Cartolina. (S)Commodity prices


Il prezzo delle materie prime mostra pavidi segni di rimbalzo, dice il Fondo monetario nel suo ultimo outlook sull’economia globale. E poiché le commodity sono la materia prima dell’economia internazionale, di solito questa è una buona notizia. Di solito, appunto. Perché l’esperienza ancora limitata, ma già molto istruttiva, della crisi sanitaria una cosa finalmente ce l’ha insegnata: fare previsioni è difficile, specie quando riguardano il futuro, come ammoniva qualcuno alcuni decenni fa. E poiché le materie prime vivacchiano da oltre un lustro, e non hanno neanche recuperato il livello del 2014, sorge il sospetto che la situazione scomoda delle commodity abbia ragioni più profonde di quelle legate alla pandemia. L’economia era già malata prima del Covid, probabilmente. Poi se n’è accorta.

Il commercio Ue guarda sempre più verso Est


L’ultimo bollettino economico della Bce contiene una ricognizione molto interessante sull’evoluzione degli scambi commerciali dell’Unione europea, ottenuta osservando le tabelle dei tassi di cambio effettivo (TCE), nominale e reale. Questi ultimi indicizzano la media ponderata dei tassi di cambio bilaterali fra l’euro e le valute dei partner commerciali. Il tasso reale viene ottenuto correggendo quello nominale per i prezzi e i costi relativi. In sostanza il TCE nominale serve a dare un’idea del valore esterno di una valuta, mentre quello reale serve a misurare la competitività di un’economia.

Fatte queste premesse, è bene sapere che di recente la Bce ha aggiornato i TCE dell’euro per fotografare con maggio precisione il commercio europeo, anche in considerazione dell’importanza raggiunta dallo scambio di servizi fra i diversi paesi. Globalizzazione e digitalizzazione, infatti, hanno generato un volume di commercio dei servizi che, a fine 2019, quotava il 30% dell’interscambio dell’area.

La nuova rappresentazione del commercio europeo così delineata mostra che “il ruolo delle economie emergenti, divenute sempre più rilevanti per il commercio dell’area dell’euro negli anni 2000, non è più in crescita, mentre hanno acquisito importanza gli Stati membri dell’UE situati nell’Europa centrale e orientale”. Il commercio europeo, insomma, si rivolge sempre più all’interno dell’area, con una crescente vocazione verso l’Est.

“Nel periodo compreso tra il 2016 e il 2018, di fatto, – aggiunge la Bce – la quota
complessiva di scambi dell’area dell’euro con gli Stati membri dell’UE dell’Europa
centrale e orientale ha subito un incremento, grazie all’ulteriore integrazione di tali
paesi nelle catene del valore europee, raggiungendo un livello sostanzialmente
equivalente a quello della Cina”.

Ciò malgrado si registra una certa stabilità delle tendenze di lungo periodo. La quota di commercio con la Cina, ad esempio, è marginalmente cresciuta, malgrado sia diminuito il contributo delle economie emergenti, e gli Stati Uniti “hanno continuato a essere il principale partner commerciale dell’area dell’euro (la cui quota persino in lieve
aumento riflette soprattutto la crescente importanza degli scambi di servizi),
seguiti da Cina e Regno Unito”. Ma con quest’ultimo la quota del commercio è notevolmente diminuita a partire dagli anni ’90 come si può osservare dal grafico sopra.

Altresì interessante è osservare come la tipologia degli scambi muti al variare dei partner.

Gli Usa primeggiano negli scambi dei servizi, in particolare telecomunicazioni, informatica e servizi alle imprese, mentre la Cina vince sulla manifattura. I paesi dell’Europa centrale e orientale, invece, si caratterizzano per la loro crescente integrazione nelle catene del valore Ue. Con ciò delineandosi una precisa fisionomia dell’economia europea. Ossia di un’economia integrata e di trasformazione, a forte vocazione manifatturiera. A metà fra Usa e Cina, potremmo dire.

L’esame delle esportazioni conferma questa fisionomia. “Le imprese dell’area dell’euro – scrive la Bce – competono con i produttori di un determinato paese non solo sul mercato nazionale di quest’ultimo, ma anche su altri mercati esteri, ossia sui mercati terzi”. In questo senso l’Ue compete con la Cina, che rimane il più forte esportatore di manifattura, mentre sopravanza le altre economia emergenti, “poiché la loro quota nelle
esportazioni mondiali è relativamente modesta”.

Il versante delle importazioni, ci comunica invece un’altra informazione circa il rapporto fra l’Ue e gli stati dell’Europa centrale e orientale. che “è più importante per l’area dell’euro in termini di importazioni che di esportazioni”. Una evidenza del “ruolo che tale regione svolge nelle catene del valore europee, fortemente integrate”.

Ricapitolando: l’Ue sta stringendo legami sempre più profondi con le regioni a maggiore prossimità geografica, sviluppando la sua vocazione di economia manifatturiera, mentre sul lato dei servizi, settore in notevole crescita per ragioni storiche, attinge ancora ampiamente all’anglosfera. L’Ue guarda sempre più verso Oriente, si potrebbe dire, ma dipende ancora molto dall’Occidente. E in questo risiede la radice del suo dilemma esistenziale.

Monete digitali, scendono in campo le Sette (banche) Sorelle


Se per un momento guardassimo la direzione anziché il dito, potremmo ipotizzare che l’importanza del primo rapporto pubblicato dalla Bis sulle valute digitali, che analizza i principi fondativi di questo strumento e le sue caratteristiche non sta tanto nei contenuti, utili e molto informativi, ma nel fatto che questo testo racchiuda gli sforzi di sei banche centrali, oltre ovviamente alla Bis, alle quali di recente si è aggiunta anche la settima, ossia la Fed. E questo è il secondo motivo che rende il testo di una certa importanza.

In sostanza quella che con qualche suggestione abbiamo chiamato l’internazionale dei banchieri centrali, con la Bis nel ruolo di punta della lancia, ha trovato nella missione della moneta digitale di banca centrale (central bank digital currency, CBDC) un motivo più che sufficiente per stringere i ranghi, a dimostrazione di quanto questa innovazione sia rilevante, anche per far fronte allo sviluppo crescente delle Global stable coin, che sono valute digitali ma di provenienza privata, che sembrano voler mettere in discussione il ruolo (e la gestione) squisitamente pubblici della moneta.

Ci torneremo. Ma intanto la circostanza che pure la Fed partecipi al gioco lascia capire che, aldilà di come le singole giurisdizioni sceglieranno di implementare la CBDC – sul fatto che lo faranno ci sono pochi dubbi – anche la banca centrale americana voglia condividere con le sue banche centrali “sorelle” i principi costitutivi di questo nuovo strumento, aderendo a uno standard che andrà a definirsi compiutamente nei dettagli nei prossimi mesi. Senza fretta però. Perché come ha detto di recente il presidente della Fed, Jerome Powell, “non importa arrivare primi, ma fare le cose per bene”.

Gli osservatori, anche quelli più distratti, non potranno far a meno di notare in questo proliferare di paper, convegni e articoli – lo stesso giorno del paper della Bis anche la BoJ ha pubblicato un suo testo – una certa improvvisa accelerazione.  Pochi giorni fa anche il Fmi ha dato il suo contributo. E tutto ciò non può che sorprendere. Un tema fino a un anno fa estremamente esotico e confinato nelle osservazioni di pochi curiosi, oggi diventa quasi popolare.

Inevitabile chiedersi quanto ciò di questa accelerazione sia dovuto all’annuncio della Banca centrale cinese di avere avviato già da qualche tempo i passi necessari a lanciare uno yuan digitale, e ai timori che questo ha determinato fra i regolatori. Specie adesso che lo yuan digitale sta iniziando a circolare sul serio presso il pubblico cinese. E poi c’è la pandemia, che ancora imperversa. I vari lockdown hanno già stimolato, e probabilmente lo faranno anche in futuro, l’uso di strumenti immateriali per i pagamenti. Quindi il momento è propizio per impostare nei dettagli una tecnologia che fisserà la fisionomia del sistema dei pagamenti del futuro.

Per questo vale la pena spendere un po’ di tempo e leggere la ventina di pagine del rapporto Bis e delle sue sette sorelle (Bank of Canada, European central Bank, Bank of Japan, Sveriges Riksbank, Swiss National Bank, Bank of England, Fed). Servirà se non altro a farsi un’idea di quello che ci aspetta una volta che la moneta digitale inizierà a circolare sul serio nei nostri portafogli. O, per meglio dire, wallet.

Fatte le dovute premesse – il mondo che cambia, il Covid che ha fatto crescere i pagamenti dematerializzati, eccetera – il punto centrale è che “una CBDC può fornire una moneta complementare di banca centrale che supporti un sistema dei pagamenti domestico diverso e più resiliente. Inoltre può offrire opportunità non accessibili con il contante mentre supporta l’innovazione”. Fra le premesse ci sta anche il fatto che mentre ogni banca dovrà valutare se e come emettere la valuta digitale, ci sono alcuni principi condivisi che bisogna sottolineare: una banca centrale non deve compromettere a stabilità finanziaria emettendo CBDC; una CBDC deve coesistere con le altre forme di moneta in circolazione; una CBDC deve promuovere l’innovazione e l’efficienza.

Dette così, sembrano cose del tutto ovvie. Ma se si guarda in profondità si comprendere che così non è. Evidenziare l’importanza della coesistenza della moneta digitale con gli altri strumenti di pagamento significa non solo dichiarare l’importanza della moneta analogica – le vecchie banconote – ma anche della moneta bancaria, nella sua varie sfaccettature.

Altra scelta di campo importante da sottolineare, contenuta nel rapporto, è che la moneta digitale sia utilizzabile non soltanto dagli intermediari finanziari ma anche dal grande pubblico. Una moneta per tutti, e per tutti i giorni, insomma.

Sulla base di questi principi le banche potranno iniziare a sperimentare e svolgere ulteriori ricerche. Il rapporto tratteggia alcune varie possibilità tecniche, pure senza dare preferenze, illustra rischi e trade off, e le notevoli complessità celate dentro questo nuova tecnologia, che sono legali, finanziarie, coinvolgono la privacy e il funzionamento dell’economia. “Una CBDC può essere uno strumento importante per le banche centrali – recita il paper – per continuare a fornire un mezzo di pagamento sicuro nella crescente vita digitale di tutti i giorni”. Ma poiché la moneta, digitale o no, rimane un mezzo puramente fiduciario ai giorni nostri, “una banca centrale deve procedere con cautela, in maniera aperta e collaborativa”.

Ed ecco spiegato perché le Sette Sorelle procederanno insieme in questa fase preliminare. Magari aspettando l’ottava, ossia quella cinese. Ma senza sperarci troppo. Almeno finché, digitale o no, lo yuan rimane inconvertibile.

(6/fine)

Puntata precedente: La seconda globalizzazione europea comincia con l’euro digitale

Si stringe il legame fra banche e banche ombra negli Emergenti


Nessuno si stupirà nell’osservare come l’infittirsi dei legami fra banche e non banche abbia interessato sempre più anche i paesi emergenti, che ormai partecipano a pieno titolo alla globalizzazione. In chiave minore, ovviamente. Ma comunque andante.

Nel primo quarto del 2020 più del 15% dei crediti bancari transfrontalieri verso Messico, Arabia Saudita, Argentina sono arrivati a istituzioni finanziarie non bancarie (NBFIs). Degna di nota la circostanza che per alcuni di questi paesi emergenti – Brasile, Sauditi, Taipei e soprattutto la Cina – questi crediti per oltre il 60% siano denominati in dollari.

Segno evidente di come molto della nostra globalizzazione dipenda dagli umori dell’egemone in carica, e di come ciò valga soprattutto per questi paesi che, non a caso, stanno cercando in tutti i modi di costruire sistemi di pagamento alternativi. Il caso della moneta cinese di banca centrale è sicuramente il più interessante da osservare, anche se ancora poco noto.

Tutto ciò espone gli Emergenti a non poche complessità, che diventano rapidamente problemi quando cambia il clima, come è accaduto di recente nei mesi più difficili della crisi Covid.

Durante le turbolenze osservate a marzo, cui molto contribuirono le vendite disordinate di asset dal parte di molte NBFI bisognose di liquidità per ricoprire i propri margini, emerse con evidenza che a questi “fire sales” si accoppiò una crescente dipendenza delle banche dalle NBFI, come ad esempio i fondi monetari, per le loro esigenze di liquidità a brevissimo termine. Il risultato finale di questo “tiraggio” di fondi fra banche e non banche fu l’impennata dei crediti transfrontalieri nel primo quarto di quest’anno, arrivati a quasi 800 miliardi,quasi il triplo del normale. Una valanga.

A questa tendenza non sfuggirono, ovviamente, gli Emergenti, che ormai, come abbiamo visto, tendono a replicare non solo le policy, ma anche le linee finanziarie di collegamento tipiche delle economie avanzate.

Queste ultime sono state ovviamente le protagoniste di questi flussi transfrontalieri, come si può osservare dal grafico sotto.

Il fatto che fra le grandi economie censite oggi appaia anche la Cina ci dà la misura di quanto sia ormai pervasiva l’internazionalizzazione dei capitali. Che a differenza di quella delle merci non da segni di arretramento. Ma questa è una storia che vi racconteremo un’altra volta.

(2/fine)

Puntata precedente: Il matrimonio morganatico fra banche e banche ombra

La rivoluzione di cui non si parla mai: quella statistica


Ci voleva un bel paper pubblicato da Bankitalia dal titolo molto esplicativo per ricordarci una delle circostanza meno ricordate del nostro tempo. Ossia che esistono rivoluzioni molto silenziose che, a differenza di quelle urlate nelle piazze, hanno effetti assai più profondi, e soprattutto duraturi. Quelle statistiche, per esempio.

Il fatto che questi eventi eventi si consumino negli uffici delle banche centrali e abbiano a che fare con le grandezze quantitative convincerà molti che è esagerato scomodare la categoria delle rivoluzioni per cose così noiose. Ma costoro sono in errore. In società complesse come le nostre, produttrici di metadati, ogni cosa è un alveare statistico, e quindi si realizza nelle definizioni che rendono concreti tali dati. Nel senso che tali definizioni trasformano le osservazioni in qualcosa di reale perché misurabile.

Fatte le premesse, che comunque è sempre utile ricordare per apprezzare il seguito, veniamo al nostro paper, che racconta come nell’ultimo quarto di secolo le banche centrali abbiano mutato il loro arsenale statistico e – di conseguenza – come sia cambiata la percezione della realtà di queste entità che, come riporta lo studio in apertura, “raccolgono statistiche per svolgere le loro funzioni istituzionali”, oltre a pubblicarle “per rispondere alla domanda di trasparenza e responsabilità del pubblico”. Il pubblico – che saremmo noi – usa queste informazioni per farsi delle idee sulla realtà. E così la percezione delle statistiche diventa la nostra. E questo dovrebbe bastare a capire perché questo discorso sia tanto astruso quanto rilevante.

Cominciamo da un po’ di storia di casa nostra. In seguito alla Grande Depressione degli anni ’30, la Banca d’Italia iniziò a raccogliere dati dalle sue osservazioni, dando il via a un’attività che diventerà sistematica a partire dagli anni ’60, grazie al direttore generale dell’Istituto Paolo Baffi, allievo dello statistico Giorgio Mortara. Nel 1963 fu creato il Registro centrale del credito. L’anno successivo si iniziarono a collazionare i Conti finanziari e nel 1965 fu inaugurata la Survey sui redditi e la ricchezza delle famiglie (Survey on Household Income and Wealth, SHIW).

Nei decenni successivi la produzione si arricchì e si intensificò. Ma la cosa interessante da sapere è che nell’ultimo quarto di secolo sono aumentati i punti in comune fra le statistiche delle diverse banche centrali. La globalizzazione passa anche dalla statistica, come abbiamo osservato più volte. E ovviamente, essendo la Banca d’Italia inserita nell’eurosistema, l’evoluzione statistica bancaria e finanziaria non poteva che procedere parallelamente con quella monetaria.

Il culmine di questa integrazione “sistemica” si ebbe nel 2010, quando nella revisione dei conti nazionali ESA 2010 furono inseriti nei sottosettori finanziari dati armonizzati sottoposti alla regolazione della Bce. La banca centrale, in sostanza, concorse alla definizione dei conti nazionali di Eurostat.

Un altro evento che concorse alla trasformazione statistica – dopo l’euro – fu la grande crisi iniziata nel 2007, che rese necessario raccogliere dati diversi e più approfonditi. Il caos di quegli anni rese manifesta l’esigenza di colmare alcune lacune. E tale esigenza fu declinata nel contesto del G20, durante la Data gaps iniziative.

Infine, e arriviamo praticamente ai giorni nostri, un altro driver per l’integrazione statistica fu il cambiamento istituzionale, a livello micro e macro, avvenuto nel campo sulla supervisione. L’avvento dell’Unione bancaria, e in particolare la creazione del Single Supervision Mechanism, ha fornito l’impulso per l’armonizzazione delle statistiche specifiche.

“Nel complesso – scrivono gli studiosi-, l’ultimo quarto di secolo racconta senza dubbio una storia di successo per le statistiche di banca centrale in Europa, ma non bisogna lasciarsi cullare dall’autocompiacimento mentre si profilano nuove sfide generate dalla digitalizzazione e dalla globalizzazione”. Ciò per dire che la rivoluzione non è certo terminata. E faremmo bene a ricordarlo.

Cartolina. Gli ultimi pensionati


La Fed ci regala un potente scorcio dell’incipiente tramonto dell’Occidente, mai troppo sottolineato, con un semplice esercizio di contabilità che illustra come la condizione del pensionato medio americano sia migliorata nel tempo. Esito assolutamente coerente, a ben vedere, con una società che promoziona la vecchiaia tanto da creare un’industria della longevità, e scoraggia la giovinezza, e quindi la natalità. Al punto da far affiggere manifesti – è successo in Canada – che invitano a non fare figli oltre al primo nell’interesse del pianeta. Sicché è del tutto logico che la condizione generale dei pensionati migliori col tempo, a differenza di quanto accade ad altre classi d’età. Alla fine rimarranno solo loro. 

L’irresistibile attrazione italiana per il denaro contante


Poiché ci dirigiamo verso una rivoluzione del sistema dei pagamenti, con le banche centrali sempre più interessate allo sviluppo di valute digitali, diventa istruttivo leggere un recente paper di Bankitalia che fa il punto sui nostri comportamenti quando facciamo acquisti. La domanda da porsi è semplice: esiste una domanda effettiva di mezzi di pagamento alternativi al contante, o stiamo vivendo una suggestione alimentata da ragioni non direttamente inerenti alle nostre esigenze?

La risposta non può essere semplice, ovviamente. Ma possiamo provare a indovinarla osservando il modo in cui paghiamo i nostri acquisti, magari osservando il dettaglio delle differenze regionali che ancora insistono nel nostro territorio, partendo però da un dato generale. Nel 2018, quindi fino a un paio di anni fa, “l’Italia era l’ultimo paese nell’eurozona per l’uso di pagamento diversi dal contante, espressi per numero di transazioni per abitante”.

In sostanza, queste transazioni erano ferme a quota 111 a fronte delle 265 nel resto della zona euro. E’ bene ricordare che nell’eurozona, nel periodo di osservazione considerato, ossia fra il 2013 e il 2018, la popolazione è aumentata dello 0,3%, il pil pro capite del 2,9, mentre le transazioni non cash del 6%. Il che lascia immaginare che la domanda di questi servizi sia crescente. Anche in Italia, dove malgrado la quota ancora bassa di transazioni, la crescita è arrivata all’8,4%.

All’interno di questo dato coesistono molte eterogeneità. Come era facile immaginare, l’uso di strumenti di pagamento alternativi al contante è molto più basso al Sud e nelle isole. E questo accade per una serie di ragioni, non strettamente inerenti al fatto che questa parte del paese sia funestata dall’economia illegale, pure se esiste una forte correlazione fra quest’ultima e l’uso del denaro liquido. Contano anche i livelli di reddito, di istruzione, l’efficienza del tessuto produttivo e bancario. Il che finisce con l’avere effetti sullo sviluppo di questi territori, visto che “la limitata diffusione degli strumenti di pagamento potrebbe incidere negativamente sul piano economico crescita”.

Al contrario, “l’aumento dell’uso di strumenti di pagamento diversi dai contanti ha effettivamente un impatto positivo sull’economia, perché hanno un costo inferiore e garantiscono maggiore efficienza e trasparenza in transazioni economiche”.

Ma quello che vale per il Sud si può dire valga per l’intero paese quando si confronta con i partner europei. E non è certo un caso che la nostra posizione di fanalini di coda nell’uso di sistemi di pagamento alternativi coincida con un posizionamento altrettanto basso nell’indice di digitalizzazione del paese, come mostra il grafico sotto.

Limitandoci all’osservazione dei comportamenti di pagamento a livello regionale, la situazione è ben illustrata nel grafico a seguire.

Bankitalia nota che nel periodo considerato “la domanda di contante a fini di transazione misurata dal il rapporto cash-card è diminuito in tutte le regioni italiane”, anche se nel Meridione questo rapporto “è rimasto sostanzialmente più alto della media nazionale”.

Nello stesso periodo, mentre aumentava la quota di pagamenti non cash in tutto il paese, con maggiore evidenza nel Sud rispetto al Nord, proprio il Sud mostrava la sua “resistenza” all’uso del contante, replicando in sedicesimo il comportando dell’Italia su scala europea. Per dirla diversamente: il Sud sta all’Italia come l’Italia all’Europa. “In tutte le regioni italiane – scrive Bankitalia – questo dato era inferiore alla media dell’area dell’euro, il che implica un ritardo diffuso su tutto il territorio nazionale”.

La questione meridionale è un problema italiano, com’è noto. La questione italiana un problema europeo, come stiamo imparando ogni giorno. Vale per l’uso del contante. Ma non solo.

 

La seconda globalizzazione europea comincia con l’euro digitale


La seconda globalizzazione europea, annunciata senza troppi mezzi termini dal presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, non poteva che iniziare la sua lunga (e incerta) marcia schierando l’avanguardia di cui l’Ue dispone, peraltro l’unica: la forza economica dell’Unione, icasticamente rappresentata dall’eurosistema del quale l’euro è la punta di lancia. L’euro di domani, però. Ossia quello in versione digitale.

Abbiamo già accennato al rapporto dedicato all’euro digitale, presentato nei giorni scorsi, proprio mentre il Consiglio Europeo raggiungeva le sue faticose risoluzioni sull’autonomia strategica e metteva in fila i dossier di politica estera, dalla Turchia, alla Bielorussia, al conflitto fra azeri e armeni, che ben altra forza richiederebbe da parte dell’Ue che quella declinata a suon di comunicati stampa.

In tal senso l’uscita del rapporto della Bce, che adesso ha lanciato anche una consultazione pubblica sull’euro digitale, è un primo segno della volontà di potenza europea, declinata nel linguaggio esoterico del central banking, visto che prova a insidiare il primato monetario del partner che forse non è tanto più partner, ossia uno dei capisaldi dell’attuale globalizzazione Usa, già insidiato da molti tentativi di concorrenza, che però scontano grossi limiti strutturali – la mancata convertibilità dello yuan nel caso della Cina – che invece sono assenti nella costruzione europea.

Per dirla diversamente, l’euro potrebbe davvero insidiare la supremazia del dollaro, sia come valuta di riserva che come valuta di scambio. Ma la strada è ancora molto lunga e servirebbero vere e proprie rivoluzioni, come ad esempio la denominazione degli scambi energetici in euro. Mossa complicata e densa di incognite.

Oppure serve la mossa del cavallo. Se l’obiettivo è accelerare la diffusione internazionale dell’euro, l’emissione di un euro digitale potrebbe giovare alla bisogna in modo assai più efficace – perché surrentizio – all’erosione di quote di mercato del dollaro, nell’attesa che si completi l’Unione bancaria e quella del mercato dei capitali, premesse strutturali per la creazione di un mercato molto più liquido dell’euro, che avrebbe come ciliegina sulla torta un safe asset made in Ue, del quale i titoli che verranno emessi a livello di bilancio Ue per il Recovery fund – ammesso che arrivino – sono il prologo.

Fatte queste premesse, il rapporto della Bce sull’euro digitale si legge con un occhio diverso, e forse ci si presta più attenzione. O quantomeno assumono un significato più profondo frasi come quella, ivi contenuta, secondo cui “un euro digitale sarebbe anche un emblema del processo di integrazione europea in corso”, o quella che sottolinea come questa innovazione “avrebbe effetti pervasivi sulla società nel suo insieme”.

Più interessante, tuttavia, avere contezza dell’orizzonte temporale nel quale tutto questo dovrebbe accadere. La consultazione pubblica è solo il prologo dei passi che verranno. “Verso la metà del 2021 l’Eurosistema deciderà se lanciare un progetto sull’euro digitale, che inizierebbe con una fase di indagine” per mettere a fuoco le varie problematiche elencate nel rapporto, che sono di straordinaria complessità. Ma che questo sia un passo ineludibile per la la Bce lo mostra con chiarezza la convinzione, espressa nel rapporto, che “le banche centrali sono le candidate naturali per emettere moneta digitale”, essendo null’altro, le CBDC, che la versione digitale delle banconote.

L’alternativa sono le stable coin tipo Libra o le criptovalute. Materia esotica, ridotta di pochi specialisti, che però incontrano alcune necessità emergenti dei mercati e dei cittadini: avere mezzi di pagamenti istantanei e dematerializzati anche senza essere titolari di conti correnti.

Ai fini che ci interessa qui sottolineare – e tralasciando quindi per il momento la discussione su come tecnicamente potrebbe essere costruita questa valuta digitale – sono gli scenari contemplati dal rapporto, che spiegano i perché di questa scelta, a meritare di essere riportati. Come quando la Bce scrive che “un euro digitale potrebbe essere emesso per sostenere la digitalizzazione dell’economia europea e l’indipendenza strategica dell’Unione europea”, specie se “esiste un potenziale significativo per l’ampio utilizzo delle CBDC straniere o dei pagamenti digitali privati nell’area dell’euro”, che possono minacciare “la sovranità finanziaria economica e in ultima analisi politica dell’Europa”. O quando dice che la valuta digitale “può promuovere il ruolo internazionale dell’euro”.

Proprio a quest’ultimo punto è dedicata un’analisi di scenario che vale la pensa riportare per grandi linee. “I leader dell’area dell’euro hanno recentemente sottolineato che un forte ruolo internazionale dell’euro è un fattore importante per rafforzare l’autonomia economica europea”, esordisce il rapporto. Perciò “l’Eurosistema potrebbe prendere in considerazione l’emissione di un euro digitale in parte per sostenere il ruolo internazionale dell’euro, stimolando la domanda di euro tra gli investitori stranieri”. Questo potrebbe “contribuire a rafforzare il ruolo internazionale dell’euro e a migliorare i pagamenti”. Soprattutto, “l’euro digitale dovrebbe essere potenzialmente accessibile al di fuori dell’area dell’euro in modo coerente con gli obiettivi dell’Eurosistema e conveniente per i non residenti nell’area dell’euro”. Ce n’è abbastanza per aguzzare le orecchie. E sicuramente Oltreoceano l’avranno già fatto.

(5/segue)

Puntata precedente: La moneta digitale, ossia l’ultima sfida fra Cina e Usa

Puntata finale: Monete digitali, scendono in campo le Sette (banche) Sorelle

 

 

Pensionare gli anziani non aumenta l’occupazione dei giovani


Chi ancora ricorda le narrazioni del “governo del cambiamento”, sicuramente avrà memoria dell’adagio che accompagnò la promulgazione di Quota 100. Suonava all’incirca così: “Mandiamo in pensione gli anziani e così aumentiamo i posti di lavoro per i più giovani”.

Già a quel tempo molti, dotati di un qualche tipo di discernimento, leggevano con diffidenza queste suggestioni. E oggi, grazie a uno studio di Bankitalia, possiamo dire che avevano ottime ragioni. Perché non è affatto vero che pensionare in anticipo aumenta le possibilità occupazionali dei giovani. Semmai è vero il contrario. “Un aumento del 10% dei lavoratori anziani – scrive Bankitalia – implica un aumento dell’occupazione dei lavoratori giovani e di mezza età rispettivamente dell’1,8 per cento e dell’1,3 per cento”.

I dati sono stati ricavati analizzando gli effetti della riforma Fornero, tanto esecrata quanto evidentemente fraintesa. E valgono la pena di un breve approfondimento, che se sicuramente non servirà a persuadere i fan dei pensionamenti anticipati, magari genererà qualche dubbio nei tanti che ancora non hanno ben compreso che un’economia non funziona come un calcolatore. Quindi non vale il principio che uno (che va in pensione) vale uno (che entra nel lavoro). E per fortuna, viene da dire. Anzi: “Questi risultati suggeriscono che i lavoratori anziani siano una risorsa preziosa per i datori di lavoro”. O meglio che “giovani e anziani siamo complementari nelle aziende”.

Il paper analizza anche gli effetti dell’aumento del numero di lavori anziani su altre variabili delle imprese considerate, che sono di varia dimensione e distribuite su tutti i settori tranne quello agricolo. In particolare gli effetti sul valore aggiunto e sul costo del lavoro. Ed è emerso che “la riforma (che ha aumentato l’età pensionabile, ndr) ha portato a un’espansione in termini di produzione e occupazione nelle imprese interessate a costo e produttività medi del lavoro costanti”. Dal che gli studiosi hanno dedotto che “le aziende sono in grado di assorbire i lavoratori più anziani senza difficoltà, almeno a breve termine”. Il che toglie un altro argomento a chi pensa che pensionare anticipatamente le persone giovi ai conti dell’azienda.

Tutto ciò dovrebbe bastare a comprendere quanto sia pernicioso, fatte le dovute eccezioni, continuare a promuovere i pensionamenti anticipati. Ma non c’è da farsi molte illusioni che ciò basterà a promuovere il buon senso, visto che il cantiere delle riforme pensionistiche (leggi: facilitare i pensionamenti) è sempre aperto nel nostro paese. Lo abbiamo visto anche di recente.

L’effetto della riforma Fornero è chiaramente visibile nei grafici sotto, riferito il primo alle pensioni di vecchiaia (old age) e il secondo a quelle di anzianità (seniority).

In sostanza la Fornero innalzò sensibilmente i requisiti sia per le pensioni di vecchiaia che per quelle di anzianità, generando non poche polemiche. Il seguito della storia è noto, ed è inutile tornarci qui. Più interessante osservare le simulazioni svolte dagli autori del paper che ci consentono di apprezzare l’effetto avuto sulla quota di over 55 in attività.

 

In sostanza nel 2014 gli over 55 ancora attivi erano di oltre due punti percentuali più di quelli che sarebbero stati senza la riforma. Una buona notizia o una cattiva? La risposta non può che essere: entrambe. Di sicuro sarà stata una cattiva notizia per chi – e sono tanti – voleva uscire dal lavoro. Ma per l’economia nel suo insieme la risposta potrebbe non essere molto diversa.

Lasciando da parte il discorso generale, per cui l’invecchiamento della popolazione richiede logicamente il prolungamento dell’età lavorativa, a meno che non si voglia aumentare drammaticamente il tasso di dipendenza e quindi peggiorare la sostenibilità del sistema previdenziale, bisogna osservare che è molto dibattuto l’effetto dei pensionamenti anticipati sul sistema economico.

In tal senso il contributo dello studio di Bankitalia riveste un particolare interesse, visto che le conclusioni cui abbiamo accennato sono state elaborate sulla base di dati estratti dalla nostra esperienza recente. E gli esiti, per quanto “storicamente” condizionati, danno una risposta abbastanza chiara: posporre il pensionamento, nell’Italia del 2011, ha giovato all’economia dell’Italia degli anni seguenti. Tale affermazione non ha valore di verità assoluta – ammesso che esista una categoria del genere in economia – ma di verità relativa sì.

Vediamo altre conclusioni: “Riteniamo che un aumento esogeno dell’occupazione dei lavoratori più anziani conduca ad un aumento dell’occupazione anche in altre classi di età”. Ciò avviene grazie a un aumento dei posti “sia a tempo determinato che a tempo indeterminato per i lavoratori più giovani (15-34), sia di un aumento delle posizioni permanenti per la mezza età (35-54)”.

Meglio ancora: “Troviamo un forte associazione positiva tra variazione nell’occupazione degli over 55 e l’occupazione dei giovani (15-34 anni) e dei lavoratori di mezza età (35-54 anni)”. In particolare, si segnala la maggior frequenza di contratti a tempo determinati per i 15-34enni, sempre a fronte di un aumento della permanenza degli over55, e una maggiore frequenza di contratti a tempo indeterminato per i 35-54enni.

La prossima volta che parliamo di pensioni anticipate parliamo anche di questo, magari.

 

Cosa ci racconta la spesa militare egiziana


Uno studio molto interessante pubblicato dal Sipri ci consente di entrare un po’ più in dettaglio in uno dei capitoli più misteriosi del bilancio governativo egiziano: quello dedicato alla spesa militare. Argomento che a molti sembrerà troppo specialistico per essere meritevole dell’attenzione sfuggente che dedichiamo all’attualità. Ma così non è. E per comprenderlo basta ricordare l’importanza che la geografia dell’Egitto ha avuto nella storia fin dall’origine dei tempi.

Il motivo è presto detto: l’Egitto è l’autentico crocevia fra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Quindi il punto di collegamento fra l’Africa orientale e l’Europa e fra quest’ultima e l’Asia. Chiunque abbia una conoscenza anche approssimativa dell’epopea della costruzione del canale di Suez, filiazione ottocentesca della lunga tradizione di canalizzazioni che risale ai Tolomei, comprenderà l’importanza strategica dell’Egitto, che lungi da essere un ricordo della storia oggi è stata addirittura esaltata dalla ritrovata centralità del Mediterraneo nei processi di globalizzazione. Se ci fermiamo alla cronaca, basta ricordare le recenti minacce, poi evaporate, del presidente egiziano di partecipare direttamente al conflitto libico per scoraggiare l’espansionismo turco verso il Levante.

Pur se tratteggiato a pennellate veloci, questo quadro è sufficiente ad avere più di un buon motivo per leggere lo studio Sipri. Conoscere l’entità della spesa militare egiziana infatti è un ottimo viatico per valutare le capacità difensive e offensive dello stato africano in un momento in cui la tensione sul Mediterraneo orientale pare affievolita, ma solo perché nel frattempo l’eruzione della crisi ha trovato sfogo sul Caspio.

La prima cosa che è utile sapere è che “l’Egitto dispone di una delle più grandi forze militari nella Medio Oriente e Nord Africa (Middle East and North Africa, MENA)”. Il presidente Al Sisi ha investito massicciamente per modernizzare e addestrare il proprio esercito, pure se, a guardare le cifre, questo sforzo non appare poi così massiccio, nel confronto con gli standard regionali. In media parliamo di circa 3,8 miliardi di dollari l’anno nell’ultimo decennio. Una cifra che colloca lo stato africano al nono posto nella classifica che racchiude i 14 stati della regione MENA.

I dati dell’ultimo decennio sono in notevole crescita, ben il 161% in più, rispetto a quello precedente. Segno più che eloquente che l’Egitto ha ripreso coscienza della sua importanza strategica, pure se il grosso di questa spesa ha riguardato con tutta probabilità la spesa corrente e in particolare gli stipendi dei militari. E tuttavia gli analisti osservano che in generale l’importo risulta addirittura decrescente in termini reali.

Da qui l’esigenza del Sipri di provare a far chiarezza. Non tanto per una banale curiosità contabile. Ma perché la misura economica è solo il riflesso della capacità militare. E in una regione come quella considerata, questo è assai più che un dato economico. “ll calo complessivo in termini reali del bilancio militare ufficiale negli anni ’10 è sconcertante – scrive il Sipri – soprattutto considerando il rafforzamento dichiarato dell’Egitto dei suoi sforzi militari per combattere il terrorismo e le sue acquisizioni su larga scala di attrezzature militari”.

Risolvere il puzzle della spesa militare egiziana, perciò, serve a farsi un’idea delle intenzioni reali del governo e quindi della percezione che l’Egitto ha di sé in un momento di grande complessità per questo pezzo di mondo. Anche su questo, basta un semplice dato per farsene un’idea. Nel 2019 la spesa militare combinata dei paesi della regione ha raggiunto i 162 miliardi di euro, dei quali la quota egiziana è stata appena del 2,3%.

Senonché a tale atteggiamento sparagnino, sul versante della contabilità, corrisponde un certo attivismo nella realtà – a cominciare dall’elevato numero degli effettivi – che fa sorgere spontaneamente la domanda se davvero la spesa militare egiziana sia illustrata nel conto ufficiale del governo, o se magari quest’ultima serva solo a non suscitare l’attenzione degli osservatori. A ben vedere, il miglior modo per far qualcosa è non farsi notare troppo.

Per spiegare il puzzle gli analisti del Sipri hanno svolto alcune ricognizioni sbirciando in capitoli affini a quello ufficiale della difesa. Ad esempio la spesa per le forze paramilitari come la Central security forces (CSF) che è inquadrata sotto il ministero dell’interno e consiste di ben 325 mila persone che fanno sia difesa che ordine pubblico. Oppure l’acquisto di armi che, contrariamente a quanto si possa pensare, “non sempre ha un impatto sulle dimensioni del bilancio militare”. A tal proposito, è utile sapere che l’Egitto è un grande importatore di armi. Nel periodo 2015-19 è stato il terzo importatore nel mondo e il secondo nel MENA dopo l’Arabia Saudita.

Quest’ultima circostanza merita un approfondimento ulteriore. Malgrado la mancanza di trasparenza nei dati, il Sipri ha ricostruito che nel primo decennio del XXI secolo le armi americane costituivano il 75% delle importazioni egiziane, mentre nel secondo decennio questa quota è scesa al 23%. Segno di un chiaro riposizionamento strategico, visto che comprare cannoni non è proprio come comprare burro.

A partire dal 2014, quindi con l’arrivo di al Sisi, gli acquisti di armi sono aumentati e contemporaneamente l’Egitto stringeva le sue relazioni con Russia e Germania approfondendo ulteriormente quelle già esistenti con Cina, Francia e Italia. La vocazione euroasiatica – potremmo dire semplificando – inizia a prevalere su quella atlantica.

Anche gli approvvigionamenti diventano più sofisticati: aerei dalla Russia, fregate dalla Germania e dall’Italia, elicotteri, sempre dall’Italia. Costi stimati: 16 miliardi di dollari, ancora non visibili nella contabilità ufficiale perché frutto di prestiti, magari finanziati da altri partner regionali, da pagare a lungo termine e quindi su più esercizi contabili.

Questi pochi elementi bastano già a trarre alcune conclusioni. La prima, che era facile indovinare, è che il budget ufficiale della difesa racconta solo una parte delle spesa militare egiziana, che, aldilà dell’apparenza è molto aumentata seguendo la vocazione strategica crescente del paese africano. La seconda è che l’Egitto guarda sempre più ai suoi vicini che alle potenze lontane. Alla scarsa trasparenza della contabilità corrisponde una scarsa trasparenza delle intenzioni. E questa, avrebbero detto i cronisti di una volta, è la vera notizia.