Fra le tante cose che si scoprono confrontando la composizione della spesa pubblica nei paesi Ocse fra il 2007 e il 2023, due in particolare saltano all’occhio: la quota stagnante della spesa per l’istruzione e quella che cresce rigogliosa per la protezione sociale – leggi pensioni e sussidi vari – e la sanità, che a ben vedere è una forma di protezione sociale. Il costo cumulato di questa protezione, che a ben vedere sembra il core business dei governi Ocse, è passato dal 18,51 al 21,84 per cento in poco più di quindici anni, circa il 17 per cento. In sostanza, queste due voci assorbono oltre un quinto dei bilanci statali. L’istruzione, invece, oscilla intorno al 5 per cento. E se uno crede – ma evidentemente non deve essere così diffusa questa credenza – che l’istruzione sia il modo attraverso il quale far crescere nel tempo la produttività e quindi l’economia, questi dati dicono semplicemente che ci siamo arresi al presente e non guardiamo da tempo ormai al futuro. Facciamo debiti crescenti per pagare la protezione, non per crescere. Paghiamo il conto delle nostre paure.
Una interessante riflessione di Ocse pone un dilemma per nulla facile da gestire per le banche centrali, in un momento dell’economia internazionale in cui si manifestano tensioni terribilmente contraddittorie. Da una parte spinte inflazionistica, ad esempio, e dall’altra governi in costante tensione fiscale. Quindi una cosa spinge per il rialzo dei tassi, l’altra per il contrario. E gli esempi potrebbero continuare.
Queste tensioni trovano nel bilancio della banca centrale lo strumento della loro composizione. Abbiamo già osservato come uno dei modi attraverso il quale gli Istituti le stanno gestendo è la diversificazione delle operazioni, aumentando la quota di prestiti agli intermediari per compensare il dimagrimento degli acquisti di asset.
Ma questo non basta ovviamente. I bilanci, dopo l’abbuffata di titoli derivata da un decennio abbondante di quantitative easing, sono ancora gonfi come mai, e per giunta imbottiti di titoli di stato. E questo genera l’ennesima spinta contraddittoria: da una parte le BC spingono per alleggerire i bilanci, dall’altra devono evitare di destabilizzare i mercati delle obbligazioni sovrano scaricando troppa carta sul mercato in un momento in cui le emissioni degli stati non accennano a diminuire.
Ocse ci fa sapere che in alcune economie il quantitative tightening (QT), ossia la vendita di titoli, ha già riportato i bilanci a livello anteriore alla pandemia. Il che sarebbe una buona notizia se questo livello non fosse comunque parecchio elevato. Sicché rimane aperto e ovviamente inconcludente il dibattito su quale sia oggi il livello ottimale di questi bilanci, che non sembra potranno mai più raggiungere il livello dei primi anni Duemila, che potete osservare nel grafico.
Per dirla con le parole di Ocse, “la decisione sulla dimensione appropriata del bilancio dipende essenzialmente da una valutazione dei compromessi che emergono all’aumentare o al diminuire delle partecipazioni obbligazionarie e delle riserve. Questi compromessi possono evolversi nel tempo, a seconda del contesto economico generale e delle condizioni dei mercati finanziari”. E chi ha buoni orecchi intenda.
Sul fatto che bilanci più leggeri siano preferibili nel perseguimento di un’allocazione efficiente delle risorse gli autori della ricerca hanno pochi dubbi. Ma rimane la ragion politica a ricordare che “non è certo che le banche centrali possano ridurre significativamente le proprie partecipazioni in titoli di Stato in un periodo di ampi deficit di bilancio e di consistenti emissioni di debito”. Perché “qualsiasi riduzione delle partecipazioni delle banche centrali richiede un maggiore assorbimento del debito pubblico da parte degli investitori del settore privato, che tendono ad essere più sensibili al prezzo e talvolta fortemente indebitati”.
Detto diversamente, se la BC si libera dei debiti del governo, qualcun altro dovrà farsene carico. E magari questi soggetti sono a loro volta soggetti molto indebitati. E questo spiega perché le Banche centrali abbiano finito col surrogare gli acquisti di titoli con l’aumento delle operazioni di prestito per gli intermediari finanziari. Il debito di banca centrale, insomma, esce dalla porta e rientra dalla finestra.
Dulcis in fundo, “sia le obbligazioni (attivo della BC, ndr) detenute che le riserve (passivo ella BC, ndr) influenzano i profitti delle banche centrali e, di conseguenza, i costi del debito pubblico”. Questo vuol dire, in pratica che mentre il QE diminuiva il costo del debito pubblico, il QT lo aumenta, con la complicazione anni e anni di tassi a zero hanno finito col cambiare la struttura di questo debito, orientandolo verso il breve termine, anziché verso il lungo. E questa è la migliore scorciatoia possibile per una maggiore volatilità. L’ennesima spinta contraddittoria che rende il dilemma delle banche centrali sempre più complesso. E quello dei governi di riflesso.
L’ultimo Bollettino della Bce contiene un interessante approfondimento che ci aiuta a farci una prima idea, ovviamente provvisoria, degli effetti dell’adozione dell’IA nel mercato del lavoro statunitense. Tema estramente controverso e divisivo, come sempre accade nei periodi di trasformazione tecnologica.
La prima evidenza è che “nonostante le potenziali turbative apportate dall’IA ai mercati del lavoro siano significative, i suoi effetti sull’occupazione aggregata sembrano finora contenuti”. Ma questa considerazione va presa con la dovuta cautela, visto che al tempo stesso “vi sono evidenze crescenti che l’IA sta incidendo negativamente sull’occupazione per specifici sottogruppi professionali, in particolare i lavoratori meno esperti in occupazioni fortemente esposte”. In sostanza l’IA sta facendo il lavoro delle figure junior nei settori più a rischio.
Per valutare questo impatto, la Bce ha utilizzato una tecnica che tiene conto sia degli effetti positivi generati dalle nuove tecnologie, tramite l’aumento della produttività, con quello negativo, misurabile in unità di lavoro perdute. Si è osservato così, ad esempio, che nell’Ue al momento si sono registrati aumenti di produttività senza che siano diminuiti i posti di lavoro. Ma questo ovviamente non vuol dire che non succederà in futuro.
Negli Stati Uniti invece, che – ricordiamolo – è all’avanguardia in queste tecnologie “il numero di posti di lavoro in occupazioni con un elevato rischio di sostituzione da parte dell’IA è diminuito negli ultimi anni”. Tra il 2019 e il 2025, infatti, il numero di posti di lavoro in occupazioni ad elevato rischio di sostituzione (come economisti e grafici) è diminuita in media del 4% (grafico a destra). Al contrario, l’occupazione in professioni a basso rischio di sostituzione (elettricisti o insegnanti di scuola) è aumentata del 13 per cento nello stesso periodo.
Ne risulta che la composizione del mercato del lavoro Usa è cambiata: la quota dei lavori a bassa sostituzione è passata dal 23 al 25%, mentre quella di impieghi ad alto rischio dal 35 al 33%. Due dati che fanno riflettere. Primo perché il mercato si sta livellando verso professioni che richiedono meno formazione, e quindi premia i lavori meno produttivi. Secondo perché questa tendenza, se portato all’esasperazione distrugge il valore degli studi superiori, senza i quali l’IA non può andare avanti.
“Nel complesso, sebbene a oggi non sia ancora possibile trarre conclusioni sulle conseguenze dell’IA per l’occupazione aggregata, l’analisi rileva che a partire dal 2019 tale tecnologia abbia avuto un impatto relativo sulla crescita dell’occupazione negli Stati Uniti. Questo impatto ha subito un’accelerazione dal lancio di Chat GPT alla fine del 2022”, conclude la Banca. Gli umani finiranno a fare il lavoro che non possono (vogliono?) fare le macchine. La perfetta distopia.
Se si producessero rinnovabili almeno quanto se ne parla probabilmente avremmo già raggiunto gli obiettivi fissati dai piani nazionali. E invece, malgrado il progresso ci sia stato e sia rilevante, siamo ancora lontani.
Questo il succo dell’analisi svolta da Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, dove fra le altre cose esamina l’andamento delle produzione da fonti energetiche rinnovabili (FER), che è passata dai 18 Gigawatt dl 2000 agli 82 del 2025, quindi più che quadruplicandosi. Al tempo stesso è anche aumentata la domanda nazionale di energia rinnovabile, passata dal 17 al 41 per cento, ampliandosi anche l’assortimento. all’idroelettrico, che era il grande protagonista, si è affiancata la produzione eolica e successivamente, grazie agli incentivi statali – il Conto energia attivo dal 2005 al 2013 – da quella fotovoltaica.
Fra il 2014 e il 2021 la crescita delle rinnovabili è stata alquanto piatta, mentre è ripartita con slancio a partire dal 2022, con il solare nel ruolo di locomotiva.
Purtroppo questi progressi non sono bastati a raggiungere gli obiettivi fissati dal Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC). Se fino al 2030 si mantenessero gli stessi ritmo di produzione osservati nel 2025 (6,4 GW per il solare e 0,6 per l’eolico), la capacità complessiva arriverebbe a soddisfare meno del 55 per cento del consumo previsto di elettricità a fronte del 63 per cento indicato nel piano, che prevedeva di raggiungere la capacità di 79,3 GW per il solare e 28,1 per l’eolico.
Se guardiamo alla localizzazione di questa capacità, circa tre quarti della nuova potenza solare installata nel periodo 2022-24 si riferisce a impianti localizzati nel Centro Nord e a quelli di dimensioni piccole e medie, generalmente utilizzati da famiglie e imprese con finalità di autoproduzione. Nel 2025 sono cresciute le nuove installazioni di grandi dimensione (26 per cento), in particolare nel Mezzogiorno. Per l’eolico l’aumento dell’ultimo quadriennio, così come lo stock di capacità esistente, è concentrato nelle regioni meridionali e in parchi di più ampia estensione.
All’aumento di produzione ha corrisposto quello dei sistemi che consentono di accumulare l’energia prodotta e immetterla nelle reti di distribuzione quando la produzione si abbassa. Ma questo non basta a chiudere il ciclo. Serve anche potenziale la rete di trasmissione, soprattutto da Sud a Nord. Si stima che tale capacità passi, entro il 2040, dagli attuali 15,7 GW a 38,1, mentre le interconnessioni con l’estero dovrebbero aumentare del 40 per cento. Ma sono previsioni. Il presente racconta ancor tutta un’altra storia.
Sarebbe bello che qualcuno, osservando la persistenza ultratrentennale di deficit pubblici nei paesi Ocse, associata a un altrettanto persistente declino dei tassi di crescita, ci spiegasse a cosa siano serviti questi eterni scostamenti di bilancio. Nessuno ormai crede più che i deficit stimolino la crescita, visto che la storia sembra dimostri che un deficit prolungato si associa semmai all’effetto contrario. Mentre stimolano eccome il debito pubblico, che infatti cresce, lui sì, gagliardamente. E allora, ripeto la domanda: a cosa sono serviti questi deficit? Rimango in paziente ascolto.
Bankitalia, nella sua ultima relazione annuale, ci ricorda che il settore automobilistico si trova impegnato in una profonda, trasformazione che avrà impatti a dir poco storici, innanzitutto sull’economia europea e americana, visto che queste regioni hanno costruito gran parte del loro successo economico a partire dal dopoguerra proprio sulle quattro ruote. L’epopea di Detroit e della nostra Fiat sta qua a ricordarcelo.
Ma adesso il mondo è cambiato. E non solo perché è cambiata la tecnologia di trazione, con l’elettrico al posto del termico. Ciò che fa davvero la differenza è la struttura della domanda che si rivolge a questi prodotti, che trova in Cina la perfetta chiusura del cerchio. Pechino è riuscita non solo a internalizzare l’intera filiera produttiva – e stendiamo un velo su come sia riuscita – ma ha anche trasformato la domanda interna di automezzi, che prima si rivolgeva alle produzioni occidentali, mentre ormai si concentra in larga parte sui prodotti a trazione elettrica, quindi cinesi.
Il grafico che apre questo post non ha bisogno di commenti. Nel 2025 sono stati venduti complessivamente 22 milioni di vetture elettriche, quando erano poco più di due milioni nel 2019. Questo significa che sono venute meno 20 milioni di auto a motore termico, e questo spiega la grida manzoniane dei nostri produttori.
A ciò si aggiunga che “in Cina circa la metà delle automobili vendute lo scorso anno era a trazione elettrica, il doppio della media mondiale”, sottolinea la Banca. E questo aggiunge un altro grado di complessità al sistema: non solo si vendono meno auto, ma l’unico mercato che ancora tira, quello cinese, è venuto sostanzialmente a mancare. Peraltro le stime vedono un parco circolante, in Cina, che dovrebbe arrivare al 50 per cento di auto elettriche complessivamente entro il 2040. Quindi si tratta di una trasformazione profonda e definitiva.
A ciò si aggiunga che la politica industriale cinese dedicata all’elettrico, che ha internalizzato e sostanzialmente monopolizzato le catene di produzione, ha condotto il paese ad avere un capacità produttiva installata che eccede largamente la domanda globale. Questa sovracapacità non solo “obbliga” i produttori cinesi ad esportare il più possibile, ma scoraggia i concorrenti a investire, visto che dovrebbero confrontarsi con un campione globale che, proprio grazie alla sua sovracapacità riesci a sfruttare la competitività di prezzo.
Questo spiega perché fuori dalla Cina il settore proceda più lentamente. Nell’Ue le vendite di elettriche hanno sfiorato il 25 per cento l’anno scorso, arrivando al 36 nei paesi Efta e nel Regno Unito. A frenare lo slancio sono soprattutto i prezzi. Quelli delle auto sono cresciuti molto e quelli dell’elettrico ancora di più. Inoltre la disponibilità di ricariche e i costi dell’energia rendono questi veicoli meno convenienti, rispetto a quanto accade in Cina. Inoltre non si comprende ancora bene quale sarà l’evoluzione del quadro normativo. E questo scoraggia le imprese ad investire e le famiglie a comprare.
La conseguenza di questo scenario in trasformazione è che la Cina è diventata il primo produttore globale di automobili e anche il primo esportatore. Nel 2025 ha venduto sette milioni di auto, quando erano appena 900 mila nel 2019.
Circa la metà di queste esportazioni, in parte produzioni occidentali delocalizzate, sono di auto elettriche. La Cina è diventata praticamente il primo fornitore esterno di auto nell’Ue, con una quota di mercato che arriva al 20 per cento se si aggiungono i veicoli elettrici. I produttori europei ne fanno ovviamente le spese. “In termini di valore, la quota di mercato dell’Unione si è ridotta di circa 3,5 punti percentuali rispetto al 2019, un dato che segnala che la specializzazione dei costruttori europei su modelli di gamma elevata non sia bastata a compensare la perdita di competitività complessiva”, spiega Bankitalia. Per dirla diversamente, i produttori europei non si salveranno puntando su chi ha parecchi soldi da spendere. Il boom dei ’60 lo fece la Cinquecento, non la Ferrari.
Tutto ciò. ovviamente, si ripercuote sull’intera struttura economica. La sofferenza dei produttori europei finora ha generato solo reazioni difensive, quindi sostanzialmente dazi. I produttori cinesi hanno reagito diversificando l’offerta con veicoli ibridi, che nell’Ue non sono soggetti a dazi, e diversificando i mercati. E siamo solo all’inizio.
Il fatto, nudo e crudo, è che fra il 2020 e il 2025 gli aiuti di stato a fondo perduto alle aziende – leggi: contributi di provenienza fiscale che non devono essere restituiti – sono arrivati a 18 miliardi. Lo riporta Bankitalia nella sua relazione annuale.
Colpa della pandemia, si dirà. Fino a un certo punto. Nel biennio 2018-2019, infatti, questi contributi, regolarmente censiti nel Registro nazionale aiuti di stato (RNA) erano stati di ben sei miliardi, non proprio bruscolini. E se considerate che il periodo 2020-2025 copre un arco di sei anni, allora i 18 miliardi di questo periodo sono in esatta proporzione con i sei miliardi impiegati nei due anni precedenti. A far la differenza, semmai, è la natura emergenziale – leggi: Covid – che una parte di questi fondi ha rivestito nel corso degli ultimi anni.
Detto diversamente: il governo ha continuato ad erogare soldi a fondo perduto alle aziende con la stessa intensità nei due periodi considerati. Va anche ricordato che gli aiuti con natura emergenziale vengono concessi in deroga alle normative europee.
La novità che emerge, nel confronto fra i due periodi, è semmai il cambiamento nella platea dei beneficiari. Nel biennio 2018-19 le imprese percettrici erano state 380 mila. Nei sei anni successivi sono più che decuplicate, arrivando a 3,9 milioni, anche perché fra i beneficiari sono stati incluse anche le aziende individuali. Considerato che il totale delle aziende italiane censita da Istat è di 4,7 milioni, si comprende che praticamente quasi tutte le aziende italiane hanno ricevuto aiuti.
Un’altra novità osservata, nel confronto fra i due periodi, è l’aumento della quota di risorse assegnate alle imprese di grandi dimensioni, che hanno assorbito molte più risorse ordinarie, mentre sulle piccole si sono concentrati gli aiuti di natura emergenziale. Quanto ai settori “la fase successiva alla pandemia si è caratterizzata per una ricomposizione degli aiuti a carattere ordinario a favore del comparto dell’energia e ambiente e di quello dei servizi ad alto contenuto di conoscenza”, scrive Bankitalia, anche se la quota di fondi per i servizi a basso contenuto di conoscenza rimane prevalente.
Notate, in particolare, l’ampia quota di aiuti di natura emergenziale destinata ai servizi a basso contenuto di conoscenza, quindi a produttività bassa. Questa è l’Italia, bellezza.
Alcuni dati raccolti nella relazione annuale di Bankitala ci consentono di fare il punto sugli effetti della politica daziaria statunitense nel nostro paese, oggetto come gran prte del mondo delle tariffe statunitensi.
Il primo dato, ricavabile dal grafico in alto a sinistra, è il dazio medio effettivo applicato dagli Usa sui prodotti italiani, passato dal 2 al 14 per cento. In pratica è aumentato di sette volte.
L’effetto sulle esportazioni è stato in larga parte recessivo, come si poteva prevedere, anche se con qualche compensazione. Alcuni settori (grafico sopra a destra) hanno addirittura visto crescere le loro esportazioni, con risultato che nel 2025 il valore dell’export verso gli Usa è cresciuto comunque del 7,2 per cento in valore. Il risultato, stima Bankitalia, è stato in larga parte generato dall’anticipazione di alcuni acquisti decisi prima dell’entrata in vigore delle tariffe.
Ma al netto del settore farmaceutico e dei mezzi di trasporto senza le automobili (in gran parte navi), che in larga parte sono esenti da dazi, le esportazioni risultano essere diminuite di oltre il 5 per cento, con una flessione ancora più pronunciata nel settore automobilistico.
E’ interessante sottolineare che “la riduzione del valore delle esportazioni negli Stati Uniti per effetto dei dazi ha riflesso il calo dei volumi esportati e non quello dei prezzi praticati dagli esportatori”. Ciò significa, in pratica, che “i maggiori dazi sono stati trasferiti quasi interamente ai prezzi pagati dagli acquirenti statunitensi”. Quindi dagli importatori, che poi hanno dovuto decidere se trasferire questi costi sui prezzi finali in tutto o in parte.
Ovviamente i dati sul primo anno di dazi Usa sono di natura squisitamente congiunturali. Per capire quali saranno le tendenze, occorrerà aspettare che i mercati si assestino, anche se Bankitalia giudica plausibile che “gli effetti sulle esportazioni negli Stati Uniti diventino più ampi di quelli di breve periodo, riflettendo principalmente il graduale ricorso a fornitori alternativi, inclusi quelli domestici quando disponibili da parte degli importatori statunitensi”.
Nella peggiore delle ipotesi, “l’effetto dei dazi potrebbe manifestarsi non solo in una riduzione delle vendite complessive, ma anche in un cambiamento della composizione delle imprese esportatrici attive nel mercato statunitense, attraverso l’uscita di quelle più fragili e meno produttive”. Guardando il bicchiere mezzo pieno, questo per i nostri esportatori potrebbe essere un incentivo a fare meglio.
A futura memoria, ammesso che avremo una memoria in futuro diversa da quella dell’AI, vale la pena osservare che fra le tariffe annunciate dal presidente Usa urbi et orbi nel globo terracqueo e quelle effettivamente applicate ci sono differenze rilevanti, e neanche di poco. La Cina, per dire, doveva essere devasta dai dazi Usa, ma alla fine dei conti si oscilla intorno a un 10 per cento in più, con una differenza rispetto all’annunciato di quasi quindici punti. In India questo ennesimo spread fra il dire e il tariffare è arrivato quasi al 25 per cento. E’ lo spirito del tempo: tanto rumore per (quasi) nulla. In attesa del botto.
La crescita internazionale decresce di decennio in decennio dai tempi del mitico boom. Si estingue lentamente, proprio come la nostra popolazione, che declina più o meno dall’epoca. Questa doppia estinzione si associa a un debito crescente che, al contrario, è evidentemente inestinguibile. L’estinzione della crescita genera una proliferazione uguale e contraria del debito che si cumula come una nube nera sul capo di popolazioni vecchie e impaurite. Inutilmente i meteorologi dell’economia ci avvisano del rischio temporale in versione burrasca. Venga pure il diluvio. Purché dopo di noi.