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Cartolina: Casa dolce casa


Cosa rimane del ciclo immobiliare espansivo che ha investito tutto il mondo, travolgendolo all’inizio del XXI secolo? Rimane una notevole ricchezza patrimoniale che nell’ultimo quindicennio è cresciuta per tutti e che per molti, dove l’espansione dura ancora, continua ad aumentare. La ricchezza è cresciuta anche per coloro che hanno riempito di cronache piagnucolose gli anni delle vacche magre, quando sono arrivate le perdite. Il calo spagnolo, uno fra i più vistosi e commentati, è stato di un robusto 33 per cento, ma a fronte di guadagni che hanno sfiorato il 150 per cento nei primi otto anni del secolo. L’Irlanda, altro caso di scuola, ha perduto il 36 per cento, ma ha guadagnato il 102 per cento quando il mattone volava. E persino noi italiani abbiamo spuntato un guadagno reale netto del 45 per cento sull’intero periodo. Certo spaventa quel 150 per cento di crescita del mattone neozelandese, di sicuro eccezionale, così come stupisce la deflazione immobiliare del Giappone, che ha perso il 27 per cento di valore nei tempi buoni e ha guadagnato un povero 1 per cento mentre i prezzi calavano un po’ ovunque. Ma aldilà degli estremi, la storia ci dice che in media, e quindi al lordo di tante eccezioni, i paesi avanzati hanno avuto rendimenti reali dal mattone del 7 per cento l’anno negli ultimi 45 anni. Il mattone, nel lungo periodo, resiste a tutto. Salvo che ai terremoti, ovviamente. E al Fisco.

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Cartolina: Il miracolo giapponese


Guardo sorpreso il notevole miracolo compiuto dalle economie di mezzo mondo fra il 2006 e il 2016, riuscendo a far crescere il debito globale, già esorbitante, a un livello ancor più elevato. Al netto del caso tedesco e argentino – e mai economie e motivi furono più differenti – tutti gli altri paesi censiti dal Fmi hanno aumentato il peso delle proprie obbligazioni, col Giappone a far scuola, visto che ormai s’avvia deciso verso il 400 per cento del pil. Laggiù, come da noi a ben vedere, il governo conduce questa crescita felice, sfiorando ormai il 240 per cento di debiti sul pil dal 184 del 2006. D’altronde da allora il Giappone non ha risparmiato calcioni all’economia, afflitta da oltre un ventennio di crescita anemica e inflazione rasoterra, pure a fronte di una sostanziale piena occupazione. Il governo non si è (non ha) risparmiato e tuttavia l’economia giapponese è sempre la stessa: forte e insieme pigra. Un gigantesco lottatore di sumo avanti con l’età. La sua irritante indifferenza agli stimoli fiscali e monetari contraddice tutto ciò che pensiamo di sapere sul funzionamento dell’economia. E questo in fondo è il vero miracolo giapponese.

Cartolina: Bye bye Mr. Phillips


C’era una volta un economista neozelandese, Alban William Phillips, che pubblicò uno studio destinato a far storia e quindi alimentare la leggenda. The relationship between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957, trasse dall’osservazione di molti dati una di quelle correlazioni che fanno la gioia dei macroeconomisti. Phillips notò una relazione inversa fra il livello dei salari monetari e la disoccupazione. Più questa era bassa, più quelli crescevano e viceversa. Parve a tutti un miracolo del pensiero. Un paio di anni dopo altri due economisti assai noti, Samuelson e Solow, fissarono sulle tavole delle leggi economiche la relazione fra inflazione e disoccupazione. Dicono che Solow abbia affermato che “la società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione”. Avrebbe potuto dire, come pare abbiamo compreso i politici dell’epoca, che la società poteva permettersi un saggio di disoccupazione più basso purché fosse disposta a pagarne il prezzo in termini di maggiore inflazione. Phillips morì nel 1975, in pieno boom inflazionistico. La sua curva gli sopravvisse e ancora si agita nella modellistica macroeconomica di mezzo mondo, che però la scruta perplesso, notando come in molti paesi la piena occupazione ormai si sposi con un’inflazione rasoterra. Qualcosa è accaduto. La curva, ormai appiattita, sembra dormire. Finalmente Mr. Phillips può riposare in pace.

Cartolina: L’interesse per il debito


Ecco un bellissimo dilemma per chi si diletta di economia: sono i tassi bassi che fanno salire il debito globale, oppure è il debito che, aumentando, schiaccia i tassi? Viene prima l’uovo dell’interesse, o la gallina del debito? Difficile rispondere. E tuttavia bisogna pur provare a spiegarsi perché nel 1986 i tassi reali fossero al 4 per cento e il debito di poco superiore al 150 per cento del pil del G7 più la Cina, mentre oggi, che i tassi sono a zero, il debito supera il 270 per cento. Potremmo farcene una ragione raccontando che in questi trent’anni ci sono state mille crisi, più o meno gravi, che ogni volta hanno costretto i governi, per il tramite delle loro banche centrali, a dare sempre un po’ di più chiedendo in cambio sempre un po’ di meno. Oppure scegliere la versione secolarista, secondo la quale forze profonde concorrono a deprimere i nostri tassi e ci spingono ad accumulare debiti, che a ben vedere sono anche crediti e perciò non è detto facciano male. Nel dubbio accolgo la spiegazione più didascalica: in questi decenni di turbolenze, è aumentato l’interesse per il debito. Quello sui debiti seguirà.

Cartolina: The walking firms dead


Chi ricorda la banche zombie giapponesi, rese celebri dallo sboom di oltre vent’anni fa che gettò il paese in una dura e lunga recessione patrimoniale, sorriderà leggendo l’ultima rassegna trimestrale della Bis che nota con sconcerto l’irresistibile crescita delle imprese zombie nelle economie avanzate. Similmente alle cugine banche, i walking dead aziendali sono imprese sostanzialmente fallite che si reggono in piedi grazie a miracolosi espedienti. Per le banche giapponesi era il sostegno del governo. Nel caso delle imprese zombie è il livello ancora basso dei tassi di interesse, che tuttavia non lo è abbastanza da evitare che il totale degli utili di queste aziende sia insufficiente a garantire il pagamento degli interessi sui debiti che hanno contratto nel frattempo. Negli Stati Uniti dall’inizio del XXI secolo la percentuale di imprese morte-viventi è più che raddoppiata, similmente a quanto è accaduto nel Regno Unito e nell’Ue. Quanto la zombizzazione globale del settore corporate influisca sulla nostra vitalità economica è controverso. Possiamo giusto ipotizzare l’effetto nefasto che avrebbe su queste entità un rialzo brusco dei tassi di interesse. Ma chi frequenta la fiorente letteratura sugli zombie una cosa la sa per certo: tendono a divorare i vivi.

Cartolina: L’unica crescita rigogliosa


Se fosse prodotto interno lordo, quell’istogramma che cresce rigogliosamente dal 2002 all’inizio del 2017 non saremmo qui a discutere di economia. Quegli 89 trilioni che diventano 217 avrebbero significato una crescita più che raddoppiata in un quindicennio, e quindi benessere sufficiente a relegare l’economia a quella dimensione da tecnici specializzati che J.M.Keynes auspicava nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti. Invece quell’istogramma misura il debito globale, pubblico e privato, che ormai vale il 327% del pil mondiale, secondo la ricostruzione di un istituto di ricerca, al primo trimestre di quest’anno, e, come si vede, non conosce requie. La fine della crisi, che ormai viene almanaccata sempre più di frequente, non ne ha impedito l’aumento e sembra anzi che sia necessario, questo continuo indebitarsi, al terminare della crisi stessa. Usa e Cina insieme pesano quasi la metà del totale, con le economie emergenti che sembrano aver imparato assai bene la lezione dell’indebitarsi. Ma è più rilevante osservare che a fronte di questa montagna di debiti da 217 mila miliardi di dollari c’è quella uguale e contraria di crediti e quindi dei creditori che ne hanno la proprietà. Come possa un tale flusso di ricchezza teorica non generare dissapori e sospetti,  fra gli uni e gli altri, e quindi indebolire la fiducia, che tutti reputano vitale alla nostra economica, è arduo a spiegarsi. Dobbiamo contentarci di credere normale questo debito. E così far finta che non ci sia.

Cartolina: Un tuffo nelle Dark pools


Usa sempre meno, in Europa, farsi vedere in giro in borsa quando si decide di vendere o comprare grandi quantità di titoli. Certi affari è meglio farli in stanze chiuse, negli ultimi piani dei grattacieli, dove misteriosi operatori finanziari fanno incontrare, al prezzo di lucrose commissioni, chi vende e chi compra e li tengono al riparo dai predatori. Quelli che scatenano gli algoritmi da mille ordini al secondo. Quelli che campano sulle fughe di notizie. Quelli che le scrivono. Dentro stanze confortevoli con viste meravigliose, ci si concede un tuffo nelle Dark pools, così si chiamano queste entità finanziarie spuntate come funghi, raccontano, dopo la pioggia di nuove regole generata dalla MIFID, la Markets in Financial Instruments Directive, che si proponeva fra l’altro proprio di aumentare la trasparenza nei mercati finanziari. All’azione, come sempre, corrispose una reazione uguale e contraria. Arrivarono le dark room finanziarie per balli spericolati, rese celebri poi da un libro di Scott Patterson.  Adesso i regolatori promettono di far meglio con la Mifid II. Ma credendoci poco. Anche uno studio recente della Bce riconosce che l’avvento della nuova direttiva, l’anno prossimo, non cambierà granché. Meglio farseli piacere. Le Dark pools sono qui per restare.

Cartolina: L’America Saudita


E’ Storia questa, o è solo una storia, mi chiedo mentre noto la curva della produzione globale di petrolio Usa superare senza esitazioni i due campioni mondiali, Russia e Arabia Saudita, già nel 2014 e poi, salvo un breve ritrarsi ancora oggi. E’ Storia o è solo una storia, che il Permian Basin e l’Eagle Ford – siti texani di shale – da soli abbiano superato di parecchio la produzione giornaliera del Kuwait? E poi è Storia o è solo una storia, la scoperta di nuove tecniche per ottenere petrolio che hanno raddoppiato la produzione negli Usa e in Canada? Me lo chiedo mentre guardo le quotazioni del greggio che declinano di nuovo, malgrado le tante speranze sollevate da un accordo dei produttori tradizionali di alcuni mesi fa che doveva nutrire i prezzi tagliando il prodotto. L’inverno ha coltivato questa speranza, che già sfioriva in primavera. Ora il petrolio punta di nuovo verso i 40 assai più che verso i 50 dollari, e molto, dicono gli esperti, è dipeso dal fatto che mentre i vecchi petrolieri d’Oriente addormentavano i pozzi, i nuovi petrolieri d’Occidente li svegliavano. Alla buona volontà dell’Arabia Saudita, che si era fatta interprete della necessità di tagliare la produzione fino a convincere i russi, si è opposta quella altrettanto buona dell’America Saudita, che invece l’ha aumentata. Sicché anche il gioco dei prezzi ormai sembra aver mutato di scacchiera. E questa è Storia, di sicuro.

Cartolina: L’offerta e la domanda


Chi è cresciuto a pane ed economia ricorda senza troppo sforzo la legge degli sbocchi, che a inizio XIX secolo rese celebre un economista francese, J.B. Say, esegeta e divulgatore del più noto Adam Smith. Say scrisse che nel libero mercato l’offerta di un bene o un servizio crea automaticamente la sua domanda, fissando così la legge che per tutto il XIX secolo – il secolo del liberalismo economico – nessun economista di buon senso avrebbe mai questionato a pena di scomunica. Ci provò Sismondi, coevo di Say, che infatti fu scomunicato e rimase un economista border line. Solo un secolo dopo la verve e l’intelligenza polemica di J.M.Keynes riuscirono a rompere il tabù di Say. L’offerta non è detto che crei la sua domanda, disse in sostanza, ma semmai è la domanda che crea l’offerta. Può succedere, come in effetti accadeva negli anni in cui Keynes scriveva, che non tutta l’offerta diventi domanda, ma si spalanchi l’abisso del sottoconsumo. Da lì in poi nacque la nuova economia che oggi risuona nelle parole di chi lamenta un deficit di domanda aggregata. Poi però arriva Netflix che nello spazio di pochi anni raddoppia i suoi abbonati e all’inizio del 2017 supera per numero quelli delle tv via cavo a pagamento. Netflix adesso conta 50 milioni di abbonati, e le tv via cavo solo 48. Il primo ha 27 milioni di abbonati in più, il secondo quattro milioni in meno. L’offerta del primo ha creato la sua domanda. La domanda del secondo rischia di diminuire la sua offerta.

Cartolina: Una Banca a cinque stelle


Leggo alcune allocuzioni di autorevoli esponenti politici italiani che individuano nella sostanziale nazionalizzazione del credito e quindi nella sua illuminata – perché pubblica – dispensa, il rimedio alla scarsa voglia di fare e di comprare che la contabilità nazionale fotografa nel calo degli investimenti e nella pigrizia dei consumi. E mi torna in mente un vecchio libro di Proudhon del 1851, Le Idéé générale de la Révolution au XIX siècle, dove il filosofo economista immaginava una Banca nazionale elargire credito pressoché gratuito alle persone di buona volontà, a cominciare ovviamente dal governo, individuando in tale concessione l’autentica fonte della felicità economica. Il pensiero di Proudhon ha trovato epigoni illustri nella storia – qualcuno ricorderà la Banca nazionale leninista – e ancora oggi a quanto pare. Non tanto nei politici, come sempre sedotti dalla magia del moneta, le cui dichiarazioni comunque appassiscono terminata la bella stagione che precede le elezioni. Quanto nei governatori delle banche centrali. Fra queste svetta la Banca del Giappone, con i suoi attivi (e quindi anche i passivi) ormai a sfiorare il 100% del pil nazionale, la sua dichiarata intenzione di tenere i tassi di interesse più possibile vicino a zero sui bond decennali del governo e il suo spergiurato impegno a innalzare l’inflazione per un periodo lungo al di sopra del target del 2 per cento nella speranza di arrivarci almeno vicino. Senonché la Banca del Giappone ci prova da vent’anni e più a centrare l’obiettivo, così come a risvegliare a suon di credito un’economia che rimane svogliata, malgrado la Banca e nonostante il governo, che a furia di stimoli fiscali ha accumulato oltre il 230% di debiti sul pil e ancora promette deficit. Perché poi è questo il problema. Il denaro gratuito di Proudhon, che ormai si elargisce addirittura a tassi negativi, una Banca nazionale generosa e persino un governo imprenditore servono a nulla se nessuno ci crede. La fiducia e il desiderio non li emette nessuna banca. Neanche a cinque stelle.