Categoria: Annali

Cartolina: I ricavi della guerra commerciale


Il guerreggiare sulle merci fra Usa e Cina, che da un anno almeno estenua le cronache, ha finalmente generato il risultato tanto perseguito: una riduzione del deficit commerciale statunitense nel secondo trimestre 2018. La corta impennata del conto merci, che essendo un deficit implica una sua riduzione, vale circa 17 miliardi ed è dipeso non tanto da una riduzione delle importazioni, che dovrebbe essere il fine dei dazi, leggermente cresciute, quanto dalle esportazioni aumentate malgrado l’antipatia di Trump. L’America ha esportato beni per oltre 429 miliardi, fra i quali si segnalano materie prime energetiche e prodotti agricoli, primo fra i quali la soia. Tutti beni che la Cina fino a ieri importava in notevoli quantità dagli Usa. Domani chissà. Alla lunga l’antipatia presenta il conto e già si orecchiano sussurri scoraggianti per l’economia Usa, come come quello del patron di Alibaba che rinnega la sua promessa di creare lavoro in un’America sempre meno amichevole. I ricavi della guerra commerciale sono transitori. I costi duraturi.

Annunci

Il petroyuan inizia a diventare uno strumento politico “reale”


La prima consegna di greggio fisico avvenuta nei giorni scorsi, che regola il primo future petrolifero quotato in valuta cinese, è una buona occasione per fare il punto sul petroyuan e sugli effetti che nel medio e lungo periodo questo strumento può svolgere non solo sui mercati petroliferi ma anche su quelli finanziari e quindi inevitabilmente politici. Può sembrare un vezzo da specialisti, monitorare il regolamento di un contratto future. Ma in realtà è un passaggio fondamentale per testare la solidità del processo messo in piedi dalle autorità cinesi che ha condotto alla quotazione del future. Se la consegna per una qualsiasi ragione avesse incontrato intoppi, il future cinese avrebbe sostanzialmente fallito la sua prova di mercato. Al contrario, tutto è andato come da copione. Le cronache riportano che sono stati consegnati 601.000 barili di greggio sour mediorientale per un valore di 293 milioni di yuan, pari a circa 42,6 milioni di dollari. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE), la borsa dove è quotato il future, non ha fornito l’identità degli acquirenti. Alcune fonti però alludono genericamente a compagnie finanziarie e ad almeno una compagnia cinese a controllo pubblico, la Yongan future.

Conclusa la regolazione, l’attenzione degli analisti si è spostata sull’andamento finanziario del future, che per una serie di ragioni legate probabilmente ai costi di storage e alla situazione internazionale è andato in contango già dal 21 agosto con il contratto in scadenza a dicembre. Quindi i prezzi futuri di dicembre sono superiori al prezzo spot corrente e tuttavia gli acquisti si son concentrati proprio su questa scadenza già dalle metà di agosto. Agli inizi di settembre i lotti scambiati su questo contratto avevano toccato quota oltre 348 mila lotti, poco sotto il record di oltre 367 mila contratti dell’8 agosto raggiunto però dal future di settembre ormai vicino alla scadenza. La preferenza dei trader sul future di dicembre, ossia il contratto più lontano nel tempo, non è usuale nei grandi mercati dei derivati, dove di solito la liquidità si concentra sul contratto più prossimo (cd prompt-month), quindi quello del mese successivo a quello in scadenza. Questa caratterista del future cinese denota l’utilizzo più che altro speculativo che ne fanno i trader, peraltro in gran parte clientela retail cinese. Avere tre mesi di tempo prima della scadenza, insomma, dà più margini per speculare sui prezzi e lasciare il mercato prima della consegna fisica. In tal senso in questi primi sei mesi di attività il petroyuan, secondo diversi osservatori, più che un termometro della domanda cinese di greggio, che ricordiamo essere ormai sostanzialmente la prima al mondo, è un indicatore dell’attitudine speculativa dei suoi partecipanti. Le cronache riportano che in oltre 30.000 avrebbero aperto un account all’INE e almeno una decine di grandi compagnie, cinesi e non, hanno iniziato da subito a utilizzare il petroyuan. Secondo alcune stime, dal momento del lancio al 31 agosto scorso sono stati tradati a Shangai oltre 11 milioni di lotti per un valore di circa 5,39 trilioni di yuan, superando di gran lunga il DME Oman future. Gii osservatori stimano che ormai il 15% di queste posizioni siano estere, rispetto al 5% dei primi due mesi di trading.  Insomma: il petroyuan mostra un gradimento crescente, ma soprattutto inizia a penetrare nell’economia reale del petrolio.

A parte la consegna di settembre, che sarà servita a rassicurare chi il greggio lo compra sul serio, gli analisti hanno osservato la nascita di un certo collegamento “spontaneo” fra il future cinese e Dubai. La preferenza finora mostrata per i contratti in petroyuan a intervallo trimestrale, infatti, si combina bene con i meccanismi di mercato della cittadina araba visto che il future ha come sottostante il Middle eastern sour, contrattato a Dubai, e soprattutto si sposa col ciclo di mercato di questo greggio che tratta cargo con merce spedita a due mesi, in coerenza con i 20-35 giorni che servono per raggiungere la Cina dal Golfo Persico. E non ci sono solo ragioni tecniche, ossia legate al funzionamento dei mercati, a lasciar immaginare grandi spazi di crescita nell’economia reale del petroyuan. La variabile politica è sicuramente quella più interessante. Cronache più o meno interessate sottolineano le enormi opportunità che si aprono per il petroyuan adesso che diventa imminente l’applicazione completa delle sanzioni Usa all’Iran. Dal prossimo novembre sarà molto difficile per gli iraniani vendere petrolio in dollari, e poiché la Cina rimane uno dei principali clienti della Repubblica Islamica, nulla di più semplice che usare uno strumento che già esiste – il petroyuan – per quotare e scambiare greggio contro valuta.

Qualcosa di simile starebbe accadendo anche fra Russia e Cina. Secondo questi resoconti Mosca e Pechino sono intenzionate a incrementare il valore delle transazioni denominato in rubli e yuan. I media riportano che il capo del Russian Direct investmente fund, Kirill Dmitriev, avrebbe annunciato lo scorso 12 settembre all’Easter Economic Forum (EEF) di Vladivostok che i primi accordi in valute locali avverranno all’inizio del prossimo anno e che esiste un’intesa con la China Development Bank per creare un fondo in valuta cinese da almeno dieci miliardi per sostenere questi scambi. L’intenzione è di scambiare beni per 100 miliardi di valore in prima battuta per arrivare a 200 nel medio termine. Una scelta che ha anche un certo senso economico se si osserva che la Cina, secondo alcuni resoconti, pesa circa il 15% del commercio russo e che il commercio bilaterale è cresciuto del 31,5% nel 2017 raggiungendo gli 87 miliardi. Peraltro pare che l’interscambio in valute locali sia già avviato da un pezzo. La Cina avrebbe pagato nel 2017 il 9% delle sue fornitura dalla Russia in rubli mentre le compagnie russe avrebbero pagato il 15% delle loro importazioni in Yuan. Il fatto che la Russia sia il primo fornitore di greggio della Cina potrebbe semplificare molto l’adozione del petroyuan nello scambio fra i due paesi.

E qui si arriva al punto che trasforma una questione da specialisti – un future sul greggio – o al limite da studiosi del commercio internazionale – l’interscambio russo-cinese – in un affare di stato. Anzi: di stati. La diffusione di scambi in yuan implica l’aumento del volume di transazioni valutarie in moneta cinese, ancora poco significativo, soprattutto a causa dell’inconvertibilità dello yuan, ma soprattutto perché sinora il commercio internazionale è stato denominato in gran parte in dollari. Anche su questo tema, resoconti più o meno interessati ipotizzano che l’evoluzione del quadro politico internazionale stia lentamente traghettando il mondo verso un sistema multi-valutario, dove il Re dollaro, seppur fra molte resistenze, e in parte per precise scelte degli Usa (dazi, sanzioni) sta lentamente perdendo quote di mercato. E’ presto per dire se queste previsioni siano sensate. Ma sarebbe poco saggio ignorarle.

Più del reddito di cittadinanza serve il reddito per le madri casalinghe


Una statistica diffusa da Ocse, dedicata alle differenze di genere nella quantità di tempo libero disponibile nel corso di una giornata, è una buona occasione per ricordare una caratteristica del nostro paese della quale si discorre pochissimo: la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù. Vediamo i dati.

Notate il notevole gap fra la quantità di tempo libero a disposizione delle donne in Italia e quello che hanno gli uomini. E poi guardate a quest’altro grafico che riepiloga i minuti per giorno di lavoro non pagato nel confronto internazionale.

In pratica, dopo il Messico le donne italiane sono quelle che cumulano il numero più elevato di minuti non retribuiti ogni giorno per le attività domestiche e la cura dei familiari. Parliamo di 227 minuti, oltre tre ore al giorno. Numeri che forse sono persino sottovalutati, Nei suoi ultimi due rapporti annuali, Istat ha dedicato svariati approfondimenti al lavoro non retribuito che fanno le donne italiane non ufficialmente occupate, che, per quantità, sfiora le 50 ore settimanali. Secondo le rilevazioni (anno 2014) in Italia sono state effettuate 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito, il 71% delle quali (oltre 50 miliardi) da parte di donne per attività domestiche. “Una forma di produzione – dice Istat -, che, pur non essendo retribuita, è fondamentale per il benessere del Paese”. Per capirlo basta un semplice esempio: “Nel 2014 oltre 7 milioni di casalinghe da sole hanno effettuato un numero di ore di lavoro non retribuito simile a quello prodotto da poco più di 25 milioni di uomini di 15 anni e più”. Il grafico sotto illustra l’impegno orario settimanale di donne e uomini in Italia.

Sempre Istat ci informa che “il modello di divisione del lavoro più tradizionale è quello male breadwinner, che assegna all’uomo il compito di provvedere al reddito e alla donna quello di curare la casa e la famiglia”. Questa modalità “è ancora oggi adottata dal 32,3 per cento delle coppie con la donna in età attiva”. Il che, oltre a spiegare il basso tasso di partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, denota la persistenza dello stereotipo secondo il quale è meglio che l’uomo lavori e donna stia casa. Una convinzione condivisa, “dal 54,1 per cento degli uomini e dal 46,6 per cento delle donne”. Paradossalmente “l’analisi dei carichi di lavoro totale fa emergere l’efficienza del modello male breadwinner: allo stato attuale, infatti, è l’unico che porti a una sostanziale parità nei carichi di lavoro totale, pari a circa 7h20’ al giorno per entrambi i partner”. Con una differenza sostanziale però: la donna non viene pagata. Se poi lavora, “paga” il reddito con un aumento notevole del lavoro complessivo, dovendosi far carico anche di buona parte di quello casalingo, come si può osservare dal grafico sopra.

Notate che anche nel confronto europeo le donne italiane sono quelle messe peggio dopo le rumene. E questo basta per far concludere a Istat che “il vantaggio di vivere in famiglia è percepibile soltanto per gli uomini, che beneficiano della condivisione del lavoro familiare con un guadagno netto in termini di carichi di lavoro complessivo, mentre per le donne, soprattutto se occupate, la vita di coppia comporta un aggravio di lavoro”.

Curiosamente di questo stato di cose si parla pochissimo. Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione. Invece di proporre improbabili redditi di cittadinanza ad aspiranti lavoratori sarebbe mille volte più giusto fornire una qualche forma di reddito a chi lavora già. Almeno a quelle donne che non ne hanno alcuno. Sarebbe anche un valido sostegno alle famiglie. Sempre l’Istat, nell’ultima ricognizione dedicata proprio alle casalinghe, fornisce alcune informazioni che ci aiutano a dimensionare il fenomeno. Nel 2016, anno della rilevazione, erano presenti 7 milioni e 338 milioni casalinghe in Italia. La gran parte anziane ultra 65enni (40,9%). Quelle fino a 34 anni erano l’8,5%. Quindi parliamo di circa 620 mila donne. La gran parte delle casalinghe vive al Centro-Sud (63,8%).

Il 42,1% di queste donne vive in coppie con figli. Quindi circa si può stimare che circa 3 milioni di donne, malgrado si occupino anche dei figli e del marito non ricevano alcun reddito, a differenza di quanto accade a gran parte alle casalinghe ultra 65enni che hanno di solito una qualche forma di previdenza. Le casalinghe “giovani” se vogliono una pensione una volta anziane devono versare i contributi di tasca propria, pure se non è molto chiaro da dove dovrebbero prendere i soldi. Si potrebbe cominciare fornendo un reddito almeno alle casalinghe che operano all’interno di un nucleo familiare con figli minori. Ciò non soltanto non soltanto per dar dignità al lavoro che queste donne svolgono, ma anche per fornir loro un valido contributo economico, visto che la gran parte di queste donne vive in condizioni di povertà e circa il 10% in povertà assoluta. Servirebbe anche a sostenere le famiglie e insieme favorire la natalità, che è un altro dei grandi problemi del nostro paese. Soprattutto sarebbe un giusto riconoscimento dell’importanza che hanno queste donne nella nostra società. Un ultimo dato lo illustra compiutamente. Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.

Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord


L’apertura della ferrovia fra la città finlandese di Kouvola e quella cinese di Xian ha improvvisamente fatto capire agli osservatori che la penetrazione europea da Nord delle merci cinesi, analogo per importanza a quella che procede da Sud passando dal Pireo, passa per la fredda Finlandia. In tal senso, Grecia e Finlandia, due paesi diversissimi per latitudine ed economia condividono questa strana circostanza che somiglia a un destino: sono due importanti terminali del capitale cinese che si dirige a passo di carica verso l’Europa. Anzi, verso l’eurozona, alla quale appartengono entrambi.

Se fosse solo una questione di ferrovie forse pochi ci avrebbero badato. Ma la collaborazione fra cinesi e finlandesi è assai più strategica. I novemila chilometri di strada ferrata che uniscono la Cina alla Finlandia, sui quali viaggiano chilometri di container pieni di merce cinese impallidiscono persino di fronte al più ambizioso piano, raccontato dalle cronache del dicembre scorso, per posare in terra Artica 10.500 chilometri di fibra ottica grazie ai quali “digitalizzare” il circolo Polare e creare la connessione internet più veloce al mondo fra la Cina e l’Europa con l’obiettivo, chissà quanto concreto, di concludere i lavori entro un paio di anni. La qualcosa è una perfetta rappresentazione dell’ambizione cinese di usare sempre più l’Artico come rotta di collegamento con l’Europa, per le merci come per i dati. Si stimano riduzioni degli attuali tempi di percorrenza intorno al 40%, sia che si tratti di cargo che di bit. Questa è una ragione più che sufficiente per guardare all’Artico come la nuova rivoluzione geoeconomica del XXI secolo. E spiega perché la Cina non poteva non partecipare. Anche in ragione del fatto che è una delle più forti produttrici mondiali di fibra ottica.

Portare un cavo di fibra ottica attorno al circolo polare non è un lavoro semplice. La Cina deve trovare intese con molti paesi artici senza esserlo a sua volta, come mostra con chiarezza il grafico pubblicato sopra tratto da un recente bell’approfondimento proposto da Ispi. La Finlandia, che sta investendo molto per proporsi come data hub (di recente ha lanciato un collegamento veloce con la Germania) è uno di questi stati, anche se certo il più importante rimane la Russia, con la quale i cinesi ormai hanno un robusta consuetudine “artica” cementata dallo sfruttamento del gas liquido prodotto nella penisola di Yamal.

Ma a ben vedere la piccola Finlandia non è meno strategica. Sempre Ispi ci ricorda un’altra ferrovia, per la quale sono in corso colloqui fra i due paesi, per collegare Rovaniemi in Lapponia, a Kirkenes, la cosiddetta “nuova Rotterdam”, porto norvegese al confine russo e terminale polare europeo dei container asiatici.

Un progetto che ricorda la ferrovia con la quale la Cina pensa di attraversare l’Europa centro orientale partendo dal Pireo.

Ma soprattutto finlandese è la Cinia group Oy, compagnia statale che ha un ruolo importante nel progetto del cavo in fibra lungo il passaggio nord-orientale e che ha trovato nei cinesi un partner di buona volontà e di altrettanto buona dotazione finanziaria. In particolare si è fatta avanti China Telecom, in perfetta sintonia con la digital silk road cinese, probabilmente in considerazione del fatto che si prevede che il traffico dati fra Europa e Asia triplichi nei prossimi cinque anni e la banda non è mai abbastanza. Peraltro i cavi esistenti che uniscono l’Asia e l’Europa passano lungo luoghi affollatissimi e soggetti a enormi difficoltà come lo stretto di Malacca e il Canale di Suez. Gli stessi luoghi, con relative strozzature di traffico, dove passa gran parte del commercio marittimo che unisce i due continenti.

Il progetto sino-finlandese, che trova fra i possibili partecipanti anche Russia, Giappone e Norvegia, si trova a dover concorrere con un’altra iniziativa, stavolta portata avanti dalla statunitense Quintillion, società basata in Alaska, che ha concluso a fine 2017 la prima fase di posa, delle tre previste, di un cavo sottomarino dalla Gran Bretagna al Giappone, lungo Canada e Alaska che in parte si sovrappone al progetto della finlandese Cinia.

Questi due progetti concorrenti, una volta conclusi, faranno dell’Artico una delle zone meglio connesse al mondo con tecnologia di ultima generazione e reti velocissime. E non sono neanche gli unici. Nell’arco di pochi anni il Polo sembra destinato a diventare una piattaforma ideale per sostenere e favorire i commerci che si svolgeranno lungo le rotte “analogiche” che vengono realizzate per l’occasione. Si pensi alle varie infrastrutture che stanno sorgendo lungo i porti polari. Il profondo Nord diventa terra di conquista anche per compagnie di telecomunicazioni, quindi, che però non sono semplici aziende ma portatrici di notevoli interessi. Dietro le compagnie ci stanno gli stati, più o meno direttamente. Per questo la corsa all’oro digitale partita al Polo Nord rischia di trasformarsi nell’ennesimo scenario di tensione fra Cina e Stati Uniti con l’Europa nello scomodo ruolo a metà fra il vaso di coccio e il cavallo di Troia. Tutti convergono verso il Polo. Ormai non più soltanto geograficamente.

(2/fine)

Prima puntata: L’ascesa silenziosa della via digitale della seta cinese

L’ascesa silenziosa della via della seta digitale cinese


Come nei film dove la fine s’intuisce dall’inizio, questa storia si rivela già nell’esordio del luglio 2015, quando la Cina propose la sua “digital silk road” durante un summit con l’Ue a Bruxelles dedicato proprio alla collaborazione digitale fra le due regioni, ossia la testa e la coda dell’Eurasia. Non è ancora chiaro chi sia la testa e la coda, fra Cina ed Europa. Ma se guardiamo soltanto allo sviluppo dell’economia digitale, il sospetto più che fondato è che sarà Pechino a guidare questo processo, visto che, com’è noto, l’Europa è alquanto debole in questo settore.

Questa classifica è stata pubblicata da Mediobanca alcuni mesi fa in uno studio dedicato alle websoft e non c’è ragione di credere che ci siano stati grossi cambiamenti da allora. Non ci sono grandi aziende europee nell’hi tech, a differenza di Usa e Cina, e soprattutto non sembra che l’Europa abbia molto chiaro dove vuole andare. La Cina, al contrario, ha le idee chiarissime. Sin dal 2015, ancora una volta. Quell’anno infatti fu lanciata un’altra “campagna” cinese, il Made in China 2025, con la quale Pechino ha lanciato la sua sfida all’Occidente promettendo di diventare leader (o quantomeno un player riconoscibile) nell’arco di dieci anni in dieci settori strategici della contemporaneità, il primo dei quali – e non a caso – è quello dell’ICT, che vuol dire non  solo sviluppare l’industria dei semiconduttori, ma anche le tecnologie hi tech sottintese allo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino all’infrastruttura dei cavi sottomarini. Tutti fronti di potenziale tensione con la potenza egemone in carica che spiegano assai meglio del deficit commerciale la ragione della guerra dei dazi scoppiata da Usa e Cina.

Il MIC 2025, come lo chiamano gli esperti, e la digital silk road, a ben vedere sono facce dello stesso poliedro che ormai rappresenta la politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo. Sembra un tempo infinito, ma solo se si trascura di osservare le molte cose che sono successe dal 2015 fino a oggi. L’attivismo cinese è tanto intenso quanto silenzioso. E già questo dovrebbe consigliarci di prenderlo molto sul serio.

Le cronache di tale attivismo sono numerosissime. L’Action Plan redatto nel 2015 dal governo cinese per la digital silk road prevedeva la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove secondo alcune metriche meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non posso far girare software in maniera efficiente su una rete veloce e non si può contare su milioni di persone connesse alla rete per poter godere dei beni e dei servizi che si produce o si trasporta. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per spalancare gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” users. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse per timori connessi alla presenza cinese in una infrastruttura strategica, aveva proposto di costruire un cavo sottomarino per collegare le Solomon Island alla rete globale. Ed è sempre la Huawei che ha dato il via a un progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. L’America Latina, d’altronde sembra essere divenuta un altro punto di interesse dei cinesi. Qualora servisse un esempio, si può ricordare che di recente è stato completato, sempre a cura di Huawey, il cavo sottomarino che collega l’Africa, e in particolare il Camerun, con il Brasile. Seimila chilometri di fibra ottica destinati a far salire notevolmente le comunicazioni fra queste due parti del mondo.

Questi due esempi sono solo la punta dell’iceberg. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese e di recente per aver firmato un accordo per infittire la collaborazione con la Cina nell’ambito dell’ultimo Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC) che si è svolto fra il 3 e il 4 settembre a Pechino. Oltre a ciò la Cina sta investendo parecchio per fare arrivare una connessione di qualità anche nelle zone più remote dell’Asia centrale partecipando anche al consorzio che ha la responsabilità con il cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente le cronache hanno riportato dell’imminente accordo fra i gigante cinese Alibaba con alcuni partner russi, Mail.ru, che controlla i social network più popolari del paese, e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia nell’ambito della visione cinese della digital silk road. Ma soprattutto è già in stadio avanzato la presenza cinese nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale dove Huawey e ZTE sono ormai ben radicate. Parliamo di paesi come Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan e Kazakistan, che con la Cina hanno anche profondi legami commerciali e progetti di sviluppo infrastrutturali assai significativi. L’avvento imminente del protocollo 5G, che vede la Cina in prima fila in questa nuova corsa all’oro, ha portato anche all’accordo che nel 2015 Pechino ha siglato con l’Ue per coordinare la ricerca sulle reti del futuro, senza trascurare le tecnologie annesse o concorrenti, come il cloud computing e la rete satellitare. Nekl 2017 Pechino ha annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system) nei territorio della Bri. Il Pakistan ha iniziato già ad usarlo e sono in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha un’evidente ricaduta commerciale e un portato politico meno evidente ma sostanziale. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, che a sua volta vuol dire instaurare relazioni bilaterali come la Cina ha già fatto con Australia, Estonia, Ungheria, Cambogia e Brasile proprio per regolamentare l’e-commerce. A sua volta sviluppare commercio elettronico significa “vendere” sistemi di pagamento e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia, eccetera), mentre in Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato africano entro la fine di quest’anno. Dulcis in fundo, Alibaba e Huawei hanno siglato accordi per sviluppare smart cities in Kenya, Malesia e persino in Germania.

E infatti sarà l’Ue la vera cartina tornasole per capire fino a che punto la via digitale cinese della seta diverrà la promessa del 2015. Molti osservatori puntano il dito sui molti rischi che porta con sé l’exploit tecnologico cinese, trattandosi di infrastrutture strategiche e per di più portatrici di informazioni, ossia il petrolio del nostro tempo. Ma al tempo altri sottolineano le enormi opportunità che le reti digitali rappresentano per molti paesi. Come sempre la verità sta nel mezzo. E si capisce molto bene se si guarda a un altro esempio che rappresenta la perfetta sintesi di quanto abbiamo detto finora: lo sviluppo delle comunicazioni digitali nell’Artico, l’ultima frontiera economica e politica del nostro tempo.

Ultima puntata: Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord

(1/segue)

Cartolina: La Cina che verrà


C’era una volta una Cina che investiva oltre 460 miliardi di dollari in otto anni nell’economia globale dedicandone quasi la metà al settore energetico, e poi ai metalli e alle costruzioni. Era una Cina pesante: siderurgica, energivora e palazzinara che somigliava ancora alla vecchia Unione Sovietica. Poi è arrivata la Cina che dura ancora oggi, che ha investito oltre 600 miliardi in cinque anni, ma stavolta in settori che prima non c’erano, come la tecnologia, l’intrattenimento e persino il turismo. E’ la Cina dell’ICT e del 5G, del Made in China 2025 e dell’industria cinematografica che improvvisamente esplode, mentre Alibaba diventa un gigante globale. E’ la Cina della Belt and road initiative. E’ la Cina leggera e insieme pesante, che somiglia sempre più all’Occidente. Quella che prepara la Cina che verrà.

Le fondamenta finanziarie della Bri iniziano a scricchiolare


La Bri, dunque. Ovvero una delle visioni più ambiziose (e costose) che un singolo stato abbia elaborato nel tempo recente e che dice tutto ciò che occorre sapere delle tentazioni cinesi. Pechino vuole diventare un attore politico globale, utilizzando la lingua della pace e lo strumento del commercio, mentre affila la spada. E perciò deve costruire strade dove non ce ne sono, visto che costruire una strada serve anche a diventare amici dei paesi che ne sono attraversati. Questo spiega il fiorire di accordi bilaterali fra la Cina e i paesi di mezzo mondo, tutti rigorosamente bisognosi di aiuti, che rendono i cinesi praticamente onnipresenti nel globo. Spiega i forum con i paesi africani, e con quelli mediorientali, che ogni anno celebrano il rito del rinnovo di promesse e finanziamenti. E spiega anche la costante ricerca di partnership con i poteri già consolidati, quindi la Russia, ma anche l’Ue. Ma soprattutto è interessante osservare che il peso specifico delle economie coinvolte nella Bri è cresciuto notevolmente nell’ultimo trentennio e ormai vale circa un terzo dell’economia mondiale.

La Cina quindi sta investendo sull’economia emergente, in senso letterale. Ma tutto ciò si regge sul presupposto del potere economico e finanziario cinese, ossia sulla capacità di dar seguito alle promesse di aiuti sui quali gli stati coinvolti nella Bri contano. E quindi sull’ipotesi che l’economia cinese regga l’urto del futuro. Si tratta di un’ipotesi che la realtà si incaricherà di testare, ma nel frattempo è utile ricordare alcuni numeri che servono a dimensionare il problema.

Gli analisti concordano sul fatto che nel mondo ci sia bisogno di maggiori infrastrutture per garantire maggiori commerci e quindi più prosperità in futuro. L’Asian Development Bank ha stimato che l’Asia soltanto necessiterebbe di 26 trilioni di dollari di investimenti da qui al 2030 nei vari settori. I trasporti, insieme all’energia, fanno ovviamente la parte del leone.

Le stime di Ocse quotano circa un trilione fino al 2027 l’impegno finanziario soltanto della Cina, che ha creato anche veicoli dedicati (Silk Road Fund) che si occupano di raccogliere e indirizzare le risorse che arrivano dalle grandi compagnie cinesi (SOEs) e dalle banche commerciali controllate dallo Stato. Questo impegno sostiene lo straordinario sforzo infrastrutturale promosso dalla Cina che questo grafico ricapitola bene.

Questo invece è l’elenco delle economie coinvolte nel processo, che è anche un’ottima mappatura delle relazioni politiche che la Cina sta pazientemente realizzando dal 2013, anno di presentazione della Bri, in poi.

Questo sforzo straordinario ha generato investimenti altrettanto rimarchevoli. Soltanto nel settore delle costruzioni, nel periodo fra il 2005 e il 2018 la Cina ha generato progetti di investimenti, per lo più infrastrutturali, che solo per i paesi coinvolti nella Bri valgono oltre 480 miliardi di dollari, il 59% degli 814,3 miliardi conteggiati da Ocse.

Questo grande impegno finanziario ha favorito la crescita e lo sviluppo di competenze imprenditoriali di tutto rispetto nei settori connessi alle costruzioni, quindi ferro, acciaio e cemento, oltre che nella progettazione e realizzazione di infrastrutture. Al punto che il premier cinese Li Keqiang ha invitato i produttori cinesi a “esportare” la loro competenza nei paesi dell’Asean.

Ma alla fine dei conti i veri architetti della Bri sono in banchieri. Una fra le più esposta ai sogni di grandezza cinesi è la China Development Bank, la più grande banca di sviluppo al mondo, che a fine 2015 aveva già investito 110 miliardi di dollari sulla Bri finanziando circa 400 progetti in 37 paesi. I prestiti sono stati fatti direttamente ai governi in alcuni casi (ad esempio il prestito quarantennale senza interessi al governo indonesiano per un progetto di alta velocità ferroviaria fra Jakarta e Bandung) oppure alle compagnie cinesi che investivano sui territori. Segue la China Exim Bank, che fornisce varie tipologie di operazioni, dai crediti alle esportazioni al finanziamento delle infrastrutture, che a fine 2015 aveva supportato un migliaio di progetti in 49 paesi della Bri per un valore di 80 miliardi. Anche questa banca presta ai governi, alle compagnie cinesi, ma anche a quelle dei paesi Bri. Altri grandi “elemosinieri” della Bri sono l’Industrial and Commercial Bank of China, che fa prestiti puramente commerciali che ha già totalizzato 159 miliardi di esposizione nei confronti dei paesi della Bri per 212 progetti, e poi la China Export and credit insurance corporation, che a dicembre 2015 aveva già sottoscritto progetti per oltre 570 miliardi di valore nei paesi della Bri. Segue la Bank of China con circa 100 miliardi di prestiti a fine 2017 e chiude la classifica il Silk road fund, che investe per lo più in progetti infrastrutturali a vocazione energetica, con 40 miliardi di esposizione.

Questa montagna di denaro è stata investita in paesi che in moltissimi casi hanno economie fragili. Secondo la ricognizione fatta da Ocse, ci sono 17 economie fra quelle oggetto di prestiti cinesi per costruzioni. “Ci sono 17 economie con investment grade o superiore a BBB-. Ci sono 29 economie classificate sotto investment grade e 14 senza alcun rating. Gli investimento in progetti di infrastrutture per l’edilizia in queste ultime economie costituiscono oltre la metà del totale cumulativo dal 2005: cioè 253,8 miliardi di USD rispetto a un totale cumulativo investimento di 420 miliardi di dollari dal 2005. Resta da vedere quanto siano fattibili questi progetti nelle economie sotto-investment-grade”.

I dubbi di Ocse vanno considerati con attenzione. Le cronache di recente hanno riportato in diverse occasioni delle polemiche intercorse fra Cina e Pakistan (notate l’istogramma blu sopra il Pakistan nel grafico sopra) che si sono arricchite con la notizia che anche la Malaysia aveva deciso di tirarsi indietro relativamente ad alcuni progetti infrastrutturali finanziati dalla Cina. E sempre le cronache hanno più volte riportato delle difficoltà in cui sono incorsi alcuni paesi africani molto indebitati con i cinesi. A questi rischi “esterni” occorre aggiungere quelli che covano all’interno del sistema finanziario cinese, che abbiamo già osservato e che è probabile facciano sentire il loro peso maggiormente adesso di quanto non fosse in passato. La Cina ha già iniziato a restringere il credito all’interno, dovendo fare i conti con un’economia molto indebitata. Ciò accade proprio mentre le banche “strumento” delle Bri dovrebbero spingere maggiormente sul pedale del credito. La recente promessa del presidente cinese Xi, all’ultimo Forum con i paesi africani di 60 miliardi di nuovi prestiti ne è un esempio chiarissimo. Le banche cinesi, insomma, dovranno imparare, assai più di quanto abbiano fatto sinora, a prestare i soldi dove conviene, e soprattutto dove i prestiti possono essere ripagati. E questo può entrare in conflitto con la ragione politica. Un paese africano può essere un pessimo investimento economico ma un ottimo affare per il governo di Pechino. Al tempo stesso, se i problemi finanziari “esterni” finissero col sommarsi l’uno all’altro, aggiungerebbero un peso notevole ai problemi finanziari interni, con i quali il paese deve fare i conti.

Il grafico sopra mostra il valore cumulativo nozionale degli asset sui quali la Cina ha investito sin dal 2005 definiti come “troubled”, quindi in qualche modo problematici. Come si può osservare, quelli allocati nei paesi Bri superano i 100 miliardi, molti dei quali in paesi politicamente complessi. Solo in Iran, per fare l’esempio che come sappiamo adesso è nuovamente alle prese con le sanzioni Usa, le imprese statali cinesi partecipano a progetti energetici problematici per circa 25 miliardi. E altri 12 miliardi di investimenti complicati sono allocati nell’immobiliare e le ferrovie libiche. Altri 4,6 miliardi sono impegnati in Pakistan e altri 3,8 in Siria.

Alla lunga la somma del rischio finanziario esterno e del rischio interno rischia di diventare insostenibile per la Cina. La finanza, che ha animato la Bri, rischia di essere il suo tallone d’achille. E questo, in un contesto di crescenti tensioni commerciali e di normalizzazione monetaria, è un rischio che molti analisti stanno già iniziando a prezzare.

(3/fine)

Puntata precedente: Quel che bisogna sapere del sistema bancario cinese

Servono lavoratori (più che consumatori) per far crescere il Pil


In tempi di pensiero magico, nei quali la (pseudo)conoscenza procede a colpi di battute sui social, vale la pena spendere del tempo per ricordare alcune elementari nozioni sull’andamento della realtà, giovandosi di quest’ultima in qualità di maestra, ruolo nel quale eccelle, malgrado uno stuolo crescente di denigratori. Il pretesto ce lo offre una interessante ricognizione pubblicata dalla Fed di S.Louis dove si analizza l’andamento del pil reale pro capite nel paese dopo il crash del 2008, notando come malgrado i notevoli sforzi compiuti dai governanti, sia del Tesoro che della banca centrale, il trend di crescita del prodotto sia rimasto alquanto sottotono.

Come si può osservare la crescita del pil pro capite, pure nelle oscillazioni del ciclo economico è stata alquanto stabile negli Usa fin dagli anni ’50. La Fed stima un tasso medio di crescita, fra il 1955 e il 2007, del 2,2% annuo, a fronte dell’1,6% circa registrato dal 2010 in poi. La forte contrazione del prodotto post crisi, in sostanza, ha impresso alla crescita un ritmo lontano dalla sua media storica, con la conseguenza che “al secondo quarto 2018 il pil pro capite era ancora circa il 16% inferiore rispetto al trend pre recessione”. Come se dopo il forte trauma del 2008 l’economia Usa, malgrado i notevoli sforzi profusi dal governo, non sia più riuscita a trovare la giusta intonazione.

Fin qui nulla di nuovo. Che la crescita Usa sia stentata è notorio. La novità è nel diverso punto di osservazione proposto dalla banca. Ossia osservare l’andamento della crescita pro capite in relazione a quello della popolazione che partecipa al lavoro. Quest’ultima, com’è noto, dipende da diversi fattori, a cominciare dall’andamento della demografia. Gli Usa, come altri paesi, stanno iniziando a fare i conti con il pensionamento della generazione del baby boom che, diminuendo il numero delle persone in età lavorativa, può incidere sulla forza lavoro. E in effetti gli Usa stanno sperimentando un certo calo nella partecipazione, cui corrisponde l’aumento degli inattivi. Le ragioni del calo della partecipazione possono essere anche altre, ovviamente. Possono dipendere dalla confermazione del mercato del lavoro Usa o dall’alto debito cumulato dal settore pubblico e privato. Ma il punto saliente che qui interessa rilevare è mettere in confronto l’andamento del pil pro capite non rapportandolo più al totale della popolazione, ma soltanto alla forza lavoro, ossia la somma di lavoratori occupati e lavoratori in cerca di occupazione (e quindi disoccupati). In sostanza coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro. Tale quota della popolazione è una parte, al netto degli inattivi, di quella in età lavorativa, che è a sua volta un sottoinsieme della popolazione totale.

Comparando i due grafici si osserva che la curva del trend e quella del pil reale pro capite “aggiustato” per la partecipazione viaggiano più vicine. Per dirla con le parole della Fed “l’output appare meno volatile nel periodo dopo la Grande recessione”. E in effetti “malgrado la produzione sia rimasta leggermente (meno del 2%) al di sotto della tendenza precedente alla recessione a partire dal secondo trimestre del 2018, i tassi di crescita medi per i due periodi sono gli stessi: 1,7 percento all’anno”.

Che significa tutto questo? Che “aggiustando” il pil pro capite per tenere conto degli effetti demografici (nell’ipotesi che solo questi contribuiscano all’andamento della forza lavoro, e se ne potrebbe discutere) “l’economia Usa ha mostrato una performance soddisfacente e un outlook positivo sin dalla fine della recessione”. In sostanza, considerando solo la quota della popolazione impegnata nel mercato nel lavoro, la crescita Usa è più che soddisfacente. Chi non lavora non mangia, dicevano gli antichi. Se non si lavora, non si produce crescita stabile, potremmo dire noi oggi. E non è detto che basti un reddito di cittadinanza a fare la differenza.

Quel che bisogna sapere del sistema bancario cinese


Ciò che molti si chiedono, osservando la crescente volontà di potenza del rinascente impero cinese, è quanto tale impeto sia alla lunga sostenibile per un paese che mostra già preoccupanti fragilità. E poiché oggi la potenza si valuta innanzitutto testando i cordoni della borsa, ecco che il sistema bancario cinese, divenuto in questi anni uno dei più grossi e diffuso al mondo, diventa d’improvviso oggetto di svariati approfondimenti, l’ultimo dei quale ce le propone Ocse nel suo Business and financial outlook, dove le banche cinesi vengono segnalate come elemento di rischio, più che di opportunità.

Cominciamo da un po’ di anagrafica. Il sistema bancario cinese si compone principalmente di quattro grandi banche commerciali che vengono classificate come sistemicamente rilevanti (G-SIBs): Bank of China (BOC); Industrial and Commercial Bank of China (ICBC); China Construction Bank (CCB), Agricultural Bank of China (ABOC). A queste si aggiungono tre banche di sviluppo, quindi “politiche”.
La China Development Bank (CDB), che si occupa principalmente di infrastrutture, politiche abitative e delle grande aziende pubbliche (SOEs, State owned enterprises),  la Agricultural Development Bank of China (ADBC) e la China Export-Import Bank (ExIm
Bank) for international trade. La CDB and la ExIm Bank sono pesantemente coninvolte nel finanziamento dei progetti correlati alla Bealt and road initiave (BRI), lanciata nel 2013 che è un po’ la cornice istituzionale dell’espansionismo cinese. A questi colossi si aggiungono parecchie banche di taglia minore, tutte controllate dallo stato, e un piccolo settore di joint stock bank, quindi in forma di società per azioni. Questo grafico ci consente di avere un’idea delle dimensioni aggregate di questo settore bancario.

Quindi complessivamente parliamo di quasi 40 trilioni circa di asset equivalenti al 310% del pil cinese. Queste cifre non comprendono però né le esposizioni fuori bilancio che alimentano il cosiddetto Shadow Banking, né il complesso sistema dei wealth management products (WMPs) che si stima origini un altro 63% del pil di esposizione bancaria. A tutto ciò si aggiunge anche il Dai Cha, un mercato bancario parallelo di repo, attività di brokeraggio e di risparmio gestito.

Il grafico consente anche di osservare la notevole espansione del credito decisa dal governo cinese a partire dal 2009 per evitare le conseguenze della crisi del 2008. Questa operazione è stata in parte supportata dalle quattro grandi banche, che hanno aumentato i loro bilanci dal 98% del pil (anno 2007) al 109% (anno 2010). Ma il grosso di questo aumento del credito lo hanno garantito le più piccole banche statali che hanno finanziato parecchie attività a livello regionale. Queste banche hanno visto crescere i loro bilanci dall’82% del pil nel 2008 al 103% nel 2010. Questa crescita accelerata del credito ha spinto il governo a frenare l’espansione agendo sugli strumenti di repressione finanziaria di cui Pechino dispone ampiamente. Ma il risultato è stato che l’espansione ha proseguito fuori dai bilanci ufficiali delle banche, alimentando proprio il circuito delle banche ombra e i suoi vari derivati. Col risultato che a fine 2017 i bilanci della banche pesavano il 310% del pil, ma aggiungendo i vari settori paralleli si arriva al 387%.

Gli animal spirit che alimentano l’espansione creditizia non sono facili da fermare. Neanche se sei la Cina. Le banche e le non banche infatti hanno alimentato un notevole mercato interbancario che consente loro di far girare i soldi senza troppe preoccupazioni regolamentari. Ciò spiega anche la notevole crescita del Dai Chi, che ha la curiosa caratteristica di essere un mercato repo informale, ossia non basato su contratti tutelati dalla legge. Nel Dai Chi un bond viene venduto per contanti a una certa scadenza a un prezzo prefissato. Ma se al momento della regolazione il prezzo del titolo scende sotto quello pattuito il venditore può teoricamente rifiutare di onorare l’impegno, visto che non c’è un obbligo di legge. Questa specie di far west, secondo alcune stime, peserebbe il doppio dell’interbancario normale, circa 15 trilioni di yuan.

Ad aumentare la complicazione, il fatto che i partecipanti a questa giostra, SOE, veicoli WPMs, banche, hanno tutte dietro lo stato e ciò favorisce notevolmente il moral hazard, visto che gli investitori percepiscono che dietro ogni credito c’è la garanzia implicita del governo. E in effetti alcuni casi di cronaca rafforzano la percezione. Nel dicembre 2016 andò in default un bond della Sealand Security, un’azienda di brokeraggio posseduta da un governo locale. La Sealand vendette un bond nel mercato Dai Chi che ha finito col valere assai meno del prezzo concordato per il buy back. Il broker si ritirò dalla compravendita generando il panico e costringendo il regolatore a obbligare varie controparti anonime a mettere in piedi vari repo per coprire le perdite. Il risultato complessivo di questo moral hazard è che le attività fuori bilancio delle banche cinesi hanno superato, in relazione al peso nell’economia, il peso delle cartolarizzazioni che determinarono negli Usa la crisi del 2008. “La Cina sta provando con procedure macroprudenziali a gestire questi processi, ma sta sperimentando difficoltà”, dice Ocse.

Quest’altro grafico mostra la galoppata negli asset delle quattro big four cinesi nel confronto internazionale. Come si può vedere la crescita è stata rapidissima e intesa. E ciò non poteva che provocare fibrillazioni. L’ondata di denaro ha investito la società cinese sommergendola completamente. Gli investitori retail che investono in borsa sono aumentati notevolmente, non solo nei mercati azionari, ma anche in quelli delle commodity, divenuti uno dei più esuberanti al mondo. E ovviamente tutto ciòha messo sotto pressione le banche, divenute i terminali del desiderio collettivo di ricchezza. Questo grafico misura l’indice di distanza dal default delle quattro banche sistemiche e delle banche statali.

Il grafico mostra che l’indice inizia a declinare da fine 2014, ben prima del picco azionario raggiunto nel maggio 2015, con ciò anticipando i rischi crescenti nel sistema bancario. Il crollo della borsa dopo maggio 2015 e il rallentamento dell’economia ha indotto le autorità ad adottare provvedimenti di contenimento dell’esuberanza azionaria. A metà giugno 2015 per molti titoli di azienda furono sospese le contrattazioni. Quindi furono tagliati i tassi dell’interbancario. A luglio si impedì la vendita di azioni a grandi possessori di azioni, compresi i gestori di WMP. E infine fu svalutato le yuan in agosto. Il risultato, visibile dall’indice sul grafico, fu che i DTD si riportò al livello pre crisi. Superare la crisi potrebbe aver richiesto larghe ricapitalizzazioni dallo stato. E tuttavia dal 2017 il DTD ha ripreso la sua discesa. D’altronde i problemi strutturali della Cina, dall’alto debito delle imprese associata alla crescita del credito tramite l’apertura di pratiche finanziarie innovative, sono tutti lì in attesa di soluzione. Il governo ha detto, con varie voci, di voler provvedere. Ma per adesso ciò che rimane è il rischio. “Ci sono parallelismi fra la Cina e i paesi avanzati, relativamente all’interconnessione delle banche, la gestione della ricchezza, il mercato azionari e il leverage”, scrive Ocse. I cinesi hanno disseminato di focolai il loro sistema finanziario e hanno imparato a giocare col fuoco, proprio come noi. Rimane da capire quanto siano in grado di gestire i possibili incendi. Soprattutto adesso che la banche cinesi hanno una forte presenza in Asia e Africa, zone ricche di opportunità ma fonti potenziali di problemi molto gravi.

La Cina sta penetrando, concedendo prestiti, in molte economie deboli affrontando il rischio finanziario del default di questi prestiti. Cosa succederà se i debitori non potranno restituire quanto ottenuto? Il sistema bancario cinese potrebbe diventare il tallone d’achille della BRI.

(2/segue)

Puntata precedente: I tre rischi che minacciano l’economia internazionale

Puntata finale: Le fondamenta finanziarie della Bri iniziano a scricchiolare

I tre rischi che minacciano l’economia internazionale


Dovendo discorrere di disruption, in questa settima stagione del nostro blog, il migliore esordio possibile, almeno relativamente al lato economico, ce lo offre l’Ocse che ha pubblicato di recente il suo outlook su business e finanza andando proprio a guardare nelle zone oscure dove si annidano alcuni rischi di rottura del fragile equilibrio lungo il quale si articola la nostra quotidianità. Zone assai ampie, peraltro. Basta scorrere rapidamente il sommario del primo capitolo della pubblicazione per farsene un’idea.

Al primo posto, e certamente non a caso, c’è l’ormai avviatissima normalizzazione monetaria che significa insieme rialzo dei tassi di interesse e cessione di asset da parte delle banche centrali, che in questi anni hanno gonfiato i bilanci con titoli del settore pubblico e privato. “La transizione può essere volatile”, avverte l’Ocse. E i recenti episodi di instabilità valutaria in alcuni paesi, come ad esempio la Turchia, che ha molto debito estero denominato in dollari, sono un segnale eloquente di tale volatilità. La seconda questione esaminata da Ocse riguarda la riforma della regolazione iniziata all’indomani del grande crash del 2008, che condusse i paesi del G20 a impostare una gran mole di riforme, fra le quali spicca l’adozione di Basilea III. Si tratta di capire se la resa è valsa la spesa, per dirla semplicemente. E purtroppo si riuscirà a saperlo, se davvero abbiamo costruito un sistema finanziario più sano e robusto, solo quando verrà testato da uno stress. Il terzo punto, che poi è l’autentico distillato di questi dieci anni trascorsi, è l’elevato aumento del debito. Un fenomeno globale che ha assunto dimensioni preoccupanti in molte economia emergenti, fra le quali la Cina, come abbiamo più volte osservato, dove al boom debitorio del settore privato si è associata l’espansione dello shadow banking e del business ad esso collegato del wealth management, ossia di prodotti finanziari di gestione finanziaria spesso collegati a business pericolanti come quello immobiliare. “Tutti questi rischi – dice l’Ocse – hanno il potenziale di danneggiare la crescita sostenibile dell’economia globale”. E l’analisi dell’istituto parigino conduce alla conclusione che “i rischi finanziari saranno elevati nel periodo che abbiamo di fronte”. Vale la pena, perciò, esaminarli uno a uno.

La normalizzazione monetaria ormai ha ormai più di due anni alle spalle. Ossia da quando la Fed, nell’ultimo quarto del 2015, ha deciso di cessare le sue politiche accomodanti, prima con il rialzo graduale dei tassi di interesse e poi con la chiusura del programma di quantitative easing. Un percorso simile, di recente, è stato intrapreso dalla Bce, che ha annunciato per la fine dell’anno il termine del QE, salvo il reinvestimento dei titoli in scadenza (come d’altronde la Fed), lasciando però i tassi ancora fermi. Al contrario la Banca d’Inghilterra ha innalzato i tassi ma al momento mantiene il QE. Solo la Banca del Giappone ha confermato immutato il suo quantitative e qualitative easing. “Questi passi verso la normalizzazione – osserva Ocse – hanno già condotto a movimenti estremi nei prezzi degli asset nella prima parte del 2018. E questo può essere un assaggio di ciò che ci aspetta” E che ci attenda molta volatilità sembra fuor di dubbio. In un mercato tirato dal debito il nervosismo è davvero il minimo che ci si può aspettare.

L’Ocse nota che la normalizzazione della politica monetaria è iniziata un paio di anni prima della finalizzazione delle regole di Basilea III, scritte apposta per rendere più robusto il sistema finanziario, ma che a quanto pare solo in parte sono giovate alla bisogna. “I requisiti di capitale sono stati innalzati – spiega Ocse – ma i modelli di business della banche sistemiche (G-SIBs) sono rimasti più o meno gli stessi di prima della crisi”. Le banche, insomma, hanno opposto una certa resistenza al cambiamento sicché i rischi sono stati calmierati per lo più tramite la riforma dei requisiti di liquidità e del sistema dei derivati. Il valore nozionale dei derivati OTC, un buon indicatore del livello di interconnessione della banche rilevanti, è arrivato a 532 trilioni nella seconda metà del 2017, molto vicino ai 586 trilioni del 2007. I Credit default swap, il contratto derivato più significativo per misurare il livello di interconnessione, sono scesi però dal 10,5% del totale nozionale all’1,8%. E soprattutto è cambiato lo scenario delle controparti, grazie al ruolo crescente delle controparti centrali, e sono state fissate nuove regole per il clearing. Ciò per dire che il valore nozionale di oggi incorpora rischi ben diversi (e minori) di quello di ieri.

Questi miglioramenti non possono oscurare il fatto che il sistema finanziario è ancora profondamente interconnesso, e ciò rappresenta una fonte potenziale elevata di rischio che trova alimento nell’elevato livello di non performing loan (NPLs) delle banche europee, nell’abitudine dei mercati al denaro low cost, che ha gonfiato gli molti asset oggi sospetti di sopravvalutazione e insieme ha spinto molti investitori verso quelli meno liquidi che però rendono tanto. Dulcis in fundo, la recente riforma fiscale Usa, che aumenterà il deficit e quindi costringerà il settore privato a doversi far carico di coprire maggiormente con i suoi acquisti di titoli la spesa del governo, in un contesto in cui la banca centrale ha smesso di comprarne e anzi ne vende.

Tutto ciò ci porta al problema principale, che è appunto la necessità di finanziare un debito crescente in un contesto di normalizzazione monetaria e di inflazione ancora fredda in Europa e Giappone. L’esperienza mostra che i primi a soffrire di una situazione siffatta, che inevitabilmente aumenta i costi per i debitori, sono i paesi emergenti molto indebitati, specie se in valuta estera. Come la Turchia, appunto. E fa essi primeggia la Cina, che quindi merita un approfondimento a parte.

(1/segue)

Puntata successiva: Quel che bisogna sapere del sistema bancario cinese