Cronicario: L’invecchiamento precoce del ministero della gioventù


Proverbio del 23 febbraio L’ottimismo lo dona Dio, il pessimismo lo scopre l’uomo

Numero del giorno: 1.999 Salario mensile minimo in euro in Lussemburgo

Poiché è il penultimo venerdì prima dell’avvento della nuova legislatura, e quindi della Quaresima che seguirà al carnevale elettorale, decido di ignorare tutte le suggestioni economiche mi arrivano dal cronicario globale, come quella diffusa da Eurostat grazie alla quale scopro che in Irlanda il salario minimo è più alto di quello di impiegato anziano in Italia

o quell’altra che l’inflazione continua a rimanere bassa, per la gioia del nostro debito pubblico e della nostra crescita nominale e il tripudio degli amanti del QE

e decido invece di lasciarmi sedurre dal chiacchiericcio politico riportando la vera notizia del giorno che riassume, col grande genio tipico di chi l’ha diffusa, lo spirito della nostra ultima campagna elettorale e quindi del nostro paese. Prima vi dico cosa, poi chi (indovina indovinello): “Ho proposto un ministero per la terza età: gli italiani in questa fascia sono una moltitudine, serve un dicastero che si occupi dei loro problemi. Per loro proponiamo anche un aumento della pensione a mille euro”. Vedete che, gratta gratta, trovi sempre l’economia nel fondo dell’urna?

E chi sarà mai questo eroe del nostro tempo?

Certo, l’avevate già capito. Il Nostro deve aver sbirciato le statistiche demografiche e dev’essersi accorto che il 22% e passa dei cittadini italiani sono ultra65enni e probabilmente sono gli unici che si prenderanno il disturbo di votare. E perciò, ecco il lampo di genio: un ministero tutto per loro, che studi il modo di farli stare sempre meglio, visto che non stanno bene abbastanza, in un paese che ha un enorme bisogno di loro.

Ma aldilà delle aride convenienze, la trovata del Cavaliere è la metafora meglio riuscita del grande problema che affligge il nostro paese: il rischio di senilità precoce che affligge i nostri giovani. Un enigma che agita le menti dei più grandi scienziati del pianeta. Sarà colpa dell’aria, del cibo, dell’acqua; o forse dell’educazione, della storia o della geografia; dell’economia, della politica o della religione, ma in Italia i giovani diventano vecchi prestissimo. A vent’anni sono già maturi per la pensione. Sognano da pensionati pure da svegli.

Non ci credete? La sindrome è nota nei consessi più qualificati e ha generato anche strascichi istituzionali. Qualcuno ricorda del ministero del gioventù? Già, nessuno. Era stato istituito nel (non troppo) lontano 2008. Indovinate da chi.

Sempre lui appunto. Prima di quell’esperienza determinante si ricorda lo scialbo ministero delle politiche giovanile e attività sportive, di un paio di anni prima, che mostrava con l’associazione sport&gioventù di non avere alcuna dimestichezza con la complessità della questione giovanile, e poi un dicastero sui problemi della gioventù, nel secondo governo Andreotti fra il 1972 e 1973, quando i giovani erano numerosi più o meno quanto gli anziani di oggi ed erano sicuramente problematici e sembra siano rimasti problematici anche da vecchi, visto che si continua a parlare solo di loro.

Ma il ministero per la gioventù propriamente detto risale a dieci anni fa. Fu impersonato da una giovane ministra e durò un paio di anni. Il governo successivo incorporò la questione giovanile nel ministero per la cooperazione internazionale e l’integrazione, manco i giovani fossero extracomunitari, quello successivo nelle pari opportunità e sport (di nuovo), e infine l’attuale governo ha consegnato la questione giovanile al ministero del lavoro e delle politiche sociali, retto da un ministro pettinatissimo, che deve aver pensato ai giovani quando nel 2014 liberalizzò i contratti a termine provocando un incredibile boom dei lavoratori temporanei.

Nel corso della sua odissea, durata dieci anni come quella di Ulisse, finalmente il ministero della gioventù ha ritrovato la sua Itaca. Si è trasformato nel ministero della vecchiaia. Silenziosamente. E soprattutto, precocemente.

A lunedì.

 

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Cartolina: Per le imprese l’America è in Europa


Nessuno oggi crederebbe che c’è stato un tempo in cui le imprese in Germania pagavano il 60% di tasse sui loro redditi, visto che da un decennio pagano la metà. E risulta persino incredibile osservare che c’è stato anche un tempo dove la tassazione per le imprese italiane superava il 50%, visto che oggi puntiamo decisi verso il livello spagnolo, che è sotto il 30. Solo la Francia resiste sopra il 30%. Ci stupiamo del taglio fiscale deciso da Trump, ma è giusto osservare che porta la tassazione corporate Usa, ferma dalla fine degli anni ’80 sopra il 35%, al livello spagnolo. L’America per le imprese europee stava nel vecchio continente. Trump deve averne preso atto.

Cronicario: Siamo poveri di conoscenze, ma ricchi di amicizie


Proverbio del 22 febbraio Per chi è affamato il pane cuoce lentamente

Numero del giorno: 1.300.000.000 Utile 2017 della Bce

Persino i geniacci sbagliano mi viene da pensare mentre sfoglio il rapporto sulla conoscenza che Istat ha pubblicato oggi. Sbagliano perché mentre leggo scoraggiato che siamo ancora in questa condizione,

con alcuni problemi nella conoscenza di quelle cose banali come leggere e scrivere e far di conto

con la conseguenza che siamo il paese più esposto alla concorrenza dei robot per il lavoro, visto che abbiamo un sacco persone low skilled adatte solo a lavori routinari,

ecco, di fronte a tutto questo mi accorgo che le 115 pagine dell’Istat non tengono in alcuna considerazione la via italiana che supplisce al deficit di conoscenze: sostituirle con le amicizie.

Capisco che l’Istat, come gran parte della nostra intelligencija, è frutto di un fraintendimento culturale. Noi italiani ce la caviamo benissimo a non studiare e a far nulla.

Rimane la domanda come facciamo a tirare avanti. Vi do giusto un paio di dritte. La prima arriva direttamente dall’Eurozona, e quindi ci riguarda da vicino.

Le famiglie europee sono uscite più ricche dalla crisi, e quelle italiane non hanno nulla di cui lamentarsi, visto che hanno debiti più bassi e asset più alti della media.

E soprattutto sappiamo come alimentarla, la nostra ricchezza. Anche per questo abbiamo tutte le conoscenze che servono.

A domani.

 

 

I nuovi poveri dell’EZ oggi sono i lavoratori


Un’analisi recente svolta da Ref ricerche ci consente di fare un altro passo in avanti nella comprensione del mercato del lavoro dell’eurozona. Abbiamo già osservato alcune peculiarità bene illustrate nell’ultimo bollettino della Bce, e in particolare il rilevante contributo offerto alla crescita dell’occupazione da parte della classe più attempata di lavoratori (55-74enni). Adesso può essere utile spostare il focus su un’altra caratteristica messa in evidenza dal Ref, ossia la “crescita dei contratti a termine, la maggiore diffusione degli impieghi a orario ridotto, l’incidenza elevata degli impieghi a bassa paga”. Il combinato disposto disegna uno scenario poco favorevole alle classi più giovani, che non solo subiscono la concorrenza di quelle più anziane, ma si trovano a dover fare i conti con un mercato che offre lavoro poco retribuito e instabile, con grandi ripercussioni sul loro futuro previdenziale.

Ma, aldilà del futuro, è il presente che dovrebbe preoccuparci. Il notevole aumento dell’occupazione infatti, che ha superato il livello del 2007,

cela importanti differenze che si traducono nell’aumento altrettanto notevole della categoria di chi è povero pur avendo un lavoro. Un malessere che si concentra nelle fasce più a rischio, ossia i lavoratori a termine, in Italia assai più che nell’eurozona.

E ciò dipende probabilmente anche dalla circostanza che in Italia si è osservato una crescita notevole dell’occupazione a termine negli ultimi dieci anni “specie con il venir meno degli sgravi contributivi volti a favorire le assunzioni a tempo indeterminato
che hanno caratterizzato il biennio 2015-2016”, come sottolinea l’istituto.

Nel dettaglio, la percentuale di in-work poverty in Italia è cresciuta dal 9,3% del 2007 all’11,3 del 2017, seguendo una tendenza che non ha risparmiato nessun paese fra quelli censiti. Nella ricca Germania si è passati dal 7,4 al 9,5%. In Francia dal 6,5 al 7,9, in Spagna dal 10,2 al 13,1%, registrando l’incremento maggiore nel confronto considerato. I tassi di crescita invidiabili della Spagna di questi anni e la notevole ripresa registrata nel suo mercato del lavoro ha avuto un prezzo, evidentemente. E anche qui sembra chiaro il contributo del lavoro temporaneo, cresciuto notevolmente in Spagna dal 2013 come anche negli altri paesi osservati. “La fase di ripresa degli ultimi trimestri ha visto una concentrazione della creazione occupazionale sulle forme contrattuali flessibili”, notano i ricercatori.

Peraltro, anche il lavoro temporaneo nasconde importanti differenze a seconda della durata del contratto. “Negli ultimi anni si è verificato anche un incremento dei
contratti a termine di breve durata. I contratti che non superano i 12 mesi rappresentano in genere la porzione prevalente dell’occupazione a termine. Nel nostro Paese l’incidenza dei contratti a termine di breve durata è aumentata in misura significativa, passando dal 78,1 all’84,5 per cento tra il 2007 e il 2017 e gli incrementi maggiori si sono verificati negli ultimi tre anni”. Ciò porta con sé un effetto non trascurabile. E’ probabile, vale a dire, che un lavoratore soggetto a contratti siffatti tenda a preferire la stabilizzazione all’aumento della retribuzione, rallentando così le dinamiche salariali che in effetti in Italia sono alquanto fredde, e con esse l’inflazione, che da noi scarseggia. L’appiattimento della curva di Phillips ipotizzato da alcuni economisti può avere a che fare molto con la struttura del mercato del lavoro.

In Italia i dipendenti a termine ormai quotano circa il 15% del totale dell’occupazione dipendente e abbiamo già visto che i contratti inferiori a 12 mesi sfiorano l’85%. Viene il sospetto che qualcosa non abbia funzionato. O forse che abbia funzionato troppo bene. I ricercatori individuano come indiziato la riforma Poletti del 2014 che ha liberalizzato il contratto a tempo determinato, eliminando per le imprese l’onere di indicare i motivi per i quali il contratto a termine non viene più rinnovato, consentendo al tempo stesso la possibilità di rinnovare il contratto per tre volte nell’arco di cinque anni. “Il contratto a tempo determinato si trova così a spiazzare le altre forme contrattuali, compreso il nuovo contratto a tutele crescenti che, seppur dotato di una maggiore flessibilità in uscita rispetto al precedente contratto a tempo indeterminato, prevede comunque degli indennizzi in caso di licenziamento che lo rendono senz’altro più oneroso del contratto a tempo determinato previsto dalla riforma Poletti”.

Aldilà delle ragioni, ciò che si osserva in Italia è la notevolissima crescita dei contratti a termine con durata fra i 4 e i 6 mesi, che hanno superato il 25% del totale, e quelli da uno a tre mesi, di poco superiori al 20%, mentre quelli da sette a dodici mesi sono diminuiti da quasi il 40% del 2007 a poco più del 30% nel 2017. In sostanza, il lavoro, oltre ad essere a termine, è di durata sempre più breve. “Senza dubbio – commentano i ricercatori – la crisi e le trasformazioni del sistema economico-produttivo avvenute nel corso dell’ultimo decennio hanno determinato in alcuni contesti europei, tra i quali il nostro Paese, un peggioramento della qualità del lavoro e, frequentemente, un aumento dei lavoratori scarsamente retribuiti. Nonostante la fase congiunturale positiva abbia permesso di riportare nella maggior parte dei casi l’occupazione sui livelli pre-crisi, oggi l’avere un lavoro non sembra più una condizione sufficiente per tutelarsi dal rischio di essere povero”.

I governi insomma, pur di far crescere l’occupazione, hanno favorito le aziende sia sul versante fiscale

che su quello delle regole del lavoro. Ma nessuno aveva considerato il rischio che la crescita dell’occupazione coincidesse con quello della proletarizzazione di chi lavora. Anzi, considerando i tassi di natalità del nostro paese (e non solo) forse la formulazione non è corretta. Oggi  lavoratori rischiano di diventare i nuovi poveri senza neppure la prole. Al massimo un cane. Di sicuro lo smartphone.

Cronicario: E tutto d’un tratto arrivano 200 mila posti di lavoro


Proverbio del 21 febbraio Alla volpe addormentata non cade niente in bocca

Numero del giorno: 400.000.000 Valore mutui per spese mediche in Italia

E tutto d’un tratto capisco che ho sbagliato tutto. Traviato dalla malmostosità gufesca dei commentatori da salotto, mi sono perso l’autentico sentimento che anima una qualunque campagna elettorale che si rispetti, quindi la nostra in particolare: la gioia. E quando ci ricapita di sentire tante buone notizie in un arco di tempo così limitato? In un pugno di settimane ci hanno promesso e raccontato di tutto, dalle pensioni a dodici anni all’aumento del reddito nell’anno che verrà.

Il tripudio durerà ancora poco purtroppo. Ancora una decina di giorni e poi le urne si chiuderanno e con loro i buoni propositi. Tornerà la mestizia nazionale che dura circa cinque anni al netto dello scioglimento anticipato delle camere, purtroppo sempre più raro. Perciò mi sono detto: goditela finché dura, la bella stagione, e regala anche oggi una dose di ottimismo agli amatissimi che perdono il loro tempo a leggere le tue fregnacce raccontando loro quelle dei politici. Serviva giusto una buona ispirazione. E tutto d’un tratto…il coro: è arrivato il ministro Delrio.

Macché bravo, bravissimo: un ministro coi baffi (e pure col pizzo). Oggi è toccato a lui accendere il nostro entusiasmo così come ieri era toccato all’amabile Padoan con la storia dell’aumento di reddito da mille euro nel 2020. E Delrio, bravo com’è, non si è fatto pregare. Perla numero uno: Il piano infrastrutturale decennale messo a punto dal governo creerà 200 mila posti di lavoro in dieci anni (che immagino si aggiungeranno al milione già creato col Jobs Act di cui alla nota vulgata governativa). Una promessa decennale come un Btp. Solo che differenza del Btp dei duecentomila posti fra dieci anni non si ricorderà più nessuno, neanche Delrio che per allora avrà infrastrutturato chissà cosa. Ma tranquilli li ritireranno fuori in tempo per la campagna elettorale del 2028 e per allora saranno pure aumentati con gli interessi composti. Seconda perla: a fine 2017 siamo tornati a 290 miliardi di investimenti per le opere pubbliche, pure se gli investimenti pubblici, strano a dirsi, fanno ancora fatica a decollare malgrado abbiano tutte le carte in regola per spiccare il volo.

Percepisco un avvio di scricchiolio al buonumore che per fortuna viene subito obliterato dalla perla numero tre: “La prossima settimana sbloccheremo un miliardo per la ferrovia Ionica”, sottolineando che l’ultimo a spendersi per questa ferrovia era stato Cavour, che comunque fa tanto Risorgimento.

Se ne parla da un annetto di questa ferrovia a dirla tutta. Ma tant’è. La quarta perla ve la dico io: il nuovo governo, chiunque esso sia, tutto d’un tratto farà arrivare anche i treni in orario. E’ giunta l’ora fatale.

A domani.

 

 

 

I consigli del Maître: I lavoratori poveri e la guerra degli smartphone


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’undernet di Google. Dieci anni fa, a febbraio del 2008, Google annunciava sul suo blog aziendale di aver aderito a un consorzio per la realizzazione di un cavo sottomarino, dal nome icastico di Unity, destinato a migliorare i collegamenti fra Usa e Giappone. “Se vi state domandando se se stiamo entrando nel business dei cavi sottomarini, la risposta è no”, scrisse Francois Sterin, manager delle Network Acquisition. Dieci anni dopo Google ha annunciato con malcelato orgoglio, sempre dal suo blog aziendale, di aver speso 30 miliardi in tre anni per migliorare la sua infrastruttura di rete e ha presentato al mondo Curie, un nuovo cavo sottomarino che collegherà Los Angeles al Cile. Ma soprattutto con Curie, ispirato alla celebre scienziata Marie Curie, Google diventerà “la prima grande compagnia non telecom a costruire un cavo intercontinentale privato”. Curie è l’undicesimo progetto che vede la compagnia californiana nel ruolo di investitore nella posa di cavi sottomarini.

Dieci anni dopo, a dispetto delle dichiarazione di Sterin, Google si rivela come uno dei soggetti più attivi nel business del cavi sottomarini. D’altronde dieci anni sono un’era geologica nel mondo di internet. Nessuno nel 2008 avrebbe scommesso sulla straordinaria evoluzione dei servizi di cloud e sulla crescita vertiginosa dell’economia digitale. Google gioca da protagonista. Ma anche gli altri non stanno a guardare.

La crescita dei salari Usa e il calo della borsa. Va per la maggiore la tesi che i recenti cali della borsa sia da attribuire al fatto che Negli Usa sia salita l’inflazione a causa della crescita dei salari e ciò possa incoraggiare la Fed a stringere i tassi al punto da scoraggiare i mercati. Ma è davvero così. Una interessante ricognizione della Fed mostra che i salari reali, a seconda peraltro dell’indicatore scelto, sono cresciuti al massi del 4% reale circa da metà del 2009 alla fine del 2017.

Forse prima di fare congetture dovremmo vedere i dati. E magari iniziare a chiedere, qualora l’inflazione ritorni sul serio, quanto a ciò abbiano contribuito le politiche ultra espansive prolungate della stessa Fed, che oggi sta più o meno precipitosamente provvedendo a normalizzarle. Ma chiedersi questo significa dubitare di alcuni dogmi contemporanei. E nessuno vuole farlo.

I nuovi poveri sono i lavoratori. Uno studi di Ref ricerche solleva una interessante osservazione sull’andamento del mercato del lavoro in Europa e in Italia: il notevole aumento dei lavoratori in povertà, ossia di coloro che malgrado abbiano un lavoro non riescono a sbarcare il lunario, o ci riescono molto male. I ricercatori hanno raccolto i dati degli ultimi dieci anni e viene fuori che la percentuale di in-work poverty in Italia è cresciuta dal 9,3% del 2007 all’11,3 del 2017, seguendo una tendenza che non ha risparmiato nessun paese fra quelli censiti. Nella ricca Germania si è passati dal 7,4 al 9,5%. In Francia dal 6,5 al 7,9, in Spagna dal 10,2 al 13,1%. Sulle ragioni di tali andamenti, il ruolo di indiziato va al grande sviluppo dei contratti a tempo determinato, spesso per tempi brevissimi, che ha interessato tutta l’eurozona e l’Italia in particolare. E’ proprio in questa categoria infatti che si osserva il numero più alto di lavoratori in povertà.

Il problema oggi non è solo avere un lavoro. Ma riuscire a camparci.

La guerra degli smartphone. Ha fatto un certo scalpore l’allarme lanciato davanti al congresso Usa dei vertici dei servizi segreti americani circa i rischi di far entrare i telefonini cinesi, Huawey e ZTA, negli Usa per questioni legate alla cyber sicurezza. Huawey ha protestato ufficialmente, lamentando le iniziative del governo Usa per scoraggiare la diffusione commerciale dei suoi prodotti, che infatti sono stati banditi sia da Verizon che da AT&T pare su pressioni del governo. Sorge il sospetto che più di guerra di spie questa sia una guerra commerciale. Le vendita di telefoni cinesi, infatti sono esplose in pochi anni, in alcuni trimestre con tassi del 150%.

E anche se la Apple mantiene un ampio predominio, con oltre il 50% del mercato,

i cinesi sono ben posizionati, considerando la giovinezza dei loro prodotti. Forse negli Usa pensano che prevenire sia meglio che curare. Specie in un mercato, quello degli smartphone che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, ma che comunque nel 2016 ha generato vendite di telefoni per 1,5 miliardi di pezzi. Uno ogni cinque abitanti nel mondo. Abbastanza da motivare una guerra commerciale sotto mentite spoglie.

Cronicario: L’evoluzione della mancetta elettorale: la previsione del reddito futuro


Proverbio del 20 febbraio Fai attenzione a ciò che si dice non a chi lo dice

Numero del giorno: 64.400.000.000 Sofferenze bancarie italiane a dicembre 

Dimostrando una raro talento futurista il nostro augusto ministro del Tesoro ha presentato al Parlamento una relazione che segna un passo evolutivo notevolissimo nell’abusata prassi della mancetta elettorale. Dopo il taglio del canone agli ultra75enni poveri, d’altronde cos’altro restava da fare? Ormai tutti si sono resi conto che siamo in campagna elettorale e che ogni promessa è debito impagabile.

E allora quel che rimane per incantare l’elettore è semplice e insieme geniale: vendere il futuro.

E questo è il risultato.

La stampa com’è noto si beve ogni cosa. Nel pregevole studio, che presenta il risultato di un nuovo metodo di calcolo degli indicatori del benessere, c’è pure scritto che la partecipazione al lavoro aumenterà insieme all’inflazione e che diminuirà anche la diseguaglianza…

E pazienza se il governo che verrà, che probabilmente sarà uguale a quello che l’ha preceduto oltre ad essere la fotocopia di quelli prima di lui, non centrerà gil obiettivi. Sono previsioni, mica promesse. Hanno il vantaggio di essere gratis e di sollevare comunque l’umore in tempi vagamente incupiti dai capitomboli delle borse, che ci avevano abituato al sorriso un po’ ebete degli eterni giocondi e adesso ci stanno terremotando lungo i crinali dell’incertezza. E mica solo le borse. Oggi Bankitalia ha presentato la consueta rilevazione fatta con gli agenti immobiliari secondo la quale sui prezzi insistono spinte ribassiste,

con sconti sui prezzi di richiesta ancora superiori al 10%. L’ottimismo fa capolino, ma su un orizzonte da due anni a questa parte. Anche gli agenti immobiliari come il governo sognano un 2020 rose e fiori. E ancora non abbiamo votato.

Ma la notizia più triste della giornata arriva dagli Usa. No, non è la storia che Trump sta pensando di derogare alla normativa Usa contro la proliferazione nucleare pur di riuscire a piazzare una ditta stelle&strisce mezza fallita nella competizione per il nucleare in Arabia Saudita – di queste roba non leggerete nulla sui giornali italiani e io sono troppo pigro per raccontarvela – ma riguarda un altro mito americano nonché della giovinezza di chiunque sia cresciuto a pane e rock: la mitica Gibson, che da 120 anni sforna chitarre meravigliose, rischia di chiudere i battenti, avendo sul groppone 375 milioni di dollari di debiti da restituire entro l’estate.

Speriamo che pure lei arrivi al 2020.

A domani.

Russia e Cina alla conquista dell’Artico


La collaborazione fra Russia e Cina nella partita dell’Artico è solo l’ennesima corrispondenza d’amorosi sensi fra i due paesi che sta sollevando crescenti preoccupazioni dall’altra parte dell’Artico e che ormai procede da un trentennio su vari fronti, a cominciare ovviamente da quello nel settore militare. Una partita complessa, nella quale la variabile relativamente recente dell’alleanza sino-russa si inserisce in quella del controllo strategico di una regione  – l’Oceano Artico – che formalmente ricade sotto la giurisdizione dell’United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), ma sul quale, in pratica, si affaccia una parte importante della costa russa. Ciò conferisce di fatto un vantaggio territoriale, se non una supremazia, che fa della Russia il protagonista più attivo del Grande Risiko del Nord.

Non è certo un caso che proprio sotto la legislazione russa si stia articolando un’altra importante strada di collegamento, la Northern Sea Route (NSR) che collega via mare il Mare di Kara all’Oceano Pacifico. In questo modo la Russia consoliderà il suo vantaggio strategico sull’area, ricevendo enormi benefici di tipo economico e commerciale, riducendo notevolmente le percorrenza fra l’Europa e Cina e i costi di trasporto fra il 30 e il 40%. Proprio questa caratteristica ha sollevato l’attenzione della Cina che ha evidentemente tutto l’interesse a usare vie di collegamento più efficienti per incrementare i suoi traffici fra Europa e Usa. La Russia dal canto suo ha tutto l’interesse a consolidare i rapporti con i cinesi.

Le cronache riportano di un incontro, avvenuto il 29 marzo 2017, fra pezzi grossi del governo cinese e delle grandi compagnie private del paese con i loro omologhi russi in una cittadina russa che affaccia sulla costa artica, di recente divenuta navigabile per tutto l’anno grazie ai progressi compiuti dalla tecnologia russa per spaccare il ghiaccio. L’incontro è servito a fare il punto sull’approfondimento del link fra i due paesi nella regione, che promette di essere promettente per entrambi.

Queste connessioni sono bene illustrate in diversi articoli pubblicati dal Sipri che punta sulla variabile energetica – le riserve stimate di gas e petrolio custodite nell’Artico – per illustrare come la collaborazione sino-russa possa rivelarsi particolarmente vantaggiosa per entrambi i paesi in questa particolare declinazione dell’economia. La Russia ha tradizionalmente sviluppato le sue relazioni nel settore energetico con l’Europa, da sempre suo mercato di riferimento. Ma ormai da diverso tempo l’Asia – e quindi la Cina – viene sempre più considerata come un partner strategico più interessante sia sul versante della collaborazione tecnica e come investitore, che su quello del mercato. Dai cinesi i russi possono trarre partnership e mercati di sbocco. In tal senso l’Artico, sul quale la Russia investe da un decennio in termini militari e infrastrutturali è un interessante laboratorio. Anche la Cina infatti, da almeno un decennio, ha iniziato a puntare l’Artico, e ciò ha consentito di sviluppare relazioni con la Russia, pure se molti osservatori notano come le prospettive di collaborazioni ancora più ampie siano limitate. E tuttavia, essere presente sulle rotte artiche coincide con l’affermazione della presenza cinese in aree dove finora la Cina non ha avuto influenza, un po’ come è successo con l’Africa.

A fronte di queste premesse, sia la Russia che la Cina devono tenere conto di complessità circostanziali che rischiano di diventare sostanziali nel processo di sviluppo dell’economia dell’Artico. La Russia, ad esempio, è stata costretta dagli andamenti del mercato energetico a limitare gli sviluppi di esplorazioni nella penisola di Yamal, una propaggine nordica della Siberia nord-occidentale perché già in eccesso di produzione a causa delle tensioni con l’Ue, che sta cercando sempre più di diversificare le fonti di approvvigionamento, e con l’Ucraina, la terza grande consumatrice di gas russo, e soprattutto a causa dello sviluppo dello shale oil. Con i prezzi attuali, in sostanza, investire sull’Artico è poco profittevole e gli esperti calcolano che così continuerà ad essere finché il petrolio quoterà sotto i 100 dollari al barile.

Oltre a questa difficoltà puramente economica ce n’è anche un’altra di tipo operativo. Le sanzioni decise dall’Ue e dagli Usa dopo l’annessione russa della Crimea hanno tagliato fuori Mosca dai trasferimenti di macchinari ed equipaggiamenti di ultima generazione. In sostanza la Russia sta subendo un embargo anche tecnologico che rischia di danneggiare il suo settore energetico. Il bando subito dalla Russia include anche le esplorazioni delle riserve di shale oil che si pensa siano custodite nell’Artico. Tutto ciò ha costretto le compagnie petrolifere occidentali, come Exxon Mobile o Statoil, a sospendere la collaborazione con le colleghe russe, il che, aggiungendosi alla messa al bando finanziario ha lasciato le compagnie russe in debito non solo di tecnologia ma anche di risorse per setacciare il Polo Nord. Ed è in questo scenario che la Cina ha trovato ampi margini di penetrazione.

La Cina ha chiaro che la Russia, semplicemente per la sua posizione geografica, è uno dei grandi player del Grande Gioco Artico e quindi ha tutto l’interesse a serrare le relazioni con Mosca se vuole espandere la sua influenza nella regione. E ha tutte le ragioni per farlo. La sua fame di energia, malgrado il calo di consumi registrato dopo l’esplodere della crisi, rimane elevatissima e le sue compagnie pubbliche (state-owned enterprises) sono alla costante ricerca di nuovi territori ad alto contenuto energetico. E poi, come abbiamo detto, c’è la vicenda commerciale. Per un paese che vive di commerci internazionali come la Cina, ogni nuova via di collegamento rappresenta un business potenziale che non può essere sottovalutato, e lo scioglimento dei ghiacci, da questo punto di vista, rappresenta una straordinaria opportunità. La Cina ha tutto l’interesse a costruire le sue nuove via di collegamento globali – pensate alla visione della Belt and road initiative – e l’Artico potrebbe essere una di queste.

Se risultano chiari i vantaggi teorici reciproci fra Russia e Cina, rimane da vedere quali passi siano stati fatti. Le cronache riportano di un incontro fra la compagnia petrolifera russa Rosneft e la China national petroleum corporation (CNPC) avvenuto fra febbraio e marzo del 2013 proprio per discutere, all’interno di un round di negoziazioni dedicato proprio alle questioni petrolifere, di possibili cooperazioni per piattaforme petrolifere nei mari artici. In alcune zone si stimavano giacimenti capaci di pompare dai 3,9 ai 5,5 milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Nel 2014 il boss della Rosneft Igor Sechin confermò l’impegno a lavorare con i cinesi, essendo persino disposti a concedere loro quota proprietarie del progetto. L’intenzione è stata ribadita anche nel 2015 dal vice ministro dell’energia russo, ma ancora non se ne è fatto nulla. Gli analisti ipotizzano che ci sia ancora una certa riluttanza dei cinesi, che forse chiedono condizioni più vantaggiose o ruolo di gestione dei progetti artici. Però il dialogo è aperto. E uno dei campi dove molti ipotizzano si potrebbe sviluppare, aldilà di quello finanziario, è proprio quello tecnologico. Le sanzioni contro la Russia, che hanno privato il paese dell’accesso a molte nuove tecnologie, hanno lasciato il campo aperto alla Cina che infatti ha infittito la sua collaborazione con Mosca. Nel settembre del 2015, ad esempio, la China Oilfield service limited (COSL) ha siglato un accordo con la Rosneft e la norvegese Statoil per realizzare due pozzi di esplorazione sul mare di Okhotsk, che ha condizioni tecniche simile a quelle della zona artica, e che ha inaugurato una collaborazione a tre che potrebbe trovare nell’Artico il luogo migliore dove esercitarsi.

Sul versante dei progetti petroliferi onshore – visto che quello offshore è ancora poco battuto – si segnala la visita del capo della Novatek, azienda russa attiva nella produzione di gas, del 2013 in Cina per discutere progetti di collaborazione nella penisola artica di Yamal. A settembre di quell’anno fu siglato un contratto fra i russi e la CNPC che prevede la fornitura di tre tonnellate di gas liquido l’anno alla Cina, pari al 18% della capacità dell’impianto, che è stato approvato dal governo russo a gennaio del 2014. dopo la crisi ucraina, che ha messo in crisi la Novatek – l’Ucraina era uno dei maggiori consumatori di gas russo – a settembre 2015 la Novatek ha venduto a un fondo sovrano cinese, il fondo sovrano per la via della seta il 9,9% della quota della Yamal liquefied natural gas (LNG), società che gestisce il progetto sulla penisola, per oltre un miliardo di euro ricevendo inoltre un prestito da 730 milioni per 15 anni per finanziare il progetto di esplorazione. Per la cronaca gli altri azionisti sono, oltre alla Novatek (50,1%) la cinese CNPC (20%) e la Total francese (20%). L’accordo ha conosciuto una ulteriore evoluzione l’aprile 2016 quando la Yamal LNG ha siglato un accordo con la Export-Import Bank of China e la China Development Bank per facilitazioni creditizie per 15 anni per un ammontare totale di 9,3 miliardi di euro per finanziare il progetto. Non bisogna farsi ingannare da tanto attivismo però: le negoziazioni sono state complesse e più volte ritardate, segno che la partnership è ancora tutta da costruire. Epperò è stata avviata e i cinesi ne hanno ricevuto già grandi benefici, visto che l’80% dei macchinari necessari per il progetto Yamal verrà realizzato in cantieri cinesi.

Il caso di Yamal finora è rimasto isolato. La cooperazione sino-russa, che ha tutte le caratteristiche per diventare strategica, finora non ha compiuto ulteriori progressi nell’Artico. I Russi sono ancora combattuti fra i loro bisogni – di soldi e tecnologie cinese – e il timore di cedere influenza ai cinesi. Questi ultimi, sempre più consci della loro forza, non sono disposti a concedere nulla che non serva a confermarla. Ma è chiaro che si tratta di contrasti tattici. La strategia gioca a favore di un accordo sistemico anche quando gli interessi sono portati a divergere. Il caso della competizione per la fornitura di tecnologie nucleari – si pensi alla gara internazionale lanciata dall’Arabia Saudita per installare reattori a uso civile che vede Russia e Cina in concorrenza con le compagnie Usa, francesi e sudcoreane – lascia capire che i fronti di frizione ci saranno sempre. Ma per quanto russi e cinesi possano non piacersi, il grosso della partita dell’Artico vede un terzo incomodo assai ingombrante che sull’Artico si affaccia: gli Usa. Nel confronto generale per l’egemonia che sembra inaugurare questo inizio di secolo, malamente dissimulato da un multipolarismo di facciata, la partita dell’Artico sarà un ottimo pretesto per chiarire la reale consistenza delle linee di forza che governano il pianeta. Come sempre, l’economia è solo un pretesto. La storia la scrivono i politici. A volte i generali.

(2/fine)

Puntata precedente

Cronicario: E per non pagare il canone Rai invecchiate precocemente


Proverbio del 19 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno

Numero del giorno: 3.200.000.000 Investimenti previsti dal Demanio in 10 anni

Ultimi sgoccioli di campagna elettorale e meno male. Rima a parte, l’abbrutimento del nostro dibattito pubblico, già carente di suo, tocca un apice sensazionale quando leggo che il nostro beneamato gentilissimo premier ha annunciato che taglierà il canone televisivo a 350 mila ultra 75 enni con reddito inferiore agli 8 mila euro l’anno, mostrando di ignorare la geografia anagrafica della distribuzione del denaro in Italia,

 

ma in compenso di conoscere benissimo quella demografica/elettorale.

Eccolo qua il ragionamento del politico medio: gli anziani sono un sacco, votano e guardano la tivvù. Che ci vuole a fare politica così?

Capirete il leggero rosicamento, che mai mi sarebbe sorto se questa mancetta elettorale una volta tanto fosse arrivata alle famiglie monoreddito con prole, che forse ne hanno più bisogno, anziché sostenere i soliti, che poi magari la imprestano al nipote inattivo. Ma capisco bene che da un premier che dice che “è inutile promettere improbabili miracoli” al massimo ti puoi aspettare la triste realtà. E quindi il miracolo tocca farcelo da soli, magari cominciando a invecchiare prima del tempo, perché solo quando saremo grigi e artritici meriteremo (e neanche tutti) l’attenzione del governo.

Fuori da queste miserie se ne consumano altre, un filo più preoccupanti. Oggi si è consumata l’ennesima giornata nera di Creval, alle prese con un aumento di capitale che ha fatto sprofondare il borsa il titolo del 7% e i diritti per l’aumento del 70. Un grande successo, evidentemente, che accende un’altra lucetta d’allarme sul nostro quadro bancario, che ha appena ritrovato un minimo di fiducia in sé stesso. Non bastasse questo, da Ocse arrivano segnali di rallentamento della crescita nell’area nel quarto trimestre 2017.

Per fortuna buone nuove arrivano da Bankitalia, che ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti e la posizione estera.

Nel 2017 il nostro surplus corrente è arrivato al 2,9% del pil, ben 50 miliardi, spinto dall’incremento dei redditi primari, ossia le nostre rendite sull’estero, cresciuti da 5 a 11 miliardi, dalla riduzione del deficit sui servizi, a -1,8 miliardi da -2,8, con l’avanzo delle merci che si contrae dai 59,8 miliardi del 2016 a 56,7. Se avessimo politici alfabetizzati, questi semplici numeri suggerirebbero loro che serve una strategia per rilanciare la nostra economia dei servizi per compensare gli andamenti avversi del saldo delle merci, che dipende, oltre che dalla domanda estera, dagli andamenti petroliferi. E poi magari fare una riflessione sulla rilevante quota di ricchezza estera degli italiani, che ha originato le rendite di cui sopra. Ma così sarebbe troppo difficile fare politica. Tagliamo il canone va.

A domani.

 

 

I petrolieri di Internet: Le Sirene di Google e Facebook


Se i dati sono il nuovo petrolio, come suggerisce più di un esperto, allora le reti sottomarine sono i nuovi oleodotti dove il petrolio digitale circola a velocità inimmaginabili congiungendo posti fra loro lontanissimi nel tempo di un click. Controllare queste reti, in mondo dove nascono e proliferano infiniti servizi che finiscono sul mercato, diventa strategico, innanzitutto per coloro che su questo business hanno costruito la loro fortuna. Quindi le websoft, per cominciare, che dopo aver inventato nuovi mercati e penetrato quelli vecchi – pensate a Netflix per l’intrattenimento in streaming e Amazon per le vendite al dettaglio – ormai si apprestano a varcare l’ultimo portone riservato all’economia tradizionale: le banche,  e quindi il credito, e, dulcis in fundo, la moneta. I segnali già sono visibili, pure se servirà ancora tempo per vederli diventare qualcosa di più concreto.

Tutto ciò abbisogna di infrastrutture per essere condotto e valorizzato. E gli esperti hanno ormai chiara la convenienza dei trasformatori/venditori di dati, chiamiamoli così, a diventare anche padroni delle reti sulle quali viaggiano i loro treni carichi di informazioni. Questa non è una semplice tendenza, ma una realtà ormai consolidata. L’evoluzione della rete di cavi sottomarini ormai è costante e sempre più complessa nel suo articolarsi, con relazioni sempre più complesse fra le aziende che animano questa rivoluzione silenziosa e gli stati che in qualche modo vi partecipano. E ciò che di nuovo si osserva è la presenza, sempre più frequente, dei giganti di Internet. Le ultime notizie dal mondo sottomarino raccontano, ad esempio, di Google che ha lanciato il progetto Curie, il primo cavo sottomarino totalmente privato (ossia di sua proprietà) che collegherà Los Angeles al Cile. Un progetto che segue di pochi mesi un altro, parimenti ambizioso, che vede stavolta Google in consorzio con altre entità, fra le quali c’è anche Facebook per la posa del cavo Havfrue, che in danese significa Sirena, un gigante da quasi 9.000 km, progettato per collegare il New Jersey con la Danimarca e l’Irlanda, con la possibilità di estendersi fino alla Norvegia. Il primo da quasi vent’anni che viene realizzato per collegare queste due parti del mondo. Il cavo, dove i dati viaggeranno a 108 Tbps, dovrebbe essere operativo per la fine dell’anno prossimo, aggiungendosi alla già fitta rete di cavi, ormai oltre 400, che affolla in fondali oceanici. La presenza di Google, che è attiva nel settore da un decennio, non è certo casuale. La stessa compagnia ne ha spiegato le ragioni nel suo blog, mostrando come ormai la compagnia californiana sia un realtà più che consolidata nel business della rete sottomarina, essendo presente in qualità di investitore in ben undici progetti.

In tal modo Google ha creato un network notevolissimo che si articola non solo lungo la sua rete di cavi, ma in centinaia di nodi e vari data center realizzando un’infrastrutture dove la stessa Google stima circoli il 25% del traffico internet complessivo. In pratica un quarto del traffico dati gira sui suoi server, con tutto ciò che comporta sul versante dei vantaggi commerciali. Google ha investito moltissimo sulla posa di cavi sottomarini, 30 miliardi negli ultimi tre anni. E il perché l’ha spiegato Brian Quigley, direttore delle infrastrutture di rete, in un altro post pubblicato alcuni mesi fa sul blog aziendale. “La missione di Google è di connettere le persone alle informazioni globali con un’infrastruttura veloce e affidabile. Dai data center ai cavi sottomarini, siamo impegnati a costruire infrastrutture che raggiungano un numero di persone superiore a quello mai visto prima”. In sostanza, realizzare un nuovo sistema nervoso di Internet made in Google.

L’arrivo dei giganti della rete, d’altronde, ha modificato sostanzialmente l’infrastruttura sottomarina. Nata per le esigenze delle compagnie telefoniche, potenziata per quelle dei grandi trader internazionali, con l’arrivo delle tecnologie di streaming e delle cloud è diventato vitale per le websoft esserci e avere voce in capitolo in queste infrastrutture, dove il confine fra le esigenze commerciali e le logiche geopolitiche si va sempre più affievolendo. Le relazioni di queste compagnie con gli stati, quasi sempre partner dei giganti della rete per il tramite delle loro compagnie telefoniche, diventano parte integrante di una nuova geografia che non si basa più sui confini fisici, ma su quelli assi più sfumate e insieme ampie delle rotte digitali. Una breve rassegna delle operazioni più conosciute basterà a rendersene conto.

Poco più di un anno fa sempre Google ha acceso i suoi server a Cuba. La compagnia californiana è stata la prima azienda hi tech a mettere piede sul suolo cubano, dopo che Obama, nel luglio del 2015, aveva deciso di riaprire le relazioni diplomatiche con la storica nemica. Una rapida chiacchierata con la compagnia telefonica locale ETECSA, a dicembre 2016 e poi, a fine aprile 2017, i server sono stati attivati. Un passo importante per i cubani, ma non ancora risolutivo. Cuba infatti ha uno dei più bassi livelli di connettività al mondo. Google dovrà fare qualcosa di più per i cubani: fare arrivare una connessione stabile, potente e sostenibile. Per riuscire non basta un data center: serve un’infrastruttura fisica dove far viaggiare le informazioni e in tal senso il futuro varo di Curie, previsto nel 2019 potrebbe essere l’asso nella manica. Ma se l’America Latina è un mercato importante, è l’Asia il futuro. Infittire i collegamenti con i popolosissimi mercati asiatici è la vera scommessa per le compagnie internet, e infatti buona parte degli investimenti si orientano verso quella parte del globo.

All’inizio del 2017, infatti, è stato annunciato l’ultimo grande progetto sviluppato da Google in partnership con altri. Si chiama Indigo ed è un cavo gigantesco che si propone di collegare Singapore all’Australia, con un nodo anche a Jakarta e Taiwan, realizzato in consorzio con AARNet, Indosat Ooredoo, Singtel, SubPartners, e Telstra che dovrebbe essere acceso entro nel primo trimestre del 2019. Il cavo sarà lungo circa 9,000 km per una capacità di 36TBps. Questi moderni petrolieri, infatti, sono avveduti abbastanza da capire che non possono farcela da soli né possono concedersi il lusso di essere schizzinosi quando devono tessere alleanze: posare un cavo sottomarino richiede enormi capitali e consenso politico. Per questa ragione Google non ha avuto alcuna esitazione ad allearsi di nuovo con Facebook, ossia uno dei suoi principale concorrenti all’egemonia sulla rete, e coi cinesi per costruire insieme ad altri partner il Pacific Light Cable Networ (PLCN) un cavo lungo quasi 13.000 chilometri che si propone di essere la prima autostrada sottomarina a collegare Hong Kong con Los Angeles. Le masse asiatiche, così come quelle latino-americane, circa 330 milioni di persone, sono il target ideale di qualsiasi capitalista che offra servizi di massa. Nel frattempo ci sono cavi già attivi che portano il marchio Google. A maggio 2016 è stato annunciato Faster, un cavo da realizzare in collaborazione con China Mobile International, China Telecom Global, Global Transit, KDDI, SingTel costato 300 milioni di dollari, e lo stesso mese Facebook e Microsoft hanno annunciato che avrebbero posato insieme un cavo sotto l’Atlantico – chiamato Marea – capace di offrire una velocità di trasmissione di 160 TBps. Questa mostruosa quantità di dati sembrerà esagerata, ma basta ricordare quanto Microsoft stia investendo sui servizi in cloud e il mercato dei giochi on line, con la sua X box per capire che così non è.

Quanto a Facebook, ha investito e sta investendo massicciamente sui video, lo streaming e le varie forme di realtà aumentata che gli suggerirà la fantasia dei suoi ingegneri. La velocità di banda, insomma, non è mai troppa. “I grandi content provider – ha spiegato in una intervista a Wired Tim Stronge, vide presidente di Telegeography, azienda di consulenza attiva nel settore dei cavi sottomarini – hanno enormi e spesso imprevedibili bisogni di traffico fra i loro data center. I loro bisogni sono tali che ha senso per loro costruire i cavi invece di comprarli. Possedere la fibra dà anche la flessibilità si effettuare gli upgrade quando ne avvertono la necessità senza essere soggetti alle decisioni di terze parti”. Ragioni tecniche ed economiche, insomma, sono alla base di queste decisioni. Se torniamo a Google, osserviamo che la sua esperienza nel settore è iniziata ben dieci anni fa. A febbraio del 2008, mostrando una notevole lungimiranza, fu annunciato, sempre sul blog aziendale, la partecipazione a un consorzio internazionale per la realizzazione di Unity, un cavo di 9.600 km fra Los Angeles e il Giappone. Più avanti l’attenzione si è spostata verso l’America Latina. Nel 2014 fu annunciata la costruzione di COTA (Cable of The Americas), un cavo da Boca Raton, in Florida fino a Fortaleza e Santos, in Brasile, frutto della collaborazione dei californiani con Brazil’s Algar Telecom, Uruguay’s Antel, and Angola Cables. L’Europa è arrivata solo più tardi, con il progetto Sirene. Ma è chiaro che rimane l’Asia il mercato più strategico. Sempre Facebook, per fare un altro esempio, oltre a Marea ha investito sull’Asia Pacific Gateway, un cavo teso fra la Malesia, Singapore, Vietnam, Hong Kong, Taiwan, Cina, Giappone e Corea. Anche Microsoft è attiva nel business dei cavi sottomarini dal 2014. Ha investito in diversi progetti, con focus fra Usa, Canada e UK, ma senza dimenticare l’Asia. Ultima in ordine d’arrivo è stata Amazon, che ha comprato una quota di capacità dell’Hawaiki submarine cable per migliorare la latenza nelle trasmissioni fra Australia e Usa e che dovrà attivarsi entro giugno 2018. Nell’arco di pochi anni, insomma, c’è stata una sostanziale evoluzione negli abissi marini. I nuovi petrolieri di Internet stanno lentamente conquistando spazio per creare e popolare i loro paradisi elettronici che ormai raccolgono miliardi di persone. Forse è esagerato parlare della nascita di nazioni digitali. Ma non così tanto. Forse è semplicemente prematuro.

(2/fine)

Prima puntata.