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Cartolina: La cognizione del debitore


Sarà pure una baldoria, quella dei debitori, come la rappresenta il Fmi descrivendo l’abbuffata di debiti che in meno di vent’anni ha cambiato la fisionomia del mondo. Ma è una festa che ha per sottofondo una musica triste. Ogni tanto qualcuno piange persino e chissà perché si tende a pensare che toccherà sempre a qualcun altro trovarsi d’improvviso sepolto dalla montagna dei propri debiti. Figuriamoci se capita a noi. E così la montagna cresce ogni giorno, obbligazione dopo obbligazione, e la festa continua. Gli osservatori titolati usano aggettivi sempre più letterari – fragilità, vulnerabilità – per qualificare ciò a cui ci espone questo stato di cose. Ma al tempo stesso magnificano la crescita di chi ce la fa, trascurando di ricordare che tale successo molto deve alla tendenza a prendere a prestito anche quando il buon senso del padre di famiglia lo sconsiglierebbe. Siamo una società ricca e fragile che ha sviluppato la cognizione del debitore. Che se la gode. Finché dura.

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Cartolina: L’estinzione degli Emergenti


Ormai non fa più notizia l’estinzione dell’Occidente, che nel linguaggio della demografia si rappresenta bene con il tasso di fertilità delle economie avanzate, che stagna ben al di sotto del tasso di sostituzione. Detto altrimenti, servirebbero almeno due bambini per coppia per mantenere la popolazione di un paese stabile. E per le economie avanzate questo miracolo non avviene da anni. Anche gli Stati Uniti, che pure agli inizi dei Duemila viaggiavano sopra la soglia magica dei due figli per donna, ormai sembra abbiano ceduto allo spirito del tempo. Far figli, per un mondo di ragioni, ha sempre meno appeal. La notizia perciò non è che l’Occidente sia felicemente in viaggio verso l’estinzione, ma che tale malattia abbia finito col contagiarsi ai paesi emergenti, che una certa letteratura di genere dipinge come luoghi più o meno felicemente prolifici. Anche lì, come da noi, i tassi di fertilità sono in deciso declino, e ormai viaggiano sotto la soglia della sostituzione. Proprio come accade agli immigrati, che arrivano in Occidente e alla lunga convergono sul tasso di fertilità del paese ospite, anche per gli Emergenti sembra che il somigliare all’Occidente includa anche una maggiore ritrosia a far figli. Non si globalizzano solo le merci, evidentemente.  

 

Cartolina: C’erano una volta le economie EME-rite


Ora che il Signor Dollaro rialza la voce, apprezzandosi a dispetto di ogni previsione e calcolo, le prime a cui si chiede il conto sono le economie emergenti, che oggi si abbreviano in EME come ieri si chiamavano Brics. Da allora a oggi è cambiato che non ci sono solo Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che componevano l’ormai desueto acronimo, a segnalarsi per promesse ed eccellenze prossime venture. Ormai sono numerosissime queste EME. C’è tutta l’Asia che non parla cinese. Il Sud America che non parla portoghese. Il centro europa orientale che non parla russo, e così via dicendo. Ci sono anche la Turchia del miracolo economico a debito in valuta estera e l’Argentina. Tutte Grandi Promesse, che però scoloriscono facilmente al primo starnuto dei mercati valutari o non appena lo Zio Sam flette i muscoli. Lo abbiamo visto nel 2013, quando la Fed ventilò una prima ipotesi di normalizzazione monetaria e bastò quello, e nel 2015, quando si svalutò lo Yuan. C’è tutta una letteratura sulle crisi sofferte dai paesi in via di sviluppo, emergenti o come si voglia chiamarli, generate in qualche modo dal peso specifico dei paesi ricchi. Basta un soffio e i paesi emeriti ritornano semplicemente EME. E cominciano i guai.

Cartolina: Il commercio tedesco e gli altri


In coerenza con un tempo che nutre paradossi, a giugno 2018 la Germania ha registrato il suo record storico di importazioni, raggiungendo la cifra di 93,7 miliardi. E’ l’importo più rilevante dal 1950, quando sono iniziate le rilevazioni sul commercio estero tedesco. Il paradosso risiede nel fatto che questo piccolo boom, che dovrebbe invalidare la narrazione della Germania che prende dagli altri e non restituisce, non impedisce al surplus commerciale tedesco di rimanere ben saldo intorno ai 22 miliardi, visto che le esportazioni di giugno sono arrivate a 115,5 miliardi. La qualcosa dovrebbe farci interrogare circa la complessità delle catene di valore che ormai costituiscono il commercio internazionale e sul realismo degli strumenti contabili di cui disponiamo per fotografare i flussi economici. Ma ciò che prevale fra gli osservatori, anche titolati, è lo sguardo superficiale, quando non compiacente, che rivela il vizio comodo del preconcetto. Come quando un importante esponente del Fmi, in un articolo uscito di recente su Welt, accusa la Germania di avere un surplus commerciale sproporzionato e di adottare solo timide misure contro il fenomeno. Con ciò sorvolando sulla circostanza che un surplus commerciale riguarda in gran parte il settore privato, persino in un’economia a socialismo renano. Accusare il governo tedesco dei profitti della Bmw è come parlare a suocera affinché nuora intenda. E la nuora magari, che abita in un altro continente, finisce col daziare le auto. Sicché il paradosso diventa un altro: il record di importazioni tedesco, che tutti auspicano a parole, avviene mentre si prova a strozzare il commercio internazionale nei fatti, con ciò limitando la possibilità di ridurre il famigerato surplus. Fra il dire e il fare non sempre c’è di mezzo il ragionare.

Cartolina: Il tramonto bancario dell’Occidente


Chiedersi che mondo sarà quello dove le banche cinesi, ormai dinosauri globali, dominano la classifica delle banche internazionali significa semplicemente imparare a leggere il presente. Il tramonto bancario dell’Occidente è solo l’ennesima declinazione di quello più generale che si esprime con grande chiarezza con la seduzione autarchica e interventista che dilagano lungo la piramide sociale con la forza di un contagio. E’ il fallimento delle élite, prima ancora che quello dell’economia, ad alimentare il populismo occidentale. Dall’altro lato della storia l’Oriente, che oggi come ieri rima sghembo con la Cina, alimenta un sistema bancario ormai onnipresente che cresce all’ombra dello stato. L’élite cinese predica il commercio globale sotto l’egida di un governo benigno, come ai tempi dei suoi grandi e numerosi imperi. Le banche, sentitamente, ringraziano.

Cartolina: Cercasi fiducia disperatamente


I teorici delle magie dell’intervento governativo nell’economia guarderanno alla scarsa propensione delle imprese industriali italiane all’investimento come la conferma pratica della loro necessità teorica. Sostengono, costoro, la facilissima equazione secondo la quale poiché il privato equivale al pubblico, almeno per la contabilità nazionale, se i privati non investono, deve farlo lo stato. E via col fiorire di litanie vagamente superstiziose sugli investimenti “ad alto moltiplicatore” che dovrebbero insieme risanare la nostra economia e il nostro bilancio pubblico, visto che “si ripagano da soli” e anzi “generano crescita che abbatte il debito”. Contro questo armamentario di luoghi comuni, che farebbe inorridire anche l’inventore di questi argomenti, c’è poco da fare. Fanno parte dello spirito del tempo e sono la consolazione di chi non capisce (o non vuole capire) che la fiducia è argomento troppo serio perché se ne occupino gli economisti, specie quando sono al governo. Costoro dovrebbero farci tornare la voglia di investire, che significa credere che possiamo impiegare le risorse di cui disponiamo e persino guadagnarci qualcosa. O quantomeno disabituarci all’idea che qualunque cosa accada ci penserà lo stato. Perché non fa solo diminuire la fiducia nel guadagno che deriva dal nostro impegno. Ma anche in noi stessi.

Cartolina: I black out di Bitcoin


Scoprire che per far girare la giostra di bitcoin i cosiddetti minatori hanno impiegato una quantità di energia elettrica che sarebbe bastata ad alimentare la Svizzera sorprenderà molti e lascerà indifferenti moltissimi. In fondo inseguire il mito della ricchezza digitale, per giunta contrabbandata come reazione antisistema al cattivo mondo bancario, al costo di un potenziale disastro ambientale non è così diverso dagli altri modi con i quali gli esagitati amanti della ricchezza provano a cavar denaro dal mondo. Qualcun altro forse ci rimarrà male notando come tutta questa fatica e questa spesa servano appena a compilare un pugno di operazioni al secondo. Ma è una fortuna che sia così. Perché se fossero di più il rischio assai concreto è che all’esaurimento dei terawattora corrisponda anche quello di Internet. La blockchain crescerebbe al punto da strozzare il web. Il black out della rete è persino peggiore di quello elettrico. Perché d’improvviso spariscono anche i bitcoin.

Cartolina: L’invecchiamento del reddito italiano


Chi parla di guerra generazionale, osservando la grande disparità dei redditi fra vecchi e giovani italiani specie all’indomani della crisi, trascura di sottolineare che nei dieci anni trascorsi dal 2008 non è semplicemente aumentato il reddito equivalente dei ultra65enni. La notizia è che sono aumenti gli ultra65enni. La guerra, se così vogliamo chiamarla, l’hanno vinta da un pezzo. I giovani sono sempre meno e per giunta vengono puniti da una congiuntura economica che ormai si orienta verso i bisogni degli anziani, che sono sempre più. Questa maggioranza relativa ha un potente effetto di attrazione gravitazionale, orientando l’offerta politica e il dibattito pubblico. Ai giovani viene riservata l’attenzione distratta di qualche titolo di giornale ogni volta che la statistica fotografa la loro povertà. E poi via a parlare di pensioni. L’invecchiamento della popolazione genera quello dello spirito. Si cerca sempre meno l’avventura e si preferisce la stabilità. Gli slanci spericolati del cuore cedono alla seduzione del riposo. L’economia invecchia con la popolazione. E perciò anche il reddito.  

Cartolina: Lavorare in meno, lavorare per tanti


Ed eccolo qua, sotto i nostri occhi il miracolo del nostro tempo economico: il settore industriale computer e prodotti elettronici, che negli Stati Uniti, ha visto crescere la produttività del lavoro di oltre l’8 per cento in trent’anni, quattro volte in media l’incremento osservato negli altri settori, che, in linea con un’economia che stagna, arrancano. Per capire questo miracolo dobbiamo guardare un altro dato, secondo il quale fra il 2006 e il 2016 l’economia digitale ha espresso appena il 3,9 per cento dell’occupazione Usa, garantendo però stipendi pari al 6,7 del monte totale delle retribuzioni. Detto in altro modo, l’economia digitale crea pochi posti di lavoro, ma ben pagati. Questi lavoratori, pur essendo pochi, nel 2016 hanno prodotto il 6,2 per cento del pil statunitense, e così il dato si spiega aggiornando un vecchio slogan. I miracolati dell’economia digitale lavorano in meno, ma lavorano (e guadagnano) per tanti.

Cartolina: Il reddito di figliolanza


Ora che mai come prima il popolo ha votato la fantasia al potere, ci sia consentito ricordare che l’Italia, malgrado sia sfuggito ai nostri promettenti politici, ha un problema più serio dei suoi cittadini senza reddito, che chissà quanto lo sono veramente. Ossia che nascono sempre meno cittadini. L’esperienza ci suggerisce che siano costoro – i cittadini di domani – ad aver diritto di essere considerati, persino più di quelli che oggi corrono a votare. Già adesso infatti abbiamo un numero di anziani che i lavoratori faticano sempre più a sostenere e peggio sarà in futuro. Gli ultra 65enni sono quasi il 35 per cento della popolazione lavorativa. Fra cinquant’anni, saranno più del 60. E siccome servono alcuni decenni per rendere capace di reddito una persona, sarebbe meglio iniziare da subito a stimolare la nostra natalità. Perciò, gentilissimi politici, invece del reddito di cittadinanza si potrebbe avere quello di figliolanza? Almeno pensateci, grazie.