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Cartolina: Quantitative Infinite


Il vantaggio di essere la Fed, si potrebbe dire, osservando l’esito che l’inattesa piega degli eventi ha avuto sul bilancio della banca centrale Usa. Le azioni decretate con somma urgenza nelle ultime settimane, durante le quali la Fed ha azzerato i tassi e riattivato il QE (quantitative easing) hanno cancellato d’incanto un biennio di graduale exit strategy che aveva fatto dimagrire gli asset di diverse centinaia di miliardi, per farli aumentare di oltre un trilione in un pugno di settimane. I mercati hanno alzato la posta e alla Fed non restava che fare all in. Così, fatalmente, il QE si è avviato verso la sua metamorfosi: il QI. Quantitative infinite.

Cartolina. Il whatever it takes della Fed


C’è stato un momento, nella giostra finanziaria di queste settimane, in cui il Treasury americano, ossia il fondamento del sistema finanziario globale, è finito sotto attacco e per ottime ragioni. Sono sia di ordine squisitamente tecnico, per il ruolo che svolge come collaterale in molti mercati, fra i quali quello dei repo, sia più sottilmente politiche. Il panico virale, in sostanza, ha testato la capacità di reazione dei regolatori dei mercati. La Fed, tanto per cominciare, che del Treasury – ossia della moneta che lo denomina – è la gelosissima custode. Osservando, dal 9 marzo in poi, le curve crescenti del rendimento del titolo di stato statunitense, che agiva come un buco nero sulla liquidità globale, perché voleva dire che molti vendevano Treasury cercando moneta, non restava altro da fare che l’ennesimo whatever it takes. E quindi tassi di nuovo azzerati e liquidità senza limiti. Il mercato ha bluffato. La Fed ha visto il bluff. Però ha vinto il mercato.

Cartolina: La benzina che brucia sui mercati


Che sarà adesso della mole imponente di debiti, privati e pubblici, cumulati nell’ultimo decennio di defatiganti tentativi di normalizzazione economica, ora che di nuovo è emergenza? Questi debiti, dei quali improvvisamente il mercato ha recuperato la memoria, sono la benzina ideale per l’incendio perfetto che sta bruciando le borse. Lo abbiamo già visto ed è possibile provare a immaginare come finirà. Le borse torneranno a salire insieme ai debiti che andremo a fare per sostenerle. Chi può prenderà tempo. Altri faranno buoni affari. Molti, quelli meno solidi, ci perderanno. Dall’inizio del secolo è la terza volta che assistiamo a una pandemia di panico finanziario. Prima per la bolla di internet, seguita dal dopo Torri Gemelle, poi i subprime, ora il coronavirus. Dovremmo esserci abituati. E forse ormai lo siamo.

Cartolina: Le città invisibili


Di anno in anno il Giappone perde una quantità di popolazione che ormai viene conteggiata in città intere, per dare l’idea dell’enormità della transizione demografica in corso. Queste città invisibili, che si aggiungono alle città giapponesi che scompaiono davvero – il 13 per cento delle case giapponesi sono vuote come le culle che dovrebbero popolarle – sono la manifestazione più visibile di ciò che sembra un’astrazione concepita dalla fertile mente degli studiosi di demografia: la nostra graduale estinzione che deriva logicamente dall’aver deciso di non fare più figli. In attesa di imparare a vivere per sempre dovremmo convincerci che forse, semplicemente, non ci sarà più nessuno, quando saremo pronti.

Cartolina: L’altro contagio cinese


La Cina che ormai spaventa solo per i suoi patogeni è la stessa che nel 2019 ha visto i suoi debiti totali arrivare a sfiorare il 260 per cento del Pil senza che il mondo abbia fatto una piega. Il contagio finanziario che può scatenarsi al rallentare dell’economia cinese, che a differenza dell’altro contagio – quello virale – cova in incubazione, è ancora lontano dalle preoccupazioni degli osservatori. Questo non vuole dire che non sia una possibilità concreta. Ma solo che non viene contemplata. Il Coronavirus ruba la scena. L’altro contagio ne prepara una nuova.

Cartolina: L’assicurazione americana


Per spiegare perché gli Stati Uniti, dal dopoguerra ai giorni nostri, abbiamo sempre spuntato un guadagno dagli scambi globali di denaro intervenuti nel frattempo, alcuni economisti hanno coniato una bellissima metafora: gli americani lavorano “come assicuratori globali”. Quando i tempi sono buoni guadagnano dall’estero, quando i tempi sono cattivi trasferiscono risorse all’estero. I guadagni di prima compensano le perdite di poi, e comunque gli Usa rimangono eccedentari. Tanto è vero che gli ampi deficit correnti americani generano surplus sulla partita dei redditi. L’assicurazione americana protegge dal rischio, nel tempo. E non solo da quello finanziario.

Cartolina: Grecia mon amour


Poiché discorrere di spread ormai è fuorimoda, è sfuggito ai più il sostanziale appaiarsi del nostro differenziale col Bund tedesco con quello greco, già evocatore di sostanziali disgrazie, ormai ricondotto, grazie ai buoni uffici delle cattive maniere, verso i lidi tranquilli fra i quali veleggiamo anche noi, che certo greci non siamo, neanche nei comportamenti da Rodomonte dei quali i greci diedero prova, con tanto di referendum anti-europeo, prima di cedere al buon senso. Per nulla ammaestrati dall’esperienza, noi decidemmo, tuttavia, di somigliare ai greci nel 2018, esibendo una certa spacconeria che si osserva chiaramente nell’impennarsi della curva del rendimento del nostro decennale. Salvo poi regredire rapidamente verso l’italico accontentarci. Se oggi siano i greci a somigliare all’Italia o il contrario è materia da specialisti. Di sicuro facciamo coppia, noi e loro, nell’Europa del 2020.

Cartolina: Il valore della catena


Fra i tanti modi che si possono scegliere per raccontare la crescente integrazione globale, che così tanti nervosismi provoca e spesso proprio a chi magari ne trae i giovamenti maggiori, scegliere il linguaggio dell’economia ha il vantaggio di rendere comprensibile, in quanto fatto materiale, ciò che invece abita nella regione dell’immateriale. Ma ciò che l’economia vede, del nostro benessere, è la punta dell’iceberg che lo sostiene. Proprio come illustrare i progressi delle catene globali del valore negli scambi internazionali è solo la punta di un altro iceberg. Quello del valore della catena.

Cartolina: Il lavoro che vorrei


Col tempo che volge al bello, nel mercato del lavoro dell’eurozona, rimane da chiedersi come mai oggi, rispetto a prima della crisi, si registri un maggior disallineamento fra la domanda di competenze e la relativa offerta – a significare una certa incomunicabilità fra le due curve – e soprattutto perché sia così tanto peggiorata la dispersione geografica del tasso di disoccupazione, ossia il coefficiente che misura il tasso di disoccupazione ponderandolo con quello di occupazione. A guardar bene, le due cose ce ne dicono una sola. Il lavoro magari c’è, ma non è quello che vorrei. E scusate se è poco.

Cartolina: La Giovine Italia all’estero


Essendo un popolo di viaggiatori, noi italiani, non dovremmo avere ragione di stupirci leggendo che 816 mila nostri connazionali nell’ultimo decennio hanno deciso di andare a vivere all’estero. Oltre ad avere una lunga tradizione di migranti, noi italiani, viviamo in un mondo globalizzato dove muoversi in cerca di opportunità migliori è (dovrebbe) essere una normalità. E tuttavia salta all’occhio il comportamento della nostra gioventù, già minoranza relativa in Italia, che sempre nell’ultimo decennio ha finito con l’emigrare assai più di prima. Esistono dei giovani, in Italia, che credono che si possa andare avanti nella vita, avere una carriere lavorativa soddisfacente, contribuire, con la loro crescita, alla crescita della società. E che sono disposti persino ad affrontare molte difficoltà, dopo anni di studio, per sostanziare le loro aspirazioni. Purtroppo emigrano.