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Cartolina: Il valore della catena


Fra i tanti modi che si possono scegliere per raccontare la crescente integrazione globale, che così tanti nervosismi provoca e spesso proprio a chi magari ne trae i giovamenti maggiori, scegliere il linguaggio dell’economia ha il vantaggio di rendere comprensibile, in quanto fatto materiale, ciò che invece abita nella regione dell’immateriale. Ma ciò che l’economia vede, del nostro benessere, è la punta dell’iceberg che lo sostiene. Proprio come illustrare i progressi delle catene globali del valore negli scambi internazionali è solo la punta di un altro iceberg. Quello del valore della catena.

Cartolina: Il lavoro che vorrei


Col tempo che volge al bello, nel mercato del lavoro dell’eurozona, rimane da chiedersi come mai oggi, rispetto a prima della crisi, si registri un maggior disallineamento fra la domanda di competenze e la relativa offerta – a significare una certa incomunicabilità fra le due curve – e soprattutto perché sia così tanto peggiorata la dispersione geografica del tasso di disoccupazione, ossia il coefficiente che misura il tasso di disoccupazione ponderandolo con quello di occupazione. A guardar bene, le due cose ce ne dicono una sola. Il lavoro magari c’è, ma non è quello che vorrei. E scusate se è poco.

Cartolina: La Giovine Italia all’estero


Essendo un popolo di viaggiatori, noi italiani, non dovremmo avere ragione di stupirci leggendo che 816 mila nostri connazionali nell’ultimo decennio hanno deciso di andare a vivere all’estero. Oltre ad avere una lunga tradizione di migranti, noi italiani, viviamo in un mondo globalizzato dove muoversi in cerca di opportunità migliori è (dovrebbe) essere una normalità. E tuttavia salta all’occhio il comportamento della nostra gioventù, già minoranza relativa in Italia, che sempre nell’ultimo decennio ha finito con l’emigrare assai più di prima. Esistono dei giovani, in Italia, che credono che si possa andare avanti nella vita, avere una carriere lavorativa soddisfacente, contribuire, con la loro crescita, alla crescita della società. E che sono disposti persino ad affrontare molte difficoltà, dopo anni di studio, per sostanziare le loro aspirazioni. Purtroppo emigrano.

Cartolina: Il compratore di ultima istanza


Poiché viviamo il paradosso di un tempo dove il denaro ha un costo negativo e tuttavia l’attività economica langue, stupisce poco osservare che i bond corporate siano divenuti cari malgrado le prospettive delle aziende siano tutt’altro che floride. Ciò vuol dire che gli investitori, a caccia disperata di rendimenti sono disposti a correre il rischio crescente che gli utili delle aziende non riescano a ripagare le loro cedole. L’attività langue, appunto. Sbaglierebbe chi pensasse che gli investitori non si pongono il problema. Il fatto è che ormai hanno capito che si prepara l’evoluzione finale del central banking: da prestatore di ultima istanza a compratore di ultima istanza. A cominciare dai corporate bond.

Cartolina: La generosità degli italiani


Se fossimo svizzeri, noi italiani, potremmo vantarci del fatto che veniamo pagati dai nostri creditori per vender loro i nostri debiti pubblici. Era già così un anno fa, quando il 60 per cento dei titoli svizzeri erano a rendimento negativo, ma ancor di più oggi, dopo gli ulteriori allentamenti monetari. Ormai tutti i titoli hanno tassi negativi, realizzando con ciò la Conferedazione il sogno di ogni governo: indebitarsi senza pagare pegno, e anzi guadagnandoci. Tali rendimenti ormai interessano tutta la curva, fino ai quarantennali e oltre. Ma siccome non siamo svizzeri, noi italiani, possiamo vantarci del fatto che solo da quest’anno una piccola quota dei nostri titoli pubblici abbia rendimenti negativi, e per giunta solo sulle scadenze corte. E possiamo farlo con orgoglio sottolineando la nostra più squisita qualità: la generosità.

Cartolina: I capitalisti di riserva


Si può raccontare in tanti modi la notevole crescita della riserve delle banche centrali che si osserva dall’inizio del nuovo millennio. Può essere semplice contabilità, essendo le riserve estere – fra le altre cose – uno specchio del bilancio economico di un paese. Può essere prudenza, merce assai diffusa fra le economie emergenti, specie dopo le varie crisi asiatiche degli anni ’90 del secolo scorso. Può essere un lascito della globalizzazioni, che oggi molti sognano (o vorrebbero) in disarmo. Rimane il fatto. Anzi, i due fatti. Il primo è che in vent’anni le riserve mondiali si sono moltiplicate per sei e ormai sfiorano i 12 trilioni. Il secondo è che in un’epoca che vede il capitalismo sempre più questionato, gli ultimi che non si peritano di cumulare capitali sono i banchieri centrali. I capitalisti di riserva.

Cartolina: Il ritorno dell’età dell’oro


Chi volesse nutrire certe suggestioni mitologiche, potrebbe trarre ispirazione dagli andamenti secolari del prezzo dell’oro, che a dispetto di quanto si potrebbe credere, ha più valore oggi di quanto ne avesse un secolo fa, quando pure denominava la moneta (o forse proprio per questo). L’ultimo cinquantennio, poi, potremmo chiamarlo senza tema d’esagerare come la nuova età dell’oro, visto che il prezzo del metallo giallo è praticamente raddoppiato, in valore reale, rispetto a quello del dollaro, che perciò ha più che dimezzato il suo prezzo relativo. Con ciò osservando che nel picco massimo faustiano della moneta fiduciaria, che oggi ispira nuove mitologie digitali, l’oro suscita un apprezzamento crescente. E quindi, silenziosamente, si apprezza.

Cronicario: L’ultima frontiera del debito: risparmiare sul deficit


Proverbio del 30 ottobre L’adulatore offre bocconi amari ricoperti di miele

Numero del giorno: 942.000.000 Perdita di Deutsche Bank nel IIIQ 2019

Non so voi, ma ho tirato un sospiro di sollievo quando mi hanno spiegato che nella manovra c’è il freezing.

Anzi i freezing sono addirittura due, ideati per il nobilissimo obiettivo della “tenuta dei conti pubblici”.

Vengo e mi spiego. Poiché abbiamo avuto la brillante idea di aumentare il deficit per garantire a un pugno di giovani anziani di andare in pensione con quota 100, il governo ha deciso di congelare non solo un miliarduccio di spese varie, ma anche un accantonamento di 1,7 miliardi per la suddetta quota che deriverebbero dal risparmio previsto da qui al 2022 sulle spesa (in deficit).

Quindi risparmio sul deficit e così garantisco la tenuta dei conti, diminuendo il debito meno di quanto previsto, e magari “salvo intese”.

Dulcis in fundo, si prevedono poi due monitoraggi l’anno, entro il 15 marzo ed entro il 15 settembre, per liberare i fondi accantonati una volta perseguiti i risparmi.

Meno deficit fai prima più spendi poi: l’uovo di Colombo. Infatti era genovese. E poi italiano.

A domani.

Cartolina: Chi risica poi rosica


Per quanto di tanto in tanto si odano le voci allarmate degli osservatori, che sottolineano la costante crescita dei rischi nel sistema finanziario, la reazione più comune ormai è lo sbadiglio. Tutti abbiamo capito di vivere in un mondo pericoloso. Ma soprattutto ci siamo convinti che non c’è limite alla buona volontà dei governi di metterci una toppa, quando l’ampliarsi dei buchi sul tessuto della finanza dovesse rendere troppo chiaro che ormai il re è nudo. L’azzardo morale paga sempre. Salvo poi scoprire che a furia di whatever it takes il denaro non vale più nulla – e anzi molti creditori pagano per darlo a prestito – l’economia diventa svogliata e la fame fiscale dei governi insaziabile. Sicché le perdite escono dalla finestra anziché dalla porta. Chi risica poi rosica. In un modo o nell’altro.

Cartolina: I privilegi del capitalismo 2.0


“A growing number of investors are paying for the privilege of parting with their money”, dice chissà quanto ironicamente Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, commentando gli esiti dell’ultima rassegna trimestrale della banca. Si calcola che 17 trilioni di obbligazioni, sovrane e corporate, viaggino a tassi negativi, all’incirca il 20% del pil globale. Ormai il vecchio capitalismo che prestava a interesse si è evoluto in un sistema che fa pagare i prestiti ai creditori. Lo dimostra l’apparizione di certi “privilegi” che “sarebbero stati impensabili anche all’apice della grande crisi del 2007-09”. “There is something vaguely troubling when the unthinkable becomes routine”, conclude Borio. E’ il capitalismo 2.0, bellezza.