Idola tribus


Parte III Diagnosi/4

Tanto Dio è celato quanto dIo è manifesto. Tanto Dio è silenzioso, quanto dIo è logorroico.

Il dIo è la nemesi di Dio.

Il volto del Demiurgo lo vediamo ogni giorno davanti allo specchio. E’ il nostro. La nostra immagine è la maschera delle sue ossessioni, dei suoi sogni e delle sue miserie. Lo stupore innamorato col quale ci contempliamo, il più alto tributo alla sua divinità.

La sua voce si articola nel rumore di fondo delle informazioni che vengono dispensate, assimilate e rigettate continuamente.

Tale processo digestivo si estrinseca nel circuito della comunicazione, che ormai permea ogni cosa. La vox dei diventa vox populi. Ripetiamo ciò che viene ripetuto e così facendo lo rendiamo reale. La cronaca che diventa storia.

Il volto e la voce, perciò, sono gli strumenti tramite i quali dIo afferma la sua immanenza. Gli apostoli diffondono il suo evangelo che contiene un solo comandamento: Io sono il signore dIo tuo.

Tale comandamento diventa la regola del mondo. Ognuno venera il volto e la voce. A cominciare dai propri. Il culto dell’io prepara il regno di dIo per il tramite dei suoi idoli.

Tale apprendistato al narcisismo ormai non risparmia più nessuno. Ci scrutiamo allo specchio ossessionati, preparandoci ogni giorno all’esame degli altri. E mentre ci contempliamo, ci chiediamo se siamo abbastanza (ricchi, potenti, sapienti), poiché chi non è abbastanza, semplicemente non è. Il grigiore dell’anonimato, l’indistinto, divora la sua anima e lo immerge anzitempo nel sarcofago della morte.

La lotta per la vita, di conseguenza, coincide con quella per l’affermazione della propria immagine. Essere conosciuti significa avere successo. La pubblicazione in effigie è sinonimo di immortalità. Chi viene immortalato diventa attraente, bello di una bellezza che trascende la semplice bellezza fisica, che come tutte le cose di natura si corrompe. La rappresentazione, al contrario, è virtualmente eterna. L’oggetto dell’immagine, perciò, diventa implicitamente soggetto di un godimento virtualmente eterno. Ciò spiega perché la società dell’immagine abbia sostituito quella delle persone, e, fra le altre cose, lo straordinario successo di strumenti come Facebook, “catalogo di volti” in cerca di affermazione.

Il culto dell’immagine, ennesimo cascame della nostra tradizione religiosa, porta con sé l’indiscutibile vantaggio economico di generare una pletora di utili idioti la cui massima ambizione è divenire idola tribus. Quindi prodotti commerciali. Etichette sotto forma umana. Sgambettare su un palco, al cinema, in Parlamento o in libreria: qualunque forma di celebrità viene subito trasformata dall’industria in un fenomeno di massa che genera profitti in ragione direttamente proporzionale alla quantità di beni che riesce a piazzare sul mercato. Il volto celebre diventa garanzia di qualità di un qualsiasi prodotto. Nulla di strano che un’attrice lanci una produzione di profumi o di cibi precotti. Nulla di strano che una popstar collezioni venti milioni di seguaci, che la lingua della tecnica ha trasformato in followers.

Il potere dell’idolo è direttamente proporzionale alla massa di fedeli che riesce a mobilitare, e quindi alla quantità di denaro che riesce a drenare da loro. Il dIo economico li crea, li vezzeggia, li vizia, li ubriaca di narcisismo fino a farli sgretolare. Ogni momento della loro epopea è un’occasione di profitto, persino la loro rovina. Tramite gli idoli vende alle masse osannanti il sogno di essere come loro al semplice costo di un biglietto, li de-verte a suon di transfert, e soddisfa con un processo di sublimazione il loro afflato religioso, indirizzandolo su ciò che è visibile (il volto amato) ma egualmente distinto e distante.

L’idolo deve concedersi marcando costantemente la propria differenza. Quale migliore metafora di un concerto da stadio? Si fa fatica, ogni volta che vediamo migliaia di persone urlare, sbracciarsi, piangere sotto un palco, a credere che là sopra ci sia soltanto una persona. Un tesoro incommesurabile di devozione indirizzato a un idolo in cambio di un po’ di divertimento.

L’apprendistato al narcisismo non si esaurisce nell’esibizione del volto. Una volta affermata l’immagine bisogna diffondere il Verbo.

A questo serve la rivoluzione digitale. Una volta ridotti in bit, amalgamati un un flusso indistinto di dati, il volto e la voce degli idoli possono essere trasmessi in ogni dove nel tempo di un click. Le parole degli idoli e la loro faccia diventano onnipresenti grazie alle tecniche di comunicazione. I dati vengono trasmessi nella rete dei media – Il Grande Orecchio Collettivo – che le filtra, le valida e le rilancia trasformandoli in prodotti di chiara natura edificante.

Ne deriva un’inevitabile frenesia all’esibizione di sé. Tutti hanno un volto e una voce. Tutti hanno il diritto di esibirli.

Ne scaturisce un terribile rumore di fondo. Tutti vogliono essere ri-conosciuti, ma nessuno vuole conoscere un altro. Tutti vogliono essere ascoltati, ma nessuno ascolta. Tutti scrivono, ma nessuno legge.

La rete raccoglie e accudisce questi piccoli io pigolanti che sognano di essere idolatrati, soddisfatti persino di aver esercitato il loro diritto all’espressione e convinti di aver saziato anche il loro appetito di relazione.

La rete li avvolge come un confortevole utero democratico, al quale restano perennemente connessi tramite un cordone ombelicale wireless.

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