Te-Dio


                                              Parte I, Anamnesi/2

L’Uomo si innalza, perciò, celebrandosi.

I corifei si moltiplicano grazie all’invenzione della stampa, le dispute sul suo destino infiammano l’Europa, l’arrivo della Riforma che pone il singolo uomo di fronte a Dio senza la mediazione della Chiesa fa trionfare l’umanesimo ed esplodere il conflitto.

Guadagnare il diritto di affermare il Sé costa roghi e massacri che devastano l’Europa per secoli.

A nulla vale la reazione rabbiosa della Chiesa di Roma, che stilla anatemi e scomuniche. L’amore di Sé sboccia come un fiore primaverile sotto la neve, e non c’è coltre che possa contenerlo. Le voci dei filosofi, anzi, gli donano l’arma potente che gli consentirà di salire sul piedistallo della storia: la scienza.

Cartesio, ancora una volta, che dal Cogito deduce tutto il sistema della sua matematica e della sua mirabilis scientia. Coevo di Galilei, peraltro, che rivoluziona l’universo sulla scia di un monaco medievale fortemente ellenizzato: Ruggero Bacone.

La scienza, che non è più la stanca rimasticazione della sapienza biblica filtrata dall’aristotelismo, ma che diventa un metodo.

Diventa Il Metodo.

Torna alla sua più autentica radice greca potenziandola oltremisura col razionalismo matematico e l’empirismo, che spalancano le porte al dominio della Tecnica.

La scienza diventa il linguaggio dei veri sapienti. Gli scienziati sono i nuovi sacerdoti di una nuova Chiesa. La loro forza è un essoterismo di facciata che sfida sul banco della Ragione il vecchio esoterismo religioso.

Per comprendere la scienza non bisogna essere toccati da Dio, non serve la Grazia: basta la ragione.

La matematica è il linguaggio della natura, scrive Galileo, e poiché ognuno può comprendere la matematica, l’Uomo può dominare il mondo.

La natura democratica della scienza è la chiave di volta del suo straordinario successo. Ognuno può verificare le sue preposizioni. Ognuno, in omaggio alla ragione, può falsificarne le tesi. Il mondo della scienza è democratico e incoraggia il libero pensiero. Contiene già in sé il germe delle società che verranno.

La prosopopea dell’Io trionfa nel secolo dei lumi, l’età della ragione secondo la vulgata. Con la testa d’ariete della scienza scuote le vecchie strutture sociali e le trasforma, cambia il modo di produzione e l’organizzazione politica.

Finalmente scrive la Legge.

Nel 1789, ventitré anni dopo la Dichiarazione d’indipendenza americana, la Francia rivoluzionaria promulga la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, con la quale arriva al culmine l’epopea giuridica iniziata esattamente un secolo prima in Gran Bretagna con il Bill of right.

Serviranno ancora altre guerre per arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, partorita sulle macerie del più grande massacro mondiale della storia.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”, così recita il primo articolo.

Il trionfo dell’Io, che facilmente diventa sinonimo della persona, viene promulgato sulle tavole di una legge scritta dall’Uomo per l’uomo. Il perfetto succedaneo della tavola delle leggi che Dio ha imposto sulle spalle di Mosé.

Il comandamento divino viene soppiantato da quello umano.

Il Dovere religioso cede il passo al diritto dell’Uomo, i cui doveri, di conseguenza, vengono svalutati e trasformati in pandette buone per le aule dei tribunali o affidati alle elucubrazioni incerte dell’etica, che presto si relativizza.

E così arriviamo ai giorni nostri.

Tale trionfo, tuttavia, cela una voragine, un pozzo pieno d’oscurità.

Il Te-Dio sussume il Tedio.

L’Io frange la luce, come il corpo fisico, e crea ombre mostruose che si introflettono.

Alla potenza creatrice dell’Io corrisponde, uguale e contraria, una tremenda furia di distruzione che si indirizza innanzitutto al proprio interno.

Così risorge il tedio.

Ancora una volta, tutto è scritto sui libri. Petrarca, ricalcando Lucrezio, confessa nel Secretum che “in questa tristezza tutto è aspro e misero e orribile e la via della disperazione è sempre aperta […] questo flagello mi ghermisce a volte così tenacemente da tormentarmi nella sua stretta per giorni e notti intere, e allora per me non è più tempo di luce e di vita, ma oscurità e inferno e strazio mortale”.

Petrarca è il primo poeta medievale che sente il bisogno di parlare di sé, uno dei primi a sperimentare quella pulsione autoriflessa che Dante, nel suo Inferno, confina nel girone dedicato alla sodomia, metafora squisitamente medievale del peccato mortale che commette colui che non desidera l’altro da sé.

Il narcisismo letterario che Dante imputa a Brunetto Latini che “vive tutto nel suo Tesoro”, ossia di se stesso.

Siamo già nell’agonia del Medioevo, in pieno preumanesimo.

Dopo secoli di opere anonime, perché ogni cosa proveniva da Dio, l’Io-autore torna a campeggiare sulle copertine dei libri, finendo inevitabilmente col raccontarsi. Ciò in qualche modo diventa testimonianza di uno strazio, come se ci fosse un legame indissolubile fra l’esibizione di sé e la sofferenza, il narcisismo e il tedio.

Il modello inaugurato da Petrarca diverrà la regola nei secoli a venire. Le biblioteche del mondo si popolano con i mal di pancia dei romanzieri e i mal di testa dei filosofi, che prendono molto sul serio la questione dell’Io. Lo sviscerano, lo sezionano con le lenti affilate della logica, lo categorizzano, costretti peraltro a svolgere questa fatica erculea con il fardello di Dio ancora sulle spalle. Col “Timore e tremore” di Kierkegaard e il “Dio dei filosofi” di Pascal.

Solo alla fine del XIX° secolo Nietzsche statuirà la morte di Dio, togliendo ogni residuo di pudore alla filosofia.

L’Io svetta ormai verso l’empireo dell’Oltre-uomo.

Ma tale ossessione restituisce, come in uno specchio rovesciato, la sostanza del male oscuro.

Il male di vivere – l’angoscia – conquista spazi sempre più imponenti nei trattati dei filosofi e dei poeti. Si cercano rimedi, si suggeriscono soluzioni, si analizzano le cause e le conseguenze.

Nel Seicento il filosofo e matematico Pascal individua la sorgente del Tedio nell’infelicità costitutiva dell’uomo, ossia dell’Io, e nell’incertezza circa la vita e la morte, e individua nel divertissement – il divertimento nella sua acceziona latina di de-vertere, spostare l’attenzione – la soluzione.

Quasi un nostro contemporaneo, Pascal, pure sei noi oggi abbiamo smarrito la sua tensione morale e spirituale. “Siamo su questa Terra per divertirci”, dice la protagonista di un vecchio film americano, a significare come la filosofia, nel tempo si volgarizzi e diventi pensiero collettivo. Luogo comune.

Alla fine del settecento la sbornia intellettualistica culmina in Kant che dice la parola conclusiva sull’Io riconoscendo i limiti costitutivi della ragione pura. Al di là delle categorie l’Io non è capace neanche di conoscere se stesso, figuriamoci il resto. Da ciò ne deriva una scelta etica. La gnoseologia abdica all’imperativo morale. La lunga parabola del filosofo prussiano si conclude con un precetto secondo il quale il compito degli uomini di buona volontà è “che venga il regno di Dio e sia fatta la sua volontà sulla terra”.

Ciò basta a Kant per trovare sollievo all’oscurità nel quale lo ha condotto il sezionamento della ragione. Il pensiero di Dio torna a curare le ferite inferte allo spirito dall’Io. Ma è un pensiero, appunto, una scelta della ragione. La versione illuminista del tomismo.

Non c’è da stupirsi che da Kant scaturiscano i vari idealismi, soggettivi e oggettivi, travestimenti di quell’astuzia della ragione che più tardi verrà celebrata da Hegel. L’arroganza del filosofo condanna l’Uomo a un ideale (è il caso di dirlo) girotondo in cui l’arrivo coincide con la partenza. E l’angoscia rimane, anzi: si amplifica.

Ecco arrivare Schopenauer, poi la reazione-riduzione economicista di Marx, che imputa l’angoscia dall’uomo al capitalismo, riecco Kierkegaard.

Nello stadio religioso, scrive, l’Io trova il suo rimedio alla disperazione, che risuona come un tamburo di guerra durante lo stadio estetico, dominato dalla ricerca del piacere, e si attenua appena quando entra nello stadio etico, che presto svela il suo inganno conformistico.

La religione, quindi, come rimedio omeopatico fortemente diluito. Questo è il massimo della concessione che l’Io riserva ai suoi adoratori.

Una religione affievolita però. Il “Dio dei filosofi”, ancora una volta, stampella ontologica dell’Io e cura non convenzionale per i loro attorcigliamenti fino a che la scienza non troverà la cura adatta.

Una bella pillola, magari.

Ma neanche questa religione intellettuale basterà a Kierkegaard per avere una vita libera dall’angoscia. Soffrirà per l’incomprensione e il dileggio dei suoi ideali parareligiosi.

Sarà davvero facile per Nietzsche elevare tale dileggio a regola filosofica. Dio è morto, urla Zarathustra.

Ma neanche Io mi sento tanto bene, glossa un comico dei giorni nostri.

Come dargli torto? L’Io non si sente tanto bene negli ultimi cent’anni. S’offre e soffre in ragione direttamente proporzionale. Tanto è grave la questione che si conia un filone del pensiero: l’esistenzialismo. Se a Seneca bastava una paginetta per raccontare il tedium, nell’epoca del Te-Dio servono volumi monumentali. Centinaia di migliaia di pagine. Addirittura. Per arrivare a cosa poi?

Per dire che la vita autentica è un essere nel mondo, che è essere con gli altri (il Mit-sein di Heidegger); è cura delle cose e cura degli altri.

Amatevi l’un l’altro, insomma, se volete evitare la Nausea resa celebre da Sartre (o che ha reso celebre lui).

Ama il prossimo tuo come te stesso: la regola aurea di tutte le religioni.

Ma se è così, se tutto ci riporta alle origini, a cosa sono serviti secoli di storia e di filosofia?

A scrivere di Dio per affermare dIo.

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