Etichettato: cartolina the walking debt

Cartolina. Improduttività

C’è qualcosa di perversamente triste in un paese dove l’aumento delle ore per occupato si associa a un declino della produttività oraria. Questa combinazione, che sembra un controsenso, fa pensare a un motore imballato o a un difetto di trasmissione, talché all’aumentare dei giri la potenza si perde prima di arrivare alle ruote, col risultato che l’automobile va al rallentatore. Esattamente come la nostra economia, che decresce all’aumentare delle ore lavorate. Molto triste, appunto. Perché racconta di un paese che impiega le sue poche energie in lavori che rendono poco e sempre meno. Magnifica il suo settore turistico, che produce questo tipo di occupazione e premia la rendita di pochi. E intanto tiene in piedi un welfare costosissimo e un ampio settore informale, che le statistiche ovviamente ignorano. Finché la barca va lasciala andare, si cantava ai vecchi tempi. Finché galleggia almeno.

La fine dell’egemonia del dollaro (spagnolo): un insegnamento che viene dalla storia

Gli scambi sono una componente essenziale dell’economia. Anche in un sistema autarchico, qualsiasi soggetto economico è costretto continuamente a scambiare risorse: beni, servizi, lavoro e capitale. Un’economia prende forma e si sviluppa in ragione della sua capacità di far circolare ciò che serve per vivere. Quindi tutto ciò che impedisce la circolazione danneggia l’economia.

Restrizioni e trasformazioni

Questa ovvietà merita di essere ricordata, visto che negli ultimi anni, almeno a partire dal 2008, c’è stata una crescita notevole degli impedimenti agli scambi economici globali. Non parliamo solo di restrizioni al commercio, delle quali i dazi sono l’esempio più eclatante. Ma anche di impedimenti fisici, come ci ricorda il caso di Hormuz.

Si tende a pensare che questi impedimenti siano sempre transitori. Che non dureranno fino al punto di causare danni permanenti. Ma la storia ci racconta che a volte basta molto poco per cambiare usi consolidati. Un impedimento ben costruito, che si interponga lungo la linea di forza di una struttura sistemica, è capace di produrre una profonda trasformazione. Di cambiare la storia.

Accadde ad esempio al dollaro spagnolo, che perse il suo ruolo secolare di moneta dominante, nel mezzo delle guerre napoleoniche. La vicenda, raccontata in un bel paper pubblicato dalla Bis di Basilea, è una dimostrazione istruttiva della fragilità di quei sistemi che si credono indistruttibili e immutabili. Nessuno, alla fine del XVIII secolo, quando il dollaro spagnolo in argento denominava gli scambi internazionali, avrebbe mai creduto che un giorno si sarebbe persino perduta la sua memoria. Oggi quasi nessuno ricorda il “peso fuerte“, da cui deriva l’attuale peso latino-americano.

Il peso argenteo spagnolo era di fatto la moneta internazionale da almeno due secoli, ossia da quando la Spagna aveva trovato il tesoro in metalli preziosi custodito nell’America Latina. Interpretava il ruolo del “safe asset” contemporaneo: stava in cima alla gerarchia delle fonti monetarie. Dove oggi si trova il dollaro americano.

L’evento che diede inizio al declino nell’uso del dollaro spagnolo fu la battaglia di Trafalgar dell’ottobre 1805, che consegnò ai britannici, vincitori della flotta franco-spagnola di Napoleone, il dominio dei mari e bloccò per un lungo periodo la circolazione dell’argento che proveniva dall’America Latina, materia prima della moneta spagnola.

Già mesi prima di Trafalgar la flotta inglese aveva imposto un blocco navale a Cadice, centro portuale sull’Atlantico, non lontano da Gibilterra, dove affluiva l’argento americano: quell’argento aveva originato un ecosistema finanziario che coinvolgeva la Francia, l’Olanda e, infine l’Asia, particolarmente la Cina come destinataria finale dei flussi del metallo prezioso delle Americhe.

Ieri come oggi l’Europa era importatrice netta di merci cinesi, soprattutto tè, ceramica e seta, ed esportatrice netta di metallo, che all’epoca era denaro. Era quindi in deficit commerciale.

Ma l’argento spagnolo era molto più che semplice moneta. Di fatto era il collaterale della finanza internazionale e quindi, ad esempio, dei prestiti bancari che alimentavano il commercio.

Il mondo di ieri, insomma, esibiva già la fisionomia di quello attuale. L’argento americano era la base monetaria sulla quale si costruivano relazioni finanziarie complesse. Consentiva, ad esempio, di erogare a credito anticipazioni sui flussi futuri di argento, che venivano attivate per fare prestiti ai governi. Alimentava le riserve delle banche centrali, a cominciare dalla Banca di Francia, attraverso le quali si scontavano le cambiali dei mercati emettendo “note di banco”, ossia banconote. Consentiva, in sostanza, il funzionamento della finanza.

Il seguito di questo articolo si può leggere sul sito di Aspenia on line dove è stato pubblicato nei giorni scorsi.

Cartolina. 2030 auguri

Alla fine del 2030, ossia dopodomani, al netto di ulteriori catastrofi, quindi a scenari invariati, il debito globale degli stati, che al momento si aggira intorno al 94 per cento del pil, supererà la soglia del 100 per cento, arrivando al 102. Un livello mai visto in tempi di pace. Ma d’altronde il nostro è tutto tranne che un tempo di pace. Il grosso di questo incremento lo cumulano Cina e Usa, ossia i campioni di un modello di crescita che sul debito si basa, del quale noi europei siamo pallidi emuli. Non tanto per i livelli di debito, sul quale noi italiani potremmo dare lezioni, quanto sui risultati della crescita, che rimane a dir poco mediocre. Giusto per la cronaca, vale la pena osservare che il grosso di questo incremento è determinato dallo snowball effect, ossia dal fatto che il costo del debito eccede il tasso di crescita reale. Significa interessi che crescono, rispetto al pil, di anno in anno. Questa “palla di neve” punta dritta alla stabilità dei conti pubblici. Auguri a tutti.

Cartolina. Dipendenze

Raccontano che Trump, passeggiando per i giardini di Zhongnanhai di Pechino abbia espresso la sua presidenziale ammirazione per le splendide rose che ornano il parco, aggiungendo persino che avrebbe potuto facilmente abituarsi a questo “bellissimo posto”. Il suo omologo Xi, esibendo la consueta cortesia cinese, ha promesso di mandargli un pacco di semi di rose locali, che magari potrebbero finire a ornare i giardini della Casa Bianca. Le rose cinesi fioriranno di sicuro, specie se seminati nelle terre rare cinesi che arrivano, sempre più abbondanti in terra americana. E con ciò si capisce perché il presidente Usa abbia più volte ripetuto che Xi e lui due condividono la stessa visione su molte cose. Li unisce una cosa rara e preziosa: la dipendenza.

Cartolina. Bye buy Italy

Le ultime novità sull’evoluzione degli acquirenti del nostro debito pubblico ci possono sintetizzare facilmente nello spazio di una Cartolina. Le banche centrali se ne liberano, banche commerciali e assicurazioni lo sopportano (con la “o” non con la “u”), le famiglie italiane accorrono numerose e, sorpresa lieta, anche l’estero. Che poi magari questi ultimi acquirenti sono italiani estero-vestiti, vai a sapere. In ogni caso c’è chi vende, saluta e se ne va, e c’è chi compra fiducioso. Bye, by. Suonano uguali ma solo in apparenza. Bisogna vedere chi prevale.

Cartolina. Braccianti istruiti

Dunque tutto questo gran borbottare sull’IA e i suoi derivati sembra avrà come esito l’eclisse del lavoro intellettuale. Basta osservare come negli Usa, che sono la patria di questa rivoluzione, le imprese si servano di queste nuove tecnologie. Gli operatori dell’informazione, dei servizi professionali e finanziari sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto. E poiché parliamo di attività ad alto valore aggiunto, se ne può dedurre che le compagnie che licenziano umani per installare agenti AI avranno grandi profitti, almeno in questa prima fase. Poi chissà. Ma non è tanto questa la notizia. La rivoluzione AI, se ha oscurato le professioni intellettuali sembra non abbia effetti su quelle più tradizionali. Alle imprese i cervelli umani non servono più, ma le braccia si, eccome. Ecco qua, quindi, il futuro a cui dobbiamo preparare i nostri figli. Prendere una laurea, investendo decine di migliaia di euro, per finire minatori o agricoltori. Braccianti, ma istruiti.

Record di restrizioni per il commercio di terre rare

Fra le tante strozzature che minacciano la globalizzazione, quella di Hormuz è solo la più spettacolare per la sua drammatica visibilità, ma non è certo l’unica. Ormai dalla crisi del 2008 i paesi del mondo fanno a gare a innalzare barriere al commercio, soprattutto di beni, credendo così di risolvere molti dei loro problemi interni col risultato, assai più probabile, che li aggravano.

Ma le restrizioni non sono tutte uguali. Alzare barriere contro il commercio del vino non ha gli stessi effetti distruttivi dell’innalzamento di barriere sui chip. E il fatto che Ocse di recente abbia osservato un livello storico di restrizioni sul commercio di terre rare, che sono un po’ il carburante dell’innovazione tecnologica, solleva scenari poco piacevoli sul futuro dello sviluppo internazionale.

I dati ci dicono che nel 2024, ultimo anno di rilevazione, le restrizioni sono cresciute sopra il livello del biennio 2022-23, quando si registrò il record storico. Come se non bastasse, nuovi paesi, in Africa e in Asia, hanno aggiunto limiti all’esportazione di materie prime di questa categoria di beni.

Le restrizioni ormai riguardano il 70% delle esportazioni di cobalto e manganese, il 47% della grafite e il 45% delle terre rare, che per chi non lo ricordasse servono praticamente a far funzionare tutti i nostri device, dai pannelli solari ai sistemi d’arma, passando ovviamente per gli adorati telefonini.

Queste restrizioni hanno il potenziale di danneggiare le catene di fornitura e quindi generare distorsioni notevoli. Ciò dipende anche dalla circostanza che la domanda di queste risorse cresce regolarmene, a differenza dell’offerta, che fatica ad adeguare la produzione e rimane fortemente concentrata in alcuni paesi.

Basti considerare che i primi tre paesi per cobalto, litio e nichel rappresentano oltre due terzi della produzione globale, percentuale che sale a quasi il 90% per gli elementi delle terre rare. Si osserva anche una concentrazione nelle misure politiche adottate, con India (19%), Cina (17%), Argentina (6%), Vietnam (5%) e Burundi (4%) che rappresentano oltre la metà di tutte le nuove misure implementate tra il 2009 e il 2024.

In questa situazione, a dir poco precaria, si inseriscono anche gli scenari di conflitto, che aggiungono complicazioni all’ordinato svolgersi dei commerci internazionali, ormai divenuto un pallido ricordo. Il clima, di conseguenza, diventa sempre più favorevole all’inflazione. Per la semplice ragione che mancano i beni. Che pure esistono, ma non si lasciano circolare.

Cartolina. L’altro Stretto

Siccome sembra che Joker, noto agente del caos, abbia preso il controllo della situazione globale, tanto vale arrendersi è segnalargli il prossimo target per completare l’opera: lo stretto di Malacca. Secondo alcuni calcoli molto accreditati, da questo stretto corridoio di mare passano 23 e passa milioni di barili al giorno, persino più di Hormuz. Quindi il nostro agente del caos sa già cosa deve fare. Chiuso Hormuz e bloccato anche Malacca, potremo finalmente tornare a camminare a piedi e riprendere anche l’abitudine di scrivere lettere di carta, visto che tenere acceso un computer costerà più di un francobollo. Joker sa bene che se vuole chiudere l’odiata globalizzazione deve chiudere gli Stretti. E’ il modo contemporaneo di finire strozzati.

Cartolina. GeografIA

Per avere chiaro di cosa parliamo quando parliamo di intelligenza artificiale, vale la pena dare un’occhiata innanzitutto alla geografia, che ci mostra dove questa tecnologia si concentra. Quindi principalmente negli Usa, inseguiti dalla Cina, e poco altro in Europa, dove al massimo siamo clienti. Qui il numero delle aziende che si occupano di queste cose sta all’incirca al livello dell’India e dell’Australia. In pratica siamo in serie C. Il fatto che dire IA significa dire tante cose, che spaziano dall’economia alla difesa, passando per l’istruzione e l’intrattenimento, implica che chi gioca in serie C non lo diventi solo per l’IA, ma anche per tutte queste altre cose. La geografIA ha a che fare con l’economIA, la tecnologIA, eccetera. Si potrebbe pensare a come recuperare questo ritardo, che in teoria sarebbe anche possibile. Ma sembriamo sempre meno attrezzati per pensare. Al massimo abbiamo imparato a scrivere un prompt.

Cartolina. Warfare

La tendenza, ormai crescente da un ventennio, all’aumento della spesa militare trova nel binomio Europa e Asia il suo driver, come dicono gli economisti. L’Europa e l’Asia si stanno riarmando, e anche pesantemente. E ormai da un pezzo la somma di queste due aree ha superato il livello di spesa militare delle Americhe. Se al blocco aggiungiamo anche il Medio Oriente, che non è mai fatto mancare una robusta fornitura di armi, emerge che l’Eurasia impegna circa i due terzi dei quasi tre trilioni di spesa militare del 2025. Dicono che occorra preparare la guerra per difendere la pace, e quindi armarsi. Lo dicevano anche alla fine del XIX secolo. Lo dicevano, appunto, anche i romani antichi, che hanno coniato il detto e che non risultano siano stati granché in pace. Perché una volta che hai le armi è difficile evitare di usarle. Ma questo ovviamente non si dice. Le nostre società stanno lentamente transitando dal welfare al warfare. Ma neanche questo si dice. Si fa e basta.