Cronicario: La carta stampata sparisce, ma c’abbiamo la smart home


Proverbio del 16 dicembre Tutto arriva per chi sa aspettare

Numero del giorno: 0,1 Crescita  % pil mensile a febbraio secondo Confcommercio

Ora non fatemi diventare nostalgico, a me che son cresciuto pestando articoli sulle macchine da scrivere – una delle esperienze più devastanti per il sistema nervoso di una persona e chi dice il contrario mente – e non mi venite a raccontare, come ha fatto il boss del New York Times che fra dieci anni il giornale di carta non ci sarà più, visto che peraltro la davano già per estinto alcuni anni fa.

Niente nostalgie dicevo. Primo perché non c’è nulla di che essere nostalgici: i giornali di carta puzzano e ti sporcano le mani, sono scomodi da leggere e non entrano nel taschino. Dieci anni mi sembrano persino troppi coi tempi che corrono alla velocità dei click. Secondo, perché in Italia ce ne vorranno almeno venti: giusto il tempo che la natura faccia il suo corso. Avete mai visto un 15-30enne col giornale sotto l’ascella di recente? No, appunto. Ed ecco spiegato il motivo. Siccome i nostri anziani  – Dio li benedica – godono di ottima salute e sono il 22% della popolazione, ecco spiegato perché da noi i giornali di carta resisteranno qualcosina in più. La loro speranza di vita è collegata a quella dei nostri nonni. Tutto chiaro? Bene. Ma allora perché mi sento nostalgico?

No davvero, è impossibile avere nostalgia di un oggetto che nasce già morto con le notizie di ieri ed è insostenibile, sia dal punto di vista finanziario che ambientale: ettari di foreste sacrificate alla vanità degli editorialisti! E tuttavia…

Peraltro essere nostalgici di un manufatto primitivo che in sostanza è l’anello mancante fra Gutemberg e l’IPhone è del tutto fuori luogo in un mondo dove succedono cose come questa.

Come cos’è? Non ditemi che vi siete persi l’evento della matinée hi tech: l’ultima release dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano. Chiedetevi se anche voi fate parte di quel 38% di consumatori italiani che ha almeno un oggetto connesso dentro casa (non lo smartphone, almeno una telecamera, o se fate parte di quel 51% che è preoccupato per la privacy e che tuttavia ha contribuito a creare quel mercatino da 250 milioni (per ora) che ruota attorno alle case del futuro. Quelle dove si parla con gli altoparlanti per accendere la tv, invece di chiederlo a vostra moglie (o marito, o altro) perché non avete avuto il tempo di trovarvene una, dovendo fare un doppio lavoro per pagarvi il wi fi.

D’accordo, niente nostalgie. Però siate consapevoli che fra “videocamere di sorveglianza, termostati, caldaie e lavatrici proliferano gli impieghi delle soluzioni Internet of Things per la Smart Home”. Ricordatevi che “i consumatori oggi hanno a disposizione diversi nuovi punti di contatto per acquistare soluzioni per la casa connessa, tra retailer (tradizionali e online), produttori, assicurazioni, utility e telco che coprono già il 30% dei canali di vendita”. E soprattutto state all’erta: “Ormai in Italia mancano all’appello solo i grandi operatori Over-The-Top come Amazon, Google e Apple, che all’estero hanno appena iniziato la battaglia globale degli assistenti vocali intelligenti (Smart Home speaker), destinata a rivoluzionare il settore”.

Ecco: adesso lo sapete. E adesso che lo sapete fate una cosa carina: andate in edicola e comprate un giornale per il week end. Non serve a niente, ma almeno non vi rompe le balle con le notifiche.

A lunedì.

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Cartolina: I salari Usa crescono, ma anche no


Viviamo immersi in un mondo di narrazioni, la cui fondatezza è basata esclusivamente sul numero di persone che le condividono, scritte apposta per costruire certezze. Per cui suscita scontento chi dubita, chi offre strapuntini di ragionamento, chi – semplicemente – cerca dimostrazioni. Una delle storielle più ripetute in queste settimane, nelle quali le borse rifiatano dopo aver corso fino all’inevitabile infarto, è che la crescita dei salari Usa abbia acceso il motore dell’inflazione, che da anni gira a bassa intensità, e ciò potrebbe indurre la Fed a fare più di ciò che sta facendo per alzare i tassi di interesse, con conseguenze potenzialmente distruttive sui mercati finanziari. Gli osservatori più occhiuti e consapevoli sanno bene quanto fragile sia questa catena di ragionamenti, ma tanto basta ad accendere il dibattito, e così sia: l’inflazione sale per colpa della crescita dei salari, le borse calano per la paura della Fed. Facile e rassicurante. Rimane poca attenzione per chi voglia sapere oltre a credere. Giusto due righe per guardare ai dati che mostrano come, nel migliore dei casi, prendendo a esempio il dato sui guadagni orari, l’aumento reali dei salari al novembre 2017 sia stato di circa il 4% rispetto al livello di giugno 2009. Scusate se è poco.

Cronicario: Vino e pecorino si vendono meglio del telefonino


Proverbio del 15 febbraio Meglio un nemico intelligente che un amico sciocco

Numero del giorno: 36 Aumento % debito pubblico Italia nel 2017 sul 2016

Stai a vedere che la notizia del giorno è che abbiamo esportato un sacco di roba nel 2017, mi dico, osservando l’ultima release Istat sul commercio estero, prima di essere distratto da una notizia succulenta arrivata dall’estero.

E che ci può essere di più interessante di 47,5 miliardi di surplus commerciale in un anno, che sarebbero stati 81 senza la componente energetica, a parte il fatto che gas e petrolio si sono mangiati quasi la metà dei nostri profitti commerciali?

Gli Usa: what else? Accade tutto laggiù. Mentre i nostri teleradiowebgiornali ci stupidivano con le minchiate da campagna elettorale – se vi appassiona quella roba avete sbagliato canale – a un certo punto i capi di Fbi, Cia e Nsa, ossia i Grandi Spioni americani, lanciavano al Congresso Usa un allarme risuonato in tutto il mondo, come merita un allarme lanciato dai meglio ficcanaso conosciuti (quelli sconosciuti sono più bravi ovviamente): non comprate smartphone cinesi come quelli di Huawei o gli ZTE, rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. “Il rischio principale – ha detto il boss dell’Fbi – è quello di permettere a società vicine al governo di Pechino di infiltrarsi nella rete tlc Usa, con la possibilità di rubare o modificare informazioni e di fare spionaggio”.

Vi sembra una cosa seria? A Verizon, che un paio di settimane fa ha deciso di non associare più Huawei alle sue offerte commerciali, facendo il paio con quanto deciso a inizio gennaio da AT&T, deve essere sembrata serissima. Ma il vostro Cronicario, che sente a miglia la puzza di fregature, non ci è cascato. La storiella che gli Usa temono lo spionaggio dei telefonini cinesi, in un mondo pervaso da una crescita costante di device e microchip prodotti in Asia, mi ha ricordato un bel paper diffuso qualche tempo fa dal Fmi dove si notava l’incredibile crescita dell’export cinese di smartphone, col picco del +150% raggiunto ai primi del 2016, con il mercato Usa a far la parte del leone col 28% del totale delle importazioni.

Questo in un mercato che nel 2016 ha contato un miliardo e mezzo di smarthone venduti, uno ogni cinque abitanti nel mondo, maturato in un pugno di anni tanto da far sospettare che ormai sia saturo.

Un mercato dove Apple fa la parte del leone. A proposito, ma gli IPhone (tutti) prodotti in Cina sono meno pericolosi dei Huawey? O il fatto che la Samsung abbia stracciato la Intel nella vendita di semiconduttori è un pericolo per la sicurezza nazionale?

Siccome nessuno sa dove si annodi il bug che ti spia quando c’è di mezzo l’hi tech, mi sorge il sospetto che l’allarme proditorio risuonato nelle aule del Congresso (a quando quello sugli antivirus russi?) sia il modo contemporaneo di declinare la competizione commerciale nel mercato dei telefonini, che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, tanto che Apple ormai deve rilasciare almeno tre telefoni l’anno per accendere la libidine dei consumatori.

Più che guerra di spie, guerra da bancarella, insomma. Una sensazione che mi viene confermata dal fatto che la Huawey poco dopo la sparata degli 007 abbia pubblicato una nota nella quale ha accusato il governo Usa di voler inibire il loro business, con chicca finale per gli appassionati delle risse: “Huawei gode della fiducia di governi e clienti in 170 paesi in tutto il mondo e non pone rischi di cyber security più elevati di qualsiasi altro fornitore del settore tlc, condividendo la catena distributiva e capacità produttive”. Come dire: chi non spia scagli la prima pietra.

Di fronte a questa sciarada, mi convinco che ancora una volta che la prima impressione è davvero quella che conta. Avevo colto il succo prima che gli spioni mi distraessero: la vera notizia del giorno è il nostro surplus commerciale, specie quando leggo che secondo Coldiretti abbiamo fatto il record, oltre 41 miliardi, di export dall’agroalimentare. Praticamente quasi quanto il totale del surplus. Primeggiano le esportazioni di formaggi (+9), salumi (+8%) e vino (+7%). Altro che smartphone. Il mercato per vino, prosciutto e pecorino non si satura mai. Al massimo si sazia.

A domani.

L’occupazione europea cresce sempre più. Per gli anziani


La Bce, nel suo ultimo bollettino, propone un articolo molto interessante sulla ripresa del mercato del lavoro nell’eurozona che ci consente di capire quali siano state le determinanti della ripresa occupazionale nell’area. Per avere un’idea del progresso fatto, può essere utile riportare gli ultimi dati Eurostat.

La diminuzione della disoccupazione è stata associata a una crescita del tasso di partecipazione, che è in relazione con l’aumento della forza lavoro. Il tasso di partecipazione misura infatti il rapporto fra la forza lavoro di un paese e la popolazione civile in età lavorativa. La forza lavoro invece è la somma di lavoratori occupati e lavoratori in cerca di occupazione (e quindi disoccupati). Il tasso di disoccupazione è il rapporto fra il numero dei disoccupati e la forza lavoro. Aumentando la forza lavoro, ossia il denominatore, il tasso di disoccupazione potrebbe scendere pur rimanendo fermo il numero dei disoccupati, esattamente come accade quando aumentano gli inattivi. E’ bene ricordare sempre queste definizioni sennò non si colgono le sfumature dei dati. “Attualmente – scrive la Bce – la forza lavoro è maggiore del 2 per cento rispetto a prima della crisi”. Quindi questo andamento ha sicuramente contribuito al miglioramento del dato sulla disoccupazione. Ma ovviamente non è stato il solo. “Sono tre i principali fattori che hanno contribuito all’aumento dell’offerta di lavoro nell’area dell’euro negli ultimi decenni: il numero crescente di donne e persone più anziane occupate o in cerca di lavoro e l’immigrazione”.

Di questi tre fattori, il più interessante, anche per la sua influenza quantitativa, è sicuramente il primo, che è stato notevolmente influenzato da alcune riforme strutturali che sono intervenute all’indomani della crisi in alcuni paesi europei. In particolare la riforma delle pensioni. Tutti e tre i fattori, tuttavia, hanno contribuito all’aumento dell’offerta di lavoro, risalita ormai al livello pre-crisi.

Ma per apprezzare meglio il contributo dei singoli fattori, si può guardare a quest’altro grafico, che analizza come si sia distribuito fra i vari fattori l’incremento dell’occupazione fra il 2013 e il 2017.

Come si può osservare – ricordate che stiamo parlando dell’intera eurozona – quasi l’80% della nuova occupazione creata nel periodo ha riguardato la classe dei 55-74enni, con le donne in leggera prevalenza e il livello di istruzione più elevato con contratti in gran parte a tempo pieno, pure se la Bce osserva il “forte ricorso a
contratti a tempo parziale”.

Come si spiega questa prevalenza dei lavoratori più anziani? Da una parte dipende dal fatto che la generazione del baby boom sta diventando più attempata, aumentando quindi questa popolazione. Questa dinamica interessa tutti i paesi dell’area. Ma la vera novità è che a tale invecchiamento naturale non abbia corrisposto contemporaneamente un uscita equivalente dal mondo del lavoro. Malgrado sia aumentato il numero delle persone in pensione, infatti, è aumentato altresì il tasso di partecipazione della popolazione più anziana. Anche questo fenomeno ha interessato tutti i paesi dell’area, ma non tutti con la stessa intensità.

Le riforme pensionistiche, fatte in Francia e Germania prima della crisi e in Italia e Spagna dopo la crisi, hanno sicuramente contributo a questo trend ma non per tutti con la stessa intensità. “L’età pensionabile stabilita per legge è aumentata in tutti i principali paesi dell’area dell’euro – scrive la Bce -. Tuttavia, l’età pensionabile effettiva è cresciuta in maniera significativa solo in Germania, segnatamente da 59
anni nel 1996 a 62,7 anni nel 2014”. In Italia si osserva una maggiore inclinazione della curva a partire dal 2012, talché il tasso di partecipazione di questa coorte sfiora il 30%, superiore a quello della Francia ma ben al di sotto di quello tedesco che gravita intorno al 45. D’altronde l’Ocse ha di recente certificato che l’età effettiva di pensionamento in Italia, in virtù dei varie espedienti concessi dai governi (ad esempio i cd Ape social), rimane molto bassa.

La crescita di occupazione nella fascia d’età 55-74, tuttavia, è stata rilevante, cumulandosi l’effetto dell’aumento del tasso di partecipazione con quello dell’invecchiamento della popolazione, col primo driver a prevalere sul secondo.

E’ interessante altresì osservare che dal 2000 si è notevolmente allargato il gap fra i tasso di disoccupazione dei più anziani e quello fra la popolazione in piena età lavorativa.

“I livelli generalmente bassi dei tassi di disoccupazione della popolazione in età più avanzata rispetto a quella in altre fasce di età si spiegano con il fatto che la popolazione in età più avanzata tende ad alternare lo stato di occupazione a quello di inattività piuttosto che quello di occupazione a quello di disoccupazione”. Questo forse spiega perché i 55-74enni abbiano un tasso di disoccupazione vicino a quello pre crisi, mentre il contrario non può certo dirsi per i giovani. Sono loro i veri sconfitti dalla crisi. E non solo perché faticano a trovar lavoro, ma perché in gran parte si tratta di lavoro temporaneo o a tempo parziale.

In tali condizioni è lecito supporre che questi giovani avranno una vecchiaia complicata.

 

Cronicario: La love story dello Zerovirgola fra Giappone e Italia


Proverbio del 14 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno 118 Incremento % utili di Baidu nel IV trimestre 2017

Siccome è San Valentino e il vostro Cronicario è schiavo come ognuno delle ricorrenze, oggi dovrei mandarvi dei fiori e parlare d’amore riuscendo persino a non addormentarmi nel frattempo.

Ma siccome il Cronicario è sempre il Cronicario e notoriamente voi siete assetati di aridi numeri, approfitto del pretesto che mi offrono gli ultimi dati del pil italiano, cresciuto nientemeno che dello 0,3 nell’ultimo trimestre 2017, per raccontarvi una love story poco conosciuta e tuttavia sotto gli occhi di tutti: l’attrazione fatale fra noi e i giapponesi, esperti come noi nella pratica della crescita Zerovirgola. Per dire, hanno nell’ultimo trimestre 2017 hanno fatto lo 0,1% su base trimestrale e lo 0,5 su base annua e festeggiano pure. “Credo non ci si sbagli a dire che l‘economia si trova in uno stato piuttosto buono”, ha detto alla Reuters il capo economista di Dai-ichi Life Research Institute Yoshiki Shinke.

Si festeggia anche perché il Giappone è riuscito a infilare il suo ottavo trimestre consecutivo di crescita. Un miracolo paragonabile all’apparizione della Madonna, visto che si verifica a intervalli similarmente ampi. In questo caso, non succedeva dal 1989. E guardate adesso noi.

Abbiamo inanellato il nostro quattordicesimo rialzo consecutivo, portando la crescita 2017 all’1,5, il triplo di quello del Sol Levante. Siamo meglio dei giapponesi: per questo ci amano Siamo i giapponesi dell’Ue. Nel senso che siamo gli ultimi della classe dell’EZ per crescita, ma con grande dignità.

Notate come la curva della crescita dell’Eurozona incroci quella Usa, e poi aprite le orecchie perché anche oggi risuona il frastuono allarmato dei gufi di mestiere, che si sono accorti che l’inflazione Usa è cresciuta più del previsto, arrivando al 2,1% su base annua. Basta questo a far ripartire la tiritera che le borse calano perché hanno paura che la Fed alzi i tassi prima e più del previsto. Roba talmente stucchevole, specie in un giorno di festa, che preferisco cedere al sadomasochismo e osservare la Germania che ha fatto lo 0,6 di Pil in più sul trimestre precedente e il 2,9 su base annua stracciando tutti.

Dovendomi consolare noto soddisfatto che la nostra crescita è stata poca ma buona, perché ci stanno dentro sia la domanda interna che quella estera netta. E per giunta mamma Istat mi rassicura riportando che pure se adesso andassimo piatti per tutto l’anno, comunque chiuderemmo il 2018 con un +0,5%.

Leggo persino un economista della nostra Nomisma sottolineare che nel 2017 “si sono cominciati a vedere gli effetti del consolidamento fiscale e delle riforme strutturali, dal Jobs Act a Industria 4.0”. Vedete quanto somigliamo al Giappone? E questo tizio non è neanche l’ultimo giapponese. E’ il primo di una lunga serie.

A domani.

 

I consigli del Maître: L’estinzione degli italiani e gli anziani al lavoro


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I progetti cinesi sull’Artico. Il governo cinese ha pubblicato alla fine di gennaio un paper molto interessante sulla Polar silk road, la via della seta sull’Artico, del quale molto poco si è discusso sulla stampa italiana al contrario di quella estera. Un peccato perché la tematica è di grande interesse atteso che nell’Artico sono custodite enormi riserve di risorse energetiche, il 13 di quelle petrolifere non scoperte e il 30% del gas, e soprattutto lo scioglimento dei ghiacci sta favorendo la nascita di nuove rotte commerciali, che minacciano di terremotare le consuetudini del commercio internazionale spostando i traffici dal sud al nord del mondo.

La Cina dal 2013 ha ricevuto lo status di osservatore in senso all’Arctic Council, il forum intergovernativo dei paesi che hanno prossimità con il Polo, ed è divenuta assai attiva in quel consesso, per lo più utilizzando le relazioni con la Russia, tramite le partecipazioni acquistate nella Russian Yamal Liquified Naturale Gas (LNG), una iniziativa della compagnia russa Yamal per estrarre gas dall’Artico. Anche l’Italia ha il ruolo di osservatore nel Consiglio Artico, ma a quanto pare non siamo molto attivi. Peccato, perché lo spostamento dei traffici commerciali verso nord dovrebbe interessare molto un paese che esporta come il nostro. Ma non è mai troppo tardi per applicarsi.

La lenta estinzione degli italiani. Gli ultima dati Istat sull’andamento della nostra demografia, aggiornati al 2017, confermano che la condizione della popolazione è in costante peggioramento. Anche l’anno scorso la popolazione è  diminuita, di circa 100 mila unità, visto che sono morte più persone di quante ne sono nate e il saldo migratorio non è bastato a compensare. I nati sono stati il 2% in meno del 2016, 462 mila bambini, un nuovo minimo storico, 112 mila italiani sono emigrati, e ormai gli ultra65enni hanno superato il 22% della popolazione, a fronte di poco più del 13% degli 0-15enni. Gli immigrati sono circa 5 milioni, e senza di loro saremmo 55 milioni invece dei circa 60 che siamo adesso. La speranza di vita è stabile, intorno agli 80 anni per gli uomini e gli 84 per le donne. Ma con queste cifre, le speranze di crescere non sono certo esaltanti.

La crescita dell’occupazione di donne e anziani nell’EZ. L’ultimo bollettino economico della Bce ha sottolineato il notevole contributo dato alla crescita dell’occupazione nell’area nella fase della ripresa economica dall’aumentata offerta di lavoro da parte di donne e persone in età avanzata, oltre ai flussi migratori. A conclusione dell’osservazione gli economisti della Bce deducono che nel medio lungo termine l’offerta di lavoro diminuirà in corrispondenza dell’invecchiamento della popolazione per questo sarebbero necessarie politiche volte a sostenere la forza lavoro e la crescita dell’occupazione, ad esempio attraverso l’assistenza ai disoccupati di lunga durata, dei migranti e di altre categorie che si connotano per i bassi tassi di partecipazione. E’ interessante sottolineare, tuttavia, che all’aumentata offerta di occupazione registrata in questi ultimi anni ha contribuito significativamente anche l’aumento dell’età pensionabile.

Malgrado siano aumentati i pensionati, sono aumentate anche le persone di età superiori ai 55 anni che lavorano, anche per l’ingresso della generazione del baby boom in questa coorte. Di conseguenza cresce anche il tasso di partecipazione.

Noi italiani abbiamo lasciato solo l’anno scorso l’ultimo posto ai francesi. D’altronde siamo il paese dell’Ape. L’età pensionabile stabilita per legge è aumentata in tutti i principali paesi dell’area dell’euro. Tuttavia l’età pensionabile effettiva è cresciuta in maniera significativa solo in Germania, segnatamente da 59 anni nel 1996 a 62,7 anni nel 2014. Fra il dire e il fare…

Il profondo rosso del deficit commerciale americano. A dicembre il deficit commerciale Usa ha raggiunto un altro picco, superando i 53 miliardi di dollari, il più ampio dall’ottobre 2008 che tutti ricordano come il mese nero dell’economia Usa e poco dopo internazionale. Il deficit è cresciuto verso i principali partner, a cominciare dalla Cina ed è un segnale che le politiche intraprese dall’amministrazione Trump non sembra stiano raggiungendo l’obiettivo prefissato, ossia recuperare l’ampio deficit nei commerci dal parte del gigante americano.

Come si vede dal grafico, il deficit è migliorato solo in conseguenza del crollo del commercio internazionale. Se questo è il prezzo da pagare, forse gli Usa farebbero bene a tenerselo.

Cronicario: Quando sento parlare di equità intergenerazionale metto mano al Def


Proverbio del 13 febbraio Ci vuole tutta la vita per capire che non serve capire tutto

Numero del giorno: 3 Tasso di inflazione in UK su base annua a gennaio

Oggi le comiche del Cronicario cominciano prima del solito, più o meno alle 11, quando ancora il cazzeggio vola basso per evidenti motivi legati al bioritmo sociale.

Insomma a una cert’ora leggo la seguente perla rilasciata dall’augusto eminentissimo presidente della Corte dei Conti, che non sono nobili decaduti, ma magistrati con la passione della ragioneria, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2018, evento che nel nostro paese è sempre prodigo di grandi soddisfazioni e sfoggio di toghe.

Quanto alle soddisfazioni, leggete qua: “”Il quadro attuale della finanza pubblica ci indica come non più praticabile il percorso che, per assicurare i necessari livelli di servizi alla collettività, faccia ricorso ad una ulteriore crescita del debito pubblico. Una via preclusa non tanto dagli obblighi che ci provengono dall’esterno, dagli accordi europei, quanto piuttosto dal rispetto di un maggior equilibrio intergenerazionale nella ripartizione degli oneri”.

Cedo all’entusiasmo per tre secondi netti, ma solo perché non sono ancora lucido. La mia condizione di aggrava quando, poco dopo, nel cronicario globale risuona, dopo la clamorosa affermazione del presidente dei magistrati ragionieri, la nenia del presidente dei consiglio, il gentile Gentiloni, che comunica la seguente notizia: “All’incoraggiante situazione della crescita corrisponde un andamento positivo dell’avanzo primario: è dell’1,7% nel 2017 e potrebbe ulteriormente migliorare superando il 2% nel 2018”. Mi stropiccio gli occhi e d’improvviso mi ricordo della collezione completa dei Def, il documento di economia e finanza che il governo aggiorna due volte l’anno con grande spreco pagine, che custodisco nei recessi dell’hard disk come rimedio per gli eccessi di entusiasmo. Inizio a scorrerla e improvvisamente la realtà irrompe nella giornata. Scopro la notizia: per la prima volta nella storia repubblicana recente, al netto dei condizionali, il governo ha azzeccato una previsione sul DEF. Ecco il quadro del DEF 2017 aggiornato a ottobre.

Avanzo primario 2017 all’1,7% del Pil e del 2018 al 2%. E giù applausi. Tanto chi se lo ricorda cosa diceva il Def 2016, o gli altri DEF prima di lui?

Perché se uno se lo ricorda allora la notizia non è tanto che il governo abbia azzeccato una previsione, quanto il fatto che abbia rivisto parecchio al ribasso il risultato che pensava di raggiungere nel 2016 (avanzo primario al 2,4% pil nel 2017 e al 3,3 nel 2018).

e che non siamo neanche a metà di quello che sperava nel 2015.

E concludo col 2014 non perché sono sadico, ma per farvi capire che abbiamo un serio problema di memoria. Per noi quattro anni sono un’era geologica.

Cioé nel 2014 il governo ha messo per iscritto che saremmo arrivati a fine 2018 con un avanzo primario del 5% (e non eravamo neanche in campagna elettorale) e un debito pubblico lordo del 120% sul Pil. E vi faccio grazia dell’avanzo di bilancio dello 0,3%, che vuol dire in pratica che avremmo raggiunto e superato l’agognato (e promesso) pareggio di bilancio. Siamo arrivati dove siamo, invece, malgrado la ripresa economica, i tassi bassi, la ripresa del commercio estero eccetera eccetera. Ora capite perché quando sento parlare di equità intergenerazionale e di opportunità a non aumentare il debito metto mano al Def.

A domani.

La Cina fa la sua mossa nel Grande gioco economico dell’Artico


La Cina ha inaugurato il 2018 con una mossa di grande peso geopolitico destinata a riaprire il dibattito sul futuro dell’Artico, il Grande Nord celebrato da poeti e geografi, l’ultimo spicchio di terra rimasto da scoprire, letteralmente. Questa scoperta si sta compiendo da diversi anni, da quando lo scioglimento dei ghiacci sta liberando enormi porzioni di territorio che rendono la terra polare non solo più facilmente navigabile, ma consentono ai mezzi dell’uomo di avventurarsi alla ricerca delle straordinarie risorse naturali che qui sono custodite. Risorse alimentari – grandi banchi di pesce – e soprattutto energetiche, visto che le stime ipotizzano che sotto il ghiaccio sempre più sottile dell’Artico siano custodite enormi cassaforti energetiche di petrolio e gas. Si stima addirittura il 25-30 % del totale delle riserve non ancora sfruttate. Ma non c’è solo questo. Per capire la straordinaria importanza strategica dell’Artico bisogna osservare una mappa o un planisfero e notare come dal vertice del mondo si dipanino straordinari vie di comunicazione che collegano gli Oceani diminuendo vertiginosamente le distanza fra mercati lontanissimi.

Questo scenario sottintende enormi complessità che la geografia simboleggia nel bacio che sembra si scambino l’estrema propaggine statunitense con quella russa, dove si incrociano i due passaggi, quello Nord Occidentale quello Nord Orientale che danno accesso agli oceani. I due giganti della politica separati da un cerchio di ghiaccio, che non solo si sta sciogliendo, ma che custodisce anche enormi tesori. Per molto meno ci sono stati gradi crisi, in passato.

Il risiko si è complicato da quando la Cina ha bussato alla porta del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che raggruppa i paesi che confinano col Circolo polare ed è stata annoverata, nel 2013, fra gli osservatori permanenti. Anche l’Italia fa parte dei tredici paesi ammessi a partecipare ai meeting dell’organismo, ma certo con assai meno influenza e peso politico, non potendo contare, a differenza delle Cina, su grandi risorse finanziarie e soprattutto del sostegno indiretto della Russia, alla quale la Cina ha messo a disposizione le sue straordinarie risorse, finanziarie ma anche industriali e commerciali. Un altro pezzetto del puzzle che la Cina sta componendo con orientale pazienza per disegnare il nuovo volto della relazioni internazionali, che segue idealmente a quello della Belt and Road Initiative (BRI), lanciata dai vertici cinesi pochi anni fa, ossia un sistema di collegamenti infrastrutturali capaci di saldare l’Eurasia all’Africa. Un disegno ambiziosissimo che nella visione cinese include circa 60 paesi. Ne riparleremo.

Adesso anche il Circolo Polare sembra entrato di diritto nella partita globale giocata da Pechino. Alla fine di gennaio, infatti, il governo cinese ha pubblicato un libro bianco sulla “Polar silk road”, che passa dall’Artico che ha avuto moltissima evidenza all’estero (e quasi nulla in Italia) dove si delinea la visione del governo cinese sul futuro di questa nuova via della seta, che potenzialmente potrebbe rivoluzionare le rotte commerciali con ricadute notevolissime sugli scambi internazionali e sulla logistica portuale. Questione che dovrebbe interessare vivamente paesi come il nostro che sull’export di merci ha fondato la sua ripresa economica. Basterà solo un esempio a far comprendere i risvolti economici potenziali. Attraverso le attuali rotte commerciali servono nove-dieci giorni per trasportare merci dalla Cina all’Europa passando dal Mar meridionale della Cina, l’Oceano Indiano e il Canale di Suez. Al contrario la Polar silk road immaginata dai cinesi potrebbe collegare l’Asia all’Europa attraverso le rotte costiere della Russia in maniera assai più rapida e soprattutto attraversando un’area politicamente più stabile e meno esposta alla pirateria, pure se con la complicazione che le rotte artiche sono utilizzabili solo utilizzabili solo nei mesi estivi.

Al momento le due rotte principali sono il passaggio Nordoccidentale e quello Nordorientale (Northwest Passage, NWP e Northeast Passage, NEP), e ce n’è un terzo la Transpolar Sea Route, che passa proprio in mezzo ai due passaggi fondamentali, che può essere utilizzata solo da pesanti navi rompighiaccio. In generale l’Artico soffre di un grande deficit infrastrutturale. Ed è per questo che nel suo libro bianco la Cina ha invitato le aziende a investire nella regione, cosa che peraltro è  già avvenuto anche se tramite le compagnie sovietiche. Lo vedremo più avanti. Per il momento accontentiamoci di rilevare che l’approccio cinese alla questione artica è assolutamente morbido, ma non per questo meno invasivo. La Cina vuole essere cooperativa e rispettosa delle complessità non solo geopolitiche ma anche ambientali sottintese nella “storica opportunità dello sviluppo dell’Artico”, come spiega il documento. Nel lungo paper, che illustra l’approccio politico cinese, il paese sottolinea più volte di voler essere rispettoso dell’ambiente, di voler promuovere la pace e la stabilità nell’area, di voler utilizzare le risorse artiche nel rispetto delle leggi internazionali e in maniera razionale e di voler contribuire ad approfondire l’esplorazione e la comprensione dell’Artico. Una dimostrazione di buone intenzioni che fa il paio con i tanti segnali che la Cina ha lanciato alla comunità internazionale per accreditarsi quale partner affidabile e di peso assimilabile, se non uguale, a quello degli Usa, dai quali arrivano messaggi che lasciano pensare a una crescente voglia di disimpegnarsi delle complessità della global governance, ammesso che ciò sia possibile.

Per arrivare a questo punto la Cina ha tessuto un paziente disegno di relazioni, costruendola su quella principale con la Russia, probabilmente la più importante nella partita artica. E questa storia merita un approfondimento a parte.

(1/segue)

Cronicario: L’America Saudita raddoppia, alla faccia dell’Opec


Proverbio del 12 febbraio Per spostare una montagna si inizia dalle piccole pietre

Numero del giorno: 0,1 Calo % disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse

Mentre il petroyuan fa sghignazzare i trader petroliferi, che non vedono l’ora di quotare il barile in valuta cinese, nel duro mondo delle cose serie si assiste attoniti al progredire dell’America Saudita, ossia il nuovo primo produttore di petrolio grazie alla tecnologia shale che concorre a provocare questo divertente andamento delle quotazioni.

Che messo lì sembra una cosa da nulla, se non fosse che è il segnale di un potente sottosopra che possiamo intuire guardando quest’altro grafico diffuso stavolta da Opec nel suo bollettino mensile fresco di giornata.

Si avete letto bene. Nel 2018 l’Opec stima che la produzione Usa di petrolio aumenterà di circa 1,3 milioni di barili, quasi il doppio della crescita 2017 di circa 700 mila circa. Se sommate l’aumento di produzione di quest’anno a quello scorso, ecco qua che il “povero” taglio” da 1,8 milioni di barili deciso in pompa magna da Opec e Russia a novembre 2016, e confermato per tutto il 2018 lo scorso novembre 2017, va tranquillamente a farsi benedire. In pratica gli Usa lo hanno più che compensato, divenendo con l’occasione il primo produttore del mondo. Merito anche del fatto che hanno potuto profittare del rialzo dei prezzi determinato dal taglio di novembre 2016 per rilanciare le produzioni di shale oil, che nel frattempo erano diventate più economiche a differenza di quelle russe o arabe.

Capirete che con questi chiari di luna i produttori tradizionali non siano felicissimi, dovendo persino gestire bilanci pubblici che dipendono pesantemente dagli incassi di petrolio. E d’altronde, chi di sovrapproduzione ferisce, di solito perisce per lo stesso motivo. Certo nessuno poteva immaginare che la produzione Usa crescesse del 5% nel 2017 e potesse esser vista al rialzo di un ulteriore 9% quest’anno. Però tutti prevedono che l’America Saudita non sarà un fuoco petrolifero di paglia. L’IEA, che ha la vista lunga, la inquadra così:

Basterà questo sommovimento a scardinare gli equilibri del mercato petrolifero consolidati in decenni, ora che pure la Cina, non avendo petrolio, prova a giocarsi la partita buttandola in finanza?

Nel dubbio, mettiamoci seduti e compriamo i pop corn.

A domani.

La ragnatela degli oleodotti digitali


Nel fondo degli oceani si tesse la ragnatela più imponente e meno osservata della storia, e probabilmente anche la più strategica della nostra contemporaneità: i cavi sottomarini lungo i quali viaggiano ogni secondo giganteschi flussi di terabyte di informazioni. Secondo le rilevazioni fatte dagli esperti, si contano oltre 400 cavi in servizio in tutto il mondo che  si stima si dipanino per oltre 1,1 milioni di chilometri. Alcuni cavi sono lunghi poche centinaia di chilometri, altri, come l’Asia America gate che unisce i due continenti, arrivano a superare i 20 mila. In sostanza, il mondo dei cavi sottomarini è un garbuglio inestricabile di nodi.

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Se volete farvi un’idea più precisa, il modo migliore è visitare questo sito che propone un aggiornamento costante del mondo dei cavi sottomarini e un censimento accurato della loro titolarità. Di sicuro c’è che la rete dei cavi sottomarini somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria sotto forma di dati più o meno complessi che di fatto rappresentano la nostra vita di ogni giorni. Questi dati oggi sono il nuovo petrolio, ha scritto qualcuno. E se è così, allora bisogna provare a conoscere meglio chi sono i signori di questi oleodotti digitali, soprattutto perché stanno mutando al passo coi tempi. quindi molto rapidamente e in maniera sostanziale. Le vecchie compagnie telefoniche, che tuttoa rivestono un ruolo importante nella rete sottomarina, hanno patito prima la concorrenza dei gestori del trading finanziario, che lucrano su riduzioni millesimali della latenza nella trasmissione dei dati e perciò hanno tutto l’interesse a possedere i cavi e le infrastrutture di trasmissione, e adesso dei giganti dei Internet che sono l’autentica novità del nuovo secolo, come l’arrivo dei trader lo è stata per il finire del XX.

Come ogni grande storia, anche quella dei cavi sottomarini è lunga e complicata. Era il 1842 quando Samuel Morse, il papà che intitola il codice di trasmissione dati più famoso nelle telecomunicazioni, interrò il suo primo cavo nel porto di New York per mostrare la possibilità di trasmettere segnali telegrafici a distanza. Il cavo era ricoperto di canapa e gomma e, incredibilmente, funzionò. Otto anni dopo, nel 1850, si iniziò a posare il primo cavo ricoperto di guttaperca che doveva connettere il Regno Unito con il continente europeo. Ma servirono altri 16 anni per avere il primo cavo transatlantico che collegava Londra con New York. Da lì la ragnatela iniziò a dipanarsi. Nel frattempo la tecnologia della trasmissione dati si evolveva. Nel 1890 si imparò a trasmettere ad alte frequenze e agli albori del XX secolo si riuscì anche a stabilire una connessione telefonica soddisfacente, anche se primitiva.

La prima grande globalizzazione, che dalle ferrovie iniziava a spostarsi sui cavi sottomarini, fu bruscamente interrotta dalle due guerre. Nel primo dopoguerra, la depressione degli anni ’30 e il crescente senso di isolamento fra gli stati impedì la commercializzazioni di tecnologie ormai disponibili a prezzo sostenibile. Sicché solo nel 1955 su posato il primo cavo sottomarino moderno, il TAT-1 (transatlantic 1), costruito con materiali moderni: il polietilene invece della guttaperca, coassiale e capace di ripetere il segnale. TAT-1 connesse le propaggini del Regno Unito con quelle del Nord America. All’impresa parteciparono la At&T, la Canadian overseas telecommunications corporation e l’UK general Post office. Fu inaugurato a settembre del 1956 e consentiva di gestire simultaneamente 35 telefonate. Iniziò l’epoca d’oro della grandi compagnie telefoniche.

Nel 1960 si iniziarono a posare cavi coassiali di maggiore portata e affidabilità e questo processo durò fino agli albori del 1980, quando la tecnologia coassiale fu sostituita da quella della fibra ottica, assai più veloce e potente. Il primo cavo in fibra, il TAT-8, entrò in servizio nel 1988, finanziato da un consorzio con dentro AT&T, France Telecom (l’attuale Orange) e British Telecom. Il cavo collegava Regno Unito, Francia e Usa. Come si vede, gli alfieri di questa rivoluzione furono le compagnie telefoniche, più o meno pubbliche a quel tempo. Tat-T 8 consentiva di gestire simultaneamente 40 mila telefonate. Il problema era che questi cavi attiravano gli squali. Non i finanzieri, quelli arrivarono dopo. Proprio i predatori dell’oceano, che erano attratti dalla corrente elettrica che correva nei cavi, e tendevano a distruggerli. Ciò originò un’altra generazione di cavi. Il PTAT-1 fu schermato per evitare di attrarre gli squali. E così arrivarono gli altri squali. I cacciatori di tesori.

PTAT-1, infatti, fu il primo cavo ottico interamente finanziato dai privati. Nella fattispecie, una compagnia americana, la TelOptik, e da una inglese, la Clabe&Wireless plc, che si proposero niente meno di generare traffico telefonico in concorrenza con i vecchi padroni della nuova ferrovia, ossia AT&T e British Telecom. Fu l’inizio dello sviluppo furioso di Undernet. Fiutando l’affare, nugoli di squali in forma umana si avventarono sui fondali per piazzarvi i loro cavi. In gran parte finanziati da compagnie di telecomunicazione. Questo boom si verificò fra il 1989 e il 2002. E tuttavia questi collegamenti non erano pensati per facilitare il trading elettronico o per veicolare flussi di contenuti multimediali. Servivano a telefonare, mandare fax e, più tardi, le e-mail.

L’anno di svolta fu il 2010. Un’altra società, la Spread Networks, svelò di essere proprietaria di un cavo terrestre lungo 827 miglia che percorreva le viscere delle montagne e sotto il fiume di Chicago (a Chicago ha sede il mercantile exchange, dove si smerciano derivati) fino ad arrivare nel New Jersey. Questo cavo riduceva la latenza da 17 a 13 millisecondi. A differenza degli squali che nuotano nelle profondità dell’oceano, attratti dalla corrente elettrica, gli squali finanziari sono attratti dalla corrente del denaro. E quando si seppe che la Spread network, col suo cavo lungo 827 miglia, aveva ridotto la latenza da 17 a 13 millisecondi, l’attrazione divenne irresistibile.  Il cavo della Spread Network, peraltro, era stato posato espressamente per il trading. E’ così che si arriva all’investimento da 300 milioni realizzato dalla Hibernia per abbassare ancor di più la latenza di altri sei millisecondi. E spiega bene perché nello spazio di pochi anni torme di squali vogliosi di arrivare prima abbiamo realizzato il capolavoro di un crescente utilizzo del trading automatico, che alla velocità di trasmissione assomma quella di esecuzione. Ciò non vuol dire che non si fosse pronti a questa rivoluzione. Già dal 2006, il 99% del traffico internazionale di comunicazione si svolgeva su cavi sottomarini, e solo il residuo 1% via satellite. Tuttora, la fibra ottica è il principale veicolo di comunicazione per la trasmissione di dati internet e nel trading elettronico e, in particolare, nel mercato dei cambi.

Questa immagine tratta da un articolo del Sole 24 ore descrive bene come siano fatti questi cavi.

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Gli squali più grossi si fecero avanti già fra il 2001 e il 2006, quando grandi dealer lanciarono i loro sistemi proprietari di bank trading system. Fra questi colossi si annoverano Barclays’BARX, Deutsche Bank’s Autobahn and Citigroup’s Velocity. Ciò convinse anche EBS e Thomson Reuters, a partire dal 2005, ad aprire i propri sistemi di brokeraggio non più soltanto ai dealer, ma anche agli hedge fund e agli altri trader. Sicché anche le loro piattaforme evolsero in modo tale da adattarsi alle esigenze delle compagnie di High frequency trading che, incoraggiati dall’accelerazione della rete, fiorivano come funghi lungo l’ultimo lustro del primo decennio del XXI secolo e ancor di più dal lustro successivo.

Ma non ci sono solo le compagnie telefoniche e i privati legati alla finanza a popolare la rete dei cavi sottomarini. Oggi nuovi player che sono entrati nel grande gioco sono le compagnie Internet. Le grandi compagnie come Google, Amazon, Facebook e Microsoft sono diventate attivissime nella posa di cavi sottomarini, a volte persino alleandosi, visto che operazioni del genere sono costosissime. Queste entità, scrivono gli esperti, sono i maggiori investitori nella posa di nuovi cavi. Addirittura “la quantità di capacità realizzata dagli operatori di reti private, come questi soggetti fornitori di contenuti, ha superato quella degli operatori della dorsale Internet negli ultimi anni. Di fronte alla prospettiva di una crescita continua della larghezza di banda, il possesso di nuovi cavi sottomarini diventa una scelta sensata per queste aziende”. Ovviamente: la fame insaziabile di dati che sta sconvolgendo le economie di tutto il mondo rende conveniente a chi questi dati gestisce di essere proprietario dell’infrastruttura. Il vecchio modello di business fondato sulla separazione fra carrier e content trova la sua sintesi nel quasi monopolio dei grandi giganti della rete. La ragnatela degli oleodotti digitali, già fitta, è destinata a infittirsi ancora di più in futuro. E grandi protagonisti stanno nella Silicon Valley. Ma questa storia va raccontata a parte.

(1/segue)