Sempre più banche centrali pensano alla valuta digitale


L’ultima survey condotta dalla Bis sullo stato di avanzamento dei lavori delle banche centrali di tutto il mondo sulle central bank digital currency (CBDCs) fa capire con chiarezza che molto presto questo tema diventerà un fatto assai più pratico che teorico.

Gli Istituti si stanno preparando con studiata lentezza – il tema d’altronde è pieno di complessità – a varcare il Rubicone che trasformerà le vecchia banconota analogica, che ancora ci accompagnerà a lungo nei nostri portafogli fisici, in un aggregato di bit che verrà custodito nei nostri wallet virtuali e molto probabilmente rivoluzionerà le nostre abitudini di consumo.

Ci avviciniamo, insomma, a una profonda mutazione dei sistemi di pagamento che le banche centrali hanno deciso praticamente in massa – e sarebbe strano il contrario – di guidare in qualche modo per non esserne travolte.

Quanto prendano sul serio la questione, si capisce bene proprio sfogliando la survey. Nove banche centrali su dieci stanno esplorando le CBDC, sicuramente stimolate non solo dalla pandemia, che ha accelerato bruscamente il ricorso dei cittadini ai pagamenti dematerializzati, ma anche dall’avvento del newcomers, ossia i giganti della rete, che hanno iniziato a proporre stablecoin, ossia valute digitali “agganciate” a valute di riserva. Un’evoluzione che minacciava il cuore del sistema finanziario e dei pagamenti, richiedendo perciò una manovra coordinata per difendere la gestione pubblica della moneta che, giova ricordarlo, in larga parte viene emessa da soggetti privati (banche).

Non stupisce perciò che questo processo di creazione di valute digitali di banca centrale sia molto avanzato nelle economie più sviluppate, anche se fra le avanzate si distingue la Cina. E si spiega anche perché di queste nove banche su dieci che stanno pensando in qualche modo alla CBDC più di due terzi sta considerando o reputa probabile l’emissione della sua valuta in formato digitale, nel breve o nel medio termine.

Siamo, insomma, ai nastri di partenza, ma il cambiamento sostanziale non si osserverà in tutta la sua dinamica e le sue conseguenza prima della fine del decennio. Già da oggi tuttavia possiamo immaginare che ci saranno notevoli conseguenze per i pagamenti transfrontalieri, che sono una delle aree di maggiore interesse per le opportunità che le valute digitali possono offrire. E poi c’è il tema dei soggetti non bancati, ossia privi di conto corrente, che in molti paesi emergenti potrebbero trovare nella valuta digitale un potente strumento di inclusione. Parliamo di oltre un miliardo e mezzo di persone.

Alla survey hanno partecipato 45 banche centrali. E il dato interessante emerge osservando che molte di loro hanno cambiato le loro previsioni fra il 2018 e il 2021. Circa il 60% adesso si è orientata verso la possibilità di emettere una CBDC retail e il 45% una CBDC per i pagamenti all’ingrosso già nel medio termine.

La rivoluzione non si farà domani, insomma. Ma si farà. Magari dopodomani.

L’incognita dei salari che pesa sull’inflazione


Il problema, sembra di capire leggendo l’ultimo Bollettino della Bis dedicato al rischio inflazione, è quanto sarà persistente l’ondata di rincari che ha riportato gli indici “che non si vedevano da decenni”. Perché proprio la durata delle tensioni metterà alla prova la robustezza del tessuto istituzionale che in questi decenni, anche grazie alla collaborazione di alcuni trend – uno per tutti quello dell’espansione della globalizzazione -, ha consentito di godere di prezzi bassi e stabili. Un andamento che ha consentito ai banchieri centrali di esercitarsi in notevoli innovazioni di politica monetaria quando è sorta la necessità di allargare il credito per rianimare l’economia.

Un mondo che adesso scricchiola pericolosamente. Il binomio pandemia&guerra non ha soltanto creato uno stress notevolissimo sulle curve di domanda (prima) e di offerta (dopo). Ha pure questionato – e la durata della guerra non fa che rafforzare i dubbi – la sostenibilità dell’attuale modello di globalizzazione, che già adesso si vuole diversa, a cominciare proprio da quei paesi avanzati che pure l’hanno sostenuta e diffusa.

Ma questi sono temi di lungo periodo. Il problema è capire innanzitutto come reagiranno le società più avanzate a questo inaspettato e sorprendente movimento dei prezzi, che fa tornare d’attualità idee che sembravano ormai consegnate alla storia. Quella di un mutamento dei regimi istituzionali, che conduca ad “indicizzazioni automatiche e clausole di aggiustamento al costo della vita”, come mostra di temere il Bollettino. Perché quello potrebbe rappresentare il calcio d’inizio della temutissima spirale prezzi/salari che ogni banchiere centrale frequenta nei suoi incubi.

Un rischio che al momento però sembra contenuto. Al momento, infatti, il quadro della situazione salariale non fornisce orientamenti univoci. Si è osservato un notevole aumento delle retribuzioni negli Stati Uniti, mentre rimangono contenute negli altri paesi avanzati, forse anche grazie ai meccanismi che intanto sono stati incorporati nella dinamica delle retribuzioni. Pure se alcuni segmenti hanno mostrato tendenze al rialzo.

Il problema rimane però. L’analisi dei comportamenti pregressi rimane poco informativa, perché sono passati troppi anni da quando i lavoratori facevano la voce grossa o le imprese aumentavano i prezzi rapidamente per difendere i propri margini. La nostra memoria breve, insomma, non ci fornisce dati sufficienti per le predizioni. Quindi rimane solo la cara vecchia logica, che suggerisce come la pazienza di lavoratori e imprese possa durare in ragione inversa al proseguire dei rincari, ma non ci dice né come né quanto.

Il grafico sopra ci dice tutto quello che serve sapere. La pendenza delle curve è il problema. Al momento (grafico sotto) le tensioni sui salari sono contenute.

Ma anche questo grafico ci parla di oggi, non di domani. E quanto a questo, bisognerà cominciare a farsene un’idea tenendo d’occhio gli andamenti negli Stati Uniti. Vedere insomma se i settori che hanno mostrato maggiori strappi al rialzo delle retribuzioni manterranno questa tendenza nei prossimi mesi e, soprattutto, se la comunicheranno anche ad altri settori.

Non c’è molto altro che possiamo fare. A parte incrociare le dita, ovviamente.

Cartolina. Per me pari sono


Non stiamo adesso a sottilizzare su quanto indebitati siano i ricchi emergenti e quanto poco i paesi a basso reddito: potremmo persino scoprire che c’è un collegamento fra il livello dei debiti e quello della ricchezza, ossia dei crediti. E verrebbe meno tutta una letteratura. E sorvoliamo anche sul fatto che il debito pubblico è cresciuto molto più del privato, sempre in quei famosi paesi ricchi, che pudicamente vengono chiamati “avanzati”. Perché il punto è proprio questo. Privati e pubblici, quanto all’aumento del debito, per me pari sono, come diceva il poeta. E pure per i mercati, evidentemente.

Aumenta il conto delle sanzioni per la Russia


Una recente analisi proposta da Bofit ci ricorda il profondo danno che le sanzioni internazionali decise dopo l’attacco all’Ucraina stanno provocando all’economia Russa. Soprattutto sottolinea come le complicazioni per Mosca siano destinate ad aumentare, specie se si dovesse arrivare a una completa separazione dall’economia internazionale, alla quale la Russia ha partecipato attivamente nell’ultimo trentennio.

Per offrire una visione ampia, l’Istituto ha elaborato tre scenari: uno che si riferisce alle sanzioni in corso al momento, un altro che considera l’ipotesi che le economia avanzate mettano al bando il commercio con Mosca, un terzo dove la Russia è completamente tagliata fuori.

Il quadro attuale delle sanzioni, decise da Ue, Usa e UK, prevede il taglio delle esportazioni da parte di questi paesi verso Mosca di diverse categorie di beni, a cominciare da quelli militari per finire con quelle dei beni di lusso. A questi paesi vengono aggiunti anche Svizzera, Norvegia, Australia, Canada, Giappone, Corea e Taiwan, contemplando la possibilità che cessino completamente l’esportazione verso la Russia.

Quindi è stato calcolato quanto pesa, per la Russia, l’import di questi beni per la proprio produzione, ipotizzando che il paese non abbia la possibilità di generare all’interno prodotti sostitutivi. Una notevole semplificazione, che quindi va tenuta presente nell’analisi dei risultati. Il risultato suggerisce questo il taglio di queste importazioni è capace di determinare un calo del 4% del valore aggiunto.

Nel secondo scenario, quello che ipotizza un completo blocco dell’export verso Mosca, il danno complessivo è ovviamente assai più elevato. Il valore aggiunto potrebbe diminuire del 10%, con picchi del 20-30% per alcuni settori come la produzione di plastica e la chimica.

Nel terzo scenario, il totale isolamento della Russia dall’economia internazionale, si prevede che la perdita complessiva di prodotto interno lordo potrebbe arrivare al 18%, con alcune industrie come il tessile, a subire danni gravissimi (grafico sopra).

Se dal blocco delle esportazione verso la Russia passiamo al blocco delle importazioni dalla Russia, il quadro si arricchisce di nuove informazioni. Anche qui sono stati elaborati tre scenari: il primo a sanzioni attuali, il secondo a bando a tutte le importazioni dalla Russia per le economie avanzate, il terzo per un totale blocco delle importazioni dalla Russia. Ovviamente ogni scenario ha un diverso effetto sull’apparato produttivo russo che tali importazioni è chiamato ad alimentare.

Il grafico sotto sintetizza il risultato in termini di valore aggiunto per lo scenario numero uno, circa l’1% del volume aggiunto.

Ovviamente il secondo scenario da risultati molto più preoccupanti: un ban completo alle importazioni russe condurrebbe al calo del 12% del valore aggiunto totale, che potrebbe più che raddoppiare, arrivando al 25% se tutto l’export russo fosse congelato.

Pure al netto dei notevoli caveat contenuti nell’analisi, è chiaro che il danno economico che la Russia subirà a causa delle sanzioni crescerà in ragione della loro durata e della loro intensità. Non c’è da sperare che questo induca i russi a fermare la guerra. Ma dovrebbe servire a ricordare loro che il dopoguerra non sarà migliore. Forse addirittura peggio.

Se sono le recessioni a provocare la diseguaglianza


L’analisi della diseguaglianza, vero Grande Tema del nostro tempo, continua a riservarci notevoli sorprese. Dopo aver sviscerato le questioni semantiche – di che diseguaglianze stiamo parlando, reddito, ricchezza consumi, eccetera – adesso gli studiosi ci offrono un altro punto di vista che riguarda stavolta la pura metodologia: quella ragione causale che ancora seduce evidentemente gli osservatori di cose sociali, alla disperante e continua ricerca delle spiegazioni ultime, come si diceva una volta.

Ma aldilà del metodo, che richiederebbe troppe pagine per essere discusso, è il merito che si rivela interessante. In un paper pubblicato dalla Bank of England, infatti, si osserva che la diseguaglianza trova un notevole nutrimento nelle crisi. Per dirla diversamente, le recessioni generano molta più diseguaglianza di quanto facciano le espansioni.

Questo se ci pensate somiglia quasi a una rivoluzione copernicana. Siamo abituati a pensare che l’iniquità del nostro tempo derivi dal fatto che i ricchi diventino sempre più ricchi, perché mentre che l’economia cresce e il reddito aumenta, in virtù di chissà quali misteriosi giochi di potere “catturano” una quota crescente della torta a discapito di chi ha di meno. E i dati, sui quali ormai è fiorita una corposa letteratura, confermano questo andazzo. Nel senso che confermano l’aumento della diseguaglianza.

Questo è il dato (e risparmiamoci l’indagine sulla sua costruzione), estratto sulla base dell’osservazione sicuramente accurata di un ampio database di 26 economie analizzate nel corso di un cinquantennio. Altra cosa da sapere: si prende in esame la diseguaglianza di reddito, non di ricchezza, che speriamo a questo punto di aver imparato a distinguere. E come misura si prende l’indice di Gini, che ormai dovremmo conoscere a menadito.

Lo studio, infine, distingue fra recessioni e recessioni finanziarie, accompagnate quindi da crisi bancarie. E questo è utile perché ci permette di sapere un’altra cosa. Una crescita disordinata del credito prima di una recessione, infatti, aggrava notevolmente – la stima è del 40% – gli effetti sulla diseguaglianza rispetto a una recessione non preceduta da surriscaldamento bancario.

Quanto agli esiti dell’osservazione, non c’è molto da dire ma pesa: “Il meccanismo primario attraverso il quale questa amplificazione (della diseguaglianza, ndr) si verifica sembra essere quello dell’entità della recessione”. Insomma: più la crisi è grave, e magari coinvolge un settore bancario con banche sottocapitalizzate – classicamente quella del 2008 – più la diseguaglianza si amplifica. Gli shock finiscono con l’essere subiti più pesantamente da chi ha meno, anziché da chi ha di più e la ripresa che ne conseguenze lascia molte macerie che si stratificano aumentando le disparità.

C’è una terza conclusione che proponiamo a chiunque voglia riflettere senza paraocchi su questo tema. Se a far male sono le crisi, più che la crescita, dovremmo imparare a prevenirle assai meglio di quanto siamo capaci di fare adesso. Sul come fare, si accettano suggerimenti.

Geopolitica ed energia: fra sinestesia e storia


Nei giorni scorsi sono stato invitato a offrire un contributo a un corso su Geopolitica ed Energia che si sta svolgendo presso la facoltà di Scienza politiche dell’Università Roma Tre. Una splendida occasione per ragionare non soltanto su un tema strategico del nostro tempo – d’altronde l’energia nelle sue varie forme lo è stata in ogni tempo – ma anche del modo in cui costruiamo il nostro discorso sulle scienze sociali, che anche su questo blog ho iniziato a esplorare.

Mettere alla prova una metodologia su un campo specifico di osservazione è un boccone appetitoso per ogni studioso, quindi comprenderete bene il mio entusiasmo.

Il video che trovate nel link sotto è il frutto di questa riflessione, che partendo dalla semantica, spiega in pratica cosa vuol dire usare la sinestesia per osservare i fatti di una società e conclude con l’applicazione del metodo a un caso che ho definito di “geopolitica estinta”, ossia la storia dell’oro bianco, meglio conosciuto come sale.

Ce n’è abbastanza per concludere ricordando la legge della conservazione dell’energia, che la fisica ci ha spiegato ormai da alcuni decenni, e domandandosi quanto la nostra capacità di inventare nuove forme di “cattura” e distribuzione dell’energia, che abbonda nel nostro mondo, dipenda dal modo in cui percepiamo e ragioniamo sui problemi concreti.

Per dirla diversamente: ragionando in maniera causalistica, secondo l’insegnamento degli scienziati del Seicento, siamo arrivati sulla Luna e oltre. Dove possiamo arrivare se impariamo a ragionare sinesteticamente?

Ai poster l’ardua sentenza, diceva il poeta.

Buon ascolto.

Geopolitica dell’energia: fra semantica, sinestesia e storia.

Il lento declino delle ragioni di scambio europee


Quando ragioniamo dell’incremento rimarchevole del costo delle risorse energetiche dovremmo sempre ricordarci che questi rincari, che hanno fatto aumentare il valore nominale delle importazioni europee di oltre il 40% rispetto al pre-pandemia, secondo quanto osservato nell’ultimo bollettino delle Bce, hanno finito col determinare un notevole peggioramento delle nostra ragioni di scambio con l’estero.

Ricordiamo che le ragioni di scambio misurano sostanzialmente il rapporto fra esportazioni e importazioni di un paese. Mettiamo per ipotesi che esistano solo due paesi e due beni: petrolio e grano. E che un paese esporti petrolio e importi grano, mentre l’altro paese fra il contrario. Se il prezzo del petrolio aumenta significa che il paese che produce grano dovrà pagare di più le proprie forniture, e quindi il prezzo relativo del grano rispetto al petrolio diminuisce. Ciò significa che il paese che produce petrolio, incasserà più grano per le stesso importo esportato. La sua ragione di scambio migliora.

Se ci riferiamo a una economia nel suo complesso, le ragioni di scambio misurano il rapporto fra il prezzo ponderato delle esportazioni e delle sue importazioni. Se le ragioni di scambio aumentano, il paese avrà, a parità di quantità, un miglioramento dei conti commerciali. Viceversa, un peggioramento.

Questo è quello che è accaduto nell’Eurozona, dove, “le ragioni di scambio sono notevolmente peggiorate a partire dalla seconda metà del 2021, di riflesso al brusco aumento dei prezzi dei beni energetici”. Il grafico sotto ci dice quello che c’è da sapere.

A questi andamenti ha contribuito anche il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, che poi è la moneta con la quale in gran parte si pagano queste forniture, che ha gravato sulle ragioni di scambio europee, già appesantite dai rincari energetici, alle quali sono evidentemente collegate.

Le ragioni di scambio ovviamente fluttuano, ma stavolta hanno oscillato più del solito. E questo ha prodotto un notevole peggioramento sul livello del reddito dell’area, che di fatto corrisponde a un trasferimento di potere d’acquisto europeo verso altre regioni.

In dettaglio, la Bce ha calcolato che questo trasferimento, nel quarto trimestre del 2021, abbia pesato 1,3 punti di pil dell’area, se si confronta col quarto trimestre dell’anno precedente. Un andamento in parte compensato dai maggiori prezzi alle esportazioni applicati dai paesi europei agli acquirenti esteri.

E’ interessante osservare (grafico sotto) che l’effetto reddito negativo per l’Ue è stato maggiore rispetto a Usa e Uk, per la semplice ragione che queste economie “dipendono in misura minore dalle importazioni nette di beni energetici”.

Ciò ovviamente ha diminuito l’avanzo corrente dell’eurozona, contribuendo al trend di sostanziale pareggio dei conti con l’estero che l’area ha raggiunto di recente, “dopo aver accumulato persistenti avanzi di conto corrente nel corso dell’ultimo decennio”. I vecchi tempi sono finiti, insomma. Meglio saperlo.

Cartolina. Tante care cose (turche)


E’ sicuramente colpa della primavera se ad aprile l’inflazione annua in Turchia ha sfiorato il 70 per cento. Il preannuncio di bella stagione scalda i cuori, com’è noto. E quindi anche i prezzi, che nel nostro tempo hanno molto a che vedere con sentimenti. A cominciare, ovviamente, da quelli buoni. Come quelli del governo turco, per dire, che una arida propaganda accusa di aver destabilizzato la lira turca a furia di ripetere che bisogna abbassare i tassi per combattere il carovita. E poiché il governo ha ragione per principio, allora è proprio colpa della primavera, se i turchi dovranno faticare un po’ di più per mettere insieme il pranzo e la cena. Con l’estate però le cose miglioreranno: il governo sa perfettamente cosa fare. Non appena si arriverà al 100 per cento d’inflazione scatterà il piano segreto: dimezzare il costo dei pasti. Riducendoli a uno solo.

Le piattaforme digitali e la nascita del diritto globale


Un bell’intervento del vice direttore generale della Banca d’Italia ci ricorda un grande tema del nostro tempo sul quale si ragiona sempre troppo poco: quello del rapporto fra sviluppo tecnologico e sviluppo del diritto internazionale.

Un tema che si è reificato con la nascita delle grandi piattaforme digitali che operano sulla rete, che sono globali per vocazione, evolvono a ritmi molto accelerati e generano una costante tendenze all’arbitraggio, non solo fiscale ed economico, ma giuridico tour court. Il diritto internazionale non riesce ovviamente ad evolvere né alla stessa intensità, né velocità.

E questo apre uno scenario che molto facilmente si può popolare di mostri, nel senso latino di monstrum, ossia creature straordinarie, che però non sono unicorni o grifoni, ma entità che abitano la cloud mentre forniscono servizi di qualsiasi tipo, magari persino emettendo una moneta.

“In futuro, è ragionevole attendersi che l’interconnessione e l’interdipendenza si svilupperanno anche tra piattaforme diverse grazie alla crescente interoperabilità tra architetture informatiche differenti facilitata, ad esempio, dalle API”, spiega il nostro oratore.

Non so voi. A me l’idea di sistemi digitali che si interconnettono e diventano interdipendenti a livello globale, mi fa sorgere una domanda forse scontata ma che richiede una risposta chiara: chi ci difende da queste entità qualora ne sorga la necessità? In quale regime giuridico operano?

Attenzione a sottovalutare il problema. Avere un ecosistema legale che protegge i diritti, a cominciare da quelli dei consumatori, è una necessità fondante per qualunque economia che funzioni. Trascurare questo dettaglio, significa generare un far west digitale che genera enormi profitti all’inizio ma che rischia di rovinare alla fine. Si rischia insomma di uccidere la gallina dalle uova d’oro.

“La governance delle piattaforme è spesso frammentata e difficile da ricondurre ad unità perché condizionata da nuove forme di interdipendenza finanziaria, operativa e reputazionale tra i vari partecipanti, pur in assenza di uno specifico rapporto di tipo giuridico o economico”, sottolinea ancora. Comprereste, alla lunga, un’auto usata da uno di questi soggetti?

Questo spiega perché i regolatori, a cominciare dalle banche centrali fino alle diverse autorità di vigilanza, siano alle prese con un sostanziale ripensamento dei loro sistemi di monitoraggio per provare a capire in che modo questo sviluppo tecnologico impatti sulla stabilità globale, sia finanziaria che monetaria.

Il fatto che alcune di queste piattaforme gravitino attorno al sistema dei pagamenti non può lasciar tranquilli chi questo sistema lo deve in qualche modo gestire e rendere sostenibile. C’è in gioco molto più che la semplice governance di processi. Siamo di fronte a una domanda precisa che promana da queste entità e ha a che fare con il ruolo che la moneta ha finito con l’incarnare nella nostra società: quello di bene collettivo emesso in larga parte da soggetti privati, ma vigilato a livello pubblico.

Il problema, quindi, è che “stiamo invece marciando velocemente verso un mondo dove: la componente digitale favorisce e valorizza l’interazione e l’interdipendenza di una pluralità di soggetti posti in connessione tramite modalità nuove (smart contract, software as a service, etc.); le transazioni possono essere effettuate e registrate ricorrendo a modelli di governance decentralizzata come la DLT/blockchain; la tecnologia “lega” le componenti oggettive (strumenti, infrastrutture tecniche e organizzative) e soggettive (le diverse tipologie di operatori coinvolti) degli ecosistemi in nuovi prodotti e servizi, espressione “sintetica” di ciascun contributo”.

Il mondo, per dirla più semplicemente, sta evolvendo da un’infrastruttura analogica basata su un paradigma di governo semplice – Tesoro, Banca centrale, intermediari finanziari commerciali – verso un’infrastruttura digitale dove l’insieme dei “fornitori tecnologici”, come li chiama il nostro banchiere, quindi chi opera nell’hardware, nel software e nelle reti, “condiziona dell’ecosistema, attraverso la resilienza della componente infrastrutturale, sia la sua governance”. E quando sono troppi a governare processi complessi, è chiaro che i rischi aumentano. Innanzitutto per gli incubent.

Che fare quindi? Adeguare il diritto: sicuramente. Facile a dirsi, ma difficile stare al passo dell’innovazione. E’ chiaro che servirà uno sforzo ampio per studiare contromisure. E in tal senso, le misure di regolazione finanziaria, che sono più elastiche rispetto a quelle emanate dai parlamenti sono uno strumento utile.

Ma prima di ogni cosa bisogna investire sulla consapevolezza. Non solo degli specialisti. Il punto di caduta di questa innovazione rimane il consumatore, ossia chi utilizza le piattaforme. Un buon modo per aumentare la resilienza del sistema, probabilmente, è riuscire a sviluppare l’expertise di ognuno di noi in chiave prudenziale. E’ un vaste programme, come direbbe qualcuno. Per questo conviene iniziare subito.

L’ultima evoluzione del central banking: la moneta digitale per il popolo


Nella storia della ricchezza che ho iniziato a scrivere, e della quale vi darò notizia su queste colonne dopo l’estate, uno dei capitoli centrali nell’analisi dell’età moderna sarà dedicato alla nascita del central banking e al ruolo fondamentale che ha interpretato per la costruzione di quella che chiameremo l’età dell’abbondanza. Ossia il tempo in cui la ricchezza non è stata più limitata dalla disponibilità materiale, ma è stata moltiplicata proprio grazie alla costante violazione di questi limiti. L’esempio più noto è quello della moltiplicazione del denaro.

Come abbia fatto il central banking a compiere questa sorta di miracolo lo scoprirete leggendo il libro. Intanto contentiamoci di sapere una cosa: nello svolgere questo ruolo la banca centrale è riuscita a generare fiducia innanzitutto proponendosi come obiettivo quello della difesa del valore della moneta, che nei secoli passati era stato strumento di svariate scorrerie ad opera dei sovrani emittenti.

Difendendo il valore della moneta, e quindi le promesse dei contratti, la banca centrale non ha solo generato un capitale fiduciario, che si rivelerà determinante nel processo di creazione ed accumulazione della ricchezza tramite il canale del credito, ma ha consentito a masse crescenti di cittadini di risparmiare in modo razionale. Usando un’iperbole, potremmo dire che la banca centrale è stata la prima autentica banca che ha lavorato (anche) per il popolo.

Capirete perciò perché ho letto con un certo interesse un intervento pubblicato qualche giorno fa che già dal titolo “CBDCs for the people” evoca questa vocazione – antica quanto misconosciuta – del central banking: l’essere appunto uno strumento che favorisce l’arricchimento del popolo.

Chi è abituato a considerare queste entità come strumenti della plutocrazia, al servizio di chissà quali oscuri disegni, storcerà il naso. Ma chi invece abbia la pazienza di studiarle, e di conoscerne la storia, scoprirà che questa iperbole non è poi così esagerata. Solo chi ragiona a somma zero non riesce ad accettare l’idea che facendo il gioco dei potenti si possa fare anche quello degli umili. E la banca centrale, in qualche modo, ha fatto proprio questo.

Ne riparleremo, appunto. Ma intanto contentiamoci di capire perché una central bank digital currency (CBDCs) può rivelarsi uno strumento per il popolo, come suggeriscono i nostri due oratori. E poi proviamo pure a trarne qualche conseguenza.

Molte delle cose che i due relatori hanno sottolineato le sapevamo già. Chi segue il blog regolarmente si sarà fatto una certa cultura sul significato e le motivazioni di una moneta digitale di banca centrale. Ma alcune cose vale la pena sottolinearle. Ad esempio il dato, riportato dalla Banca Mondiale, secondo il quale nel mondo 1,7 miliardi di adulti non hanno un conto corrente. Una cifra che sembra un’enormità, se considerate che dal conteggio sono esclusi i minori.

Questa informazione è doppiamente rilevante. Intanto perché porta con sé la possibilità che uno strumento di banca centrale possa facilitare la vita economica di questi soggetti, abilitandoli a forme di pagamento ulteriori rispetto al solo contante fisico, il cui uso peraltro declina da quando è cominciata la pandemia. Ciò ha effetti evidenti sulla capacità di questi soggetti di esprimere una domanda. Dando per scontato che i soldi, fisici o digitali, bisogna averli prima di spenderli, la facilità di spesa può aiutare a far circolare meglio, e in maniera più trasparente, le risorse in questione.

E qui entrano in gioco le banche centrali. O meglio, rientrano in gioco, visto che forniscono la valuta, oggi fisica domani digitale. Ma non solo: gestiscono il sistema dei pagamenti, nazionale e internazionale. E uno dei problemi dei cittadini “non bancati” è che contribuiscono molto poco a questo sistema.

In tal senso le monete digitali di banca centrale potrebbero servire a superare alcune barriere finanziarie che devono affrontare questi soggetti, ai quali – ma non solo – il titolo dell’intervento evidentemente si riferisce. Non da sole, magari. Ma possono aiutare. Collegando ad esempio diversi sistemi di pagamento, e quindi facilitando la circolazione del denaro.

Non solo. Il riferimento – non a caso – è sulle politiche sociali. Una CBDC è uno strumento perfetto per far arrivare direttamente denaro al popolo senza passare dal sistema bancario. Quindi sono uno strumento squisitamente politico. E per questo richiederà un impegno politico. Ad esempio favorendo l’alfabetizzazione informatica del popolo che la CBDC è chiamata a servire. E poi ci sono le questioni di privacy, ovviamente. La banconota è naturalmente anonima. La CBDC non necessariamente.

Su queste materie sono al lavoro le banche centrali, che da anni stanno svolgendo un notevole lavoro di analisi per individuare soluzioni possibili. L’obiettivo dell’inclusività porta naturalmente con sé quello dello sviluppo. E questo ci conduce al tema principale: il ruolo che le banche centrali hanno giocato nel crearele condizioni per il grande boom iniziato con la rivoluzione industriale. Ci sarà tempo per parlarne.