Categoria: Annali

Cronicario: Si prepara l’Italia dello Zeroquattro


Proverbio del 12 novembre Un cuore felice fabbrica l’oro

Numero del giorno: 0,63 Tasso % Bot annuale venduto all’asta di oggi

Grandi cose si preparano sotto il cielo. Il poderoso Governo del Cambiamento sta mettendo le basi per trasformarci nei campioni d’Europa, e li voglio proprio vedere quei cattivoni nordeuropei a rosicchiarsi d’invidia per i nostri moltiplicatori di crescita a deficit che manco alle nozze di Canaan.

Il vostro Cronicario qui, è l’alfiere di questo cambiamento, nonché antenna finissima che capta l’aria che tira. E dall’alto di questa visione illuminata, vi posso anticipare la grande trasformazione che si prepara. Scordatevi la triste Italia dello Zerotré, Quella che rincorreva i decimali di pil. Oggi per vie traverse è stata annunciata la rivoluzione che si prepara e i cui effetti saranno visibili già nei primi giorni del 2019, come ha annunciato fieramente il vicepremier uno e bino: l’Italia dello Zeroquattro.

Lo so, è incredibile, ma bisogna sapere unire i fili. Stiamo qua apposta. Ve la faccio breve. Sapete già che qualche giorno fa abbiamo fatto uno bello zero di crescita, che peraltro poco dopo è stato arricchito (si fa per dire), da un robusto calo delle vendite al dettaglio e oggi dal terzo calo consecutivo della produzione industriale trimestrale…

Bene: era tutto previsto. Il potente cervello elettronico del governo del cambiamento era talmente consapevole che sarebbe andata così che si è premurato a presentare ai partner europei una potente manovra economica, che ovviamente non è stata compresa come sempre accade all’inizio alle cose geniali. Ma chissenefrega, ci capirano dopo o se ne faranno una ragione (semicit.): grazie alla manovra del popolo il cambiamento lungamente atteso si innescherà nel corpo della nazione come un poderoso ricostituente, i cui effetti si vedranno già prima che entri il vigore il provvedimento, perché sennò che cambiamento è? La strada peraltro è già stata tracciata. Poco fa in audizione uno statistico dell’Istat ha detto al Parlamento che per avere l’,1,2% di crescita previsto dal governo quest’anno, quello che incidentalmente è stato scritto nella poderosa manovra, servirà un pil in crescita dello 0,4% l’ultimo trimestre di quest’anno.

Ora lo statistico audito ha ricordato che l’indicatore anticipatore “registra una ulteriore flessione” preludendo alla “persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico”. Ma questi sono cascami della vecchia Italia che sottostimava il potere della volontà. Di quella per dire che sta a vedere il pelo nell’uovo, tipo che “un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi”. Tanto più con una manovra che secondo la Corte dei Conti è fatta per l’80 per cento di spesa corrente e solo per il 17% da investimenti.

Dettagli, sfumature. La crescita di fine anno non solo confermerà gli obiettivi del governo per il 2018, ma darà l’abbrivio alle crescite che verranno e che le varie “defaillance tecniche” (cit.) hanno impedito di vedere agli occhiutissimi osservatori, a differenza di quanto accade a noi. “L’Italia dello Zeroquattro prepara quella dell’Unoecinque del 2019”. F.To il governo del cambiamento (cit. dalla lettera alla Commissione Ue del 13 novembre 2019, anticipata qui in esclusiva per voi).

A domani.

Ps A un certo punto L’ufficio parlamentare di bilancio dice che la crescita acquisita per il 2019, visto l’andamento attuale della nostra economia, è dello 0,1%, questionando quindi la previsione del governo sul 2019. L’Italia dello Zeroquattro è già un destino.

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L’economia italiana è uscita più forte dalla crisi. Per ora


Qualcuno sarà rimasto sorpreso leggendo le misure di produttività diffuse dall’Istat di recente, dove si legge che negli ultimi 22 anni la crescita della produttività totale dei fattori nel nostro paese è stata nulla. Zero.

E’ bene intendersi sul significato del dato prima di inerpicarsi su qualunque interpretazione. A tal fine è sufficiente leggere come Istat definisca questo indicatore. Dopodiché sarà interessante provare a “leggere” il dato andando a vedere i principali andamenti macroeconomici del nostro paese, utilizzando un utilissimo strumento messo a disposizione dal governo che riepiloga i principali indicatori in un’ottica di lungo periodo. Quindi uno sguardo coerente con quello delle misure di produttività diffuse da Istat.

Cominciamo dalle definizioni. La produttività totale dei fattori, spiega Istat, “misura gli effetti del progresso tecnico e di altri fattori propulsivi della crescita, tra cui le innovazioni nel processo produttivo, i miglioramenti nell’organizzazione del lavoro e delle tecniche manageriali, i miglioramenti nell’esperienza e nel livello di istruzione raggiunto dalla forza lavoro”. Si tratta quindi di un indicatore che si propone di fotografare sostanzialmente l’efficienza di un sistema produttivo e che concorre insieme alla produttività del lavoro e a quella del capitale alla dinamica della crescita di un’economia e quindi al valore del suo prodotto finale. Gli indici di produttività di lavoro e capitale sono degli indicatori che raffrontano il valore aggiunto (VA) con gli input di lavoro (il monte ore lavorate) e di capitale (flusso servizi produttivi fornito dallo stock delle diverse tipologie di capitale). E’ opportuno ricordare che le misure di produttività proposte da Istat non comprendono, fra le altre cose, “tutte le attività economiche appartenenti al settore istituzionale delle Amministrazioni Pubbliche”. Quindi si fa riferimento sostanzialmente al settore privato.

Alcuni chiarimenti sulla tabella. Quest’ultima mostra che nel periodo 1995-2017 c’è stata una crescita del valore aggiunto dello 0,7% a fronte di un aumento di input, ossia di ore lavorate, dello 0,3. Ciò vuol dire che la produttività del lavoro è cresciuta dello 0,4% medio annuo nel periodo considerato. Analogamente si osserva che a fronte di un input di capitale cresciuto a un tasso dell’1,4%, il valore aggiunto è cresciuto solo dello 0,7. Quindi se ne deduce che la produttività del capitale è stata negativa per lo 0,7% nel periodo considerato. Infine, l’indice composito lavoro e capitale, cresciuto dello 0,7%, quindi quanto il valore aggiunto, ci porta al dato iniziale: la tfp (total factor production) è stata zero. La tabella ci consente altresì di apprezzare l’andamento del valore aggiunto, e quindi degli indicatori che lo hanno composto,  non solo nei 22 anni del periodo considerato, ma anche in alcuni momenti salienti della nostra storia economica recente. Scorrendola possiamo apprendere alcune informazioni.

Facciamo un esempio. Nel periodo 2003-2009, quindi in un arco di tempo che inizia con un’economia in crescita e finisce con il robusto crollo dopo il 2008, le ore lavorate sono cresciute in media dello 0,1% a fronte di una diminuzione del valore aggiunto dello 0,2. Ciò significa che la produttività del lavoro è diminuita in media ogni anno dello 0,3%. Un maggior input di lavoro non è servito ad aumentare il VA. Se guardiamo ai grafici del pil reale e del mercato del lavoro (tasso di disoccupazione), la situazione si presenta così:

Quindi in Italia fino a tutto il 2007 la disoccupazione è scesa e l’occupazione aumentata.

Gli occupati calano di circa 600 mila unità fra il 2007 e il 2009 e la disoccupazione aumenta di circa un punto percentuale. Il Pil cala gradualmente dal picco del 2006 al picco di ribasso che si trova proprio nel 2009. Questi grafici, è bene sottolinearlo, sono riferiti all’intera economia mentre come abbiamo detto le misure di produttività si riferiscono solo al settore privato. Ma se andiamo a vedere il grafico scorporato del VA, osserviamo che c’è una sostanziale similarità con l’andamento del pil.

In sostanza il profondo calo registrato dopo il 2008 si è “mangiato” tutti i progressi degli anni precedenti. La scarsa produttività del lavoro ha contributo alla diminuzione del VA. Il confronto con gli altri paesi europei serve a quantificare la dimensione del problema.

Facciamo un altro esempio. In UK le ore lavorate (2003-2009) sono diminuite dello 0,3% ma il valore aggiunto è cresciuto in media dello 0,7%. la produttività del lavoro, quindi, è stata circa dell’1%. In Italia le ore lavorate sono addirittura aumentate (+0,1%) anche se di poco, il che conferma che in qualche modo l’occupazione ha tenuto, ma come abbiamo visto il valore aggiunto è stato negativo. La qualcosa dovrebbe farci interrogare sulla qualità della nostra occupazione e delle nostre produzioni in quegli anni.

Cambiando periodo, cambia anche la storia. Fra il 2009 e il 2015 l’Italia affronta un’altra recessione piuttosto grave, anche se meno della precedente in termini di pil. Ma la disoccupazione arriva al 13% e il settore privato probabilmente paga il prezzo più alto, visto che i lavoratori del settore pubblico sono maggiormente tutelati. Questo andamento si può osservare guardando il dato delle ore lavorate, che crollano in media dello 0,9% nel periodo. Il valore aggiunto, però, cala “solo” dello 0,1% e questo ha determinato che la produttività del lavoro sia risultata positiva per lo 0,8%. Ma è un aumento che viene generato in gran parte dalla perdita di occupazione, a fronte di una perdita più contenuta del VA, o sono all’opera altri fattori?

Per provare a rispondere osserviamo quest’altra tabella e il grafico sotto.

Come si può osservare fra il 2009-15 il contributo al valore aggiunto del lavoro è stato negativo in media dello 0,6% annuo. Altrettanto negativo è stato il contributo del capitale (-0,2). Al contrario la produttività totale dei fattori ha avuto una crescita positiva per lo 0,7% che sommandosi algebricamente agli altri ha condotto a una crescita del VA comune negativa, anche se di poco. L’andamento della Tfp implica che nel periodo considerato ci sia stato un notevole miglioramento di quelli che potremmo definire fattori immateriali che determinano l’aumento della produttività, semplificando la definizione Istat che abbiamo visto prima. Ciò significa in sostanza che le aziende hanno imparato meglio a fare quello che dovevano fare. La crisi è stata sfruttata per trovare nuove opportunità. Qualora fosse necessaria una conferma macro, possiamo guardare l’ottima performance del nostro settore esportatore.

Notate che il sorpasso dell’export sull’import avviene alla fine del 2012. Ma non è solo questo che è interessante osservare. Gli ultimi due anni della serie, ossia il 2016 e il 2017, mostrano che mentre la produttività del capitale rimane bassa – e questo dovrebbe farci interrogare sulla qualità dei nostri investimenti – quella del lavoro inizia a riprendersi arrivando allo 0,8% nel 2017 a fronte di un valore dei tfp positivo per l’1%. ben oltre le nostre medie di lungo periodo. Come si può leggere questo risultato? Potremmo dire che siamo ancora fanalino di coda, ma che la crisi  sia servita ad aggiustare qualche pezzo della nostra inceppatissima macchina economica. Non è detto che non si potesse fare di più e meglio, anzi è probabile. Ma è sicuro che molto facilmente possiamo fare peggio.

(1/segue)

 

Cartolina: La guerra monetaria dell’ultimo giapponese


Cinquecentocinquantunomilamiliardi di yen. O se preferite, 551.000.000.000.000 yen che sono 551 trilioni di yen. Immagino che persino la Fed, che si è presa la briga di contarli, avrà avuto difficoltà a seguire le fila dei miliardi che compone la montagna degli asset della banca centrale giapponese, ormai in predicato di diventare l’ultima giapponese nella guerra monetaria che il mondo combatte da almeno un decennio. Con la Fed in ritirata strategica e la Bce in predicato di chiudere i rubinetti, la BoJ rimane da sola, fra le grandi banche centrali, a pompare denaro per sconfiggere un’economia che bordeggia la depressione da un ventennio. Assai prima degli altri, il Giappone ha iniziato a fare QE, addirittura negli anni ’90, e chissà quanto ne farà ancora. Finora la sua cura monetaria, per tacere di quella fiscale, altrettanto esosa, è servita a poco. Il Giappone vivacchia nelle sue bellissime città dove fioriscono ancora i ciliegi, ma ormai ha smesso di brillare. Combatte strenuamente una guerra finita e persa che ha lasciato sul campo un’economia fiacca e svogliata, figlia di una delle nazioni più anziane del mondo. D’altronde l’ultimo soldato giapponese è morto di vecchiaia.

Cronicario: E finalmente superiamo il 3% (di deficit)


Proverbio dell’8 novembre Non puoi ricavare latte da un bufalo maschio

Numero del giorno: 299.800 Italiani 20-24enni del Sud che hanno abbandonato la scuola

La crescita, si vabbé, che volete che sia? Il solito unovirgola se va bene. Ma volete mettere la gioia di sforare il 3% del deficit/pil? C’è una mandria di fenomeni che ha fatto la ola quando stamane la Commissione Ue ha rilasciato le sue previsioni d’autunno.

Dai che li conoscete. Sono quelli che “il deficit è bello perché aiuta i poveri e ci fa più ricchi”. E finalmente sono stati accontentati. La crescita aumenta di un paio di decimali rispetto alle previsioni di autunno del 2017, ma il deficit di oltre un punto rispetto al 2017 da qui al 2020. Poi dice che non esistono i moltiplicatori.

Ma comunque inutile stare a impiccarsi su queste miserie da “puristi delle sala contabile”, come ebbe a dire un noto cazzaro qualche tempo fa a chi gli chiedeva coerenza sulle cifre che andava diffondendo. Il punto saliente è che sforiamo il maledetto 3%, che per i madonnari del deficit sovrano è come l’urlo di libertà di Braveheart. Poi certo finì come finì con lo scozzese, ma volete mettere la gioia del momento?

Rimane il problema di come convincere il resto del mondo a fidarsi della nostra buona volontà di debitori a fronte di un andamento macro vagamente preoccupante. Date un’occhiata alle componenti del nostro pil, presente e futuro.

Che ci dice questo bel disegnino? Che la crescita langue, malgrado lo sforamento del deficit e non c’è neanche tanta trippa per gatti. L’output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale risulta persino positivo. Quindi non dovremmo neanche farne, di deficit. Sarà pure vero, come giura il ministro dell’economia che rima ora e sempre con Mammamia e soprattutto con diplomazia, che le valutazioni della Commissione sono frutto di “una defaillance tecnica”. Ma bisognerà vedere che diranno quelli là fuori Non i gazzettieri del cambiamento: i creditori. I cugini di Bruxelles potrebbero persino risultare ottimisti.

A domani.

Pro memoria: il primo ministro, noto anche come avvocato del popolo, dice che stime di crescita diverse da quelle del governo sono assolutamente inverosimili. Poco dopo il Fmi ha confermato ne sue previsioni: +1,2 nel 2018, +1% nel 2019 e +0,9 nel 2020. Ne riparliamo fra un anno da oggi.

Le fondamenta fragili della ricchezza finanziaria italiana


Una bella ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia ci regala un’istantanea molto istruttiva dell’epopea della ricchezza italiana sin dal lontano 1950, quando iniziò per noi come per molte altre economie quella lunga scalata verso il successo che ci ha condotti dove siamo adesso, sostanzialmente ricchi ma infelici.

Il grafico racconta meglio di mille parole come sia cambiata la ricchezza degli italiani. In rapporto al reddito disponibile alla fine del secolo scorso si consumava il sorpasso delle attività finanziarie sui beni reali. L’Italia iniziava a somigliare ai paesi più moderni.

Ma il cambiamento dura solo un paio d’anni. Il boom del mattone riporta rapidamente il valore dei beni reali sopra quelli finanziari e ci riporta dove siamo adesso: “La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane – detenuta sotto forma di depositi, titoli, azioni quotate e non quotate, fondi comuni, strumenti assicurativi e pensionistici privati – è pari a circa 4.400 miliardi di euro; le attività reali, in gran parte immobili, sono 6.300 miliardi; le passività superano i 900 miliardi. La ricchezza totale lorda delle famiglie era quindi circa 9,3 volte il reddito disponibile e la ricchezza totale netta 8,5 volte”.

E’ interessante osservare, tuttavia, quanto notevolmente si sia ridotta la forchetta fra gli attivi reali e quelli finanziari. La modernità, che significa aumento dei redditi nominali e stagnazione dei prezzi immobiliari per gran parte degli anni ’60, si può anche raccontarla guardando la crescita costante degli attivi finanziari, che nel 1950, quando inizia il racconto, erano addirittura inferiori per la gran parte al reddito disponibile. Ma da quel momento in poi “le attività finanziarie sono cresciute quasi senza soluzione di continuità, al netto di piccoli episodi di crisi: si
possono ricordare gli effetti negativi sui valori azionari derivanti dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica e la fondazione dell’Enel nel 1962 e dalle difficoltà della Borsa nella seconda metà degli anni Settanta e nel 1987″. Ma modernità significa anche notare come le passività, che nel 1950 erano una porzioni insignificante del reddito, diventano il 40% del reddito disponibile nel 1995 e raddoppiano quasi, portandosi circa all’80% alla fine del 2017.

Ma il punto interessante della ricerca viene più avanti. Analizzando la struttura della nostra ricchezza finanziaria Bankitalia osserva come i depositi bancari e postali ne costituiscano ancora oggi il 31%. Quindi parliamo di oltre 1.300 miliardi. In questo siamo cambianti poco. Salvo che nei momenti di euforia finanziaria, le famiglie italiane “investono” in depositi, anche se certo assai meno che in passato. “Ancora nel 1975 i depositi e il circolante erano oltre il 70 per cento della ricchezza. Dagli anni Ottanta il peso dei depositi è sceso, fino a toccare, nel 2005-2006,
il 23 per cento delle attività finanziarie delle famiglie. Da allora la crisi finanziaria globale e i bassi tassi di interesse hanno spinto le famiglie a muoversi verso la detenzione di attività più sicure, come i depositi”.

L’asset che in qualche modo si può assimilare al deposito bancario, relativamente almeno al profilo di sicurezza percepito dal risparmiatore, ossia i titoli di stato, ha avuto una storia altrettanto edificante. “L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55 per cento del PIL nel 1980 al 111 per cento nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche”. Un po’ come vorrebbero alcuni nostalgici presenti nel nostro governo. Da allora molto è cambiato, ma ancora “alla fine del 2016 i titoli pubblici italiani detenuti direttamente e indirettamente dalle famiglie” erano “circa il 16 per cento del totale delle attività finanziarie”. Addirittura “la quota dei titoli di debito detenuti dalle famiglie salirebbe a circa il 30 per cento considerando gli investimenti degli italiani intermediati dai fondi comuni esteri. Secondo una stima preliminare di larga massima, la quota di titoli pubblici potrebbe superare il 20 per cento”. Così sappiamo chi paga fra gli altri il conto dello spread.

Dal debito pubblico i risparmiatori hanno iniziato a spostarsi sulle obbligazioni bancarie a partire dal 1996, che nel 2011 sono arrivate a rappresentare il 10% della ricchezza delle famiglie, per lo più grazie ai notevoli benefici fiscali concessi su questi strumenti pensati per favorire l’espansione del credito bancario, così come in passato i risparmi venivano utilizzati e finanziare l’espansione fiscale dello stato. In entrambi i casi i risparmiatori, irretiti con rendimenti nominali appetibili che pochi riescono a percepire nella loro rischiosità, sono straordinarie mucche da mungere.

Ma aldilà di come li hanno impiegati, gli italiani, questi denari, è assai più interessante capire come li hanno cumulati. La domanda è semplice: la ricchezza finanziaria è aumentata perché sono aumentati i risparmi, ossia le quantità, o perché sono cambiati i prezzi degli attivi? Per dirla in gergo, hanno prevalso i flussi o le valutazione degli stock?

Come si può osservare, nel nostro paese sono gli aggiustamenti di valore ad aver guidato gli andamenti della ricchezza. A differenza, ad esempio, di quanto avvenuto in Germania. Ciò significa che la ricchezza degli italiani si è alimentata (quando si è alimentata) in gran parte grazie agli andamenti dei mercati, non perché sono aumentati i risparmi e quindi gli investimenti. “Anche se generalmente più piccoli degli aggiustamenti di valore, i flussi delle famiglie italiane hanno contribuito positivamente alla dinamica delle attività finanziarie tra la seconda metà degli anni novanta e il 2006, con tassi compresi tra il 3 e il 6 per cento. Dopo la crisi finanziaria, i flussi sono rimasti positivi ma su livelli bassi, collocandosi quasi sempre al di sotto dell’1 per cento”. Insomma si mette sempre meno da parte. “L’andamento è coerente con la riduzione del risparmio lordo delle famiglie, passato da un valore medio del 15,7 per cento del reddito disponibile, nel periodo 1995-2008, al 10,7 per cento tra il 2009 e il 2016”. I capricci dei mercati, insomma, più che l’aumento dei redditi, che favorisce la formazione del risparmio, ha determinato le sorti della nostra ricchezza finanziaria nell’ultimo ventennio. Il che rende questa ricchezza per sua natura assai più volatile di quanto non sarebbe se si potesse alimentare – sempre come accaduto in Germania – con flussi regolari. “La crisi finanziaria globale ha determinato un ribaltamento degli andamenti precedenti. In Italia il valore del portafoglio delle famiglie si è ridotto per circa il 5 per cento sia nel 2007 sia nel 2008, a causa soprattutto dei forti aggiustamenti di valore negativi”. La nostra ricchezza finanzia, insomma, ha fondamenta fragili. Siamo ricchi oggi, domani chissà.

Cronicario: Calano le vendite, ma è un dettaglio


Proverbio del 7 novembre Il denaro sognato non si può spendere

Numero del giorno: 1,5 Crescita % Germania rivista al ribasso per il 2019 

Siccome va tutto bene, e la manovra del popolo lo farà andar meglio, non dovete affatto preoccuparvi di leggere gli ultimi dati sulle vendite al dettaglio che la solita diabolica Istat, in pervicacia osservazione della realtà (che neanche è stata eletta) ha diffuso oggi.

Notate la finezza. Prima le buone nuove e poi le cattive. Tanto lo sanno tutti che si e no uno su cento legge oltre al terza riga. Chiamarle buone nuove, poi, è un po’ esagerato. A parte che il tendenziale sul trimestre luglio-settembre è negativo, è negativo pure il congiunturale mensile (-0,8% in valore e -0,7% in volume), quindi le vendite rispetto al mese precedente, sia il tendenziale annuo (-2,5% in valore e -2,8% in volume), ossia le vendite rispetto a settembre 2017.

Degno di nota il fatto che su base annua calano sia le vendite alimentari (-1,6% in valore e -3,1% in volume) sia quelle di beni non alimentari (-3,1% in valore e -2,6%in volume). Fra questi ultimi ” si registrano variazioni tendenziali negative in quasi tutti i gruppi di prodotti, ad eccezione di Elettrodomestici, radio, tv e registratori (+2,1%)”. Il gadget elettronico è proprio l’oppio dei popoli del nostro tempo.

Ai pochi che sono arrivati fin qui farà piacere inoltre sapere che “a livello tendenziale, il valore delle vendite al dettaglio registra un calo dell’1,2% per la grande distribuzione e una diminuzione ancora più sostenuta, del 4,3%, per le imprese operanti su piccole superfici. Il commercio elettronico registra una crescita del 2,7%”.

A parte questo, si conferma la meravigliosa eccezionalità italiana che non poteva lasciare indenni le vendite al dettaglio, specie da noi che siamo di natura sparagnina e abbiamo capito che il conto ancora ce lo devono presentare. Nell’Ue, infatti, è andata diversamente.

Su base annua – mi limito a questo sennò vi ubriaco di cifre – nell’eurozona le vendite al dettaglio a settembre sono aumentate fra lo 0,7 e l’1,1%, a seconda del settore considerato. A noi è andata peggio. Ma in fondo è un dettaglio.

A domani.

I principali investitori in Cina sono gli europei, non gli Usa


Un approfondimento pubblicato da Bofit, ci comunica un’informazione molto interessante che dice molto su come stia cambiando la geografia degli interessi economici globali. Il dato, che non ha bisogno di molti commenti, è che la guerra commerciale con gli Usa non ha impedito alla Cina di continuare a ricevere corposi flussi di investimenti diretti esteri (FDI) nei primi nove mesi del 2018, pure al netto di alcune discrepanze fra le diverse misurazioni statistiche. I numeri diffusi dal ministro per il commercio estero cinese (MCO) riportano infatti che gli afflussi netti hanno raggiunti quota 98 miliardi fra gennaio e settembre di quest’anno, il 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Tuttavia i dati della bilancia dei pagamenti differiscono notevolmente da quelli del ministero. Secondo i primi, gli afflussi nei primi sei mesi del 2018 avrebbero raggiunto i 126 miliardi, più del doppio rispetto al primo semestre del 2017.

Ma aldilà di queste differenze, connesse probabilmente ai diversi metodi di misurazione adottati, il dato interessante è un altro: “Il 9% dei flussi di investimenti diretti arriva dall’Ue mentre gli Usa contribuiscono per il 2%”. A quanto pare la promessa cinese di aprirsi sempre più agli investimenti esteri al momento convince gli europei assai più che gli americani, certamente meno motivati a causa della guerra commerciale fra i due paesi che “ha forzato molte compagnie straniere a dislocare i propri investimenti fuori dalla Cina”.

In effetti i dati sui deflussi sono abbastanza eloquenti. I dati del ministero del commercio estero li quantificano i 89 miliardi nei primi nove mesi dell’anno, in crescita del 6% rispetto allo stesso periodo del 2017. Il grosso si è concentrato nei primi sei mesi, mentre nel terzo trimestre i deflussi sono diventati negativi.

Dal canto suo anche la Cina ha rallentato gli investimenti diretti esteri. Secondo i dati del China global investment tracker (CGIT) nei primi nove mesi del 2018 Pechino ha investito all’estero solo 56 miliardi di dollari, ben 101 in meno rispetto allo stesso periodo del 2017, quando però i cinesi avevano effettuato un mega acquisto da 43 miliardi del colosso svizzero Syngenta. Ma anche qui si osserva una interessante circostanza: il 35% degli investimenti cinesi è andata all’Europa e solo il 10% agli Usa, leggermente meno che nel 2017. Europa e Cina, evidentemente, condividono molti più interessi. Usa e Cina sempre meno.

Cronicario: Le correzioni che rimano con sanzioni


Proverbio del 5 novembre Nessun ago è appuntito su entrambe le estremità

Numero del giorno: 2.200.000 Famiglie italiane che avranno reddito di cittadinanza secondo M5S

M’ero persino dimenticato che c’abbiamo una manovra economica che balla sui tavoli delle cancellerie europee – ma ce l’abbiamo davvero una manovra economica? – quando d’improvviso arrivano loro: i commissari Ue.

Uno di loro, nientemeno che vice presidente della commissione, rilascia una dichiarazione memorabile, che infatti riporto così ce la ricordiamo che fra pochi giorni ci serve: “La Ue è impegnata in una discussione con l’Italia e spera di raggiungere un risultato costruttivo, c’è qualche margine, ma val la pena notare che il bilancio italiano devia in misura considerevole dalle regole, e dunque serve una correzione considerevole”.

Sennò che fai ci cacci (semicit.)? “Non vogliamo fare speculazioni, abbiamo bisogno di una risposta dalle autorità italiane e stiamo anche guardando a una procedura di deficit eccessivo sulla base della regola del debito. Se l’Italia non rispetta il braccio preventivo del Patto di stabilità, ciò potrebbe indicare che non lo è con la regola del debito”. Aldilà del periodare involuto (ma sarà colpa dell’accoppiata giornalista+traduttore) il senso è chiaro.

Poiché la rima baciata ispirerà sicuramente molti dei bardi finiti loro malgrado a tutela della cosa pubblica, è bene che sappiano che il loro eroico resistere alle malizie del commissario cattivo potrà giovarsi delle amorevoli cure del commissario buono che dice di volere con l’Italia un “dialogo vigoroso, continuo e ininterrotto”.

Mentre prega per il dialogo ininterrotto, il nostro commissario buono ricorda che le sanzioni sono “sempre ciò che può succedere alla fine, ma sono la peggiore delle vie d’uscita”. E siccome al peggio non c’è mai fine, è bene ricordare che fra pochi giorni usciranno le previsioni d’autunno delle commissione Ue, ed è assai probabile che l’Italia Zero abbia modificato le prospettive di crescita per il 2019, facendo sballare il racconto edificante costruito dalla Nadef. E qua casca l’asino.

Perché il governo prevede l’1,5% di crescita l’anno prossimo grazie ai super-moltiplicatori del deficit che nessuno ha capito come funzionano però ci credono in tanti. Ma non i commissari, buoni o cattivi che siano. Figuratevi che batosta se viene fuori che secondo loro nel 2019 cresceremo – chessò – dello 0,9%. Succede che finiamo sotto le grinfie del più cattivo dei commissari.

Nel frattempo gli amanti del Btp avranno di che pascersi. A prezzi stracciati.

A domani.

Miti del nostro tempo: Lo stimolo fiscale (e monetario)


Ricondurre a un problema reale il gran dibattere sul deficit, italiano e non solo, che in questi mesi sofferti agita le opinioni pubbliche di mezzo mondo, significa innanzitutto spostare l’attenzione sulla questione fondamentale che tutto questo dibattere lascia costantemente sottotraccia. Ossia la circostanza che il deficit, e quindi una politica fiscale espansiva, sia davvero utile alla crescita di un’economia. Ma è davvero così? Se chiedete a un qualunque governante, la risposta sarà senza dubbio positiva. Per un politico manovrare la politica fiscale, meglio se in deficit, è il modo più semplice per conquistare consenso. In tal senso il grande successo delle politiche keynesiane iniziate dal secondo dopoguerra si spiega con la promessa implicita che contenevano, sapientemente fraintesa da coloro che poi sono stati chiamati a tramutarle in azioni di governo. Ossia che il governo potesse e dovesse agire per garantire la piena occupazione. Se il privato non “tira” abbastanza, è necessario che il pubblico ci metta di suo per colmare quello che oggi viene chiamato output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale. Lo stimolo fiscale, quindi, non è soltanto utile, ma persino necessario.

L’idea che sta dietro questa visione del mondo è che senza il governo, evidentemente dotato di super poteri, perché oltre a sapere ciò che è necessario fare è anche capace di farlo, gestendo enormi complessità con una semplice decisione, l’economia prima o poi s’incaglia. Inutile sottolineare quanto questa visione del mondo sia debitrice della vanità degli economisti, mischiata alla furbizia del politici. Rimane il fatto che il mito dello stimolo fiscale, derivazione diretta di quello dell’onnipotenza del governo, oggi agita le cronache esattamente come ai tempi di Keynes, con la differenza che a furia di stimoli fiscali il debito dei governi è arrivato a livelli mai visti dall’ultima guerra.

Questionare i miti dovrebbe essere obbligo di qualunque osservatore guidato dal principio di realtà, però. Quindi va letto con doverosa attenzione un articolo pubblicato dal Wall Street Journal alcuni giorni fa da Edmund Phelps, che in quanto premio Nobel dovrebbe almeno meritare il rispetto di tutti quelli che agitano altri economisti da Nobel per sostenere le (proprie) teorie. L’articolo già dal titolo dice tutto quello che c’è da sapere: “La fantasia dello stimolo fiscale”, con l’avvertenza che “emerge che le politiche keynesiane sono correlate con una crescita più lenta non maggiore”. La qualcosa ci riporta a celebri dibattiti degli anni ’30, a conferma della ricorsività della storia. L’unica differenza rispetto ad allora è che oggi  “fra economisti e politici è ampiamente condiviso il pensiero che lo stimolo fiscale” abbia favorito il recupero dell’occupazione, tornata a livelli giudicati normali nel 2017 dopo il picco ribassista registrato nel 2010. Ma, si chiede l’autore, “ci sono prove che lo stimolo sia alla base della ripresa americana? E ci sono prove che l’assenza di stimoli – la stretta su la spesa pubblica conosciuta come “austerità fiscale” sia responsabile del mancato pieno recupero in Portogallo, Italia, Francia e Spagna”. Domanda che dovrebbe appassionarci, atteso che stiamo litigando con mezzo mondo e anche fra di noi in nome di una manovra economica che punta su un robusto stimolo fiscale con ampio deficit addirittura per restituire “la felicità agli italiani”.

Nell’attesa che si compia la beata speranza, dovremmo porci anche noi la stessa domanda che si fa il nostro economista. La narrazione dello stimolo fiscale, infatti, presuppone che i paesi che abbiano adottato un ampio stimolo fiscale “misurato con l’aumento del debito pubblico in rapporto al pil negli anni 2011-17” abbiano avuto un ricovero relativamente veloce. Senonché “le evidenze non supportano la stimulus story”, scrive. Succede che le narrazioni non coincidano con la realtà, purtroppo. “I grandi deficit non accelerano le riprese”, aggiunge. Anzi, “la relazione è negativa, suggerendo che la prodigalità fiscale conduce a una contrazione e che la responsabilità fiscale sarebbe preferibile”. Anche qui, la nostra storia dovrebbe essere la dimostrazione vivente di questa correlazione negativa, visto che abbiamo un ampio debito pubblico e una crescita molto lenta. Ma se allarghiamo lo sguardo, il risultano non cambia granché. Phelps ricorda che all’indomani della seconda guerra la smobilitazione dei soldati impegnati nel conflitto aumentò la forza lavoro di quasi sette milioni di persone negli Stati Uniti. Molti economisti temevano, ieri come oggi, l’aumento della disoccupazione e molti di loro, keynesianamente, suggerirono di fare deficit per “assorbire” questa forza lavoro. Tuttavia il governo prese la strada opposta. Truman scelse di fare surplus fiscale e tuttavia la disoccupazione scese e la partecipazione al lavoro salì. Pure negli anni in cui la teoria keynesiana era grande protagonista del dibattito pubblico, molti economisti, “come Franco Modigliani nel 1961”, mostrarono che il deficit fiscale ha un impatto negativo sia sull’offerta di lavoro che su quella di risparmio, e altri ancora, come James Tobin e Robert Mundell, compreso ovviamente l’autore dell’articolo, trovarono preoccupanti controindicazioni nell’uso del deficit fiscale.

Del tutto lecito, di conseguenza, porsi anche un’altra domanda. “Se lo stimolo fiscale è inefficace per combattere una recessione, che dire dello stimolo monetario?”. Anche qui basta farsi una semplice domanda: i paesi che hanno fatto uso di un largo stimolo monetario, sostanzialmente facendo acquisire asset alla banca centrale – i vari QE per intenderci – hanno avuto una ripresa più veloce? “Questa è una domanda difficile – dice Phelps – ma le esplorazioni preliminari non danno grande supporto a questa tesi”. Ma se l’armamentario di origine keynesiana, basato sullo stimolo fiscale o monetario è stato più o meno inefficiente, “cosa ha guidato la relativamente veloce ripresa Usa e del Nord Europa dopo il 2008?”. Una prima risposta è la fiducia. “Forse l’Italia ha parzialmente fallito la ripresa anche perché la sua prodigalità fiscale ha danneggiato la fiducia. Ma la fiducia da sola potrebbe non essere sufficiente”. Un’altra risposta è il dinamismo, ossia “la capacità e il desiderio di innovare”. Un paese dove campeggiano fiducia e dinamismo è sicuramente meglio attrezzato per reagire a una recessione, “a prescindere dagli stimoli”. “C’è una forte relazione fra la velocità della ripresa e il tassi di crescita di lungo termine del fattori totali della produzione”, che potremmo intendere come un indicatore del dinamismo di un’economia. “Alcuni paesi hanno istituzioni sociali e capitale umano e culturale che li attrezzano meglio di fronte a una recessione. “Molto del merito per la ripresa relativamente veloce degli Usa – conclude Phelps – dipende dalla cultura endemica di innovazione e impresa di questo paese”. Si tratta di qualità che hanno il problema di essere difficilmente quantificabili e manovrabili. Nulla che si possa comprare con deficit. Anche perché semmai servono a non farne.

Cartolina: La crescita del populismo


Un giorno qualcuno riuscirà a spiegare con parole convincenti perché all’apice del suo benessere economico, dopo una corsa al rialzo durata più di sessant’anni, il mondo abbia deciso di perdere il buonumore. Le voci degli esclusi hanno iniziato a sovrastare quella degli inclusi, che una certa sazietà – o forse inconsapevolezza – ha reso particolarmente silenti, pure in quelle società dove erano maggioranza. La retorica degli ultimi ha generato le varie primazie, nate e coccolate nel seno di quelle stesse élite che oggi guardano con orrore al populismo che hanno contribuito a generare alimentando per decenni, insieme con l’economia, i bassi istinti delle popolazioni. Il mondo non è mai stato così ricco e sicuro e tuttavia mai si è mai sentito tanto povero e insicuro. Ormai incontentabili, le popolazioni sognano la contentezza. Evocano gli uomini dei miracoli, e quelli arrivano. Tutto il resto è storia.