Categoria: Annali

Cartolina. Il Bilancione


Sfogliando l’enormità del bilancio di Bankitalia, che ormai ha attivi che sfiorano i 1.300 miliardi di euro, cumulati a forza di comprare titoli sui mercati secondari, risulta chiaro che alla lunga gli attivi della Banca centrale finiranno col somigliare, almeno per entità, ai passivi della Repubblica, in gagliarda crescita anch’essi. Solo nel 2020, per dire, il Bilancione è aumentato di 336 miliardi, che è all’incirca quanto rinnova di debito lo Stato. Ah, ma era un anno straordinario, direte molto giustamente. E tuttavia se risaliamo indietro, scopriamo che dal 2014 il Bilancione è aumentato del 150%. E siccome la Bce ha fatto sapere che “ci vorrà un bel po’ per ridurre lo stimolo”, non va troppo lontano dal vero chi immagina il Bilancione superare molto presto i 2.000 miliardi all’inseguimento di quello dello stato, che per allora chissà a quanto sarà arrivato. Chi ancora recrimina sul divorzio fra Tesoro e Bankitalia potrà consolarsi così, mentre paga le tasse che chissà come mai aumentano.

La globalizzazione Made in China


Agli inizi di gennaio lo State Council Information Office of the People’s Republic of China ha pubblicato un libro bianco dove viene illustrata la visione che Pechino ha della globalizzazione prossima ventura. Il titolo del documento dice già molto: China’s International Development Cooperation in the New Era.

La Cina si racconta impegnata in uno sviluppo cooperativo dell’internazionalizzazione, parte della sua nuova era iniziata nel 2012, quando il presidente Xi Jinping decise che il paese avrebbe iniziato a pensare ed agire in chiave globale. La scelta è stata ribadita anche di recente, all’ultimo vertice di Davos, dove il leader cinese ha ribadito il sostegno al multilateralismo. La nuova era cinese, quindi, ci riguarda tutti.

Nel domani che Pechino immagina, il made in China sarà molto più di quello che siamo abituati a pensare. Non più solo merci, quindi. Ma penetrazione delle linee portanti della globalizzazione, che sono materiali e immateriali: economiche, politiche e militari. D’altronde l’epoca della Cina produttrice di paccottiglie per l’Occidente, o al più volenterosa officina delle sue multinazionali, è tramontata da tempo. Oggi la Cina concorre a tutto campo nei settori strategici della modernità. 

Ricordiamo solo due progetti. La Belt and Road initiative (Bri) e il Made in China 2025. La Bri si propone di creare nuovi collegamenti ispirandosi ai percorsi delle vecchie vie della seta, suggestione buona ad evocare passati gloriosi e nostalgie nazionalistiche. Il Made in China si propone di trasformare la Cina in una potenza tecnologica entro il 2025. 

La Bri e il Made in China 2025 trovano una sintesi nella Digital Silk Road, che propone un collegamento tramite condivisione di tecnologia fra la Cina e tutti i paesi che vorranno partecipare. Si parla di reti, quindi anche infrastrutture (cavi sottomarini, satelliti, antenne 5g), intelligenza artificiale, big data. E magari di piattaforme digitali, dove raccogliere e profilare dati personali e far viaggiare beni e servizi in cambio di moneta elettronica. La Cina, non a caso, è all’avanguardia proprio nella sperimentazione di una moneta digitale di banca centrale.

Tutto questo presuppone la diffusione globale del capitale cinese e dello yuan, già oggi più usato di quanto non fosse fino a pochi anni fa, grazie anche all’inserimento nel basket che compone gli Sdr, ossia i diritti speciali di prelievo, l’unità di conto del Fondo Monetario Internazionale. La diffusione della moneta cinese è avvenuta principalmente tramite il commercio, ma contribuiscono anche i future cinesi sulle materie prime, che Pechino sta gradualmente aprendo anche ai non residenti. Attività divenuta maggiormente visibile da quando, nel 2018, ne è stato quotato a Shanghai anche uno sul petrolio. 

Questi pochi fatti letti insieme fanno comprendere la portata globale della sfida cinese. Infatti, ridotte al minimo, le coordinate di una globalizzazione si definiscono in rotte commerciali, sulle quali viaggiano beni, servizi e persone, una moneta per gli scambi e una lingua franca per la comunicazione, sotto l’egida di un ordine politico condiviso (o imposto) con l’uso più o meno diplomatico della forza. La nostra globalizzazione, che parla inglese, conta gli scambi in dollari e viaggia in buona parte lungo rotte marittime presidiate dalla marina Usa è di chiara marca statunitense. 

A fronte di ciò la Cina ormai da anni investe massicciamente per creare nuove rotte, diffondere la sua moneta e potenziare le sue forze armate – la spesa militare cinese è la seconda al mondo dopo quella Usa – a cominciare proprio dalla Marina, con l’obiettivo annunciato di avere una forza militare di livello mondiale entro il 2050. Ciò completa il quadro e spiega perché parte dell’establishment Usa veda in Pechino il pericolo pubblico numero uno.

Ma il fatto che la Cina abbia deciso di insidiare alcune linee portanti dell’attuale globalizzazione, significa che possa riuscire? E poi: in questa partita la Cina gioca da sola o in squadra? Infine: l’esito auspicato da Pechino è quello di una nuova egemonia o il riconoscimento della sua importanza relativa in un contesto di potere distribuito policentricamente? In attesa che il tempo risponda, possiamo svolgere alcune congetture basandoci su fatti noti. 

Cominciamo dalla prima domanda: davvero la Cina è in grado di creare una globalizzazione “concorrente”?

Nel 2013, illustrando l’idea della Bri, il presidente Xi Jinping sottolineò che non si trattava di semplice sviluppo delle infrastrutture – fatto comunque determinante – ma fece riferimento a cinque aree di collaborazione con i paesi che avrebbero aderito al progetto: rafforzamento del dialogo politico; della connettività stradale; del commercio senza ostacoli; della circolazione valutaria e dei legami fra le persone. Quindi una internazionalizzazione a 360 gradi. 

Il riferimento anche al dialogo politico suscita un’altra domanda: se la fisionomia di una globalizzazione implica un ordine politico di riferimento, questo significa che Pechino pensa a una globalizzazione che diffonda anche il suo modello di policy?

Quasi otto anni dopo si può iniziare a trarre per grandi linee un primo bilancio sullo stato di attuazione della Bri cinese. Un dato macro ce lo fornisce il China global investment tracker (CGIT), strumento analitico promosso dall’American Enterprise Institute, che quantifica in oltre due trilioni di dollari l’importo complessivo investito dalla Cina all’estero a partire dal 2005 fino al 2020. L’elenco contempla oltre 1.700 progetti distribuiti per tutto il mondo e in tutti i settori.

Nell’ultimo aggiornamento (gennaio 2021), leggiamo che “l’attività della Belt and Road non sta aumentando, ma sta andando meglio degli investimenti nei paesi ricchi”. La Bri, quindi, pure se rallentata dalla pandemia, sta proseguendo nel suo lento lavoro di “familiarizzazione” con i paesi interessati utilizzando anche strumenti più raffinati, come le tecnologie d’avanguardia e la valuta cinese molto più diffusa nei paesi partner della Cina, malgrado l’uso internazionale dello yuan sia ancora basso. 

Se osserviamo come sia distribuito il capitale cinese nel mondo, possiamo farci un’idea chiara di quali siano le aree a maggiore destinazione e quindi le priorità di Pechino.

Gli Usa sono il primo paese per gli investimenti ricevuti (190 miliardi di dollari), l’Europa la prima regione (428 miliardi). Insieme le due aree totalizzano circa 600 miliardi a fronte dei 2,1 trilioni globali messi in campo dal governo cinese. Vale a dire che la gran parte degli investimenti – con tutto ciò che questi comportano in termini di relazioni e influenze – va alle aree meno avanzate del pianeta.

Nel suo libro bianco Pechino insiste sulla volontà cinese di cooperare armoniosamente col resto del mondo, aiutando i paesi più deboli con spirito di fratellanza. Essere la prima degli ultimi porta con sé delle responsabilità, dice la Cina, e fra queste c’è anche quella di fornire aiuti a chi ne ha bisogno.

Ma aldilà della narrazione, è evidente che la distribuzione del capitale all’estero segue logiche meno edificanti. Gli investimenti nei paesi avanzati sono molto spesso di portafoglio, quindi in larga parte finalizzati alla rendita, mentre quelli nelle zone meno avanzate sono molto spesso investimenti diretti, quindi consentono alla Cina di entrare nel cuore di questi paesi fornendo non solo assistenza finanziaria, ma anche tecnica e organizzativa, in regioni spesso carenti di know-how. 

Si può quindi tentare una risposta alla prima domanda: è molto probabile che l’influenza globale cinese andrà crescendo soprattutto nelle aree meno avanzate dell’economia internazionale, che se pure hanno un peso specifico relativamente basso, misurato in termini di pil, sono le più numerose e offrono importanti vantaggi strategici che nel lungo periodo possono condurre a un sostanziale aumento del soft power di Pechino a livello internazionale.

Questo ci conduce alla seconda domanda. I cinesi, nel loro tentativo di impostare una globalizzazione concorrente, più o meno cooperativa, giocano da soli o in squadra?

Proviamo a rispondere seguendo uno dei dossier più interessanti della Bri: il China-Pakistan economic corridor (CPEC). In Pakistan i cinesi hanno messo sul piatto oltre 60 miliardi, più di quanto investito in Russia. Il progetto è alquanto composito: spazia dalla posa di cavi in fibra ottica, allo sviluppo di zone economiche speciali. E poi c’è il porto di Gwadar, punto di sbocco nel Mare Arabico. 

Il progetto del CPEC è interessante perché a differenza di altri collegamenti della Bri, la Cina può portarlo avanti, pure con tutte le complessità del caso, confrontandosi solo con un paese che ha la fortuna di avere un ottimo posizionamento geografico, rappresentando il ponte ideale col Medio Oriente. Qualche tempo fa, infatti, la Saudi Aramco ha annunciato di voler investire dieci miliardi nel porto per costruire una raffineria

E non solo col Medio Oriente: il Pakistan è anche un’ottima porta d’ingresso per il composito mondo del Centro Asia, cui guarda anche un altro protagonista della nostra globalizzazione emergente: la Turchia. 

Nelle ultime settimane si sono infittiti i contatti fra Pakistan e Turchia, soprattutto dopo la guerra recente in Azerbaijan, che, anche grazie ad Ankara, ha prodotto alcuni importanti vantaggi agli azeri per il controllo del Nagorno-Karabakh, al centro di una diatriba ultradecennale con l’Armenia. Di recente la Turchia ha anche ratificato il trattato di libero scambio siglato con Baku il 25 febbraio 2020.

Pakistan, Turchia e Azerbaijan condividono molte cose e da tempo coltivano buone relazioni diplomatiche. Insieme rappresentano un ottima linea di penetrazione verso l’Europa, che sarebbe ancora più robusta se le network di collegamenti fosse inserito anche l’Iran. Non a caso si riparla di una ferrovia che colleghi Turchia, Iran e Pakistan al centro dei colloqui recenti fra l’ambasciatore iraniano a Baku e il capo delle ferrovie azere, dai quali è emersa la volontà sviluppare la cooperazione fra i due paesi. “I contractor iraniani sono desiderosi di collaborare con l’Azerbaijan”, ha commentato il ministro iraniano dell’economia Farhad Dejpasand. Pochi giorni dopo il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif si è recato a Baku per un incontro ufficiale con le autorità.

Tutto ciò riguarda in qualche modo anche la Cina, grande consumatrice di petrolio iraniano. L’estate scorsa Pechino ha siglato un accordo con l’Iran, che fra le varie cose prevedeva anche un investimento sul porto di Jask, che si affaccia davanti allo Stretto di Hormuz, dove passa molto del traffico petrolifero del Medio Oriente.

Fra il porto pakistano di Gwadar e quello iraniano di Jask c’è un altro porto, sempre iraniano, non meno importante. Il porto di Chabahar, infatti, è inserito nel progetto, dell’International North–South Transport Corridor, un’altra ambiziosa rete di collegamenti che si propone in pratica si saldare l’India alla Russia passando per l’Iran. Anche di questo collegamento si è discusso a Baku lo nel corso della visita azera del ministro degli esteri iraniano.

L’Azerbaijan, infatti, partecipa anche a questa iniziativa. D’altronde, oltre alla familiarità etnica e linguistica con la Turchia, il paese condivide una lunga storia comune con la Russia: non a caso Putin è intervenuto a mediare nel conflitto con l’Armenia.  

Qualunque sia la sorte di questi grandi progetti – molti sono ancora solo segni su una carta – la loro semplice proposizione dimostra che esiste una notevole comunanza di interesse fra paesi anche molto diversi fra loro nel costruire reti e relazioni profonde e durature. Non a caso Russia, Turchia, Azerbaijan, e in qualche modo anche l’Iran, appaiono fra i protagonisti del grande gioco per la fornitura di gas in Europa.

Possiamo quindi delineare una risposta alla seconda domanda: la Cina ha tutto l’interesse a giocare in squadra con paesi come la Russia e la Turchia, malgrado fra i due paesi esista una rivalità di lunga data e siano tuttora in competizione fra loro in tanti dossier. Le vicende in Siria, Libia e sul Caspio, infatti, hanno mostrato che Russia e Turchia riescono a trovare punti di equilibrio a comune vantaggio.

In questo gioco di squadra per lo sviluppo di una globalizzazione emergente la Cina può essere immaginata come il motore, se non altro per la sua notevole capacità finanziaria. In tal senso si può definirla una globalizzazione made in China. Ma da sola non può fare molto più di questo. Lasciando da parte l’aspetto militare – la capacità cinese è ancora ampiamente inferiore a quella statunitense – le manca la possibilità di sviluppare le altre caratteristiche che informano una internazionalizzazione. Lo yuan è ancora inconvertibile e il mondo difficilmente smetterà di parlare inglese per imparare il mandarino. 

Pechino lo sa bene, per questo parla di contributo cinese alla globalizzazione. E qui arriviamo alla terza domanda: la Cina vuole l’egemonia o compartecipare all’egemonia?

Il risultato migliore al quale la Cina può aspirare nei prossimi anni è ampliare la propria sfera di influenza innanzitutto a livello regionale, usando la Bri come strumento di influenza nei paesi emergenti e a basso reddito, facendo così salire le sue quotazioni internazionali. Che poi è la stessa cosa che vogliono anche altri paesi emergenti, come, appunto, la Russia e la Turchia. La convergenza di questi paesi sull’obiettivo di un’internazionalizzazione “concorrente” può anche essere favorita dal fatto che condividono anche una pratica di governo a forte vocazione di pianificazione e controllo. E questo ci conduce alla domanda finale. La Cina può esportare il suo modello di policy?

In un libro di pochi anni fa (“The Future is Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century”) lo scrittore indiano Parag Khanna ipotizza che il XXI secolo sarà il secolo dell’Asia, come il XX è stato quello degli Usa e il XIX quello del Regno Unito. Almeno di un’Asia – una porzione di mondo racchiusa fra la parte orientale dell’Africa, lungo un meridiano immaginario che include anche l’Italia, fino al Giappone, con un confine meridionale nel nord dell’Australia – intesa come una società hi tech a forte vocazione burocratica, dove il valore della democrazia è subordinato alla sua capacità di assicurare il benessere dei cittadini. Società quindi disposte a derogare su alcuni principi, in cambio di efficienza nell’azione di governo.

Un esito che molti occidentali giudicheranno esiziale, ma non tutti e forse neanche più la maggioranza. L’idea di scambiare sicurezza per libertà ormai da anni si è insediata nelle nostre società. Abbiamo ceduto libertà civili in nome della lotta al terrorismo, libertà economica in nome della sicurezza del reddito quando sono scoppiate le grandi crisi finanziarie, ed entrambi in nome dell’emergenza sanitaria. Gli stati hanno ampliato notevolmente il perimetro del loro campo di azione, così come la tecnologia la sua capacità di penetrazione nel tessuto sociale. Tutto ciò crea le precondizioni per un esito “asiatico” come quello immaginato da Khanna. 

Chiunque frequenti la storia sa che il sistema liberaldemocratico – l’ordine politico della nostra attuale globalizzazione – ha iniziato a diffondersi a partire dalla seconda metà del secolo XIX, dopo una lunga consuetudine con regimi sostanzialmente autocratici interrotta dalla rivoluzione francese. I moti del 1848 germinarono l’onda lunga delle agitazioni sociali culminate nel suffragio universale e nei partiti politici di massa che diedero il via alla nostra modernità. 

E tuttavia oggi le società davvero liberaldemocratiche sono una minoranza nel mondo e la recente ondata populista che ha investito l’Occidente ha reso chiaro quanto possano risultare fragili. Forse la sottile vernice della democrazia liberale nasconde il ribollire di pulsioni antiche che ai giorni nostri trovano nella richiesta di sicurezza di tanti il carburante ideale per le loro scorrerie. O forse aveva ragione Oswald Spengler, che un secolo fa individuava nel cesarismo, “che spezzerà la dittatura del denaro e della sua arma politica, la democrazia”, l’esito del “Tramonto dell’Occidente”. D’altronde i partiti di massa ottocenteschi hanno finito col diventare i partiti personali del secolo XXI.

Come che sia, se l’Occidente cederà a queste pulsioni, avrà fornito alla globalizzazione made in China il migliore degli assist possibili. Lo spirito asiatico avrà pervaso l’Occidente. Senza neanche bisogno della Bri.

Quest’articolo è stato pubblicato nel numero 92 della rivista Aspenia dal titolo “La Pace fredda”.

Dopo il Covid: smart working triplicato e meno uffici in affitto


La banca centrale belga ha presentato i dati di una rilevazione condotta presso 3.884 aziende locali per saggiare umori e previsioni del settore produttivo in un momento in cui si iniziano a intravedere spiragli di luce dal tunnel della pandemia.

Aldilà delle previsioni economiche, l’aspetto più interessante riguarda il modo in cui le aziende immaginano la futura organizzazione del lavoro una volta che saremo usciti dall’emergenza sanitaria. In particolare, il tema trattato è quello del telelavoro che ormai è chiaro a tutti rimarrà una costante delle nostre vite per una serie di ragioni che riguardano sia i lavoratori che le imprese. Ciò che vale per il Belgio, da questo punto di vista, è un ottimo indicatore per provare a capire ciò che potrà accadere anche dalle nostre parti.

A marzo è emerso che il 32% dei lavoratori di queste imprese lavora esclusivamente presso il proprio domicilio, e il 15% parzialmente. L’uso del telelavoro è rimasto costante dopo che è divenuto obbligatorio a partire dallo scorso novembre. Il dato interessante è che le imprese si attendono che l’utilizzo di questo strumento triplicherà, rispetto al periodo pre Covid, anche dopo che la pandemia sarà terminata.

In pratica prima della pandemia il telelavoro in media non superava la mezza giornata a settimana, a fronte delle 2,1 attuali. Dopo si prevede che ognuno passerà in smart working in media 1,4 giorni a settimana, con differenza anche notevoli a seconda della zona di residenza e dell’occupazione.

Come si può osservare, la regione di Bruxelles, dove c’è una concentrazione maggiore di persone e di attività, è quella dove il ricorso al telelavoro sarà più elevato. Nelle Fiandre e in Vallonia il ricorso al telelavoro sarà la metà.

Quanto ai settori, quello dell’informazione e comunicazione saranno quelle con il numero di giornate più elevato, pari a 2,4 alla settimana, seguito dal bancario e assicurativo (2,1 giorni) e dai servizi di supporto (due giorni). Il ricorso a questo strumento per le imprese sarà in ragione diretta della loro dimensione. E questo avrà un impatto sensibile su un altro settore: quello immobiliare.

La previsione, infatti, è che diminuirà la superficie degli immobili locati da parte delle aziende che non ne sono proprietarie.

Anche qui, l’effetto più visibile è per Bruxelles, dove si stima che in media nei prossimi cinque anni la superficie degli affitti di uffici diminuirà del 22%, assai più che nelle Fiandre (-6%) e in Vallonia (-4%). Quanto ai settori, la diminuzione delle superfici locate sarà ovviamente più pronunciata laddove si ipotizza un ricorso crescente al telelavoro. Quindi informazione e comunicazione (-18%), i servizi di supporto (-18%) e banche e assicurazioni (-13%). Anche qui vale il principio che tale calo sarà in ragione diretta della dimensione dell’azienda.

C’è un altro aspetto che bisognerebbe considerare – ma di questo la rilevazione belga non parla – quando si parla degli effetti del telelavoro sul settore immobiliare e sull’economia in generale: l’effetto non solo sul settore direzionale, ma anche su quello commerciale. La diminuzione dei lavoratori in ufficio implica il calo della domanda di alcuni servizi – ad esempio quelli di ristorazione o ad esempio le palestre – vicini agli uffici. Queste aziende vedranno dimagrire il loro conto economico, e di conseguenza dovranno riprogrammare le loro attività, magari optando per spazi minori e quindi aggiungendo tensioni al mercato degli affitti. E infine c’è la ricaduta sul settore residenziale: più giorni a casa al lavoro rende necessario ripensare gli spazio di casa e quindi magari scegliere di ampliarli.

Ovviamente è presto per sapere come queste tendenze teoriche si trasformeranno in fatti economici. Ma è facile immaginare che quello che accadrà in Belgio accadrà anche altrove, vivendo immersi in un’economia fortemente globalizzata. Lo smart working cambierà molte consuetudini. Molti ne avranno vantaggi. Altri ne pagheranno il costo.

Le multinazionali neutralizzano banche centrali e governi


Per capire di cosa parliamo quando parliamo della straordinaria crescita del potere sui mercati delle multinazionali registrata dal Fmi in un recente paper, dobbiamo scendere ancora un po’ più nei dettagli e vedere l’effetto che fa tale potere crescente sui principali tool di politica economica che usano i governi per svolgere la propria attività: la politica monetaria e quella fiscale.

Detta in altro modo, le multinazionali rischiano di essere immuni alle politiche dei governi. E questa “immunità” molto facilmente le classifica come entità che – semplicemente – di quello che dicono i governi possono infischiarsene. Da ciò derivano conseguenze politiche non di poco conto che dovrebbero farci riflettere sulla configurazione che sta assumendo, nella nostra economia globalizzata, la geografia politica, ancora legata a forme ottocentesche di rappresentanza – gli stati nazionali – quando stanno sorgendo sotto gli occhi di tutti nuovi tipi di nazionalità, magari digitali, delle quali le multinazionali – si pensi alla Big Tech – sono la punta di lancia.

Senza bisogno di andar troppo lontano, per adesso contentiamoci di osservare in virtù di quali caratteristiche le grandi aziende multinazionali siano divenute capaci di neutralizzare molte delle azioni dei governi, iniziando dalla politica monetaria, ossia dallo strumento più utilizzato nell’ultimo ventennio per dare ossigeno ai mercati orientando i tassi di interesse.

Il succo dell’analisi svolta dal Fmi è che un grande potere di mercato rende la grande azienda meno sensibile agli stimoli offerti dalla politica monetaria. Essendo compagnie che basano sulle rendite di posizione gran parte della loro redditività, il cambio dei prezzi relativi indotti dalle politiche monetarie, compreso quello del credito, ha effetti praticamente nulli sia sulla domanda dei clienti – perché i prezzi rimangono stabili – sia sui costi interni. “I profitti di un’impresa con margini elevati aiutano anche a proteggerla dai cambiamenti nelle condizioni di finanziamento esterno, consentendole di continuare a finanziare alcune forme di investimento quando il costo del credito aumenta”, spiega il Fondo.

L’analisi empirica, svolta sui dati dell’ultimo ventennio delle aziende americane, conferma l’assunto teorico.

Il grafico sopra mostra la risposta dell’occupazione americana al taglio di 100 punti base dei tassi nominali ufficiali. “Come rivela l’indebolimento della risposta dell’occupazione, le aziende a più elevati mark up (le multinazionali, ndr) rendono la politica monetaria meno efficace nel stabilizzare i cicli economici degli Stati Uniti”. Altre analisi hanno confermato che le aziende con grande potere di mercato sono meno sensibili agli effetti delle politiche monetarie, “anche all’interno di settori strettamente definiti in un determinato paese”.

Questo è anche conseguenza delle notevoli scorte di risorse finanziarie che questa grandi compagnie hanno a disposizione, che in qualche modo le rende impermeabili agli stimoli indotti dall’autorità monetaria.

Se dal versante monetario ci spostiamo in quello fiscale, il discorso cambia poco. E’ diverso solo il canale che “neutralizza” l’azione del governo, sia essa espansiva, sia essa restrittiva. “Una minore competizione di mercato – spiega il Fondo – indebolisce la trasmissione dei target fiscale”. E poiché le corporation, aumentando il loro potere sul mercato indeboliscono la spinta alla concorrenza, ecco che la politica fiscale ha effetti meno rilevanti sull’intero circuito economico.

L’esempio utilizzato dal Fmi è quello dello stimolo fiscale cinese degli anni 2009-10. In quegli anni il governo spese quattro trilioni di yuan, circa il 10% del pil del 2008, per stimolare l’economia deprezza dalla crisi subprime utlizzando i governi locali come strumento dell’espansione fiscale. Dalle analisi è emerso che nelle città dove il settore delle costruzioni era più efficiente – perché maggiormente competitivo – l’investimento privato nel settore ha risposto meglio allo stimolo fiscale.

Rimane la domanda. Se l’azione dei governi viene in qualche modo impedita dalle grandi aziende multinazionali significa che i governi devono alzare il livello di intervento, ad esempio coordinandosi maggiormente a livello internazionale? Il Fmi punta proprio su questo. Significa in pratica avere governi più forti a fronte di multinazionali più deboli. Una magra consolazione.

(2/fine)

Puntata precedente.  I mercati nella morsa di governi e multinazionali

Cartolina. Fuori servizio


A guardare i grafici dell’Ocse viene da pensare che il peggio sia passato. Il lungo inverno dell’economia pandemica mostra segni di primavera. Il commercio torna a fare capolino sopra lo zero, il traffico dei container sembra tornato alla normalità e pure le spedizioni aeree rialzano la testa. Fioriscono le prime speranze di normalità, ma non per tutti. Le esportazioni di servizi sono ancora congelate. I servizi, d’altronde, sono il settore che più degli altri ha patito per i vari lockdown e che ancora oggi fatica a immaginarsi una prospettiva di normalità. Serviranno i vaccini, e via dicendo. E’ il prezzo che paghiamo alla modernità delle nostre economie, sempre più dematerializzate. Il progresso è bellissimo. Ma costa caro quando è fuori servizio.

L’altra diseguaglianza: quella dei consumi


L’ultimo bollettino delle Bce ci consente di fare il punto su una vicenda annosa – che perciò rima con noiosa – che ha il potere di sollevare grandissime curiosità, nonché svariati riflessi pavloviani: la diseguaglianza.

Grande tema, di sicuro, ma che contiene tali e tante articolazioni da finire col generare parecchia confusione e recriminazioni ancora più numerose. Alla fine la questione, che è squisitamente economica, diventa politica, nel senso però deteriore del termine.

Negli anni la narrazione che si imposta all’opinione pubblica è che a partire dagli anni ’80 la diseguaglianza è aumentata, per ragione legate all’organizzazione del lavoro, alla globalizzazione e, dulcis in fundo, ai cambiamenti nell’imposizione fiscale. Tanto basta per trasformare ogni pacato ragionamento in una rissa.

Anche la Bce parte da questa narrazione, offrendo però alcuni approfondimenti che rendono il discorso molto più interessante, oltre che informativo. Cominciamo dai dati.

Il grafico sopra misura la diseguaglianza di reddito – che è cosa molto diversa dalla diseguaglianza di ricchezza – per alcuni paesi. Misura il reddito lordo del 10% più ricco rispetto al 50% più povero, a partire dal 1980. Se guardiamo al caso americano, l’istogramma significa che nel 2019 il 10% più ricco aveva un reddito che era più del 300% del 50% più povero, a fronte di un po’ meno del 200% nel 1980. Notate che l’unico paese fra quelli considerati dove il livello di diseguaglianza è diminuito è la Spagna.

Il reddito lordo però non tiene conto dell’imposizione fiscale che è uno strumento molto potente in mano ai governi per “livellare” – o redistribuire come si ama dire – i redditi, “ma la natura precisa di tale effetto varia da un
paese all’altro in funzione delle caratteristiche del sistema fiscale adottato”, sottolinea la Bce.

Il grafico sopra mostra la diseguaglianza, misurata dall’indice di Gini, corretta per l’imposizione fiscale, quindi dopo che lo stato ha redistribuito tramite le tasse. Ricordo che l’indice di Gini varia da 0 (massima uguaglianza) a 100 (massima diseguaglianza). Quindi nel grafico abbiamo il reddito di mercato – che è lordo – e quello disponibile, al netto delle tasse. Come si può osservare c’è una notevole differenza. Italia e Usa hanno lo stesso livello di diseguaglianza di mercato ma un livello molto diverso di diseguaglianza di reddito disponibile. In Italia c’è minore diseguaglianza di reddito disponibile, e in Germania ancor meno, malgrado il reddito di mercato sia a un livello simile.

La percezione del fenomeno cambia ancora se prendiamo in considerazione un’altra possibile misura della diseguaglianza: quella dei consumi. “Le disuguaglianze nei consumi sono talvolta considerate un indicatore del tenore di vita e del benessere migliore rispetto alle misure basate sul reddito o sulla ricchezza”, sottolinea la Bce. E quanto ai nostri esiti, ciò che si osserva è che “i consumi risultano sostanzialmente meno concentrati della ricchezza netta,
fattore che sembrerebbe indicare che il benessere economico è distribuito in maniera più uniforme rispetto alla ricchezza”.

Notate che negli Usa c’è una minore diseguaglianza dei consumi rispetto all’Italia. L’esatto contrario di quanto accade per il reddito disponibile. Tale risultato è probabilmente conseguenza del fatto che i più ricchi risparmiano di più, in rapporto al loro reddito. Ma se il consumo è un indicatore di benessere, allora la diseguaglianza dei redditi non impedisce un livello abbastanza equo di consumi – magari favoriti dall’indebitamento, ma questa è un’altra storia – e quindi di benessere.

Questo ovviamente non c’entra con la ricchezza, che è un’altra cosa ancora. Ma di questo conviene parlare dopo. Intanto tenete a mente questo.

(1/segue)

Il lunghissimo XIX secolo. Nazionalismo vs Internazionalismo


Nel lungo libro sulla storia della globalizzazione che ancora attende di essere scritto, e al quale questo saggio intende contribuire, capita di imbattersi in coppie dialettiche che sono un ottimo punto di osservazione per analizzarne lo svolgimento. 

Altrove abbiamo parlato di una di queste coppie, che vede dialetticamente opporsi il nomade allo stanziale, riflesso della lunga transizione fra le società paleolitiche e quelle neolitiche che in qualche modo caratterizza ancora la storia. 

Qui è interessante osservarne un’altra che nel periodo che stiamo osservando si può dire abbia trovato la sua forma compiuta di maturazione e che anche di recente è assurta agli onori del dibattito pubblico, a ennesima dimostrazione del procedere coerente del processo di globalizzazione dell’ultimo secolo e mezzo. 

Ci riferiamo al dualismo fra nazionalismo e internazionalismo, che proprio nel lunghissimo XIX secolo celebrò la sua epifania trovandovi, questi due termini, la loro sistematizzazione formale, sia dal punto di vista sociale che politico.

La formazione degli stati nazionali è antecedente al periodo che stiamo osservando, ma l’idea e la pratica diffusa del nazionalismo maturano i suoi esiti solo nel corso del XIX secolo, culminando nella pandemia di stati nazionali che fiorisce in Europa dopo la Grande Guerra per motivi che andremo a esplorare sommariamente più avanti.

Quanto all’internazionalismo, la sua sanzione storica arriva con l’analisi marxista, che non a caso origina la Prima Internazionale, alla quale nel tempo succederanno le altre – ennesima dimostrazione di continuità del lunghissimo XIX secolo – quale risposta all’internazionalismo capitalista generato dalla rivoluzione borghese. In sostanza – questo è il pensiero di fondo – per contrastare la globalizzazione borghese, che Marx fa coincidere con l’avvento del capitalismo, serve la globalizzazione comunista condotta dal proletariato. 

Ovviamente l’economia-mondo, per ricordare la terminologia usata da Fernand Braudel, fra l’altro, nella sua celebre analisi sugli scambi nel Mediterraneo nel XV-XVI secolo, esisteva anche da molto prima. Tuttavia l’analisi marxista rimane peculiare perché originò per pura contrapposizione la teorizzazione dell’internazionalismo comunista. 

Questa coppia dialettica, squisitamente hegeliana, è la stessa che ritroveremo nelle due globalizzazioni concorrenti seguite al secondo conflitto mondiale: l’internazionale capitalista e quella comunista in lotta per l’egemonia, dopo essersi alleate nel corso della seconda guerra globale per sconfiggere i vari fascismi, che incarnavano, fra le tante altre cose, il principio nazionalista, pure se declinandolo in chiave imperiale. 

Ancora una volta si osserva il legame che tiene avvinto il lunghissimo XIX secolo. E si osserva come questi due principi – nazionalismo e internazionalismo – abbiano duellato fino ad oggi per imporre un ordine nel mondo.

Bastano giusto un paio di esempi. Ancor prima che terminasse la Grande Guerra, il presidente americano Wilson diffuse i celebri quattordici punti all’interno dei quali era contenuto il principio dell’autodeterminazione in chiave nazionalista che doveva caratterizzare la geografia del mondo, e quindi innanzitutto dell’Europa, una volta che il conflitto si fosse concluso. 

Il dissolvimento degli imperi seguito alla guerra – quello tedesco, quello russo, quello ottomano e quello austriaco – fornì spazio geografico vitale a numerose rivendicazioni nazionalistiche che i vincitori della guerra provarono a definire nel Trattato di Versailles col proposito, neanche troppo celato, di creare un cordone sanitario attorno ai bolscevichi russi che intanto sognavano – e con qualche fondamento di probabile riuscita – di internazionalizzare la loro rivoluzione. Anche qui vediamo il principio nazionalista usato come antagonista di un internazionalismo.

Notiamo una cosa: la crisi dell’internazionalismo, simboleggiata dalla fine della Seconda Internazionale che si consuma fra il 1914 e il 1916, dopo l’adesione di molti partiti socialisti alla guerra indetta dai loro governi, coincide con l’avvento programmatico del nazionalismo wilsoniano, cui fa da controcanto, un anno dopo la fine della guerra, la nascita della Terza Internazionale bolscevica. Il conflitto, come si vede, non è mai cessato.

Intanto però la visione wilsoniana conduceva al disastro degli anni ‘20-‘30, quando il principio nazionalista, portato all’esasperazione, alimentava le rivoluzioni fasciste grazie a mitologie imperiali allestite alla bisogna a scopi propagandistici, a celare evidenti necessità geo economiche e politiche. 

Al tempo stesso si sgretolava l’internazionalismo capitalista, che malgrado i numerosi tentativi di ripristino dell’ordine prebellico, culminata con il ritorno al Gold Standard della sterlina alla parità ante-guerra del 1925, veniva piegata dalla crisi del ‘29. Il sistema monetario aureo internazionale, base dell’internazionale capitalista, iniziò a decomporsi a partire dal 1931, quando Londra abbandonò il Gold Standard. La proliferazione di dazi e barriere fece il resto, riducendo al lumicino il commercio internazionale. 

L’internazionalismo comunista non ebbe maggior fortuna. Esaurita la spinta propulsiva dei primi anni Venti, quando sembrò che la rivoluzione comunista potesse attraversare le frontiere dell’Europa Occidentale arrivando in Germania, il movimento fu indebolito dalla gestione sovietica della Terza internazionale. 

I due internazionalismi toccarono, negli anni ‘30, il loro momento più basso, proprio mentre le ideologie nazionaliste cambiavano il panorama politico mondiale, proponendo un paradossale transnazionalismo su base etnico che ricordava lo schema imperiale

In generale si tende ad associare la deriva nazionalista ai vari fascismi. Ma quanto agli effetti globali, il nazionalismo più rilevante fu quello statunitense. Gli Usa fecero una chiara scelta di campo facendo mancare il proprio sostegno all’ennesimo tentativo di ricucire la trama delle relazioni internazionali, adottando una politica prettamente nazionalista e mercantilista in campo economico.

Si pensi al celebre messaggio di Roosevelt alla conferenza di Londra del 1933, convocata proprio per provare a ristabilire un sistema internazionale di relazioni economiche dopo la traumatica uscita della sterlina dal Gold standard del ‘31, nel quale il presidente americano da poco insediato, lasciava capire senza mezzi termine che la sua priorità non era ristabilire il commercio internazionale, ma il prezzo dei prodotti agricoli statunitensi.

La Conferenza di Londra fallì per il rifiuto americano di approvarne le conclusioni. Da lì a poco sarebbe stato svalutato il dollaro rispetto all’oro. Ciò diede il via alla politica mercantilista statunitense della quale la capacità di attrarre oro dall’estero fu uno dei punti salienti, oltre ai dazi e alla protezione sociale interna. Il liberalismo finì negli Usa – ammesso che mai vi abbia allignato – molto prima che in Europa.

Se leggiamo il secondo conflitto globale con la lente dell’opposizione fra questi due principi politici, ci accorgiamo che a uscirne vincitore fu senza dubbio l’internazionalismo, nella forma comunista dell’Unione Sovietica e capitalista degli Stati Uniti che infatti nello spazio di pochi anni intrapresero il Piano Marshall. 

Di quest’ultimo si ricorda che fece arrivare ingenti risorse economiche, meno che spinse l’Europa a consorziarsi: l’attuale Ocse nasce come organismo per la gestione delle risorse americane e l’Unione dei pagamenti fondata all’interno dell’Europa nei primi anni ‘50 contiene in nuce i principi che più tardi confluiranno nella Comunità economica europea. 

Ma tale tendenza – lo sviluppo di organismi internazionali – era già presente prima che la guerra si concludesse, quando a Bretton Wood si decise la fondazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Quindi arrivò  l‘Onu, erede delle Società delle nazioni, ma con una profonda differenza. Mentre gli Usa fecero mancare la propria adesione a quest’ultima, rendendola politicamente ininfluente, nell’Onu l’America gioca un ruolo di primo piano, di fatto controllandola. 

In sostanza nel secondo dopoguerra si afferma un internazionalismo egemonizzato da una nazione simile a quello del predominio inglese della seconda metà del XIX secolo, ma molto diverso perché all’epoca la Gran Bretagna doveva confrontarsi con altre potenze emerse – la Francia o la Russia – ed emergenti: la Germania e gli stessi Usa. Gli Usa invece nel campo occidentale (e nel Giappone) non avevano né hanno rivali, ma solo clienti.

La formula politica del secondo dopoguerra culminata nell’invenzione dell’Occidente contro l’Oriente comunista, trova la sua espressione economica nel dollaro, che è la moneta nazionale degli Usa e insieme la valuta che denomina gli scambi internazionali. Una delle coordinate della nostra attuale globalizzazione.

Se guardiamo alla nostra coppia dialettica nel periodo lungo, possiamo osservare che l’internazionalismo, nella sua forma capitalista e comunista almeno fino al crollo del muro di Berlino, è l’erede di quella che Hobsbawm chiamava la doppia rivoluzione: quella inglese, borghese, industriale e capitalista, e quella francese, radicale e democratica. Non è certo un caso che la Seconda Internazionale venga fondata nel 1889, a cent’anni dalla presa della Bastiglia.

Nel secondo dopoguerra questi due spinte politiche, figlie del secolo XIX, hanno combattuto la loro guerra per l’egemonia: lo spirito borghese capitalista a Occidente e quello sanculotto-bolscevico a Oriente, pure se con ampie aderenze anche in Europa. 

Se guardiamo in un orizzonte ancora più lungo, l’opposizione dei due principi nazionalismo/internazionalismo – che ancora non smettono di confliggere – è lo specchio rovesciato di quella che abbiamo ricordato fra stanziali e nomadi. Gli internazionalisti sono i nomadi della modernità, quindi tendenzialmente apolidi e nemici delle frontiere, migranti per vocazione – vocazione peraltro che proprio nel periodo che stiamo osservando matura le sue connotazioni socio-economiche – e competitori degli stanziali che rivendicano il diritto alla loro piccola patria, identificata da sangue, lingua e cultura, protetta da mura contro lo straniero, ossia i nomadi. Gli stanziali incarnano il principio nazionale uscito vittorioso dalla Grande Guerra e grande sconfitto – ma non per questo rassegnato – nella seconda, quando la globalizzazione lentamente torna ad accelerare le connessioni globali, pure se sotto l’egida di una nazione egemone che si “internazionalizza”.

Appartiene ai paradossi di cui si nutre la storia che l’affermazione dell’internazionalismo coincida con il trionfo della stanzialità neolitica rappresentata dall’emergere delle megalopoli che ormai ricordano le prime città stato. La massima stanzialità associata alla massima mobilità che ha già coniato la sua sintesi linguistica nel concetto di glocalizzazione, con la rivoluzione tecnologica e delle comunicazione a fare da collante. Ma si tratta solo di un gioco di parole. Entrambe queste pulsioni sono profondamente presenti nelle società e nello spirito dell’uomo e non sarà certo il vocabolario a risolverle. Servirà altro. Ma non sappiamo cosa.

Questo post fa parte del saggio Il Lunghissimo XIX secolo: 150 anni di globalizzazione. Bici star system e tassi di interesse, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

La questione energetica cinese. Gli investimenti esteri


Poiché l’appetito energetico cinese chiede di essere soddisfatto, e abbiamo visto come sia composito e quantitativamente rilevante, non bisogna stupirsi se nel tempo ciò abbia determinato un notevole attivismo delle imprese cinesi all’estero. Mettere in sicurezza le forniture energetiche non è uno scherzo: servono grandi capitali, buone relazioni e una sostanziale spregiudicatezza. E questa è stata la principale preoccupazione delle imprese cinesi che operano nel settore, almeno nell’ultimo decennio.

Già dal 2004, quando vale a dire la fame emergetica del paese iniziava a emergere, la National Development and Reform Commission (NDRC) cinese si era messa all’opera alla ricerca di opportunità di investimento. I frutti si videro negli anni successivi.

Fra il 2005 e il 2013 circa la metà degli investimenti diretti cinesi all’estero andarono al settore energetico. Dopo, questa quota è scesa a circa il 20%, collocandosi tuttavia a un livello medio compreso fra i 20 e i 40 miliardi di dollari l’anno nell’ultimo decennio. Per l’intero periodo compreso fra il 2005 e il 2019 si calcola che il settore energetico abbia assorbito circa 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi all’estero, costituendo una ragnatela di interessi diffusa in tutto il globo.

Come si può osservare, il grosso di questi investimenti si concentra in Asia, con circa il 30%, un Europa, Russia compresa, per un altro 20% e l’America Latina, di poco sotto il 20%. L’Africa quota circa un 8%, anche se è probabile che molti degli investimenti sfuggano ai radar degli osservatori, mentre fra i singoli paesi spiccano il Brasile e il Canada, destinatari dell’11%.

Quanto alla commodity, buona parte dell’attenzione cinese negli anni recenti si è concentrata sul petrolio, che abbiamo visto serve soprattutto per i trasporti. Ma molte risorse sono state dedicate al carbone, che rimane ancora la principale risorsa energetica cinese, e al gas, che è quella “emergente”.

Negli anni più recenti l’attenzione si è concentrata sulle rinnovabili. Con un occhio anche agli aspetti più commerciali. Magari si investe su un impianto eolico all’estero, ma si ha cura di installare turbine prodotte in Cina.

La parte del leone, in queste scorribande all’estero, l’ha fatta la China National Petroleum Corporation (CNPC), che si calcola abbia investito oltre 70 miliardi di dollari. seguita dalla China Petroleum & Chemical Corporation (Sinopec) con 60 miliardi e dalla China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) con 40 miliardi. Anche la China Investment Corporation (CIC), che non opera nel settore energetico ma è una importante compagnia di investimento statale, ha messo sul piatto altri 30 miliardi. Altri 20 a testa, infine, sono stati investiti dalle compagnia statali che gestiscono reti: la State Grid e la China Three Gorges Corporation (CTG).

L’impegno energetico cinese all’estero non si esaurisce con la voce degli investimenti diretti. Le compagnie cinesi partecipano a numerosi progetti di sviluppo nei paesi emergenti, soprattutto in Asia e in Africa. Fra le altre cose, la Cina offre prestiti ai paesi intenzionati a investire in questo settore. Ad esempio per la costruzione di infrastrutture, come è successo per gli oleodotti e i gasdotti che la collegano con la Russia.

Alcuni di questi progetti, si calcola circa un 10%, finiscono impantanati o conducono a nulla. Ma il resto è più che sufficiente per irrobustire le catene di fornitura cinese. E non solo quelle. La fame cinese di energia sembra destinata a cambiare la rete dei collegamenti nella grande massa euroasiatica e africana, oltre che le relazioni fra i vari paesi che la compongono e che hanno a che fare con l’energia.

Schematizzando, possiamo rappresentare la Cina e l’Europa come i due grandi motori che alimentano l’economia dell’Eurasia, che trovano nella sua parte centrale il suo carburante. Questi due motori sono naturalmente concorrenti – vanno in direzioni diverse – e anche molto diversi fra loro. Ma per chi vende il carburante questo non è un problema. Anzi, forse è la migliore delle opportunità.

(6/fine)

Puntata precedente. La fuga nel gas

Arriva il rimbalzo del mattone “morto”


I dati diffusi da Istat sull’andamento del mercato immobiliare, che fotografano la crescita degli indici dei prezzi del mattone, sia per gli immobili nuovi che usati, nell’ultimo trimestre del 2020 hanno sorpreso molti osservatori, considerando che il rimbalzo dei prezzi arriva nel periodo economico peggiore dell’ultimo decennio, ossia da quando inizia la serie IPAB.

Il grafico sopra dovrebbe bastare a spegnere certi entusiasmi. Ma prima di approfondire, è opportuno riportare per sommicapi le ultime cifre.

La tabella sopra offre un rapido riepilogo. Ciò che possiamo dedurne è che per le abitazioni esistenti il guadagno complessivo dell’anno scorso non è bastato a recuperare il livello del 2015. Le abitazioni nuove hanno recuperato circa il 5%, pure se nell’ultimo trimestre 2020 hanno visto un lieve calo.

Se il dato aggregato viene scorporato in realtà minori, le informazioni diventano ancora più interessanti. A Milano i prezzi crescono per il quinto anno consecutivo, dopo che nel 2020 i prezzi sono aumentati del 12,1%, grazie in buona parte alle abitazioni nuove, e soprattutto per la prima volta dal 2010, i prezzi sono tornati sopra il livello di quell’anno, segnando una crescita del 35% dal 2015.

A Roma invece, malgrado la crescita dello 0,8% dei prezzi annuali nel 2020 dopo tre anni di cali, i prezzi stanno ancora il 27,5% sotto il livello del 2010 – quasi il 30% in meno per le abitazioni esistenti – e l’indice a fine 2020 non ha ancora neanche recuperato il livello del 2015.

Le differenze territoriali vanno analizzate in relazione agli andamenti dei volumi di compravendita che, come nota Istat, sono in crescita dell’8,8% nel trimestre considerato. Il dato è estratto dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, e vale la pena dare un’occhiata per capire meglio.

Il primo elemento da notare è l’aumento dello sconto medio sul prezzo richiesto dal venditore, passato dal 10,9% all’11,3, con tempi di vendita stabili a sette mesi e mezzo. Esiste ancora una fetta ampia di mercato dove domanda e offerta non si incontrano, visto che i divari di prezzo sono la causa principale della cessazione degli incarichi, con offerte ritenute troppo basse per il 54,3% dei venditori o prezzi troppo alti per il 50,5% dei compratori.

Il secondo dato è quel +8,8% di compravendite nel quarto trimestre che, se scorporato, offre molti informazioni utili. La prima è che le vendite aumentano in gran parte nei comuni minori (+11,8%) e assai meno nei capoluoghi (+2,9%). La seconda è che l’aumento trimestrale non è bastato a compensare il calo annuale, che rimane del 7,7% rispetto al 2019.

Dal grafico si osserva che il mini rimbalzo trimestrale ha riportato il numero di compravendite al livello del 2018, da dove aveva iniziato la sua discesa poi divenuta un crollo a causa della pandemia.

Quanto alla geografia, vale la pena fare un approfondimento su Roma. Qui – sempre nel quarto trimestre – le compravendite sono aumentate del 7,9% rispetto al IVQ 2019 a fronte di un calo trimestrale dei prezzi dell’1,1% rispetto al trimestre precedente, seguito a un ulteriore calo del 2,5% nel terzo trimestre – quando le compravendite risultavano in calo del 9,6% rispetto al IIIQ 2019 – rispetto al secondo.

Ciò dà l’idea di un mercato ancora notevolmente sensibile ai prezzi, che evidentemente vengono ancora percepiti come elevati. Peraltro i compratori manifestano esigenze diverse rispetto al solito. Tutte le classi dimensionali degli appartamenti sono in crescita, a Roma, ma meno quelle più piccole.

Se ripetiamo l’analisi per Milano, otteniamo un risultato rovesciato. L’aumento dei prezzi ha affossato le compravendite, che nel quarto trimestre 2020 sono diminuite dell’8,9% rispetto al IVQ 2019 e nel terzo addirittura del 15,5%, e su tutti i tagli di appartamento.

Semplificando, potremmo dire che la discesa dei prezzi, com’è logico che sia, ha favorito l’aumento delle compravendite a Roma, ma le ha scoraggiate a Milano. In entrambi i casi gli squilibri sembrano parecchio precari. Chi scommette sul mattone farebbe bene a ricordarselo.

Cartolina. Basta che c’è la salute


Solo chi ignora l’andamento senescente delle nostre società si stupirà osservando la crescita del potere sui mercati delle multinazionali farmaceutiche, oggi agli onori delle cronache – e dei profitti – per i vaccini, ma da tempo incardinate nei gangli più redditizi del sistema economico in virtù della promessa che incorporano nei loro prodotti, che non ha e non può avere rivali: quella della salute. Per una società che invecchia non c’è nulla di più importante, della salute. E lo sanno bene i governi che hanno visto aumentare di decennio in decennio la propria spesa sanitaria insieme a quella pensionistica. Tutto ciò ha trasformato le aziende farmaceutiche in grandiosi entità, sempre più concentrate, redditizie e potenti, e quindi sempre più capaci di imporre le proprie logiche di funzionamento sui mercati. Anche qui nessuno stupore. Ogni ossessione genera una tirannia. Quella della salute eterna non fa eccezione.