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Cartolina: Little (debt) Italy


Il debito pubblico totale degli Stati Uniti, nota la Fed, è ormai stabilmente sopra il 100 per cento del pil dalla fine del 2012, dopo una lunga corsa in salita iniziata col nuovo secolo, quando i guasti della cosiddetta new economy, lo condussero dal 54 al 60 per cento in un paio d’anni. Fu un’anteprima del grande spettacolo andato in scena dal 2007 in poi, quando la consapevolezza di dover salvare da se stesso il sistema finanziario Usa, e quindi quello globale, condusse il governo a non risparmiarsi, e quindi non risparmiare. Sicché dal sonnacchioso 65 per cento di fine 2007 si arrivò all’80 per cento di fine 2009 e da lì, gradino dopo gradino ben oltre il tetto del 100 per cento del pil, che noi italiani frequentiamo da un ventennio abbondante. Eravamo più o meno da quelle parti prima del 2008. Ma mentre gli Usa arrivavano, noi stavamo già ritornando da dove venivamo: lassù e sempre più in alto, ormai a circa il 130 per cento del pil, prosciugando il nostro avanzo primario per servire le nostre mille prebende. La Little Italy (dal grande debito) fa tendenza negli Usa, tuttavia. E d’altronde è sempre stato così.

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Cartolina: Le signorie dell’effimero (e del fatturato)


Sono bastati un pugno di anni alle compagnie che vivono del web per raddoppiare i ricavi. Più che raddoppiarli. Gli altri settori, quelli che amministrano le noie della nostra vita quotidiana, vivacchiano. Ma i padroni del websoft, che amministrano le gioie dell’effimero, prosperano. Gli analisti di Mediobanca ci dicono infatti che queste compagnie devono il loro successo principalmente a due fattori: l’e-commerce e la gestione delle piattaforme social, metafore neanche troppo celate del desiderio compulsivo e del narcisismo che albergano in ognuno di noi. E subito si capisce che parliamo di giganti del calibro di Amazon o Facebook, ma anche del più recente Netflix che, sempre in un pugno di anni, ha quasi decuplicato il suo valore di borsa. Queste società nuotano letteralmente nella liquidità, che tengono immobilizzata nei loro forzieri. Alcune, come Facebook, non hanno neanche debiti. Altre, come la capofila di Google, Alphabet, hanno un capitale netto tangibile pari a 30 volte i debiti finanziari. In sostanza sono grossi e invincibili come tirannosauri. Il nostro bisogno ossessivo d’esser connessi e zuppi di informazioni più o meno futili consente loro di lucrare persino sui nostri dati personali. Sicché i loro profitti crescono ripidamente, mentre il loro talento fiscale per l’elusione gli evita di pagare tutte le tasse che dovrebbero. Soprattutto, più che società sarebbe più corretto chiamarle signorie, visto che gran parte di queste entità sono legate col filo doppio delle azioni privilegiate ai fondatori, che con un pugno di azioni controllano come signori rinascimentali le loro comunità. Il cittadino digitale del XXI secolo abita le signorie dell’effimero (e del fatturato). E lì vive, a caro prezzo, inconsapevole e felice.

Cartolina: La sfiducia dei benestanti


La fiducia nei governi è caduta nei paesi Ocse, dice l’organizzazione parigina, in uno dei suoi tanti studi che provano a fotografare lo spirito del tempo. E chissà perché mi sembra del tutto ovvio che sia così, né mi stupisce che questa caduta di fiducia nei paesi benestanti del mondo, ché tali in gran parte sono i partecipanti all’Ocse, si sia consumata fra il 2008 e il 2011, quando l’economia diede prova così cattiva di sé e i governi di conseguenza. Malgrado si tenda a dimenticarlo, dall’economia alla politica il passo è brevissimo e le popolazioni ci mettono poco ad accusare il governo ladro, quando piove. Perciò nessuno stupore che al picco del malumore, intorno al 2011, appena poco più del 35 per cento rispondesse sì alla domanda se avesse fiducia nel proprio governo. Ossia che più di due cittadini su tre non ne avessero affatto. Lo stupore semmai è che prima del disastro la quota di popolazione fiduciosa nel governo fosse di poco superiore al 40 per cento. Mi domando di cosa si fidino, queste popolazioni benestanti e li sospetto di una certa ingratitudine nei confronti del sistema che li ha coccolati per così tanti decenni. Ma in fondo non è questo il punto. Il problema è che la sfiducia è una malattia che dal capro espiatorio politico finisce col contagiarsi al sentimento economico. Dall’economia alla politica il passo è brevissimo, abbiamo detto. Vale anche il contrario.

Cartolina: Il disinteresse “imperiale” verso il costo del denaro


Sfoglio un bel paper della BoE che racconta sette secoli di tasso di interesse, letti attraverso la lente del cosiddetto tasso risk free, ossia quello che si assegna ad asset considerati privi di rischio, ruolo ai quali si candidano naturalmente i bond dei governi. Di alcuni almeno. E osservo che la storia e la geografia di questi tassi illustra ogni volta un racconto simile: una nazione diventa finanziariamente dominante, e quindi i suoi bond vengono considerati risk-free, e da quel momento in poi i tassi cominciano a calare. Si osserva con chiarezza nel passaggio dal periodo veneziano a quello olandese, così come in quello da quest’ultimo a quello britannico, e persino nel piccolo intervallo fra il 1961 e il 1980, quando il bund tedesco surclassò per un breve periodo come asset risk free il treasury Usa, sconvolto dall’inflazione, almeno fino a quando Paul Volcker, all’epoca presidente della Fed, non decise di dichiararle guerra. Ma pure da allora, ossia da quando gli Usa riaffermarono il loro dominio imperiale sui mercati finanziari, il tasso non ha mai cessato di scendere, arrivando oggi al suo minimo da settecento anni. Sia colpa di quella che i teorici chiamano stagnazione secolare o di un abuso di manipolazioni monetarie, come sospettano altri, non lo sappiamo. Sappiamo solo che gli imperi hanno la tendenza a disinteressarsi del costo del denaro. E si vede.

Cartolina: Quando eravamo azionisti


Guardo la composizione degli asset delle famiglie italiane dal 1950, illustrata di recente dalla Banca d’Italia, e noto con sorpresa che mai più, dopo il 1960, gli italiani ebbero una quota così rilevante di azioni sul totale dei loro attivi. Dopo il 1950, quando, ancora poveri e di cultura contadina, tenevamo più del 60 per cento dei nostri risparmi in banca, il capitalismo ben temperato del dopoguerra trasformò gli italiani in impavidi azionisti che spostavano il denaro dalle banche e lo portavano in borsa. Sono i miracoli della crescita di quegli anni, che non rivedremo più. Poi l’incantesimo si rompe. Già nel 1965 la quota di azioni sul totale crolla e risalgono i depositi. Eppure erano ancora gli anni del boom, mi dico. Ma poi mi torna in mente un vecchio libro che raccoglie le memorie di Guido Carli, dove l’ex governatore della Banca d’Italia, lamentava la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel che, a suo dire, aveva distrutto il nascente mercato azionario italiano, trasformando di fatto l’impavido piccolo investitore in qualcos’altro. Forse aveva ragione forse no. Ma d’altronde quelli erano anche gli anni dell’Iri di Giuseppe Petrilli e dello Stato interventista. Il mercato diventava fuori moda e così la passione per il capitalismo. E così, dieci anni dopo, gli italiani, nel pieno della bufera dell’inflazione a due cifre, tornavano a investire il loro risparmio per il 70 per cento nei conti correnti o lo tenevano liquido. Più di quanto facessero nel 1950. La passione per il capitalismo dura poco se lo Stato gli fa concorrenza. 

Cartolina: Casa dolce casa


Cosa rimane del ciclo immobiliare espansivo che ha investito tutto il mondo, travolgendolo all’inizio del XXI secolo? Rimane una notevole ricchezza patrimoniale che nell’ultimo quindicennio è cresciuta per tutti e che per molti, dove l’espansione dura ancora, continua ad aumentare. La ricchezza è cresciuta anche per coloro che hanno riempito di cronache piagnucolose gli anni delle vacche magre, quando sono arrivate le perdite. Il calo spagnolo, uno fra i più vistosi e commentati, è stato di un robusto 33 per cento, ma a fronte di guadagni che hanno sfiorato il 150 per cento nei primi otto anni del secolo. L’Irlanda, altro caso di scuola, ha perduto il 36 per cento, ma ha guadagnato il 102 per cento quando il mattone volava. E persino noi italiani abbiamo spuntato un guadagno reale netto del 45 per cento sull’intero periodo. Certo spaventa quel 150 per cento di crescita del mattone neozelandese, di sicuro eccezionale, così come stupisce la deflazione immobiliare del Giappone, che ha perso il 27 per cento di valore nei tempi buoni e ha guadagnato un povero 1 per cento mentre i prezzi calavano un po’ ovunque. Ma aldilà degli estremi, la storia ci dice che in media, e quindi al lordo di tante eccezioni, i paesi avanzati hanno avuto rendimenti reali dal mattone del 7 per cento l’anno negli ultimi 45 anni. Il mattone, nel lungo periodo, resiste a tutto. Salvo che ai terremoti, ovviamente. E al Fisco.

Cartolina: Il miracolo giapponese


Guardo sorpreso il notevole miracolo compiuto dalle economie di mezzo mondo fra il 2006 e il 2016, riuscendo a far crescere il debito globale, già esorbitante, a un livello ancor più elevato. Al netto del caso tedesco e argentino – e mai economie e motivi furono più differenti – tutti gli altri paesi censiti dal Fmi hanno aumentato il peso delle proprie obbligazioni, col Giappone a far scuola, visto che ormai s’avvia deciso verso il 400 per cento del pil. Laggiù, come da noi a ben vedere, il governo conduce questa crescita felice, sfiorando ormai il 240 per cento di debiti sul pil dal 184 del 2006. D’altronde da allora il Giappone non ha risparmiato calcioni all’economia, afflitta da oltre un ventennio di crescita anemica e inflazione rasoterra, pure a fronte di una sostanziale piena occupazione. Il governo non si è (non ha) risparmiato e tuttavia l’economia giapponese è sempre la stessa: forte e insieme pigra. Un gigantesco lottatore di sumo avanti con l’età. La sua irritante indifferenza agli stimoli fiscali e monetari contraddice tutto ciò che pensiamo di sapere sul funzionamento dell’economia. E questo in fondo è il vero miracolo giapponese.

Cartolina: Bye bye Mr. Phillips


C’era una volta un economista neozelandese, Alban William Phillips, che pubblicò uno studio destinato a far storia e quindi alimentare la leggenda. The relationship between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957, trasse dall’osservazione di molti dati una di quelle correlazioni che fanno la gioia dei macroeconomisti. Phillips notò una relazione inversa fra il livello dei salari monetari e la disoccupazione. Più questa era bassa, più quelli crescevano e viceversa. Parve a tutti un miracolo del pensiero. Un paio di anni dopo altri due economisti assai noti, Samuelson e Solow, fissarono sulle tavole delle leggi economiche la relazione fra inflazione e disoccupazione. Dicono che Solow abbia affermato che “la società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione”. Avrebbe potuto dire, come pare abbiamo compreso i politici dell’epoca, che la società poteva permettersi un saggio di disoccupazione più basso purché fosse disposta a pagarne il prezzo in termini di maggiore inflazione. Phillips morì nel 1975, in pieno boom inflazionistico. La sua curva gli sopravvisse e ancora si agita nella modellistica macroeconomica di mezzo mondo, che però la scruta perplesso, notando come in molti paesi la piena occupazione ormai si sposi con un’inflazione rasoterra. Qualcosa è accaduto. La curva, ormai appiattita, sembra dormire. Finalmente Mr. Phillips può riposare in pace.

Cartolina: L’interesse per il debito


Ecco un bellissimo dilemma per chi si diletta di economia: sono i tassi bassi che fanno salire il debito globale, oppure è il debito che, aumentando, schiaccia i tassi? Viene prima l’uovo dell’interesse, o la gallina del debito? Difficile rispondere. E tuttavia bisogna pur provare a spiegarsi perché nel 1986 i tassi reali fossero al 4 per cento e il debito di poco superiore al 150 per cento del pil del G7 più la Cina, mentre oggi, che i tassi sono a zero, il debito supera il 270 per cento. Potremmo farcene una ragione raccontando che in questi trent’anni ci sono state mille crisi, più o meno gravi, che ogni volta hanno costretto i governi, per il tramite delle loro banche centrali, a dare sempre un po’ di più chiedendo in cambio sempre un po’ di meno. Oppure scegliere la versione secolarista, secondo la quale forze profonde concorrono a deprimere i nostri tassi e ci spingono ad accumulare debiti, che a ben vedere sono anche crediti e perciò non è detto facciano male. Nel dubbio accolgo la spiegazione più didascalica: in questi decenni di turbolenze, è aumentato l’interesse per il debito. Quello sui debiti seguirà.

Cartolina: The walking firms dead


Chi ricorda la banche zombie giapponesi, rese celebri dallo sboom di oltre vent’anni fa che gettò il paese in una dura e lunga recessione patrimoniale, sorriderà leggendo l’ultima rassegna trimestrale della Bis che nota con sconcerto l’irresistibile crescita delle imprese zombie nelle economie avanzate. Similmente alle cugine banche, i walking dead aziendali sono imprese sostanzialmente fallite che si reggono in piedi grazie a miracolosi espedienti. Per le banche giapponesi era il sostegno del governo. Nel caso delle imprese zombie è il livello ancora basso dei tassi di interesse, che tuttavia non lo è abbastanza da evitare che il totale degli utili di queste aziende sia insufficiente a garantire il pagamento degli interessi sui debiti che hanno contratto nel frattempo. Negli Stati Uniti dall’inizio del XXI secolo la percentuale di imprese morte-viventi è più che raddoppiata, similmente a quanto è accaduto nel Regno Unito e nell’Ue. Quanto la zombizzazione globale del settore corporate influisca sulla nostra vitalità economica è controverso. Possiamo giusto ipotizzare l’effetto nefasto che avrebbe su queste entità un rialzo brusco dei tassi di interesse. Ma chi frequenta la fiorente letteratura sugli zombie una cosa la sa per certo: tendono a divorare i vivi.