Categoria: Fabulae

Le mille e una notte di TheWalkingDebt


Mi succede che WordPress mi notifica che è uscito il millesimo post di questo blog. Come in quei film dove il tempo s’arrotola d’improvviso, mi scorre davanti agli occhi quasi un quinquennio di storia, quella iniziata a novembre 2012 quando affidai al mio personale Mister Hyde d’incaricarsi di scrivere sulla questione del debito, che mi pareva e mi pare tuttora la costituente del nostro Secolo Economico.

Costui, Mister Hyde, a dispetto del suo omonimo assai più noto, era persona mite e tale è rimasta. Per nulla invadente e anzi schivo, si rese subito conto che non poteva chieder tempo al sottoscritto, che lavoro e famiglia già gravavano d’incombenze. Di tanto in tanto ci provava però: faceva capolino, guadagnandoci solo scuse frettolose, promesse bugiarde, dichiarazioni benaltriste. Sicché comprese che non aveva diritto di cittadinanza nella mia giornata e studiò il modo di piantar bandiera laddove nessuno avanzava pretese. Divenne il signore delle mie notti.

Quando dormivo, Mister Hyde scendeva dal letto, attento a non svegliare nessuno, e iniziava a trasformare in parola scritta pensieri diurni, letture disordinate, intuizioni rubate. Mite, paziente, schivo e soprattutto insonne, Mister Hyde iniziò a comporre la trama di questa straordinaria avventura. Ogni notte mi lasciava una storia che, una volta sveglio, dovevo condividere con voi. La sua unica richiesta. Non potevo rifiutare.

A quel tempo, quando tutto cominciò, non è che gli dessi credito. Lo leggevo per dovere, a volte con sorpresa perché scoprivo cose che ignoravo, e me l’immaginavo chino a far giorno su carte astruse, mentre io mi godevo il meritato riposo. Pian piano mi ci affezionai e adesso siamo buoni amici, anche se ci vediamo poco.

Nel frattempo però accadde che il credito cominciarono a darglielo altri.  I suoi zibaldoni notturni trovarono ospitalità anche altrove e ormai mi capita di ritrovarlo dappertutto quando navigo per ragioni d’ufficio. Perciò allo scadere della millesima e una notte mi sembrava giusto scriverlo io questo pezzo, e almeno stavolta lasciar dormire lui.

Fai bei sogni, amico mio. E grazie.

 

Da novembre 2012 i contenuti di TheWalkingDebt sono stati ospitati da decine di contenitori e ormai regolarmente su Formiche, Econopoly-Il Sole 24 ore, e di recente anche sul Foglio, dove alimentano il blog Shot Economy, dove hanno trovato ospitalità le nostre Cartoline. Da diverse settimane presentiamo in radio una rubrica che si chiama I consigli del Maitre, e altre cose bollono nel pentolone del futuro. Nel corso della quinta stagione, iniziata nel settembre scorso, la produzione si è sostanzialmente rinnovata. Oltre ai post tradizionali, quelli che chiamiamo Annali, che ormai escono solo il giovedì, è arrivato il Cronicario, economia seria in tono semiserio, che è molto apprezzato dai lettori, dal lunedì al venerdì, la Cartolina del venerdì, gli estratti di Crusoe, fra i quali le Chat di socioeconomia, che intrattengo con alcune persone straordinarie che ho conosciuto su Twitter. L’insegnamento che ho tratto da questa esperienza è che tutto è possibile purché ci sia impegno, dedizione e lavoro serio, persino in un paese come il nostro, che dice di amare il merito ma poi sposa l’amico degli amici. Questo successo è anche merito vostro, che avete letto e condiviso i contenuti di questo piccolo blog. Chi legge (e condivide) trasforma in realtà il pensiero scritto, quindi anche voi siete autori di TheWalkingDebt. Non dimenticatelo mai.

Ci rivediamo fra mille post.

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L’incarichificio


C’era una volta, in un paese lontano, una fabbrica meravigliosa che non conosceva mai crisi.

Di anno in anno il suo contributo alla crescita del prodotto nazionale era aumentato senza sosta. Crescevano i prodotti e anche gli addetti, e la domanda dei beni di questa fabbrica sembrava non arrivasse mai ad esser soddisfatta.

Tanto che si arrivò al punto che ogni altra attività, nel paese lontano, si sospese. Nessuno intraprendeva alcunché fino a quando la grande fabbrica non si fosse messa in attività.

Il resto del mondo guardava a questo paese con comprensibile invidia. La crisi, che fiaccava le energie produttrici di tutti, sembrava dar vigore alla fabbrica meravigliosa che anzi ne usciva ogni volta più splendida, potente e produttiva che mai.

Non capiva, il resto del mondo, la sottigliezza economica di questa fabbrica. Ciò che all’occhio inesperto poteva sembrare caotica instabilità, nel paese lontano era fonte di ogni rivoluzione benigna e progresso sociale, paretiana circolazione delle élites.

Ogni volta che la fabbrica riapriva, la lunga catena del valore iniziava a contorcersi, trasmettendo impulsi nervosi dalle alte gerarchie ai più umili sottoposti, muovendo energie e motivazioni fino a rivoluzionare la società.

Succedeva così che ognuno iniziasse a sognare cambiamenti epocali, di reddito e funzioni, e si agitasse a tal punto che ogni cosa ne veniva scossa.

Al contrario, quando la fabbrica si tacitava, l’uggia della quotidianità avvolgeva ogni cosa. I dirigenti dirigevano senza direzione, i lavoratori lavoravano senza lavorio, i pensionati si annoiavani ai giardinetti.

Il paese meraviglioso sperimentava così i ruvidi tormenti dell’immobilismo disperato.

Anche quell’anno la fabbrica meravigliosa sembrava spenta. Le sue ciminiere emettevano pigre nuvolette bianche intermittenti, segnale d’un tranquillo tran tran che mal si addiceva agli spiriti animali di quel paese lontano, rotto ormai alla continua necessità del cambiamento, che come una droga circolava nelle sue vene alla costante ricerca di un richiamino.

Le attività del paese lontano iniziarono a deperire. Tutto divenne tremendamente quotidiano.

Senza la febbre indotta dalla fabbrica, rimanevano solo questioni inani, come mettere insieme il pranzo e la cena, i debiti da pagare e piccole soddisfazioni calcistiche per i più fortunati. Piccolezze poco adatte alla grandezza di un così grande paese.

Fu deciso allora un concilio dei grandi spiriti che per fortuna abitavano il paese lontano.

Costoro scrutarono preoccupati grafici e tabelle e poi, disgustati i titoli ormai incolore delle gazzette, privati dello smalto del gesto ardito e dell’afflato delle grandi speranze.

La situazione parve a tutti disperata e disperante: se continuava così tutto il paese meraviglioso avrebbe dovuto riaprire le altre fabbriche e mettersi a produrre le stesse cose che producevano gli altri. Lavorare persino. Prospettiva tremenda, in un mondo globalizzato dalle paghe cinesi.

Finché non prese la parole il più grande di quegli spiriti, il Papà della Nazione.

“Figli miei”, disse contrito “l’ora è grave e abbisogna di grandi responsabilità. E’ arrivato il momento che la Fabbrica riaccenda il vigore dei suoi altiforni, che torni a suggestionare i nostri produttori e che anche i consumatori, ormai anemici, ritrovino il gusto del bene durevole, che richiede determinazione a far debiti. In tre parole: serve una rivoluzione”.

L’allocuzione paterna scosse gli animi e accese le guance dei convenuti di un pudico rossore. Come avevano potuto, costoro, lasciar credere per tutto questo tempo che la Fabbrica facesse mancare il suo fondamentale contributo alla modernizzazione del Paese?

Colpa e pentimento allignarono sui loro volti, appena appena consolati dal benigno rassicurare del Papà nazionale.

“Non preoccupatevi”, disse infine sorridente, “mai mancherà a voi e al Paese il mio impegno”.

Poco più tardi le gazzette urlarono in edizione speciale che la Fabbrica riapriva i battenti. Che gran contorcimento sulle cronache. Che incosapevole epopea di déjà vu.

Eppure che gioia, che attese, che speranze.

Alle alte sfere si previde un immediato calo della disoccupazione, come sempre accadeva ogni volta che arrivava la lieta novella. I migliori cervelli si sarebbero messi all’opera per scrutare l’articolarsi delle nuove gerarchie e per riposizionarsi di conseguenza. E persino i più pigri avrebbero rispolverato l’amor proprio e l’agenda e si sarebbero rimessi in gioco.

Il dirigente avrebbe brigato per altra dirigenza o un seggio in lista bloccata, l’assessore per un sottosegretariato, il sindaco per un ministero, l’usciere della provincia per un posto da commesso al Parlamento.

Sarebbero ripartite, finalmente, le relazioni sociali, ormai artritiche, e in questo amorevole interfacciarsi si sarebbe declinata l’intera panoplia di favori, regalie e prebende che così tanto vigore, in epoche passate, aveva conferito alla contabilità nazionale.

Il tutto in un trionfo di speranze finalmente accese che avrebbe finalmente fatto dimenticare i noiosi doveri della quotidianità.

La Fabbrica riapriva, finalmente.

Il Papà Nazionale aveva dato l’Incarico.

L’incarichificio poteva ripartire.

E tutti vissero felici e contenti.

Il meraviglioso Mago di Ez


C’era una volta, in un paese lontano, una vecchina che si chiamava Dorotea che viveva felice nella sua casetta a canone calmierato. I generosi regnanti della sua terra provvedevano a versarle una discreta pensione, conquistata al prezzo di pochi anni di lavoro, e si occupavano anche della sua salute, omaggiandola  con la visita dei migliori cerusici che le regalavano anche i medicamenti. Il reame inoltre era poco avido di tasse e prodigo di spese e chiudeva persino un occhio oppure due per non irritare troppo la delicata epidermide del contribuente-elettore.

Sicché Dorotea, beatamente, prosperava.

La sua vita procedeva senza scossoni. Attorno a lei crescevano tanti nipotini che, sebbene orfani di padre, mai avevano conosciuto il terribile morso del bisogno e perciò erano sereni e sazi. Per lei, come per loro, la vita era tranquilla e rassicurante.

Un brutto giorno però un terribile tornado si abbatté sulla terra di Dorotea. Ogni cosa ne fu travolta. La furia dei venti strappò le fondamenta della casa dove fino a poco prima aveva dimorato tranquilla e la condusse fuori dai suoi confini.

Dopo un gran turbinare l’abitazione, ormai ridotta a catapecchia, atterrò in una terra sconosciuta e spaventosa.

“Benvenuta nella terra di Ez”, le disse una misteriosa vecchina, mentre le rifilava due sonori ceffoni per risvegliarla dallo stordimento.

“Chi sei tu?”, chiese Dorotea, per nulla rassicurata dall’aspetto bonario della sua interlocutrice, tozza come un biscotto, chiara di carnagione e di capelli e con gli occhi colore del mare.

“Sono la strega buona del Nord”, rispose quella arrotando le erre. “La tua casa ha schiacciato la perfida strega dell’Est. Grazie a te la terra di Ez sarà più sicura e forte”.

“La strega dell’est?”, chiese Dorotea sempre più confusa.

“Certo: la terra di Ez era minacciata da due streghe malvagie: quella dell’Est, che voleva soffocarci con le sue cattive merci sottocosto e la strega malvagia dell’Ovest, che vuole annegarci con la sua malvagia liquidità gratis. Grazie a te la prima minaccia è stata sventata”.

“Ma rivorrei la mia casa”, disse basita Dorotea osservando la catapecchia. “Insomma, tornare da dove vengo”.

“Ah, mia cara, è molto difficile. Non è previsto dai trattati che una volta giunti qui si possa cambiare idea”, osservò la strega buona del Nord, un po’ più arcignamente del solito.

“Ma io non ci volevo venire”, spiegò Dorotea. “E’ colpa di un tornado”.

“Dovresti esser grata al tornado, invece. Questa terra è bellissima e piena di meraviglie: starai benissimo fra noi”.

“Ma io stavo bene dove stavo”, coi miei nipoti: insomma: voglio tornarci!”, concluse Dorotea ostinata come tutte le persone di una certa età.

“E allora devi rivolgerti al Mago di Ez, solo lui ha il potere di farti tornare indietro”.

Era costui, il Mago di Ez, il signore riconosciuto di quella terra meravigliosa. Tutti conoscevano il suo nome, pochissimi la sua faccia, ancor meno le sue parole, ma tutti temevano il suo enorme potere magico. La sua aura conformava ogni cosa.

“Il Mago di Ez?” chiese Dorotea

“Questa terra non ha regnanti. Il potente Mago di Ez li ha resi inutili: superati”, spiegò la strega buona del Nord.

Dorotea, che non era versata nella politica, nicchiò.

“E dove lo trovo?”, chiese speranzosa.

“Devi seguire la strada verso il Nord e imparare bene le nostre usanze. Il Mago di Ez non riceve certo chicchessia!”

Detto ciò le regalò un tomo pieno di circolari e direttive per renderla edotta su dove si trovasse e su quali fossero le usanze di quel posto.

Dorotea ringraziò la strega buona del Nord e si mise in cammino.

Ad ogni crocicchio risuonavano minacciose le misteriose parole del Mago di Ez che ripetevano: “Siamo in crisi, dobbiamo riformare per crescere”.

E Dorotea pensava, ogni volta, che, quanto a lei, era già cresciuta abbastanza.

Riformare, poi, le faceva venire in mente solo il riformatorio.

Dopo lungo peregrinare finalmente un bel giorno giunse a Marcoforte, la città dove risiedeva il Mago di Ez.

Il Mago viveva in una torre eburnea dalle fondamenta auree che sprigionava in ogni dove un senso di magnificenza. L’uscio esibiva ampi colonnati corinzi decorati con fasci di banconote fuori corso a mo’ di abbellimento. Il porticato, forgiato in vetro prezioso, esibiva una sciccossima “€” stilizzata: il simbolo di Ez.

Dorotea bussò.

“Chi è?” chiese una voce dal citofono.

“Mi chiamo Dorotea”, rispose lei.

“Chi la manda?”

“La strega buona del Nord”

“Ha conosciuto anche quella del Sud?”

“Sinceramente non saprei”.

“Lo saprebbe se così fosse: impossibile non riconoscerla: è una brava vecchia, ma vive al di sopra delle sue possibilità”.

Dorotea si sentì chiamata in ballo.

“E che male c’è?”, chiese indispettita.

“Come che male c’è?”, chiese minacciosa la voce. “Sa con chi sta parlando?”

“Con un citofono”.

“Fa la spiritosa? Qui a Ez c’è poco da ridere: siamo in deflazione”.

“E’ una malattia?”

“E’ un’opportunità: dobbiamo serrare le briglia al popolaccio”.

Dorotea non sapeva assolutamente di cosa stesse parlando.

“Posso entrare?”, chiese.

“Dipende”, rispose il citofono.

“Da cosa?”

“Dobbiamo farle l’esame di convergenza”.

“Ho già fatto tutti gli esami. Ho solo un po’ di glicemia alta e qualche punto di artrosi”.

“E che mi dice delle prospettive di crescita?”

“Bé, alla mia età non è che ce ne siano tante”.

“Mmm..e di sicuro sarà in debito…”.

“Mi mancano un po’ di ferro e selenio”.

“Ah: il deficit di materie prime è una circostanza aggravante sul saldo commerciale. Sicuro che non ha conosciuto la strega buona del Sud?”

“Sono anche in debito di zinco, a dirla tutta, ma con un aiutino…”.

“Si comincia con gli aiuti e non si finisce più. Si deve aiutare da sola. Non possiamo mutualizzare i debiti: è vietato. E poi la logica mutualistica è perniciosa”.

“A me la mutua m’ha fatto solo bene”.

“Insomma: che vuole?”

“Vorrei parlare col meraviglioso mago di Ez”.

“Addirittura. E perché?”

“La strega buona del Nord mi ha detto che solo lui può farmi tornare a casa”.

“Eh”, rispose il citofono, “ma quella è una furbacchiona”.

Dorotea raccontò alla voce misteriosa tutte le sue peripezie. La sua vita felice di una volta, il tornado, l’atterraggio, il lungo peregrinare, la speranza.

Il citofono sbadigliò rumorosamente.

“Per favore”, concluse, “sono disposta a tutto”.

Il citofono drizzò le antenne.

“Anche ad affidarsi al Mago senza discussioni né tentennamenti? A riconoscere la sua suprema supervisione? Ad ammettere la sua implicita superiorità nei giudizi? Ad accettare le sue risoluzioni”.

“Sì”, disse Dorotea con la voce rotta dal pianto.

“E cosa hai fatto finora per meritarti tale onore?”

Dorotea non lo sapeva, quindi andò sulle generali.

“Sono stata mobile e flessibile, come c’è scritto sulle circolari che mi ha datto la strega buona del Nord. E poi…ho schiacciato la perfida strega dell’Est con la mia casa”.

“Ah! Splendida mossa: l’immobiliare è letale”.

“Grazie”

“E dimmi, avresti anche qualche idea per debellare la strega cattiva dell’Ovest?”

Dorotea che non sapeva che pesci prendere rispose decisa.

“Certo, ma non posso mica dirle a un citofono”

Il portone si aprì.

L’interno era magnificente. Pietra e acciaio scolpivano lo spazio e s’udiva appena un fruscio a disturbare l’austero silenzio che gravava sull’aere.

“Accomodati e dimmi”, disse la voce, che adesso spuntava da un altoparlate debitamente celato da una teoria di drappeggi.

“Che le devo dire, mi sembra che stavo meglio quando stavo peggio”.

“Non mi stupisce: ti sfugge il quadro d’insieme. E’ una deprecabile conseguenza della visione nazionaldemocratica. Un retaggio di cui ci stiamo occupando”.

“Chi se ne sta occupando?”

“Noi. Ossia io”.

“Ma allora è lei il Mago di Ez?”

“Questa è un’informazione classificata. E poi non ti riguarda. Hai mai incontrato questa scapestrata?”

Su uno schermo gigante apparve l’immagine di una signora dall’aria plastificata, né giovane né vecchia, ben nutrita e sorridente, abbigliata con un vestito dalle cui tasche spuntavano fasci di bancone verdine.

“Ma che bella signora”, esclamò Dorotea.

“Eccerto – gracchiò l’altoparlante – è così che vi frega. Appare di bell’aspetto e generosa e poi, appena ti distrai…zac: ti accoltella. E’ una mantide irreligiosa”.

“Ma chi è, insomma?”

“E’ la perfida strega dell’Ovest, la mia più acerrima amica. Una sobillatrice. Per colpa della sua prodigalità accusano noi di essere sparagnini. Ma la vedrà…o se la vedrà”.

“Che cosa?”

“Adesso lo vengo a dire a te. Ne parlerò col board. Tu piuttosto cosa faresti per liberarti di lei?”

“Davvero le interessa la mia opinione?”

“No, ma visto che sei qui…”:

“Beh, al mio paese c’era uno che diceva a tutti di essere ricco per farsi trattare da ricco, così tutti lo invitavano e gli regalavano cose sperando di avere dei favori, e finiva che faceva davvero una vita da ricco”.

“Geniale”

“Cosa?”

“La teoria delle aspettative razionali. I classici non deludono mai. E quindi?”

“Un giorno arrivò uno che diceva di essere più ricco di lui. Girava con carriole piene di soldi. Finì che tutti cominciarono a fare favori a lui e l’altro si trovò in miseria. Uno spettacolo tristissimo”.

“Geniale”

“Cosa?”

“La teoria dello spiazzamento competitivo: sono anni, ripeto, anni che lo dico. Aspetta lì, preparo una memoria per il board”.

L’altoparlante si tacque. Dorotea rimase seduta un bel po’, finché non si stufò e iniziò a guardarsi intorno. Lo schermo ora trasmetteva un ghirigoro di grafici e numeri che assomigliavano al salvaschermo del computer del suo nipotino.

Finché a un certo punto non scovò una porticina.

La aprì tremolando, timorosa com’era di finire nei guai, e scoprì che conduceva a una ripida scala che saliva su su per la torre. Il pensiero di casa le premeva sul petto. Era stanca della meravigliosa terra di Ez. Decise di tentare il tutto per tutto.

A milleunesimo gradino, ormai con le palpitazioni, Dorotea si trovò in cima. Aprì un’altra porta e si trovò sul terrazzo del torrione.

Da lassù tutto sembrava straordinariamente ordinato. Teorie di campi coltivati e industrie fumiganti conferivano al paesaggio un’aria rilassante e produttiva insieme. Le persone, piccolissime, sembravano operose formichine. Il cielo era glauco e denso di promesse di un futuro sempre migliore.

Da lassù non si vedeva il tormento che Dorotea aveva scorto sui visi contratti dei tanti abitanti di Ez viaggiando per le lande di quella terra sterminata.

Da lassù non si capiva un bel niente di quello che stava succedendo al piano terra.

La nostalgia si fece struggente e divenne scoramento. Dorotea perse la speranza di tornare da dov’era venuta. Il futuro le apparve come una promessa di ostilità. Ma in fondo era vecchia, poteva pure decidere di ingannarlo.

Salì sul punto più alto, pronta a lasciarsi cadere. Quando una voce la bloccò:

“Mamma”, disse la voce.

Dorotea si girò e vide quello che i suoi occhi si erano disabituati a vedere:

“Mario – urlò – figlio mio”.

Era Mario, infatti, il figlio perduto, scomparso dopo una gita in mongolfiera.

Madre e figlio si abbracciarono felici. Lui le raccontò del suo arrivo fortunoso nella Terra di Ez, guidato dai venti della bufera che l’aveva sorpreso quel giorno disgraziato mentre era di perlustrazione e dell’espediente grazie al quale era divenuto il Mago di Ez. Tutti credevano che fosse sovrumano, ma invece era un figlio di mamma come gli altri.

“Torniamo a casa, figlio mio. Ti preparo la parmigiana che ti piace tanto”.

“Non posso – rispose lui virile – Ho una missione storica: devo cambiare il mondo. Ma se tu vuoi tornare, ti presto la mia mongolfiera. Basta seguire l’interstatale”.

“Dai, ti faccio pure le scaloppine e i saltinbocca”.

Il Mago di Ez guardà la madre commosso. Quanto le era mancata.

“Vabbè. Faccio un volo nel week end”.

E tutti vissero felici e contenti.

Il meraviglioso mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz, 1900), cui questa fabula molto modestamente si ispira, è un celebre romanzo per ragazzi di L. Frank Baum, illustrato da W.W. Denslow. Mi è sembrato divertente riproporlo in forma di parodia, essendo esso stesso una parodia, ossia la rappresentazione sotto forma di caricatura di un momento storico dell’economia americana che somiglia in qualche modo a quello che sta vivendo l’eurozona.

Tra il 1880 ed il 1896, infatti, il paese subì una repentina deflazione, che causò un crollo dei prezzi superiore al 20%. Poiché la maggior parte dei contadini dell’ovest erano indebitati con le banche dell’est, quando i prezzi diminuirono, il valore reale dei debiti aumentò e le banche si arricchirono considerevolmente a loro spese. Alcuni politici dissero che la soluzione di quel problema fosse tornare alla libera coniazione dell’argento, visto che a quel tempo l’America aderiva al Gold standard, al fine di aumentare l’offerta di moneta e far aumentare l’inflazione per riequilibrare il livello dei prezzi. Abbiamo già visto altrove come è andata a finire. Tuttavia, pur con dovute differenze, tale dibattito somiglia a quello a cui stiamo assistendo oggi fra i sostenitori dell’euro, che per effetti e caratteristiche ricorda molto il gold standard, e quelli che auspicano il ritorno alle valute nazionali. Semplificando, e me ne scuso, si potrebbe dire che tanto sono deflazionari i primi, quanto inflazionari i secondi.

Tale somiglianza fra oro e euro è anche nel nome della fabula. Oz, infatti, secondo l’interpretazione proposta dallo storico dell’economia Hugh Rockoff nell’edizione dell’agosto 1990 del Journal of Political Economy è la contrazione di Once of Gold , ossia l’oncia d’oro a base del sistema gold standard. Ez è invece, come sappiamo tutti, l’eurozona.

Tale circostanza mi ha convinto ancora una volta di più che la storia si ripete sempre.

Ma in forma di parodia.

L’alchimista che trasformò la carta in oro


C’era una volta un alchimista che, come tutti gli alchimisti, cercava la pietra filosofale, il magico ingrediente capace di trasformare il metallo vile in oro.

Scrutando il miraggio della trasmutazione, il nostro alchimista vagava senza costrutto fra nigredo, albedo e rubedo senza però mai giungere al compimento della Grande Opera. Il metallo rimaneva vile, e l’oro non compariva. Il sogno della perfetta purezza rimaneva confinato negli astrusi libroni che nascondeva nei recessi del suo studio, che esibiva agli occhi del pubblico trattati di matematica, astronomia, fisica, filosofia e teologia, nei quali eccelleva, primo fra i dotti.

Per nulla pago della vasta erudizione, il nostro alchimista languiva di desiderio e invecchiava con mestizia. Sul grande medagliere dei suoi successi incombeva minacciosa la nube grigia del fallimento.

Finché un giorno la nomea del grande erudito giunse alle orecchie di un re. Costui ormai da anni accumulava montagne di Note di Banco, che ormai si chiamavano Banconote, che gli dicevano valessero più del tesoro della Corona.

Il vecchio Re faticava a comprendere come potesse, quella montagna di carta, esser tanto preziosa come gli spiegava il suo banchiere di corte. Nè tantomeno capiva come potesse, quella ricchezza di carta, crescere al crescere dei debiti che lui stipulava con la Banca.

“I vostri debiti Maestà – diceva l’oscuro banchiere – sono la ricchezza del Paese”.

E il Re, patriotticamente, ne faceva altri.

Un giorno però, stanco di arrovellarsi nell’indeterminatezza, il sovrano stabilì di chiamare cotesto erudito per rivolgergli la domanda che gli pesava sul cuore.

L’alchimista partì dalla campagna, dove dimorava, e arrivò nella grande capitale. Sorprese e meraviglie lo aspettavano.

Fu condotto a corte da un manipolo di soldati che lo portarono alla presenza del sovrano. Con gli occhi bassi, timoroso persino di alzare il capo, il grande erudito aspettò che si compisse il suo destino.

Il Re lo scrutava curioso. Davvero quel piccolo uomo poteva spuntare il rovello che lo tormentava?

Decise di metterlo alla prova. Prese un fascio di banconote e lo lanciò ai piedi dell’alchimista.

“Ditemi signore – disse il Sovrano – cosa valgono questi fogli di carta?”

L’alchimista osservò le banconote e le contò.

“Nulla vostra maestà: è solo vile carta scarabocchiata”.

Il Re sentì il rovello che lo arrovellava arrovellarsi ancor più forte.

” Perché mai allora – chiese – tutti ne vogliono?”

L’alchimista rispose prontamente:

“Per ciò che promettono, vostra Maestà”.

Era precisamente questo il punto. Il sovrano sorrise soddisfatto.

“E com’è possibile – chiese il re esternando alfine il suo tormento – che una promessa valga più dell’oro?”

L’alchimista fu folgorato dalla rivelazione. Il miraggio della Grande Opera finalmente si realizzava.

Non servivano studi né procedimenti, né zolfo né mercurio, né distillazione né sublimazione. Ciò che serviva era solo una parola magica: credibilità.

Il segreto dell’alchimia finalmente si svelava. Non era il vile metallo che bisognava trasformare in oro, ma la carta.

“Perché una promessa regale è oro”, concluse, inchinandosi fino al pavimento.

Il Re lo fissò stupito. Possibile fosse così semplice? Che bastasse scrivere su un foglio che quel foglio era oro perché ciò accadesse?

“Alzatevi”, disse all’alchimista. “Ho deciso di giovarmi dei vostri servigi”.

L’alchimista vide il sole di una gloria imperitura sorgere davanti a sé.

Chinò il capo supplice e acconsentì.

E tutti vissero felici e contenti.

Nel 1696 Isaac Newton, matematico, astronomo, fisico, filosofo, teologo e alchimista, si trasferì a Londra per prendere il posto di guardiano della Zecca Reale, dove elaborò un nuovo programma di coniazione delle monete. Nel 1699 divenne direttore della Zecca e, da questa posizione, elaborò una rivoluzionaria riforma monetaria che mise le basi di quello che, nel 1821, diventerà il Gold Standard inglese e più tardi il sistema monetario internazionale. Nel 1717, infatti, Newton fissò la parità fra sterlina e oro, ossia il cambio fisso fra una sterlina e la relativa quantità di oro. Tale cambio rimarrà inalterato fino alla fine del Gold standard, dopo la prima guerra mondiale. A una sterlina ( e più tardi anche e soprattutto di carta) sarebbero corrisposti 113,0016 grani di oro fino. In quel preciso momento la moneta divenne insieme unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore. Fu l’atto di nascita della liquidità monetaria. Moneta e credito divennero sostanziali sinonimi, fondendosi grazie a un’alchimia straordinaria quanto inedita. La Banca d’Inghilterra e tutte le altre banche erano tenuta a convertire a richiesta le loro passività monetarie (banconote, depositi) in oro. Ma nessuno lo richiese mai.

La carta è più pratica.

La leggenda del Re Debitore


C’era una volta, in un paese lontano, un Re che doveva muover guerra a nemici ricchi e potenti che insidiavano il suo dominio sui mari del mondo.

Il Re chiamò il suo ministro e gli chiese se fra gli anfratti del castello fosse rimasto qualcosa del tesoro di guerra che sempre i regnanti stipavano per far fronte a improvvisi torbidi internazionali. Ma il ministro nicchiò: “Le casse sono vuote, vostra Maestà, tutto è stato speso per altre importanti campagne”.

Il Re si turbò non poco. Vide la sua grandezza futura sfumare d’improvviso per una misera questione di denaro.

Il vile metallo.

Le migliori menti del regno si misero all’opera. Studiarono metodi e sistemi, matematiche e filosofie. Finché un giorno qualcuno gridò eureka: “Maestà, disse una voce, ho la soluzione”.

“E sarebbe?” chiese il Re.

“Vostra Maestà deve chiedere un prestito. Deve indebitarsi”.

Il Re s’infuriò: “E qual è la novità, i Re si sono sempre indebitati. E poi noi neanche possiamo: dobbiamo chiedere l’autorizzazione al Parlamento e figuriamoci se..”.

“Vero”, rispose la voce, “ma stavolta…”

Stavolta il prestito non l’avrebbe chiesto il Re, ma una banca. Una banca nuova nuova, fresca di costituzione. La Banca avrebbe raccolto il capitale, addirittura 1.200.000 monete dai privati cittadini. Una volta sottoscritto e raccolto il capitale, la Banca lo avrebbe prestato a Sua Maestà all’8% di interesse. Sarebbe stata non una banca pubblica, ma una banca d’interesse pubblico, “Una finezza, Vostra Maestà”.

Il sovrano non comprese: non era versato nella materia dei mercanti di capitali, ma ad essi si affidò anima e cuore. L’urgenza della guerra giustificava il sodalizio. Anche perché, si disse, era un matrimonio a tempo: appena dodici anni, trascorsi i quali il debito sarebbe stato ripagato dal Sovrano alla Banca, che avrebbe restituito ai sottoscrittori quanto da loro versato e l’operazione si sarebbe conclusa.

I privati cittadini aderirono con entusiasmo. Il guadagno era certo e pure succulento, e la garanzia sicura. Anzi sicurissima: addirittura una Banca sposata col Sovrano.

Poi però una sera, ritornando a casa, uno cittadino, che aveva appena versato la sua quota di 10.000 monete, si accorse di avere la scarsella desolantemente vuota. Avrebbe dovuto pagare i suoi manovali, comprare le scorte per il suo commercio, riempire la sua dispensa. Si accorse, poveretto, che non aveva più abbastanza denaro per fare ciò che doveva, una volto prestato il valsente alla Banca.

Che fare?

Tale dilemma afflisse molti, anche perché allora, a differenza dei giorni nostri, le monete erano scarse e limitate.

I cittadini allora tornarono alla Banca e dissero: “Cara Banca, ti abbiamo presto i nostri soldi e buon pro’ ti facciano, ma adesso noi come facciamo a far girare i nostri commerci? Ci vengono a mancare ben 1.200.000 monete, senza le quali assai meno di prima potremo prosperare”.

La Banca li rassicurò. “Invece del vostro denaro, che rivedrete alla fine del prestito, io vi fornirò delle Note di Banca che testimoniano del debito che io Banca ho verso di voi. Tali biglietti potrete utilizzare per i vostri commerci, forti della garanzia della Banca sposata col Sovrano. E state pur certi che, una volta chiuso il prestito e le monete restituite, tali biglietti potranno essere distrutti”.

La Nota di Banca era un bel documento scritto con grafia araldica. C’era scritto che la Banca garantiva il pagamento della somma iscritta sopra e la firma del capo della Banca, persona degnissima e illustrissima di cui nessuno avrebbe mai dubitato. Quel debito, della Nota di Banca, sarebbe sicuramente stato ripagato.

Il tempo trascorse, ma solo pochi si accorsero che intanto era accaduto un miracolo. Il debito del Sovrano era diventato strumento di pagamento a disposizione del popolo.

Il debito pubblico una ricchezza privata.

Sorsero mercanti e cambiavalute che commerciavano le Note di Banco, che ormai tutti chiamavano Banconote. Nacquero i mercati di capitale. Le Borse.

Più felice di tutti era la Banca sposa del Sovrano, che emetteva Banconote, ossia suoi debiti, senza neanche dover pagare interessi su tali debiti che circolavano freneticamente, ma anzi guadagnando ogni volta che qualcuno gliene chiedeva, magari per fruire di un’anticipazione.

La Banca era divenuta una cornucopia. La personificazione giuridica di Re Mida. L’unico limite era il cielo.

Trascorsero i dodici anni previsti. Il Sovrano distratto da altre guerre che andava a combattere, e dalle promesse di un impero che andava a costituirsi, si dimenticò della scandenza del prestito, come accade a tutti i Sovrani che dimenticano i debiti, e la Banca non glielo ricordò, per una questione di riguardo. Neanche glielo ricordarono i sottoscrittori, che si erano visti restituire, oltre agli interessi, quote sembre crescenti di banconote, visto che la Banca non smetteva di produrne, che li avevano arricchiti oltremodo, visto che bastava passare in Banca, lasciare un credito, anche incerto, per avere in cambio fruscianti banconote al prezzo di un piccolo sconto.

Trascorsero i dodici anni, e nessuno fiatò. Che motivo c’era? Il Sovrano finalmente avrebbe potuto finanziare tutte le sue guerre senza bisogno di avere un tesoro. La Banca continuava a guadagnare scrivendo Banconote. I cittadini non vedevano più limiti alla crescita impetuosa di una risorsa che era sempre stata scarsa: la liquidità.

Da allora non sarebbe più mancata. Avrebbe garantito ricchezza e benessere a tutti, solo che si fosse lasciato sviluppare senza lacci e lacciuoli il meraviglioso mondo della finanza. E a patto che a nessuno,mai e poi mai, fosse venuto in mente di saldare i debiti. La congiura del silenziò segno il futuro di questo paese lontano.

E tutti vissero felici e contenti.

Come ogni leggenda, quella del Re Debitore nasce da una storia vera. La nostra risale al 1694, quando nel Regno Unito fu fondata la Banca d’Inghilterra, la prima Banca centrale del mondo. Raccolse 1.200.000 steriline in oro, all’8% per dodici anni che prestò al Sovrano che doveva muovere guerra alla Spagna e stampò una somma equivalente di banconote per il mercato interno.

Il resto lo sapete già 

Il governo delle larghe spese


Oggi sul Foglio leggo questa domanda del direttore: “Su che cosa è possibile che forze diverse si intendano al di là del disprezzo antropologico, delle differenze etiche reali, degli stili stellarmente separati di vita e di prassi pubblica e privata?”.

Il tema è interessante e merita uno svolgimento che ha a che fare con questo blog.

Intesa rima con spesa, e sarà pure un caso. Ma abbiamo già visto all’opera nell’ultimo quarantennio le parallele di “forze diverse, dalle differenze etiche reali” convergere lungo l’infinito (quindi impagabile) di un debito pubblico che ha avuto l’enorme vantaggio di scaricare sulle generazioni future le tensioni di quelle presenti. Prima perché c’era il terrore delle armi per le strade e la prospettiva dei cosacchi a San Pietro. Ora perché sulle stesse strade c’è il terrore della crisi e la prospettiva del tumulto dei diseredati. Ieri perché c’era la maggioranza pentapartita che faceva blocco contro i comunisti. Oggi perché c’è la maggioranza tripartita che fa blocco contro i movimentisti. Prima perché c’era la cortina di ferro della guerra fredda. Ora perché c’è la cortina di ferro dei debiti.

I nuovi blocchi oggi si dividono sulla geopolitica finanziaria, com’è logico che sia nell’epoca in cui praticamente nulla esiste fuori di essa.

Intesa rima con spesa, e sarà pure un caso. Ma cos’altro potrebbe unire la nuova maggioranza di blocco se non la considerazione che il popolo è stufo di stringere la cinghia e minaccia di votare altrove?

La promessa del premier di non fare nuovi debiti si tiene perfettamente con quella che rassicura i nostri partner sulla scelta europeista che rima con eurista, e sarà un caso pure questo.

Ma ci sono mille modi per fare debiti senza farne, se per debito si intende debito pubblico tracciabile dai potenti radar di Bruxelles. E la promessa di tale indebitamento a venire, che è esistenziale prima ancora che contabile, s’intravede già nel discorso programmatico e in quelli pubblici del Presidente del consiglio, dove la promessa di intervenire su questo e su quello, cammina a braccetto con l’assicurazione di “avere a cuore”, quindi nella regione dei sentimenti prima che della ragione, gli esodati, l’Imu, l’Iva, la Cassa integrazione, il lavoro dei giovani e vedremo poi cos’altro.

Il debito si crea sulle attese, prima ancora che sulle spese. Nasce dall’idea stessa che tocchi alla politica sfornare provvidenze. Dal sentimento popolare che la politica sia la Provvidenza alla quale rivolgersi per avere una qualche forma di benedizione. Perciò, come accadeva una volta, i politici di oggi dicono le cose giuste per fare quelle sbagliate. Mentre sarebbe preferibile il contrario.

Cosa avevano in comune Andreotti e Craxi? Nulla. Salvo il fatto che distribuivano denari agli elettori. C’era sempre un motivo “là fuori” che giustificava il deficit, ma poi alla fine era il modo più facile per vivere tutti felici e contenti.

Cos’hanno in comune oggi quelli del Tripartito? Nulla. Salvo il fatto che hanno capito, e dovranno farlo digerire anche all’Unione europea, che devono tornare a distribuire denari.

Oggi il vincolo esterno di Bruxelles, per vent’anni benedetto come il maglio distruttore di tale pratica consociativa, ha prodotto l’effetto contrario sull’esausta classe politica italiana. Divisi per vent’anni, e dovendo pure pagare un conto salato per sedurre e blandire una parte o l’altra dell’elettorato, i due poli della seconda repubblica si uniscono per evitare il patatrac.

Le semplificazioni del dopo guerra fredda hanno ridotto il Pentapartito al Tripartito che s’avvia a diventare partito unico: quello dell’euro, con tutto ciò che significa, innanzitutto per i nostri creditori esteri.

Alle spalle di questo ircocervo politico rumoreggia un’orda che cova risentimento e suggestioni da primo dopoguerra. Che vuole fare e i conti, e soprattutto regolarli.

Serve un governo di larghe intese.

Serve un governo di larghe spese.

25 aprile 2013, aspettando la liberazione


Aldilà di come si giudichi il 25 aprile, dovremmo essere tutti contenti di contemplare nel nostro calendario civile una festività dedicata alla liberazione.

Credo che l’Italia sia l’unico Paese al mondo a festeggiare una cosa del genere. La liberazione: la fine di un’oppressione.

Strapparsi di dosso la camicia di forza della storia.

Tornare a credere che il futuro ce lo facciamo da soli.

Tornare ad essere protagonisti.

Detto ciò, per uno scherzo curioso del caso, nella nostra storia di date in aprile ce ne sono almeno due che ci dobbiamo ricordare.

La prima è il 21 aprile del 1943, quando alcuni uomini politici si presentarono al Re chiedendo la cacciata di Benito Mussolini. Iniziò, insomma, quel percorso che condusse alle dimissioni del 25 luglio ’43 che misero fine al ventennio fascita. Questa prima liberazione portò con sé un’occupazione, quella nazista, che spaccò in due l’Italia e diede il via a una sostanziale guerra civile. Si dovettero affrontare molti sacrifici per conquistare la libertà, ma il popolo era convinto di essere dalla parte giusta della storia. E la storia è cambiata.

La seconda è il 25 aprile, che festeggiamo oggi, quello del 1945, quando le truppe alleate finiscono di liberare, occupandole, le città italiane dalle truppe naziste. Lo stesso giorno la Germania venne letteralmente spaccata in due, dopo il congiungimento delle truppe americane e sovietiche sull’Elba. A un’altra liberazione seguì un’altra occupazione, stavolta della Germania. Anche qui si sacrificò molto all’idea di essere dalla parte giusta della storia e per tornare ad essere liberi. E anche stavolta, la storia è cambiata.

Forti di tali precedenti, l’unico augurio che possiamo regalarci in questa giornata di festa, è che arrivi presto un altro 25 aprile che cambierà la storia. Abbiamo un disperato bisogno di liberarci dall’oppressione. Un peso che non sappiamo neanche identificare, sebbene non manchino i nomi per definirlo.

L’ultimo nome che ha assunto questa oppressione è quello di Crisi Economica, declinazione del nostro stato ormai conclamato di debitori irredimibili. Il peso dei nostri debiti ci schiaccia, priva gli stati e gli individui della prospettiva di un futuro che non sia segnato dalla mancanza di libertà. Perché questo provocano i debiti, specie quando sembrano eterni.

Il caso vuole che questo 25 aprile coincida con gli albori di un nuovo governo. Potrebbe essere l’inizio di una liberazione (pure al costo di un’occupazione) oppure il semplice proseguimento dell’oppressione.

Ce lo dirà il tempo.

Oggi mi contenterei di sapere, visto i sacrifici che comunque dovremo affrontare, se stiamo o no dalla parte giusta della storia.

Buon 25 aprile

PS in occasione di questa festa ho deciso di inaugurare una nuova sezione, che si chiama Fabulae, dove non vi tedierò con numeri e grafici. Sarà un luogo di narrazione, in tutti i sensi. Un modo per continuare, seppure con linguaggi diversi, il discorso sul debito che ha originato questo blog.

Grazie a tutti per l’attenzione.