La fine dell’egemonia del dollaro (spagnolo): un insegnamento che viene dalla storia

Gli scambi sono una componente essenziale dell’economia. Anche in un sistema autarchico, qualsiasi soggetto economico è costretto continuamente a scambiare risorse: beni, servizi, lavoro e capitale. Un’economia prende forma e si sviluppa in ragione della sua capacità di far circolare ciò che serve per vivere. Quindi tutto ciò che impedisce la circolazione danneggia l’economia.

Restrizioni e trasformazioni

Questa ovvietà merita di essere ricordata, visto che negli ultimi anni, almeno a partire dal 2008, c’è stata una crescita notevole degli impedimenti agli scambi economici globali. Non parliamo solo di restrizioni al commercio, delle quali i dazi sono l’esempio più eclatante. Ma anche di impedimenti fisici, come ci ricorda il caso di Hormuz.

Si tende a pensare che questi impedimenti siano sempre transitori. Che non dureranno fino al punto di causare danni permanenti. Ma la storia ci racconta che a volte basta molto poco per cambiare usi consolidati. Un impedimento ben costruito, che si interponga lungo la linea di forza di una struttura sistemica, è capace di produrre una profonda trasformazione. Di cambiare la storia.

Accadde ad esempio al dollaro spagnolo, che perse il suo ruolo secolare di moneta dominante, nel mezzo delle guerre napoleoniche. La vicenda, raccontata in un bel paper pubblicato dalla Bis di Basilea, è una dimostrazione istruttiva della fragilità di quei sistemi che si credono indistruttibili e immutabili. Nessuno, alla fine del XVIII secolo, quando il dollaro spagnolo in argento denominava gli scambi internazionali, avrebbe mai creduto che un giorno si sarebbe persino perduta la sua memoria. Oggi quasi nessuno ricorda il “peso fuerte“, da cui deriva l’attuale peso latino-americano.

Il peso argenteo spagnolo era di fatto la moneta internazionale da almeno due secoli, ossia da quando la Spagna aveva trovato il tesoro in metalli preziosi custodito nell’America Latina. Interpretava il ruolo del “safe asset” contemporaneo: stava in cima alla gerarchia delle fonti monetarie. Dove oggi si trova il dollaro americano.

L’evento che diede inizio al declino nell’uso del dollaro spagnolo fu la battaglia di Trafalgar dell’ottobre 1805, che consegnò ai britannici, vincitori della flotta franco-spagnola di Napoleone, il dominio dei mari e bloccò per un lungo periodo la circolazione dell’argento che proveniva dall’America Latina, materia prima della moneta spagnola.

Già mesi prima di Trafalgar la flotta inglese aveva imposto un blocco navale a Cadice, centro portuale sull’Atlantico, non lontano da Gibilterra, dove affluiva l’argento americano: quell’argento aveva originato un ecosistema finanziario che coinvolgeva la Francia, l’Olanda e, infine l’Asia, particolarmente la Cina come destinataria finale dei flussi del metallo prezioso delle Americhe.

Ieri come oggi l’Europa era importatrice netta di merci cinesi, soprattutto tè, ceramica e seta, ed esportatrice netta di metallo, che all’epoca era denaro. Era quindi in deficit commerciale.

Ma l’argento spagnolo era molto più che semplice moneta. Di fatto era il collaterale della finanza internazionale e quindi, ad esempio, dei prestiti bancari che alimentavano il commercio.

Il mondo di ieri, insomma, esibiva già la fisionomia di quello attuale. L’argento americano era la base monetaria sulla quale si costruivano relazioni finanziarie complesse. Consentiva, ad esempio, di erogare a credito anticipazioni sui flussi futuri di argento, che venivano attivate per fare prestiti ai governi. Alimentava le riserve delle banche centrali, a cominciare dalla Banca di Francia, attraverso le quali si scontavano le cambiali dei mercati emettendo “note di banco”, ossia banconote. Consentiva, in sostanza, il funzionamento della finanza.

Il seguito di questo articolo si può leggere sul sito di Aspenia on line dove è stato pubblicato nei giorni scorsi.

Cartolina. 2030 auguri

Alla fine del 2030, ossia dopodomani, al netto di ulteriori catastrofi, quindi a scenari invariati, il debito globale degli stati, che al momento si aggira intorno al 94 per cento del pil, supererà la soglia del 100 per cento, arrivando al 102. Un livello mai visto in tempi di pace. Ma d’altronde il nostro è tutto tranne che un tempo di pace. Il grosso di questo incremento lo cumulano Cina e Usa, ossia i campioni di un modello di crescita che sul debito si basa, del quale noi europei siamo pallidi emuli. Non tanto per i livelli di debito, sul quale noi italiani potremmo dare lezioni, quanto sui risultati della crescita, che rimane a dir poco mediocre. Giusto per la cronaca, vale la pena osservare che il grosso di questo incremento è determinato dallo snowball effect, ossia dal fatto che il costo del debito eccede il tasso di crescita reale. Significa interessi che crescono, rispetto al pil, di anno in anno. Questa “palla di neve” punta dritta alla stabilità dei conti pubblici. Auguri a tutti.

Cartolina. Dipendenze

Raccontano che Trump, passeggiando per i giardini di Zhongnanhai di Pechino abbia espresso la sua presidenziale ammirazione per le splendide rose che ornano il parco, aggiungendo persino che avrebbe potuto facilmente abituarsi a questo “bellissimo posto”. Il suo omologo Xi, esibendo la consueta cortesia cinese, ha promesso di mandargli un pacco di semi di rose locali, che magari potrebbero finire a ornare i giardini della Casa Bianca. Le rose cinesi fioriranno di sicuro, specie se seminati nelle terre rare cinesi che arrivano, sempre più abbondanti in terra americana. E con ciò si capisce perché il presidente Usa abbia più volte ripetuto che Xi e lui due condividono la stessa visione su molte cose. Li unisce una cosa rara e preziosa: la dipendenza.

Dopo la pensione gli europei riscoprono la gioia del lavoro

L’Europa dai capelli grigi vede aumentare di anno in anno il numero di lavoratori attempati che partecipano al mercato, un po’ per inerzia demografica, un po’ per necessità, un po’ perché i governi si sono resi conto che le pensioni sono una promessa diventata sempre più difficile da mantenere. Specie in presenza di una conclamata denatalità che ha capovolto in poche generazioni la piramide demografica.

Sicché nel 2025 gli over 65 si prevedono in costante crescita fino al 2035. Un incremento così rilevante in vent’anni può sembrare poca cosa se non si confrontasse con il calo verticale dei tassi di natalità. La conseguenza, osservata dalla Bce nel suo ultimo bollettino, è che “i lavoratori in età più avanzata hanno fornito un contribuito significativo alla crescita dell’occupazione negli ultimi anni”.

Occupazione, che, vale la pena sottolinearlo, ha visto crescere il suo tasso complessivo di 1,7 punti fra il primo trimestre 2022 e l’ultimo trimestre 2025, arrivando al 62%. E una parte rilevante dell’aumento dell’occupazione lo si deve proprio alla fascia più anziana della popolazione in età lavorativa. Anche perché, ovviamente, è molto numerosa.

L’analisi rivela che, pur rappresentando il 34 per cento della popolazione in età lavorativa nel 2022, gli individui fra i 55 e
i 74 anni hanno contribuito per 1,4 punti percentuali all’aumento totale del tasso di occupazione, a fronte di un contributo nullo da parte dei soggetti dai 15 ai 24 anni e di uno inferiore, pari a 0,7 punti percentuali, da parte dei soggetti tra i 25 e i 54 anni. A far la differenza è stata la tendenza, rispetto alle generazioni precedenti, a posticipare la pensione.

I dati infatti hanno riportato un deciso calo della quota di pensionati in particolare fra i lavoratori nell’età compresa fra i 60 e i 65 anni. Tale calo è dovuto alla permanenza al lavoro di persona già attive assai più che dal passaggio di persone inattive in condizione di occupazione.

Detto diversamente, gli anziani non lavorano più a lungo perché scelgono di farlo, ma perché si “trascinano” più a lungo verso la pensione. E’ interessante osservare però cosa succede fra i 66 e i 67 anni (grafico sopra). Scattati i 67 anni, quindi una volta che la persone arriva presumibilmente all’agognata pensione, ecco che magicamente le persone inattive (e probabilmente pensionate) tornano a lavorare, e continuano a farlo anche dopo.

Il che ci dice molto della psicologia dei nostri lavoratori anziani. Che non vedono l’ora di andare in pensione per godersi una rendita che cumulano molto allegramente con una ulteriore entrata da lavoro appena ne hanno l’opportunità. Non è che vogliono smettere di lavorare. Vogliono una pensione e poi magari continuare a lavorare come fa comodo a loro. Nulla di male per carità. Ma forse questa evidenza dovrebbe farci riflettere. Il mercato del lavoro non funziona così bene se produce questi atteggiamenti.

L’import dalla Cina è una sfida per l’Europa

Il fatto puro e semplice, che il grafico in alto a destra mostra nella sua esemplare chiarezza, è che le importazioni europee dalla Cina riguardano una quota crescente di beni di manifattura avanzata, sia come beni finali che come beni intermedi.

Dimenticatevi, insomma, gli anni ’90 e i primi Duemila. Quando dai cinesi importavamo ninnoli e magliette. Oggi sul piatto ci sono auto elettriche, per le quali la Cina ha costruito una filiera completa che rende il prodotto cinese praticamente imbattibile.

Questo spiega perché la Bce dedichi un approfondimento all’impatto delle crescita industriale cinese sull’eurozona. “La crescita dell’industria cinese è un fattore esterno cruciale che influenza l’interscambio, la produzione e i prezzi dell’area dell’euro, riducendo i costi e aumentando le pressioni concorrenziali per i produttori dell’area”, scrivono gli autori. Ma questo che significa in pratica?

Intanto che la struttura industriale cinese è in costante evoluzione. Ormai i produttori cinesi, incoraggiati dalla politica industriale governativa, puntano decisamente verso i settori a tecnologia avanzata che ancora esistono in Europa, dei quali si può dire che l’automotive è stata la prova generale, peraltro superata con ampio successo. Adesso i prossimi della lista sono il settore chimico-farmaceutico e quello dei macchinari avanzati, mentre sul versante hi tech la sfida la Cina l’ha direttamente lanciata agli Usa, visto che l’Europa esprime molto poco in quest’area.

Come ogni cambiamento, anche questo porta rischi e opportunità. “Per i produttori dell’area dell’euro, la penetrazione delle
importazioni da parte dei concorrenti cinesi può avere effetti espansivi grazie alla riduzione di prezzi e costi degli input, ma può anche provocare una rilocalizzazione della produzione indotta dalla maggiore concorrenza”, osserva la Bce.

Rimane il fatto: le produzioni cinesi rappresentano una sfida crescente per le imprese europee, anche quelle più avanzate. Nessuno avrebbe creduto, fino a dieci anni fa, che una casa automobilistica cinese sarebbe stata in grado in un pugno di anni di far concorrenza alle auto tedesche. E invece è successo. “I produttori dell’area dell’euro hanno perso quote di mercato nei settori in cui devono fronteggiare la concorrenza cinese, soprattutto dal 2020 in poi. La penetrazione delle importazioni cinesi nel mercato europeo è notevolmente aumentata, in particolare nei settori a media e alta tecnologia, esercitando pressioni sui produttori europei”, sottolinea ancora la Banca.

Questa nuova penetrazione dei beni cinesi in Europa, che differisce sostanzialmente da quella osservata nei primi Duemila, quando a patire la concorrenza furono soprattutto il tessile e l’arredamento, mostra anche un’altra caratteristica, oltre a quella di rivolgersi a settori a media ed alta tecnologia: si è concentrata molto sui beni intermedi, che sono assai più insidiosi di quelli finali, perché è più difficile difendersene. I dazi sulle automobili complete sono facili da imporre e politicamente più semplici da spiegare rispetto a quelli sulla componentistica. Inoltre c’è un’altra differenza rispetto al passato. Prima all’aumento di importazioni dalla Cina corrispose un aumento di esportazioni verso la Cina. Adesso invece si osserva, sin dal 2021, un calo delle esportazioni europee in Cina.

Questo scenario, che sembra particolarmente avverso per le produzioni europee si arricchisce di dettagli se guardiamo un’altra conseguenza delle importazioni europee dalla Cina riscontrata dalla Bce che fa molto riflettere. Le importazioni di beni cinesi intermedi è correlata a un aumento di 0,6 punti della produzione industriale europea, mentre un aumento delle importazioni di beni finali ha fatto rallentare la produzione europea di un punto.

Gli effetti delle importazioni europee dalla Cina, quindi, hanno una duplice caratteristica. Da una parte “gli shock di produttività positivi in Cina sostengono il PIL dell’UE attraverso effetti di reddito e importazioni di beni più economici, sebbene l’impatto differisca tra i vari settori”. Dall’altra, quando si tratti di beni finali “i produttori dell’UE devono far fronte a una maggiore concorrenza e a un calo della domanda dei loro beni che frena la produzione settoriale dell’UE”. Anche se “la disponibilità di beni importati meno costosi consente alle famiglie di spendere di più, determinando un incremento della domanda aggregata, che in ultima istanza va a beneficio del PIL dell’UE”.

Riepiloghiamo. Le produzioni europee diventano sempre più dipendenti dai beni intermedi cinesi e ne traggono giovamento nella misura in cui il calo dei costi alle importazioni favorisce la loro dinamica produttiva e quindi il costo finale dei loro prodotti. Per converso, importare beni finali cinesi favorisce i consumatori europei – la famosa auto elettrica che costa la metà di quella europea – ma deprime i produttori, pure se gli effetti complessivi sulla crescita potrebbero essere positivi in virtù dell’aumento della domanda aggregata.

Il condizionale è d’obbligo, ovviamente. Specie se si guarda verso un orizzonte temporale lungo. Gli effetti disinflazionistici cinesi, infatti, sono collegati all’evoluzione del mercato interno cinese e quindi alla sua capacità di continuare a perseguire shock di produttività che diminuiscano i prezzi alla produzione. E non è affatto detto che sarà sempre così.

Inoltre le produzioni europee, che fruiscono di questi effetti attraverso l’importazione di beni intermedi, finiscono inevitabilmente col legarsi a filo doppio all’economia cinese, con l’aggravante che questa dipendenza è a senso unico, visto che le importazioni cinesi dall’Europa sono diminuite. Nel lungo periodo saremo tutti morti, diceva un celebre economista. Nel frattempo saremo tutti divenuti un po’ più cinesi.

Le conseguenze macroeconomiche delle guerre

Fra le molte stupidaggini che abbiamo ripetuto tutti almeno una volta nella vita c’è quella che spiega il successo economico del secondo dopoguerra col fatto che la distruzione aveva favorito la creazione. Che insomma i “trenta gloriosi”, come li chiamò un celebre e ormai dimenticato economista francese fossero una conseguenza pressoché automatica dell’attività di ricostruzione dell’economia internazionale e quindi dei paesi devastati dal conflitto.

Questa convinzione, che appartiene alle leggende fondative della nostra società contemporanea, è drammaticamente smentita dall’evidenza empirica, che anche di recente il Fmi ci ha ricordato nel suo ultimo WEO. Gli effetti della guerra sono tutt’altro che positivi per l’economia. Le conseguenze dei conflitti sul tessuto economico – e stendiamo un velo pietoso su quello sociale – sono negative nel medio e nel lungo termine, a meno che non si riesca a ricostruire quell’ingrediente magico che fu l’autentico lievito dei “trenta gloriosi”: la fiducia.

All’epoca questa ricostruzione fu resa possibile da uno sforzo di cooperazione internazionale che ha pochi precedenti nella storia, o forse addirittura nessuno. Dal piano Marshall, fino alla fondazione della CEE, le nazioni occidentali cooperarono fra loro, mentre all’interno gettarono attraverso un welfare pervasivo, le basi di una prosperità collettiva questa sicuramente senza precedenti, che aveva giusto il vizio di avere il fiato corto, ma della quale ancora oggi godiamo i benefici, pure se a carissimo prezzo.

Ma tolto questo caso, la storia dei conflitti seguiti al dopoguerra, che non sono pochi, ci racconta con la drammatica semplicità dei numeri che le guerre distruggono molto più di quello che producono e che senza aiuto esterno un paese colpito dai conflitti non si riprende con facilità. E ci riesce solo se la guerra finisce una volta per tutte. In caso contrario, la perdite sono persistenti.

L’analisi svolta dal Fmi mostra che quando la pace è fragile, la ripresa non arriva. Al contrario, quando la pace è stabile l’economia rialza la testa ma molto lentamente, arrivando, nella media delle rilevazioni svolte dal Fmi su un campione di alcune decine di economie, a quasi il 4% nello spazio di cinque anni, ma con la ricostruzione di appena una metà della perdita di prodotto subita a causa della guerra.

Queste aride cifre non tengono conto, ovviamente, del costo in vite umane, che non è mai recuperabile e che mina in profondità la struttura economica di un paese. Lo sterminio ha effetti evidenti sulla domanda aggregata, sul pil potenziale e sul capitale umano, direbbero gli economisti. Ma soprattutto ha effetti sulla fiducia di una popolazione nel futuro. E questa perdita è assai più difficile da recuperare. Il fatto che l’Europa sia riuscita nel secondo dopoguerra è un’eccezione, non la regola. Faremmo bene a ricordarlo.

Cartolina. Bye buy Italy

Le ultime novità sull’evoluzione degli acquirenti del nostro debito pubblico ci possono sintetizzare facilmente nello spazio di una Cartolina. Le banche centrali se ne liberano, banche commerciali e assicurazioni lo sopportano (con la “o” non con la “u”), le famiglie italiane accorrono numerose e, sorpresa lieta, anche l’estero. Che poi magari questi ultimi acquirenti sono italiani estero-vestiti, vai a sapere. In ogni caso c’è chi vende, saluta e se ne va, e c’è chi compra fiducioso. Bye, by. Suonano uguali ma solo in apparenza. Bisogna vedere chi prevale.

Cartolina. Braccianti istruiti

Dunque tutto questo gran borbottare sull’IA e i suoi derivati sembra avrà come esito l’eclisse del lavoro intellettuale. Basta osservare come negli Usa, che sono la patria di questa rivoluzione, le imprese si servano di queste nuove tecnologie. Gli operatori dell’informazione, dei servizi professionali e finanziari sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto. E poiché parliamo di attività ad alto valore aggiunto, se ne può dedurre che le compagnie che licenziano umani per installare agenti AI avranno grandi profitti, almeno in questa prima fase. Poi chissà. Ma non è tanto questa la notizia. La rivoluzione AI, se ha oscurato le professioni intellettuali sembra non abbia effetti su quelle più tradizionali. Alle imprese i cervelli umani non servono più, ma le braccia si, eccome. Ecco qua, quindi, il futuro a cui dobbiamo preparare i nostri figli. Prendere una laurea, investendo decine di migliaia di euro, per finire minatori o agricoltori. Braccianti, ma istruiti.

Record di restrizioni per il commercio di terre rare

Fra le tante strozzature che minacciano la globalizzazione, quella di Hormuz è solo la più spettacolare per la sua drammatica visibilità, ma non è certo l’unica. Ormai dalla crisi del 2008 i paesi del mondo fanno a gare a innalzare barriere al commercio, soprattutto di beni, credendo così di risolvere molti dei loro problemi interni col risultato, assai più probabile, che li aggravano.

Ma le restrizioni non sono tutte uguali. Alzare barriere contro il commercio del vino non ha gli stessi effetti distruttivi dell’innalzamento di barriere sui chip. E il fatto che Ocse di recente abbia osservato un livello storico di restrizioni sul commercio di terre rare, che sono un po’ il carburante dell’innovazione tecnologica, solleva scenari poco piacevoli sul futuro dello sviluppo internazionale.

I dati ci dicono che nel 2024, ultimo anno di rilevazione, le restrizioni sono cresciute sopra il livello del biennio 2022-23, quando si registrò il record storico. Come se non bastasse, nuovi paesi, in Africa e in Asia, hanno aggiunto limiti all’esportazione di materie prime di questa categoria di beni.

Le restrizioni ormai riguardano il 70% delle esportazioni di cobalto e manganese, il 47% della grafite e il 45% delle terre rare, che per chi non lo ricordasse servono praticamente a far funzionare tutti i nostri device, dai pannelli solari ai sistemi d’arma, passando ovviamente per gli adorati telefonini.

Queste restrizioni hanno il potenziale di danneggiare le catene di fornitura e quindi generare distorsioni notevoli. Ciò dipende anche dalla circostanza che la domanda di queste risorse cresce regolarmene, a differenza dell’offerta, che fatica ad adeguare la produzione e rimane fortemente concentrata in alcuni paesi.

Basti considerare che i primi tre paesi per cobalto, litio e nichel rappresentano oltre due terzi della produzione globale, percentuale che sale a quasi il 90% per gli elementi delle terre rare. Si osserva anche una concentrazione nelle misure politiche adottate, con India (19%), Cina (17%), Argentina (6%), Vietnam (5%) e Burundi (4%) che rappresentano oltre la metà di tutte le nuove misure implementate tra il 2009 e il 2024.

In questa situazione, a dir poco precaria, si inseriscono anche gli scenari di conflitto, che aggiungono complicazioni all’ordinato svolgersi dei commerci internazionali, ormai divenuto un pallido ricordo. Il clima, di conseguenza, diventa sempre più favorevole all’inflazione. Per la semplice ragione che mancano i beni. Che pure esistono, ma non si lasciano circolare.

Spesa militare e crescita: il caso della Polonia

Sempre per capire di cosa parliamo, quando parliamo di aumento della spesa militare, vale la pena leggere un breve approfondimento che il Fmi ha dedicato alla Polonia, che negli ultimi anni ha visto crescere significativamente la spesa militare e ormai si colloca in cima a quella Ue, sia in percentuale su Pil, sia per la quantità di forza lavoro impiegata nel settore all’interno dell’alleanza atlantica.

Questo notevole sforzo economico ha avuto un’accelerazione all’indomani del conflitto russo-ucraino, anche perché la Polonia è stata una grande donatrice di materiale bellico ai resistenti ucraini, col risultato che ha dovuto riempire nuovamente gli arsenali, una volta svuotati. E per farlo, non disponendo di capacità produttiva interna significativa, ha dovuto fare molte importazioni, principalmente dagli Stati Uniti e dalla Corea del Sud.

In termini economici ciò ha comportato che il significativo aumento della spesa militare, passata dal 2,2 al 4,5% del pil fra il 2022 e il 2025, arrivando a 46,7 miliardi, abbia generato un flusso notevole di importazioni – circa l’80% della spesa capitale complessiva – che ha finito con l’avere un effetto assai modesto sul pil, essendo com’è noto le importazioni un fattore che impatta negativamente sulla crescita.

Oltre alla spesa capitale per il rinnovo degli equipaggiamenti – passata dallo 0,7% al 2,4% del pil – la Polonia ha visto crescere notevolmente anche la spesa corrente correlata all’aumento del personale impiegato nelle forze armate. Quest’ultimo è passato dai 116.200 addetti del 2020 ai 233.800 del 2025. Ciò ha generato un aumento della spesa per salari dallo 0,9 all’,12% del pil. Al momento la Polonia ha il numero più elevato di personale impiegato nelle forze armate in Europa.

Gli effetti modesti sul pil, misurati in termini di crescita, si confrontano con quello che ha avuto sul pil in termini di debito, che invece sono stati rilevanti. La spesa pubblica è cresciuta del 6,5% fra il 2021 e il 2025 e 2 punti di questo aumento è stato determinato proprio dalla spesa militare. Potendo contare su un rapporto debito/pil basso, il paese ha finanziato questo notevole sforzo tutto a deficit.

Questa espansione fiscale (linea blu del grafico sopra), si è associata a un drastico aumento dei tassi d’interesse, cresciuti per frenare l’eccesso di domanda interna che stava scaldando i prezzi.

Lo schema, in sostanza, è sempre il solito. La spesa militare cambia gradualmente il volto della società e stimola l’indebitamento pubblico perché nessun governo vuol far pagare più tasse ai cittadini per comprare armi. Di conseguenza i paesi che hanno spazio fiscale riescono a gestire in qualche modo questa espansione, senza grandi effetti positivi sulla crescita. Chi non ha questo spazio, deve tagliare altrove, se vuole aumentare la spesa militare. Se vi fischiano le orecchie il motivo è questo.