Categoria: Annali

Cartolina. Ci vuole un fisco bestiale


Ci vuole un fisco bestiale, potremmo dire riecheggiando una vecchia canzonetta, perché un’economia nazionale affronti senza cedimenti l’urto virale. E sbirciando fra i resoconti confezionati dalla Bis di Basilea, si capisce meglio chi, fra i tanti paesi colpiti dalla pandemia, ce l’abbia e chi no. Gli Usa, ad esempio. Nessuna sorpresa nello scoprire che in cima alla classifica di chi ha messo soldi sul tavolo ci siano gli americani insieme al Giappone e alla Germania. I primi, com’è noto, non badano a spese, godendo di credito illimitato. I secondi non badano a spese da un ventennio, perché in fondo se lo possono permettere, mentre i terzi, solitamente sparagnini, hanno deciso per l’occasione di spendere parte del mucchio di soldi che hanno messo da parte. Altrettanto non sorprende che in cima alla classifica di chi abbia solo promesso di mettere i soldi sul tavolo ci sia l’Italia. Ci vuole un fisco bestiale per affrontare il Covid, appunto. Il nostro è gracilino.

La globalizzazione del dollaro statunitense


“Il dollaro americano domina la finanza internazionale come valuta di finanziamento e di investimento. Sebbene gli Stati Uniti rappresentino un quarto dell’attività economica globale, circa la metà di tutti i prestiti bancari transfrontalieri e titoli di debito internazionali sono denominati in dollari. La preminenza del dollaro come valuta di riserva globale e nella fatturazione commerciale ne motiva ulteriormente l’uso internazionale”.

La citazione che apre questa nuova miniserie del nostro blog appare nelle premesse di un bel paper che la Bis di Basilea ha pubblicato di recente, che ha il pregio di illustrare con dovizia di dettagli i perché e i percome di una delle caratteristiche della globalizzazione del nostro tempo che ormai dura dal secondo dopoguerra, quando si consumò il passaggio di poteri fra l’impero al tramonto, quello britannico, e quello in ascesa, quello Usa, icasticamente rappresentato dal progressivo espandersi del ruolo della valuta americana, cui corrispose uguale e contrario il restringersi della sterlina, non solo nelle riserve internazionali, ma negli scambi commerciali e, soprattutto, nel discorso pubblico.

La moneta internazionale di fatto, se non di diritto, è quella che si usa per contare i soldi in tutto il mondo. Negli anni Venti del XX secolo debiti e crediti internazionali si contavano in sterline. Basta sfogliare qualche cronaca del tempo per averne contezza. Negli anni Venti del XXI si conta in dollari. E non c’è altro da aggiungere in proposito.

C’è molto da dire invece sul modo in cui funziona questo strumento, che ha finito con l’originare non solo il sistema globale dei pagamenti, ossia la dimensione nella quale abitano le banche centrali e le banche commerciali che noi mortali frequentiamo come utilizzatori ogni volta che facciamo una transazione monetaria, ma anche un sistema globale finanziario di straordinaria complessità nel quale il dollaro recita un ruolo da protagonista che tutti noi osserviamo godendone i vantaggi – una certa efficienza ed economicità nelle gestione dei flussi finanziari – e sopportandone gli svantaggi.

Fra questi svantaggi spiccano quelli derivanti dall’essere, il dollaro, la valuta di uno stato non la valuta di tutti, malgrado tutti siano costretti ad usarla. Come ebbe a dire un celebre segretario al Tesoro Usa agli alleati europei ai tempi di Nixon, “il dollaro è la nostra moneta e un vostro problema”.

Da allora sono successe molte cose. Ma non è cambiato molto.

(1/segue)

Cronicario. Buongiorno 2025: sono il Pil pre-coronacoso


Proverbio dell’8 luglio Chi è buono e ha molti amici non accumula ricchezza

Numero del giorno: 1.200.000 Morti in India in 20 anni per morso di serpente

Carissimi,

adesso che inizia il 2025 vi posso confermare che aveva ragione quel tale istituto di ricerca che in un giorno caldo di luglio di cinque anni fa aveva pronosticato che finalmente sarei tornato quello di una volta: il Pil di prima del coronacoso.

Che dite? Non ero poi così entusiasmante nel 2019? Vabbé non ero il Pil dei ’50-60, quando ero ancora giovanetto e correvo come un cinese. Però dai, qualche soddisfazione ve l’ho regalata anche dopo. Per dire: che anno il 2021 eh?

Certo se il governo avesse fatto di più… Chessò: anziché fare solo quell’ottantina scarsa di miliardi di deficit in più del solito ne avesse fatti il doppio, sai che moltiplicatori.

Invece il governo se n’è uscito con le solite cose: le grandi opere.

Cose già sentite, infatti, a parte qualche straordinaria e – finalmente – nuova idea: il Ponte sullo stretto di Messina.

E per fortuna che c’erano redditi di emergenza, cittadinanza, figliolanza, maldipanza eccetera.

Ma adesso basta pensare al passato. Mi attende un luminoso futuro: il pil del 2007.

A domani.

La lunga marcia del debito rischioso


L’ultima Global financial stability review del Fmi, che disegna la mappa del rischio globale, pur nella complessità delle sue analisi e nella corposità dei contenuti, la si potrebbe sintetizzare in quattro brevi parole: il rischio è aumentato.

Non c’è da stupirsi, ovviamente. Quando ci compiaciamo per gli straordinari rialzi di borsa, al netto ovviamente dei vari scossoni, stiamo semplicemente osservando senza saperlo l’appetito per il rischio all’opera, alimentato da un decennio di politiche monetarie molto incoraggianti, che hanno favorito non semplicemente l’ascesa globale del debito, ma in particolare di quella del debito più rischioso, cresciuto in regione inversa dei rendimenti sul debito più sicuro.

Per dirla diversamente, il calo dei tassi ha spinto la ricerca di rendimento che, per pura fisica finanziaria, passa da una maggiore assunzione di rischi. Ed ecco perché “High-yield bond, leveraged loan, e il private debt markets sono aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni e sono diventati più complessi”. Crescita quindi non solo delle quantità in gioco, ma anche delle qualità. Laddove la qualità di questi strumenti non vuol dire che siano migliori, ma semplicemente più esotici. La complessità cresce in ragione della difficoltà di estrarre rendimenti da un ecosistema che istituzionalmente li scoraggia.

I grafici sopra ci danno un’idea delle quantità. Spicca in particolare la crescita notevole del settore dei prestiti leveraged, di cui abbiamo già discusso, che a fine 2019 arrivava a 5 trilioni di dollari, quattro quinti dei quali nelle economie avanzate. Quanto alla complessità, possiamo farcene un’idea osservando la notevole crescita delle CLOs, che sta per Collateralised loan obligations, ossia gli strumenti finanziari costruiti su questi prestiti.

Notate come i CLOs declinino all’apparire dell’emergenza Covid. E’ l’eterno ritmare della fuga dal rischio che va in scena ogni volta che qualcosa spaventa i mercati.

Se invece volessimo farci un’idea della distribuzione geografica di questo rischio, possiamo osservare il grafico sotto, che misura il segmento delle obbligazioni high-yield, ossia ad alto rendimento, ossia più rischiose, e quello del debito collocato privatamente.

Come si vede, a parte l’esplosione dei volumi, cresciuti fra oltre il 100 e oltre il 200 per cento in un decennio, notiamo la grande crescita di questi mercati negli Usa, ma anche in Europa e in Asia, ossia i luoghi d’elezione delle politiche monetarie espansive.

Il Fmi ci dice anche un’altra cosa: la qualità di chi prende a prestito è diminuita. La categoria dei subprime, insomma, si è universalizzata, e se ne trova riscontro nel lento degradarsi del merito di credito osservato anche altrove.

Ciò che vale come monito, pure se il Fmi la presenta come una nota positiva, è che l’utilizzo della leva finanziaria e la diretta esposizione delle banche è diminuita. Ma di questa esposizione adesso si sono fatti carico gli investitori istituzionali, che hanno fatto scorpacciate di debiti rischiosi per garantirsi un po’ di rendimenti.

Da qui il monito: “In uno scenario avverso grave, le perdite totali delle istituzioni finanziarie non bancari potrebbero essere sostanziali, mentre il rischio del settore bancario sembra essere inferiore”. E con questo dovremmo persino consolarci.

Cose Turche: Ankara parla coi francesi perché i greci (e Cipro) intendano


E così siamo tornati all’inizio della storia. Ai greci contro gli asiatici. Ieri era la democrazia ateniese contro l’autocrazia persiana. Oggi è il capitalismo liberale, pure nella sua ridotta periferica greca, contro l’autocrazia turca, che coi persiani di allora condivide una certa mania di grandezza. Con ciò intravedendosi, sul limitare del confine europeo rappresentato da Atene, la madre di tutti i conflitti che l’Europa, l’Ue, o come si chiama, si trova improvvisamente a dover fronteggiare, dovendo decidere una volta per tutte – e senza più il comodo ombrello atlantico – cosa vuole fare da grande.

Non si tratta qui di covare nostalgiche filosofie della storia. Quest’ultima, com’è noto, non si ripete ma si somiglia. Si tratta piuttosto di provare a rendere intellegibili i tanti segnali che le cronache ci propongono travestiti magari da pretesti.

Per dire: il litigio ormai costante che anima la scena europea fra i due alleati della Nato – Francia e Turchia – che cela palesemente senza nominarla la questione greca, con Cipro nel ruolo di miccia della polveriera del Mediterraneo orientale, dove si nascondono immensi tesori energetici e si preparano inusitati sviluppi infrastrutturali.

Bastano due nomi per ricordare il problema: EastMed e Tanap, entrambi gasdotti. Il primo, ancora da costruire, fra Grecia, Israele e Cipro, con l’Italia a guardare interessata, mentre la Turchia rimane alla finestra tagliata fuori, alla faccia della sua vocazione di hub verso l’Ue.

Il secondo come gasdotto già operativo che tira una linea dall’Azerbaijan – che è nell’orbita russa – all’Italia (tramite Tap), con Turchia a servire il suo ruolo preferito di terra di passaggio obbligata.

EastMed, che forse si farà forse no, diventa nell’opinione di molti il perfetto incubatore di una relazione speciale fra greco-ciprioti e Francia, che infatti litiga con i turchi col pretesto delle esercitazioni Nato, ma solo per nascondere l’irritazione (e l’umiliazione) dopo lo sfortunato sostegno ad Haftar nella contesa libica, che non ha impedito ai Turchi di vincere (per adesso) sul terreno una guerra iniziata proditoriamente dai francesi con la destabilizzazione di Gheddafi. La politica di potenza francese non prevedeva, evidentemente, quella di Ankara.

Stabilizzata in qualche modo la Libia, il confine si è spostato a Nord, ma sempre nel Mediterraneo orientale, dove la Turchia ha già proiettato, infischiandosene di proteste e minacce – fra le quali primeggia la richiesta francese all’Ue (rilanciata da un notiziario greco) di comminare sanzioni al partner Nato – la sua zona economica speciale che la collega direttamente con la Libia.

E perché non si pensi che sia solo una questione di petrolio e gasdotti, di commercio e di ricerca di influenze, giova ricordare che il conflitto – per adesso solo minacciato – arriva a lambire anche questioni più sottili all’apparenza, ma molto concrete nella sostanza.

Esempio illuminante: la decisione che nell’arco di un paio di settimane le autorità turche dovrebbero prendere sulla sorte di Hagia Sophia, la cattedrale bizantina conquistata dai turchi nel 1453 insieme a Costantinopoli, che divenne moschea e quindi museo per decisione di Ataturk, il padre della Turchia laica degli anni ’20-’30 del ‘900.

Dicono che Erdogan, che ha imparato a usare la religione come strumento politico pure senza volere uno stato confessionale, voglia trasformare nuovamente il museo in moschea e i primi a protestare – ovviamente – sono stati i greci, scomodando categorie ormai dimenticate, come la discordia fra cristiani e musulmani, che ci riporta, appunto, ai tempi degli ottomani, versione del secolo XV DC dei persiani di Eschilo del V secolo AC.

A questo rincorrersi di rimandi e memorie, l’attualità partecipa col sapore fresco dell’inedito, come con l’esortazione del segretario di stato Usa, Mike Pompeo, a mantenere la cattedrale come museo, cui ha replicato a brutto muso un portavoce del ministero degli esteri turco ricordando all’alleato americano – Nato e non solo – che Hagia Sophia è un affare loro.

Sapremo a giorni come andrà a finire questa storia. Intanto è interessante osservare come anche il patriarca di Mosca, Kirill, capo della chiesta ortodossa Russa, abbia esortato la Turchia a evitare di trasformare il museo in moschea. Nel gioco di memorie e nostalgie, non poteva mancare quella russa per la terza Roma, che aggiunge alle frizioni militari – chissà quanto reali – fra russi e turchi in Libia, quelle religiose.

Non sappiamo quanto peserà l’auspicio russo. Per adesso i turchi ricordano che “Hagia Sophia è proprietà della Repubblica di Turchia ed è stata conquistata”, come ha detto direttamente il ministro degli esteri di Ankara. Perché non si abbia dubbio alcuno su quale è stato, è e sarà il tenore della contesa: la conquista, né più né meno.

Così evidentemente la Turchia interpreta il suo secolo XXI, e gli alleati, Nato o non Nato, faranno meglio a ricordarlo. Parlare (male) alla Francia perché i greci (e Cipro) intendano è molto più che un espediente, per i Turchi. E’ una promessa che incombe sul futuro dell’oriente del Mediterraneo. Ossia del mare nostrum. E quindi dell’Europa.

Questo pezzo conclude la Trilogia delle Cose Turche, una rapida ricognizione sui sogni di grandezza che Ankara sta covando lungo il Mediterraneo orientale, che spaziano dalla Libia, alla Siria all’Iraq, e finiranno inevitabilmente con l’urtare sul confine europeo della Grecia. Si tratta di uno dei capitoli più interessanti, perché molto vicino a noi, di quella che abbiamo chiamato la Globalizzazione emergente. Crediamo sia utile farne un promemoria, per quando le cose diventeranno più evidenti. Le altre due puntate le trovate qui e qui. Buona lettura.

Cronicario. Forum PA, ossia Pension Ahead


Proverbio del 6 luglio La musica è riposo e armonia

Numero del giorno: 540.000 Dipendenti pubblici con almeno 62 anni di età

Il sorpasso, dicono gli scienziati, arriverà nel 2021: finalmente la sigla PA svelerà il suo segreto più recondito, celato negli ultimi cinquant’anni dall’inspiegabile desiderio di associare una retribuzione a un lavoro, retaggio di certo turboliberismo da giungla propalato da sorseggiatori di bevande an-alcoliche dal divano (cit.).

Se non sapete ancora quale sia questo segreto, dovete assolutamente frequentare i Forum PA, che in quest’edizione 2020, proprio alla vigilia del sorpasso, ha finalmente illustrato la metamorfosi in corso di quella che sembrava un acronimo di Pubblica Amministrazione, e che invece ne nasconde un altro: Pensione in Arrivo.

E infatti, grazie anche alla geniale idea di Quota 100, l’anno prossimo riusciremo nel miracolo di avere più pensionati pubblici che dipendenti pubblici. Al momento abbiamo 3,2 milioni al lavoro e 3 milioni in pensione. Ma siccome 1 dipendente su sei ha già 62 anni, e di questi 540 mila individui ben 200 mila hanno pure 38 anni di contributi, ecco che il sorpasso si prepara a diventare un’impennata.

Il 2021 verrà ricordato negli annali come l’apice della PA, finalmente intonata al suo ruolo di garanzia di un reddito senza la seccatura del lavoro, come d’altronde ci si sta premurando di procurare anche a diverse altre persone che non hanno la fortuna di essere anziani.

Dopodiché assisteremo ammirati a un’altra metamorfosi. Dal reddito per tutti, a quello per nessuno. Ma non ditelo all’Inps.

A domani.

La globalizzazione emergente. Cose turche anche in Iraq


Raccontano che in Turchia circoli una mappa nella quale, oltre a un grosso pezzo della Siria, è incluso fra i territori turchi anche la provincia nord dell’Iraq che confina con la Turchia. La porzione di territorio che comprende Kirkuk, Mosul, Salahaddin, Erbil e dove sono annidati i combattenti curdi del PKK, oltre a moltissimi pacifici curdi di cui si occupa un governo locale.

Il caso vuole che questo territorio ospiti anche ricchi pozzi petroliferi nonché un pezzo dell’oleodotto che si collega al porto turco di Ceyhan, e abbia alle spalle una storia che risale agli anni Venti del secolo scorso e che ormai pochi ricordano.

Quella, vale a dire, del duro confronto fra la Turchia e la Gran Bretagna che condusse, nel 1925, all’affidamento a quest’ultima, deciso dalla Società delle Nazioni, proprio di questa provincia che la Turchia rivendicava come parte del suo territorio e che invece fu unita all’Iraq e trasformata in mandato britannico a tempo.

Da allora moltissima acqua è passata sotto i ponti, ma i turchi non hanno dimenticato il passato. Quest’ultimo, anzi, sembra essere divenuto la stella polare della politica estera di Erdogan che sembra oscillare fra revanscimi, nostalgie ottomane oppure etniche e una certa spregiudicata politica di potenza che ha indotto l’esercito turco, dopo aver innalzato la propria bandiera nella Tripolitania libica, a iniziare a bombardare già da diversi giorni, nel silenzio della comunità internazionale, il nord dell’Iraq, col pretesto di voler stanare i combattenti curdi del PKK, terroristi conclamati secondo la comunità internazionale e perciò meritevoli di bombardamenti secondo la vulgata corrente.

Non è la prima volta, ovviamente. Chi segue le cose turche ricorderà che già a metà degli anni ’90 la Turchia lanciò in quei territori l’Operazione Acciaio, con la quale 35.000 soldati entrarono nel nord dell’Iraq sempre per stanare i combattenti del PKK. Dell’epoca si ricorda una dichiarazione dell’allora presidente turco Demirel che invitava a rettificare i confini della Turchia come era nelle intenzioni kemaliste degli anni Venti. E nulla vieta di ipotizzare che i pensieri della classe dirigente turca, Erdogan in testa, siano di nuovo tornati a questo punto di attualità. Cosa c’è di meglio che festeggiare una vittoria – quella libica – con un’altra campagna espansionista?

L’Iraq, d’altronde, è un paese fragile e in questa spregiudicata campagna la Turchia potrebbe replicare la strategia già messa in campo con la Russia in Libia: marciare divisi per ricavare uniti zone di influenza. Solo che al posto della Russia, il “partner” potrebbe essere l’Iran, che non pago di avere una notevole influenza sul territorio iracheno, potrebbe trovare nella lotta ai curdi il movente ideale per una temporanea comunanza di intenti con i turchi.

Questi ultimi hanno dalla loro anche il fatto che nella provincia irachena c’è una minoranza di etnia turca che da un secolo patisce la convivenza con quella araba e curda. Da che mondo è mondo, le minoranze sofferenti sono state sempre uno straordinario pretesto per muovere le truppe. Mentre i curdi sembrano ormai praticamente orfani dell’appoggio statunitense e della comunità internazionale. Come l’Iraq, d’altronde, dove il disimpegno Usa sembra ormai conclamato.

Finora le uniche voci che si sono levate per protestare contro la campagna turca sono quelle del Kuwait, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti che sottolineano preoccupati la comunanza di intenti fra Iran e Turchia in questa porzione di territorio, essendo peraltro, gli ultimi due paesi, impegnati a sostenere, insieme all’Egitto, il “golpista” Haftar in Libia, insieme alla Russia, contro la Turchia, col quale quindi hanno condiviso la sorte non proprio fortunata.

In tal senso l’apertura di un fronte in Iraq – per adesso un bombardamento contro i terroristi, ma poi chissà – peraltro legato a un trattato di amicizia con i turchi fino dagli anni Quaranta, deve sembrare a questi paesi una specie di incubo. Specie che adesso è rimasto praticamente solo l’Egitto a dover sostenere il fronte libico generando già diversi nervosismi dopo la dichiarazione del presidente egiziano di essere pronto a un intervento militare.

L’offensiva militare turca in Iraq, dove Ankara ha alcune basi militari aperte proprio per contrastare la minaccia terroristica, è arrivata praticamente insieme a quella “diplomatica” che, stando ad alcune fonti, la Turchia ha affidato al capo dell’intelligence, spedito in segreto in Iraq per esprimere la “preoccupazione” turca per gli esiti futuri del commercio fra i due paesi. Probabilmente sulla decisione ha pesato il fatto che il nuovo primo ministro sciita Mustafa Al Kadhimi abbia governato l’intelligence irachena per quattro anni prima di diventare capo del governo e fra ex colleghi ci si intende facilmente. Non a caso la sua nomina è stata salutata positivamente dalla Turchia.

Le fonti parlano di un commercio miliardario di beni fra Turchia e Iraq, nonché di rapporti sempre più stretti fra la Turchia e il governo della provincia irachena gestito dal Kurdistan Regional Government (KRG), che però va solo in una direzione, visto che l’Iraq non esporta nulla. E questo spiega perché molte imprese turche avrebbero ottenuto contratti in territorio iracheno in settori strategici come edilizia ed energia. In generale, come mostra anche il caso molto contestato della diga turca di Ilusu, il governo iracheno non sembra avere la forza di opporsi all’esuberanza turca che non si perita di usare le risorse idriche come strumento di pressione.

Queste premesse spiegano perché in molti ormai si chiedano quali siano le intenzioni reali dei turchi ora che si avvicina il secolo dell’accordo che consegnò queste province contestate all’Iraq. Specie oggi che sulle ali della vittoria libica, che mette in ombra non solo le potenze regionali avverse come Egitto e Arabia Saudita, ma anche la Francia che insieme a loro sosteneva Haftar, si inizia a vedere con occhi preoccupati anche a un’altra zona di potenziale conflitto che preoccupa non poco l’Europa: ossia Cipro e il Dodecanneso, con tutto ciò che questo comporta per la Grecia, la vera frontiera mediterranea dell’Unione Europea.

Rimane da chiedersi fino a quando la Turchia potrà mantenere il difficile gioco di equilibri che la vede al tempo stesso partner della Nato, partner di un’unione doganale con la Ue, alleata del Qatar, compagna di scorrerie della Russia in Libia, aspirante terminale delle merci cinesi e del gas russo in Europa e persino aggregatore etnico del centro-asia. Chi troppo vuol rischia di non stringere nulla, insegnano i proverbi. Ma forse la saggezza turca è diversa dalla nostra.

Cartolina. La pandemia del contante


Se al posto dell’oro mettiamo il denaro, vale sempre l’emistichio di Virgilio che dispregiava l’auri sacra fames. C’è un’esecranda fame di contante, diremmo noi oggi, mentre con fatica proviamo a maneggiare fiumi di denaro compressi dentro a un microchip e ai piani alti del sistema si studia come rendere sempre più digitale, e quindi evanescente, il mezzo di pagamento. Tendenza coerente col tempo effimero che ci è capitato di abitare, ma in netto contrasto con la consuetudine. L’uomo ci ha messo secoli per transitare dall’oro alla banconota e difficilmente ce ne vorranno meno per convincerlo a sostituire quei pezzi di carta anonimi, non tracciabili e stipabili a volontà senza alcun costo, con una diavoleria che chissà chi controlla e a quali fini. Nei tempi delle app onnipresenti e della seduzione onnicomprensiva della tecnologia, rimane il desiderio di essere liquidi e invisibili, come mostra la notevole domanda di cash registrata durante la crisi Covid. Che ha mostrato l’altra faccia della pandemia. Quella del contante.

Le economie della globalizzazione emergente


L’infodemia di dati economici originati dalla pandemia, che esibisce andamenti rovinosi, cela una circostanza che contraddice la narrazione sempre più diffusa di un sostanziale arretramento della globalizzazione. Il crollo simultaneo di tutte le economie, difatti, è semmai la dimostrazione più evidente di quanto profondi siano i legami tessuti dall’internazionalizzazione e perciò anche la migliore garanzia del suo proseguimento. Solo che ancora non sappiamo in quale forma. Analizzare il presente, in tal senso, può aiutarci a immaginarla.

L’ultimo outlook dell’Ocse disegna due scenari post Covid. Il primo ipotizza che la pandemia non generi una seconda ondata (single hit), l’altro il contrario (double hit). Come premessa può essere utile osservare gli andamenti economici del primo trimestre 2020, misurato sempre da Ocse.

La Cina, che ha iniziato il lockdown prima degli altri, paga ovviamente il prezzo più elevato nel confronto sul prodotto fra il primo trimestre 2020 e l’ultimo quarto 2019. Ma parliamo di andamenti di breve periodo. E le previsioni di medio termine lo mostrano con evidenza.

Notate come nello scenario “single hit” per la Cina si preveda un calo del prodotto di circa il 3%, che è un numero notevole per un’economia abituata a crescere del 6% l’anno. Già dal 2021, tuttavia, la situazione dovrebbe tornare a livelli normali. Non solo per la Cina: anche le altre economie del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) è previsto ritornino alla crescita anche nel peggiore degli scenari.

Un andamento simile si prevede per i paesi più ricchi. Ciò a dimostrazione del fatto che la distinzione fra economie emergenti ed avanzate si fa sempre più sfumata, almeno relativamente al modo in cui reagiscono agli shock. E questo è un chiaro segnale che la globalizzazione procede, a livello tendenziale, pure se a fronte di evidenti rallentamenti congiunturali.

Questa singolarità deriva dal fatto che i paradigmi economici di queste due aree del mondo tendono sempre più a convergere, confermando come la globalizzazione sia un processo profondo che si articola lungo precise cornici istituzionali, del quale il movimento di merci, persone e capitali è solo la rappresentazione visibile. Le cassette degli attrezzi delle politiche economiche, per fare un esempio, tendono globalmente a somigliarsi sempre più. I modelli econometrici di Pechino non sono così diversi da quelli di Washington o del Fmi. Così come sono sempre più assimilabili le definizioni statistiche o la regolamentazione bancaria.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Aspenia On Line. L’articolo completo è leggibile qui.

 

L’anno del record (in euro) dei conti esteri italiani


Poiché avremo prevedibilmente una certa tendenza a deprimerci, mano a mano che le statistiche ufficializzeranno il disastro di questo 2020, vale la pena usare un po’ di tempo semplicemente per ricordare che prima della pandemia, ossia un secolo fa, la nostra economia esibiva il record storico del suo saldo corrente dai tempi della nascita dell’euro.

Tutto questo, vale la pena sottolinearlo, mentre usavamo una valuta che per molti è l’origine di tutti i nostri mali (quali?), ma che evidentemente non ci ha impedito di chiudere la nostra contabilità con l’estero, ché questo misura il saldo corrente, con un attivo di 52,9 miliardi, il 3% del Pil, “il valore più alto dall’avvio dell’Unione monetaria”, come ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione.

Il grosso della fatica di questo avanzamento – nel 2010 avevamo un saldo negativo di quasi il 4% del Pil – lo ha fatto il settore esportatore che, malgrado l’euro (o forse proprio grazie all’euro) ha generato un avanzo sulla bilancia dei beni di 56,9 miliardi e un minore disavanzo dei servizi per 1,8 miliardi. Notevole anche il progresso dei redditi primari, ossia i rendimenti dei nostri investimenti esteri, che hanno generato un reddito netto. Una tendenza iniziata nel 2016 che ha rallentato leggermente nel 2019 dopo un triennio di crescita, ma generando comunque 14,9 miliardi di saldo positivo.

E’ utile sapere che il settore turistico ha giocato, sempre nel 2019, un ruolo molto importante, nella nostra bilancia dei pagamenti. La spesa dei turisti esteri in Italia è cresciuta del 6,2%, mentre non riusciamo a colmare il disavanzo dei trasporti, arrivato a 9,8 miliardi.

Ovviamente il persistente andamento positivo del saldo corrente ha migliorato drasticamente la nostra posizione patrimoniale netta sull’estero, che rappresenta il saldo dei nostri attivi patrimoniali esteri e dei debiti patrimoniali che abbiamo con l’estero, che è ancora negativa ma solo per l’1,7% del Pil. Vicina insomma al pareggio. La qualcosa è un segnale di stabilità finanziaria per noi molto importante, vista la sensazione di fragilità che promana dalla nostra situazione fiscale. Per dare un’idea del progresso fatto in questi anni, basta ricordare che dal 2013 abbiamo recuperato 22 punti di pil su questa voce.

Ricordare questi numeri non serve tanto a piangere sul latte versato di un anno ormai passato, ma a capire che, per quanto il contesto sia diventato avverso, e perciò fonte di dati che non sarà piacevole leggere, l’economia italiana ha le gambe robuste abbastanza da riprendere lo slancio dopo il brutto inciampo della pandemia. A patto però di comprendere la lezione che arriva da questi numeri.

La prima cosa che bisogna capire è che gli scambi con l’estero sono per noi importantissimi. Ossia è importante essere non soltanto capaci di permeare l’estero con le nostre produzioni, ma di essere permeabili a nostra volta, esattamente come è successo fino ad ora. Questo vale per le merci, ma anche per i servizi e i capitali.

La seconda cosa sulla quale bisognerebbe almeno meditare riguarda le numerose tentazioni di trovare scorciatoie. Ieri era la moneta sovrana, oggi la cancellazione dei debiti nel sue varie possibili forme. Domani i prestiti più o meno gratis. Finora non sono state le scorciatoie a portare avanti la nostra economia, ma un lavoro intelligente e coraggioso. Abbiamo dimostrato di esserne capaci. Non c’è motivo perché questo cambi. Pandemia o no.