L’economia resiliente non diventerà mai robusta senza disciplina nelle policy

Un altro anno vissuto pericolosamente, si potrebbe dire, leggendo l’ultima relazione economica annuale della Bis di Basilea, che ha passato in rassegna l’anno trascorso e ha provato a fare una sintesi formulando una semplice domanda: l’economia riuscirà a trasformare la resilienza, che pure ha dimostrato di possedere, in robustezza?
Domanda retorica, viene da dire leggendo il resto. Perché tali e tante sono le complicazioni individuate sul percorso di questo “irrobustimento” che diventa un puro esercizio retorico parlarne, quasi una provocazione. Specie quando, reiterando un appello ormai divenuto stucchevole, si sottolinea l’importanza di policy che siano responsabili e disciplinate.
“Le azioni politiche devono rafforzarsi a vicenda per evitare tensioni e spinte contrastanti sull’economia globale. In definitiva, il successo dipende da solide basi fiscali e finanziarie. I responsabili politici devono agire ora. I ritardi non faranno altro che rendere più onerosi gli aggiustamenti necessari e aumentare la probabilità di dover affrontare difficili compromessi in futuro. Affrontando queste sfide oggi, possiamo contribuire a salvaguardare la stabilità dell’economia globale negli anni a venire”, sintetizza Pablo Hernández de Cos, direttore generale della Bis.
Belle parole, la cui eco si reitera da anni. Anni durante i quali non è che i policy maker abbiano dato chissà quali prove di saggezza. Invece delle “solide basi fiscali e finanziarie”, abbiamo debiti crescenti, e per nulla orientati a diminuire, e una struttura finanziaria che diventa di giorno in giorno più incendiaria, affidata com’è a soggetti che vivono su orizzonti temporali sempre più compressi.
E questo spiega meglio di mille parole perché “le fragilità fiscali, unitamente ai cambiamenti strutturali nei mercati del debito sovrano, rappresentano un rischio crescente per la stabilità finanziaria. Il ruolo sempre più rilevante degli operatori non bancari, come gli hedge fund, può amplificare e accelerare la trasmissione delle tensioni di mercato, soprattutto in alcune delle principali economie avanzate. Ciò crea sfide crescenti per le banche centrali”, spiega la Banca.
E poiché la Bis soprattutto è un interlocutore delle Banche centrali, ecco perché alla fine siano queste entità il punto di caduta. Perché se sulla disciplina dei governi non c’è da fare molto affidamento, rimangono solo loro – le Banche centrali – a dover tenere fermo il boccino della fiducia, questa esile fiammella che ha il potere, estinguendosi, di far bruciare il mondo.
Eccolo qua il “segreto” della nostra resilienza: la fiducia. Che oggi viene scossa non solo da dissennate politiche economiche – si pensi solo ai dazi annunciati nell’aprile 2025 – dalle guerre o dai turbini dell’IA, che promette e insieme spaventa. La scossa peggiore può arrivare proprio dai mercati, se perdono la bussola delle banche centrali.
Perché tutto si può dire, tranne che gli operatori che ogni giorno muovono migliaia di miliardi non sappiano quello che fanno. Lo sanno perfettamente. Sono consapevoli che l’inflazione è aumentata e tende a crescere ancora. Sanno altrettanto che il corposo flusso di investimenti che ha sostenuto l’IA potrebbe cessare di botto, se la fiducia sulla loro sostenibilità viene meno. Sanno ancora meglio, perché è il loro lavoro, che i mercati obbligazionari sono tesi e sotto costante stress, visto che i volumi di emissioni rimangono elevati, come il livello di debito complessivo raggiunto dagli stati.
Di fronte a queste consapevolezze, tuttavia, i mercati resistono. Gli indici tengono. La fiducia non si spegne. Ma non riesce a trasformarsi in carburante per una crescita robusta. La fiammella basta appena a scaldare le aspettative, non certo ad accenderle. E le banche centrali, da sole, non possono fare di più. Serve il contributo dei governi. Serve da decenni. Ma non arriva.












