Etichettato: cartolina the walking debt

Cartolina. Per me pari sono


Non stiamo adesso a sottilizzare su quanto indebitati siano i ricchi emergenti e quanto poco i paesi a basso reddito: potremmo persino scoprire che c’è un collegamento fra il livello dei debiti e quello della ricchezza, ossia dei crediti. E verrebbe meno tutta una letteratura. E sorvoliamo anche sul fatto che il debito pubblico è cresciuto molto più del privato, sempre in quei famosi paesi ricchi, che pudicamente vengono chiamati “avanzati”. Perché il punto è proprio questo. Privati e pubblici, quanto all’aumento del debito, per me pari sono, come diceva il poeta. E pure per i mercati, evidentemente.

Cartolina. Tante care cose (turche)


E’ sicuramente colpa della primavera se ad aprile l’inflazione annua in Turchia ha sfiorato il 70 per cento. Il preannuncio di bella stagione scalda i cuori, com’è noto. E quindi anche i prezzi, che nel nostro tempo hanno molto a che vedere con sentimenti. A cominciare, ovviamente, da quelli buoni. Come quelli del governo turco, per dire, che una arida propaganda accusa di aver destabilizzato la lira turca a furia di ripetere che bisogna abbassare i tassi per combattere il carovita. E poiché il governo ha ragione per principio, allora è proprio colpa della primavera, se i turchi dovranno faticare un po’ di più per mettere insieme il pranzo e la cena. Con l’estate però le cose miglioreranno: il governo sa perfettamente cosa fare. Non appena si arriverà al 100 per cento d’inflazione scatterà il piano segreto: dimezzare il costo dei pasti. Riducendoli a uno solo.

Cartolina. Mangino riso


Se Maria Antonietta fosse ancora fra noi direbbe la parola definitiva sull’ampio dibattito che si sta sviluppando sui notevoli problemi provocati dalla guerra agli approvvigionamenti alimentari, che pesano come un macigno sui paesi poveri. Col mais aumentato dell’80% in due anni, il grano raddoppiato e il sorgo anche di più, questi paesi rischiano letteralmente di morire di fame, visto che già la soffrono. A meno che non ascoltino il consiglio di Maria Antonietta rediviva – oggi la sua celebre (e probabilmente falsa) battuta riecheggia nei ragionamenti di tanti – che guardando il grafico dei prezzi non avrebbe dubbi. I poveri non hanno pane? Mangino riso.

Cartolina. Debitamente privati


Il Fondo monetario si preoccupa di farci sapere che nel 2020 il debito privato, ossia l’altra metà del debito globale di cui si sa poco e si parla anche meno, è aumentato del 13 per cento, persino più di quanto non sia cresciuto nel difficile periodo seguito al 2008. La pandemia, sembra di capire, ha spinto famiglie e imprese a caricarsi maggiori fardelli sulle spalle. Vuoi perché magari nel frattempo si era smarrito il reddito, vuoi perché magari i governi hanno in qualche modo incentivato una certa propensione alla spesa proprio mentre chiudevano le fabbriche, col risultato di un risveglio imprevisto (?) di inflazione. Ora, questi debiti non sono tutti uguali, ovviamente. E neanche sono cresciuti nello stesso modo nei vari paesi. Però hanno in comune il fatto che prima o poi dovranno essere ripagati. Anche quello dei governi, direte voi. Ma questa è un’altra storia.

Cartolina. Niente scialo per lo shale


Siccome piove sempre sul bagnato, una delle glorie statunitensi degli ultimi anni – quella gloriosa produzione di shale oil che aveva consentito agli Usa di sognare l’indipendenza energetica – non si è ancora ripresa dai danni del Covid. Sicché proprio mentre il petrolio andava alle stelle, la patria del fracking si è trovata a secco, con una produzione che prima veleggiava verso i 250 milioni di barili a mese, per arrivare a 150 nel 2021. Ora va un po’ meglio, ma intanto l’inflazione da idrocarburi è schizzata alle stelle, aggiungendo un notevole contributo a quella generale. Non c’era momento peggiore per finire lo scialo di shale. E quindi è arrivato.

Cartolina. L’impresa del debito


A osservare i saliscendi secolari del debito d’impresa notiamo che oggi siamo tornati sopra il 100% del pil, com’era cent’anni fa prima della grande guerra. Ed è in questo eterno ritorno che indoviniamo cosa siamo stati capaci di compiere superando depressioni (almeno due), guerre (altrettante) e tormentosi dopoguerra. E’ stato un successo al quale le imprese hanno partecipato prendendo a prestito e investendo. Finché non si sono trovate dove sono adesso: indebitate e altrettanto ricche. L’altro lato dell’impresa del debito.

Cartolina. Tassi bassi per sempre


Sapevamo già che al supermercato del denaro i prezzi erano in caduta libera. Scopriamo adesso che i direttori del supermercato prevedono che rimarranno bassi almeno fino al 2060, che equivale a dire più o meno per sempre. Tassi bassi per sempre è lo slogan perfetto per società che producono denaro pensando così di produrre anche il resto. E soprattutto credono che in fondo sia il denaro la risposta a molti – se non tutti – i problemi che si trovano ad affrontare. Così non è ovviamente. Ma in attesa di scoprirlo godiamoci i ribassi.

Cartolina. Greencoins


Per minare un Bitcoin serve un milione di volte l’energia che occorre per produrre una moneta con i sistemi tradizionali. Le proof of work della blockchain delle celebre criptovaluta chiedono uno sforzo computazionale immenso, che aldilà delle buone intenzioni (“one-CPU, one-vote”, vi ricorda qualcosa?), ha prodotto un hardware specializzato (application-specific integrated circuits, ASICs), che ha concentrato drammaticamente la produzione di Bitcoin, trasformando la moneta di tutti – come doveva essere – nel business di alcuni. L’istanza democratica applicata alla moneta, ha prodotto la più classica delle oligarchie che elargisce la sua moneta carissima, ed energivora, a una pletora affamata che sogna di diventare ricca. Oggi questa merce si chiama Bitcoin. La prossima volta speriamo sarà il Greencoin.

Cartolina. C’era una volta il prestito bancario


Chissà perché a un certo punto, più o meno alla metà dei Sessanta, i prestiti sul totale degli asset delle banche americane hanno iniziato a declinare. In compenso sono aumentate le obbligazioni in portafoglio e soprattutto le attività liquide. Un po’ com’era all’indomani del dopoguerra, ossia prima che la grande epopea dei trenta gloriosi facesse ricordare alle banche che prestare è il miglior modo per guadagnare, pure se a costo di qualche rischio in più. Chi non risica non rosica, eccetera eccetera. Certo, il mondo di ieri non somiglia granché a quello di oggi. Ieri si amava rischiare investendo sullo sviluppo, oggi al più si investe sulla rendita finanziaria. E le banche, coccolate dall’aumento notevolissimo delle riserve bancarie remunerate, si contentano di meno profitti in cambio di maggior sicurezza. Lasciano i soldi nella banca (centrale). Proprio come un pensionato stanco. Le società invecchiano. Le banche, evidentemente, pure.

Cartolina. Cinque miliardi di dollari fa


Oggi che servono circa 13 lire turche per un dollaro – a marzo scorso ne bastavano sei – non si può guardare che con tenerezza alla banca centrale turca che alla fine del 2021 vendeva cinque miliardi di dollari per sostenere un cambio che intanto superava le 12 lire per dollaro. Soldi bruciati sul falò della vanità di un capo del governo che ha deciso di scrivere una sua personalissima teoria economica che ignora qualsiasi fondamentale. Pure quello che suggerisce come strategia vagamente suicida quella di prendere a prestito a breve termine valuta estera e poi venderla – come molti osservatori sospettano o forse temono – per sostenere un cambio che si sgonfia come un soufflé mal cotto. Rimane la domanda di cosa sarà della lira turca se la banca centrale dovesse finire le munizioni, in un contesto dove l’inflazione su base annua ormai sfiora il 50%. Ma nessun turco, a cominciare da chi governa, vuole conoscere la risposta.