L’import dalla Cina è una sfida per l’Europa

Il fatto puro e semplice, che il grafico in alto a destra mostra nella sua esemplare chiarezza, è che le importazioni europee dalla Cina riguardano una quota crescente di beni di manifattura avanzata, sia come beni finali che come beni intermedi.

Dimenticatevi, insomma, gli anni ’90 e i primi Duemila. Quando dai cinesi importavamo ninnoli e magliette. Oggi sul piatto ci sono auto elettriche, per le quali la Cina ha costruito una filiera completa che rende il prodotto cinese praticamente imbattibile.

Questo spiega perché la Bce dedichi un approfondimento all’impatto delle crescita industriale cinese sull’eurozona. “La crescita dell’industria cinese è un fattore esterno cruciale che influenza l’interscambio, la produzione e i prezzi dell’area dell’euro, riducendo i costi e aumentando le pressioni concorrenziali per i produttori dell’area”, scrivono gli autori. Ma questo che significa in pratica?

Intanto che la struttura industriale cinese è in costante evoluzione. Ormai i produttori cinesi, incoraggiati dalla politica industriale governativa, puntano decisamente verso i settori a tecnologia avanzata che ancora esistono in Europa, dei quali si può dire che l’automotive è stata la prova generale, peraltro superata con ampio successo. Adesso i prossimi della lista sono il settore chimico-farmaceutico e quello dei macchinari avanzati, mentre sul versante hi tech la sfida la Cina l’ha direttamente lanciata agli Usa, visto che l’Europa esprime molto poco in quest’area.

Come ogni cambiamento, anche questo porta rischi e opportunità. “Per i produttori dell’area dell’euro, la penetrazione delle
importazioni da parte dei concorrenti cinesi può avere effetti espansivi grazie alla riduzione di prezzi e costi degli input, ma può anche provocare una rilocalizzazione della produzione indotta dalla maggiore concorrenza”, osserva la Bce.

Rimane il fatto: le produzioni cinesi rappresentano una sfida crescente per le imprese europee, anche quelle più avanzate. Nessuno avrebbe creduto, fino a dieci anni fa, che una casa automobilistica cinese sarebbe stata in grado in un pugno di anni di far concorrenza alle auto tedesche. E invece è successo. “I produttori dell’area dell’euro hanno perso quote di mercato nei settori in cui devono fronteggiare la concorrenza cinese, soprattutto dal 2020 in poi. La penetrazione delle importazioni cinesi nel mercato europeo è notevolmente aumentata, in particolare nei settori a media e alta tecnologia, esercitando pressioni sui produttori europei”, sottolinea ancora la Banca.

Questa nuova penetrazione dei beni cinesi in Europa, che differisce sostanzialmente da quella osservata nei primi Duemila, quando a patire la concorrenza furono soprattutto il tessile e l’arredamento, mostra anche un’altra caratteristica, oltre a quella di rivolgersi a settori a media ed alta tecnologia: si è concentrata molto sui beni intermedi, che sono assai più insidiosi di quelli finali, perché è più difficile difendersene. I dazi sulle automobili complete sono facili da imporre e politicamente più semplici da spiegare rispetto a quelli sulla componentistica. Inoltre c’è un’altra differenza rispetto al passato. Prima all’aumento di importazioni dalla Cina corrispose un aumento di esportazioni verso la Cina. Adesso invece si osserva, sin dal 2021, un calo delle esportazioni europee in Cina.

Questo scenario, che sembra particolarmente avverso per le produzioni europee si arricchisce di dettagli se guardiamo un’altra conseguenza delle importazioni europee dalla Cina riscontrata dalla Bce che fa molto riflettere. Le importazioni di beni cinesi intermedi è correlata a un aumento di 0,6 punti della produzione industriale europea, mentre un aumento delle importazioni di beni finali ha fatto rallentare la produzione europea di un punto.

Gli effetti delle importazioni europee dalla Cina, quindi, hanno una duplice caratteristica. Da una parte “gli shock di produttività positivi in Cina sostengono il PIL dell’UE attraverso effetti di reddito e importazioni di beni più economici, sebbene l’impatto differisca tra i vari settori”. Dall’altra, quando si tratti di beni finali “i produttori dell’UE devono far fronte a una maggiore concorrenza e a un calo della domanda dei loro beni che frena la produzione settoriale dell’UE”. Anche se “la disponibilità di beni importati meno costosi consente alle famiglie di spendere di più, determinando un incremento della domanda aggregata, che in ultima istanza va a beneficio del PIL dell’UE”.

Riepiloghiamo. Le produzioni europee diventano sempre più dipendenti dai beni intermedi cinesi e ne traggono giovamento nella misura in cui il calo dei costi alle importazioni favorisce la loro dinamica produttiva e quindi il costo finale dei loro prodotti. Per converso, importare beni finali cinesi favorisce i consumatori europei – la famosa auto elettrica che costa la metà di quella europea – ma deprime i produttori, pure se gli effetti complessivi sulla crescita potrebbero essere positivi in virtù dell’aumento della domanda aggregata.

Il condizionale è d’obbligo, ovviamente. Specie se si guarda verso un orizzonte temporale lungo. Gli effetti disinflazionistici cinesi, infatti, sono collegati all’evoluzione del mercato interno cinese e quindi alla sua capacità di continuare a perseguire shock di produttività che diminuiscano i prezzi alla produzione. E non è affatto detto che sarà sempre così.

Inoltre le produzioni europee, che fruiscono di questi effetti attraverso l’importazione di beni intermedi, finiscono inevitabilmente col legarsi a filo doppio all’economia cinese, con l’aggravante che questa dipendenza è a senso unico, visto che le importazioni cinesi dall’Europa sono diminuite. Nel lungo periodo saremo tutti morti, diceva un celebre economista. Nel frattempo saremo tutti divenuti un po’ più cinesi.

Le conseguenze macroeconomiche delle guerre

Fra le molte stupidaggini che abbiamo ripetuto tutti almeno una volta nella vita c’è quella che spiega il successo economico del secondo dopoguerra col fatto che la distruzione aveva favorito la creazione. Che insomma i “trenta gloriosi”, come li chiamò un celebre e ormai dimenticato economista francese fossero una conseguenza pressoché automatica dell’attività di ricostruzione dell’economia internazionale e quindi dei paesi devastati dal conflitto.

Questa convinzione, che appartiene alle leggende fondative della nostra società contemporanea, è drammaticamente smentita dall’evidenza empirica, che anche di recente il Fmi ci ha ricordato nel suo ultimo WEO. Gli effetti della guerra sono tutt’altro che positivi per l’economia. Le conseguenze dei conflitti sul tessuto economico – e stendiamo un velo pietoso su quello sociale – sono negative nel medio e nel lungo termine, a meno che non si riesca a ricostruire quell’ingrediente magico che fu l’autentico lievito dei “trenta gloriosi”: la fiducia.

All’epoca questa ricostruzione fu resa possibile da uno sforzo di cooperazione internazionale che ha pochi precedenti nella storia, o forse addirittura nessuno. Dal piano Marshall, fino alla fondazione della CEE, le nazioni occidentali cooperarono fra loro, mentre all’interno gettarono attraverso un welfare pervasivo, le basi di una prosperità collettiva questa sicuramente senza precedenti, che aveva giusto il vizio di avere il fiato corto, ma della quale ancora oggi godiamo i benefici, pure se a carissimo prezzo.

Ma tolto questo caso, la storia dei conflitti seguiti al dopoguerra, che non sono pochi, ci racconta con la drammatica semplicità dei numeri che le guerre distruggono molto più di quello che producono e che senza aiuto esterno un paese colpito dai conflitti non si riprende con facilità. E ci riesce solo se la guerra finisce una volta per tutte. In caso contrario, la perdite sono persistenti.

L’analisi svolta dal Fmi mostra che quando la pace è fragile, la ripresa non arriva. Al contrario, quando la pace è stabile l’economia rialza la testa ma molto lentamente, arrivando, nella media delle rilevazioni svolte dal Fmi su un campione di alcune decine di economie, a quasi il 4% nello spazio di cinque anni, ma con la ricostruzione di appena una metà della perdita di prodotto subita a causa della guerra.

Queste aride cifre non tengono conto, ovviamente, del costo in vite umane, che non è mai recuperabile e che mina in profondità la struttura economica di un paese. Lo sterminio ha effetti evidenti sulla domanda aggregata, sul pil potenziale e sul capitale umano, direbbero gli economisti. Ma soprattutto ha effetti sulla fiducia di una popolazione nel futuro. E questa perdita è assai più difficile da recuperare. Il fatto che l’Europa sia riuscita nel secondo dopoguerra è un’eccezione, non la regola. Faremmo bene a ricordarlo.

Cartolina. Bye buy Italy

Le ultime novità sull’evoluzione degli acquirenti del nostro debito pubblico ci possono sintetizzare facilmente nello spazio di una Cartolina. Le banche centrali se ne liberano, banche commerciali e assicurazioni lo sopportano (con la “o” non con la “u”), le famiglie italiane accorrono numerose e, sorpresa lieta, anche l’estero. Che poi magari questi ultimi acquirenti sono italiani estero-vestiti, vai a sapere. In ogni caso c’è chi vende, saluta e se ne va, e c’è chi compra fiducioso. Bye, by. Suonano uguali ma solo in apparenza. Bisogna vedere chi prevale.

Cartolina. Braccianti istruiti

Dunque tutto questo gran borbottare sull’IA e i suoi derivati sembra avrà come esito l’eclisse del lavoro intellettuale. Basta osservare come negli Usa, che sono la patria di questa rivoluzione, le imprese si servano di queste nuove tecnologie. Gli operatori dell’informazione, dei servizi professionali e finanziari sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto. E poiché parliamo di attività ad alto valore aggiunto, se ne può dedurre che le compagnie che licenziano umani per installare agenti AI avranno grandi profitti, almeno in questa prima fase. Poi chissà. Ma non è tanto questa la notizia. La rivoluzione AI, se ha oscurato le professioni intellettuali sembra non abbia effetti su quelle più tradizionali. Alle imprese i cervelli umani non servono più, ma le braccia si, eccome. Ecco qua, quindi, il futuro a cui dobbiamo preparare i nostri figli. Prendere una laurea, investendo decine di migliaia di euro, per finire minatori o agricoltori. Braccianti, ma istruiti.

Record di restrizioni per il commercio di terre rare

Fra le tante strozzature che minacciano la globalizzazione, quella di Hormuz è solo la più spettacolare per la sua drammatica visibilità, ma non è certo l’unica. Ormai dalla crisi del 2008 i paesi del mondo fanno a gare a innalzare barriere al commercio, soprattutto di beni, credendo così di risolvere molti dei loro problemi interni col risultato, assai più probabile, che li aggravano.

Ma le restrizioni non sono tutte uguali. Alzare barriere contro il commercio del vino non ha gli stessi effetti distruttivi dell’innalzamento di barriere sui chip. E il fatto che Ocse di recente abbia osservato un livello storico di restrizioni sul commercio di terre rare, che sono un po’ il carburante dell’innovazione tecnologica, solleva scenari poco piacevoli sul futuro dello sviluppo internazionale.

I dati ci dicono che nel 2024, ultimo anno di rilevazione, le restrizioni sono cresciute sopra il livello del biennio 2022-23, quando si registrò il record storico. Come se non bastasse, nuovi paesi, in Africa e in Asia, hanno aggiunto limiti all’esportazione di materie prime di questa categoria di beni.

Le restrizioni ormai riguardano il 70% delle esportazioni di cobalto e manganese, il 47% della grafite e il 45% delle terre rare, che per chi non lo ricordasse servono praticamente a far funzionare tutti i nostri device, dai pannelli solari ai sistemi d’arma, passando ovviamente per gli adorati telefonini.

Queste restrizioni hanno il potenziale di danneggiare le catene di fornitura e quindi generare distorsioni notevoli. Ciò dipende anche dalla circostanza che la domanda di queste risorse cresce regolarmene, a differenza dell’offerta, che fatica ad adeguare la produzione e rimane fortemente concentrata in alcuni paesi.

Basti considerare che i primi tre paesi per cobalto, litio e nichel rappresentano oltre due terzi della produzione globale, percentuale che sale a quasi il 90% per gli elementi delle terre rare. Si osserva anche una concentrazione nelle misure politiche adottate, con India (19%), Cina (17%), Argentina (6%), Vietnam (5%) e Burundi (4%) che rappresentano oltre la metà di tutte le nuove misure implementate tra il 2009 e il 2024.

In questa situazione, a dir poco precaria, si inseriscono anche gli scenari di conflitto, che aggiungono complicazioni all’ordinato svolgersi dei commerci internazionali, ormai divenuto un pallido ricordo. Il clima, di conseguenza, diventa sempre più favorevole all’inflazione. Per la semplice ragione che mancano i beni. Che pure esistono, ma non si lasciano circolare.

Spesa militare e crescita: il caso della Polonia

Sempre per capire di cosa parliamo, quando parliamo di aumento della spesa militare, vale la pena leggere un breve approfondimento che il Fmi ha dedicato alla Polonia, che negli ultimi anni ha visto crescere significativamente la spesa militare e ormai si colloca in cima a quella Ue, sia in percentuale su Pil, sia per la quantità di forza lavoro impiegata nel settore all’interno dell’alleanza atlantica.

Questo notevole sforzo economico ha avuto un’accelerazione all’indomani del conflitto russo-ucraino, anche perché la Polonia è stata una grande donatrice di materiale bellico ai resistenti ucraini, col risultato che ha dovuto riempire nuovamente gli arsenali, una volta svuotati. E per farlo, non disponendo di capacità produttiva interna significativa, ha dovuto fare molte importazioni, principalmente dagli Stati Uniti e dalla Corea del Sud.

In termini economici ciò ha comportato che il significativo aumento della spesa militare, passata dal 2,2 al 4,5% del pil fra il 2022 e il 2025, arrivando a 46,7 miliardi, abbia generato un flusso notevole di importazioni – circa l’80% della spesa capitale complessiva – che ha finito con l’avere un effetto assai modesto sul pil, essendo com’è noto le importazioni un fattore che impatta negativamente sulla crescita.

Oltre alla spesa capitale per il rinnovo degli equipaggiamenti – passata dallo 0,7% al 2,4% del pil – la Polonia ha visto crescere notevolmente anche la spesa corrente correlata all’aumento del personale impiegato nelle forze armate. Quest’ultimo è passato dai 116.200 addetti del 2020 ai 233.800 del 2025. Ciò ha generato un aumento della spesa per salari dallo 0,9 all’,12% del pil. Al momento la Polonia ha il numero più elevato di personale impiegato nelle forze armate in Europa.

Gli effetti modesti sul pil, misurati in termini di crescita, si confrontano con quello che ha avuto sul pil in termini di debito, che invece sono stati rilevanti. La spesa pubblica è cresciuta del 6,5% fra il 2021 e il 2025 e 2 punti di questo aumento è stato determinato proprio dalla spesa militare. Potendo contare su un rapporto debito/pil basso, il paese ha finanziato questo notevole sforzo tutto a deficit.

Questa espansione fiscale (linea blu del grafico sopra), si è associata a un drastico aumento dei tassi d’interesse, cresciuti per frenare l’eccesso di domanda interna che stava scaldando i prezzi.

Lo schema, in sostanza, è sempre il solito. La spesa militare cambia gradualmente il volto della società e stimola l’indebitamento pubblico perché nessun governo vuol far pagare più tasse ai cittadini per comprare armi. Di conseguenza i paesi che hanno spazio fiscale riescono a gestire in qualche modo questa espansione, senza grandi effetti positivi sulla crescita. Chi non ha questo spazio, deve tagliare altrove, se vuole aumentare la spesa militare. Se vi fischiano le orecchie il motivo è questo.

Il boom dei pagamenti cashless è un ottimo motivo per promuovere l’euro digitale

Nel suo rapporto annuale per il 2025 la Bce dedica un rapido aggiornamento allo stato di avanzamento dei lavori per l’emissione dell’euro digitale che, se la tabella di marcia verrà seguita da tutti i protagonisti, potrebbe vedere la luce nel 2029, segnando di fatto una rivoluzione nel nostro sistema dei pagamenti.

Si tratta di un tema di grande rilevanza, non solo economica, ma anche politica, come sa bene chi segue questo blog, dove ne abbiamo parlato a lungo. Non solo perché l’euro digitale consentirà ai cittadini europei di poter fare pagamenti smaterializzati senza dover disporre di un conto bancario. Ma perché segnerà una decisiva evoluzione nei pagamenti transfrontalieri e ci emanciperà dalla necessità, almeno per i piccoli importi, di usare il circuito delle carte di pagamento elettroniche.

Per capire l’importanza di questo passaggio, vale la pena sfogliare un paper recente diffuso dalla Bis, dedicato proprio alla questione dei pagamenti cashless che sono in crescita in tutto il mondo, avanzato e non, e convivono felicemente con un uso ancora robusto del contante. Il fatto che l’euro digitale sia, di fatto, denaro contante e non denaro elettronico, e sia smaterializzato, fa di questo strumento una autentica variabile capace di cambiare le regole del gioco dei pagamenti. Per questo tutti noi faremmo bene a mantenere occhi e orecchie bene aperti e seguire con attenzione questi sviluppi, ai quali purtroppo la nostra informazione dedica assai poca attenzione.

Il paper della Bis ci dice che la digitalizzazione avanza rapidamente, ma il contante non scompare; i pagamenti diventano più frequenti ma di valore medio più basso; le differenze tra economie avanzate ed emergenti non si riducono, ma si ristrutturano lungo nuove linee di frattura.

Il primo elemento da chiarire è che la crescita dei pagamenti cashless non è un fenomeno uniforme, ma segue traiettorie profondamente diverse a seconda del livello di sviluppo economico. Nei paesi emergenti, l’aumento è stato estremamente rapido, con una crescita del 21% dei pagamenti pro capite che porta il totale a 242 operazioni annue. Nelle economie avanzate, il numero è più che doppio, ma la crescita è molto più lenta, intorno al 6% . Questo dato suggerisce che il processo di digitalizzazione non è tanto una diffusione omogenea: i paesi emergenti stanno recuperando terreno, ma lo fanno attraverso strumenti diversi.

In particolare, nei mercati emergenti il motore principale della crescita è rappresentato dai bonifici, e soprattutto dai sistemi di pagamento istantaneo. Nelle economie avanzate, invece, il driver dominante resta la carta di pagamento. Questa divergenza non è marginale, perché riflette due modelli distinti di infrastruttura finanziaria. Da un lato, sistemi bancari e fintech che saltano alcune fasi intermedie e adottano direttamente soluzioni digitali avanzate; dall’altro, sistemi consolidati che evolvono incrementando l’uso di strumenti già diffusi.

Il dato sui pagamenti pro capite è particolarmente rivelatore. Nelle economie avanzate si registrano in media 579 transazioni cashless per persona all’anno, contro le 242 dei paesi emergenti . Tuttavia, la differenza qualitativa è forse ancora più importante di quella quantitativa. Nei paesi avanzati, l’uso della carta è capillare e integrato nella vita quotidiana, mentre nei paesi emergenti l’espansione è trainata da sistemi più recenti, spesso costruiti attorno a infrastrutture digitali pubbliche o semi-pubbliche.

Un secondo elemento cruciale riguarda il valore dei pagamenti. Mentre il numero delle transazioni cresce, il valore medio per transazione diminuisce. Questo fenomeno è particolarmente evidente nei bonifici nei paesi emergenti, dove il valore medio è crollato del 74% dal 2018, e nei pagamenti con carta nelle economie avanzate, dove la riduzione è stata più contenuta ma comunque significativa . Il significato economico di questo dato è rilevante: la digitalizzazione non riguarda più solo transazioni di grande importo o tra imprese, ma si estende sempre più ai micropagamenti e alle spese quotidiane.

Questo porta a una trasformazione strutturale del sistema dei pagamenti. Non si tratta più solo di sostituire il contante con strumenti digitali equivalenti, ma di ridefinire la frequenza e la natura stessa delle transazioni economiche. L’aumento del numero di pagamenti di piccolo importo indica una maggiore granularità delle interazioni economiche, resa possibile dalla riduzione dei costi di transazione e dall’aumento della velocità dei sistemi di pagamento.

In questo contesto, i sistemi di pagamento istantaneo rappresentano probabilmente l’innovazione più significativa. Nei paesi emergenti, essi arrivano a rappresentare quasi la metà di tutte le transazioni cashless, con una quota del 49% . Questo dato è impressionante non solo per la sua dimensione, ma per la sua rapidità: in pochi anni, questi sistemi sono passati da una posizione marginale a una centrale. Nelle economie avanzate, invece, la loro diffusione è molto più lenta, con una quota intorno al 10%.

Le ragioni di questa differenza sono molteplici. Nei paesi emergenti, i sistemi di pagamento istantaneo sono spesso promossi attivamente dalle autorità pubbliche come strumenti di inclusione finanziaria e modernizzazione economica. Nei paesi avanzati, invece, la presenza di sistemi già efficienti e diffusi riduce l’urgenza dell’adozione. Tuttavia, questa divergenza potrebbe non essere permanente. È possibile che, nel lungo periodo, i sistemi istantanei diventino lo standard globale, costringendo anche le economie avanzate ad accelerare l’adozione. Ed è in questo scenario che l’adozione dell’euro digitale diventa strategica.

Un altro aspetto interessante riguarda la variabilità tra paesi. Il paper evidenzia differenze enormi nell’uso dei pagamenti istantanei, con casi estremi come il Brasile, dove si registrano 298 transazioni pro capite, e altri come il Giappone o la Francia, dove i numeri sono molto più bassi . Questa eterogeneità suggerisce che la diffusione delle nuove tecnologie dipende non solo da fattori economici, ma anche istituzionali e culturali.

Accanto alla crescita dei pagamenti digitali, il paper dedica ampio spazio alla dinamica del contante, e qui emerge uno dei risultati più controintuitivi. Nonostante il calo dei prelievi e l’aumento dei pagamenti elettronici, il contante in circolazione non diminuisce significativamente, ma tende a stabilizzarsi. Nei paesi avanzati si attesta intorno al 9% del PIL, mentre nei paesi emergenti è circa il 6% . Questo dato suggerisce che il contante continua a svolgere una funzione importante, non solo come mezzo di pagamento ma anche come riserva di valore.

La distinzione tra uso del contante per pagamenti e come riserva è fondamentale. Il calo dei prelievi indica che il contante è sempre meno utilizzato per transazioni quotidiane. Tuttavia, la stabilità dello stock complessivo suggerisce che viene detenuto per altri motivi, come la sicurezza, la privacy o la sfiducia nei sistemi finanziari. In questo senso, il contante assume una funzione simile a quella di un asset, piuttosto che di un semplice mezzo di scambio.

L’analisi dei prelievi rafforza questa interpretazione. Il numero di prelievi pro capite diminuisce, ma il valore medio aumenta. In altre parole, le persone prelevano meno spesso, ma importi più elevati . Questo comportamento è coerente con un uso meno frequente ma più strategico del contante. Non si tratta più di uno strumento quotidiano, ma di una riserva da utilizzare in situazioni specifiche.

Un ulteriore elemento di trasformazione riguarda l’infrastruttura fisica del contante. Il numero di sportelli automatici e filiali bancarie è in calo in molti paesi, anche se non ovunque. Questo ridimensionamento riflette la diminuzione dell’uso del contante, ma solleva anche interrogativi sulla sua accessibilità futura. Il paper sottolinea che esiste una correlazione tra la disponibilità di punti di accesso e il volume dei prelievi, anche se non è possibile stabilire una relazione causale diretta .

Questo punto è particolarmente rilevante dal punto di vista delle politiche pubbliche. Se la riduzione dell’infrastruttura precede il calo della domanda, potrebbe accelerare la scomparsa del contante. Se invece segue la domanda, allora rappresenta semplicemente un adattamento del sistema. La distinzione non è banale, perché implica scelte diverse per le autorità monetarie e regolatorie.

Nel complesso, il paper mette in evidenza un equilibrio dinamico tra innovazione e persistenza. Da un lato, i sistemi di pagamento diventano sempre più digitali, veloci e integrati. Dall’altro, il contante continua a esistere e a svolgere funzioni specifiche. Questo equilibrio non è statico, ma evolve nel tempo in risposta a cambiamenti tecnologici, economici e sociali.

Un aspetto implicito ma fondamentale dell’analisi riguarda il ruolo delle banche centrali. Il paper sottolinea che esse devono garantire un ecosistema dei pagamenti sicuro ed efficiente, adattandosi ai cambiamenti in atto. Questo implica una funzione sempre più complessa, che va oltre la semplice gestione della moneta e include la supervisione delle infrastrutture digitali, la promozione dell’inclusione finanziaria e la gestione dei rischi sistemici.

In questo contesto, i dati del Red Book assumono un’importanza strategica. Coprendo il 59% della popolazione mondiale e l’85% del PIL globale, essi offrono una base empirica unica per analizzare le tendenze globali . Tuttavia, come sottolineano gli stessi autori, questi dati devono essere integrati con altre fonti per comprendere pienamente i comportamenti degli utenti e le dinamiche sottostanti.

La conclusione implicita del paper è che non esiste un percorso unico verso la digitalizzazione dei pagamenti. Le traiettorie sono molteplici e dipendono da fattori locali, istituzionali e tecnologici. Tuttavia, alcune tendenze comuni emergono con chiarezza: la crescita dei pagamenti cashless, l’importanza crescente dei sistemi istantanei, la riduzione dell’uso del contante per transazioni e la sua persistenza come riserva di valore.

In ultima analisi, il paper invita a superare una visione dicotomica tra contante e digitale. Il futuro dei pagamenti non sarà caratterizzato dalla scomparsa del contante, ma dalla coesistenza di strumenti diversi, ciascuno con funzioni specifiche. La vera trasformazione riguarda il modo in cui questi strumenti si integrano tra loro e rispondono alle esigenze degli utenti.

Questo implica anche una ridefinizione del concetto stesso di pagamento. Non si tratta più solo di trasferire valore, ma di farlo in modo rapido, sicuro, conveniente e adattabile a contesti diversi. In questo senso, la digitalizzazione non è un fine, ma un mezzo per migliorare l’efficienza e l’accessibilità del sistema economico.

Il contributo del paper sta proprio in questa capacità di mostrare la complessità del fenomeno, evitando semplificazioni eccessive. La narrativa dominante tende a descrivere un mondo sempre più cashless, ma i dati raccontano una storia diversa: un sistema ibrido, in cui innovazione e tradizione convivono e si influenzano reciprocamente. Comprendere questa dinamica è essenziale per interpretare il futuro dei pagamenti e, più in generale, dell’economia globale.

Cartolina. L’altro Stretto

Siccome sembra che Joker, noto agente del caos, abbia preso il controllo della situazione globale, tanto vale arrendersi è segnalargli il prossimo target per completare l’opera: lo stretto di Malacca. Secondo alcuni calcoli molto accreditati, da questo stretto corridoio di mare passano 23 e passa milioni di barili al giorno, persino più di Hormuz. Quindi il nostro agente del caos sa già cosa deve fare. Chiuso Hormuz e bloccato anche Malacca, potremo finalmente tornare a camminare a piedi e riprendere anche l’abitudine di scrivere lettere di carta, visto che tenere acceso un computer costerà più di un francobollo. Joker sa bene che se vuole chiudere l’odiata globalizzazione deve chiudere gli Stretti. E’ il modo contemporaneo di finire strozzati.

Cartolina. GeografIA

Per avere chiaro di cosa parliamo quando parliamo di intelligenza artificiale, vale la pena dare un’occhiata innanzitutto alla geografia, che ci mostra dove questa tecnologia si concentra. Quindi principalmente negli Usa, inseguiti dalla Cina, e poco altro in Europa, dove al massimo siamo clienti. Qui il numero delle aziende che si occupano di queste cose sta all’incirca al livello dell’India e dell’Australia. In pratica siamo in serie C. Il fatto che dire IA significa dire tante cose, che spaziano dall’economia alla difesa, passando per l’istruzione e l’intrattenimento, implica che chi gioca in serie C non lo diventi solo per l’IA, ma anche per tutte queste altre cose. La geografIA ha a che fare con l’economIA, la tecnologIA, eccetera. Si potrebbe pensare a come recuperare questo ritardo, che in teoria sarebbe anche possibile. Ma sembriamo sempre meno attrezzati per pensare. Al massimo abbiamo imparato a scrivere un prompt.

Se l’hi tech Usa piange, l’Europa non ride

Nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria Bankitalia ci ricorda un piccolo dettaglio nascosto nel mare magnum dei mercati internazionali, che ha notevole impatto su molti portafogli azionari: l’esposizione italiana ed europea ai titoli tecnologici Usa, che, com’è noto, hanno conosciuto una crescita impressionante negli ultimi anni.

A tal proposito, Bankitalia ricorda che dal 2022 la capitalizzazione delle cosìddette Magnifiche 7, quindi Apple, Alphabet, Amazon eccetera, è cresciuta fino a raggiungere una capitalizzazione di 20.000 miliardi di euro, ossia 20 trilioni (il pil mondiale nel 2024 è arrivato a circa 110 trilioni). Questo boom ha finito col generare il tiore che sotto questa galoppata di borsa ci sia molto poco. O che, quantomeno, gli utili futuri non saranno in grado di mantenere le promesse incorporate in questa quotazioni.

Ma nel frattempo la barca continua ad andare, nonostante tutto. E quindi i mercati continuano a compare questi attivi, sia direttamente che indirettamente attraverso intermediari professionali, fondi o altro.

Bankitalia ha calcolato che nel terzo trimestre del 2025, questa esposizione verso l’hi tech degli investitori italiani vale meno dell’1% delle attività, sia direttamente che indirettamente. Una quota che corrisponde grossomodo a quella della zona euro. Circa i tre quarti di questo investimento viene effettuato attraverso fondi comuni.

Se invece osserviamo l’esposizione diretta, il peso dell’hi tech Usa è più alto in Italia rispetto all’area. Da noi, in particolare, pesa il 13 per cento del portafoglio azionario, a fronte del 12 dell’eurozona. Che non è poco, come si vede.

In generale, come è altrettanto noto, l’Europa investe molti soldi nel merco americano. Parliamo si 3-400 miliardi l’anno di flussi che attraversano l’Oceano. Che si dirigano verso l’hi tech è fisiologico, visti i rendimenti. Ma a questi si associano sempre i rischi. Che sono altrettanto rilevante. Ce ne accorgiamo quando le borse Usa vanno giù Loro piangono, ma noi certo non ridiamo.