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Cronicario: Donald T gomplotta per l’Eurocina


Proverbio del 16 luglio La sfortuna non viene se l’uomo non la chiama

Numero del giorno: 966.000.000 Calo surplus commercio Italia 5/2018 su 5/2017

Oggi Donald T. ha incontrato il primo ministro cinese a Pechino, mentre l’altro Donald T. incontrava il presidente russo in Finlandia. I due Donald T. non potrebbero essere più diversi: non condividono alcuna idea e hanno persino una pessima opinione l’uno dell’altro. Figuratevi che uno dei Donald T, che ha confidenza coi social, ha detto che l’Ue è una nemica e quindi l’altro Donald T. è nemico in quanto europeo.

In questo caos vagamente patologico non mi stupisco che mentre un Donal T. dice ai cinesi di volere evitare a tutti i costi le guerre commerciali, l’altro Donald T. abbia salutato il suo vertice dicendo sempre su Twitter che i rapporti con i russi non sono mai stati peggiori pure se conferma di volerne uno buono. Dal canto suo il primo ministro cinese ha ribadito al Donald T. europeo che il suo paese aprirà le frontiere agli investimenti europei, aspettandosi evidentemente la stessa cosa, e che spera di costruire insieme all’Europa un percorso comune per avere un commercio più aperto riscrivendo in chiave migliorative le regole del Wto, dal quale l’altro Donald T ha minacciato di uscire (come peraltro ha minacciato di voler fare anche con la Nato).

Laddove i due Donald T. finalmente diventano uno è nell’esito. A furia di dire che l’Ue è il nemico (D.T. 1), o che la Cina “è una forza di stabilità” (D.T. 2), ne verrà fuori il vero motore del cambiamento di questo tormentato inizio di XXI secolo: l’Eurocina. L’illuminazione m’accende appena vedo questo disegnino.

E che ci vuole? La Cina è già la prima esportatrice per l’Ue. Basta che diventa anche la prima importatrice al posto degli Usa e il gioco è fatto. Il gomblotto dei Donald T. sta funzionando. State sereni.

A domani.

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Gli Usa hanno portato via 270 miliardi dall’Ue


Se siamo arrivati al punto in cui un presidente Usa dice che l’Ue è un nemico non bisogna stupirsi che le relazioni economiche si accordino di conseguenza, seguendo una vulgata politica che sembra costruita apposta per generare sfiducia. Le dichiarazioni di Trump sono solo l’ennesimo atto ostile del presidente americano che, fra le altre cose, ha pure deciso di daziare i suoi principali alleati, dopo aver ridotto l’ultima riunione Nato a una sorta di show personale. Questi fatti di cronaca non cadono dal cielo e sono solo la conferma che l’asse fra Usa e Ue, che ha segnato la storia della seconda metà del XX secolo è entrata in una fase nuova dagli esiti imprevedibili, ma che già mostra i suoi effetti sulle relazioni più fragili, perché squisitamente fiduciarie, che tengono avvinte le due regioni. Si pensi ad esempio agli investimenti diretti.

L’ultima release di Eurostat dedicata all’osservazione di questi flussi nel 2017 mostra con chiarezza che gli Usa sono diventati, cordialmente ricambiati, disinvestitori netti dall’Ue. Detto in parole povere, nel 2017 hanno portato via centinaia di miliardi di investimenti diretti invertendo la tendenza del 2016, quando nell’Ue dagli Usa erano arrivati 56 miliardi di dollari, a fronte dei 274 miliardi che sono usciti nel 2017. Dal canto suo, l’Ue ha disinvestito oltre 66 miliardi dagli Usa nel 2017, quando invece nel 2016 vi aveva fatto affluire oltre 76 miliardi.

In generale, per l’Ue l’anno scorso non è stato un anno positivo per gli investimenti diretti esteri. I suoi investimenti sono diminuiti di oltre il 52% rispetto al 2016, passando da 250 miliardi a circa 120. Al tempo stesso gli investimenti nell’Ue da parte dei paesi esteri sono crollati, passando dai 340 miliardi nel 2016 a 37. Una brusca diminuzione nella quale la parte del leone l’hanno fatta proprio le compagnie americane che evidentemente non trovano più attrattiva l’Ue per i loro investimenti.

A conclusione di questo anno orribile, l’Ue si trova come primo investitore diretto la Svizzera seguita dal Giappone. Le principali destinazioni di investimento diretto dell’UE sono la Svizzera e Hong Kong.

Il fatto che l’addio Usa all’Europa sia storia del 2017 conferma che l’allontanamento fra le due regioni sia un trend ormai consolidato che le ultime decisioni dell’amministrazione Trump sono destinate a rafforzare. E poiché l’economia condivide con la natura l’orrore per il vuoto, è molto facile prevedere chi sostituirà il capitale statunitense proseguendo questa tendenza. Se ne sono avute avvisaglie chiare quando il primo ministro cinese, in risposta all’ennesima minaccia di dazi arrivata dagli Usa, ha proposto all’Ue di stringere le maglie della collaborazione commerciale. E il commercio è uno degli strumenti degli investimenti diretti.

Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi


Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua

Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)

E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.

Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve  “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.

Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?

Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.

Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.

Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.

Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.

A lunedì.

 

Cartolina: Cercasi fiducia disperatamente


I teorici delle magie dell’intervento governativo nell’economia guarderanno alla scarsa propensione delle imprese industriali italiane all’investimento come la conferma pratica della loro necessità teorica. Sostengono, costoro, la facilissima equazione secondo la quale poiché il privato equivale al pubblico, almeno per la contabilità nazionale, se i privati non investono, deve farlo lo stato. E via col fiorire di litanie vagamente superstiziose sugli investimenti “ad alto moltiplicatore” che dovrebbero insieme risanare la nostra economia e il nostro bilancio pubblico, visto che “si ripagano da soli” e anzi “generano crescita che abbatte il debito”. Contro questo armamentario di luoghi comuni, che farebbe inorridire anche l’inventore di questi argomenti, c’è poco da fare. Fanno parte dello spirito del tempo e sono la consolazione di chi non capisce (o non vuole capire) che la fiducia è argomento troppo serio perché se ne occupino gli economisti, specie quando sono al governo. Costoro dovrebbero farci tornare la voglia di investire, che significa credere che possiamo impiegare le risorse di cui disponiamo e persino guadagnarci qualcosa. O quantomeno disabituarci all’idea che qualunque cosa accada ci penserà lo stato. Perché non fa solo diminuire la fiducia nel guadagno che deriva dal nostro impegno. Ma anche in noi stessi.

I vincoli che bloccano il trasporto ferroviario nell’Eurasia


Chi si stupisce osservando che il mare è ancora il grande protagonista degli scambi commerciali fra Cina, Unione europea e Unione euroasiatica, dovrebbe impiegare un po’ del suo tempo a leggere noiosissimi rapporti tecnici sulla sostanziale incomunicabilità dei sistemi ferroviari che attraversano le nazioni lungo le quali sono articolati i principali corridoi di trasporto. Lavoro improbo, ma quanto mai necessario perché soltanto alla fine è possibile capire perché il trasporto terrestre, con quello ferroviario in testa, che pure avrebbe senso se consideriamo la tipologia delle merci che vengono scambiate fra Ue e Cina fatichi così tanto a svilupparsi generando pesanti esternalità economiche. Il trasporto marittimo costa assai di più in termini di tempo e congestiona i porti, per non parlare delle rotte marittime, provocando anche notevoli complessità geopolitiche – si pensi alla guerra (finora) non guerreggiata che si sviluppa silenziosamente ogni giorno nel Mar meridionale della Cina.

Da questo punto di vista, sviluppare il trasporto terrestre, a cominciare da quello ferroviario, sarebbe il miglior viatico per rinsaldare i vincoli fra i paesi della regione, come peraltro dimostra anche l’esperienza recente. Dire che succederà è un altro paio di maniche. L’immaturità trasportistica euroasiatica è la cartina tornasole della precarietà di questa terra che non è neanche un’espressione geografica, ma poco più di un pensiero. E’ difficile dare sostanza a una realtà economica che non condivida almeno le infrastrutture di collegamento. E sorvoliamo sul resto. Pensate se nel nostro paese ci fossero ferrovie diverse fra nord e sud. E questo è esattamente quello che succede nelle varie regioni che compongono il continente. Per evitare di annoiarvi troppo, mi limiterò a una rapida illustrazione. I più curiosi potranno abbeverarsi alle pubblicazioni specialistiche che sono abbondanti. Qui è sufficiente gettare le basi per migliori e più profonde osservazioni che questi approfondimenti sperano di suscitare in ognuno di noi.

Prendiamo per esempio una tratta che debba attraversare la Cina, il Kazakistan, la Russia, la Bielorussia, la Polonia e la Germania. Il primo problema che bisogna affrontare, ancora prima dei regolamenti o della burocrazie alla dogana, è la lunghezza dei treni che dipende dalle singole autorità ferroviarie ed è limitata da diversi fattori tecnici. Bastano un paio di esempi per chiarire. I treni container che dalla Cina arrivano in Kazakistan viaggiano con 54 vagoni di quasi 14 metri l’uno. Insieme alla locomotiva sviluppano una lunghezza di 801 metri, una lunghezza “potabile” per il sistema kazako che dispone di stazioni capaci di operare con queste lunghezze, ma non èer tutti i paesi è così. In Russia la media dei treni contiene 71 vagoni e una lunghezza complessiva di 1040 metri e questo in alcuni paesi può risultare problematico. In Bielorussia ad esempio, la massima lunghezza di treno consentita dall’infrastruttura ferroviaria è di 955 metri, mentre in Polonia è di 600 metri, anche se sono in corso lavori per elevarla almeno a 750. Al momento tuttavia c’è un vicolo di massimo 43 vagoni per i treni che devono partire da Malaszewicze, il centro ferroviario di smistamento più importante della Polonia verso l’Europa occidentale. Quindi i treni che arrivano dalla Bielorussia con 65 vagoni devono essere “spacchettati” con inevitabili ricadute logistiche e quindi economiche. Questi problemi non sono limitati solo ai grandi corridoi di collegamento, ma si riscontrano anche all’interno dell’Ue. In Spagna la lunghezza dei treni consentita è di 450 metri, in Germania di 835, anche ci sono accordi per consentire il trasporto di treni fino a 750 metri.

Queste complessità si riscontrano anche in altri ambiti tecnici, dallo scartamento, che misura la spaziatura fra le rotaie, all’alimentazione elettrica. E’ interessante osservare che nell’ex URSS lo scartamento è uguale in tutti i paesi che la costituivano, ma è diverso da quello dell’Europa occidentale, dove peraltro sessanta e passa anni di mercato comune non sono bastati neanche ad uniformarlo fra i diversi paesi. Nell’Ue,. però, lo scartamento più comune (di 1.435 mm) è uguale a quello cinese, il che ci riporta al fatto che semmai unione ferroviaria ci sarà all’interno dell’Eurasia, saranno la Cina e l’Ue a doversene fare carico, visto che si scambiano merci che viaggiano benissimo in treno. Peraltro ci sono molte tecnologie che in qualche modo contengono queste frizioni all’interoperabilità infrastrutturale, ma ciò ha un costo che deve essere contemplato (e non stiamo ancora parlando dei costi burocratici). Infine ci sono complessità legate alla capacità di ricezioni logistica e alla regolazione che devono essere superate. E non è detto che sia sempre possibile.

(6/segue)

Puntata precedente: Il dilemma dell’Eurasia fra il mare e la terra

 

Anche la Germania deve fare le riforme e pure in fretta


Si potrebbe speculare parecchio – in senso filosofico una volta tanto – sul fatto, sottolineato dal Fmi, che anche la miracolosa Germania, la cui economia continua a stupire il mondo, necessiti di profondi miglioramenti, che oggi si chiamano riforme strutturali. E forse ne ricaveremmo il pensiero che ogni successo cova in seno i semi del futuro fallimento, e viceversa, con ciò consolandoci, noi la cui economia è assai meno miracolosa, che poi è il fine di ogni filosofia, come scriveva alcuni secoli fa Boezio. Oppure potremmo raccontarla assai più prosaicamente, questa storia di ordinaria economia, osservando come la Germania stia semplicemente sperimentando la sua sfida più grande: transitare dall’essere semplicemente un’economia di successo a diventare un esempio di una pratica economica di successo che prepara inevitabilmente una nuova teoria (o ne riesuma una vecchia). E in un mondo che ha perso la bussola, e scambia la prodigalità col rimedio, il caso tedesco potrebbe essere molto più che un caso di studio per i contabili.

Si vedrà. Intanto contentiamoci di osservare il miracolo tedesco e capire perché ha gambe robuste ma caviglie fragili, a causa della sua terribile situazione demografica che dovrebbe suscitare in noi molte domande, se non fossimo così abituati a preferire le risposte. Il fallimento demografico della Germania è la cartina tornasole della fragilità economica tedesca così ben dissimulata dai suoi numeri rutilanti: dal Pil, agli attivi di conto corrente, alla disoccupazione risibile. Ma anche sulla demografia le scelte contano. Nel gran dibattere, spesso ideologico e poco informato, che si fa sulla questione dell’immigrazione dovremmo osservare con interesse il dato più recente dell’indice di natalità tedesco (riferito al 2016), che adesso supera 1,5 – che è sempre poco – ma veniva da poco più di 1,3 nel primo decennio del XXI secolo prima che la Germania, sfidando ogni buon senso popolare, decise di farsi carico di un milione di profughi.

Un esempio chiarissimo del livello di complessità delle scelte che la Germania dovrà affrontare se vorrà correggere le storture annidate nel legno dritto della sua economia.

Quest’ultima si può raccontare in pochi numeri. Pil reale cresciuto del 2,5% nel 2017 grazie a una robusta domanda interna e a una ripresa dell’export nella seconda metà dell’anno. L’economia marcia a pieno regime e il sistema produttivo sta gradualmente prosciugando la capacità residua, mostrandosi questa tensione costante nel mercato del lavoro, che genera pressioni al rialzo sulle retribuzioni mentre fa capolino anche sull’inflazione, con quella core arrivata all’1,5%. La politica fiscale genera surplus di bilancio, che dovranno sembrare un’eresia ai teorici del deficit espansivo. Nel 2017 questo avanzo ha raggiunto l’1,2% del pil “il livello più elevato dala riunificazione”, mentre il famoso (o famigerato, dipende da chi ne parla) surplus delle partite correnti, ossia degli scambi con l’estero, è diminuito dall’8,5% del 2016 all’8% a causa del deterioramento sia del conto delle merci che di quello dei redditi.

A fianco di queste luci, rimangono le ombre delle quali la questione demografica è solo quella più evidente, ma non l’unica. Il sistema finanziario tedesco, quindi principalmente banche e assicurazioni, rimane debole e poco profittevole. Il credito è cresciuto nel 2017, spinto dai tassi bassi, ma in linea con il pil nominale, quindi senza strappi. A fronte di ciò abbiamo un mercato immobiliare sempre più caldo, mentre gli stessi tassi bassi che hanno spinto il credito al rialzo mettono in affanno le assicurazioni, specie nel settore vita dove prevalgono i prodotti a rendimento garantito. Nel breve termine i rischi arrivano per lo più dalle minacce protezionistiche che minano il commercio internazionale, ossia la cornucopia dell’economia tedesca, ma anche da possibili tensioni nell’area euro che potrebbero indebolire i titoli sovrani. Ma sul lungo termine ciò che farà la differenza sarà proprio la struttura della popolazione. Una demografia sfavorevole implica la necessità di aumentare la produttività puntando da subito sul miglioramento regolamentare e tecnologico. Quando si stima in calo la popolazione attiva, rimane solo da farla lavorare di più e meglio se non si vuole generale un calo della produzione. A tal fine la Germania dovrebbe decidersi a usare le sue tante risorse per stimolare gli investimenti in capitale fisico e umano, migliorando quindi le sue infrastrutture, ma anche l’istruzione, puntando su misure che incentivino l’offerta di lavoro e gli investimenti privati, visto che si osserva già da adesso un rallentamento della produttività e un declino dell’imprenditorialità. La Germania insomma deve spendere, ma con giudizio specie considerando i rischio all’orizzonte, magari dedicando risorse al taglio del costo del lavoro, ancora elevato.

E deve fare scelte coraggiose: riforme sul mercato del lavoro e delle pensioni. E di nuovo torna protagonista la questione demografica. Il nostro sistema socio-economico è costruito sull’ipotesi di una piramide della popolazione con una base ampia e un vertice stretto, com’era cent’anni fa. Ma il progresso ha ristretto la base e allargato il vertice, provocando la necessità che gli adulti siano i “nuovi giovani”, ossia coloro che col loro lavoro pagano le pensioni ai più anziani. Più la base si restringe e più si allarga il vertice, più questi adulti devono continuare a essere considerati giovani – e quindi lavorare – per tenere in piedi il sistema. La Germania ha già notevolmente aumentato il tasso di partecipazione al lavoro degli adulti, molto più di altri e a sentire il Fmi dovrà continuare a farlo. E se vale per la Germania, che sta tanto meglio di altri, dovremmo iniziare a pensare che vale per tutti quelli che hanno una demografia sfavorevole. E la nostra è sfavorevolissima. Meglio ricordarselo.

Cronicario: Prima gli italiani, poi l’estinzione (passando per la pensione)


Proverbio del 10 luglio Racconta i tuoi guai a te stesso e le tue felicità al mondo

Numero del giorno: 334.000 Ristoranti in Italia nel 2017 (+7% dal 2012)

Visto che vanno di moda le primazie italiane, mi sembra patriottico farvi sapere quella del giorno che arriva dritto dal cuore dell’Europa, quindi Eurostat visto che al momento l’Europa esprime solo contabilità, in occasione della giornata della popolazione.

Vabbé, siamo gli ultimi nel poco commendevole risultato del numero di nascite per mille abitanti (7,6), ma consolatevi ricordando che gli ultimi saranno i primi. A estinguersi in questo caso.

Visto che la nostra decrescita felice è iniziata da un pezzo, per adesso quella della popolazione ma ci stiamo rapidamente attrezzando per tutto il resto, non dovrebbe stupirvi notare, come fa la sempre diabolica Eurostat, che questo dato esce in contemporanea con quello sull’andamento del mercato immobiliare nel primo trimestre 2018 che cresce dovunque su base annua nell’EZ (+4,5%) tranne che da noi (-0,4). Lungi da me l’affliggervi su cause e ragioni che i cervelloni del piano nobile hanno già sviscerato. Noi del seminterrato – d’altronde il Cronicario non è mica perfetto – ci conteniamo di osservare che quest’altra primizia – o primazia se preferite – si sposa bene con la prima e fa scopa con la terza di giornata: quella del numero di over 65 e di over 80.

Tale primazia ne richiama subito un’altra, com’è ovvio: quella del dibattito pensionistico sul nostro discorso pubblico, che ormai è un genuino vituperarci a vicenda con grande gioia dei venditori di smartphone e di connessione dati.

Sicché come sempre accade quando arriva un nuovo governo, tanto più quando per contratto promette la pensione di cittadinanza (pagata in minibot, ma è un dettaglio), è ripartito il dibattito sulle pensioni con i sindacati che chiedono di superare la Fornero

e il governo che rilancia promettendo più pensioni per tutti, come accade praticamente dagli anni ’50. Inevitabilmente arriverà una nuova riforma delle pensioni che farà felici i pensionati e soprattutto i pensionandi, per estendersi a macchia d’olio verso tutti. Ma non vi allarmate. Il pensionamento collettivo sarà il nostro canto del cigno. Poi semplicemente spariremo.

A domani.

Il mattone italiano continua a sgretolarsi


Gli ultimi dati pubblicati da Istat sugli andamenti del mercato immobiliare italiano mostrano che  il lento sgretolamento della ricchezza abitativa rallenta ma non si ferma. L’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) infatti, che misura l’andamento dei prezzi egli immobili acquistati dalle famiglie per abitazione o investimento, nel primo trimestre 2018 è diminuito dello 0,1% rispetto al quarto trimestre 2017 (dato congiunturale) e ha perso lo 0,4% rispetto al primo trimestre 2017 (dato tendenziale). Il grosso di questo calo è da attribuire alle abitazioni esistenti, che hanno perduto lo 0,8%, mentre le abitazioni nuove rispetto al primo trimestre 2017 crescono dell’1,3%. Senonché, il peso specifico delle abitazioni esistenti è molto cresciuto nel paniere che compone l’IPAB, ormai pesano circa l’80%, e questo spiega perché l’accelerazione dei prezzi del nuovo non basti a compensare il calo del vecchio. Il risultato è che il tasso di variazione acquisito dell’indice dei prezzi per il 2018 segna complessivamente un -0,5%.

Come si può osservare dal grafico, che riepiloga gli andamenti dell’IPAB dal 2010, il notevole peggioramento dell’indice dal 2010 è sostanzialmente provocato dall’usato, che ha subito un calo notevole fra il 2012 e il 2015 e poi da quell’anno ha continuato – più moderatamente – la sua erosione. L’aumento del peso specifico dell’usato sul nuovo spiega perché la curva totale dei prezzi abbia sostanzialmente ricalcato l’andamento dell’usato e disegna uno scenario poco rassicurante sul futuro dei prezzi. Il patrimonio abitativo italiano si è ammalato di vecchiaia e sembra sempre più difficile riuscire a renderlo attrattivo, anche considerando l’andamento dei redditi. Non a caso l’Italia è fra i pochi paesi ad economia avanzata dove la ripresa immobiliare non ha avuto corso.

Non è chiaro come e perché si dovrebbe interrompere questa tendenza. Ogni anno che passa, e in mancanza di investimenti sull’usato, la qualità del patrimonio immobiliare italiano è destinata a peggiorare e gli andamenti demografici, con le nascite al lumicino, sembrano fatte apposta per scoraggiare gli investimenti sul nuovo. E in ogni caso, l’andamento dei redditi non sembra ancora capace di sostenere la domanda, pure se l’offerta, a causa del calo dei prezzi diventa più conveniente. Il meglio che pare ci si possa attendere al momento è una stabilizzazione dei prezzi a questo livello. Ma il futuro del mattone italiano non pare per nulla rassicurante.

Cronicario: Si prepara il decollo dell’Alètalia


Proverbio del 9 luglio Una casa senza bimbi è come un giardino senza fiori

Numero del giorno: 126.094 Importo medio mutuo richiesto in Italia nel I sem 2018

Poiché le vacanze d’estate s’avvicinano e l’affare del governo s’ingrossa, è sempre bene portarsi avanti col lavoro specie quando uno si trova a fare il commissario straordinario di un meraviglioso esempio dell’efficienza dell’intervento pubblico nell’economia italiana.

Ecco, il valente commissario ha rilasciato una lunga intervista all’ex giornale dei vecchi poteri forti, in predicato di divenire il giornale di quelli nuovi, nella quale s’evince l’urgenza affinché il governo, dall’alto del suo ponderare (notoriamente prodigo di notevoli illuminazioni), s’affretti a decidere le sorti della compagnia di bandiera che ha goduto, con autocertificata efficacia, di una “cura che sta funzionando”.

Il problema delle cure, che nel caso della compagnia funzionano da un trentennio circa anche se l’ultima è iniziata solo un anno fa, è che poi bisogna decidere che farsene del malato a cui la lungodegenza – per questo ne parlo sul vostro Cronicario – inevitabilmente assegna una fama di menagramo. Chiunque sia al governo e senta parlare di Alitalia c’è da scommettersi che tocchi ferro. Sicché è del tutto comprensibile la reazione vagamente stizzita di una tale sottosegretaria che ha assicurato che la questione della compagnia di bandiera “è prioritaria, sia a titolo personale che per il governo tutto”. Alé. E tanto è vero che la sottosegretaria ha invitato il commissario a produrre, possibilmente prima della fine di agosto i conti della compagnia “al fine di consentire al nostro team di esperti di ottimizzare il piano di rilancio del’Alitalia, nell’interesse dell’azienda e dei cittadini tutti”. Alé, di nuovo. E non tanto perché ci sarà un team di esperti al lavoro sotto la canicola – probabilmente approfittando dell’estate per saggiare la consistenza delle rotte di medio e lungo raggio – ma perché il governo tutto troverà la soluzione migliore per i cittadini tutti. E visto l’aria che tira tutti vivranno felici e contenti con la nuova Alitalia. Anzi, Alétalia.

A domani.

L’epopea di bitcoin rischia di finire nel cimitero delle monete


Chi ha avuto la pazienza di leggere il lungo approfondimento su bitcoin pubblicato in questo blog non si stupirà granché scorrendo l’ottimo approfondimento che la Bis ha dedicato alle criptovalute nel suo ultimo rapporto annuale. Una ventina di pagine dove si spiega con grande chiarezza perché le valute come bitcoin non si possono considerare monete. Se anche lo fossero, perché qualcuno si ostina a usarle, il posto più naturale al quale sembrano destinate è quello del cimitero delle monete che già vari musei, come il British museum, amano esporre per ricordarci quanto sia facile creare una moneta e quanto sia facilissimo che muoia subito dopo.

Ovviamente la Bis non dice che sarà questa la fine di bitcoin e delle altre criptovalute che nascono come funghi in un mondo intossicato dal denaro facile e dalle mitologie anti sistema. Però una cosa si può affermarla con una ragionevole certezza: finché l’assetto istituzionale internazionale nella gestione della moneta si articolerà nella trinità stato-banca centrale-banche commerciali, con le banche centrali grandi protagonisti del gioco, gli spazi per le monete virtuali semplicemente non esistono. Esistono al massimo piccole nicchie di utilizzatori che, a loro rischio e pericolo, gestiscono un asset difficile da capire e ancora più difficile da spiegare. Col che mostrandosi il limite intrinseco di questa tecnologia. Una cosa che ha bisogno di essere spiegata non può essere una moneta, come dovrebbe insegnarci l’esperienza di ogni giorno. Se chiedete a chiunque cosa sia la moneta, ognuno vi risponderà mettendo semplicemente mano al portafogli. Il resto è roba da specialisti.

Detto diversamente, l’affermazione delle criptovalute implica la profonda trasformazione del modello di società al quale siamo abituati da secoli e che ci ha messo secoli a conformarsi. Il che è sicuramente possibile, ma non certamente probabile, almeno nel periodo che ci è concesso osservare. Vale la pena spendere comunque qualche parola in più perché l’analisi della Bis fornisce chiarimenti utili che giovano molto a dissipare alcuni luoghi comuni e molte fantasie che inducono a pensare la moneta come qualcosa di cui possiamo disporre liberamente e a nostro piacimento, quando invece si tratta di strumento tanto potente quanto fragile. E ancora una volta il cimitero delle monete è un ottimo promemoria. La storia, anche recente, è popolata di episodi in cui il pensiero magico dei cattivi gestori della moneta ha determinato autentiche tragedie. E per intendersi sui fondamentali, è meglio partire dalla definizione che dà la Bis della moneta, ossia una “convenzione sociale indispensabile sostenuta da un’istituzione statale che rende conto del suo operato e gode della fiducia dei cittadini”. Già questa definizione contiene tutti gli ingredienti della ricetta per una buona moneta. Ossia la convenzione sociale e l’istituzione statale che siglano quell’alleanza “pubblico-privato tra la banca centrale e le banche private, con la banca centrale al centro del sistema” che regola l’offerta di moneta “in quasi tutte le economie moderne”, come nota la Bis. Parliamo di un equilibrio che si è consolidato nel corso dei secoli e che i cantori delle valute virtuali, bravi in informatica ma scarsi in storia, pensano di rivoluzionare a suon di gigabyte. Probabilmente anche ignorandone sostanzialmente il funzionamento. L’esser banca è di per sé uno stigma che non necessita di altre sottolineatura per i profeti antisistema.

Ai più curiosi farà piacere sapere invece che “grazie al coinvolgimento attivo delle banche centrali, i diversi sistemi di pagamento oggi utilizzati sono sicuri, presentano un buon rapporto costi-efficacia, permettono scalabilità e godono della fiducia rispetto al fatto che un pagamento, una volta effettuato, è definitivo”. In sostanza le criptovalute si propongono come alternativa a questo modello, non soltanto per la valuta in sé, ma soprattutto per l’infrastruttura. “Gli utenti non devono avere fiducia solo nella moneta in sé, ma anche nel fatto che un pagamento verrà effettuato prontamente e senza intoppi”, spiega la Bis. Per questo la sfida di Bitcoin si gioca, più che sull’asset, sulla blockchain, ossia il libro mastro distribuito (DLT) dove vengono cifrate tutte le transazioni effettuate peer-to-peer e che devono autenticate dai minatori per generare la ricompensa denominata in nuovi bitcoin. “Con un ledger distribuito, lo scambio peer-to-peer di moneta digitale è fattibile: ogni utente può verificare direttamente nella sua copia del ledger se un trasferimento è stato effettuato e che non vi siano stati tentativi di doppia spesa”.

La mitologia di bitcoin, che vede nella liberazione dal “potere bancario” la panacea di ogni male economico, poggia su alcuni presupposti che è opportuno sottolineare perché spesso gli utilizzatori, attratti dai movimenti speculativi, non ne hanno consapevolezza. In particolare questa tecnologia funziona se “la larga maggioranza della potenza computazionale è controllata da miner onesti, gli utenti verificano la storia di tutte le transazioni e l’offerta di valuta sia predeterminata da un protocollo”. Giudicate voi quanto tali presupposti siano coerenti con la realtà. Intanto è utile sapere alcune cose. L’utopia di bitcoin non vive nell’immaginazione di chi l’ha pensata ma genera già enormi ricadute sociali, intanto per i costi che esprime. “Al momento della stesura del capitolo – scrive la Bis -, l’energia elettrica totale utilizzata per l’estrazione (mining) di bitcoin era equivalente a quella di economie di medie dimensioni come la Svizzera, e anche altre criptovalute usano ingenti quantità di energia elettrica. Per dirla nel modo più semplice possibile, la ricerca di una fiducia decentralizzata è diventata rapidamente un disastro ambientale”.

E poi ci sono le questioni tecniche sulle quali non serve dilungarsi. Basti sapere che se bitcoin dovesse processare la quantità di transazioni al momento gestite dai sistemi di pagamento tradizionali, “i relativi volumi di comunicazione, con milioni di utenti che si scambiano file dell’ordine di grandezza di un terabyte, potrebbero provocare un black out di internet”.

Rimane da chiedersi cosa rimarrà di questa rivoluzione vagamente effimera al termine della sua epopea. Dando per scontato che così com’è stato pensato il sistema di pagamento decentralizzato non potrà mai sostituirsi ai mezzi di pagamenti tradizionali basati su monete bancarie, qualcosa di questa tecnologia potrebbe scampare al destino che al momento sembra prevalere nelle previsioni degli esperti. Le monete virtuali nascono e muoiono a centinaia – bitcoin è solo quella più nota – e al momento se ne contano migliaia. Questo in qualche modo vuol dire che sono molto più effimere di quel che sembrano e che servono gli interessi di pochi che lucrano su questa attività. Al contrario molto più concreto potrà essere l’utilizzo del DLT, che, scrive la Bis “può essere efficace in contesti di nicchia, dove i benefici di un accesso decentralizzato superano i costi operativi più elevati del mantenimento di molteplici copie del ledger”. In sostanza, più che le criptovalute, che non funzionano come moneta, sono i sistemi di criptopagamenti che possono risultare utili. Come esempio viene fatto quello delle rimesse degli immigrati, che pesano annualmente 540 miliardi di dollari l’anno e generano notevoli costi di transazione. Ma anche qui, altre soluzioni sono possibili. Le banche centrali sono ben consapevoli che dovranno in qualche modo fare i conti con questa spinta all’innovazione e anche il dibattito sull’opportunità di emettere una digital currency di banca centrale ne è la conferma. Rimane il fatto che, nella storia monetaria, vince chi ha più fiato. E le valute virtuali hanno già il fiatone.