Cartolina: La ricchezza ai tempi della crisi


Inutile adesso star qui a ricordare il mitico pollo di Trilussa o concionare sull’intrinseca ingannevolezza di medie ed aggregati. Diamolo per inteso: la realtà è molto diversa dalle sue rappresentazioni, specie da quelle statistiche. E tuttavia come ogni strumento imperfetto, anche la statistica racconta una verità. Specie quando illustra un’evidenza che soltanto certune osservazioni occhiutamente interessate tendono a minimizzare. Diciamola semplicemente: negli ultimi vent’anni la ricchezza delle famiglie dell’eurozona, in percentuale del reddito disponibile, è aumentata, e neanche poco. Tanti elementi concorrono a questo esito. E la crisi ne ha frenato lo slancio, non l’ha interrotto. La ricchezza ai tempi della crisi, perciò, non è diminuita. Ha imparato a nascondersi.

Fenomenologie giapponesi. La civiltà delle macchine


Viene in mente la civiltà delle macchine di Leonardo Sinisgalli, espressione coniata ormai decenni fa, leggendo dei vaticini che riguardano il Giappone, di cui ha trattato nel suo ultimo staff report il Fmi. A dimostrazione del fatto che le idee dei visionari incrociano ogni tanto la storia. E purtroppo questa sovente non è una buona notizia. La civiltà delle macchine di Sinisgalli era un connubio fra l’uomo e la sua proiezione tecnologica. Mentre nel Giappone immaginato dal Fmi la macchina finisce col sostituire l’uomo, che – semplicemente – sta smettendo di esserci.

A che servono allora le macchine in società che si riempiono di città fantasma? Per dirla semplicemente servono a sostenere i superstiti. A fare il lavoro che le persone, che sono sempre meno, non possono più fare, provando persino a tenere in piedi la produzione economica, che il calo della popolazione penalizza, evidentemente, così come affatica il bilancio dello stato, che deve in qualche modo farsi carico di una pletora crescente di anziani. Magre consolazioni, a ben vedere.

Però così va il Giappone – o forse dovremmo dire il mondo? – in questo inizio di XXI secolo che si prevede disastroso per la demografia dei paesi avanzati, replicando copioni che la storia ci ha già istruito a riconoscere come prodromiche di un declino culturale. Ma questo qui non rileva. Contentiamoci per il momento di osservarne gli esiti locali, almeno nelle congetture che ne fanno gli specialisti, che magari sono intrinsecamente bugiardi, ma comunque assai informativi.

Ad esempio quando sottolineano che le avversità demografiche giapponesi, oltre agli esiti che abbiamo già osservato, ne generano altri non meno significativi: “Le disparità di reddito in Giappone sono aumentate e l’invecchiamento della popolazione potrebbe esacerbare questa tendenza”, scrivono gli economisti del Fmi. La ragione è ovvia. Gli anziani hanno avuto più tempo per cumulare ricchezza, pure se hanno meno tempo per spenderla. Una situazione che noi italiani conosciamo bene. E poiché aumentano di numero, ecco che la diseguaglianza – altro feticcio del nostro tempo – è naturalmente destinata ad aumentare.

Di fronte a questa situazione il governo giapponese ha lanciato nel 2014 la “Japan Revitalization Strategy,” prevede una “New Industrial Revolution Driven by Robots” e non contento ha lanciato l’iniziativa “Society 5.0” nel 2019 con l’obiettivo di diffondere l’uso e il consumo di robot in tutto il paese. Robot operai, robot badanti, robot per tutto quello che si può fare coi robot.

La civiltà delle macchine giapponesi sembra fatta apposta per nutrire i peggiori timori luddistici che affliggono il capitalismo dalla sua nascita. Con la differenza rispetto ad allora che adesso coltivano piuttosto la speranza che i robot, l’intelligenza artificiale e i vari succedanei degli uomini almeno tengano in vita la società. Il grafico sotto rappresenta questa speranza.

La civiltà giapponese delle macchine dovrebbe – e mai condizionale fu più d’obbligo – essere più sostenibile e meno diseguale. E magari tutti (i superstiti) vivranno per sempre: felici e contenti.

(4/segue)

Puntata precedente: Le città che scompaiono

 

Un futuro da inquilini per gli anziani di domani


Un bell’articolo pubblicato dall’istituto britannico di statistica, dedicato all’evoluzione del mercato immobiliare in un contesto di invecchiamento della popolazione, ci racconta una storia molto istruttiva. Lassù, come da noi, c’è una quota crescente di anziani che si trova proprietaria della casa in cui vive, a fronte di una quota altrettanto crescente di giovani che non è in condizione di poter comprare casa. Ciò che solleva parecchi dubbi sulla robustezza economica degli anziani di domani, che si teme staranno peggio di quelli di oggi. Timore che molte altre economie avanzate, a cominciare dalla nostra, covano silenziosamente.

A monte dell’analisi ci sta la considerazione che pure l’economia britannica deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione. Osservare come vivono oggi gli anziani serve a capire quali saranno domani le implicazione di questo invecchiamento. L’analisi  è condotta in un arco di tempo che va dal 1993 al 2017.

I risultati sono abbastanza eloquenti. Circa i tre quarti degli ultra65enni britannici sono proprietari dell’abitazione in cui vivono. Per converso i più giovani hanno meno probabilità che in passato di comprarne una. Solo la metà dei 35-45enni oggi ha un mutuo rispetto ai due terzi di vent’anni fa.  “Se questo trend persiste fino alla età più avanzata – scrive l’Ons – nel futuro le persone più anziane avranno maggiori probabilità di vivere in affitto di oggi e questo può avere implicazioni per il tipo di vita che queste persone avranno”. Una vita più difficoltosa, probabilmente.

Se approfondiamo, scopriamo anche altre cose. La percentuale di anziani proprietari non è stata sempre così elevata. Nel 1993 era al 56%.

Il progresso non è da attribuirsi però a un improvviso arricchimento degli anziani, quanto al lancio dell’iniziativa “right to buy” che previde, sin dal 1980, la vendita di case popolari a prezzi ridotti. Il che favorì notevolmente la crescita dei proprietari.

Questa norma produsse notevoli risultati anche perché nel 1979 circa un terzo (il 33,2%) delle abitazioni del paese erano di edilizia popolare, retaggio delle politiche sociali del passato. Ma questa quota – che rappresenta sostanzialmente il patrimonio “vendibile” a prezzi ridotti – si era già ridotta al 24,9% nel 1990, arrivando al 17,6% nel 2017. Ciò significa che proprio mentre gli anziani aumentano, ci sono meno case “economiche” da vendere ai meno abbienti.

Le conseguenze del “right to buy” si sono viste anche sul mercato degli affitti. Gli anziani titolari di affitti agevolati sono diminuiti dal 32 al 16% dal 1990, mentre gli affitti nel settore privato sono rimasti stabili intorno al 6% per tutto il periodo.

La situazione degli anziani si differenzia molto da quella dei più giovani. Solo il 40% della classe dei 16-64enni risulta titolare di un mutuo per l’abitazione, e quindi è presumibile che, a schema invariato, queste persone saranno proprietarie delle loro abitazioni quando, una volta anziani, avendo finito di pagarla. Ma come si vede dal grafico sotto questa percentuale è diminuita notevolmente dagli anni ’90.

Dal grafico si può osservare come al declinare delle proprietà aumenti – ovviamente – la quota di affitti. Un trend che sembra destinare i giovani di oggi alla condizione di anziani inquilini di domani.

In effetti l’aumento degli affitti è stato osservato in tutti i gruppi di età salvo che per i più anziani. In particolare nella classe fra i 35-44enni, che hanno più che triplicato la probabilità di vivere in affitto rispetti ai primi anni ’90.

Questa evidenza si associa a un’altra, ossia la quota declinante di persona, a seconda dell’età, che risulta titolare di un mutuo.

Rispetto agli anni ’90, quando erano due terzi, solo la metà dei 35-44enni oggi ha un mutuo. Quindi, a meno di cambi dello scenario, sarà sempre più elevato il numero degli anziani, oggi intorno al 6%, che vivranno in affitto.

Non che questo sia necessariamente un male. L’Ons sottolinea che vivere in affitto può anche avere dei benefici quando si è anziani. Ad esempio perché non si deve far fronte ai costi e alle responsabilità di gestione dell’immobile e ci si può spostare più facilmente. Ma riconosce al tempo stesso che questo ha un costo: “L’affitto dal settore privato è il modo più costoso di abitare”. E questo può essere un problema, quando si consideri che un affitto che un lavoratore si può permettere di pagare non è affatto detto possa essere alla portata della stessa persona una volta in pensione.

E qui si arriva al fondo della questione. Gli anziani britannici di domani, ma eguale osservazione si potrebbe fare anche per altre economie, rischiano di essere meno patrimonializzati, e quindi più fragili. Un ritorno al passato. O meglio, al futuro.

 

Lo shale oil Usa è qui per durare, anche dopo il picco


Una recente analisi pubblicata da S&P Global/Platts ci ricorda una circostanza che è utile sottolineare in un momento in cui le fibrillazioni sul mercato petrolifero, indotte dal raffreddarsi della domanda cinese, tornano ad orientare i prezzi al ribasso. Il fatto, vale a dire, che il panorama dell’offerta di petrolio è cambiato per sempre, o per lo meno per il lungo periodo, da quando gli Stati Uniti sono diventati, grazie alla tecnologia shale, dei grandi produttori. Ciò significa che non solo aggiungono una quantità significativa di produzione all’offerta globale, ma che, nelle previsioni Eia, ne offriranno quantità crescenti almeno per il prossimo decennio.

Il punto si può osservare agevolmente nel grafico sotto, che illustra come, pure dopo il raggiungimento del picco di produzione, previsto fra un decennio, il declino dell’offerta Usa tornerà ai livelli attuali, quindi oltre i 12 milioni di barili al giorno, entro il 2050.

Molta di questa nuova produzione arriverà dall’Alaska. Altre produzioni sono il frutto delle esplorazioni condotte quando il greggio stava a 100 dollari il barile e sono state sviluppate in conseguenza.

Il calo successivo delle quotazioni non ha impedito che queste produzioni proseguissero le attività. Tanto è vero che l’Eia prevede che già fra due anni la produzione Usa raggiungerà i 14 milioni di barili: un incremento di 7,6 milioni rispetto solo a dieci anni fa. Un decennio durante il quale si è consumata la rivoluzione shale degli Usa. E questo spiega perché faccia così paura al mercato il freddarsi della domanda cinese. Rischia di annegare nell’oro nero.

 

Cronicario. Evviva: i lavori forzati di cittadinanza


Proverbio del 21 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno

Numero del giorno: 0 Inflazione acquisita in Italia per il 2020

Mi sentivo un po’ triste perché con oggi il Cronicario chiude per un po’ dovendo attendere a inderogabili impegni e gravose responsabilità.

Mi apprestavo a vergare due righe di commiato, quando improvvisamente sento una gentile signorina, sedicente onorevole, dire che ormai stanno per partire i PUC: i progetti utili alla collettività. La cosa mi giunge nuova, pure se già l’avevo sentita.

Ma non state a pensar male. Nelle bellissime slide pubblicate dal governo trovo immagini come questa sotto che improvvisamente mi fanno tornare il buon umore.

Capite bene che il Cronicario ha tutte le caratteristiche di cui sopra: 1) tutela il bene comune del cazzeggio; 2) promuove la cultura del futile; 3) è molto social; 4) ha una chiara vocazione artistica; 5) è sostenibile: non lascia tracce; 6) forma le classi dirigenti del futuro.

Perciò corro a fare subito domanda per avere un PUC. Chiederò due, tre, quattro – crepi l’avarizia – progettisti collettivamente utili con una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Si occuperanno loro del Cronicario mentre io me ne dimentico per un po’.

L’avevano detto, d’altronde, che dopo il reddito di cittadinanza i nostri avrebbero trovato lavoro. Lavoro forzato. Ma sempre di cittadinanza.

Ci rivediamo a marzo.

Cartolina: L’altro contagio cinese


La Cina che ormai spaventa solo per i suoi patogeni è la stessa che nel 2019 ha visto i suoi debiti totali arrivare a sfiorare il 260 per cento del Pil senza che il mondo abbia fatto una piega. Il contagio finanziario che può scatenarsi al rallentare dell’economia cinese, che a differenza dell’altro contagio – quello virale – cova in incubazione, è ancora lontano dalle preoccupazioni degli osservatori. Questo non vuole dire che non sia una possibilità concreta. Ma solo che non viene contemplata. Il Coronavirus ruba la scena. L’altro contagio ne prepara una nuova.

Cronicario: Siamo sempre più soddisfatti, mannaggia


Proverbio del 20 febbraio Tutto arriva per chi sa aspettare

Numero del giorno: 75.024 Calo contratti stabili in Italia a dicembre

Partiamo dal fatto che oggi è il 20 02 2020, e quindi uno per forza si deve occupare di qualcosa di straordinario, sennò a che serve scomodare la cabala?

E siccome per fortuna noi abbiamo l’Istat, che è un mago dei numeri, oltre che un seguace del calendario, ecco che proprio il 20 02 2020 (e toccate ferro) è arrivata l’autentica notizia dell’anno. Ma che dico dell’anno: del giorno!

Siamo più contenti, porca miseria. Persino più soddisfatti di prima, robe da matti. Addirittura più della metà degli under 25, che dovrebbero essere i disgraziati per antonomasia, non solo sono felici, ma anche ottimisti quando pensano al futuro.

Adesso chi glielo dice a quelli là fuori?

A domani.

Fenomenologie giapponesi. Le città che scompaiono


Non sappiamo da qui al 2060, quando si prevede che popolazione giapponese sarà un quarto in meno di adesso, cosa succederà alle tante città giapponesi che già oggi stanno divenendo evanescenti per mancanza di popolazione. Città fantasma, come nel vecchio West americano, che nell’Est giapponese somiglieranno magari di più alle Città invisibili di Calvino. Ghirigori di pietra che custodiscono memorie, dove ancora magari si aggirano rari individui con i capelli bianchi.

Sappiamo però, perché ce lo racconta il Fmi nell’ultimo staff report dedicato al Giappone, che la demografia declinante del Sole Levante è un fardello terribile per il mercato immobiliare, già provato da una crisi ultradecennale. E non serve essere campioni dell’economia per capirne la ragione. A che servono i tetti se non ci sono più teste da riparare?

Culle vuote, e perciò case vuote: molto semplice. Ed è altrettanto ovvio che a sperimentare la desertificazione siano innanzitutto le aree rurali, che già pagano pegno al progresso che genera megalopoli dalla potente attrazione gravitazionale. Nessuna novità: è dai tempi dei sumeri che la città svuota le campagne. Oggi semmai abbiamo il problema che le campagne sono sempre meno prodighe nel generare, e quindi la spoliazione demografica le colpisce ancora più duramente.

La Greater Tokyo, scrive il Fmi, “sta sperimentando flussi netti di immigrazione, guidati da giovani giapponesi che cercano migliore istruzione e lavoro all’altezza”. I superstiti giapponesi si muovono in massa verso le città più grandi: Tokyo, Osaka, Nagoya e Fukuoka. Ma questo sangue giovane che va al centro rende la periferia ancora più anemica. Quanto può sopravvivere un corpo dove la circolazione si concentra solo nel cuore?

Gli scompensi del corpo sociale si possono leggere in tanti modi, e quello economico è uno dei più penetranti, almeno ai nostri fini. E gli scompensi del mercato immobiliare, che è uno dei pilastri dell’economia di un paese, sono la spia del profondo malessere di una delle società che per colmo di paradosso è fra le più ricche e avanzate del mondo. E che il real estate giapponese sia alle prese con profondi scompensi, causati dalla demografia, ormai è un fatto conclamato.

Il ministero delle infrastrutture ha fatto sapere che quasi il 13% delle abitazioni totali del paese sono vacanti. Ecco le case vuote. Questi beni – ma lo sono veramente? – vengono indicate come “Akiya” e solitamente vengono vendute gratis, o addirittura a prezzi negativi. Soprattutto, si prevede che nei prossimi 15 anni il numero delle case vuote arriverà a 21,7 milioni, circa un terzo del totale. “Questo fenomeno è osservato in tutte le parti del Giappone, ma soprattutto nelle aree rurali”, scrive il Fmi. Ovviamente i prezzi, già duramente provati dal crash di fine anni ’80, ne hanno risentito.

Da quando il nuovo premier Abe ha lanciato la sua politica economica i prezzi sono leggermente risaliti, ma “esiste una chiara dispersione regionale in termini di variazioni dei prezzi delle abitazioni”.

I modelli teorici evidenziano che i prezzi tendono a diminuire parecchio nelle aree soggette a crescita negativa della popolazione e la realtà, sottolinea il Fondo, potrebbe pure essere peggiore se le policy non invertiranno questa tendenza, con il mercato immobiliare che rischia di avvitarsi su se stesso mentre le città che scompaiono insieme con le persone. Cronache probabili, del Giappone che verrà.

(3/segue)

Puntata precedente: Anno 2060, odissea nella demografia

Cronicario: Basterebbe una cura da somaro


Proverbio del 19 febbraio Meglio un nemico intelligente che un amico sciocco

Numero del giorno: 62,2 Beneficio mensile in euro taglio del cuneo fiscale per dip. pubb.

Perché amiamo l’Europa, meglio conosciuta come Ue? Soprattutto per una grande caratteristica: il senso della realtà che esprime a ogni pie’ sospinto.

E soprattutto mi convince, dell’Ue, la sua indiscutibile capacità di vincere con la sua concretezza le sfide più complesse generate dal logorio della vita moderna.

La mia dedizione verso l’Ue trova ogni giorno motivo di soddisfazione quando sfoglio le cronache che la riguardano. Vedi l’appassionante dibattito sul suo bilancio, definito da qualche ignoto genio “il bilancio che deciderà il futuro dell’Ue”.

Per giunta lo stesso giorno, la nuova presidente persona d’indubbio valore e notevole pettinatura se n’è uscita con questa frase illuminante: “Sono un’ottimista della tecnologia. Credo nella tecnologia come in una forza per il bene. L’Unione europea deve essere capace di fare le sue scelte, basate sui propri valori, rispettando le proprie regole. Questo è quello che chiamo un’Europa tecnologicamente sovrana”.

Come si può osservare nella tabella sopra l’Ue è una forza nell’hi tech. Quindi hai voglia a essere sovrana. Per dirla con le parole del nostro Primo Minestra, che discorreva di ciò che a breve annuncerà per l’Italia, “basta una cura da cavallo”.

Al limite va bene pure da somaro.

A domani.