Le merci che viaggiano lungo le reti dell’Eurasia


Studiare gli scambi fra due paesi serve a conoscerli. Sapere cosa acquisti dagli altri una popolazione è il modo più semplice per esplorarne i desideri e le necessità. Un modo discreto per scrutarne l’animo e la pancia utilizzando il mascheramento della contabilità. Sapere cosa commerciano due paesi serve anche a capire quanto siano necessari l’uno all’altro, e quindi implicitamente individuarne le debolezze. Aiuta a immaginare politiche che possano limitare o aumentare tale dipendenza e non a caso le statistiche sugli scambi appassionano i grandi strateghi, molti dei quali temono il commercio perché scopre le loro fragilità. D’altronde la storia si potrebbe raccontare come il costante oscillare di una popolazione fra la tentazione ingenua dell’autarchia, spacciata come libertà dall’altro, e la seduzione sottile della teoria del libero scambio, che trova proprio nell’altro lo strumento del proprio perfezionamento. Dall’economia curtense all’economia aperta. Dal protezionismo alla globalizzazione. L’epopea del pensiero economico è un discorso dello spirito sul modo in cui una popolazione gestisce i propri bisogni e quindi il rapporto con gli altri. Se in maniera antagonista – le varie primazie che affliggono la nostra attualità – o in maniera collaborativa.

Ciò detto, ha molto senso osservare cosa scambino fra loro i paesi che compongono l’Eurasia, ricordano da subito alcuni dati pubblicati da Eurostat.

Guardando insieme queste torte si ha la rappresentazione plastica del peso specifico del continente euroasiatico nel commercio internazionale. Ma questo non ci dice ancora abbastanza. Sapere che il 20% delle importazioni nell’Ue arrivano dalla Cina è notizia suggestiva ma ancora poco informativa. Bisogna andare oltre il dato macro e esplorare il micro. E soprattutto allargare lo sguardo anche all’Unione economica euroasiatica di Putin (EAEU) che a fine 2016 aveva totalizzato 130 milioni di tonnellate di scambi con la Cina e che al suo interno raccoglie molti paesi centroasiatici.

Il dato dei commerci fra EAEU e Cina, che di recente hanno anche siglato un accordo per favorire ulteriormente gli scambi, deriva in gran parte dall’incremento delle esportazioni dell’Unione euroasiatica, cresciuta del 75% negli ultimi anni fino alla cifra di 117 milioni di tonnellate. L’import dalla Cina è molto minore, circa 15 milioni. Ma ciò che bisogna osservare è che l’export è dominato dai beni energetici, si parla del 65%, con ciò individuandosi la prima linea di influenza della quale la Cina deve tenere conto e che la spinge a instaurare legami sempre più stretti con i paesi dell’ex Unione sovietica. La quota di beni energetici sul totale di questo interscambio è raddoppiata negli ultimi dieci anni, che hanno segnato l’esplosione della voracità energetica cinese.

Nel 2018 la Russia ha esportato 47,6 milioni di tonnellate di petrolio in Cina, il Kazakistan 3,2 milioni. Sempre la Russia le ha venduto 16 milioni di tonnellate di carbone. Un altro 15% dell’export dell’Unione euroasiatica verso la Cina è rappresentato dal legname venduto dalla Russia (20 milioni di tonnellate), mentre la quota di minerali e prodotti chimici è diminuita al 10,6% del totale dal 20 di pochi anni fa. Probabilmente ciò dipende dal calo di esportazioni di ferro dalla Russia e dal Kazakistan, generato dal crollo del prezzi. Interessante osservare che un altro 4.5% di export è fatto da fertilizzanti minerali che arrivano in Cina sempre dalla Russia e poi dalla Bielorussia. Nell’altro verso, ossia dalla Cina all’EAEU, troviamo per il 25-30% macchinari ed equipaggiamenti, per il 15% metalli e prodotti di metallo, per il 10% prodotti chimici, materiali di costruzione e prodotti dell’agricoltura. Un altro 6-8% sono minerali e prodotti chimici. In sostanza la Cina acquisisce per lo più beni primari e rivende in gran parte prodotti finiti o semilavorati.

L’analisi si dettaglia ancor di più se andiamo a vedere gli scambi fra la Cina e i singoli paesi che compongono l’Unione di Putin. La Russia primeggia, come si può immaginare, con flussi totali che pesano il 75% dell’import totale di commodity dei cinesi dalla regione. Al secondo posto c’è il Kazakistan, che ha visto decrescere il suo flusso di export verso Pechino dal 20-25% a meno del 10%. La Bielorussia pesa il 2%, il Kyrgyzistan circa il 5%, l’Armenia circa l’1%. Questi numeri di consentono di capire che quando parliamo di interscambio fra Cina e Unione parliamo in sostanza di Cina e Russia. La sostanza svela il travestimento della forma.

Un’altra informazione che aiuta a comprendere l’evoluzione della logistica è che la strutture dell’export di merci dalla Russia alla Cina è dominata dalle commodity. Si tratta in gran parte di merci che non posso essere spedite tramite container, si pensi al petrolio, che infatti pesano circa il 2-2,5%. Un dato comunque in crescita rispetto al passato che corrisponde al miglioramento della rete infrastrutturale fra le due aree. L’import della Russia dalla Cina, consiste in gran parte di equipaggiamenti, metalli, prodotti chimici e agricoli e fra il 2007 e il 2016 il flusso dei container destinati dalla Cina alla Russia è aumentata dal 45-50 al 55-60%, con un aumento del volume fisico degli scambi da 4,5 a 7 milioni di tonnellate.

Lo schema russo-cinese si replica anche nel caso del Kazakistan, che in gran parte esporta petrolio e gas verso la Cina, prodotti che valgono circa la metà del totale dei flussi, e materie prime minerali e chimiche che pesano un altro 25-40%, superando il 50% in alcuni anni. Un terzo gruppo, che pesa fra il 5 e il 10% sono prodotti di metallo, come rame e acciaio. Le importazioni dalla Cina, per converso sono basse, circa 2-3 tonnellate l’anno e consistono in gran parte di equipaggiamenti, prodotti di metallo e materiali chimici e per le costruzioni. Molto più vario, anche se quantitativamente poco significativo, è lo scambio fra Cina e Bielorussia. Quest’ultima esporta in Cina per lo più fertilizzanti, che pesano fra l’80 e il 90% dell’export, originando in cambio importazioni per circa mezza tonnellata l’anno per lo più di macchinari e equipaggiamenti (35%) e prodotti di metallo (15-20%). Gli scambi con l’Armenia sono ridotti al minimo, circa 100 mila tonnellate, con le esportazioni dall’Armenia dominata da materie prime, per lo più rame, in cambio di macchinari e materiali di costruzione. Anche il Kyrgyzstan ha un interscambio modesto con al Cina e si replica per grandi linee lo stesso schema: carburante (carbone) e tessuti e pelle rappresentano l’80% delle esportazioni verso la Cina e prodotti agricoli e materie prime, vestiti, scarpe e tessuti, macchinari e attrezzature e metalli e prodotti in metallo l’import.

Queste informazioni ci consentono già di trarre alcune conclusioni. La Cina dipende strategicamente dall’Unione di Putin assai più di quanto quest’ultima dipenda dalla Cina. Lo dimostra il volume dell’interscambio, fortemente sbilanciato dal lato dell’export verso la Cina e dominato dalle risorse energetiche. Dal canto loro i paesi dell’Unione hanno trovato nella Cina un ottimo acquirente delle loro commodity che in qualche modo ha stabilizzato le loro economie. Quindi esiste una chiara interdipendenza funzionale. Da un punto di vista strettamente quantitativo, invece, le esportazioni cinesi hanno un peso specifico assai più rilevanti per l’Ue, come abbiamo visto nei grafici sopra, che per l’Unione Euroasiatica. A sua volta l’Ue ha una notevole dipendenza energetica dall’Unione di Putin, che vende molto anche da noi, e dal Medio Oriente. Quindi le risorse energetiche di parte dell’Eurasia alimentano sostanzialmente l’interscambio di merci fra la Cina e l’Ue, dove peraltro si concentra gran parte della popolazione del continente.

La Cina per, per Unione putiniana, è innanzitutto una fornitrice di macchinari ed equipaggiamenti, quindi scambia materie prime per prodotti finiti. E questa asimmetria condiziona la logistica perché le merci che viaggiano verso la Cina difficilmente possono essere trasportate tramite container. Questo contribuisce a spiegare la predominanza del mare sulle altre vie di collegamento. Ma non ci dice tutto.

(2/segue)

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Puntata successiva Il motore degli scambi dell’Eurasia: il commercio fra Ue e Cina

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