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Cartolina. Il pubblico ripiego


Come spesso accade durante una crisi, e anzi ancor di più, durante il caos provocato dalla pandemia il pubblico impiego ha svolto un ruolo da mattatore nel mercato del lavoro, risultando in crescita, nel primo trimestre 2022, addirittura del 3,5 per cento rispetto al livello pre-pandemia in termini di occupati. Un trionfo, rispetto al privato, che esibisce un modesto aumento dello 0,6 per cento nell’industria e un timidissimo 0,2 per cento nei servizi di mercato. E’ sempre cosi, almeno da quando abbiamo imparato a usare il bilancio pubblico a fini di stabilizzazione. Appena il tempo volge al brutto, il governo ci mette una toppa. Il pubblico impiego diventa un pubblico rimedio. Senonché si osserva che il numero complessivo delle ore lavorate è arrivato a superare dell’1,7 per cento il livello pre-pandemia, mentre quello dell’occupazione cresceva del doppio. Ci sarà sicuramente un’ottima ragione. Non è detto che a un certo aumento di occupazione corrisponda un esatto aumento di ore lavorate. Specie se il pubblico impiego diventa un pubblico ripiego.

Cartolina. L’inflazione buona


Se tutto andrà bene, ossia come immaginano i previsori professionisti di cose economiche, l’inflazione tornerà intorno al 2 per cento, ossia nei limiti del target Bce, entro un paio d’anni. Il tempo di far sgonfiare i rialzi indotti dai noti problemi che non serve qui riepilogare. A quel punto molti festeggeranno per lo scampato pericolo. Le banche centrali la smetteranno di alzare i tassi, la giostra potrà ripartire e vivremo felici e contenti. Se succederà quello che ci si aspetta, le aspettative di inflazione rimarranno ancorate al target e non partiranno spirali distruttive fra salari e prezzi. Insomma, se tutto andrà bene, non finiremo rovinati. L’inflazione buona prenderà il posto di quella cattiva. Ma il calo dell’inflazione non vuol dire che i prezzi torneranno quelli di prima. Semplicemente aumenteranno di meno. Chi ha avuto, ha avuto. E chi ha dato dovrà continuare a dare. Solo un po’ meno.

Cartolina. (s)Fondi pensione


E’ ovvio che quando i mercati vanno male i fondi pensione vanno peggio del Tfr. Lo diciamo per evitare l’accusa di voler maramaldeggiare contro uno strumento che piace a tanti, ma non convince tutti. E non tanto perché diffidino dei mercati finanziari, che notoriamente sono brutti e cattivi finché non ci danno ragione. Ma perché c’è una notevole differenza fra la previdenza e un investimento finanziario. Quest’ultimo ha un orizzonte di tempo variabile, anche breve. La previdenza no: bisogna posizionarsi in un’ottica di lungo periodo. Anzi lunghissimo, vista l’aria che tira sulle pensioni. Perciò non guardate la colonna a sinistra della tabella, ma la prima a destra, che riepiloga i rendimenti dei fondi con quelli del Tfr nell’arco di dieci anni e mezzo. Poi fatevi due conti, ricordando sempre la legge aurea della finanza, che associa rischio e rendimento. Per gli investimenti. Per la previdenza no.

La diseguaglianza del capitale umano


I nostri eroici combattenti, impegnati sul fronte della guerra alla diseguaglianza, dovranno hanno un’altra gatta da pelare, come ci ricorda un bel post della Fed di s.Louis. Già. Perché la diseguaglianza non si esaurisce nella contabilità che alcuni voyer di successo riducono a una questione di redditi e patrimonio – e già non tutti conoscono la differenza – ma incorpora tali e tante variabili delle quali, a pensarci bene, redditi e patrimonio sono solo una risultante. La diseguaglianza, si potrebbe dire, non è determinata dalle notevoli differenze osservati nella distribuzione di redditi e patrimoni, ma la precede. E’ proprio la diseguaglianza a genere tali differenze.

E la diseguaglianza è composta di molte cose che i nostri voyer tendono a trascurare. La Fed ne ricorda una che viene chiamata “capitale umano”. Espressione economicistica, quindi notoriamente triste per non dire infelice, che però vuole rappresentare quell’insieme di qualità che compongono la capacità di una persone di creare ricchezza. L’istruzione, ad esempio, o magari il talento. Le relazioni, ovviamente. E tanto altro.

Si tratta di qualità difficilmente producibili, e ancor meno riproducibili. Tolta l’istruzione che teoricamente si può fornire a tutti e quindi migliorare, il resto è questione di buona sorte. Il talento uno ce l’ha o non ce l’ha. Quanto alle relazioni, chi nasce figlio di principe è sicuramente più facilitato di un figlio di ciabattino, anche se per fortuna la nostra società democratica ha messo ognuno di noi nella condizione di poter migliorare le proprie opportunità. Ma certo i natali illustri aiutano.

Rimane il fatto. “Il capitale umano è una delle più importanti fonti di ricchezza per le persone nella parte alta della distribuzione della ricchezza, perché conoscenza, istruzione e capacità determinano tipicamente il reddito di una persone”. Il grafico sotto illustra questo concetto.

Notate il “tipicamente”. Perché, come dicevo prima, anche altre qualità aiutano. E il contesto nel quale una persona si trova ad operare fa il resto. Chi vive in una società estrattiva, ossia a vocazione tirannica, può essere bravissimo e pieno di talento, ma se non bacia la pantofola del principe non diventerà più ricco per questo. E anche all’interno della società cosiddette democratiche ci sono molte differenze.

Che fare quindi? I famosi voyer di reddito e patrimoni si accontenteranno di illustrare le sperequazioni, ma chi governa, e volesse far qualcosa per diminuire queste differenze non ha molta scelta. Poiché non si possono tassare il talento e le amicizie, si possono solo aumentare le tasse su reddito e patrimoni. E in effetti già succede. Ci sono profonde differenze fra le diseguaglianza di reddito prima delle tasse e dopo. Ma questa circostanza tende ad essere trascurata. Specie da chi chiede più tasse.

Cartolina. Heavy metal


Sta a vedere che avevano ragione i metallari degli anni ’80, che si (ci) stordivano col chiasso dei loro amplificatori per ricordarci l’importanza del metallo. Perché non appena ci saremo ripresi dalla crisi del petrolio – ci lavoriamo da cinquant’anni abbiate pazienza – e avremo superato quella del gas, per la quale stiamo facendo le prove generali, arriverà la crisi dei metalli, già osservabile ma non ancora conclamata. Giusto il tempo di farvi comprare l’auto elettrica, dopo aver dismesso quella a gas. E poi vedremo il litio, il nickel e chissà cos’altro arrivare alle stelle. Heavy metal. But metal.

Cartolina. C’ero medio


Nel centro c’è la virtù, dicevano gli antichi. E la virtù è sicuramente una bella cosa, ma notoriamente non paga. O, quantomeno, paga poco, almeno ai tempi nostri. La centralità nella distribuzione statistica della ricchezza sembra sia diventata una colpa. O quantomeno una disgrazia. Non sei povero, ma neanche ricco. Perciò stai antipatico ai poveri, perché hai più di loro, e pure ai ricchi, perché non lo sei abbastanza. Il governo fa il resto. E i risultati si vedono. Negli ultimi cinque anni ricchi e poveri hanno visto crescere la loro ricchezza netta, i primi ovviamente assai più dei secondi, mentre chi sta in mezzo no. Anzi, per i “mediani” è persino diminuita. Piano piano il vecchio ceto medio si assottiglia. E così si consuma il cuscinetto che ammortizza gli sfridi fra gli estremi della distribuzione. Che prima c’era. Domani chissà.

Cartolina. Le travail du travail


Se l’economista fosse anche linguista, cosa che purtroppo l’apprendistato non richiede, non avrebbe alcuna difficoltà a comprendere, in senso ampio, i dati che mostrano come i 55-64enni francesi al lavoro siano in coda alla classifica europea per quantità. E sono pure aumentati. Nei primi anni Duemila meno di uno su due era ancora occupato. Oggi peraltro in Francia, dove l’età legale di pensionamento è 62 anni, si discute fra chi (Macron) vorrebbe alzarla a 65 e chi (Mélenchon) vorrebbe addirittura abbassarla a 60, che in un mondo dove la speranza di vita si avvicina ai 90 è sicuramente un’idea geniale. Almeno se siete francesi. Perché, e qui interviene il linguista, in francese la parola lavoro e la parola travaglio hanno lo stesso lemma: travail. Un’associazione che troviamo anche nello spagnolo, in qualche maniera assimila il trabajo (lavoro) al travallo (travaglio). I dati confermano: la Spagna, che ha un’età di pensionamento legale a 65 anni, sta un filo sopra la Francia per 55-64 al lavoro, sfiorando l’Italia, che pure ha un’età legale di 67. Perché da noi il lavoro si è evoluto dall’idea di travaglio. Ma solo a parole.

Cartolina. Un mattone sulla crescita


Certo: la Cina. Quando era una giovane promessa dell’economia globale eravamo tutti in fila a coccolare la domanda cinese. Poi è arrivata la crisi e ognuno a iniziato a preoccuparsi dei casi suoi, a cominciare dalla Cina che ha iniziato a pompare denaro nell’immobiliare per tenere in piedi la sua mitica domanda. Non è più cresciuta a doppia cifra, però è cresciuta. Ma nel frattempo il mattone cinese ha finito col pesare a doppia cifra sul pil, e stendiamo un velo su quanto pesi nell’incremento del debito complessivo del paese. E oggi di nuovo: la Cina. Gli stress dell’immobiliare cinese pesano come un mattone sul futuro della crescita cinese. E siccome la giovane promessa dell’economia globale è stata nel frattempo mantenuta, ecco che il mattone cinese pesa anche su di noi. Solo che non lo vediamo.

Cartolina. L’inflazione del debito


Certo che ci avete pensato. Al fatto che l’aumento improvviso e violento dell’inflazione qualcosa di buono l’ha portato: ha fatto diminuire il valore dei debiti. Di sicuro chi gestisce i debiti del governo ci ha pensato eccome. Oltreoceano, per dire, dove in pratica l’aumento del debito pubblico è stato “mangiato” dalla crescita dei prezzi. Vittoria di Pirro? Sicuramente. Ma intanto al Tesoro festeggiano. Sarà una festa breve, probabilmente. Prima o poi i mercati se ne accorgeranno e chiederanno tassi più alti sennò il debito se lo comprerà qualcun altro. E poiché le banche centrali hanno chiuso i rubinetti, rimane solo il vecchio risparmiatore, che sarà pure fesso, ma fino a un certo punto. Perciò, dopo la sbornia degli anni Dieci, godiamoci la festa d’inizio anni Venti. Breve, ma intensa.

Cartolina. Ma la Cina (e il Giappone) no


E adesso spiegatemelo voi, che sapete tutto, perché in Cina e in Giappone non c’è l’inflazione. Che, rima a parte, è davvero un mistero gioioso. Uno dice: è colpa (merito) del comunismo. E allora il Giappone? Un altro dice: è merito (colpa) del capitalismo. E allora in Cina? E un altro ancora: è merito della posizione geografica. E via discorrendo. E noi, poveracci, travolti dall’ignoranza. Una cosa però la sappiamo, e possiamo urlarla ai quattro venti, senza tema di essere smentiti. Da noi l’inflazione è all’8 per cento o giù di lì. In Cina (e Giappone) no.