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Cartolina. Smart work


Mi riprometto di approfondire la ragione per la quale nel corso del XIV secolo le ore di lavoro settimanali in Gran Bretagna praticamente si dimezzano, ma nel frattempo osservo estasiato che la stessa cosa è accaduta fra l’inizio del XIX secolo e i giorni nostri. Nel 1830 gli inglesi lavoravano 66 ore e rotte a settimana, nel 2016 32. Un trend comune a tutti i paesi avanzati, a dirla tutta. Ma la notizia non è tanto questa, pure se è rilevante. Quanto la circostanza che nel frattempo la produzione si è moltiplicata per dodici. Questa sorta di miracolo si chiama produttività del lavoro. L’autentico smart working.

Cartolina. Il laureato longevo


Alcuni studiosi americani hanno osservato che i cittadini con studi superiori tendono ad avere tassi mortalità inferiori a quelli meno istruiti. Magari parlare di correlazione è esagerato, però la statistica lascia immaginare che faticare sui libri allunghi la vita almeno quanto scansarli la accorci. Forse avrà a che fare con l’elevazione spirituale che l’istruzione ci regala, alleviando le pene del corpo. O, più prosaicamente, col fatto che i più istruiti tendono a guadagnare di più, se trovano lavoro. Che sia il denaro l’autentico elisir di lunga vita lo faceva già sospettare la storia. E il fatto che la cronaca lo confermi aggiunge un potente incentivo al desiderio del mitico “pezzo di carta”. Perciò studiate. Male che vada sarete disoccupati, ma longevi.

Cartolina. Brexin


Chissà cosa direbbero gli exiter britannici se sapessero – ed è improbabile – che l’uscita dell’Ue non li ha separati dal resto del mondo, e neanche dall’Ue, a dirla tutta. Se sapessero che non basta un referendum, e tantomeno una pasticciata dichiarazione di divorzio, per isolarli dalle correnti della storia. Già un loro notevole connazionale, Arnold J. Toynbee ricordava quasi un secolo fa che ogni momento topico della storia britannica era profondamente interconnesso con quello che accadeva intorno all’Isola. Purtroppo gli exiter lo hanno dimenticato, ma i banchieri centrali, per fortuna no. Come una moderna Penelope, la Banca centrale britannica tesse la tela delle relazioni internazionali usando l’unico strumento che possiede, il suo bilancio, che somiglia sempre più non solo a quello della cugina europea, ma anche a quello delle altre grandi del mondo. Si può anche votare per la Brexit e crederci. Ma poi la storia fa all-in.

Cartolina. Anche i ricchi piangevano


I frequentatori compulsivi di statistiche sulla ricchezza altrui avranno un fremito scoprendo che i plutocrati americani – l’esecrato 1 per cento più ricco – hanno pianto lacrime amare, in quel terribile primo quarto del 2020, quando il Covid faceva strage di persone e di indici di borsa. Ma le lacrime di borsa, a differenza di quelle per i lutti, evaporano in fretta, in tempi di espansione fiscale e monetaria. E poiché la borsa dei plutocrati è sempre gonfia di azioni, obbligazioni e altre amenità, ecco che la loro ricchezza netta, che era crollata del 10 per cento nel primo trimestre, rapidamente è tornata dov’era nel secondo, per crescere robustamente fino all’aumento del 20 per cento del primo trimestre di quest’anno. La crisi, come spesso accade, li ha lasciati più ricchi di prima. Lo stesso è accaduto al 50 per cento delle famiglie che sta nella parte bassa della distribuzione della ricchezza. Grazie soprattutto alla ripresa del mattone, che ha aumentato del 30 per cento il loro patrimonio. Anche i poveri sono più ricchi. Ma questo non fa notizia.

Cartolina. Casa, cara casa


Serviva la pandemia, evidentemente, per dare una scossa al mercato immobiliare italiano da anni in sostanziale catalessi. Superato il buio dei lockdown, gli italiani hanno messo mano al portafoglio – chi ce l’ha abbastanza capiente e non sono pochi – e hanno cominciato a far risalire compravendite e prezzi. Ma è cresciuta anche la voglia di case più grandi e magari indipendenti, con spazi esterni e altre comodità, che ovviamente finisce col rivolgersi fuori dai grandi centri, dove questi beni sono scarsi e perciò troppo cari. La pandemia, insomma, ha alimentato quella voglia di rinchiudersi in sobborghi, più o meno remoti ma iperconnessi. La subutopia degli anni ’50 torna a far capolino, fra promesse di smart working e miraggi di elegie bucoliche declinate in wireless. Durerà il tempo che i prezzi dei sobborghi, vittime anche loro dell’implacabile litigio fra domanda e offerta, cresceranno abbastanza da far tornare la nostalgia dell’ufficio e della congestione metropolitana. La dolce casa di campagna finirà di nuovo fuori moda a vantaggio della cara casa di città. Sarà il segnale definitivo della fine della pandemia.

Cartolina. La scoperta della diseguaglianza


E così i banchieri centrali si sono accorti della diseguaglianza. Da poco più di un mezzo lustro, almeno a dar retta a una volenterosa statistica che ha misurato la frequenza di questo termine nei loro discorsi. E il ritornello, da quando se ne sono accorti, è sempre lo stesso: dagli anni ’80 la diseguaglianza è cresciuta e non certo per colpa della politica monetaria, che anzi può far qualcosa per mitigare i fattori strutturali che generano questa esecrabile tendenza. Ci hanno messo tempo – un trentennio dagli anni ’80 – ma oggi la diseguaglianza è un termine al centro dei discorsi di banca centrale. Parlandone queste entità si qualificano come strumenti di stabilizzazione egualitaria e quindi calamite di simpatia. Viene da pensare che se non l’avessero scoperta, la diseguaglianza, le banche centrali avrebbero dovuto inventarla.

Cartolina. La dipendenza degli anziani


Quando ci saranno – nella migliore delle ipotesi – sessanta anziani ogni cento persone in età lavorativa, allora forse capiremo esattamente cosa rappresenti per una società il tasso di dipendenza degli anziani, che suona male e ha effetti pure peggiori. Capiremo che avere tanti over 65 che traggono il loro sostentamento dal lavoro altrui significa di fatto caricare il lavoro di un peso che finisce col diventare insostenibile. Quelli più spiritosi potranno liquidare il tutto con una battuta. Dire, ad esempio, che il lavoro nobilita l’anziano più che l’uomo. Altri concluderanno che la dipendenza degli anziani è la peggiore minaccia per l’indipendenza del lavoratore. Ma intanto, poiché viviamo un tempo che coltiva la dipendenza, solido sostegno della rendita, questa minaccia futura non ci spaventa, anzi ci rassicura. Perché quando il futuro verrà saremo finalmente anziani anche noi. E non sarà più un problema nostro.

Cartolina. Poveri consumisti


In un’epoca che vede crescere di decennio in decennio la quota di reddito “catturata” dal 10 per cento più ricco della popolazione – che alimenta così tanti peana sulla diseguaglianza – al danno si aggiunge la beffa che questa conformazione nella distribuzione dei redditi dà il peggio di sé quando esplode una crisi finanziaria. In questo frangente – e lo abbiamo visto un decennio fa – la propensione al consumo dei ricchi, più bassa di quella dei poveri, finisce col deprimere la domanda aggregata, avvitandosi così una spirale pericolosa. I consumi reggono l’economia degli stati, e quelli dei più poveri principalmente. Sarà per questo che aumentano di numero.

Cartolina. Il lungo tramonto del dollaro


A vederla da lontano, la supremazia del dollaro nei mercati internazionali sembra bene incardinata lungo un percorso di durevole declino. Quindi lento, ma persistente, come d’altronde sembra l’influenza degli Usa nel mondo, in quest’alba di nuovo millennio. Ma se nessuno dubita che l’impero americano goda ancora di discreta salute, della quale l’uso del dollaro è ottima cartina tornasole, aumenta il numero di coloro che intravedono nella tecnologia – altro campo di supremazia Usa, almeno finora – la minaccia più consistente a tale supremazia. Una valuta digitale, dicono molti, potrebbe accelerare il declino del dollaro, fino a farlo somigliare a quello della sterlina a fine anni ’40 del ‘900. Ammesso che sia vero, rimane da capire quale possa essere questa valuta. O almeno se parli inglese. E oggi, a differenza di ieri, qualcuno inizia a dubitarne.

Cartolina. (S)Commodity prices


Il prezzo delle materie prime mostra pavidi segni di rimbalzo, dice il Fondo monetario nel suo ultimo outlook sull’economia globale. E poiché le commodity sono la materia prima dell’economia internazionale, di solito questa è una buona notizia. Di solito, appunto. Perché l’esperienza ancora limitata, ma già molto istruttiva, della crisi sanitaria una cosa finalmente ce l’ha insegnata: fare previsioni è difficile, specie quando riguardano il futuro, come ammoniva qualcuno alcuni decenni fa. E poiché le materie prime vivacchiano da oltre un lustro, e non hanno neanche recuperato il livello del 2014, sorge il sospetto che la situazione scomoda delle commodity abbia ragioni più profonde di quelle legate alla pandemia. L’economia era già malata prima del Covid, probabilmente. Poi se n’è accorta.