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Cartolina. Il problema

Correva l’aprile scorso quando il ministro della guerra Usa, come sempre molto ispirato, disse al mondo che in fondo Hormuz era un problema per l’Europa, non per gli Stati Uniti. E probabilmente è così. Nel senso che è anche un problema per l’Europa, come abbiamo scoperto durante l’ultimo pieno di carburante o alla cassa del carrello. E tuttavia non sembra sia solo un problema nostro. Gente molto avveduta ha osservato che da quando gli Usa hanno iniziato la guerra in Iran il rendimento del decennale americano è aumentato di 90 punti base. Certo, può essere una coincidenza. Ci può essere una correlazione, ma non vuol dire che sia una causazione, e tutto il solito ritornello. Rimane il fatto che il governo Usa sta spendendo miliardi di dollari al giorno per tenere in piedi una guerra che nessuno capisce, e questo genera deficit che devono essere finanziati. E quando si chiedono più soldi al mercato, il mercato fa i prezzi, com’è noto. E non solo per il debito. Quindi sì: Hormuz adesso è un problema per l’Europa, come dice il ministro guerriero. Ma domani?

Cartolina. Piatto ricco

In un contesto a dir poco complesso, dove i timori inflazionistici si associano a quelli sulla sostenibilità fiscale di alcuni governi strategici, lampeggia come una lucciola – o un allarme, fate voi – l’andamento delle borse che malgrado alcuni recenti saliscendi rimangono toniche e orientate al rischio. Il rischio in fondo, ci piaccia o no, è diventato il nostro mestiere, anche se magari la borsa non sappiamo neanche cos’è. Sappiamo però che sale e che salirà finché gli investitori avranno voglia di ficcarsi dentro a un piatto che diventa sempre più ricco, infischiandosene bellamente dei campanelli d’allarme che risuonano per ogni dove. E’ andata sempre così in fondo. Finché la giostra gira falla girare. E domani è un altro giorno.

Cartolina. Addavenì l’AI

È sempre interessante monitorare gli sviluppi dell’escatologia, che racconta molto bene dei nostri desideri e delle nostre speranze, trasfigurate dal fine ultimo che auspichiamo per tutta la nostra esistenza. Per dire: siamo passati dall'”attesa della Sua venuta” al mitico “Addavenì Baffone”, rappresentazione plebea del Sol dell’Avvenire. Ma dopo non è che abbiamo smesso. Ci siamo adeguati. Mentre cambiavamo dio – da quello canonico a quello proletario, arrivando infine al denaro – cambiavamo anche la nostra escatologia. E oggi finalmente ne intravediamo i contorni, nella forma degli utili attesi dagli investimenti per l’AI, soggetto sul quale proiettiamo la nostra vocazione religiosa e dal quale ci attendiamo – letteralmente – miracoli. E i miracoli, nel nostro mondo secolarizzato dal denaro, hanno la forma di utili stratosferici. Nell’attesa della loro venuta, speriamo che l’AI raddrizzi pure il legno storto dell’umanità. Così finalmente saremo felici. Addavenì l’AI.

Cartolina. Il Belpaese delle tasse

Ci chiamano il Belpaese, ma solo perché le tasse sono una cosa bellissima. Paghiamo tasse quasi quanto la Danimarca, ma non è che si possa dire che abbiamo lo stesso livello di servizi pubblici. Ci rimane solo la bellezza, appunto e dobbiamo farcela bastare. E siccome il futuro fiscale è quantomeno preoccupante, vista la nostra demografia e la capacità di crescere che esprimiamo, vi preannuncio che diventeremo ancora più belli. Poveri, ma belli. Tanto per (non) cambiare.

Cartolina. La vecchiaia dell’Occidente

Le nostre nuove colonne d’Ercole non sono geografiche: sono demografiche. Nessuno sa cosa ci attende oltre la strettoia di un tempo che vede costantemente diminuire i giovani e aumentare i vecchi. Non sappiamo che tipi di pensieri faremo, quali saranno i nostri bisogni, come reggeremo l’urto di una massa di anziani che chiede di essere assistita. Si continua a discorrere del declino della cultura occidentale, ma si trascura di ricordare che una cultura esiste finché qualcuno la tiene in vita. Una circostanza che l’attuale evoluzione della nostra piramide demografica rende assai improbabile. Nessuna società può reggersi su una base ristretta di giovani, figuriamoci una cultura. Specie una come la nostra, che non è mai diventata adulta. E’ solo invecchiata.

Cartolina. Il nodo gordiano

Se guardando questo grafo vi sentite smarriti non dovete preoccuparvi. Non siete voi ad essere confusi, è la realtà ad essere divenuta confusionaria. Sennò non sarebbero necessari studi superiori ed estremamente specialisti per comprendere cosa sia diventato il sistema finanziario internazionale. Nata per intermediare – guadagnandoci – fra una persona disposta a prestare e un’altra che ha bisogno di prestiti, la finanza è diventata una creatura esotica che mobilita fiori di cervelli per continuare a fare quello che fa con successo da millenni: fare soldi coi soldi. Mestiere una volta disprezzato e oggi agli onori della cronaca, per la semplice ragione che nessuno resiste al fascino del denaro. La confusione nasce da questo straordinario mobilitarsi. Le infinite linee di connessione fra i soggetti che fanno girare i soldi hanno trasformato la finanza in un intricatissimo nodo gordiano che nessuna intelligenza – e tantomeno quella artificiale – è in grado di contemplare. Si potrà solo tagliarlo. Ma la spada non è ancora stata forgiata. E, soprattutto, nessuno vuole impugnarla.

Cartolina. Il conto della paura

Fra le tante cose che si scoprono confrontando la composizione della spesa pubblica nei paesi Ocse fra il 2007 e il 2023, due in particolare saltano all’occhio: la quota stagnante della spesa per l’istruzione e quella che cresce rigogliosa per la protezione sociale – leggi pensioni e sussidi vari – e la sanità, che a ben vedere è una forma di protezione sociale. Il costo cumulato di questa protezione, che a ben vedere sembra il core business dei governi Ocse, è passato dal 18,51 al 21,84 per cento in poco più di quindici anni, circa il 17 per cento. In sostanza, queste due voci assorbono oltre un quinto dei bilanci statali. L’istruzione, invece, oscilla intorno al 5 per cento. E se uno crede – ma evidentemente non deve essere così diffusa questa credenza – che l’istruzione sia il modo attraverso il quale far crescere nel tempo la produttività e quindi l’economia, questi dati dicono semplicemente che ci siamo arresi al presente e non guardiamo da tempo ormai al futuro. Facciamo debiti crescenti per pagare la protezione, non per crescere. Paghiamo il conto delle nostre paure.

Cartolina. Deficit di (de)crescita

Sarebbe bello che qualcuno, osservando la persistenza ultratrentennale di deficit pubblici nei paesi Ocse, associata a un altrettanto persistente declino dei tassi di crescita, ci spiegasse a cosa siano serviti questi eterni scostamenti di bilancio. Nessuno ormai crede più che i deficit stimolino la crescita, visto che la storia sembra dimostri che un deficit prolungato si associa semmai all’effetto contrario. Mentre stimolano eccome il debito pubblico, che infatti cresce, lui sì, gagliardamente. E allora, ripeto la domanda: a cosa sono serviti questi deficit? Rimango in paziente ascolto.

Cartolina. Fra il dire e il tariffare

A futura memoria, ammesso che avremo una memoria in futuro diversa da quella dell’AI, vale la pena osservare che fra le tariffe annunciate dal presidente Usa urbi et orbi nel globo terracqueo e quelle effettivamente applicate ci sono differenze rilevanti, e neanche di poco. La Cina, per dire, doveva essere devasta dai dazi Usa, ma alla fine dei conti si oscilla intorno a un 10 per cento in più, con una differenza rispetto all’annunciato di quasi quindici punti. In India questo ennesimo spread fra il dire e il tariffare è arrivato quasi al 25 per cento. E’ lo spirito del tempo: tanto rumore per (quasi) nulla. In attesa del botto.

Cartolina. Estinzione

La crescita internazionale decresce di decennio in decennio dai tempi del mitico boom. Si estingue lentamente, proprio come la nostra popolazione, che declina più o meno dall’epoca. Questa doppia estinzione si associa a un debito crescente che, al contrario, è evidentemente inestinguibile. L’estinzione della crescita genera una proliferazione uguale e contraria del debito che si cumula come una nube nera sul capo di popolazioni vecchie e impaurite. Inutilmente i meteorologi dell’economia ci avvisano del rischio temporale in versione burrasca. Venga pure il diluvio. Purché dopo di noi.