Etichettato: cartolina the walking debt

Cartolina: Il tramonto dei creditori


Chissà se hanno ragione gli economisti della Bis di Basilea, che individuano nei cambiamenti demografici e di produttività, ma soprattutto negli effetti del ciclo finanziario, ossia l’alternarsi più o meno distruttivo di boom e boost, la discesa ormai consolidata dei tassi di interesse. Quel che è certo, perché si vede, è che da quasi quarant’anni i rendimenti declinano, per la gioia dei debitori. Come sia possibile parlare di capitalismo in un mondo che contraddice uno dei suoi principi fondamentali – ossia che il denaro debba avere un costo -, è argomento da filosofi. Gli osservatori possono soltanto rilevare che il momento del massimo valore del debito ha finito col coincidere con quello del minimo valore del credito. L’esito del tramonto dei creditori è incerto. Ma di sicuro è iniziato.

Annunci

Cartolina: La Giovine Italia


Se fosse vera la realtà fotografata dalla statistica, dovremmo credere che un giovane italiano su quattro non solo non abbia la minima idea del suo futuro, ma che neanche se ne curi, visto che non studia né lavora, né impara un mestiere. E che quindi sia possibile, in questo paese che invecchia riccamemente, mantenere un quarto dei nostri giovani mentre si cullano nell’idea di una vincita alla lotteria o, che è lo stesso, di un’improvvisa celebrità che li esima dal tormento di una vita normale, fatta di lavoro e bollette da pagare. Se fosse reale, questa verità dei numeri, dovremmo pensare che l’Italia giovane sia come quella vecchia, che sogna la pensione e se ne infischia del resto. Ma la statistica per fortuna vede solo quello che le fanno vedere. Il problema è che la Giovine Italia ancora non si vede.

Cartolina: In Fed we trust


Nulla di strano che nel nostro evo ormai disperatamente secolarizzato, i mercati abbiano assegnato attributi sovrannaturali a un’entità per molti oscura, in sospetto di onnipotenza e in predicato di onniscienza. La banca centrale, già prestatore di ultima istanza, è divenuta salvatrice di ultima istanza e, perché no, anche euforizzatrice di ultima istanza, ossia l’unico soggetto capace di moltiplicare i pani e i pesci, prosaicamente rappresentati dai valori azionari, semplicemente con la la sua parola. Anche con cospicue elargizioni di denaro scritturale, a dirla tutta, ma sono dettagli da specialisti. I più, ossia tutti noi, ascoltano la banca centrale dire che la politica monetaria rimarrà accomodante e si accomodano, in borsa o altrove, compiendo ogni giorno il miracolo della proliferazione borsistica del denaro. Una volta ci si raccomandava a Dio per avere la prosperità. Poi abbiamo scoperto che si fa prima con la Fed.

Cartolina: Zombienomics


L’emersione delle imprese zombie, ossia quelle che con gli utili non riescono a coprire neanche il costo del servizio del debito, è solo uno degli effetti di un’economia dove l’incertezza viene annacquata col denaro a basso costo, pure se al prezzo di esiti vagamente spaventosi. Il credito generoso, infatti, contribuisce a tenere in vita imprese morte, con quelle vive a soffrirne le conseguenze, banche incluse. Dagli anni ’80, infatti, la crescita delle imprese zombie è andata di pari passo col deterioramento degli istituti di credito, mentre le imprese sane devono subire la concorrenza di imprese che, pure se “morte” divorano parecchio credito – la Bis ha calcolato che sono indebitate in media il 40% in più di quelle non zombie – e soprattutto zavorrano la produttività globale. Peraltro, sono pure tante. Si stima che circa il 6 per cento del totale delle aziende non quotate siano morte-viventi e che abbiano “sequestrato” il 2,5 per cento dell’intero stock di capitale. Quest’orda sembra invincibile. E probabilmente lo è.

Cartolina: La banca che verrà


Nella sua ultima relazione annuale la Bis di Basilea ci ricorda il futuro prossimo venturo che si prepara per i giganti dell’hi tech e, di conseguenza, per tutti. Dopo aver coltivato per anni la voglia vagamente patologica di miliardi di users di farsi vedere/ascoltare/leggere, ed aver così cumulato miliardi di terabyte di informazioni su ognuno di loro, le grandi internet company si preparano al passo successivo: raccogliere i soldi di queste persone digitali e farli circolare. I servizi finanziari sono ancora una piccola porzione del business di queste entità. Ma se guardiamo quanto pesino insieme l’information tecnology e i servizi di comunicazione, e ci ricordiamo che dietro ogni bene di consumo venduto c’è uno scambio monetario, ecco che abbiamo lo strumento perfetto dove i bisogni, o anche i semplici desideri, vengono palesati, analizzati, organizzati, indirizzati e trasformati in moventi economici che generano una circolazione di beni e servizi e quindi, per pura partenogenesi, la sua controparte finanziaria. Già oggi le Big Tech offrono non solo scambi valutari o monete virtuali, ma anche app per investire e persino per gestire i portafogli. Il tutto fuso all’interno di un contenitore a vocazione pandemica. Il marketplace globale integrato nell’autentica banca universale. La banca che verrà.

Cartolina: Lavorare meno, ma con Dignità


Non basta la forza della legge, a quanto pare, a garantire un lavoro dignitoso. Ciò che la dignità imposta per decreto ha realizzato, col contributo dell’ennesimo rallentamento ciclico, è la diminuzione dal 51 al 48 per cento della probabilità di rimanere occupato per chi aveva iniziato un rapporto di lavoro a termine nei dodici mesi precedenti. “Al calo – scrive Bankitalia nella sua relazione annuale – avrebbero contribuito, in parti uguali, il peggioramento delle condizioni cicliche e i nuovi vincoli”. Il vincolo della Dignità per decreto ha generato un nuovo diritto. Quello di lavorare meno.

Cartolina: Il tramonto della globalizzazione


Se fosse il commercio internazionale il miglior strumento per misurare la globalizzazione, potrebbe dirsi, osservando i resoconti diffusi da Ocse, che quest’ultima sta lentamente tramontando. Ciò che ancora oggi tiene in piedi il commercio sono certe consuetudini  di cui i comportamenti distruttivi di certa politica, continuando così, molto presto avranno ragione. Oggi con i dazi, domani con il bando di un’azienda perché ha una bandiera che non piace. L’esito comunque cambierà poco. Saremo meno interconnessi – anche da un punto di vista digitale – e quindi pagheremo di più prodotti di qualità inferiore, se volessimo ridurre solo a questo i vantaggi del commercio internazionale. Ma c’è dell’altro che rende ancor più mesto questo imbrunire. La globalizzazione non è (era?) solo comprare telefoni Usa prodotti in Cina con licenze irlandesi. Era (è?) imparare a conoscere gli Usa, la Cina e l’Irlanda. E tutti gli altri. Ma a quanto pare non importa più a nessuno.

Cartolina: Il futuro della globalizzazione è scritto sull’acqua


Se davvero, come stimano alcuni osservatori, la quantità di tonnellate per chilometro di merci trasportate per mare è destinata a triplicare da qui al 2050 sarebbe saggio iniziare a chiedersi quanto saranno affollati i nostri mari e, soprattutto, se questo enorme traffico di cargo e petroliere non finirà in un gigantesco ingorgo. A ben vedere quello che si prevede succederà entro i prossimi trent’anni è già successo nei precedenti cinquanta e ciò che ne abbiamo tratto è uno straordinario aumento della ricchezza collettiva e un altrettanto straordinario aumento delle tensioni internazionali, che ha vari nomi – populismo, sovranismo, multipolarismo, secolo asiatico – ma la stessa sostanza: una globalizzazione crescente che fatica a trovare un equilibrio. Il passato ci racconta di tante globalizzazioni finite male e anche quella attuale non se la passa troppo bene. Forse la storia si ripeterà e forse no. Il futuro è scritto sull’acqua del mare.

Cartolina: I tormenti del connubio fra banche e Btp


A fine marzo, dice Bankitalia, le banche italiane avevano in bilancio 332 miliardi di titoli pubblici italiani, quasi il 10 per cento del loro attivo. Dal 2012, quando erano circa 240 miliardi, è un bel progresso. Una conferma del connubio fra banche e Btp che ormai caratterizza la nostra finanza, pubblica e privata. E che sia tormentato, questo connubio, ce lo suggeriscono un paio di circostanze purtroppo passate inosservate. La prima è che nel primo trimestre 2019 le banche, profittando di una lieve ripresa dei corsi dei titoli di stato, ne hanno venduti complessivamente per tre miliardi, dopo esser state “costrette” dal carospread a comprarne per 14 miliardi nei quattro mesi precedenti. La seconda, più da intenditori, riguarda la classificazione di questi titoli nei bilanci bancari. Gli istituti hanno inserito il 54% di questa carta fra le attività valutate al costo ammortizzato. Si tratta di una tipologia di investimenti che vengono considerati come immobilizzazioni di medio e lungo termine e perciò le loro variazioni di valore – sempre per il famoso spread – non incidono sul patrimonio di vigilanza. In sostanza hanno sterilizzato l’effetto dello spread rispetto ai loro bilanci. Non fidarsi è meglio, dice il proverbio. Questa prudenza, tuttavia, ha un costo: vincola questi attivi per tutta la loro durata. Le banche, vale a dire, non possono liberarsene. Tenersi i Btp non avrà un costo per gli istituti. Lo avrà per chi ha bisogno di credito.

Cartolina: Il costo persistente della demagogia


Chi pensa che le parole in libertà paghino dazio solo al ridicolo dovrebbe dedicare due minuti ad osservare la curva che misura il rischio di ridenominazione dei titoli di stato italiani, ossia il corrispettivo in più che gli investitori chiedono al Tesoro, e quindi a noi tutti, per comprare i nostri bond dovendo prezzare la possibilità che cambi la valuta di riferimento. Per dirla in maniera chiara: siccome ci sono persone che minacciano di far uscire l’Italia, e quindi il suo debito, dall’euro i creditori chiedono più soldi al governo italiano per prestarci i loro. Questo capolavoro di comunicazione politica, che certo ha costruito molte carriere e continua a farlo, ha un costo stimato di una settantina di punti base, più o meno la metà di maggio 2018, quando le cronache raccontavano con dovizia di piani B e altre amenità, ma comunque assai elevato. Se gli investitori non covassero certe paure, il famigerato spread si abbasserebbe, e di conseguenza il costo del nostro debito, che Bankitalia di recente ha calcolato in parecchi miliardi in più, se manterrà i livelli attuali. Dovremmo fare una class action contro quelli che hanno rilasciato certe dichiarazioni temerarie. Invece li abbiamo eletti in parlamento.