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Cartolina: Brexit, no deal? No party


Mentre la fine di marzo si avvicina e insieme termina il tempo per trovare un accordo di divorzio fra Regno Unito e Unione europea, giova ricordare il costo assai caro che, secondo molti osservatori, si sta preparando per i britannici in caso di no deal. Nell’ipotesi che prevalga lo scenario WTO, ossia l’applicazione di regime più favorevole come conseguenza del mancato accordo, sull’UK arriverà una tormenta, che però sembra non spaventare i parlamentari britannici, alle prese con scaramucce che denotano la loro sostanziale mancanza di senso storico. Giocano a farsi i dispetti mentre fuori si prepara l’inverno. L’irrigidirsi del clima non risparmierà neanche l’UE, ovviamente. Ma per molti sarà al più un anticipo di autunno, per altri un temporale fuori stagione. Far squadra è più facile che giocare per conto proprio. Si potrà pur credere che far tutto da soli liberi dall’impegno delle responsabilità e sia persino eroico. Ma bisognerebbe pur ricordare che è assai meno divertente. Come andare a un party dove non si conosce nessuno. Spesso è deludente.

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Cartolina: Cent’anni di martello e incudine


Ci sono voluti cent’anni, negli Stati Uniti, per moltiplicare venti volte la produzione manifatturiera. Nel lontanissimo 1919, quando la Fed sperimentava il suo indice, la ghisa pesava ancora il 18 per cento del paniere. Cent’anni dopo solo lo 0,1. Nel frattempo s’era consumata una rivoluzione pacifica. L’operaio che penava con martello e incudine, piano piano è diventato l’hipster degli anni ’50 che, ormai borghese insofferente, preparava il sommovimento sociale dei ’60. Ma solo perché intanto la produzione, e quindi la ricchezza, s’era moltiplicata per cinque. Più avanti, quando l’indice toccherà quota 1.000, si era già nell’era dei computer, che sono l’incudine e martello degli hipster contemporanei, tornati di moda adesso che l’indice è arrivato quota 2.000. Gli americani – e in fondo l’Occidente – sono venti volte più ricchi rispetto a cent’anni fa. Abbastanza per essere insoddisfatti.

Cartolina: L’economia degli ereditieri


Proprio come negli anni ’50, in Europa oggi più della metà della ricchezza deriva dalle eredità. Non siamo ancora ai livelli della Belle époque, quando dai lasciti ne dipendeva oltre il 70%, ma con un po’ di applicazione ci arriveremo. Merito anche della demografia avversa, che concentra sempre più nelle mani di sempre meno e per giunta poco prolifici grandi patrimoni frutto dell’arricchimento democratico del secondo dopoguerra. E questo è il problema. A differenza degli anni ’50, infatti, oggi non andiamo verso magnifiche sorti e progressive società popolose, laboriose e illuminate, ma verso cittadelle depresse dalla sazietà e abitate in parte crescente da anziani con la sindrome dell’assedio, dove le uniche economie che prosperano sono quelle dell’intrattenimento e della paura. Il risultato è che sempre meno avranno sempre più, senza che sia chiaro a chi andrà dopo di loro tutta questa roba. L’economia degli ereditieri, nel tempo del Tedioevo.

 

Cartolina: L’inversione dell’onere dello yield


Chi frequenta le cose d’economia, o anche solo vi partecipa come semplice osservatore, ha imparato una collezione di scongiuri da recitare ogni qual volta succede, come è successo negli Usa di recente, che il rendimento dei titoli a breve superi quello dei titoli a lungo termine. Una pura aberrazione per chi crede che il tempo sia denaro. Ciò spiega le ondate di panico che si verificano quando la temutissima inversione della curva diventa cronaca. Tutti la leggono come sfiducia nel domani, che viene prezzato più caro del dopodomani. Pochi ne osservano l’effetto sulle banche, che trasformano più o meno rischiosamente le scadenze di crediti e debiti per grattare qualche profitto. Perciò quando la curva dei rendimenti si inverte la prima reazione dei banchieri è quella di restringere il credito. L’onere dello yield finisce sulle spalle di chi ha bisogno di prestiti. E la poca fiducia ch’era rimasta, sparisce.

Cartolina: La fatica silenziosa del Mezzogiorno


Appartiene – e purtroppo – al nostro discorso pubblico il racconto del Mezzogiorno povero e disgraziato. Una narrazione spesso alimentata da molti meridionali, straordinari interpreti di un’altra vocazione nazionale: quella al piagnisteo. Perciò molto difficilmente troverete qualcuno che vi racconti come l’indice dell’export del Meridione abbia persino superato, nel 2018, quello delle potentissime regioni del Nord. Neanche gli abitanti del Sud ve lo diranno. Perché anche il pudore caratterizza i meridionali. Almeno quelli che non amano lamentarsi. Per costoro vale il pensiero che il giusto sottofondo della fatica sia il silenzio.

Cartolina: Il debito emergente


Se l’Argentina vi aveva impaurito, che effetto vi farà osservare la bolla del debito cinese, ormai superiore al 200% del pil? Presi come siamo dalle miserie delle nostre piccole contabilità abbiamo lasciato crescere sotto i nostri occhi il debito delle economie emergenti, che la storia ci ricorda essere materiale incendiario. Anche adesso lo è, pure se oggi, a differenza di ieri, questi paesi hanno imparato a costruire riserve per difendersi dalle avversità. Ma il doversi difendere è già un problema. La Cina, e non lei da sola, lo sperimenta ogni giorno, dovendo gestire un debito privato praticamente raddoppiato in dieci anni e un deficit fiscale superiore al 4% del pil che piano piano sta facendo crescere il debito pubblico. Il risultato è che ormai Pechino guida l’armata del debito emergente, l’ultimo arrivato. Che ormai si avvia a diventare il primo.

Cartolina: La guerra monetaria dell’ultimo giapponese


Cinquecentocinquantunomilamiliardi di yen. O se preferite, 551.000.000.000.000 yen che sono 551 trilioni di yen. Immagino che persino la Fed, che si è presa la briga di contarli, avrà avuto difficoltà a seguire le fila dei miliardi che compone la montagna degli asset della banca centrale giapponese, ormai in predicato di diventare l’ultima giapponese nella guerra monetaria che il mondo combatte da almeno un decennio. Con la Fed in ritirata strategica e la Bce in predicato di chiudere i rubinetti, la BoJ rimane da sola, fra le grandi banche centrali, a pompare denaro per sconfiggere un’economia che bordeggia la depressione da un ventennio. Assai prima degli altri, il Giappone ha iniziato a fare QE, addirittura negli anni ’90, e chissà quanto ne farà ancora. Finora la sua cura monetaria, per tacere di quella fiscale, altrettanto esosa, è servita a poco. Il Giappone vivacchia nelle sue bellissime città dove fioriscono ancora i ciliegi, ma ormai ha smesso di brillare. Combatte strenuamente una guerra finita e persa che ha lasciato sul campo un’economia fiacca e svogliata, figlia di una delle nazioni più anziane del mondo. D’altronde l’ultimo soldato giapponese è morto di vecchiaia.

Cartolina: Il ponte sullo strettone


Ripenso al chilometro di ponte sullo Stretto che dovrebbe unire la Calabria alla Sicilia, grande protagonista del libro italiano dei sogni rimasti nel cassetto, mentre osservo il ponte sullo strettone che collegherà l’area di Macau con quella di Hong Kong, che ne misura alcune decine di chilometri, aperto da poco. Noi parliamo da decenni del ponte, protagonista di campagne elettorali anche recenti e di corposi finanziamenti. I cinesi in nove anni lo hanno immaginato e realizzato. Il fantasma del ponte italiano è in buona compagnia, purtroppo. Non siamo solo il paese delle grandi opere incompiute. Siamo anche quello delle grandi opere mai iniziate. Far corrispondere ciò che si dice a quel che si fa è sicuramente la prima.

Cartolina: La cognizione del debitore


Sarà pure una baldoria, quella dei debitori, come la rappresenta il Fmi descrivendo l’abbuffata di debiti che in meno di vent’anni ha cambiato la fisionomia del mondo. Ma è una festa che ha per sottofondo una musica triste. Ogni tanto qualcuno piange persino e chissà perché si tende a pensare che toccherà sempre a qualcun altro trovarsi d’improvviso sepolto dalla montagna dei propri debiti. Figuriamoci se capita a noi. E così la montagna cresce ogni giorno, obbligazione dopo obbligazione, e la festa continua. Gli osservatori titolati usano aggettivi sempre più letterari – fragilità, vulnerabilità – per qualificare ciò a cui ci espone questo stato di cose. Ma al tempo stesso magnificano la crescita di chi ce la fa, trascurando di ricordare che tale successo molto deve alla tendenza a prendere a prestito anche quando il buon senso del padre di famiglia lo sconsiglierebbe. Siamo una società ricca e fragile che ha sviluppato la cognizione del debitore. Che se la gode. Finché dura.

Cartolina: L’estinzione degli Emergenti


Ormai non fa più notizia l’estinzione dell’Occidente, che nel linguaggio della demografia si rappresenta bene con il tasso di fertilità delle economie avanzate, che stagna ben al di sotto del tasso di sostituzione. Detto altrimenti, servirebbero almeno due bambini per coppia per mantenere la popolazione di un paese stabile. E per le economie avanzate questo miracolo non avviene da anni. Anche gli Stati Uniti, che pure agli inizi dei Duemila viaggiavano sopra la soglia magica dei due figli per donna, ormai sembra abbiano ceduto allo spirito del tempo. Far figli, per un mondo di ragioni, ha sempre meno appeal. La notizia perciò non è che l’Occidente sia felicemente in viaggio verso l’estinzione, ma che tale malattia abbia finito col contagiarsi ai paesi emergenti, che una certa letteratura di genere dipinge come luoghi più o meno felicemente prolifici. Anche lì, come da noi, i tassi di fertilità sono in deciso declino, e ormai viaggiano sotto la soglia della sostituzione. Proprio come accade agli immigrati, che arrivano in Occidente e alla lunga convergono sul tasso di fertilità del paese ospite, anche per gli Emergenti sembra che il somigliare all’Occidente includa anche una maggiore ritrosia a far figli. Non si globalizzano solo le merci, evidentemente.