Gli effetti della politica monetaria sulla diseguaglianza


“È improbabile che la politica monetaria possa causare un aumento considerevole delle disuguaglianze, ma essa non dovrebbe neppure ignorarle”, scrive la Bce nel suo bollettino che contiene un articolo molto interessante e informativo sulla vexata quaestio delle varie diseguaglianze – di reddito, di ricchezza e di consumi – che affliggono il nostro dibattito pubblico, nella convinzione – più o meno sensata – che “disuguaglianze eccessive possono comportare costi macroeconomici e frenare la crescita economica”.

Giusto perciò domandarsi se le politiche monetarie in qualche modo favoriscano questa tendenza. Possibilità che la Bce tende ad escludere, partendo dalla considerazione che “a partire dagli anni ’80 nelle economie avanzate sono state tendenzialmente adottate strategie di politica monetaria abbastanza simili, per cui sembra improbabile che la politica monetaria contribuisca a determinare le variazioni tra paesi che sono state osservate”. Come dire: politiche monetarie simili non possono condurre ad esiti così diversi come quelli che abbiamo già osservato.

Questo non significa tuttavia che non esistano dei canali attraverso i quali la politica monetaria impatti sul reddito e soprattutto sulla ricchezza delle famiglie. Ad esempio modificando i tassi di interesse, la politica monetaria incide sulla retribuzione del risparmio e sul costo del debito, due variabili che generano effetti sul patrimonio netto di un soggetto economico.

Non c’è solo questo. La politica monetaria, per definizione, influenza (dovrebbe influenzare) i prezzi, quindi anche quelli degli asset. A questo proposito ” le fluttuazioni dei prezzi delle attività indotte da politiche espansive
avranno più probabilmente effetti positivi per le classi benestanti (e, in alcuni casi, per il ceto medio) nella misura in cui queste detengono attività a più lungo termine”.

Poi c’è anche un terzo canale che influenza stavolta reddito – non quindi la ricchezza/patrimonio – derivante dal fatto che le famiglie hanno una diversa elasticità rispetto al ciclo economico, che viene condizionato dalle scelte della banca centrale, che dipende dalle loro caratteristiche individuali. Che sono diverse, e quindi vengono amplificate dalla politica monetaria.

Quanto all’influenza dei tassi di interesse, il grafico sotto presenta alcune evidenze empiriche riscontrate dagli economisti della Banca.

In sostanza il ceto medio ha avuto un margine di interesse positivo, le famiglie più povere nessun cambiamento di rilievo, quelle più benestanti hanno registrato una perdita. “Pertanto gli effetti diretti di una riduzione dei tassi di interesse non sembrano incrementare le disparità di reddito”.

Interessante osservare quale sia stato invece l’impatto delle politiche monetarie sull’occupazione e quindi sui redditi.

L’allentamento monetario ha diminuito il tasso di disoccupazione per i lavoratori appartenenti al quintile più basso, mentre quelli del quintile più alto hanno ottenuto aumenti più rilevanti di retribuzione, se si osserva tale aumento in rapporto all’aumento dell’occupazione.

Detto diversamente, i quintili più bassi godono di un aumento medio superiore al 3% perché aumenta l’occupazione, ma su questo quintile, a differenza degli altri, ” la crescita salariale svolge un ruolo molto limitato”. La quantità delle retribuzioni compensa insomma la loro quantità. E questo spiega perché la Bce concluda che “nel complesso, si stima che l’impatto del PAA sul mercato del lavoro riduca in una certa misura le disuguaglianze reddituali”.

Rimane da osservare il terzo canale, quello che agisce tramite la composizione del portafoglio patrimoniale. Qui la considerazione è che l’allentamento monetario aumenta il valore delle attività, che sono ad esempio azioni – e quindi interessano in gran parte le famiglie ricche – ma anche i beni immobiliari che sono più diffusi. “Se si associano gli effetti sui corsi azionari a quelli sui prezzi delle abitazioni, il coefficiente di Gini relativo alla ricchezza netta, che fornisce una misura indicativa della disuguaglianza, rimane sostanzialmente invariato”, conclude la Bce.

Ricapitoliamo: gli allentamenti monetari secondo la banca centrale, nei vari canali considerati, non producono effetti significativi sulle diseguaglianze di reddito e di ricchezza. O almeno per adesso non si vedono.

(2/fine)

Puntata precedente. La diseguaglianza dei consumi

La globalizzazione emergente. La “nazionalizzazione” di Internet


Nulla come la storia della governance di Internet è prodiga di insegnamenti per chiunque voglia ascoltarli. Soprattutto rappresenta icasticamente cosa succede a un ordine globale, che si basa su un’egemonia non dichiarata ma sostanziale, quando l’egemone in carica, per le ragioni più svariate, cede il timone: l’unità si frammenta in pluralità. Per dirla con parole semplici: l’internazionalismo tende a recedere verso il nazionalismo.

Il fatto che ciò sia accaduto nel luogo principe dell’internazionalismo, ossia la rete, dovrebbe farci riflettere. La globalizzazione emergente, se mai riuscirà a imporsi, non sarà meno globale di quella che stiamo vivendo adesso. Sarà semplicemente basata su molti centri di potere. Un po’ com’era prima del 1914. Persino i centri di potere di allora somigliano a quelli che sgomitano oggi per emergere, con la vistosa eccezione della Cina, che però ricorda la Germania della Belle époque, così come gli Usa sembra interpretino la Gran Bretagna. Non state a fare gli scongiuri: la storia per fortuna, pur somigliandosi, non si ripete. Per questo è utile ricordarla.

Ma torniamo alla nostra storia. A cambiare le carte in tavola nel Grande Gioco di Internet, secondo quanto raccontano gli osservatori, fu un evento imprevisto che nulla aveva a che vedere direttamente con la questione, ma che fece emergere in tutta la sua drammatica chiarezza quale fosse la posta in gioco: il caso Snowden esploso nel 2013, un anno dopo la rottura che si era consumata in sede internazionale sulle regole delle telecomunicazioni.

La notizia, diffusa da Edward Snowden, che l’NSA statunitense spiava mezzo mondo investì come una valanga le compagnie internet Usa, accusate senza mezzi termini di collaborare con il governo per queste attività. Tutti sapevano – o quantomeno sospettavano – che il Re fosse nudo. Ma ben altro effetto provocò osservarlo direttamente.

L’ondata di discredito che investì gli Stati Uniti costrinse il governo a rivedere le regole del gioco. La gestione dell’Icann doveva essere globalizzata, e questo percorso iniziava dalla rinuncia al potere di amministrazione, che derivava dal Dipartimento del commercio, sulle sue attività.

Il primo segnale in tal senso fu dato nel 2013, quando a Montevideo i rappresentati di Icann e di altre organizzazioni a capo della governance della rete si dissero favorevoli alla condivisione della governance a livello globale. Questo processo durò un triennio, alla fine del quale il governò Usa completò la sua separazione da Icann, rinunciando così di fatto ad esercitare la sua egemonia sulla globalizzazione di Internet.

Ciò che seguì era facilmente prevedibile. La natura ha orrore del vuoto, insegnano i filosofi. E ancor più il potere ha orrore del vuoto politico, che infatti fu rapidamente riempito. Le forze, già ben sviluppate, come abbiamo visto, della globalizzazione emergente di Internet, trovarono facilmente lo spazio per esprimere la tendenza a “regionalizzare” il controllo della rete o quantomeno a far valere la loro posizione nelle questioni che ne riguardavano il futuro.

Il pretesto, ovviamente, fu quello della sicurezza. Il caso Snowden diede spazio a una serie di rivendicazioni che spinsero gli stati a “blindare” i propri territori dalle “incursioni” nemiche, ormai vissute anche come semplice dipendenza dalle tecnologie estere – si pensi alla guerra scatenata dal governo Usa a Huawei nel 2019 – ma anche per il pieno controllo delle informazioni che tramite internet arrivano al paese.

Da ciò derivò l’aumento delle norme con le quali i governi si riservano il diritto di bloccare il flusso internet quando lo ritengano opportuno , o che danno loro la possibilità di “filtrare” i contenuti. Uno dei sistemi più noto è il Great Firewall cinese, che in pratica “isola” il paese dal resto del mondo a discrezione del governo.

Ma la Grande Muraglie informatica cinese non è l’unico esempio di come un governo possa interferire con la rete. Gli osservatori raccontano che nei primi sei mesi del 2017 Google, Facebook e Twitter hanno ricevuto 114.169 richieste di rimozione di contenuti da 78 stati e 179.180 richieste di informazioni su utenti da altri 110 governi. Altri paesi tendono a “regionalizzare” le infrastrutture. Come ha fatto la Bank of India nel 2018, quando ha chiesto ai gestori internazionali di pagamenti di conservare su server localizzati in India le informazioni processate. Né sono mancate iniziative potenzialmente distruttive sull’unità della rete globale, come la proposta cinese chiamata DNS extension for autonomous Internet, che si proponeva di regionalizzare i domini di primo livello (i TLD), togliendo questo compito all’Icann. La proposta, che avrebbe significato frammentare l’unitarietà dell’infrastruttura, non è stata accettata, ma il fatto che ci abbiano provato la dice lunga.

“Nazionalizzare” ciò che nasce internazionale è il sogno dei governi, specie di quelli che hanno capito che lo shift of power ormai non si esprime più sul territorio, ma nella cloud. La Cina l’ha capito benissimo, ed è per questo che sta lavorando molto profondamente sul web. Non solo tecnicamente.

(3/segue)

Puntata precedente. La guerra dei mondi (virtuali)

Cartolina. Central bank digital China


Dopo aver letto Fabio Panetta dire che la Bce potrebbe emettere un euro digitale nell’arco di cinque anni – ci stanno ancora studiando perché la cosa è complicata – e aver osservato l’aggiornamento globale pubblicato dalla Bis sullo stato di attuazione di questi progetti nel mondo, mi sono convinto di essere vittima di un equivoco. Non è central bank digital currency, la declinazione dell’acronimo CBDC. E’ central bank digital China. Meglio saperlo.

La Nazione Globale. Mercato vs Democrazia


Veniamo, infine, alla terza coppia dialettica, dopo nazionalismo vs internazionalismo e politica vs economia, che completa il quadro analitico che abbiamo esplorato rapidamente e che caratterizza molta parte del nostro discorso sociale: l’opposizione fra mercato e democrazia. 

Seguendo il ragionamento fatto finora non si hanno molte difficoltà a vedere in questa opposizione l’ennesima declinazione della dialettica che vuole l’internazionale opposto al nazionale, così come l’economico al politico, e, dulcis in fundo, il nomade allo stanziale. 

Il mercato è la patria degli apolidi: un luogo astratto dove un consumatore ormai denazionalizzato incontra un produttore multinazionalizzato per compiere un atto economico, officiato da un intermediario anch’egli globalizzato. Chiunque abbia fatto acquisti on line riconoscerà lo schema. Ognuno di noi usa il mercato per esercitare i suoi diritti economici. Una quota crescente di questi diritti economici vengono esercitati oggi tramite infrastrutture digitali, quindi nativamente globalizzate.

La democrazia è la declinazione della cittadinanza, e quindi dei diritti civili e politici che vengono esercitati secondo quanto previsto dalla legge dello stato a cui fanno riferimento. Ognuno di noi è cittadino e si serve dello stato per l’esercizio dei suoi diritti civili e politici.

Il mercato è per natura internazionale, pure se ovviamente esistono modalità locali, così come la democrazia è nazionale, pure se esistono organismi politici internazionali. Il mercato è un fatto squisitamente economico, quindi basato sul calcolo razionale, mentre la democrazia è questione strettamente politica, in quanto ha a che fare con le modalità di esercizio della sovranità popolare, e quindi ha che fare con sistemi valoriali diversi – teoricamente – dal calcolo. 

Valgono quindi per questa coppia dialettica tutte le osservazioni che abbiamo fatto per le altre due. Chi lamenta la scarsa democrazia che opera nelle entità di mercato è lo stesso che stigmatizza l’egemonia dell’economico sul politico e delle élite internazionali sulla sovranità statale.

Questa schematizzazione semplificata non vieta di cogliere sfumature più profonde. In un libro di una quindicina di anni fa l’economista francese Jacques Attali individuava nel conflitto fra l’ultimo grande impero territorial-nazionale – gli Stati Uniti – e tre entità distinti e distanti come il mercato, la democrazia e la religione (in particolare l’Islam) la versione contemporanea del conflitto millenario fra nomadi e stanziali, con i primi un po’ troppo semplicisticamente raccontati come il bene e gli altri come il male. Suggestioni a parte, l’idea interessante è che alla democrazia venga assegnata una vocazione internazionalista. Un po’ come era per il comunismo all’epoca di Marx. 

In sostanza, esattamente come nella seconda metà del XIX secolo, alla democrazia, che abbiamo visto essere null’altro che l’applicazione pratica dei principi illuministici che condussero alla rivoluzione francese, viene consegnato il compito di “illuminare” il mondo per controbilanciare la spinta internazionalista del mercato che promette “solo” di arricchirlo a spese però dei più deboli, e quindi il maniera diseguale. 

A questi due principi, si affianca il terzo internazionalismo, quello religioso, che anche all’epoca delle rivoluzioni borghesi veniva considerato l’unico capace di controbilanciare la deriva della modernità. Ma che il mercato rimanga comunque il grande antagonista della democrazia è confermato dal fatto che “nello stesso tempo in cui si estende il campo del nomadismo dei mercati si restringono il campo della democrazia, suo corollario, e il campo delle istituzioni della stanzialità: stato e settore pubblico”.

Alla fine della sua lunga cavalcata nella storia, l’economista francese ipotizza – o per meglio dire auspica – un mondo dove i principi della democrazia, finalmente universali, avranno temperato le bellurie dei mercati, e ricondotto a una dimensione “umana” anche lo strapotere americano e quello religioso. 

Tutte queste contraddizioni – e quella principale (nomadismo/stanzialità) finiranno così nello sciogliersi dialettico in un utopico “mondo di domani” che “sarà al contempo democratico, americano, religioso e mercantile. Sarà stanziale e nomade”. E tutti vissero felici e contenti.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

Prosegue il risparmio “forzato” delle famiglie italiane


Il recente bollettino economico diffuso dalla Banca d’Italia contiene le ultime rilevazioni disponibili, pure se su base campionaria, sulle condizioni economiche delle famiglie italiane, ormai arrivate a superare, fra molte difficoltà, il loro primo anniversario in pandemia.

Gli esiti sono quelli che si possono immaginare, con una quota crescente di nuclei familiari che fatica ad arrivare a fine mese: un problema che riguarda il 60% del campione, il 10% in più rispetto al pre-pandemia, che arriva al 65% (+20%) quando il capofamiglia è un lavoratore autonomo. Con ciò individuandosi la categoria (vedi grafico sotto a destra) che più di tutti ha pagato il prezzo dei vari lockdown.

Ciò malgrado il clima generale, pur restando negativo, è migliorato rispetto alle precedenti rilevazioni, come si può osservare dal grafico sopra a sinistra. C’è un 9% in meno di famiglie che si attende un peggioramento, ma rimane comunque un ampio 23% di intervistati che continua ad aspettarselo, quindi quasi uno su quattro. Anche qui, il grosso dei pessimisti è concentrata fra i lavoratori autonomi. E probabilmente ha a che fare anche con l’orizzonte entro il quale si prevede il cessare dell’emergenza sanitaria: solo il 16% pensa che tutto si risolverà entro l’anno, mentre un terzo non si aspetta una normalizzazione prima del 2023.

Ovviamente le aspettative sono in larga parte influenzate anche dai redditi attesi, che per il 70% delle famiglie si prevedono analoghi a quelli dell’anno scorso per il 2021, mentre una famiglia su sei si attende un reddito inferiore. I pessimisti aumentano – una famiglie su quattro – fra coloro che si attendono una durata maggiore della pandemia. Non è certo un caso, perciò, che il 30% degli intervistati abbia dichiarato un reddito più basso rispetto al 2020 – in gran parte si tratta di autonomi o di disoccupati – che però è stato in qualche modo mitigato dagli interventi governativi dei quali hanno fruito, fra dicembre 2020 e febbraio 2021, circa un quarto delle famiglie.

Il livello dei redditi, com’è ovvio, impatta su due elementi chiave della ripresa che (speriamo) verrà: il livello dei consumi e del risparmio. Quanto ai primi “i comportamenti delle famiglie continuano a risentire dell’emergenza sanitaria”, scrive Bankitalia. Quattro famiglie su cinque, infatti, dichiarano di aver ridotto le spese per alberghi, ristoranti e bar, oltre che per l’abbigliamento. Stare in casa, ovviamente, non contribuisce a queste voci di costo. I due terzi hanno addirittura detto di aver ridotto la quota di spese per i servizi alla persona. Ovviamente i motivi di queste riduzione sono i più svariati, ma le scarse disponibilità di fondi sono la ragione principale per chi fatica ad arrivare a fine mese.

Notate che le misure di contenimento, fra le ragione della riduzione dei consumi, hanno pesato molto più per chi non ha problemi di reddito rispetto a chi ne ha. E altrettanto la paura del contagio, che evidentemente bisogna pure potersela permettere. E questo dovrebbe servirci a ricordare che pure nella disgrazia ci sono persone che devono rischiare di più semplicemente per tirare avanti e che di loro una società dovrebbe occuparsi innanzitutto.

Quanto al futuro dei consumi, “nei prossimi tre mesi poco più di un quarto delle famiglie pensa di ridurre i consumi non durevoli, contro una percentuale di circa un terzo nell’edizione di novembre”. Quindi c’è un miglioramento della propensione a consumare, ma rimane ancora ampia la quota di famiglie che pensa di ridurre la domanda. Tale quota, ovviamente, è più ampia fra coloro che hanno difficoltà a coprire le spese mensili, ma “riguarderebbe però anche parte (più di un quinto) di coloro che si aspettano un incremento di reddito nel 2021”.

E questo ci conduce alla parte finale dell’analisi: la quota di risparmio. “Una quota significativa di famiglie ha risparmiato nell’ultimo anno”, scrive la Banca. In dettaglio, circa il 40% ha speso meno del reddito 2020, e un terzo di questi ha risparmiato persino di più del 2019. Tale aumento, tuttavia, è concentrato fra le famiglie che arrivano facilmente o molto facilmente a fine mese.

Questa massa di risparmio, in qualche modo “forzato” dall’emergenza sanitaria, vuoi per i lockdown, vuoi per il motivo precauzionale, rimarrà ancora in buona parte immobilizzato. Solo un terzo infatti, secondo la rilevazione della Banca, verrà consumato nel corso dell’anno. La metà rimarrà nella forma di depositi o altre forme di investimento e la quota rimanente servirà a ripagare i debiti, che nel corso della pandemia sono aumentati, arrivando al 64,7% del reddito disponibile.

Il 45% delle famiglie, complessivamente, stima di spendere meno del loro reddito annuo nei prossimi dodici mesi, e questa propensione è prevalente “anche tra quelle che dichiarano di avere maggiori difficoltà economiche”. I timori del futuro, insomma, sembrano ancora prevalenti nel determinare la ragione dei risparmi. E questo non è certo il miglior viatico per avere un futuro brillante.

Telco e politica. Il dominio britannico del XIX secolo


Sempre perché la storia è maestra di vita, vale la pena ricordare brevemente l’epoca in cui la Gran Bretagna, sfruttando in maniera intelligente l’innovazione tecnologica, divenne la prima potenza globale nel settore delle telecomunicazioni, sfruttando così un notevole vantaggio nei confronti delle altre potenze, emergenti e non, che inevitabilmente dovettero farci in conti.

Nel secolo XIX i britannici avevano già la supremazia nel settore dei cavi sottomarini – controllavano circa il 60% delle infrastrutture esistenti – ma il vero punto di svolta fu l’invenzione da parte di Guglielmo Marconi della radio che in pratica rese le comunicazioni telegrafiche wireless.

Il network britannico di cavi sottomarini

L’invenzione di Marconi arrivò sul finire del secolo e si sviluppò in collaborazione con la marina britannica. I militari, come accadrà molti decenni dopo con Internet e i militari statunitensi, ancora una volta favorirono un’innovazione che aveva molto a che fare con le lo esigenze che poi nel tempo diverrà popolare.

L’invenzione della radio risolse alcuni problemi collegati ai cavi sottomarini. In particolare l’elemento di fragilità legato al fatto che a volte le potenze in conflitto tagliavano i cavi per creare problemi di comunicazione al nemico. Una pratica che contraddiceva i buoni propositi espressi dal presidente americano James Buchacan nel 1858, quando fu posato il primo cavo transatlantico, che chiese alla Regina Vittoria di garantire la neutralità delle infrastrutture “anche in mezzo alle ostilità”. Quarant’anni dopo, tuttavia, furono proprio gli statunitensi a tagliare i cavi sottomarini posati nell’Atlantico e nel Pacifico per garantirsi un vantaggio allo scoppiare della guerra con gli Spagnoli isolandoli da Cuba. Ma già vent’anni prima, a causa di una disputa regionale, il Perù aveva tagliato i cavi del Cile.

Il telegrafo wireless di Marconi diede quindi uno straordinario vantaggio strategico alla Gran Bretagna e la rese di fatto leader nel sistema globale delle telecomunicazioni. La Germania dal canto suo, che emergeva sempre più come antagonista imperiale dei britannici, vide nella nuova tecnologia un’occasione per sfidare questa supremazia. Perciò il Kaiser Gugliemo II ordinò al governo di supportare scienziati e ingegneri per sviluppare un network proprietario.

Gli sforzi, tuttavia furono vani. Il vantaggio inglese della prima mossa consisteva innanzitutto nell’aver fissato uno standard globale di comunicazioni a lungo raggio che di fatto tagliava fuori tutti coloro che non si adeguavano. Sicché i tedeschi finirono col doversi conformare. Il Kaiser però non si arrese. Intensificò gli sforzi per favorire lo sviluppo di compagnie capaci di sfidare la supremazia britannica. Il frutto fu il matrimonio fra Siemens&Halske e AEG che originarono la Telefunken. AL tempo stesso venivano sponsorizzate politiche protezionistiche verso il sistema di Marconi e si cercava di vendere la tecnologia tedesca ai mercati emergenti, in Sud America e in Africa. Proprio come fa la Cina oggi.

Tuttavia neanche questo servì allo scopo. La Germania allora intensificò gli sforzi per promuovere uno standard internazionale su base multilaterale. Si arrivò così al 1906, quando la Germania convinse le potenze a partecipare alla prima International Radiotelegraph Convention, organizzata proprio per decidere gli standard radio. Le potenze si coalizzarono contro il dominio britannico proibendo la “non interconnettività” imposta da Marconi. In tal modo il monopolio inglese si ruppe e si affermò un sostanziale duopolio anglo-tedesco. Ma il vantaggio strategico britannico rimase. E quando esplose la Grande Guerra ebbe la sua importanza.

(3/segue)

Puntata precedente. Quando la Cina era la Germania

La globalizzazione emergente. La guerra dei mondi (virtuali)


Sul futuro di Internet, ossia sul modo in cui scambieremo i dati in futuro, è più che comprensibile si siano scatenati una pletora di interessi che sono naturalmente economici e politici e perciò riguardano la geografia del potere prossimo venturo. La faglia di internet separa sempre più profondamente un certo modo di considerare la rete, quello originario – quindi statunitense – da un altro che lentamente vuole emergere e che trova la Cina all’avanguardia non solo per la sua notevole spesa tecnologica, che in pochi anni ma partorito dei campioni globali come Huawei, ma anche per la visione politica che tale tecnologia incorpora, e che sembra fatta apposta per alimentare le peggiori distopie che abbiamo visto al cinema.

Tale confronto, aldilà di come ogni parte lo racconti, ha finito col trovare nell’Onu uno dei punti di contatto – e quindi di frizione – finendo col coinvolgere aspetti estremamente tecnici che per questa ragione rimangono lontani dagli occhi dei cittadini, del tutto ignari della guerra dei mondi, per fortuna ancora solo virtuali, che sta covando dietro lo schermo dei loro smartphone.

Per cominciare a farcene un’idea dobbiamo riprendere la storia da dove l’abbiamo lasciata, ossia dal ruolo che Icann, ancora sotto l’egida statunitense, ha svolto nel corso di tutti gli anni Novanta del XX secolo e nei primi dieci del XXI, per la gestione tecnica – e quindi inevitabilmente politica – di Internet.

Per tutto questo periodo, il modello multi-stakeholder, icasticamente rappresentato da questa entità alla quale partecipavano vari soggetti, ma con il dipartimento del Commercio Usa a fare il bello e il cattivo tempo, ha rappresentato lo standard di riferimento. Pure quando l’economia favoriva l’emersione di paesi ai quali – evidentemente – stava sempre più stretta l’egemonia americana sulla rete. A guidare questa sorte di fronda con l’internet “americana” troviamo Russia e Cina, che proprio sul digitale testarono la loro entente cordiale che fino ad oggi caratterizza molte delle loro relazioni.

Questi paesi, cui molto rapidamente si aggregarono altri, lamentavano da un lato la scarsa sicurezza della rete Internet e dall’altro il modello di governance. E per manifestare il loro dissenso colsero l’occasione del WSIS, vertice organizzato dall’International Telecommunication Union (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile per la definizione di standard internazionali per le telecomunicazioni, che si svolse in due separati incontri a Ginevra, nel 2003, e a Tunisi, nel 2005. Fu proprio a quest’ultimo che a un certo punto il Brasile – erano gli anni in cui furoreggiavano i BRICS – decise di denunciò il ruolo eccessivo che giocavano gli Usa all’interno dell’Icann. Il delegato brasiliano, ricordano gli osservatori, lamentò le “disuguaglianze politiche che si manifestano nell’impossibilità dei Paesi in via di sviluppo di
influenzare il processo di decision-making”.

Fu un precedente che nell’arco di pochi anni svolse i suoi effetti che divennero visibili in occasione della World Conference on International Telecommunications (Wcit) chiusa a Dubai il 14 dicembre del 2012. La conferenza, organizzata dall’Itu, aveva come obiettivo di ridefinire il regolamento delle relazioni internazionali (ITR), che risaliva al 1988, quando ancora Internet in pratica non c’era.

Qui si fece avanti una coalizione di stati, guidata da Russia e Cina, favorevoli, come è stato scritto, “alla definizione di un più chiaro e prominente ruolo dello stato nazione nell’Internet governance”, che si opponeva a un secondo gruppo che voleva mantenere lo status quo con dentro gli Stati Uniti e i suoi alleati. La globalizzazione emergente faceva capolino nel mondo delle telecomunicazioni, provando a “spiazzare” gli incumbent. Un fatto che ricorda la coalizione ordita dai tedeschi, ai tempi della Germania guglielmina, per spiazzare lo standard radio imposto dalla Gran Bretagna. Uno dei modi con i quali le potenze emergenti cercano di recuperare il vantaggio degli incumbent è tramite la formazione di nuovi standard, e questo spiega perché la Cina abbia annunciato da tempo il suo Standard China 2035, che si propone proprio di innovare molto della trama degli standard internazionali, a cominciare proprio da quello della telecomunicazioni.

A Dubai non finì bene. Gli stati non riuscirono a trovare un’intesa e i due blocchi rimasero distinti e distanti: 89 paesi stavano con Russia e Cina, altri 55 con gli Usa.

Il documento finale non fu firmato. La coalizione guidata da Russia e Cina aveva proposto – non certo a caso – che fosse l’Itu a prendere il posto dell’Icann nella gestione di Internet. Un modo neanche troppo velato per spostarsi da un modello multi-stakeholder a un modello multi-statale, per giunta in un contesto – l’Onu appunto – dove Russia e Cina dispongono di un notevole potere di interdizione. La guerra dei mondi ormai era dichiarata. Adesso bastava una semplice scintilla per farla deflagrare.

(2/segue)

Puntata precedente. La faglia di Internet

Cartolina. Eccezionale veramente


I teorici della nostra eccezionalità troveranno di che esercitarsi scrutando le previsioni del Fmi che collocano il nostro paese – unico fra le grandi economie del mondo – nello spazio assai scomodo di quelli che hanno un tasso di crescita economica inferiore ai tassi reali di interesse. L’esito di tale eccezionalità è l’aumento del debito pubblico, che perciò è destinato a crescere. Si genera, insomma, uno snowball, l’effetto valanga tanto celebre fra gli amanti di cose economiche. Gli amanti di cose politiche potranno consolarsi continuando a raccontare la storiella che il debito non è un problema. Niente snowball, insomma. Solo ball.

Dopo il Covid. La radicalizzazione degli ultimi


E’ presto certamente per provare a indovinare come saremo una volta che la pandemia avrà smesso di scavare ferite sul nostro corpo sociale. Sappiamo già, tuttavia, che le tante cicatrici che s’iniziano a intravedere – e basta ricordare le ultime proteste di piazza – non lasciano presagire nulla di buono.

Ancora sfocata s’intravede il disegno di una società dove una parte della popolazione – i più garantiti – avrà accesso a servizi che miglioreranno la loro condizione di vita (si pensi allo smart working), mentre un’altra parte, ben superiore per quantità, avrà difficoltà ad averlo un lavoro.

Tutto ciò troverà i governi in una condizione finanziaria difficile, dovendo fare i conti con una montagna imponente di debiti da gestire. E se pure è doverono sperare che la ripresa economica che verrà sarà forte abbastanza da “rimangiarsi” questo debito con tutte le complicazioni che porta, sarebbe da stolti non valutare le conseguenze che due-tre anni di pandemia rischiano di avere su chi già faceva fatica a tirare avanti e che in questo periodo tormentato ha pure visto bloccarsi l’unico ascensore sociale che in qualche modo temperava le difficoltà offrendo la speranza di un futuro migliore: la scuola.

Questo spiega perché il Fmi abbia dedicato un capitolo del suo ultimo Fiscal monitor all’impatto che il Covid avrà sulle diseguaglianze sociali che – detta molto semplicemente – rischia di radicalizzare gli ultimi esponendo le nostre società a una “crescente polarizzazione” capace di condurre “all’erosione della fiducia nei governi” o a “disordini sociali”. “Questi fattori – conclude – complicano l’elaborazione di politiche efficaci e comportano rischi per la stabilità macroeconomica”, oltre che per “il funzionamento della società”.

E’ bene ricordare che le tensioni sociali non arrivano col Covid. Anche prima della pandemia la riscossa populista che ha attraversato l’Occidente dimostra che la febbre era già alta all’interno delle nostre città e fra i diversi paesi.

La pandemia, quindi, ha semplicemente accelerato, aggiungendo anche elementi ulteriori di divaricazione, una tendenza alla divergenza fra garantiti e non garantiti all’interno dei singoli paesi, visto che a livello internazionale la “disuguaglianza di reddito globale, misurata tra tutti gli individui, è diminuita costantemente”. Ma evidentemente per un precario europeo è una magra consolazione sapere che un contadino indiano sta meglio rispetto a vent’anni fa. La storia è ricca di esempi, a tal proposito.

A ciò si aggiunga che la diseguaglianza di ricchezza è ancora più profonda, rispetto a quella del reddito. E tanto basta, pure se la diseguaglianza fra i consumi è assai più contenuta, a motivare l’annoso dibattito che trova in queste sperequazioni il pretesto per l’atmosfera vagamente incendiaria che si respira nelle nostre società. La diseguaglianza, dice il Fondo, “crea differenze di opportunità e persistenti disparità nell’accesso ai servizi di base, come istruzione, assistenza sanitaria, elettricità, acqua e Internet”.

La pandemia ha approfondito queste differenze, penalizzando notevolmente i ceti più fragili. Secondo le stime del Fondo nel 2020 95 milioni di persone si sono aggiunte all’esercito di quelle in estrema povertà. Gli effetti sul mercato del lavoro sono stati notevoli, sia nei paesi emergenti che quelli avanzati, e sono stati più gravi per i lavoratori meno qualificati.

Negli Usa, racconta il Fondo, i lavoratori ad alto reddito hanno perso occupazione solo per alcune settimane, al contrario di quelli a basso reddito. I giovani sono stati quelli più penalizzati. E se si aggiunge al quadro il fatto che molti hanno subito gravi carenze nell’istruzione, si capisce perché il Fondo sottolinei il rischio che questi effetti siano destinati a perdurare anche a pandemia finita.

“Le disuguaglianze future potrebbero essere maggiori a causa della chiusura delle scuole, che ha portato a un’interruzione globale senza precedenti della formazione scolastica”, sottolinea il Fmi. E questo basta a definire il quadro del mondo che andremo ad abitare. E non sembra il migliore possibile.

La globalizzazione emergente. La faglia di Internet


Per una di quelle coincidenze che fanno la gioia dei cacciatori di singolarità storiche il “giorno zero” di Internet – quando vale a dire il primo messaggio informatico venne inviato da un computer a un altro della rete statunitense – viene comunemente indicato nel 29 ottobre 1969, esattamente quarant’anni dopo il crack della borsa di New York, col quale Internet non ha nulla a che vedere salvo che per il fatto che ha cambiato la storia del mondo.

Questo cambiamento non è soltanto visibile dallo stile di vita che ormai conduciamo tutti, dove la rete globale ha un posto d’onore, visto che vi passa una quantità crescente delle nostre attività e del nostro tempo, ma è visibile innanzitutto osservando come ormai il vero shift of power che si sta consumando nel XXI secolo non passi più – o almeno non solo – dalla realtà territoriale, ma operi attraverso quella che ormai si chiama cloud.

Approfondiremo nei seguiti di questo nuovo mini-saggio, dedicato alle questioni che ruotano attorno al futuro di internet. Intanto vale la pena osservare la competizione globale che si sta svolgendo da diversi anni sulla governance della rete, partendo da una mappa prodotta da un paper sudcoreano del 2014 che rappresenta icasticamente la situazione.

Chiunque segua le relazioni internazionali, noterà come questa mappa – aldilà della ragioni che l’hanno originata che approfondiremo – esprime perfettamente la spaccatura politica emersa nel confronto fra quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente e quella atlantica, di marca statunitense, che regola al momento gran parte della nostra vita.

Un gruppo di stati emergenti, in sostanza, cerca di creare un nuovo equilibrio multipolare che sfida l’egemonia statunitense. E tale sfida – si pensi al progetto cinese della digital silk road – non può certo trascurare il settore trainante della modernità, con tutte le afferenze che ormai porta con sé nell’organizzazione delle società. Internet è la faglia non solo capace di creare un terremoto fra gli stati, ma anche di generare uno sconvolgimento nel modo in cui il potere finora ha organizzato se stesso.

Per comprendere bene la portata della sfida in corso, è opportuno fare un po’ di storia. Dopo quel lontano 1969 i computer accademici finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, incaricato di far ricerca per il dipartimento della difesa americana. Da lì in poi trascorse quasi un ventennio durante il quale quella che diventerà la rete Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, non fu aperta al settore privato, segnando l’inizio dell’epopea che ci ha condotto all’oggi. Chi era già adulto nei primi anni ’90 ricorderà l’emozione di trovarsi davanti i primi archivi, ancora solo testuali, che inauguravano l’epoca della condivisione globale di molte informazioni fino ad allora custodite in database inaccessibili per i comuni mortali. Fu un periodo di grandi speranze e molte esagerazioni.

La nascita di Internet ha ovviamente portato con sé il problema della sua governance, tema molto delicato perché impatta sia sulla realtà territoriale – si pensi alla cybersicurezza – che su quella virtuale: il modo in cui organizzo la rete può cambiare sostanzialmente i modelli di business delle entità che vi operano all’interno. Non è certo un caso che ormai Internet sia entrato a far parte di molti ragionamenti geopolitici e che esistano anche pubblicazioni dedicate.

In una di queste leggiamo come si sia evoluta nel tempo la governance di Internet e soprattutto come siamo arrivati al punto di inizio di questo piccolo saggio: una sostanziale polarizzazione di posizioni che ricalcano senza mezzi termini la sfida geopolitica in corso per la costruzione di nuovi percorsi di globalizzazione e quindi il futuro della rete, che della globalizzazione è una delle coordinate, dove la “versione” statunitense, che conosciamo tutti, si confronta sempre più con quella cinese in costruzione, alimentando notevoli preoccupazioni da parte di osservatori più o meno interessati, e numerose domande a livello internazionale che alimentano molta incertezza sul futuro della rete.

Ma torniamo un attimo indietro. La cooptazione del settore privato nella gestione della rete globale degli anni ’90 condusse al primo modello di governance che puntava a ridurre – ma non certo far scomparire – il ruolo statale. L’ingresso dei privati non portò soltanto come conseguenza che questo settore pensò giustamente a fare il proprio interesse, ma diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che chi ha qualche capello grigio ricorderà sicuramente e che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.

Per intuire il clima dell’epoca basta ricordare la “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio”, pubblicata nel 1996 contro “gli stanchi giganti di carne e acciaio” da John Perry Barlow. Erano gli anni in cui si pensava che Internet avrebbe non solo cambiato, ma addirittura migliorato il mondo. Gli anni che prepararono la grande bolla hi tech che stravolse i mercati agli inizi del XXI secolo, costringendo la Fed a metterci una costosissima toppa. Un al ’29 sfiorato, si potrebbe dire, che ci ha portato dopo una brevissima Belle époque nei primi anni del XXI secolo al redde rationem del 2008.

Quei tempi generano un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, definito come multi-stakeholder, ossia basato su molti portatori di interessi, il primo dei quali era – e ovviamente non a caso – il governo americano. Alla politica di potenza territoriale, cui corrispondeva una meccanismo di globalizzazione targato a stelle&strisce, con gli alleati a far la coda del pavone (Canada, Australia, Giappone e Unione europea), corrispondeva di fatto una politica di potenza digitale, graziosamente condivisa con numerosi soggetti dell’industria privata, della società civile e organizzazioni internazionali e intergovernative.

Questi gruppi di interesse hanno gestito lo sviluppo del software, dei protocolli e dell’hardware infrastrutturale – la “dorsale” di Internet” – trovando nell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interesse arrivavano a composizione. Tecnicamente l’Icann era una società no-profit, fondata nel 1998 in California, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal dipartimento delle difesa, ma da quello del commercio. Sottile sfumatura che ricorda il vecchi adagio, per cui la spada traccia il solco e l’aratro lo approfondisce.

La funzione dell’Icann è squisitamente tecnica, ma sostanzialmente politica. In sostanza traduce le parole in numeri binari per indirizzare le richieste degli utenti verso gli indirizzi di destinazione. Quindi deve garantire che questa traduzione sia univoca per consentirci di arrivare alla una qualunque pagina web quando digitiamo l’indirizzo sul browser. Ciò significa che garantisce l’unicità del nome di un dominio. Non ci possono essere due thewalkingdebt.org, insomma (anche perché è inimitabile).

Oltre a questo l’Icann assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Dulcis in fundo, Icann regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati. Pure senza bisogno di essere esperti di informatica, si capisce che Icann gestisce il giocattolo e lo fa funzionare.

Questione tecnica, quindi, Ma anche politica, Come è stato molto opportunamente ricordato c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. Se queste tre società entrano in conflitto sulla titolarità del dominio chi dovrà decidere a chi assegnarlo? Icann. E a chi si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir? Sempre all’Icann.

L’evidenza politica dei Tld è ancora più ovvia quando si pensa che uno stato territoriale, magari frutto di una secessione dopo una guerra civile, può ottenere il suo Tdl, che qualifica la sua esistenza come entità statuale nello spazio web, ancor prima che magari lo riconoscano altri stati.

Per quanto Icann fosse stato creato per allontanare con uno schermo tecnico gli Usa da Internet, divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente per celare il gigante americano che comunque continuava a tenere le fila del gioco. La neutralità della rete non lo era nei confronti del suo creatore, e sarebbe strano il contrario. E tuttavia rimase tutto così fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Nel mondo intanto si era verificata una piccola catastrofe informativa. Che ovviamente passava da Internet.

(1/segue)

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