La crisi dei chip affossa la produzione di auto in Italia


Molto si è scritto della crisi nella produzione di microchip che ha generato una carenza globale dei preziosi componenti di molta della nostra quotidianità. E il fatto che anche la Bce ne abbia fatto oggetto di una interessante ricognizione pubblicata nel suo ultimo Bollettino economico è la prova che le conseguenze economiche di questa carenza sono state profonde, e lo saranno ancor più in futuro.

D’altronde sarebbe strano il contrario. I chip sono alla base di molte produzioni, a cominciare ovviamente da computer e smartphone, fra le quali merita di essere segnalata quella di automobili, che ha la (s)gradevole caratteristica di essere una delle architravi del prodotto in molte economie europee, compresa la nostra. E purtroppo si vede.

Il grafico sopra mostra l’andamento della produzione di auto nel primo trimestre 2021 rispetto all’ultimo quarto 2020 e colloca il nostro paese al vertice del calo, peggio persino della Germania, che pure è un forte produttore. Quest’ultima d’altronde si segnala per le notevoli difficoltà che la scarsità di chip sta determinando nella sua economia, assai più gravi che per la nostra.

Il quadro si complica se si ricorda che “nel breve periodo ci si attende che la carenza di semiconduttori continui”, come scrive la Banca. E questo malgrado “le principali imprese manifatturiere di chip a livello mondiale prevedono di
ampliare la capacità produttiva e di incrementare la spesa in conto capitale quasi del 74 per cento”.

La buona notizia, che poi è quella che più di tutte interessa alla Bce, è che al momento la mancanza di chip non sta creando troppe tensioni sui prezzi. Nell’eurozona, infatti, “l’inflazione alla produzione sia per i componenti elettronici sia per i circuiti stampati, per i quali i semiconduttori sono fondamentali, si mantiene negativa”. Ciò che non toglie che si osservi una certa tensione sui prezzi “agli stadi successivi della catena di formazione dei prezzi”. In particolare proprio per i computer e i veicoli a motore.

C’è poi la questione geografica, o geopolitica se preferite, che deriva dalla preponderanza asiatica nella produzione e nel consumo di chip. Nel tempo infatti la produzione si è sempre più concentrata a Oriente, con effetti evidenti anche sulla capacità dell’Europa di importare questi prodotti.

Come si può osservare nel tempo la quota di importazioni dell’Ue è diminuita nel decennio e questa tendenza è stata amplificata dalla pandemia.

Dal grafico sopra, infatti, si osserva che la ripresa delle importazioni dell’Europa seguita al dopo lockdown non si è accoppiata con l’aumento dell’import di chip, già in crisi di produzione. Questo in conseguenza del fatto che “nel frattempo l’offerta era stata reindirizzata altrove”. La conseguenza visibile è stato un aumento notevole dei tempi di consegna.

E così arriviamo alle conseguenze economiche: “Secondo l’ultima indagine trimestrale della Commissione europea presso le imprese, il 23 per cento delle imprese manifatturiere dell’area dell’euro ha segnalato la mancanza di materiali
e/o attrezzature come un fattore chiave di limitazione della produzione”. Un problema che, come abbiamo già visto, è particolarmente grave in Germania.

Tutto ciò solleva molti interrogativi sulla tenuta della ripresa, che molto dipende da settori trainanti come l’automotive e l’hi tech. Con l’avvertenza che la crisi dei chip non sarà breve. Sarebbe saggio tenerne conto.

Il calo del tasso naturale di interesse non risparmia neanche la Cina


Un modo interessante per valutare l’intensità del coinvolgimento cinese nella globalizzazione avvenuto nell’ultimo ventennio è osservare come anche la Cina abbia registrato una crescente sensibilità all’andamento internazionale del tasso naturale di interesse. Parliamo di quel tasso, squisitamente teorico, che permette all’output potenziale di essere uguale a quello effettivo a fronte di un livello stabile di inflazione nel medio periodo, semplificando la definizione che ne diede Wicksell nel lontano 1936.

Il punto qui, però, non è teorico ma squisitamente politico. Se anche in Cina si osserva il declino del tasso naturale che caratterizza le economie avanzate – che si collega alla nota narrazione sulla stagnazione secolare – allora vuol dire che l’economia cinese, malgrado conduca una politica monetaria ancora molto condizionata dall’inconvertibilità della moneta, è perfettamente inserita nel contesto globale. O, il che è la stessa cosa, che il contesto globale influenza i fattori monetari anche di economie che sembrano impermeabili come quella cinese. La globalizzazione del declino dei tassi naturali, insomma, non risparmia neanche le economia pianificate.

Questo è almeno sembra essere il senso di un paper diffuso di recente dalla Bis che fotografa proprio l’andamento del tasso naturale cinese, che com’è noto non può essere misurato ma stimato, risiedendo in questa caratteristica una delle peculiarità di questa raffinata mitologia.

Il presupposto che spiega questa “sensibilità” cinese agli andamenti globali del tasso naturale forse risiede proprio nella Grande Trasformazione che l’economia cinese ha intrapreso nell’ultimo ventennio, e che ha coinvolto anche la politica monetaria di Pechino. La Cina ha di fatto cambiato paradigma, passando da strumenti di controllo degli aggregati monetari all’uso crescente della manovra del tasso di interesse. In sostanza, la Cina è passata da una rigida pianificazione del credito a un modo di controllo più somigliante a quello occidentale.

Questa evoluzione si è consumata fra il 1984, quando la People Bank of China (PBC) iniziò a funzionare come una banca centrale, e il 2009, quando la Banca iniziò a impostare una politica monetaria basata su tassi di interesse orientati al mercato.

“Attualmente, – scrivono gli autori del paper – la PBC utilizza una combinazione di strumenti di politica monetaria basati sul prezzo e sulla quantità, nonché strumenti macroprudenziali. Questa combinazione si è dimostrata efficace nel raggiungere gli obiettivi chiave della PBC di garantire la stabilità dei prezzi e promuovere la crescita economica”. La PBC è ancora impegnata nella modernizzazione dei propri strumenti in chiave “mercatistica”. Nel 2019, ad esempio, ha riformato il Loan Prime Rate (LPR) per orientarlo maggiormente alla logica del mercato.

Questi cambiamenti hanno avuto chiari effetti sull’andamento del tasso naturale stimato dagli autori del paper. I grafici sotto riepilogano le variabili prese in considerazione.

Le conclusioni sono invece osservabili dal grafico sotto.

In sostanza, “il calo tendenziale stimato del tasso di interesse naturale cinese rispecchia quello osservato in altre economie”.

Il tasso naturale cinese ha avuto una media del 3-5% fra il 1995 e il 2010 per poi declinare fino al 2% a fine 2019, che con un’inflazione al 2-3% implica un tasso nominale del 4-5%. La globalizzazione dei tassi bassi, insomma, non risparmia la Cina. O, per meglio dire, la globalizzazione tout court.

Cartolina. La scoperta della diseguaglianza


E così i banchieri centrali si sono accorti della diseguaglianza. Da poco più di un mezzo lustro, almeno a dar retta a una volenterosa statistica che ha misurato la frequenza di questo termine nei loro discorsi. E il ritornello, da quando se ne sono accorti, è sempre lo stesso: dagli anni ’80 la diseguaglianza è cresciuta e non certo per colpa della politica monetaria, che anzi può far qualcosa per mitigare i fattori strutturali che generano questa esecrabile tendenza. Ci hanno messo tempo – un trentennio dagli anni ’80 – ma oggi la diseguaglianza è un termine al centro dei discorsi di banca centrale. Parlandone queste entità si qualificano come strumenti di stabilizzazione egualitaria e quindi calamite di simpatia. Viene da pensare che se non l’avessero scoperta, la diseguaglianza, le banche centrali avrebbero dovuto inventarla.

Il rischio inflazione si scarica sui paesi emergenti


Poiché il tema della diseguaglianza è tanto popolare – a conferma di una certa pelosità di coscienza da parte dei benestanti che paradossalmente sono quelli che se ne lamentano di più – vale la pena ricordare che la madre di tutte le diseguaglianze non risiede nella statistiche sui redditi e ricchezza, che ormai alimenta un lavoro specialistico, ma nel fatto che ci sono paesi che si possono permettere di fare ciò che vogliono e altri no. E il caso del rischio inflazione, così tanto discusso nei paesi ricchi, che insieme temono e ambiscono a una ripresa dei prezzi per alleviare il fardello dei propri debiti, conferma proprio questa diseguaglianza di fondo. Perché sono i paesi emergenti a rischiare grosso con l’inflazione. Non certo noi.

Che i rischi di inflazione siano molto più elevati per le economie emergenti è scritto a chiare lettere anche nell’ultimo rapporto annuale della Bis di Basilea, che nota come l’epidemia abbia rinforzato il nesso fra politiche fiscali e monetarie, che si può osservare, da un lato, misurando il notevole ampliamento dei bilanci delle banche centrali, divenute grandi acquirenti di debito pubblico, e dall’altro il livello declinante del servizio del debito per gli stati. Un trend che proprio le politiche delle banche centrali hanno incoraggiato.

Il problema nasce dal fatto che mentre i paesi avanzati godono non solo di maggior credito internazionale ma anche di ampie capacità di gestire queste tensioni, grazie anche al un quadro istituzionale robusto, le economie emergenti in gran parte difettano proprio di queste caratteristiche. Il che le espone ai marosi delle crisi e soprattutto oggi, che l’inflazione torna ad agitare le ansie degli osservatori.

Il modello sviluppato dalla Bis mostra infatti che una deviazione del deficit fiscale tende a produrre un aumento dell’inflazione del 5,5% rispetto alla mediana della distribuzione: un effetto che è circa dieci volte più ampio di quello che si può osservare per le economie avanzate. Un risultato coerente con diversi studi che hanno evidenziato come i deficit fiscali tendano ad avere effetti notevoli sull’inflazione nei paesi dove l’andamento dei prezzi è già surriscaldato. Piove sempre sul bagnato, insomma.

Tanto è vero che il link fra deficit e inflazione è molto più affievolito nei paesi che hanno un regime di politica monetaria basato sul target di inflazione. Paesi quindi con una maggiore robustezza istituzionale, oltre che economica. A migliorare le prospettiva, tuttavia, la circostanza che ormai anche fra gli emergenti molti paesi hanno impostato le proprie politiche monetarie sui target di inflazione. Il che dovrebbe servire a mantenerle maggiormente al sicuro. Ma questo non vale per tutti. E sono proprio le economie più fragili che rischiano di pagare il conto.

Il patto del carbone fra Russia e Cina


Sappiamo già quanto la Cina dipenda dal carbone, e soprattutto quanto ancora dovrà dipenderne, pure se il paese si sta lentamente conquistando un posto al sole nell’economia delle energie alternative. Diventa perciò interessante osservare quanto questa dipendenza venga alimentata dalla Russia, che a sua volta ne soffre, ma dal lato dell’offerta.

Mosca infatti, dopo il notevole declino della produzione negli anni ’90, con il nuovo secolo ha fatto ripartire le miniere fino ad arrivare alle 360 milioni di tonnellate estratte nel 2015, un livello superiore a quello del 1991, quando la produzione raggiunse un picco.

Fra il 2018 e il 2019 la produzione ha superato i 430 milioni di tonnellate, per poi declinare a causa della pandemia. E anche se il carbone non ha lo stesso peso del petrolio e del gas per il bilancio pubblico russo, rimane pur sempre una voce rilevante nella contabilità del paese. Al punto che il governo ha previsto un piano di sviluppo da qui al prossimo decennio.

Il perché non è difficile da capire. Buona parte di questa produzione infatti va all’estero e segnatamente in Cina. Già dal 2009, infatti, Pechino non è più in grado con la sua produzione di soddisfare il fabbisogno di carbone, ancora molto utilizzato in diverse produzioni. Così siamo arrivati al 2019, quando le esportazioni dirette in Asia, a in particolare in Cina, Corea del Sud e Giappone, sono arrivate al 50% del totale, superando quelle europee, ferme al 40%.

La peculiarità di questo mercato, tuttavia, risiede nel fatto che necessita di notevoli investimenti pubblici, specialmente in ferrovie, per poter essere sostenuto. Non a caso nel marzo scorso il governo russo ha approvato un investimento da 700 miliardi di rubli per collegare la Jakuzia alla Cina tramite una ferrovia lunga mille chilometri. Già oggi le spedizioni di carbone tramite ferrovia rappresentano una quota importante delle spedizioni ferroviarie russe. Si stima che occupino, per tonnellaggio, circa un quarto del totale.

Questo attivismo sul versante del carbone spiega perché il governo abbia pianificato di aumentare la sua quota mondiale di esportazione di carbone dall’attuale 14% al 23-25% entro il 2035. Ciò non vuol dire che riuscirà, ovviamente. Anche perché i piani prevedono una aumento della produzione fino a 485-668 milioni di tonnellate, che significa anche incrementare significativamente pure il trasporto ferroviario dedicato.

Questo quadretto, carbone+ferrovia, che fa tanto Novecento, poco si attaglia alla nouvelle vague ambientalista che sogna l’energia pulita ignorando i costi intrinseci che porta con sé: si pensi solo al notevole aumento del consumo di minerali incorporato nelle energie rinnovabili.

Ma intanto Russia e Cina, e con loro le altre due grandi economie che concorrono con i russi alla produzione massiccia di carbone, ossia Australia e Indonesia, fanno quello che possono per sfruttare l’onda lunga della domanda cinese finché dura. Quando leggiamo di patto strategico fra Russia e Cina, è il caso di ricordare che il carbone fa parte del piano. Pure se è brutto, sporco e cattivo.

(6/segue)

Puntata precedente: La sfida russa al mercato del gas liquefatto

Big Tech e finanza: cosa ci insegna il caso cinese


Poiché l’emersione delle grandi compagnie di internet nell’empireo del mondo finanziario è l’autentica novità del decennio appena trascorso, vale la pena sfogliare un bel paper della Bis che racconta in poche pagine il caso cinese, forse il più avanzato osservato nelle cronache recenti. Al punto da risultare istruttivo abbastanza da informare il dibattito in corso, dove osservatori più o meno preoccupati (o interessati) si domandano se tale fenomeno non finisca col cambiare radicalmente le coordinate del sistema finanziario, facendolo virare verso una sorta di Far West dove i regolatori possono fare poco o nulla.

Quest’impotenza, alla quale è sembrato che il governo cinese voglia tutt’altro che rassegnarsi, si pensi al recente caso Didi, la versione cinese di Uber, al quale il governoha impedito la quotazione all’estero per ragioni di di sicurezza nazionale, è figlia della dimensione a dir poco esagerata che queste entità hanno finito col raggiungere, che si apprezza bene se si confronta la loro capitalizzazione con quella delle principali industrie finanziarie.

E non si tratta solo di soldi. Il vero tesoro di queste compagnie sono gli utenti. In Cina, negli ultimi vent’anni, il numero degli utilizzatori di internet si è triplicato, raggiungendo i 900 milioni nel 2020. Questa orda è stata l’autentico combustibile che ha mandato in orbita le compagnie cinesi che lavorano nella cloud.

All’inizio della loro storia, tuttavia, i progetti erano molto più semplici rispetto a quelli che sono emersi successivamente. Alibaba si occupava di e-commerce, Tencent di messaggistica istantanea: nulla di particolarmente esoterico. Ma poi, proprio in conseguenza dell’approdo massiccio di user sulle loro piattaforme, questi servizi elementari hanno finito col diventare sofisticati, offrendo via via opportunità finanziarie, dai microprestiti ai pagamenti istantanei.

Il culmine di questa espansione si è raggiunto nell’agosto scorso, quando Ant Group, braccio dei servizi finanziari di Alibaba, ha presentato richiesta di quotazione in borsa a Hong Kong e Shanghai per raccogliere 30 miliardi di dollari. La quotazione, poi bloccata dai regolatori cinesi, avrebbe ulteriormente rafforzato il potere di Alibaba e avrebbe condotto Ant Group a superare di gran lunga il valore delle principali banche cinesi. Insomma: la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Rimane il fatto: i campioni hi tech cinesi hanno fatto moltissima strada e probabilmente ne faranno altrettanto. Capire le ragioni del loro successo può essere utile a conoscere meglio non solo l’economia che ruota a questi fenomeni, ma anche il peso che ha in questa evoluzione il ruolo del governo, poco meno che determinante nel caso cinese, al pari almeno del numero della popolazione.

Quest’ultima, a ben vedere, fa la differenza, alimentando quelle “network esternalities” alla base del successo delle reti sociali finanziarie. In sostanza, l’abbondanza di dati favorisce la fioritura di servizi finanziari che consentono di monetizzare questi dati. Il più classico dei circoli virtuosi. La cloud consente, ad esempio, di profilare gli individui al punto da elaborate un merito di credito assai più raffinato di quello solitamente elaborato dagli istituti finanziari. In tal senso le big tech sono capaci di “spiazzare” le banche. Inoltre, facendo circolare denaro all’interno delle loro reti, interferiscono con il sistema dei pagamenti e perciò suscitano anche le preoccupazioni delle banche centrali.

Tutto questo spiega perché molti osservatori guardino a queste entità come “aggressivi invasori” di un ambiente storicamente protetto: quello finanziario. Gli autori del paper, al contrario, guardano alle big tech come “finanzieri accidentali”. Ossia come soggetti per i quali il sorgere dei servizi finanziari è stata una conseguenza del loro operare all’interno della cloud. Un punto di vista, se vogliamo ancora più radicale: se i servizi finanziari nascono spontaneamente all’interno della cloud, purché si abbia abbastanza massa critica per attivarli, non vuol dire allora che in quella realtà le Big Tech siano naturalmente destinate ad affermarsi come protagonisti?

Gli esempi riportati dal paper sembrano confermare questa possibilità. Nel maggio del 2003 Alibaba lanciò il suo servizio customer-to-customer (C2C) di e-commerce Taobao, dove venivano proposti numerosi prodotti. Tuttavia il numero di transazioni rimaneva limitato: di fatto mancava la fiducia fra venditori e compratori e questo impediva di attivare i pagamenti. Mancava, insomma, una terza parte che garantisse al venditore il pagamento delle merce spedita e al compratore la spedizione della merce pagata, sul modello PayPal, per intenderci. Solo che in Cina un sistema esterno, che solitamente richiede un numero di carta di credito per funzionare, non poteva essere attivato perché la diffusione di carte di credito era ancora bassa. Che fare quindi?

A ottobre dello stesso anno, per risolvere il problema, Alibaba introdusse una nuova funzione, quella delle “secured transaction”: Taobao avrebbe trattenuto il pagamento del compratore in un deposito a garanzia e avrebbe trasferito il denaro solo dopo che l’acquirente avesse confermato di aver ricevuto la merce. In sostanza, Taobao interpretava un ruolo squisitamente finanziario di intermediazione. Già nei primi mesi del 2004, il 70% dei prodotti venduti dalla piattaforma offrivano il servizio “secured” e il risultato fu una crescita notevole delle transazioni, al punto che alla fine dello stesso anno Alibaba decise di fondare Alipay proprio per gestire queste transazioni. Da li sarebbe nata Ant financial, divenuta poi Ant Group nel 2020, l’anno della quotazione. Un classico caso in cui la domanda di un servizio – i pagamenti sicuri – genera l’offerta e quindi l’entità chiamata ad amministrarla.

Un altro esempio istruttivo è quello dei pagamenti istantanei. Tencent fu fondata nel 1999 allo scopo di offrire normali servizi di messaggistica, un business in cui è molto difficile guadagnare. L’azienda cinese puntò sulla “personalizzazione” dell’identità digitale dello user sviluppando nel 2003 una propria applicazione (Tencent QQ show) che consentiva ai clienti di personalizzare le loro immagini virtuali aggiungendo ad esempio vestiti virtuali o altri accessori personali. Il programma ebbe un successo straordinario. Nei primi sei mesi cinque milioni di user spesero in media cinque yuan a persona per questo servizio, che poteva essere pagato in Q-coin, con cambio 1 a 1 con lo yuan. Gli user potevano pagare questi Q-coin o tramite credit card o tramite credito telefonico, confermandosi quest’ultimo un potente attivatore di pagamenti virtuali. Tecnicamente è come se Tencent abbia attivato un suo sistema dei pagamenti privato. Anche qui, la storia si conclude con il braccio operativo che gestisce questi pagamenti che diventa una compagnia a parte, Tenpay, nel 2005, diventando la prima piattaforma di pagamento di terzi parti.

Queste due storie, dove da un lato le inadeguatezze del sistema finanziario tradizionale (carte di credito poco diffuse con Alibaba) e il bisogno di promuovere un business saturo (il QQ di Tencent), generano nuovi servizi finanziari, ce ne comunicano un’altra: nulla di questo sarebbe potuto accadere se il governo non avesse costruito e sviluppato le reti, a cominciare da quelle mobili.

Già nel 2009 in Cina era attiva la rete 3G e sia Ant financial che Tencent ne approfittarono subito per sfruttare con le loro app la maggior velocità di trasmissione. Il risultato fu che nel giugno 2020, quindi un decennio dopo, il numero degli utenti di messaggi istantanei e di pagamenti mobili arrivò, rispettivamente, a 930 e 800 milioni, con un valore di transazioni dei pagamenti mobili con terze parti pari al 230% del pil. E questo, vale la pena sottolinearlo ancora una volta, grazie al governo che intanto, già a fine 2013, aveva già rilasciato quattro licenze per il 4G, consentendo agli operatori mobili cinesi di investire pesantemente sulle reti. Alla fine del 2019 la Cina aveva già 5,4 milioni di stazioni 4G, oltre la metà di quelle totali al mondo. In più, i cinesi hanno avuto la possibilità di comprare smartphone a prezzi molto bassi, col risultato che gli utenti 4G nel 2019 raggiunsero quota 1,3 miliardi. E la portabilità delle transazioni finanziarie si è confermata un potente attivatore delle transazioni. Chi compra un biglietto aereo con lo smartphone, può usarlo molto più facilmente di chi lo compra col pc.

Un altro elemento che ha favorito la crescita dei due giganti cinesi è stato – classicamente – la competizione. Alipay è stato a lungo il soggetto dominante nei pagamenti mobili cinesi fino a quando, nel 2011, Tencent ha lanciato WeChat, un’app di social network per scambiare con gli amici materiali digitali. Nel 2013 Tencent integrò i pagamenti gestiti da Tenpay nell’applicazione, generando WeChatPay. All’inizio la quota di mercato di questa entità si collocò intorno al 10-15%, a fronte dell’80% di Alipay. Ma nel 2014 WeChat lanciò la funzione “red packet”. Si tratta di una tradizione cinese: quella di consegnare un po’ di denaro chiuso in un pacchetto rosso ai giovani durante le festività. Inserire questa possibilità fra i servizi offerti aumentò significativamente il numero di operazioni di WeChat, che un paio di anni dopo aveva già raggiunto la quota di mercato del 40%.

Ma forse la sopresa maggiore per gli osservatori è arrivata da un altro segmento: quello degli investimenti. Ogni account associato a un user tende ad avere dei fondi liquidi che giacciono inutilizzati. Da qui la decisione di Ant financial di mettere in piedi un fondo monetario a metà del 2013 con la collaborazione di un gestore di asset (Tianhong). La nuova creatura, Yu’ebao, piacque più di quanto si potesse prevedere. Il numero dei sottoscrittori arrivò a 43 milioni. Nel 2017 superò addirittura il fondo del mercato monetario di JP Morgan basato su titoli del governo Usa, diventando il più grande fondo monetario al mondo con 1,1 trilioni di yuan di asset, pari a 117 miliardi di dollari.

L’ultimo tassello che completa il quadro della penetrazione finanziaria delle Big Tech cinesi è il microcredito. In Cina per molti individui o piccoli imprenditori è difficile ottenere credito bancario, come accade in molte economie emergenti. Nulla di strano che sin dai primi anni 2000 Alibaba, che come abbiamo visto aveva già la tecnologia, avesse sviluppato un sistema di “credit record” attingendo dati dalle transazioni svolte sulla sua piattaforma e-commerce, che molto facilmente sono divenute analisi sul merito di credito. Questo ha generato la possibilità di chiedere microprestiti alle banche, che però non si fecero convincere. Probabilmente le procedure bancarie non prevedevano come garanzia il merito di credito di un utente promosso da Alibaba.

Anche qui, la soluzione fu di provvedere in proprio. Alibaba si fece assegnare una licenza di micro-prestatore e sviluppò il suo sistema interno di credito scoring – Zhima credit – per approvare rapidamente i microprestiti. Venne creato il “modello 310” che richiede 3 minuti per essere approvato e un (1) secondo per avere la risposta “con zero interventi umani”. Alla fine del 2012 Ant è riuscita ad approvare 100 milioni di yuan di micro-prestiti in 36 minuti durante una campagna promozionale. Il business crebbe talmente rapidamente da raddoppiare fra il 2014 e il 2017. Nel 2019 la piattaforma di finanza digitale ha sorpassato per la prima volta quella dei pagamenti digitali, diventando la prima fonte di ricavi del gruppo. Ant aveva scoperto di essere una banca.

Questa trasformazione in banca ha avuto notevoli effetti sul sistema finanziario cinese. Per sostenere la sua attività di prestito, infatti, Ant ha iniziato a raccogliere fondi nel mercato dei capitali emettendo obbligazioni con i microprestiti come sottostante. Questi obbligazioni, emesse dalle sussidiarie di Ant, crebbero sostanzialmente fra il 2016 e il 2017. A settembre di quell’anno le due compagnie emisero 44 miliardi di yuan di asset back securities (ABS) pari al 30% di tutti gli ABS cinesi emessi quel mese. Il regolatore cinese dovette intervenire per promuovere regole più stringenti.

E questo ci porta all’ultimo passaggio che queste entità tecnologiche hanno percorso per promuovere i loro affari: la trasformazione “ufficiale” in banca. Non appena – era il 2014 – il governo cinese annunciò che presto avrebbe concesso licenze per nuove banche private, sia Ant che Tencent crearono le loro banche, MyBank (Ant) e WeBank (Tencent). Tuttavia questo business non è mai davvero decollato. Gli asset totali, a fine 2018, per l’una e per l’altra ammontavano rispettivamente a 96 e 220 miliardi di yuan, molto al di sotto della media di sette trilioni di yuan di una banca di medio taglio in Cina.

Questo ci dice un’altra cosa: dove davvero i giganti di internet fanno la differenza è nei servizi che non esistono, non in quelli che esistono già. Anche perché i regolatori tendono comunque a proteggere gli incumbent. E questo costringe le Big Tech a spingere sul pedale dell’innovazione. Nel 2018, ad esempio, le banche internet promossero nuovi prodotti per attrarre depositanti.

Questa rappresentazione sintetica della grande avventura delle Big Tech cinesi è sufficiente per inquadrare meglio quale sia il campo da gioco nel quale le potenze economiche emergenti sfidano le grandi istituzioni ufficiali, con il governo nel ruolo insieme di arbitro e di costruttore del contesto. E si capisce anche bene la conclusione del paper, quando osserva che non è stata una logica predatoria a spingere allo sviluppo finanziario di queste entità, quanto piuttosto la capacità di riempire i numerosi spazi vuoti che esistevano nel sistema, o di crearne di nuovi.

Però, una volta che questi servizi finanziari nati per necessità diventano la principale fonte di profitto, ecco che la mutazione da “finanzieri per caso” a predatori finanziari può avvenire molto rapidamente. E considerando il volume di dati (e di clienti) che hanno come sottostante, queste compagnie possono facilmente diventare un rischio globale, non solo cinese. Specie adesso che la diffusione della cloud, per la quale certo le vecchie banche sono meno attrezzate, è diventata pandemica.

Tutto questo lascia aperte molte domande, alle quali in teoria dovrebbero rispondere i governi. La strada più facile da percorrere è sicuramente quella di frenare l’avanzata di queste entità. Ma forse in Cina, e anche altrove, prevarrà un’altra visione: quella di inglobarle in un più ampio modello di governance globale. Ma questa è tutta un’altra storia che stiamo scrivendo.

La tendenza disinflazionaria della globalizzazione


Ora che l’inflazione sembra voler tornare di moda, dopo essere scomparsa dai radar degli osservatori da un ventennio abbondante, vale la pena approfondire – sperando che sia robusto – il legame che molti economisti ipotizzano esista fra l’andamento dei prezzi e la globalizzazione che sempre da un ventennio, ossia da quanto l’internazionalizzazione ha mostrato di accelerare sempre di più, sembra abbia influito significativamente proprio sull’inflazione.

Il grafico sopra, pubblicato dalla Bce nel suo ultimo bollettino, sembra fatto apposta per nutrire il sospetto che ci sia una profonda correlazione – che magari transita attraverso i prezzi delle importazioni – fra andamento crescente della globalizzazione e trend decrescente dei prezzi. Ma come è noto, i sospetti di correlazione non sono mai una prova. Perciò è assai più sensato parlare, semmai, di bias, come dicono gli economisti. Ossia di una tendenza che potrebbe spiegare l’andamento di variabili così diverse. E sperare magari che esista davvero, questa tendenza, visto che l’azioni delle banche centrale e dei governi, che pompano senza sosta risorse finanziarie nel circuito economico, sembrano fatte apposta per disancorare le aspettative di inflazione e regalarci una qualche fiammata dei prezzi.

Circostanza nefasta, visto l’attuale livello di debito raggiunto, perché potrebbe costringere le banche ad alzare i tassi di interesse, ben sapendo che l’alternativa – ossia il mantenere una politica monetaria accomodante – sarebbe peggio.

Per valutare l’effetto della globalizzazione sull’inflazione la Bce ha preso in esame tre elementi che per le loro caratteristiche potrebbero essere collegati a un calo persistente della globalizzazione. Ossia l’integrazione commerciale, la globalizzazione dell’informazione e la partecipazione alle catene globali del valore. L’analisi tuttavia mostra che il contributo di queste grandezze agli andamenti inflazionari rimane modesto. Quindi da questo punto di vista non sembra che l’andamento dei prezzi ne sia influenzato.

DI conseguenza rimarrebbe valido il vecchio schema interpretativo che collega l’inflazione alle pressioni (monetarie) sul lato della domanda – classicamente rappresentate dalla curva di Phillips che correla graficamente il livello di occupazione all’andamento dei prezzi – e sul lato dell’offerta, che molto dipende dalle politiche monetarie della banca centrale.

C’è però un punto che bisogna ricordare. Le economie avanzate, oggetto dell’analisi della Bce, hanno mostrato andamenti inflazionari sorprendentemente simili nel quindicennio fra l’inizio dei ’70 e la metà degli ’80 del XX secolo, quando i prezzi salivano – con la significativa eccezione della Germania e della Svizzera – a ritmi del 10%.

Il punto teorico interessante è che “la crescente sincronizzazione dei tassi di inflazione tra paesi riflette l’influenza di fattori comuni, come ampiamente documentato in letteratura”, come scrive la Banca. Perciò è naturale chiedersi quali possano essere questi fattori comuni se quelli analizzati dalla Bce non si sono dimostrati quelli giusti. Alcuni autori hanno stimato che l’inflazione “globale” pesi addirittura circa il 70% sulla varianza dell’inflazione fra paesi.

Questo scenario, perciò , disegna un mondo molto interconnesso, anche se, secondo altri economisti, l’importanza dei fattori globali sarebbe diminuita a partire dalla fine degli anni ’70. Rimane il fatto che questi co-movimenti devono essere compresi e spiegati. Una di queste spiegazioni mette in cima ai fattori che attivano l’inflazione globale gli shock comuni, come quelli vissuti nei ’70 a causa del petrolio, o quelli uguali e contrari perché deflazionistici che abbiamo visto all’opera dopo la crisi del 2008.

Un’altra causa di co-movimento viene individuata nell’evoluzione del regime della politica monetaria e nei cambiamenti strutturali. Ha a che fare, quindi, con il contesto istituzionale nel quale si trovano ad agire i responsabili delle politiche monetarie che – lo abbiamo visto anche in occasione del Covid – tendono a muoversi in maniera coordinata.

Quella che abbiamo chiamato l’internazionale del central banking, insomma, può rappresentare un fattore istituzionale rilevante. La dimostrazione più chiara di questo “potere” la si può ricavare osservando come la convergenza sui target di inflazione fra le principali banche centrali nel tempo ha effettivamente favorito il loro raggiungimento nell’età della Grande Moderazione.

La globalizzazione, quindi, non riguarda solo i traffici commerciali di beni, servizi o persone, ma ha a che fare con fenomeni assai più complessi che includono anche le policy. Si pensi ad esempio alla regolamentazione bancaria. Ma questa definizione “allargata” della globalizzazione non viene contemplata dalla Bce, che si limita ad osservarla nel suo aspetto più squisitamente economico, e perciò scrive, ad esempio, che “la globalizzazione si è arrestata dopo la grande crisi finanziaria”. Che è vero se ci si riferisce ai traffici internazionali, ma assai meno vero se si guarda alle policy. Basta pensare agli swap attivati fra le banche centrali proprio in conseguenza della crisi finanziaria, o alle politiche coordinate che hanno condotto a un graduale cale dei tassi di interessi ed all’allargamento dei bilanci della banche centrali.

A limitare la capacità di osservazione dell’effetto della globalizzazione sull’inflazione della Bce è proprio la definizione scelta per la parola globalizzazione. Il fenomeno, infatti, viene osservato nella sua più evidente ricaduta economica e se ne ha un chiaro esempio quando si analizza l’andamento delle catene commerciali del valore, controprova dell’accresciuta intensità degli scambi internazionali.

Questi ultimi sono aumentati passando dal 30% (importazione di beni e servizi sul pil) nel 1980 a oltre il 50% nel 2008 grazie al calo delle tariffe e al progresso tecnologico che ha favorito la delocalizzazione.

E’ chiaro che una maggiore globalizzazione del commercio può avere effetti disinflazionari, agendo sul meccanismo di fissazione dei prezzi e dei salari. Ma stiamo sempre parlando di un aspetto della globalizzazione, non del fenomeno che nella sua interezza è assai più complesso. Così come se può essere vero che “la globalizzazione ha anche avuto effetti pervasivi sui mercati del lavoro, erodendo il potere contrattuale dei lavoratori negli EA e riducendo ulteriormente i costi di produzione”, è vero altresì che gli stessi meccanismi, agendo sui prezzi, hanno aumentato il potere d’acquisto dei lavoratori.

L’analisi della Bce, insomma, per quanto accurata, considera solo alcuni dei fattori che determinano una globalizzazione e focalizzandosi su quelli squisitamente economici rischia di peccare di aderenza alla realtà, che non è fatta solo di economia. E la Bce ne è perfettamente consapevole. ” I movimenti più bruschi dell’inflazione complessiva, verificatisi negli anni ’90 e poi di nuovo dopo il GFC, – scrive – sono probabilmente collegati ad altri fattori, come i cambiamenti nei regimi di politica monetaria, il calo delle aspettative di inflazione e la minore indicizzazione dei salari”.

Solo il tempo ci dirà se la crescente globalizzazione, destinata a intensificarsi proprio in ragione del Covid, avrà effetti deflattivi, confermandosi così il bias che abbiamo ipotizzato all’inizio, o se le decisioni “generose” di alcuni governi, in primis quello Usa, che stanno iperstimolando la propria economia con la compiacenza della banca centrale, finirà con l’infiammare i prezzi. Ma anche in questo caso avremo la conferma che la globalizzazione ha effetto sui prezzi internazionali. Solo che li ha anche al rialzo.

Cartolina. China is coming (back)


Quelli che si stupiscono del grande balzo cinese dell’ultimo ventennio dovrebbero ricordare cos’erano la Cina e l’India, trecento anni fa – e stendiamo un velo sui secoli precedenti – e cosa eravamo noi europei. Ancora agli inizi del secolo XIX, quello del capitalismo occidentale e della diplomazia con la pistola in pugno, la Cina esprimeva un terzo del prodotto mondiale e l’Europa, già potenza coloniale, poco più di un quarto. Poi la diplomazia finì e rimasero solo le pistole in pugno. E fra guerre dell’oppio e altre amenità, l’Europa conquistò la sua primazia che durò giusto il tempo di consegnarla alla Storia – e quindi agli Usa – dopo un paio di guerre globali a dir poco demenziali. Quanto ai nostri successori – gli Usa – il secolo XX, chiamato con troppa fretta il secolo americano, è semmai la storia di una supremazia in declino, con la Cina sullo sfondo e l’India in lenta ma costante ripresa. Con eguale fretta, osservando la clamorosa ripresa cinese, si parla del secolo XXI come del secolo asiatico. Ma forse la Cina non appartiene più solo all’Asia. E’ l’Occidente, che riparte da dov’era cominciato.

La Bri di Basilea benedice le monete digitali “statali”


Visto che anche la Bce ha deciso di lanciare il suo progetto per la sperimentazione di un euro digitale, vale la pena osservare che ormai da diverso tempo le monete digitali di banca centrale sono un pallino della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea. Proprio poche settimane fa la preferenza della Bri per lo sviluppo di una CBDC (central bank digital currency) si è chiaramente palesata con la pubblicazione di uno dei capitoli del rapporto annuale della banca, che già dal titolo – “CBDC, un’opportunità per il sistema monetario” – rivela l’opinione della Banca.

Un’opinione, però, che ha il pregio di essere fondata su robusti dati di fatto e su un’attività di ricerca che ormai dura da diversi anni, duranti i quali la Banca ha offerto materiale di prim’ordine agli osservatori che guardano a questo processo che non è esagerato definire storico. Le CBDC, infatti, come abbiamo scritto più volte, rappresentano un’evoluzione difficilmente eludibile del sistema finanziario se i governi vogliono continuare a mantenere la moneta come bene pubblico e soprattutto vogliono continuare a basare il sistema finanziario sul duopolio fra banca centrale e banca commerciale, a fronte di una crescente invasività della moneta privata, nel senso di privatamente emessa di entità non bancarie, nel sistema monetario internazionale.

Fatta la premesse, vale la pena leggere con attenzione la trentina di pagine pubblicate dalla Bis, che contengono un ottimo riepilogo non solo dello stato dell’arte, ma anche delle caratteristiche “consigliate” di questo strumento che vede un consenso crescente fra i banchieri centrali. Purché, ovviamente, siano costruite con la consapevolezza di dover non solo conservare, ma rafforzare il sistema esistente.

Non a caso i ricercatori della Banca scrivono che “le CBDC aprono un nuovo capitolo per la moneta basata sulla fiducia nelle banche centrali” e al tempo stesso che “per un funzionamento ottimale, le CBDC devono essere parte di un sistema a due livelli, dove la maggior parte delle attività rivolte al cliente è svolta dalle banche e da altri fornitori di servizi di pagamento”. Traduzione: le CBDC, se ben disegnate, serviranno non solo a rafforzare la capacità delle banche centrali di generare fiducia, ossia il sentimento alla base della costruzione razionale del nostro sistema finanziario, ma anche il ruolo delle banche commerciali di interfaccia col pubblico. Non più da sole, e questa è già il segno della novità, ma con “gli altri fornitori di servizi di pagamento”. Passaggio anche questo ineludibile. Chiunque abbia mai fatto un acquisto col proprio credito telefonico, essendo magari sprovvisto di un conto corrente bancario, capirà il riferimento.

Il punto più interessante, tuttavia, è un altro: “Il modello più promettente per un uso corrente è una CBDC costruita su uno schema di identità digitale, che salvaguardi la riservatezza dei dati e allo stesso tempo offra protezione contro le attività illecite, e potenzialmente semplifichi i pagamenti transfrontalieri”. Che significa? In sostanza questo modello consente di agganciare la moneta al suo portatore, a differenza di quanto accade oggi con le banconote. Aldilà delle questioni di privacy, che sicuramente verranno analizzate e garantite, questo suggerimento va nella direzione di una crescente trasformazione digitale del cittadino in user, che così tante discussioni è destinata ad alimentare in futuro, anche per i timori, più o meno sensati, di derive distopiche.

Chiaramente la Bri non si occupa di questo aspetto, squisitamente sociologico. Il punto saliente, come sottolinea il capo della ricerca della Bri, Hyun Song Shin, è che “le CBDC sono un concetto che è giunto il momento di realizzare. Esse aprono un nuovo capitolo per il sistema monetario fornendo una rappresentazione tecnologicamente avanzata della moneta di banca centrale. Nel fare ciò, preservano le caratteristiche fondamentali della moneta che solo una banca centrale può fornire, e che sono ancorate al fondamento della fiducia nella banca centrale”.

Quanto all’identificazione dello user di denaro digitale, il modello proposto dalla Bri prevede l’autentificazione dell’utilizzatore del denaro digitale per l’accesso ai fondi. Come facciamo adesso quando facciamo un pagamento bancario sul canale internet della nostra banca, ma con la differenza che i dati della transazione rimarrebbero sui server della banca centrale che, non essendo un’entità di mercato ma “pubblica” dovrebbe garantire che questi dati non vengano sfruttati commercialmente.

Il punto però rimane: tolta dal tavolo l’ipotesi di sfruttamento commerciale delle informazioni generate dall’accesso al servizio, rimane il fatto che questo informazioni vengono registrate e rimangono quindi a disposizione delle autorità che hanno il potere di farne qualcosa. Si ripropone, insomma, il solito dilemma fra la libertà/anonimato, garantita dalla circolazione cartacea delle banconote e la potenziale distopia che può generarsi in un sistema dove ogni movimento finanziario è di fatto registrato da qualcuno. Che questo qualcuno sia una banca centrale rassicurerà solo coloro che pensano che queste entità vivano sulla luna.

Se torniamo alle questioni tecniche, la premessa d’obbligo è che c’è una domanda crescente di pagamenti digitali, che la pandemia ha solo intensificato, cui si associa una crescente attività e ricerca delle banche centrali sul tema della CBDC.

Quest’evoluzione è andata di pari passo con quella della diffusione della criptovalute, Bitcoin in testa, e soprattutto delle stablecoin emesse dai grandi giganti di internet. Le due cose insieme lasciano immaginare che il futuro del sistema dei pagamenti sarà sempre più affidato a transazioni smaterializzate, che però non sono ancora efficienti dal punto di vista economico. Infatti, “nonostante decenni di progresso tecnologico che ha drasticamente ridotto il prezzo delle apparecchiature di comunicazione e della larghezza di banda, il costo delle tradizionali opzioni di pagamento digitale come carte di credito e di debito rimane alto e supera ancora quelle dei contanti”. Questi costi non sono visibili dai consumatori, ma vengono caricati sui rivenditori, che perciò hanno pochi incentivi a servirsene o magari possono essere tentati di scaricarli sui consumatori alzando i prezzi di beni e servizi.

Questo è solo uno dei tanti motivi che motivano la razionalità delle CBDC. Ne abbiamo esplorato altri, ad esempio i pagamenti transfrontalieri. Ma il punto saliente è quello che ricordavamo all’inizio: il mantenimento dello stato pubblico della moneta, pur nella consapevolezza che ormai in larga parte viene emessa privatamente. La logica del sistema proposto dalla Bis si capisce agevolmente osservando il grafico sotto.

Quanto alle varie forme di questa moneta digitale, il grafico a seguire aiuta a chiarire le opzioni.

La preferenza della Bri, lo abbiamo detto, va a una CBDC “identificabile” in quanto prevede l’autentificazione del portatore in luogo di una “tokenizzabile” che può essere anonima. Ossia come sono adesso le banconote, che incorporano il valore e sono al portatore e non nominative.

Ma a bene vedere questo è solo un dettaglio, anche se rilevante. Così come il ruolo che una CBDC può svolgere nei pagamenti transfrontalieri. Qui entrano in gioco variabili che non sono più soltanto tecnico-finanziarie o sociali, ma si entra nell’orbita della geopolitica. Una certa CBDC può provocare un effetto di “currency substitution” che può avere effetti deleteri in alcuni paesi con danno per “la stabilità finanziaria e la sovranità monetaria”- E’ quello che gli economisti chiamano “dollarizzazione”, che si verifica anche in ambito di moneta “analogica” quando in un paese si usa una valuta estera, di solito il dollaro per il suo status internazionale, al posto di quella interna, che magari è soggetta a una crisi di fiducia a causa di un’inflazione elevata. Nel caso di una CBDC, l’effetto sostituzione potrebbe essere provocato anche dalla semplice disponibilità di una valuta digitale che entri a gamba tesa nel sistema dei pagamenti nazionali per la semplice ragione che è semplice, comodo ed economico usarla. E questo non vale solo per le valute pubbliche. Vale anche, in teoria, per una stablecoin.

Insomma, c’è moltissimo da sapere a ancora di più da considerare. Intanto è una buona idea iniziare a ragionarci sopra. Perché il futuro è già arrivato. Solo che ancora non ce ne siamo accorti.

La Nazione Globale. La città come strumento


La nascita della città come luogo di sutura fra l’elemento neolitico rappresentato dal villaggio e quello paleolitico incarnato dal recinto sacro è forse una delle intuizioni più brillanti che Lewis Mumford ha consegnato alla sua lunga e ragionata storia delle città. Si tratta di una spiegazione mitica, ovviamente, ossia costruita sulla base del presupposto che i due elementi siano esistiti nella storia in maniera nettamente separata, quando nella realtà – lo abbiamo visto nella prima parte di questo scritto – le coppie antagoniste sono indissolubilmente mescolate.

Ma al netto di questa semplificazione, presupposto stesso del nostro ragionare per categorie astratte, il discorso di Mumford rimane corretto. Perché frutto di una “fantasia sensibile esatta”, per dirla con Goethe. 

Nella città, infatti, avviene quella fusione fredda fra la tendenza stanziale, tipicamente neolitica, e quella nomade d’uso paleolitico, incarnandosi – prima della differenziazione del lavoro che avverrà in epoca tarda – questa grande opposizione nelle figure del contadino e del cacciatore, che quando la città diverrà una creatura storica documentata genererà la sudditanza dei primi verso gli altri, divenuti nel frattempo sovrani e sacerdoti della cittadella fortificata, con dentro il tempio e l’agorà, memoria della cittadella, che finirà con l’egemonizzare la vita del villaggio, oltre a diventare il “pacchetto” cittadino per eccellenza. Pensate al castello medievale circondato dalle baracche, premessa della costruzione della città medievale murata. Ancora oggi in Italia esiste un comune che si chiama Cittadella.

Le cinta murarie della città, insomma, funzionarono come una camera di compensazione fra queste due tendenze opposte dello spirito umano, generando le forme della cultura e della civiltà. Ossia la storia. Non è certo un caso che la storia documentata inizi con le grandi civiltà egitto-mesopotamiche, che sono già città. Possiamo solo immaginare quanti millenni di preparazione ci siano voluti per costruire le mura di Uruk e ideare la saga di Gilgamesh, che queste mura, secondo la leggenda, aveva costruito.

Una città, tuttavia, è molto di più delle sue mura e dei suoi palazzi. Ce lo ricorda la distinzione latina, che la nostra lingua attuale ha dimenticato, fra urbs e civitas, la prima indicando le strutture materiali della città, e la seconda includendovi anche i cittadini e quindi il vasto corpo di norme che regola la loro convivenza: le regola della cittadinanza. I cittadini costituiscono la città al pari dei palazzi. Perciò dalla civitas deriva la civilitas.

Il motore della Storia

In quanto luogo di compensazione di istanze antagoniste, e quindi naturalmente esplosive una volta venute a contatto, la città genera costantemente movimenti sociali che dettano la trama della Storia. Proprio come un motore termico a quattro tempi, la città aspira risorse dalla campagna, le comprime all’interno di un circuito sociale – all’inizio addirittura dentro le proprie mura – finendo col provocare uno scoppio che genera lo scarico di energie combuste verso l’esterno. Questo processo può concludersi con la morte della città o con la sua espansione. La durata millenaria di alcune città, ancora oggi in vita, mostra che questi organismi concorrono con gli dei all’immortalità.

In ogni epoca perciò, all’interno della città, hanno convissuto al prezzo di grandi sommovimenti grandi contraddizioni. Sono maturate insieme le spinte alla conservazione e al cambiamento, generando tutti i drammi e le tragedie che popolano le nostre cronache. Nella città abitavano insieme il regnante e il servitore, il sacerdote e l’ateo, il ricco e il povero, l’uomo ligio e il criminale.

In ogni epoca, nelle città si è nutrito il rimpianto per i tempi trascorsi, e si è guardato con bramosia verso il futuro. Ne sono scaturite forze reazionarie e progressiste che hanno generato la vita politica che conosciamo.

In ogni tempo, al desiderio di sicurezza degli stanziali, che edificavano mura per proteggere i propri possedimenti e la loro memoria, si è opposto l’istinto predatorio, e quindi avventuriero, del nomade perennemente insoddisfatto perché sempre affamato. Ogni volta, questo istinto, reificandosi in un modo diverso: caccia, guerra, avventura, capitalismo, commercio internazionale, colonialismo, viaggio stellare. 

E ogni volta la città ha registrato sulla sua topografia queste vicende esistenziali. Si pensi alla linea del tempo scandita dai monumenti. Le città, perciò, non sono soltanto il motore della Storia, ma anche la sua memoria. Sono le biblioteche di una comunità. Anche le città morte. Ugarit distrutta dai popoli del mare alla vigilia del medioevo ellenico, ha conservato il ricordo dei fuochi dei distruttori e dei commerci dei suoi mercanti iscritti su tavolette di terracotta. Le stesse le città cretesi distrutte dai terremoti, o quelle greche che hanno scritto con le loro acropoli il canovaccio dello sviluppo occidentale. Tutte le altre, che gli archeologi ancora esumano dal loro sonno millenario ci raccontano chi siamo stati. Quindi chi saremo.

La città come strumento politico della globalizzazione

Soprattutto la città è lo strumento che più di tutti racconta le globalizzazioni. Le città venivano fondate, o ricostruite quando distrutte, vicino alle vie di comunicazione, sulle rotte delle carovane, delle reti fluviali o davanti al mare. La città implica il commercio, anche quando si cinge di mura, e di conseguenza le odissee dei mercanti, i tanti Ulisse della globalizzazione sempre alla ricerca di nuove rotte mentre cullano il desiderio di tornare a casa. 

Soprattutto, la città attrae masse indistinte di affamati, di cibo o di gloria, che rappresentano il combustibile della sua espansione. Costoro sono gli interlocutori naturali dei ceti che ambiscono a creare nuovi ordini politici per sostituire i vecchi. Sono i diseredati che guidarono la rivolta contro la città ellenistica, o quelli che favorirono l’assolutismo per sconvolgere l’ordine medievale. La città cresce ripudiando le sue fondamenta e così facendo le approfondisce e le conferma. Cambiano le maschere, ma la città rimane. Salda.

Chi dubitasse della vocazione globale di ogni città, potrà facilmente scorrere la storia per trovare miriade di esempi. L’Atene imperiale di Platone e Pericle, quando già il modello della polis scoloriva verso l’utopia, o la Roma che diede rotte, lingua, leggi e moneta a tutto il mondo conosciuto per secoli, prima di cedere la sua eredità ad altre entità politiche che dovranno tuttavia farci i conti. Chi conosca anche solo per sentito dire l’epopea del Sacro Romano Impero, che Carlo Magno volle far rivivere dentro le mura di Aquisgrana lasciandolo in eredità a intere generazioni di regnanti tedeschi – qui fu incoronato Ottone I nel 936 – comprenderà l’importanza del lascito romano.

E saranno due città, Parigi e Londra, a raccogliere l’eredità di altre capitali – Madrid e Amsterdam – e divenire nel XVIII secolo i luoghi topici attorno ai quali maturerà in tutta la sua magnificenza la globalizzazione europea durata per quasi cinque secoli dall’apertura delle rotte atlantiche fino alla prima guerra globale. Il concerto Europeo dell’età moderna è stato suonato soprattutto nelle sue capitali.

A queste scorrerie le città dell’Impero europeo forniranno materiale umano, nella forma di avventurieri e scienziati, mentre i governanti, divenuti ormai assoluti, fornivano capitali finanziari e lasciapassare per aggiungere nuovi territori sotto la loro bandiera. L’avventura del colonialismo europeo potrebbe essere raccontata attraverso lo sviluppo delle sue capitali, che intanto si arricchivano e diventavano magnifiche, pure se al costo di enormi sofferenza fra i colonizzati e gli stessi cittadini di queste capitali che avevano la disgrazia di appartenere alle classi umili.

Nulla di nuovo. Anche la Roma imperiale prosperava sulle spalle di orde di cittadini ammucchiati in case malsane, costruite da speculatori edilizi, e irretiti dallo spettacolo circense e dal pane necessario a sopravvivere mentre si raccontavano di aver edificato un impero, i cui frutti venivano goduti da un migliaio di famiglie. Chi parla oggi delle ingiustizie della globalizzazione dovrebbe impiegare un po’ di tempo a confrontare quella attuale con quelle del passato.

Ma saranno proprio gli ultimi, arrivati dalle campagne e sempre più affamati, a fornire il combustibile per le nuove rivoluzioni che scardineranno l’ordine politico assolutista dell’Europa seicentesca. E le città, perfetto strumento politico, con i loro moti, i cortei, gli scioperi, furono il palcoscenico di queste nuove rappresentazioni che ebbero come risultato un accelerazione della globalizzazione, non il contrario. Finché non scoppiò una guerra globale.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.