Categoria: Annali

La tensione sul lavoro spinge il governo in un vicolo cieco


Ormai è chiara a tutti la complessità del problema di fronte al quale ci troviamo. Proviamo a riepilogare prendendo a prestito alcuni dati diffusi da Ocse nel suo ultimo outlook. Primo tema: i salari. In alcuni paesi, come il nostro, già sottodimensionati da tempo, adesso vengono rapidamente impoveriti da un’inflazione molto veloce.

A peggiore la situazione l’ovvia considerazione – ogni volta sembra una scoperta ma dovrebbe essere chiaro a tutti – che i primi a pagare il conto di questa ondata inflazionistica sono i ceti più fragili.

I governi perciò, che nel frattempo hanno aumentato notevolmente la propria esposizione debitoria, si trovano di fronte a una domanda densa di dilemmi: come fare a garantire il potere d’acquisto della popolazione, unica garanzia di tenuta non solo economica, ma anche sociale?

Una prima riposta l’abbiamo letta sui giornali, quando hanno dato notizia della decisione europea di fissare un salario minimo. Ossia: agendo sui salari, quindi incrementando i redditi nominali per pareggiare l’erosione inflazionistica, o quantomeno ridurla. Ci siamo già passati, e ci passano continuamente in tanti. Molto spesso una dinamica salariale che accelera finisce col fornire carburante anche all’accelerazione dei prezzi, e quindi diventa un boomerang.

Una seconda risposta l’abbiamo intravista raccontando del dibattito Usa per diminuire i dazi alla Cina, visto che l’amministrazione si è resa conto – incredibile ma vero – che contribuiscono ad aumentare molti prezzi. E questo merita un piccolo approfondimento, giusto per ricordare che la formazione del prezzo coinvolge sia componenti di mercato – il famoso incrocio fra domanda e offerta – sia componenti fiscali: le tasse. I dazi, ma anche le imposte indirette, appartengono a questa capiente quota.

Purtroppo non dispongo di una analisi che suddivida nelle varie quote la componenti dei prezzi, ma sarebbe molto utile poterne disporre per decidere – avendoci un governo capace di farlo – dove agire per diminuire la pressione sui prezzi. Sarebbe un lavoro certosino, di tipo microeconomico più che macroeconomico, quindi non plausibile, in un tempo che vuole risposte semplici a problemi complessi. Tipo: c’è l’inflazione aumentiamo i salari.

Quindi questa analisi non la farà nessuno. Anche perché contiene una terribile controindicazione: agire sulla componente fiscale del prezzo implica una diminuzione degli incassi per il governo, e quindi un problema di spesa pubblica. E nessuno vuole tornare a sentire le sirene anti-austerità all’opera, me compreso.

Come ulteriore elemento di complessità vale la pena aggiungere che i mercati del lavoro rimangono molto tirati. La disoccupazione – e stendiamo un velo sul tipo di occupazione che cresce – tende a diminuire, e quindi aumentano le tensioni sul costo del lavoro anche da questa minore disponibilità (labour shortage).

Non serve altro per capire in che razza di vicolo cieco il governo – qualunque governo – si sia cacciato, alla fine del quale peraltro trova il sorriso per nulla rassicurante della sua banca centrale che gli dice dolcemente che la pacchia è finita. Niente più tassi a zero. Niente più acquisti di titoli a pie’ di lista.

Gli toccherà governare, insomma. E non sarà per nulla piacevole. Per fortuna esiste sempre la possibilità dell’opposizione.

Cartolina. Finché la barca va…


Fare arrivare merci in Italia dall’estero tramite container costa quasi il doppio di un paio di anni fa. Lasciando da parte la differenza fra costo nominale e costo reale, che appassionerà solo gli specialisti, il fatto nudo e crudo è che poiché costa di più far arrivare la roba dall’estero, la roba finisce col costare di più anche in Italia. Non è certo questo che fa schizzare l’inflazione, ma certo aiuta. E soprattutto lascia aperta la domanda: fino a quando sarà sostenibile far arrivare cargo sulle nostra coste senza rimetterci definitivamente il portafoglio? Interrogato sul tema, un grande economista risponderebbe: finché la barca va…

Perché in Giappone l’inflazione non aumenta?


Avendo dedicato in tempi non sospetti numerosi approfondimenti all’enigma rappresentato dal Giappone, non potevamo mancare di ritornare a Tokyo – purtroppo solo virtualmente – per osservare come ancora una volta ami distinguersi. E per non sprecare troppe parole, basterà guardare anche solo distrattamente il grafico sotto per capirne la ragione.

Lo tsunami inflazionistico che sta terremotando le economie di Europa e Stati Uniti si infrange senza fare il minimo danno sulle coste del Giappone, dove invece i prezzi viaggiano intorno al 2%, ossia prossimi al target della banca centrale, che perciò sta continuando le sue politiche monetarie estremamente aggressive di QQE, quantitative e qualitative easing.

Com’è possibile? Il Giappone non ha risorse energetiche, e quindi deve comprarle all’estero, esattamente come noi. E tuttavia sembra che da loro l’indice dei prezzi, al netto del cibo fresco, ne risenta meno. Prima di iniziare a tirare a indovinare, rispolverando il solito arsenale di luoghi comuni – dalla sovranità monetaria giapponese in poi – guardate quest’altro grafico che racconta qualcosa della mentalità giapponese.

Le famiglie giapponesi sono le uniche nel campione osservato che di fronte a un aumento dei prezzi del 10 per cento al solito supermercato, non solo non ridurrebbero le quantità, ma neanche cambierebbero il supermercato. Anzi: da agosto 2021 ad aprile 2022, quindi al picco della crisi inflazionistica (degli altri) il numero di coloro che non cambierebbero nulla è addirittura aumentato.

Sono abitudinari? Tradizionalisti? Chiamateli come volete. Di sicuro hanno maggiore resilienza di fronte all’inflazione di quanto ne abbiamo noi europei, che stiamo già agitandoci come formiche impazzite. E forse questo troppo agitarsi non aiuta a raffreddare i prezzi.

Se poi si volesse andare un po’ più a fondo nell’analisi, si può sfogliare un intervento del governatore della Banca centrale giapponese, che comincia sottolineando la convinzione che la Banca debba ancora persistere con le politiche monetarie fortemente espansive perché “il Giappone è ancora sulla via della ripresa” visto che “a differenza degli Stati Uniti e dell’Europa” non ha ancora recuperato il livello di pil pre Covid.

In Giappone infatti il primo quarto del 2022 ha esibito una crescita negativa (-1%), con il livello del pil reale ancora sotto del 2,7% rispetto al livello prima della pandemia, a fronte del +3,7 Usa e del +0,6% Ue. Ma basta questa lentezza dell’economia a spiegare un’inflazione praticamente assente?

Il banchiera osserva che l’aumento dell’indice di inflazione osservato ad aprile – +2,1% escludendo il cibo fresco – è stato in gran parte dovuto ai rincari energetici, che hanno finito col compensare “gran parte dell’impatto della riduzione delle tariffe dei telefoni cellulari dello scorso anno”. Ma se dall’indice togliamo cibo fresco ed energia, l’inflazione si abbassa allo 0,8%.

Per giunta la previsioni della Banca sono di un CPI, senza cibo fresco, all’1,9% visto addirittura in decelerazione all’1,1% l’anno prossimo. Quindi, Giappone ancora lontano dal target inflazionistico del 2%, e Banca libera di perseguire il suo QQE, che prevede anche un’esplicito controllo dei rendimenti dei titoli di stato decennali fermi a zero da diverso tempo. Un’altra gioia dell’economia giapponese, per la quale il mondo, a differenza di quanto sta capitando a noi, è rimasto quello di due anni fa.

Come mai? Se lo chiedono anche i giapponesi, che nel marzo scorso, su iniziativa della Banca, hanno svolto un workshop pieno di accademici ed economisti nel tentativo di spiegare come mai “solo il Giappone continua ad avere una bassa inflazione”. L’analisi è stata condotta innanzitutto osservando cosa è accaduto agli altri, e in particolare nelle grandi economie assimilabili, quindi Usa e Ue.

Negli Stati Uniti l’accelerazione dei prezzi viene motivata sottolineando la carenza di forza lavoro – tassi di partecipazione ancora bassi – e aumento significativo della domanda aggregata. Quindi a una combinazione di pressioni sul lato dell’offerta e della domanda che hanno determinato una richiesta di maggiori salari. Da qui la decisione della Fed di stringere i cordoni della borsa, con tutte le complicazioni del caso – crollo delle borse, aumento degli spread e altre amenità – che stiamo osservando in questi giorni.

Quanto all’eurozona, le dinamiche sono state leggermente diverse – il peso dell’energia sul CPI è più rilevante e la crescita dei salari meno – ma gli esiti sono stati simili. E questo se vogliamo aggiunge complessità all’analisi.

Ma quello che ci interessa di più è ovviamente il Giappone, dove nulla del genere si è verificato, confermandosi anzi una tendenza ai prezzi freddi, per non dire gelidi, che ormai dura da qualche decennio. In particolare per i servizi, i prezzi sono rimasti “estremamente rigidi a differenza che in Europa e negli Stati Uniti e sono appena saliti durante la pandemia”.

Questa tendenza si inserisce in quella più ampia che il banchiere chiama “zero-inflation norm” che fino ad oggi ha caratterizzato l’economia giapponese. Ed è per questa caratteristica, che finisce col ripercuotersi su tutta la struttura dei prezzi che il caso Tokyo diventa così interessante. La “zero inflation norm”, spiega infatti il banchiere, “significa che tutti agiscono essenzialmente di concerto per mantenere i prezzi invariati”.

Addirittura, gli economisti hanno ipotizzato che in Giappone la curva di domanda sia “piegata” – cd “kinked demand curve”, ossia esibisca un andamento tale da rendere funzionale per le esigenze delle imprese prezzi stabili.

Ciò in quanto un piccolo aumento dei prezzi produrrebbe un calo della domanda più che proporzionale, mentre una diminuzione non provocherebbe miglioramenti significativi. Quindi, meglio tenere i prezzi fermi.

Ammesso che questa congettura sia valida, e che quindi a raffreddare i prezzi sia l’atteggiamento delle imprese, tutto ciò potrebbe mutare se aumentassero i salari in modo che agendo sui costi delle imprese queste ultime sarebbero incentivate ad aumentare i prezzi. Tutto ciò può accadere, dice il banchiere, se la Banca continua la sua politica monetaria e se i salari mostreranno segni di ripresa nel prossimo round di negoziazioni fra lavoratori e imprese. Circostanza che finora non si è verificata, malgrado un aumento costante della paga base “aumentata per nove anni consecutivi compreso quest’anno fiscale”. E tuttavia l’aumento medio delle retribuzioni è stato in questo periodo intorno allo 0,5%, “basso se confrontato con l’Europa e gli Stati Uniti”.

Una delle ipotesi emersa durante il workshop per spiegare questi andamenti così particolari è che “le famiglie non hanno riconosciuto l’inflazione e quindi hanno prestato minore attenzione ai prezzi”. E’ quella che la letteratura economica recente chiama “disattenzione razionale”: le persone si disinteressano di alcune informazioni giudicate non rilevanti quando prendono decisioni economiche. E per i giapponesi, come mostra la survey che abbiamo visto all’inizio, evidentemente le informazioni sull’inflazione non lo sono.

Ma se l’inflazione in qualche modo “evade” dal mondo quantitativo disegnato dai modelli matematici, alla base delle predizioni della banche centrali, perché ha a che fare più con i comportamenti, più o meno razionali, che con gli aggregati macroeconomici, come si può pensare di fare politiche anti-inflazionistiche, o pro-inflazionistiche?

Se infine guardiamo alle aspettative, il Tankan di marzo – survey di breve termine svolta sulle aziende giapponesi – le vede in crescita a un livello mai visto dal 1980 per le industria manifatturiere e dal 1990 per quelle non manifatturiere. Il fatto che le imprese si attendano una maggiore inflazione, non vuol certo dire che alla fine i prezzi si sblocchino, ma se le imprese si decideranno ad aumentare i prezzi, questo potrebbe a sua volta influenzare le aspettative delle famiglie e far cessare questa gelata ormai ultradecennale.

E tuttavia, rimangono diversi dubbi. Commentando la survey che abbiamo visto all’inizio sulla risposta delle famiglie a un aumento dei prezzi del 10%, il banchiere ipotizza che le restrizioni pandemiche abbiano aumentato la disponibilità economica delle famiglie e quindi la loro tolleranza all’aumento del prezzi. Si continua quindi a dare una risposta “quantitativa”, a un problema che forse non lo è.

L’alternativa, d’altronde, è difficile contemplarla. Una “disattenzione razionale” è ancora tollerabile, all’interno di un ragionamento economico. Un comportamento irrazionale decisamente no. Tantomeno può tollerarlo una banca centrale.

Alle radici dell’inflazione. Il rincaro del trasporto merci


Poiché rischia di essere di poca utilità guardare dove guarda la maggioranza, proviamo a osservare ciò che di solito si trascura, distratti come siamo dal trambusto delle voci in coro, per aggiungere qualche nuova tessera al composito puzzle che disegna l’immagine di questa tremenda inflazione che si è abbattuta sulle nostra economie come la classica piaga biblica. Così come prima non si vedeva come potesse iniziare, adesso non si vede come possa finire.

Perciò vale la pena provare ad osservare l’aumento dei prezzi nel suo dispiegarsi di ragioni che lo motivano. Oltre alle solite che conosciamo bene, intendo dire. E’ chiaro che i prezzi salgono perché la pandemia e la guerra, eccetera eccetera. Però, come abbiamo accennato parlando di dazi, non è tutto qua.

Oggi ci occupiamo di un’altra voce di costo, che ovviamente dipende anch’essa dalla pandemia e la guerra, ma non solo. Ci riferiamo al costo dei trasporti internazionali di merci, al quale Bankitalia ha dedicato un recente approfondimento che contiene molte informazioni utili.

I dati sono riferiti a tutto il 2021, il secondo anno che confermava il trend ascendente dei costi di trasporto, riferiti sia alle merci esportate che a quelle importate. Quanto alle prime, l’aumento è stato del 3,3 per cento a fronte del 3,1 del 2020. Per le importazioni, si è arrivati al 4,9 per cento del 2021, a fronte del 4,3 del 2020.

Notate che i rincari dell’ultimo biennio hanno interrotto un trend discendente che proseguiva da oltre 15 anni. E se concentriamo la nostra attenzione sui costi di trasporto delle importazioni, notiamo che solo quelli che più di tutti hanno patito i rincari.

Questi ultimi si sono concentrati sui trasporti marittimi, che più volte abbiamo osservato essere particolarmente penalizzanti. Ma queste tensioni si osservavano anche molto prima della pandemia. Il notevole rincaro dei container ha coinvolto le rotte che vanno e tornano in Cina e dal resto dell’Asia, nonché per quelle che conducono in Nord America. Sono quelle che hanno patito i maggiori rincari e non certo casualmente, visto che sono le più affollate.

Rincari peraltro non distribuiti in maniera uniforme. Nel bulk liquido, ossia il materiale sfuso che comprende ad esempio il petrolio e i suoi derivati, il costo dei noli è diminuito a causa di un eccesso di offerta di stiva, mentre nel bulk solido – ad esempio minerali e granaglie – è accaduto il contrario. Altrettanto nel comparto general cargo.

Nel settore RoRo, ossia del trasporto di veicoli stradali, i costi sono rimasti stabili. Al contrario, nel trasporto aereo i noli sono ai massimi storici a causa soprattutto della ridotta disponibilità di stive per la drastica diminuzione dei voli indotta dalla pandemia.

In aumento anche i costi medi nei trasporti terrestri, che hanno dovuto fare i conti con l’aumento del costo dei carburanti. Soprattutto se allunghiamo il periodo di osservazione notiamo come il trend di rincari per i trasporti stradali sia ormai consolidato.

Questi dati, è bene ripeterlo, sono relativi al 2021, quindi prima della guerra. E già allora avevano provocato un sensibile peggioramento del deficit dei trasporti mercantili della nostra bilancia dei pagamenti, arrivato a 10,9 miliardi di euro, a fronte dei 6,8 del 2020.

Su queste tendenze, l’impatto della guerra non sarà certo benefico. Bankitalia non si sbilancia in previsioni, ma è ragionevolmente immaginabile che il drastico peggioramento dei costi energetici e le frizioni che ancora insistono sul lato dell’offerta ci conducano verso un peggioramento di questo deficit, e quindi a un aumento ulteriore dei costi di trasporto. Non sarà questo che porterà l’inflazione a due cifre. Ma darà un buon contributo.

Il reddito aumenta anche per chi non lavora


Sfogliando l’ultimo rapporto annuale di Bankitalia capita d’imbattersi in una buona notizia che racconta della nostra straordinaria capacità di cavar sangue dalle rape. E che ha sicuramente diverse buone spiegazioni, sulle quale però il rapporto non si sbilancia. In sostanza, il reddito è aumentato per (quasi) tutti, ma più di altri per gli inoccupati.

Reddito cittadinanza, forse. Ma chi può dirlo? Anche perché questo nuovo miracolo italiano, che si è verificato fra il 2016 e il 2020, non riguarda solo chi non lavora, ma anche i lavoratori indipendenti, quindi “liberi professionisti, i lavoratori autonomi, gli imprenditori, i soci o i gestori di società, i lavoratori atipici”. Tutti i particolari li trovate nella tabella sotto.

Per il totale delle famiglie, nei quattro anni considerati, il reddito medio equivalente è cresciuto in termini reali di circa il 4 per cento, grazie all’andamento favorevole dall’economia fino al 2019. Per chi non lo ricordasse, il reddito medio equivalente “è una misura che approssima il reddito di cui un membro di una famiglia dovrebbe disporre per raggiungere lo stesso livello di benessere che otterrebbe se vivesse da solo”.

La tabella sopra ci comunica altre informazioni. Il reddito equivalente per i nuclei dove vivono pensionati è rimasto stabile, mentre “l’incremento è stato decisamente più marcato della media per quelli in cui il principale percettore è lavoratore indipendente o non lavora”. Il reddito dei lavoratori autonomi è stato sostenuto dal capitale finanziario, spiega Bankitalia, che include anche il risparmio sugli interessi sui debiti concesso dalle moratorie.

Si osserva inoltre un aumento più sostenuto fra il primo quintile, ossia i più poveri, e i più ricchi, ossia il quinto quintile di reddito. I primi hanno goduto di sostegni pubblici – il famoso miracolo italiano -; i secondi hanno semplicemente aumentato i risparmi per effetto delle restrizioni. Quindi la diseguaglianza è rimasta costante. Senza sostegni, invece, sarebbe aumentata di un punto. Un altro miracolo italiano. Fatto a debito.

Cartolina. Forza Australia


I prezzi reali degli immobili in Australia stanno decelerando. Nell’ultimo trimestre del 2021 sono cresciuti di appena il 19 per cento su base annua, esibendo un triste declino rispetto a un anno fa, quando crescevano ben oltre il 20 per cento, per la gioia dei compratori di casa. Adesso lo sprint pare si sia spostato in Nuova Zelanda, dove la crescita annuale dei prezzi, nell’ultimo quarto, è arrivata al 20 per cento, seguendo una curva di rincari che farebbe emozionare qualunque palazzinaro. Meno magari le famiglie, ma ce ne faremo una ragione. E sicuramente anche loro. Ma non è detto che sia finita, per gli australiani, che hanno visto crescere di oltre il 40 per cento il costo delle abitazioni dal 2010, con la metà di questi aumenti concentrati negli ultimi due anni. Ci sono ancora ampi spazi per tornare in vetta. Quindi che dire? Forza Australia.

Cartolina. C’era una volta il risparmio


Serve una vocazione da Maramaldi per sottolineare il crollo dei risparmi nel pieno di una crisi inflazionistica che sta erodendo i redditi reali. Ed avere anche un certo talento da sadici a sottolineare che serviranno ulteriori riduzioni dei risparmi – ad averceli, ovviamente – per garantire un flusso di consumi ordinato anche nel futuro prossimo. Perché l’alternativa è correggere l’inflazione dei prezzi con la deflazione dei consumi. Il fuoco col fuoco, col rischio stagflazionario, ormai evocato a ogni pie’ sospinto dagli osservatori internazionali. Serve una vocazione e anche un certo gusto dell’ovvio a ricordarci che siamo finiti in un vicolo cieco, visto che una delle cure per mitigare l’inflazione – il taglio dei carichi fiscali che contribuiscono notevolmente alla crescita dei prezzi – e basta ricordare le accise sui carburanti – non è praticabile perché il paziente non se la può permettere. Letteralmente. Perciò contentiamoci di scrivere una nuova storia. Che non può che cominciare così: “C’era una volta il risparmio…”.

Un’idea per abbattere l’inflazione: tagliare i dazi


Alcune osservazioni svolte dal PIIE potrebbero (dovrebbero) servire a far ragionare, o quantomeno discutere, i policymaker di tutto il mondo alle prese con un problema tanto imprevisto quanto indesiderato: la crescita disordinata dei prezzi che sta mettendo a dura prova le contabilità di molte famiglie, specie quelle a basso reddito, ormai in gran parte del mondo.

Il punto dell’analisi del PIIE è molto semplice: in un contesto in cui i prezzi sono tirati da una serie di fattori che sono insieme geopolitici ed economici, quel che i governi possono fare per diminuire la tensione è togliere quei fattori che contribuiscono all’accelerazione dei prezzi che poi vengono pagati dai consumatori. Quindi rimuovere, ad esempio, i dazi, in alcuni casi molto elevati, che le politiche governative, a volte a scopi protezionistici, a volte per semplice amore di polemica, hanno innalzato contro le importazioni che arrivano da altri.

Il caso esaminato dal PIIE è di scuola, si potrebbe dire, visto che riguarda i dazi imposti dall’amministrazione Trump contro la Cina all’apice delle polemiche fra i due paesi. Ma il ragionamento potrebbe essere facilmente esteso alle altre forme di costo aggiuntivo che i beni incorporano nel prezzo finale. Basta ricordare il peso del fisco in ogni transazione. Le imposte indirette, infatti, sono una delle voci più rilevanti del costo delle merci. E noi italiani lo abbiamo visto quando il governo ha deciso di ridurre l’accisa sui carburanti per fra fronte all’improvviso e violento rincaro di questi beni. Quindi i governi possono fare molto per frenare l’inflazione, innanzitutto riducendo il peso del prelievo fiscale interno e internazionale. A patto, certo, di poterselo permettere. Ma questo è un altro discorso.

Vale la pena sfogliare comunque l’analisi del PIIE perché ci consente di farci un’idea delle cifre che sono in gioco, che spesso vengono obliterate dal dibattito pubblico. Non negli Stati Uniti, a quanto pare, visto che secondo quanto raccontano i bene informati c’è un ampio dibattito sulla possibilità di abbattere i dazi voluti da Trump per provare a raffreddare i prezzi, ormai vicini a una crescita a doppia cifra, col segretario al Tesoro Usa a ripetere l’ovvio, ossia che i dazi danneggiano consumatori e imprese americani assai più che la Cina, che peraltro proprio nel mese di maggio ha raggiunto su attivo commerciale di 79 miliardi di dollari: un piccolo record.

Secondo quanto riporta il PIIE, togliere i dazi ai prodotti cinesi potrebbe generare un diminuzione diretta di 0.26 punti dell’indice di inflazione, che arriverebbe a diminuire dell’1% considerando che le imprese sarebbero indotte a riconsiderare i propri ricarichi sui listini. Se poi l’amministrazione Usa ampliasse la politica di riduzione dei dazi, riducendo di due punti tutte le tariffe, il beneficio per l’inflazione sarebbe ancora maggiore, arrivando all’1,3%. Decisione che provocherebbe un risparmio medio a famiglia pari a circa 800 dollari l’anno, che non è granché, ma è sempre meglio di niente. Specie considerando che le tariffe e i dazi pesano sempre più sulle famiglie a basso reddito.

Perché non li tolgono allora? Perché è molto facile dirlo, ma difficilissimo farlo, specie se si ricorda che il protezionismo è stato da sempre uno strumento molto usato da tutti gli stati nazionali, le cui ricadute sono spesso ultradecennali. Nell’apparato tariffario statunitense, per dire, ci sono ancora dazi elevati negli anni Trenta del XX secolo, quelli della grande depressione.

Inoltre, togliere i dazi ha un costo per il bilancio dello stato, che riceve meno entroiti. E in un momento nel quale il debito pubblico aumenta senza sosta, non è facile rinunciare a questa forma occulta di tassazione. E poi c’è un altro aspetto da considerare. I dazi spesso sono strumenti di politica estera, come insegna il caso cinese. O di politica commerciale come racconta quello del legname canadese, pesantemente daziato – si calcole che queste tariffe comportino un sovraccosto medio di 18.600 dollari per ogni abitazione costruita negli Usa – per una vecchia polemica commerciale fra i due paesi.

Ragioni fiscali, di politica estera o commerciale che siano rimane il fatto. Imprese e quindi consumatori ne pagano il prezzo. Il che diventa sempre meno piacevole con un’inflazione che non si vedeva da quarant’anni.

Sempre più difficile il rebus dei rinnovi contrattuali


Fra i tanti passaggi che vale la pena sottolineare del lungo rapporto annuale di Bankitalia, conviene dedicare qualche minuto a quello che sembra destinato a diventare il grande tema dei prossimi anni: i rinnovi contrattuali in un’epoca di inflazione crescente.

Per dare un’idea della rilevanza della questione basta ricordare che “la quota di dipendenti privati con contratto scaduto alla fine del 2021 era pari al 38%”. Parliamo quindi di alcuni milioni di lavoratori – i dipendenti del settore privato sono circa 15 milioni – che esprimono una quota importante della domanda nazionale le cui retribuzioni sono ferme da alcuni anni. Che poteva risultare sostenibile in un contesto di prezzi stabili, ma rischia di trasformarsi in una bomba sociale con l’inflazione all’8%.

Non subito, ovviamente. “In Italia l’impianto complessivo della contrattazione collettiva limita nel breve periodo la reattività delle retribuzioni a variazioni inattese dei prezzi”. Ma questo a voler vedere il bicchiere mezzo pieno. Perché un’occhio meno rassicurante osserverebbe piuttosto che ritardare il rilascio di una tensione – “le tensioni legate al recente brusco rialzo dell’inflazione continueranno ad avere nei prossimi mesi un impatto contenuto sulle dinamiche del costo del lavoro”, scrive la Banca – significa “scaricare” una forza maggiore una volta che questa tensione si lasciata libera. Detta diversamente, non è molto sicuro che la tenuta di oggi coincida con quella di domani.

I segnali che arrivano dall’estero, in tal senso non sono molto rassicuranti. Ma per il momento, almeno nel nostro paese, non si intravedono rischi di spirali prezzi/salari. Nello scorso mese di marzo, infatti, quando le pressioni sui prezzi erano già visibili da tempo, il contratto delle costruzioni è stato rinnovato con aumenti intorno al 2% l’anno per il triennio 2022-24.

“Anche gli ampi margini di forza lavoro inutilizzata contribuiranno a frenare la dinamica retributiva: il tasso di disoccupazione, seppure in calo, è ancora compatibile con una crescita moderata dei salari; il numero di ore lavorate per addetto è tuttora inferiore rispetto ai valori pre-pandemici”, conclude la Banca.

Non ora e non subito, insomma, sorgeranno problemi sul versante della dinamica salariale. Ma domani chissà.

Ancora una fiammata dei prezzi immobiliari


Le ultime statistiche immobiliari diffuse dalla Bis, relative al quarto trimestre 2021, confermano che la spinta dei prezzi è ben lungi dall’essersi esaurita, pure se, guardando in controluce, mostra alcuni segnali di rallentamento.

Nel quarto trimestre i prezzi reali, a livello globale, sono cresciuti “solo” del 4,6%, rispetto al 5,4% del terzo, portandosi comunque a un livello elevato, rispetto agli standard storici. Per giunta il dato reale sconta il peso, ormai divenuto rilevante, dell’inflazione. I prezzi nominali, infatti, sono risultati in crescita del 10% su base annua, il tasso più elevato dalla crisi del 2008.

Ancora più di rilievo è l’informazione che la crescita dei prezzi continui ad essere divergente: nei paesi avanzati è ben sopra alla media globale – è arrivata nel trimestre al +8,1% sempre su base annua -, mentre nelle economie emergente (EMEs) è ben al di sotto: +1,9%. Nelle economie avanzate (AEs), tre su cinque hanno avuto una crescita dei prezzi superiori al 5%, appena una su cinque fra le EMEs.

Dulcis in fundo, l’onda dei rialzi ha portato il mercato immobiliare globale a un livello che è del 27% più elevato di quello raggiunto all’indomani della crisi finanziaria. Il rischio della bolla, insomma, comincia a diventare concreto.

Fra le economie avanzate, nel quarto trimestre si segnala la crescita del 19% dei prezzi in Australia e del 18% in Nuova Zelanda, e dell’11% negli Stati Uniti. In Europa spiccano l’Olanda (+13%), il Portogallo (+9%) e la Germania (+7%). In Spagna e in Italia i prezzi sono praticamente fermi.

Fra i paesi emergenti, invece, si segnala la Corea del Sud, ben oltre il 10%, mentre in Cina la spinta del mercato si è praticamente azzerata.

Infine, si segnala il caso della Turchia, dove il mattone è cresciuto, in termini reali, del 27%, a fronte del +14% del trimestre precedente. Una classica corsa al bene rifugio, in un paese dove l’inflazione ormai è quasi fuori controllo.