond di paesi dell’eurozona considerati più sicuri, anche se a breve termine.

E così arriviamo alla conclusione: “Questi fondi acquistano obbligazioni quando i loro prezzi aumentano e le vendono quando i prezzi scendono. Si consiglia alle banche centrali e alle autorità di vigilanza di tenere d’occhio i fondi specializzati poiché questo comportamento intensifica il prezzo delle attività volatilità”. Sorvegliati speciali, insomma. Neanche fossero Hedge fund.

La globalizzazione emergente. L’Iran eurorusso


Le ultime notizie che arrivano dall’Iran, ossia la possibilità che la Repubblica islamica diventi parte dell’Unione euroasiatica di Putin, sembrano fatte apposta per alimentare i pensieri di chi crede che “l’amicizia Turchia-Iran-Cina-Russia sia l’alleanza del 21° secolo”, come ha dichiarato di recente il presidente del Vatan Partisi turco Dogu Pericek.

Qualcuno ricorderà che l’Iran e l’EAEU hanno siglato un accordo di libero scambio diversi mesi fa e che ormai da tempo sono visibili le connessioni e gli interessi che legano gli iraniani ai russi e, indirettamente, ai cinesi, con i quali peraltro l’Iran ha siglato un importante accordo commerciale e ai quali ha continuato a vendere petrolio in barba all’embargo statunitense.

In tale contesto le notizie di un ulteriore avvicinamento fra Russia e Iran acquistano un certo rilievo, nell’ambito dell’ampia ricognizione su quella che abbiamo definito la globalizzazione emergente. Chi frequenta la storia ricorderà sicuramente l’importanza che l’Iran – all’epoca si chiamava Persia – ebbe nella diatriba fra l’egemone in carica – la Gran Bretagna – e le ambizioni imperiali della Russia, ieri come oggi regolarmente frustrate.

Oggi il gioco è diverso, ma la sostanza non cambia. L’Iran rimane il miglior punto di avvicinamento all’India e quindi al vasto mondo dell’Asia sud-orientale. Al tempo stesso è un interlocutore obbligato nel complesso mosaico del Caspio e del Medio Oriente, affacciandosi anche verso l‘Asia centrale, dove “abitano” anche paesi come il Kazakhstan, che fanno parte dell’Unione euroasiatica russa. Come d’altronde l’Armenia.

Sarà pure un caso, ma nel suo ultimo giro dei paesi che ruotano attorno al Caspio il ministro degli estero iraniano avrebbe proposto proprio la riattivazione di una ferrovia dell’epoca sovietica che collegava l’Iran all’Armenia attraverso l’enclave di Nakhchivan, incuneata fra il territorio azero e quello turco. Come ormai è chiaro a tutti, le infrastrutture, specie quelle ferroviarie, giocano un ruolo strategico nella globalizzazione emergente.

Tutto ciò per dire che l’adesione dell’Iran all’UEE (EAEU) guidata da Mosca implica un aumento dell’influenza russa in tutte le zone nelle quali l’Iran si affaccia e questo non può che preoccupare le potenze occidentali, alle prese col difficile dilemma di un accordo con la Repubblica islamica le cui sorti sembrano sempre più incerte.

Al contrario, la Russia ha tutto l’interesse a stringere la relazione diplomatica con l’Iran, paese col quale condivide non soltanto sanzioni internazionali, ma robusti canali commerciali e finanziari e anche partite geopolitiche importanti come quella siriana. Discorso simile vale anche per la Cina, e in qualche modo per la Turchia.

E’ presto per dire dove condurrà questa “amicizia” fra i quattro stati, che intanto però sta producendo importanti reti di relazioni, e non solo. Forse è esagerato dire, come ha detto sempre il presidente del del Vatan Partisi che “il mondo è entrato nell’era della civilità euroasiatica dopo la fine della civiltà atlantica”.

Ma, certo, qualcuno può iniziare a inquietarsi leggendo nella stessa intervista che “la civiltà eurasiatica è una civiltà più umana, più condivisiva, più pubblica, più pianificata, più disciplinata, più libertaria e più democratica”. Una civiltà che mette insieme lo spirito libertario e quello pianificatore riecheggia vecchi totalitarismi. Ossia l’incubo peggiore.

Il Secolo asiatico. La “giapponesizzazione” della moneta


Le dichiarazioni rilasciate dalla presidente della Bce Lagarde sull’attenzione che la Banca sta dedicando all’evoluzione dei rendimenti nominali di lungo termine dei bond dell’eurozona (yield curve control) sembra fatta apposta per riaprire l’annoso dibattito sulla cassetta degli attrezzi del central banking, costretta ad arricchirsi in ragione diretta delle complicazioni dell’economia internazionale. Ma soprattutto conferma ancora una volta la sensazione di chi, fra gli osservatori, nota come le politiche monetarie europee o statunitensi seguano ormai, con qualche ritardo, le invenzioni del paese che prima di tutti le ha sperimentate nel tentativo (disperato?) di rianimare la propria economia: il Giappone.

I banchieri centrali giapponesi, peraltro, lo ripetono da anni nelle numerose allocuzioni che rilasciano in giro per il mondo: il Giappone è l’antesignano delle politiche monetarie che il resto del mondo scoprirà solo più tardi. E’ stato così per i tassi a zero, poi per il QE, e anche per l’overshooting inflazionistico, che ormai fa parte dell’armamentario della Fed.

Sarà così, con tutta probabilità anche per il “QQE with Yield Curve Control”, che il Giappone sperimenta ormai da un quinquennio. Dal che sorge comprensibile il timore che sarà così anche relativamente agli esiti che leggiamo nelle considerazioni di Wakatabe Masazumi, vice governatore della BoJ. Anzi, che rileggiamo. Proprio come le rivendicazione del primato dell’innovazione monetaria della Banca giapponese, anche il risultato finale – più o meno deludente – è una costante della narrazione giapponese.

Così anche il nostro vice-governatore: “L’obiettivo di stabilità dei prezzi del 2% non è stato ancora raggiunto”. E qui si potrebbe chiudere il pezzo.

Ma sarebbe ingeneroso. Perché la “giapponesizzazione” in corso della politica monetaria globale – l’ennesima declinazione del Secolo asiatico che si annuncia – merita qualche riga in più. Anche perché ormai questo esito – la Japanification, come la chiama Wakatabe – ormai appartiene anch’essa all’armamentario degli argomenti che i banchieri centrali giapponesi esibiscono in pubblico, chissà se con mestizia o con orgoglio.

A noi rimane il dubbio che dubitino anch’essi, aldilà delle dichiarazioni di prammatica, dell’efficacia di questo costante aumentare la disponibilità di moneta a basso costo. Ma leggendoli sembra proprio il contrario. Wakatabe ribadisce che le politiche stavano funzionando. Le aspettative di inflazione stavano migliorando, e anche l’output gap – una delle tante misure leggendarie del nostro central banking – stava diventando positivo, a dimostrazione di una crescente possibilità di aumento dei prezzi.

L’occupazione, inoltre, migliorava e si iniziavano a vedere gli effetti sulle paghe – come se la curva di Phillips si fosse improvvisamente risvegliata -: l’economia non sembrava più in deflazione.

 

Ma poi, di nuovo, l’esito: niente 2% di inflazione. Colpa del “mindset” deflazionistico del popolo – altro argomento ricorrente – e poi delle imprese, che hanno usato lo spazio di manovra regalato loro dalla banca centrale per recuperare produttività. E poi del Covid, ovviamente. Il virus è il pretesto ideale per fare tutto ciò che è necessario e anche di più.

E’ colpa del Covid se l’outup gap è sprofondato – e sarebbe difficile sostenere il contrario – e se le le aspettative di inflazione sono peggiorate. E soprattutto “ci vorrà un tempo considerevole per arrivare all’obiettivo del 2% di inflazione”. Nessun dubbio a tal proposito. Non solo in Giappone. Ovunque.

Central bank digital currency, la versione della Buba


Una cosa risulta chiara leggendo il breve ma molto istruttivo discorso di Burkhard Balz, componente del board della Bundesbank: le monete digitali di banca centrale si faranno e funzioneranno soltanto se insieme crescerà il coordinamento internazionale che dovrà fissarne le caratteristiche sostanziali.

Le CBDC (central bank digital currency), insomma, saranno l’esperimento più avanzato che servirà anche a testare l’efficacia di quella che, ironicamente, abbiamo chiamato l’internazionale dei banchieri centrali, nel disegnare il futuro della moneta, mai quanto oggi al centro di desiderata fortemente centripeti rispetto la modello tradizionale basato sul duopolio banca centrale/commerciale, sotto l’egida dei governi.

Perciò il nostro oratore, dopo una breve introduzione, arriva al punto: “La cooperazione internazionale sarà l’elemento chiave nel delineare il futuro ecosistema della CBDC”, visto che “ci sono alcune caratteristiche fondamentali e standard comuni preziosi per guidare un banca centrale quando decide di emettere una valuta digitale per il pubblico”.

Queste caratteristiche fondamentali sono convertibilità, interoperabilità e standard internazionali. La prima serve ad assicurare fiducia nella valuta – e questo spiega perché lo yuan inconvertibile anche se magari già digitale – sia ancora molto impedito nel suo ruolo di moneta internazionale. La convertibilità, infatti, garantisce al possessore della valuta che può cambiarla in qualunque forma egli voglia in qualsiasi momento.

Per interoperabilità si intende il fatto che la moneta possa circolare senza impedimenti in qualunque sistema dei pagamenti. Ma è lo standard internazionale della valuta, ossia la sua capacità di operare in maniera efficiente nei pagamenti transfrontalieri, a segnare il punto focale dell’interesse.

“Dal mio punto di vista – dice il banchiere tedesco – queste tre caratteristiche sono essenziali per una qualunque valuta digitale”. A patto però di far evolvere al tempo stesso anche il sistema internazionale dei pagamenti. Compito che peraltro fa parte della roadmap disegnata dal G20 per sviluppare i pagamenti transfrontalieri, nella quale anche la moneta digitale di banca centrale è entrata a far parte.

Ciò che risulta chiaro, infine, è che questa sfida per il futuro della moneta e dei pagamenti internazionali, in un mondo dove ogni giorno nuovi soggetti privati si candidano a fornire l’una e gli altri, le banche centrali – e i governi – non possono esimersi dall’accettarla.

“È responsabilità della banca centrale creare fiducia nella propria valuta e garantire che i pagamenti rimangano competitivi, innovativi e sicuri. Dobbiamo anche assicurarci che il denaro digitale di banca centrale sarà offerto in modo compatibile con l’economia digitale”.

Questo non è semplicemente un modo per garantirsi il futuro. Ma, per dirla con le parole di Lincoln citate nel discorso, “per creare il futuro”. La Buba, e le banche centrali unite, non si scomodano per meno di questo.

Cartolina. Anno 2020, fuga dal Sud Europa


Molte considerazioni si potrebbero fare osservando la fuga degli investitori istituzionali tedeschi dai bond dei paesi del Sud Europa nei primi mesi del 2020, quando la pandemia iniziò a infliggere le sue ferite nelle nostre società. La prima, quella più facile, è che le esigenze della finanza non contemplano la solidarietà europea, che pure ha dato forma al Recovery fund. L’altra, meno popolare, è che questi fondi, una volta elemento di stabilità nei mercati, operano in un ambiente di tassi rasoterra che ne ha esasperato la fame di rendimento generando comportamenti prociclici: vendono quando tutti vendono. E’ la vendetta dei creditori, potremmo dire, che nessuna solidarietà ricevono in quest’alba di nuovo secolo. E quindi non ne danno.

Il lungo declino del credito in dollari fuori dagli Usa


Le ultime statistiche diffuse dalla Bis sulla liquidità globale confermano due trend che ormai si può dire caratterizzino almeno gli ultimi due decenni. Da una parte la continua crescita del debito denominato in dollari fuori dagli Usa, in gran parte alimentata da obbligazioni, e insieme il lento declinare di questa crescita, che non ha più rivisto i massimi osservati prima del 2008.

Questa due tendenze sono osservabili chiaramente guardando i grafici di breve e lungo periodo proposti dalla Banca. Il primo misura l’incremento del credito in dollari ai prenditori non bancari fuori dagli Usa nel terzo quarto del 2020, cresciuto “solo” del 5% su base annua. Un rallentamento, rispetto al passato più recente, ma che comunque ha portato il totale di questa massa di obbligazioni a quota 12,7 trilioni.

Come si può osservare dal grafico, alla crescita sottotono del credito in dollari si è affiancata un sostanziale regresso di quelli in euro e yen, a conferma del fatto che solo la valuta statunitense, in questo momento particolare, rimane attrattiva a livello internazionale. Conseguenza evidente del ruolo che gioca nella partita globale.

Anche il credito in dollari agli emergenti ha rallentato, portandosi a una crescita del 6% su base annua. Ma l’ammontare in valore assoluto ha raggiunto quota quattro trilioni, guidato in larga parte dall’emissione obbligazionaria.

Al contrario, il credito ai residenti continua a crescere in tutte e tre le valute per i residenti assai più che ai non residenti.

L’emergenza sanitaria, insomma, ha concentrato l’attività creditizia all’interno dei paesi più che all’esterno, confermando un trend che però risale anche agli anni successivi alla crisi del 2008.

Dal grafico si osserva con chiarezza che la curva totale del credito non ha più raggiunto i livelli ante 2008 e che, dopo una parziale ripresa dei flussi fra il 2010-11 ha assunto una pendenza declinante a prescindere dall’apprezzamento del dollaro.

Insomma: il flusso globale di dollari rallenta, pure se rimane robusto, e non sembra che possa nel breve-medio periodo tornare ai livelli pre 2008. Forse la globalizzazione finanziaria ha trovato un nuovo ritmo, meno esuberante. O forse questo declino prelude a nuove geografie del credito.

Quali che siano gli esiti futuri, bisogna tener conto del fatto che i debiti in dollari fuori dagli Usa, pure se meno di prima, continuano a crescere. E prima o poi bisognerà regolarli.

La globalizzazione emergente. Il matrimonio fra Cina e Swift


Meno di un mese fa il prolifico ventre dell’economia cinese dava alla luce una compagnia dal nome anodino e insieme suggestivo: la Finance Gateway Information Service Limited. Con un capitale di una dozzina di milioni di dollari, la neonata società registrata a Pechino non ha suscitato particolare interesse fino a quando non si è saputo chi fossero gli azionisti.

Infatti la notizia è che da una parte troviamo lo Swift, il sistema internazionale di messaggistica interbancaria di cui abbiamo parlato più volte, che detiene il 55% della società tramite una società sussidiare stanziata da Hong Kong. Dall’altra parte troviamo una società interamente controlla dalla People bank of China ( PBoC), la banca centrale cinese, ossia la China National Clearing Center (CNCC), con il 34%. Il resto delle azioni se le sono divise la Cross-border Interbank Payments and Settlement Limited (CPIS), che abbiamo già incontrato, che detiene il 5%, il PBoC’s Digital Currency Research Institute, controllato anch’esso dalla banca centrale cinese, con il 3%, e la Payment and Clearing Association of China (PCAC), con il rimanente 3%.

Questa specie di matrimonio segue all’ingresso in grande stile di Swift nel mercato cinese, che risale ormai a più di un anno fa, e alimenta le congetture di chi vede in queste operazioni la conferma della volontà di Pechino di far crescere il ruolo internazionale della moneta cinese, vuoi passando per la partecipazione alle grande infrastrutture internazionali, vuoi favorendo lo sviluppo della sua valuta digitale di banca centrale, vuoi puntando soprattutto sul commercio internazionale. Non è certo un caso che la Cina abbia siglato non più tardi di pochi mesi fa un accordo regionale di peso con i paesi asiatici, Australia compresa, per lo sviluppo di un’area di libero scambio: il Regional Comprehensive Economic Partnership.

Ovviamente è presto trarre conclusioni da quello che al momento appare come un semplice inizio di rapporti d’affari. Ma certo la qualità dei soci lascia ipotizzare che a trarre beneficio da questa collaborazione sarà l’internazionalizzazione della valuta cinese, magari nella sua forma digitale, che ormai sembra matura per una sperimentazione all’estero, dopo che per alcuni mesi è stata fatta circolare all’interno. Contentiamoci, per il momento, di prendere nota.

Aspettative in chiaroscuro per famiglie e imprese italiane


L’ultimo bollettino economico di Bankitalia è una lettura obbligata per chi volesse sbirciare fra gli umori mutevoli nel nostro paese, sia delle famiglie che delle imprese. La Banca infatti ha svolto i consueti sondaggi a campione che consentono di fotografare le aspettative di produttori e consumatori e ne ha tratto uno scenario in chiaroscuro, dove emerge con chiarezza che i soggetti economici sono meno pessimisti di aprile, ma anche meno ottimisti di giugno. La seconda ondata autunnale ha infranto molte speranze, sembra di capire. E di questo occorrerà tenere conto nel primo semestre di quest’anno nell’elaborazione delle politiche economiche.

Cominciamo dalle imprese. “Le valutazioni sono divenute meno favorevoli, – scrive Bankitalia – pur restando ben lontane dai livelli minimi raggiunti nella prima metà dell’anno”. In dettaglio, Il 61 per cento delle aziende considera la situazione economica peggiore di quella dei tre mesi precedenti. A settembre erano il 35 per cento, a giugno il 92. Inoltre “le valutazioni sull’andamento della domanda, pur se meno ottimistiche che in settembre, si mantengono nel complesso favorevoli nell’industria, ma non nei servizi”.

Le aspettative poco favorevole sulla domanda si ripercuotono anche sui livelli di produzione, che per il 77 per cento degli intervistati sono ancora inferiori al periodo pre pandemia. “Il tempo ritenuto necessario per il recupero completo della propria attività è al momento valutato in 15 mesi in media, con un intervallo delle risposte relativamente ristretto che si colloca tra 14 e 16 mesi”. E questo ovviamente intacca il livello degli investimenti.

“Per il primo semestre – scrive la Banca – dell’anno il saldo tra chi prefigura un aumento e chi si attende una riduzione degli investimenti è più elevato nell’industria rispetto ai servizi (18,4 e 1,7 punti percentuali, rispettivamente) e in miglioramento rispetto a quello riferito alla seconda metà del 2020”.

Meno investimenti però significa anche meno risorse per l’occupazione, e questo ci porta alla seconda parte della nostra ricognizione, quella dedicata alle famiglie. E qui lo scenario delle aspettative è decisamente poco incoraggiante.

Anche qui “le valutazioni sulle prospettive sono peggiorate rispetto alla rilevazione estiva, ma rimangono meno pessimistiche di quelle formulate tra la fine di aprile e l’inizio di maggio”. Il 9 per cento di famiglie in più si aspetta un deterioramento della situazione economica (grafico sopra a sinistra) e molti lamentano un calo dei redditi l’anno scorso, che per gli autonomi ha riguardato il 60% della popolazione. Soprattutto, “anche le valutazioni sulle prospettive del mercato del lavoro nei successivi dodici mesi si sono deteriorate”. Che considerando le aspettative delle imprese è comprensibile.

La survey ci comunica informazioni anche sulla resilienza delle famiglie italiane ai tempi avversi. Emerge che “in assenza di reddito e di trasferimenti oltre la metà della popolazione non riuscirebbe a mantenere un livello di benessere economico minimo per almeno tre mesi”. Un’informazione che va letta insieme a quella delle attese di risparmio: oltre il 40% pensa di risparmiare qualcosa del reddito atteso. Che è comprensibile, per il motivo precauzionale, ma implica che i redditi comunque siano capienti abbastanza da consentire il risparmio.

Da una parte famiglie che non riescono a tirare avanti senza sussidi, dall’altra una buone fetta di persone che metterà da parte reddito – limitando i consumi e quindi la domanda – che finirà intrappolato nei conti correnti, non a caso cresciuti ancora. La pandemia disegna una società sempre più duale e stagnante. Tirarsi fuori da questa palude sarà complicato.

Debito pubblico, il mondo verso quota 100


L’ultimo update del Fiscal monitor pubblicato dal Fmi aggiorna il record di debito pubblico globale, che ormai veleggia verso il 100 per cento del prodotto interno lordo. Le ultime stime parlano del 98 per cento. Ma parliamo del 2020. E le prospettive del 2021 non sono certo migliori. Nelle stime elaborate dal Fmi, il debito/pil globale dovrebbe collocarsi al 99,5% quest’anno.

Non c’è da stupirsi troppo di questo livello di indebitamento, praticamente senza precedenti in tempo di pace, che nei paesi avanzati ha superato il 120 per cento del pil. A livello globale i governi hanno dovuto mettere sul piatto 14 trilioni di dollari per mitigare gli effetti della pandemia, facendo schizzare alle stelle il deficit e, di conseguenza, il totale dei debiti. Questi 14 trilioni sono stati utilizzati in parte per nuove spese (7,8 trilioni) e in parte (6 trilioni) per iniezioni di capitale e garanzie.

Nei paesi avanzati il deficit/pil del 2020 è stimato al 13,3 per cento, mentre negli emergenti al 10,3 e “appena” al 5,7 per cento nei paesi a basso reddito. Nei paesi avanzati il deficit è stato determinato sia dalle maggiori spese che dalle minori entrate fiscali. Il calo di queste ultime, indotto dal blocco di molte attività economiche, è stata la prima causa degli squilibri fiscali nei paesi emergenti come in quelli a basso reddito.

E poiché il Fmi suggerisce di continuare a supportare l’economia fino a quando l’emergenza sanitaria non consentirà una normale ripresa degli affari, il rischio concreto è che questa montagna di debiti salirà ulteriormente, lasciando sul campo la questione di come gestirla nel futuro prossimo.

A tal proposito, il Fmi incoraggia i paesi a usare questo supporto fiscale per facilitare la trasformazione green&digitale, qualunque cosa significhi, e al tempo stesso invita i paesi con alto debito a mettere in piedi un piano di medio termine credibile per gestire il ritorno dell’indebitamento a un livello più sostenibile.

Per il 2021 si prevede che diversi paesi inizino a serrare i rubinetti, anche se il calo del deficit dovrebbe arrivare per lo più dalla ripresa degli incassi fiscali, una volta che l’attività economica inizierà a riattivarsi. Ma poiché è assai probabile che serviranno ancora stimoli fiscali per non strozzare la ripresa sul nascere, lo scenario più probabile è quello che si vada verso la stabilizzazione del debito, almeno per i paesi avanzati. Gli emergenti e quelli a basso reddito dovranno probabilmente fare uno sforzo maggiore, per evitare di finire all’indice dei mercati.

Fra gli elementi che concorreranno a stabilizzare il debito, si segnalano i tassi di interesse, che rimanendo bassi, continueranno a diminuire il costo dell’indebitamento, alleggerendo quindi il deficit. Ma ciò malgrado i livelli generali di debito rimarranno ben oltre i livelli pre covid a lungo.

Detto in altri termini, “il debito pubblico continuerà a generare vulnerabilità elevate”.

Per questo servono strategie chiare da parte dei governi per far capire ai mercati che si sta lavorando per attenuare i rischi connessi a tali vulnerabilità. Al tempo stesso i policy maker devono ricordare che la gestione del rischio fiscale passa anche per quella delle numerose garanzie messo a sostegno del settore produttivo all’inizio della pandemia. Se queste garanzie dovessero venire esatte, il debito pubblico salirebbe ulteriormente, fino a rischiare di finire fuori controllo. E questa è l’ultima cosa che serve.

Cartolina. 300, in Cina


Ora che vede quota 300 per cento sul pil, il debito cinese di tutti i settori economici finalmente assume quell’importanza che tutti ci aspettiamo da un paese che ormai concorre più e meglio di altri a rappresentare la nostra modernità. Il 300 cinese dimostra che Pechino ha imparato la lezione del XX secolo e quindi può ambire a scrivere quella per il XXI. In buona compagnia, ovviamente. Il Giappone già da un pezzo ha superato questo quota e gli Usa stanno praticamente già lì. Ma  il 300 cinese, chissà perché spaventa molti osservatori, malgrado Pechino sia uno dei più grandi creditori al mondo e quindi in grado – teoricamente – di far fronte ai suoi impegni. Ma i cinesi se ne infischiano, delle preoccupazioni altrui e tirano dritto. Sarà per questo che il mondo trema.