Le conseguenze economiche della remigrazione statunitense

Un bel paper del NBER (“The Economic Impact of Mass Deportations”) ci consente di capire qualcosa in più degli effetti di quella che con un brutto termine è stata chiama remigrazione, ossia il rimpatrio forzato degli immigrati nei loro paesi di destinazione, che tanti entusiasmi suscita in quelli che giudicano l’immigrazione la fonte di ogni male.
Si tratta di persone solitamente poco interessate ai ragionamenti economici. Di recente sui giornali è apparsa un’affermazione dell’appena riconfermata premier giapponese che avrebbe detto di essere disposta ad affrontare una crescita negativa piuttosto che rinunciare alla propria cultura. Perché questo i “remigratori” credono facciano gli immigrati: cambiare la cultura di un paese. E ammesso che sia vero, bisognerebbe chiedersi se davvero sia preferibile decrescere fino a sparire, piuttosto che cambiare.
Ma di solito chi vuole gli immigrati fuori dal suo paese non arriva a questo livello di complessità. Sceglie che gli immigrati sono il problema e riduce ogni suo problema a questo. Sono millenni che va avanti così e i nostri tempi non hanno nulla di eccezionale, da questo punto di vista. Eccezionale, semmai, è che dalla storia non impariamo mai nulla.
Nel dettaglio il paper del NBER parte da alcuni dati che si tendono a ignorare, ma sono significativi. Nel solo 2025, negli Usa, oltre 600 mila persone sono state rimpatriate forzatamente, mentre circa 1,9 milioni hanno lasciato volontariamente il Paese. A supporto dell’operazione, il Congresso ha approvato il “One Big Beautiful Bill Act”, che destina 75 miliardi di dollari all’ICE per intensificare la rimozione degli immigrati irregolari.
Nel 2024, spiegano gli autori, gli immigrati non autorizzati rappresentavano il 3,2% dei lavoratori USA, pari a diversi milioni di persone. Gli immigrati autorizzati – titolari di green card, visti o protezioni temporanee come DACA o TPS – sono il 6,8%. In totale, circa il 10% della forza lavoro è composta da non cittadini non naturalizzati.
Da un punto di vista geografico, gli stati con la quota più alta di lavoratori immigrati sono la California (18%), Washington, New Jersey-Delaware, New York, Florida, Texas (13–15%). In California gli immigrati non autorizzati rappresentano il 6% di tutti i lavoratori. Stati come Montana o West Virginia hanno invece una presenza quasi nulla.
Da un punto di vista settoriale, l’agricoltura fa la parte del leone, con il 54% dei suoi addetti che sono immigrati, dei quali il 36% sono irregolari. Gli altri settori molto esposti, anche se meno, sono Forest&fishing, Food and drink service e Construction. Gli occupati irregolari nell’agricoltura e le costruzioni superano il 40% del totale, mentre nei settori STEM ci sono molti immigrati, ma tutti in regola.

Da ciò ne deriva che un allontanamento massivo di irregolari non colpisce tutta l’economia allo stesso modo. Ma comunque la colpisce.
Per capire come, gli autori del paper hanno simulato un taglio lineare del 50% degli immigrati non autorizzati, che sono circa 3,7 milioni di persone, e hanno costruito un modello per calcolare gli effetti su salari, prezzi, occupazione, migrazioni interne e capitale nei 48 territori economici considerati (47 stati Usa e resto del mondo). I risultati sono quantomai compositi.
Nel breve periodo, infatti, i salari degli americani aumentano leggermente, in quanto la riduzione della forza lavoro fa aumentare il rapporto fra capitale e lavoro. Un fatto puramente algebrico. Non si parla di grandi aumenti. Secondo il modello siamo nell’ordine dello 0,15% di salario in più per il lavoratore “nativo” medio. I salari crescono di qualche decimale in più nei paesi con maggiore quantità di immigrati. in California, ad esempio, dello 0,22%.
Nel lungo periodo avviene il contrario. Con meno lavoratori, le imprese investono meno: il capitale si “adegua verso il basso” per tornare all’equilibrio. Il rapporto capitale/lavoro quindi torna al livello iniziale, ma con una forza lavoro ridotta. A quel punto il mercato del lavoro si trova con salari più bassi, meno domanda di lavoro e meno capitale produttivo. Alla fine dei conti, il salario reale cede lo 0,33% in media nazionale. Ossia il doppio di quanto era aumentato prima.
Ma, ancora più interessante, cambiano i salari anche per gli immigrati che restano negli Usa. Quelli regolari arrivano a guadagnare il 3,2% in più medio, nel lungo periodo, perché sono più scarsi rispetto ai nativi. Gli irregolari addirittura il 12,2% in più, per lo stesso principio. Alcuni lavoratori nativi, impegnati nei settori a più alta densità di immigrazione possono guadagnare anche loro di più (agricoltura +3,4%), ma la gran parte delle occupazioni dei nativi perdono salario reale.
Sul versante dei prezzi gli autori individuano un aumento dei prezzi alla produzione in agricoltura, +1,6%, che si traduce in un aumento dei prezzi al consumo (+1,2%), ma in generale gli aumenti dei prezzi sono moderati. Tuttavia, nel lungo periodo gli aumenti di prezzo colpiscono di più i poveri, perché spendono più in beni essenziali (cibo ad esempio) dove si sente di più l’impatto della remigrazione.
Gli autori concludono che gli allontanamenti degli irregolari non sono uno strumento efficace per aumentare il benessere economico dei lavoratori americani. Anche perché i lavoratori non autorizzati non sono distribuiti uniformemente, ma sono concentrati proprio nei settori che sostengono l’offerta dei beni di prima necessità. Ma, come dicevamo, i “remigratori” se ne infischiano del benessere economico. O almeno così dicono. Difendono una cultura. Anche a costo della vita.















