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Cartolina: L’offerta e la domanda


Chi è cresciuto a pane ed economia ricorda senza troppo sforzo la legge degli sbocchi, che a inizio XIX secolo rese celebre un economista francese, J.B. Say, esegeta e divulgatore del più noto Adam Smith. Say scrisse che nel libero mercato l’offerta di un bene o un servizio crea automaticamente la sua domanda, fissando così la legge che per tutto il XIX secolo – il secolo del liberalismo economico – nessun economista di buon senso avrebbe mai questionato a pena di scomunica. Ci provò Sismondi, coevo di Say, che infatti fu scomunicato e rimase un economista border line. Solo un secolo dopo la verve e l’intelligenza polemica di J.M.Keynes riuscirono a rompere il tabù di Say. L’offerta non è detto che crei la sua domanda, disse in sostanza, ma semmai è la domanda che crea l’offerta. Può succedere, come in effetti accadeva negli anni in cui Keynes scriveva, che non tutta l’offerta diventi domanda, ma si spalanchi l’abisso del sottoconsumo. Da lì in poi nacque la nuova economia che oggi risuona nelle parole di chi lamenta un deficit di domanda aggregata. Poi però arriva Netflix che nello spazio di pochi anni raddoppia i suoi abbonati e all’inizio del 2017 supera per numero quelli delle tv via cavo a pagamento. Netflix adesso conta 50 milioni di abbonati, e le tv via cavo solo 48. Il primo ha 27 milioni di abbonati in più, il secondo quattro milioni in meno. L’offerta del primo ha creato la sua domanda. La domanda del secondo rischia di diminuire la sua offerta.

Cartolina: Una Banca a cinque stelle


Leggo alcune allocuzioni di autorevoli esponenti politici italiani che individuano nella sostanziale nazionalizzazione del credito e quindi nella sua illuminata – perché pubblica – dispensa, il rimedio alla scarsa voglia di fare e di comprare che la contabilità nazionale fotografa nel calo degli investimenti e nella pigrizia dei consumi. E mi torna in mente un vecchio libro di Proudhon del 1851, Le Idéé générale de la Révolution au XIX siècle, dove il filosofo economista immaginava una Banca nazionale elargire credito pressoché gratuito alle persone di buona volontà, a cominciare ovviamente dal governo, individuando in tale concessione l’autentica fonte della felicità economica. Il pensiero di Proudhon ha trovato epigoni illustri nella storia – qualcuno ricorderà la Banca nazionale leninista – e ancora oggi a quanto pare. Non tanto nei politici, come sempre sedotti dalla magia del moneta, le cui dichiarazioni comunque appassiscono terminata la bella stagione che precede le elezioni. Quanto nei governatori delle banche centrali. Fra queste svetta la Banca del Giappone, con i suoi attivi (e quindi anche i passivi) ormai a sfiorare il 100% del pil nazionale, la sua dichiarata intenzione di tenere i tassi di interesse più possibile vicino a zero sui bond decennali del governo e il suo spergiurato impegno a innalzare l’inflazione per un periodo lungo al di sopra del target del 2 per cento nella speranza di arrivarci almeno vicino. Senonché la Banca del Giappone ci prova da vent’anni e più a centrare l’obiettivo, così come a risvegliare a suon di credito un’economia che rimane svogliata, malgrado la Banca e nonostante il governo, che a furia di stimoli fiscali ha accumulato oltre il 230% di debiti sul pil e ancora promette deficit. Perché poi è questo il problema. Il denaro gratuito di Proudhon, che ormai si elargisce addirittura a tassi negativi, una Banca nazionale generosa e persino un governo imprenditore servono a nulla se nessuno ci crede. La fiducia e il desiderio non li emette nessuna banca. Neanche a cinque stelle.

Cartolina: La minoranza rumorosa


La fonte (la Commissione Ue) rende sospetto il sondaggio (il sostegno popolare all’euro), diranno molti. E il problema sta tutto qua. Questi molti in realtà sono pochi ma molto rumorosi: percuotono le tastiere sui social network, rintronando il web, e urlano ai comizi o nelle tv, che li ospita per amore di spettacolo, lanciando anatemi contro la moneta unica, che nelle loro possenti elucubrazioni è fonte di ogni male. Però, pure se la fonte rende sospetto il sondaggio, come dirà questa minoranza rumorosa, rimane il fatto che suona credibile osservare che almeno uno su quattro, fra gli eurodotati ai giorni nostri, odi l’euro, probabilmente perché vorrebbe più denaro e crede che, scambiando l’euro con un altro conio, questo miracolo avverrebbe. Nessuno può dire a queste persone che si tratta di pensiero magico senza essere accusato d’ogni nefandezza. Perché questa minoranza, oltre ad essere rumorosa, è anche assai permalosa e dotata di invidiabili certezze. Ma a ben vedere il problema non sono questi contrari che, sempre secondo il sondaggio, non sono mai stati più di uno su tre. Il problema sono i favorevoli. Che non lo sono abbastanza.

Cartolina: Un americano a Pechino


C’è stato un tempo nel quale i cinesi giravano in bicicletta perché ignoravano le gioie del Capitale e del consumo compulsivo. Quest’ultimo allignava in Occidente, sebbene l’Oriente fin dai tempi della storia, fosse famoso per la sua opulenza e le sue ostentazioni. Poi la storia è cambiata e adesso i cinesi stanno in coda dentro chilometri di automobili, proprio come noi, e, autentica novità, hanno imparato meglio dei maestri occidentali a spendere senza ritegno. Tant’è vero che in trent’anni hanno triplicato i loro debiti privati rispetto al pil; che poi, essendo cinesi, è facile che questi vizi privati siano pubblici. In questa meravigliosa evoluzione la Cina si è lasciata alle spalle non solo le altre economie emergenti, assai più sparagnine, ma anche il Giappone, autentico avanguardista dell’Occidente, l’Europa e soprattutto gli americani. Costoro anzi hanno la minor quota di debito privato dell’Occidente. Forse perché adesso abitano a Pechino.

Cartolina: Histoire di M.


M. lavora 50 ore a settimana, minuto più minuto meno, e non ha giorni liberi. Si tratta di lavoro a tempo pieno e multifunzionale – qualcuno ha pure calcolato che vale almeno 3.000 euro al mese – e tuttavia non genera alcuna forma di retribuzione né di contribuzione. Se M. si ammala deve comunque lavorare perché un sacco di persone dipendono da lei. Questa residua forma di schiavismo, che si perpetua solo perché viene sfruttato il buon cuore di M. genera altri due effetti deleteri. Uno sull’economia nazionale, visto che il lavoro senza retribuzione né contribuzione non genera alcun beneficio sul prodotto interno lordo. L’altro su M., che spesso si vergogna quando le chiedono che lavoro faccia perché non sa come deve rispondere. Cinquanta ore a settimana di fatica vera non le danno il diritto di essere chiamata lavoratrice in Italia. Le chiamano casalinghe. Ma M. ha tanti nomi. Due di questi sono Mamma e Moglie.

Cartolina: I tedeschi del Mediterraneo


Chi fosse alla ricerca di evidenze che smentiscano i più vieti luoghi comuni sull’indolenza dei paesi mediterranei, dovrebbe semplicemente sfogliare le ultime previsioni di primavera della Commissione Ue e osservare i numeri di Malta. La piccola isola ha un livello di crescita imbarazzante persino per i più dotati campioni europei, un tasso di disoccupazione al lumicino, un surplus fiscale, che significa che ogni anno il governo spende meno di quanto incassa, un debito pubblico sotto i livelli di Maastricht e un attivo di conto corrente migliore di quello tedesco. In effetti i numeri di Malta sono persino migliori di quelli tedeschi e di tanto nord Europa. Viene il dubbio che laggiù, fra la Sicilia e il Nord Africa, sia sorto inosservato un’avamposto dell’Europa che sognamo: quella che funziona. Almeno dell’Europa economica. Malta guida la riscossa del Sud. Ma siccome è del Sud non l’ha detto a nessuno.

Cartolina: La globalizzazione dei boiardi


Osservare come gli stipendi degli executive delle grandi aziende siano cresciuti imitando il ritmo del commercio internazionale alimenterà di sicuro i sospetti di molti – e gli odi no global di moltissimi altri – circa gli esiti più autentici dell’economia dell’ultimo ventennio. Sembra che una classe, quella dei boiardi, pubblici e privati, abbia vinto il primo premio e sia l’unica autenticamente globalizzata. Dovunque, nelle economie che contano, i grandi dirigenti sono diventati milionari, a volte miliardari. Ma soprattutto si sono moltiplicati. Ormai ogni grande capitalista germina mille burocrati d’azienda che il birignao contemporaneo chiama manager. Costoro adducono la complessità come scusante della loro voracità e giurano che restituiscono in profitto la loro retribuzione. Nessuno può dire se ciò sia vero o falso. Sappiamo solo che loro crescono, per numero e stipendio. L’economia assai meno.

 

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