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Cartolina. Il Belpaese delle tasse

Ci chiamano il Belpaese, ma solo perché le tasse sono una cosa bellissima. Paghiamo tasse quasi quanto la Danimarca, ma non è che si possa dire che abbiamo lo stesso livello di servizi pubblici. Ci rimane solo la bellezza, appunto e dobbiamo farcela bastare. E siccome il futuro fiscale è quantomeno preoccupante, vista la nostra demografia e la capacità di crescere che esprimiamo, vi preannuncio che diventeremo ancora più belli. Poveri, ma belli. Tanto per (non) cambiare.
Cartolina. La vecchiaia dell’Occidente

Le nostre nuove colonne d’Ercole non sono geografiche: sono demografiche. Nessuno sa cosa ci attende oltre la strettoia di un tempo che vede costantemente diminuire i giovani e aumentare i vecchi. Non sappiamo che tipi di pensieri faremo, quali saranno i nostri bisogni, come reggeremo l’urto di una massa di anziani che chiede di essere assistita. Si continua a discorrere del declino della cultura occidentale, ma si trascura di ricordare che una cultura esiste finché qualcuno la tiene in vita. Una circostanza che l’attuale evoluzione della nostra piramide demografica rende assai improbabile. Nessuna società può reggersi su una base ristretta di giovani, figuriamoci una cultura. Specie una come la nostra, che non è mai diventata adulta. E’ solo invecchiata.
Cartolina. Il nodo gordiano

Se guardando questo grafo vi sentite smarriti non dovete preoccuparvi. Non siete voi ad essere confusi, è la realtà ad essere divenuta confusionaria. Sennò non sarebbero necessari studi superiori ed estremamente specialisti per comprendere cosa sia diventato il sistema finanziario internazionale. Nata per intermediare – guadagnandoci – fra una persona disposta a prestare e un’altra che ha bisogno di prestiti, la finanza è diventata una creatura esotica che mobilita fiori di cervelli per continuare a fare quello che fa con successo da millenni: fare soldi coi soldi. Mestiere una volta disprezzato e oggi agli onori della cronaca, per la semplice ragione che nessuno resiste al fascino del denaro. La confusione nasce da questo straordinario mobilitarsi. Le infinite linee di connessione fra i soggetti che fanno girare i soldi hanno trasformato la finanza in un intricatissimo nodo gordiano che nessuna intelligenza – e tantomeno quella artificiale – è in grado di contemplare. Si potrà solo tagliarlo. Ma la spada non è ancora stata forgiata. E, soprattutto, nessuno vuole impugnarla.
Cartolina. Il conto della paura

Fra le tante cose che si scoprono confrontando la composizione della spesa pubblica nei paesi Ocse fra il 2007 e il 2023, due in particolare saltano all’occhio: la quota stagnante della spesa per l’istruzione e quella che cresce rigogliosa per la protezione sociale – leggi pensioni e sussidi vari – e la sanità, che a ben vedere è una forma di protezione sociale. Il costo cumulato di questa protezione, che a ben vedere sembra il core business dei governi Ocse, è passato dal 18,51 al 21,84 per cento in poco più di quindici anni, circa il 17 per cento. In sostanza, queste due voci assorbono oltre un quinto dei bilanci statali. L’istruzione, invece, oscilla intorno al 5 per cento. E se uno crede – ma evidentemente non deve essere così diffusa questa credenza – che l’istruzione sia il modo attraverso il quale far crescere nel tempo la produttività e quindi l’economia, questi dati dicono semplicemente che ci siamo arresi al presente e non guardiamo da tempo ormai al futuro. Facciamo debiti crescenti per pagare la protezione, non per crescere. Paghiamo il conto delle nostre paure.
Cartolina. Deficit di (de)crescita

Sarebbe bello che qualcuno, osservando la persistenza ultratrentennale di deficit pubblici nei paesi Ocse, associata a un altrettanto persistente declino dei tassi di crescita, ci spiegasse a cosa siano serviti questi eterni scostamenti di bilancio. Nessuno ormai crede più che i deficit stimolino la crescita, visto che la storia sembra dimostri che un deficit prolungato si associa semmai all’effetto contrario. Mentre stimolano eccome il debito pubblico, che infatti cresce, lui sì, gagliardamente. E allora, ripeto la domanda: a cosa sono serviti questi deficit? Rimango in paziente ascolto.
Cartolina. Fra il dire e il tariffare

A futura memoria, ammesso che avremo una memoria in futuro diversa da quella dell’AI, vale la pena osservare che fra le tariffe annunciate dal presidente Usa urbi et orbi nel globo terracqueo e quelle effettivamente applicate ci sono differenze rilevanti, e neanche di poco. La Cina, per dire, doveva essere devasta dai dazi Usa, ma alla fine dei conti si oscilla intorno a un 10 per cento in più, con una differenza rispetto all’annunciato di quasi quindici punti. In India questo ennesimo spread fra il dire e il tariffare è arrivato quasi al 25 per cento. E’ lo spirito del tempo: tanto rumore per (quasi) nulla. In attesa del botto.
Cartolina. Estinzione

La crescita internazionale decresce di decennio in decennio dai tempi del mitico boom. Si estingue lentamente, proprio come la nostra popolazione, che declina più o meno dall’epoca. Questa doppia estinzione si associa a un debito crescente che, al contrario, è evidentemente inestinguibile. L’estinzione della crescita genera una proliferazione uguale e contraria del debito che si cumula come una nube nera sul capo di popolazioni vecchie e impaurite. Inutilmente i meteorologi dell’economia ci avvisano del rischio temporale in versione burrasca. Venga pure il diluvio. Purché dopo di noi.
Cartolina. L’età dell’acciaio

L’età dell’acciaio non è solo quella dove volano aerei giganteschi o dove navi ancora più grandi solcano gli oceani, mentre le città si riempiono di grattacieli alti centinaia di metri. Non è solo quella in cui l’uomo sogna di trasformarsi in metallo intelligente, convinto che questo realizzerà il suo antico sogno dell’immortalità. E’ anche quella in cui produciamo una quantità crescente di acciaio del quale non sappiamo letteralmente cosa fare. E’ l’età dell’esagerazione che diventa eccesso, della produzione che diventa spreco. Del diluvio che, quando metterà fine a tutto questo, non sarà liquido, ma solido. Duro come acciaio. E altrettanto freddo.
Cartolina. Flessibilità

C’eravamo quasi riusciti, nel lontanissimo 2019, a far sparire quel maledetto deficit benedetto da tutti quelli che ancora oggi chiedono maggiore flessibilità. Sono quelli che pensano che senza fare debiti nessun governo vada avanti. E infatti è esattamente così, ma non per i motivi che credono loro. Tanto è vero che avanti va solo il debito, che questi deficit alimentano amorevolmente, ma non è che vi vada granché avanti. Siamo talmente assuefatti a fare deficit che il discorso pubblico non si concentra sull’opportunità di mantenere i conti in equilibrio, ossia spendere quello che si incassa dalle tasse, ma sulla necessità di mantenere il deficit a un livello fisiologico, che poi sarebbe quel mitico tre per cento che fa dannare tutti i governi in carica. E viene chiamata flessibilità la libertà, che si invoca come diritto ineludibile, a superare questo deficit quando i tempi lo richiedono. Ossia sempre.
Cartolina. Improduttività

C’è qualcosa di perversamente triste in un paese dove l’aumento delle ore per occupato si associa a un declino della produttività oraria. Questa combinazione, che sembra un controsenso, fa pensare a un motore imballato o a un difetto di trasmissione, talché all’aumentare dei giri la potenza si perde prima di arrivare alle ruote, col risultato che l’automobile va al rallentatore. Esattamente come la nostra economia, che decresce all’aumentare delle ore lavorate. Molto triste, appunto. Perché racconta di un paese che impiega le sue poche energie in lavori che rendono poco e sempre meno. Magnifica il suo settore turistico, che produce questo tipo di occupazione e premia la rendita di pochi. E intanto tiene in piedi un welfare costosissimo e un ampio settore informale, che le statistiche ovviamente ignorano. Finché la barca va lasciala andare, si cantava ai vecchi tempi. Finché galleggia almeno.
