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La rivoluzione della moneta digitale del sistema dei pagamenti


Poiché a volte la suggestione aiuta a comprendere meglio, proviamo a figurarci da qui a pochi anni alle prese con un acquisto. Avremo in mano il nostro smartphone, ovviamente. Dobbiamo pagare un piccolo importo, e ci accorgiamo che i contanti che teniamo in tasca non sono sufficienti. Il fornitore non ha un sistema di pagamenti elettronici – mettiamo che sia un ambulante – ma questo non rappresenta alcun problema. Apriamo la nostra app Mymoney, chiamiamola così, dove teniamo i nostri euro digitali, ci facciamo fornire le coordinate dell’account del fornitore, che ovviamente è censito sulla app come tutti i soggetti economici del paese, e gli accreditiamo la somma richiesta. Quest’ultima potrebbe essere registrata nel conto corrente bancario che lavora come sottostante nell’app, ma anche no. Può anche semplicemente essere depositata nel borsellino elettronico dell’app, come se fosse – perché lo è, solo che anziché essere analogico è digitale – denaro contante. Con la differenza che il denaro digitale è “in chiaro”, a differenza di quello analogico che com’è noto tende al “nero”.

Scena seconda. Immaginiamo di non avere un conto corrente, ma di voler effettuare dei pagamenti elettronici. Esempio: un ragazzo che vuole comprare un videogioco on line. Dispone di denaro contante ma non denaro elettronico (carte di credito o di debito). Delle due l’una: o convince un genitore a fornire una carta di credito, oppure usa la sua app Mymoney per creare denaro digitale convertendo gli euro analogici in suo possesso in euro digitali tramite un intermediario autorizzato – una banca, ad esempio, ma anche un operatore telefonico, visto che tutto passa dallo smartphone – e quindi procede all’acquisto on line utilizzando i normali canali. In questo caso anche i soggetti non titolari di conti correnti, possono partecipare all’economia digitale, ossia al futuro.

Questi due scenari, impensabili fino a pochi anni fa, oggi sono addirittura probabili. Già molti forniscono servizi acquistabili col credito telefonico. E non tanto perché il progresso tecnologico li ha resi possibili, ma perché la trasformazione del contante analogico in contante digitale ormai è diventato un pensiero ricorrente di molte banche centrali, alcune delle quali – lo abbiamo visto col caso cinese – già in fase avanzata di sperimentazione.

Un buon modo per introdursi al tema, è leggere un resoconto del poderoso sforzo messo in campo dalle banche centrali pubblicato di recente dalla Bis di Basilea, che – non certo a caso – sta dedicando al tema molto tempo ed energie. Lettura illuminante per la semplice ragione che mostra con chiarezza come ai piani alti del sistema finanziario, dove vivono creature straordinarie come il sistema dei pagamenti, ci stiano pensando eccome a cambiare un volta per tutte le regole di un gioco che minaccia di marginalizzare coloro che in questi anni – per non dire secoli – ne sono stati gli indiscussi protagonisti, ossia banche commerciali e banche centrali.

Queste ultime in particolare, aspirano a diventare le capofila di questa modernizzazione, e per una pluralità di ragioni, che sono esistenziali, ma anche e soprattutto tecniche. Nel momento in cui una compagnia privata – Facebook con la sua Libra – dice di essere pronta a lanciare una stable coin globale, vuol dire che è arrivato il momento di ribadire a chiare lettere, e azioni ancor più chiare, che in certi campi gli incumbent hanno molte carte da giocare. E questa consapevolezza data ormai qualche anno.

Lo studio della Bis, da questo punto di vista, è di notevole utilità. A cominciare dall’esordio, quando ci ricorda che “nel corso dei secoli onde su onde di nuove tecnologie di pagamento sono emerse per incontrare la domanda della società”. Dal che si deduce che ci troviamo in uno di questi tornanti della storia.

D’altronde è dal lontano 1987, quando l’idea della moneta digitale di banca centrale fu lanciata da James Tobin, che questo oggetto esotico circola fra i pensieri di economisti e banchieri, anche se non con troppa convinzione. I tempi, d’altronde, erano tutt’altro che maturi, al contrario di oggi. Ne sia dimostrazione un semplice dato: alla fine del 2019 alcune banche centrali, che rappresentano un quinto della popolazione mondiale, hanno fatto sapere di ritenere probabile l’emissione da parte loro di una moneta digitale molto presto, mentre l’80% delle banche centrali sotto l’occhio della Bis sono impegnate in ricerche, sperimentazioni e sviluppo di progetto sulle CBDCs (Centrale Bank Digital Currency). Un interessente crescente, insomma, e soprattutto visibile.

Non siamo ancora arrivati al punto in cui una grande banca centrale abbia deciso di emettere moneta digitale, ma comunque se ne parla, e parecchio. Si discutono le diverse implicazioni – legali, finanziarie e sociali – e soprattutto si cerca di capire che tipo di utilizzo se ne possa fare. Se, ad esempio, limitarne la circolazione solo fra gli intermediari, o anche nel settore retail. Oppure che tipo di tecnologia debba avere come sottostante.

A livello di architettura, invece, si possono immaginare tre tipi di soluzione: una direct CBDC, dove il sistema dei pagamenti viene gestito direttamente dalla banca centrale e quindi la moneta è un credito diretto nei confronti dell’istituto di emissione, che gestisce le transazioni ed esegue i pagamenti; una intermediate CBDC, dove la moneta digitale circola solo fra gli intermediari, che la scambiano fra di loro ed eseguono i pagamenti verso il settore retail; una hybrid CBDC, dove la moneta digitale circola sia a livello retail che fra gli intermediari. Quest’ultimo è il modello che sta sollevando più interesse. E non è difficile capire perché. Basta ricordare i due scenari che abbiamo immaginato all’inizio di questo articolo.

Rimane il fatto di un interesse crescente, e soprattutto sempre più positivo, verso l’emissione di questa moneta. Gli speech nei quali si evidenziamo i vantaggi ormai hanno superato di gran lunga quelli scettici.

Il combinato disposto spiega perché il tema delle monete digitali sia diventato ospite fisso nell’attività delle banche centrali, come il grafico sotto ci suggerisce.

Il caso cinese, come si indovina, è uno dei più avanzati. Ma non è l’unico.

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Puntata precedente: La moneta digitale, ovvero il futuro del central banking

Il mercato finanziario diventa antifragile


La lenta ripresa delle consuetudini, ancora zoppicante e timorosa, non basta a celare l’evoluzione ormai consolidata dei mercati finanziari che anche la Bis, nella sua ultima Rassegna trimestrale, palesa con chiarezza. Seguendo una tendenza percorsa per anni, il terzo decennio del XXI secolo che si appresta a cominciare mostra un mercato finanziario che ormai, per una serie di ragioni, ha definitivamente acquisito quella caratterista che Nassim Taleb ha descritto in un suo libro di alcuni anni fa: l’antifragilità. Si piega, ma non si spezza, direbbero i saggi di una volta. E’ resiliente, diremmo col birignao di oggi.

Le ragioni di questa evoluzione sono note, e ne abbiamo parlato più volte qui. Sono sia istituzionali – le nuove policy monetarie delle banche centrali, per dirne una – e sociali – ad esempio l’invecchiamento della popolazione – ma quel che conta è il risultato. I mercati finanziari hanno incorporato e “digerito” il rischio elevato come naturale contropartita del crollo dei tassi reali. E quindi hanno imparato a navigare sull’onda della volatilità, come esperti surfisti, sfruttando in maniera efficiente – leggi profittevole – i saliscendi determinati dagli umori e dalle avversità. Sono diventati antifragili. Si sono adattati. E infatti crescono di record in record, al netto dei prevedibili scossoni.

La lettura dei dati forniti dalla Bis conferma questa percezione, a cominciare dal titolo che apre il primo capitolo della Rassegna: “I mercati salgono malgrado la ripresa economica sottotono”. Che stupisce gli addetti ai lavori, ovviamente, che per antichi retaggi tendono ancora a ricercare, nell’economia cosiddetta reale, le motivazioni degli andamenti dell’economia finanziaria, quando ormai è chiaro che questo legame tende ad attenuarsi in ragione diretta dell’intervenire del potere pubblico, vieppiù invasivo e pervasivo, che produce le premesse di ulteriori espansioni fiscali e monetarie, e quindi della sua sfera di intervento. Finché i mercato crederanno che il potere pubblico può determinare l’economia, continueranno a salire, evidentemente.

Per uno di quegli squisiti paradossi che animano la realtà, questa fiducia, per sua natura fragile, è alla base dell’antifragilità dei mercati. Ciò per dire che viviamo su una patina sottilissima, sotto la quale si agitano mostri paurosi, come l‘inflazione addormentata, o il debito che cresce e che, prima o poi, dovrà essere affrontato.

Quanto a quest’ultimo, basti un esempio: ad agosto le emissioni di debito corporate, sia investment grade (IG) che high yield (HY) hanno di gran lunga superato i livelli di agosto 2019, arrivando rispettivamente a 1,7 trilioni, a fronte degli 1,1 trilioni dell’anno scorso, e a 322 miliardi vs 200. Ciò malgrado la situazione dei mercati la racconta il grafico sotto.

E’ facile notare come la ripresa dei mercati finanziaria sia assai più pronunciata rispetto a quella dei prodotti interni e delle prospettive di crescita, ed è del tutto ovvio domandarsi quanto su questa discrepanza abbiano pesato le scelte pubbliche, sia fiscali che monetarie.

Notate come questa dicotomia si riverberi anche all’interno dei settori industriali, che hanno reagito molto diversamente agli stimoli. L’hi tech, ossia ciò che conduce la realtà immateriale nella quale ci stiamo immergendo sempre più anche a causa della pandemia, è salito molto più del real estate o del banking. Ma soprattutto, “in questo contesto di rischio, anche gli spread del credito societario si sono ulteriormente ridotti suggerendo una certa disconnessione dai rischi sottostanti”. Quindi i tassi si riducono al crescere dei rischi. Un mondo sottosopra.

Questo capovolgimento di prospettiva è sicuramente il fatto saliente dell’ultimo decennio e l’origine dell’antifragilità dei mercati finanziari. Finché dura, ovviamente. Se questa singolare evoluzione sia persistente, però, non lo sa nessuno. E questo è il problema.

Il futuro dell’Africa 2.0, fra equilibrio ed egemonia


La nuova campagna d’Africa si svolge silenziosa sotto le acque degli oceani che circondano il gigantesco continente. La raccontano migliaia di chilometri di cavi sottomarini che progettano di collegare la grande massa terrestre africana con il resto del mondo assai più di quanto non sia adesso. Collegamenti nascosti, perciò, ma non certo immateriali. La ragnatela dei cavi sottomarini, che potremmo chiamare “Undernet”, è l’ultima frontiera della geoeconomia che inevitabilmente diventa politica, poiché tutta la nostra vita viene declinata ogni istante lungo le dorsali della rete digitale, della quale i cavi sottomarini sono il veicolo più frequentato: sotto il mare viaggia la stragrande maggioranza dei dati che arrivano sui nostri terminali. Volendo fare un paragone, potremmo dire che le rotte marittime per il commercio di beni pesano tanto quanto le rotte dei cavi sottomarini nello scambio di dati.

Le rotte dei cavi sottomarini (in verde, i progetti in corso di realizzazione)

Ciò è sufficiente a comprendere perché questa partita della Undernet sia strategica per il futuro del continente, di nuovo al bivio fra il desiderio evidente di prendere in mano il proprio destino e le seduzioni egemoniche, travestite spesso da generosità, che promanano da Oriente come Occidente, con l’Europa a interpretare il ruolo di crocevia, che la storia e la geografia le assegnano per natura.

Tutto ciò si può indovinare analizzando anche sommariamente i partecipanti a questo nuovo Grande Gioco globale nel quale l’episodio africano si inserisce con tutto il peso specifico di continente quasi cuscinetto fra l’Eurasia e le Americhe. A tale centralità, nei tempi del dominio digitale, non può che corrispondere una connettività adeguata.

Quest’articolo è stato pubblicato su Aspenia on line. L’articolo completo si può leggere qui.

Cartolina. La terza guerra delle banche centrali


La circostanza che il bilancio della Banca d’Inghilterra abbia superato qualsiasi livello storico viene ormai derubricata all’aneddotica, visto che questo male necessario – sempre che sia un male e che sia necessario – è assai comune. In Giappone, ad esempio, gli asset della BoJ stanno intorno al 100 per cento del pil, e Fed e Bce stanno allegramente espandendo i loro bilanci. E’ in questa comunanza di necessità che si esprime l’eccezionalità che stiamo vivendo, che ricorda quelli delle guerre mondiali, con la differenza che il tempo di oggi è ancora più estremo. La terza guerra mondiale delle banche centrali, d’altronde, ha in palio il benessere, non la semplice sopravvivenza. Quindi costa di più.

La moneta digitale, ovvero il futuro del central banking


Poiché molto si è parlato della recente allocuzione del governatore della Fed Jerome Powell che in qualche modo ha preso atto del cambiamento della realtà e quindi delle regole che guideranno le politiche della banca centrale statunitense – meno preoccupazione per l’inflazione e più per l’occupazione a voler sintetizzare brutalmente – vale la pena sottolineare che questo ripensamento è molto più di un semplice atto d’indirizzo politico. Rivela infatti, pur senza parlarne affatto, che l’inflazione è un fenomeno troppo complesso perché se ne possa occupare una banca centrale, nemmeno se è quella globale. O, per dirla diversamente, che non esiste, aldilà della letteratura, un rapporto di causazione fra l’azione della banca centrale e l’inflazione in un contesto di economia globalizzata come quello in cui viviamo oggi.

I fatti ne danno chiara testimonianza. La Fed, come anche la Bce per tacere della BoJ, da parecchio tempo fa ciò che è necessario e anche più per far rialzare l’inflazione, senza che ciò serva a riportarla vicino al quel 2% che per buona parte degli anni ’90 rese felici gli economisti e i banchieri, corifei dell’età della Grande Moderazione che a molti sembrava il degno coronamento del brusco percorso di disintossicazione dall’inflazione, iniziata da Volcker nei primi Ottanta del XX secolo, che per tutti i Settanta, approfondendo una tendenza iniziata già dai Cinquanta, aveva occupato i pensieri e le preoccupazioni dei policy maker.

Ma oggi, dice Powell, il mondo è cambiato. E quindi anche l’inflazione, che non è più il problema, e quindi neanche la soluzione – nel senso che gonfiare la crescita nominale aiutava a sostenere i debiti – perché l’economia gira a intensità più lenta come mostra l’andamento del tasso naturale di interesse.

Inutile sottolineare quanto la visione di Powell sia condizionata dalla narrazione della stagnazione secolare. Il punto è che l’aumento dell’occupazione non è servito a far rialzare l’inflazione, col che è venuta meno, o quantomeno si è affievolita, la capacità predittiva della curva di Phillips, uno dei tanti punti fermi del central banking della seconda metà del XX secolo. E questo spiega perché la Fed abbia finito col darsi come obiettivo non più un’inflazione del 2%, ma un’inflazione media del 2%, che in pratica vuol dire puntare anche a un’inflazione più alta per un periodo di tempo indeterminato.

Questa dichiarazione di intenti, che sembra vagamente surreale visto che finora la Fed non è riuscita a centrare il target del 2%, fa capire ciò che non si può dire ma che risulta ovvio: non è tanto l’inflazione ad aver perduto peso, ma la capacità di azione della banca centrale di agire sull’inflazione. Ma se è così, è ovvio che venga questionato uno dei capisaldi del lavoro di queste entità. Che fare quindi?

Non è esagerato dire che le banche centrali stanno attraversando una crisi di crescita, e quindi di senso. In un momento in cui i populisti chiedono a gran voce di far tornare il controllo del denaro sotto l’egida dei governi, e in cui aleggia molto spaventoso il fantasma della fiscal dominance, da un lato, e del fintech, che minaccia di sabotare il sistema dei pagamenti, dall’altro, le banche centrali devono affrettarsi a rivedere i textbook che hanno guidato finora la loro azione e darsi una missione più ambiziosa, capace di rimetterle al centro della scena. E cosa c’è di meglio dell’idea, ormai a portata di mano grazie alla tecnologia, di una moneta digitale di banca centrale? Il sacro graal dei banchieri centrali somiglia sempre più a un’app. Proviamo a vedere cosa ci sia dentro.

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Ripartire è un po’ morire: il Reboot ai tempi della pandemia


Bentrovati. Finita l’estate, ci troviamo con lo sconforto di dover vivere un autunno col fiato sospeso dentro una mascherina, dopo aver passato i mesi caldi a scambiarci felicemente sospiri. Ormai dimenticati, peraltro: annichiliti dall’onda montante dei contagi che ci ricorda che l’emergenza non è alle nostre spalle, ma davanti ai nostri occhi. Spettacolo per nulla incoraggiate, specie da quando abbiamo rivisto i nostri figli tornare finalmente nelle scuole.

Il problema è chiaro: dobbiamo convivere malgrado tutte le difficoltà del caso – e l’esempio della scuola basta a ricordarlo – con una malattia virale che aggrava lo stato febbricitante delle nostre società, già ammalate dal conflitto fra istanze potenzialmente infinite – frutto della bulimia dei diritti – e risorse che per natura sono scarse. Il tutto dovendo persino recuperare parecchi punti di prodotto interno, che significano lavoro e ricchezza per società che già lamentavano di non averne abbastanza.

Perciò bisogna (ri)partire, pure se significa un po’ morire – e lo diciamo facendo gli scongiuri – ossia risicare di più per rosicare qualcosina, come insegnano i proverbi. Vale per noi, ma anche per il resto del mondo dove, ognuno a suo modo, fa i conti con il trade off – concetto caro agli economisti – fra le esigenze della macchina economica e quelle della difesa della salute pubblica. D’altronde: si muore anche restando fermi, e questo dovremmo ricordarcelo tutti.

Al netto dei vari ottimismi e pessimismi che come in ogni situazione popolano la scena, possiamo svolgere un sano esercizio di realismo provando ad elencare in maniera disincantata alcuni dei passaggi fondamentali che nei prossimi mesi alimenteranno le nostre cronache, e quindi anche il nostro blog che da oggi riapre i battenti per la sua nuova stagione dedicata ovviamente proprio al Reboot della nostre società.

Cominciamo dal giardino di casa, ovviamente. Non tanto per ovvie ragioni di amor patrio, così tanto di moda di recente, ma per l’antico insegnamento volterriano che suggerisce di tenere in ordine il proprio orto, prima di volgere altrove lo sguardo. E quanto a questo di ragioni di ottimismo, malgrado gli sforzi di contrastare l’italianissima consuetudine al lamento, se ne vedono poche.

Facciamola breve: l’illusione che stiamo covando persino con una certa tignosità, è che i denari europei del Recovery fund saranno il viatico delle nostra meritatissima felicità futura. Detto altrimenti: i nostri problemi derivano dalla mancanza di soldi, manco fossimo un paese emergente, invece della settima o ottava economia del pianeta.

Questo misurare in denaro la nostra capacità di stare al mondo – ossia che basti avere più soldi, magari in cambio di nulla, per raddrizzare il legno storto del nostro stare insieme – è molto triste. Illusione pericolosa, peraltro, perché prosegue e approfondisce la tendenza che ha guidato nel tempo il cumulare dei nostri debiti pubblici a cui non ha corrisposto certo un nostro avvicinarsi al paradiso.

Al contrario. E chi pensa che oggi saremo in grado di spendere decine di miliardi in pochi anni, dopo che ci segnaliamo per la nostra incapacità a spendere i fondi europei, forse dovrebbe iniziare a pensare che non tutto si risolve iniettando denaro, ma iniziando a cambiare noi stessi. Vaste programme, mi rendo conto. Perciò inutile da perseguire. Specie quando il mercato politico offre agitatori a un tanto al chilo che promettono prebende che semplicemente aggravano la nostra percezione fallace della realtà.

Il dibattito su Recovery fund, perciò, lungi dal diventare una riflessione su di noi, diverrà l’ennesimo pretesto per faide e furberie. Speriamo almeno di cavarne migliori infrastrutture, ma chissà. Più probabile che spenderemo (forse) queste risorse e rimarremo ugualmente infelici, visto che ciò che fa naturalmente aumentare la produttività – leggi istruzione, giustizia civile efficace, ambiente fiscale amichevole – nel nostro paese cede facilmente il passo al miraggio dei moltiplicatori keynesiani e della spesa corrente. Roba facile da titolare sui giornali e sui social, a differenza del resto, che richiede persino una certa applicazione costante. Esercizio che ormai abbiamo dimenticato.

Ciò per dire che aldilà di una certa retorica patriottica – anch’essa molto di moda oggidì – che chiede a gran voce più stato ovunque (e quindi più soldi pubblici) – ormai non si contano più i dossier nei quali è impegnata la CdP – non c’è da coltivare molte illusioni sulla possibilità che il nostro paese intraprenda una strada diversa dal passato solo perché è arrivato il Recovery fund.

Ma questo non vuol dire che non cambierà nulla, almeno intorno a noi. La nascita delle obbligazioni comuni europee, che alimentano il Recovery fund, è un passo importante del processo di integrazione europeo dal quale molto dipendiamo. E non tanto in ragione di una logica di “vincolo esterno”, come per anni è stato predicato, ma per una semplice questione di prossimità geografica, storica, politica e, dulcis in fundo, economica.

Da quest’ultima, quindi dall’integrazione economica, è iniziata la strada percorsa dall’Europa per provare a diventare qualcosa di più di un’espressione geografica. E il lancio del Recovery fund dimostra che l’Europa ha tutte le carte in regola per continuare a farlo. L’economia non è mai stato un problema per l’Europa, proprio perché l’Europa si è fatta (si sta facendo) risolvendo problemi economici. Si pensi alle origini: alla CECA, che poi diventerà la CEE, l’Ue e quindi l’Unione monetaria, cui seguirà quella bancaria e del mercato dei capitali. E’ un percorso assolutamente coerente.

Il problema è che camminando all’incontrario come i gamberi – l’Europa come processo che dall’economia porti alla politica, costruendo una nuova storia continentale che sia coerente con la geografia – oggi siamo arrivati a un bivio che l’evoluzione internazionale della globalizzazione rende vieppiù evidente. L’Europa ha dimostrato di saper affrontare le sfide economiche. Sarà in grado di affrontare quelle politiche? Proprio oggi la la presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione – simpatica imitazione di quello tradizionale negli Usa – ha esortato i paesi europei a costruire una “unione della sanità”, via “potabile” per iniziare a percorrere il sentiero della condivisione fiscale, che passa anche dai “salari minimi che tutti nell’Unione devono avere”, come ha ribadito la presidente. Ma siamo sempre nell’orbita dell’economia interna, mentre è chiaro a tutti che per avere una proiezione politica internazionale – o geopolitica se preferite – serve ben altro. Serve la capacità di disporre della forza e la determinazione ad usarla.

Ne avremo un saggio nei prossimi giorni, quando l’Ue dovrà trovare una posizione comune da tenere nei confronti della Turchia, che per tutta l’estate ha continuato a mostrare i muscoli nel Mediterraneo Orientale, inducendo la Francia – e la Grecia -a far la voce grossa, e la Germania, già in tensione con la Russia (che ha fatto capire di volere partecipare al gioco turco nel Mediterraneo) per il caso Navalny, a mediare.

Decidere cosa fare con la Turchia, ormai chiaramente impegnata nella sua missione di ricordare la mondo il suo passato tramite l’uso spregiudicato del presente, non è cosa da poco. Coinvolge non solo la storia dell’Europa – mamma li turchi, per non parlare di greci e persiani – ma soprattutto la geografia, visto che dalla Turchia passano molte rotte che conducono merci (energia) e persone in Europa.

Serve quindi una politica che tenga nella giusta considerazione ancora la ragione economica, avendo chiaro non solo la prossimità, nelle varie declinazioni che abbiamo visto, ma anche la complessità del ruolo giocato dalla Turchia nell’ambito della globalizzazione emergente, ma anche in quello della globalizzazione vigente, ossia di marca statunitense.

Detta semplicemente, Ankara, in un contesto di disimpegno americano da questa parte del mondo, può essere utilizzata da Washington in funzione di contenimento dei russi, se non fosse che intanto i russi e i turchi sembra sia piacciano sempre più. E lasciamo da parte la variabile cinese per non complicare troppo il quadro regionale, anche perché nel frattempo un altro mare, quello Cinese Meridionale, si segnala per una recrudescenza di tensione che ci ricorda quante linee di faglia si stiano lentamente approfondendo all’allargarsi della politiche di potenza. Pensate al Caspio, e basterà a completare il quadro. Ricordando pure che questo quadro potrebbe cambiare cornice una volta che le elezioni americane di novembre avranno fatto il loro corso. Questo mentre Trump porta a casa un’intesa fra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain di notevole portata, visto che scompagina il fronte Mediorientale, spiazzando la Turchia e il Qatar.

Può bastare come promemoria, per cominciare un nuovo viaggio insieme. A patto di ricordare che, Covid o no, questi processi proseguiranno. Meglio perciò rassegnarsi a prenderli per mano.

Buon inizio di stagione.

Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: Reboot


Anche la stagione VIII del nostro blog è terminata e con lei speriamo anche il tormento di un anno iniziato con le solite cronache sonnacchiose, a metà fra routine e poche – ma rilevanti – novità, e d’improvviso catapultato nel caos di una pandemia che ci ha fatto assistere, per la prima volta nella storia, a uno stop coordinato dell’attività economica in tutto il mondo, pure se con diversi livelli di gradazione.

Perciò è del tutto logico che allo Struggling, che intitolava l’ottava stagione del blog, segua l’osservazione del Reboot che ci aspettiamo in autunno, quando anche noi riprenderemo a leggere, studiare e scrivere per tentare di contribuire alla costruzione del nostro discorso sul debito che ha finito col diventare una finestra con vista sulla globalizzazione, nella storia, come nel presente, della quale tentiamo persino di immaginare un futuro.

Una evoluzione sorprendente, innanzitutto per chi scrive, ma forse non così tanto. L’aumento del debito è stato il carburante della globalizzazione attuale fin dal secondo dopoguerra. E’ stato il driver che ha condotto alla crisi del dollaro degli anni Settanta del secolo scorso, e alle varie crisi finanziarie che ne sono seguite che hanno investito come onde i paesi in via di sviluppo, quelli che oggi chiamiamo economie emergenti, e quelli avanzanti, provenendo, questo onde del ciclo finanziario, solitamente da questi ultimi.

Giocoforza perciò alzare di qualche grado il punto di osservazione e finire col guardare non soltanto alla costituente dei flussi finanziari – ossia la motivazione di questo crescente indebitamento e la sua valuta di riferimento in quanto coordinate stesse della globalizzazione Usa – ma anche il suo divenire in un tempo sempre più tecnologico e quindi immateriale.

Siamo arrivati così a sbirciare il panorama delle monete digitali, provando persino a indovinare in che modo questa tecnologia incida sul gioco valutario e chiedendoci se potrà cambiare anche consuetudini antiche, come quello dell’uso del contante. Si tratta di un’evoluzione in cui i concetti economici si mescolano con quelli tecnici e politici, richiedendo quindi un notevole sforzo di comprensione per ipotizzare gli esiti che tutto ciò potrà determinare sulla globalizzazione che, come abbiamo scritto più volte, si declina generalmente in una moneta, una lingua, delle rotte commerciali e un ordine politico. L’arrivo delle monete digitali di banca centrale è con tutta probabilità quello che viene chiamato un game changing.

Da qui in poi è stato naturale passare all’osservazione di come alcuni paesi, grazie anche a una certa compiacenza dell’egemone in carica, in evidente debito di capacità egemonica, si stiano incaricando di ridisegnare il loro ruolo nel mondo, utilizzando il più vecchio degli strumenti, ossia l’uso della forza.

Fra questi paesi spicca la Turchia, alla quale abbiamo dedicato molto tempo e righe, per la semplice ragione che ha dimostrato di essere molto volitiva, e perciò pericolosa. E anche fortunata, visto che di solito la fortuna aiuta gli audaci. Di recente, vale la pena ricordarlo, i turchi hanno scoperto nel Mar Nero un giacimento di gas di notevole valore strategico e politico, che contribuisce a delineare meglio la linea di faglia che si è aperta nel quadrante mediorientale, approfondita pochi giorni prima dall’annuncio dell’accordo fra Emirati Arabi Uniti e Israele che completa l’asse fra Emirati, Sauditi ed Egitto che si oppone a quello turco-qatariota e forse anche iraniano, che abbiamo visto all’opera in tanti scenari di crisi nella regione.

Ma in realtà è tutta la zona mediorientale che è entrata in fibrillazione, fino all’asse Sud-Nord che va dall’Iran al Caspio, e quindi interessa inevitabilmente anche la Russia. E ormai dove si dice Russia inevitabilmente si dice anche Cina: le due potenze sono insieme concorrenti e partner, e basta ricordare come il confronto di Pechino con gli Usa sia ormai diventato non solo a tutto tondo, ma sempre più aspro.

Le linee di conflitto sono infinite e vanno dal commercio alla tecnologia. E questo basta a capire perché la notizia della sperimentazione in corso di uno yuan digitale sia capace di rappresentare un fatto rilevante.

Tutto ciò spero serva a spiegare ai lettori del blog quello che alcuni hanno chiamato eclettismo, ma che è semplice bisogno di capire. La realtà è a-specialistica, e la vocazione del blog sembra fatta apposta per portarci dove non pensavo certo di arrivare discorrendo di economia e debito.

Questa straordinaria esperienza di studio, innanzitutto storico, è forse ciò che più di ogni cosa caratterizza questo blog, dove si possono trovare linee di approfondimento e fonti, composite ma coerenti, che lentamente iniziano a delineare una visione.

In tal senso, osservare il Reboot dei nostri sistemi economici, che ha già prodotto risultati storici come l’accordo europeo per la condivisione del debito – che contiene il germe di una proiezione geopolitica dell’Ue – non è semplicemente necessario, ma inevitabile.

Il Reboot dell’economia implica però anche quello della globalizzazione emergente che adesso dovrà confrontarsi con le elezioni americani di novembre, che potrebbero confermare Trump e la sua linea vagamente suicida per gli interessi americani malgrado affermi il contrario, o il suo avversario del quale è ancora poco chiara la visione globale.

Significa anche che dovremo costruire un processo economico capace di convivere con la paura della pandemia, che si è rivelata essere assai più perniciosa della pandemia stessa, che certo non è stata uno scherzo, perché comunque la vita deve andare avanti. E quindi anche il nostro blog, iniziato per gioco, cresciuto per passione e diventato un testimone, imperfetto ma sincero, della nostra contemporaneità.

A lui e a voi, che lo seguite sempre più numerosi, rivolgo il mio ringraziamento e auguro ogni bene.

Ci rivediamo a settembre.

Il difficile puzzle delle retribuzioni post-covid in Italia


Passata l’estate – e augurandoci una normalità che vada stabilizzandosi – finiremo col dover fare i conti con una delle questioni più annose del nostro paese: quella dell’andamento delle retribuzioni, che gli ultimi dati Istat fotografano come sostanzialmente stagnanti.

Il dibattito infinito sul livello di salari e stipendi in Italia, che oscilla fra i nostalgici che ancora li sognano come variabili indipendenti e i freddi calcolatori della produttività come stella polare delle retribuzioni, dovrà trovare una composizione in una formula che sia socialmente accettabile, visto che per i lavoratori il salario verrà inevitabilmente percepito come lo strumento per rilanciare la domanda dopo la crisi Covid, mentre i datori remeranno in senso contrario, portando a pretesto le proprie difficoltà. La pandemia, da questo punto di vista, non può che esacerbare lo storico conflitto fra capitale e lavoro.

Questa tendenza naturale troverà peraltro ampiamente di che esercitarsi, visto che, come ci ricorda molto opportunamente Istat nel suo Rapporto annuale, “a fine aprile erano in attesa di rinnovo circa otto dipendenti su dieci: quasi i tre quarti dei dipendenti del settore privato (rispettivamente il 72 e l’82 per cento dei dipendenti dell’industria e dei servizi) e tutti i pubblici dipendenti. Nel corso di quest’anno il contratto scadrà per un altro 6 per cento dei dipendenti”.

Gli ultimi aggiornamenti sottolineano che fra aprile e giugno su questo fronte non si è registrato alcun progresso, salvo la scadenza del contratto dei tessili, che si è aggiunto al lungo elenco di contratti, 52 compresi quelli della Pubblica Amministrazione, in cerca di autore. Si calcola che ormai 10,2 milioni di dipendenti, pari all’82,4% del totale, siano in attesa di rinnovo, quando erano circa la metà a giugno 2019 (il 42%).

In sostanza, una grandissima parte dei lavoratori dipendenti si troverà a discutere col sistema delle imprese delle retribuzioni future, avendo alle spalle non soltanto una dinamica passata alquanto moderata, che solo l’inflazione rasoterra ha consentito di trasformare in una crescita del potere d’acquisto – il 2% fra il 2014 e il 2019, con retribuzioni reale in crescita dello 0,7% – ma la tragedia Covid che ha spezzato le gambe a molto del nostro sistema produttivo.

Uno scenario poco rassicurante: da una parte milioni di lavoratori che si aspettano un salario capace di sostenere i loro consumi, dall’altra datori di lavoro in condizioni chissò quanto salutari. Il tutto dovendo fare i conti con rinnovi contrattuali che, in alcuni casi, si trascinano da anni.

Un quadro che non è certo dei migliori. Peraltro, i primi esiti osservabili della crisi Covid sulle retribuzioni incorporano, per la prima volta nella serie storica, un calo tendenziale, nel primo trimestre del 2020, delle retribuzioni pro-capite dello 0,3%. Il che, pur trattandosi solo di un dato di breve periodo, è di per sé un segnale di come le cose potrebbero evolvere anche nei trimestri successivi.

A ciò si aggiunga che è facile vengano al pettine alcuni nodi, come ad esempio quello che ha caratterizzato l’ultimo quinquennio di rinnovi contrattuali, ossia una certa eterogeneità nell’evoluzione delle retribuzioni nominali, che ha premiato alcuni settori – in testa l’industria con crescita di quasi il 7% – e penalizzato altre.

Questo, in un mercato del lavoro dove ancora esistono profonde differenze. Quelle di genere, ad esempio, con le donne a guadagnare in media il 7,4% in meno. O quelle di età – i giovani 15-29enni guadagnano l’11% in meno della retribuzione mediana – o quelle di contrattualizzazione: i lavoratori a tempo determinato – che in un mercato del lavoro funzionante dovrebbero guadagnare di più visto che hanno meno garanzie, si trovano ad avere retribuzioni inferiori del 9% rispetto alla mediana, con differenze rispetto ai lavoratori con contratto stabile che sfiorano il 14%.

Altresì rilevante è il peso della eterogeneità territoriale: le imprese del Mezzogiorno erogano salari orari inferiori del 7% rispetto alla mediana nazionale con un differenziale retributivo Nord-Sud pari al 13,1%. I salari differenziati ci stanno già, insomma.

Questo puzzle, confuso, divisivo e duale, è ciò di cui si troveranno di fronte i policy maker in autunno, avendo alle spalle ciò che sappiamo. L’idea che possa venirne fuori qualcosa di buono suona vagamente ottimistica. Nella migliore delle ipotesi alcune tendenze – segnatamente quella del rallentamento salariale – potranno stabilizzarsi, anche se è più probabile che nel medio termine tendano ad approfondirsi. Per tutte le altre non ci sarà il tempo di occuparsene. E probabilmente neanche la voglia.

 

 

Cartolina. Anno 2020 fuga bancaria dagli Emergenti


I prestiti bancari ai paesi emergenti continuano a declinare anche in questo 2020, per il quale è ovvio incolpare la pandemia. Rimane il dubbio su cosa abbia determinato questo trend negli anni precedenti. Due cose però le possiamo sapere. La prima è che quasi i due terzi delle erogazioni a questi paesi arrivano dalle banche di cinque paesi, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, Giappone e Francia. E poi che la fuga non è stata della stessa intensità per tutte le aree emergenti osservate. I paesi dell’Asia e del Pacifico oscillano in brutali saliscendi, quelli latinoamericani vivacchiano, quelli africani e medio-orientali sono stabili mentre quelli dell’Europa emergente sono da tempo ridotti al lumicino. Le due cose ce ne dicono una terza: la fuga dagli emergenti non dipende dalla paura. Ma dalla convenienza. 

La lunga marcia dello Yuan digitale si avvicina alla svolta


Le ultime notizie che arrivano dal fronte cinese, relativamente allo sviluppo di una moneta digitale di banca centrale, rendono necessario fermarsi un attimo per provare a capire le implicazioni dell’ardimentosa sperimentazione cinese che può provocare un piccolo terremoto non solo in tutto l’universo fintech, ma anche nel gioco valutario globale.

E’ facile comprendere perché. Anche se solo per “gioco”, nel senso che l’esperimento cinese riguarda al momento solo quattro città, sono già in partita 20 grandi aziende cinesi e quattro grandi banche statali che funzionano da cinghia di trasmissione della banca centrale cinese. Il tutto riguarda decine di milioni di persone, che sono chiamate a sperimentare la fungibilità di un sistema di pagamento cashless, usando una tecnologia statale di pagamento elettronico con dentro una moneta statale. Una rivoluzione, né più né meno.

Conviene fare un passo indietro per ricordare di cosa stiamo parlando. Dello yuan digitale ci siamo già occupati osservandone per grandi linee il modo di funzionamento – semplificando: un sistema a due livelli, il primo fra banca centrale e banche commerciali, il secondo fra queste ultimi e gli utilizzatori – seguendo le notizia apparse nei mesi scorsi cui hanno fatto seguito alcune allocuzioni da parte dei responsabili della banca centrale cinese. In particolare, nell’aprile scorso la banca centrale cinese spiegò che erano in corso dei semplici test che riguardavano quattro città che si stavano svolgendo senza interferire con la normalità delle transazioni e con i mercati finanziari.

Il messaggio, insomma, era chiaro: volare basso. Anche perché un mondo terrorizzato dalla pandemia non è il migliore di quelli possibili per parlare di cose complicate, mentre lo è sicuramente per farle progredire silenziosamente.

E così arriviamo a oggi. La sperimentazione è divenuta una cosa estremamente seria e adesso molti osservatori si cominciano a chiedere – meglio tardi che mai – se la Cina non abbia finito per essere l’avanguardia di uno sviluppo al quale i paesi avanzati iniziano solo di recente a giudicare come possibile, come dimostrano i tanti studi che si stanno moltiplicando sul tema, promossi anche dalla Banca dei Regolamenti internazionali.

Alcuni dettagli che emergono dalle cronache ci aiutano a capire la portata dell’innovazione. Nella quattro città oggetto della sperimentazione – Shenzhen, Suzhou, Chengdu, and Xiong’an – a maggio una parte della retribuzione sarebbe stata versata in yuan digitali. Ciò aveva come presupposto che le banche coinvolte nella sperimentazione avessero convertito parte dei loro depositi presso la banca centrale in valuta digitale – sostituendo quindi nella M0 le banconote con lo yuan virtuale – oltre ad aver sviluppato e testato i wallet necessari per far circolare questa valuta in un sistema di pagamenti alternativo. Ciò ha reso possibile accreditare parte della retribuzione sul conto corrente in denaro virtuale.

Ma l’aspetto più interessante, che probabilmente si andrà a definire, riguarderà proprio coloro che non hanno conto corrente. Il futuro sono i pagamenti mobili utilizzando un credito diverso da quello bancario. Magari quello telefonico. Sarà un caso, ma nel consorzio di grandi gruppi che partecipano alla sperimentazione troviamo, oltre alle banche – Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), China Construction Bank, Agricultural Bank of China, and Bank of China – tre compagnie telefoniche:  China Telecom, China Mobile, and China Unicom, insieme all’onnipresente Huawei.

I giganti hi tech ovviamente, fanno parte del gioco, e non  potrebbe essere diversamente. Vuoi perché gestiscono già applicazioni proprietarie di moneta elettronica con sistema di pagamento, come Alipay a WeChat, vuoi perché hanno già centinaia di milioni di dati sugli user che utilizzano questi sistemi, che è assolutamente necessario mettere a sistema nello schema del Digital Currency Electronic Payment (DCEP).

Chiaro che un sistema siffatto generi qualche preoccupazione. Non solo per chi teme per la privacy, definitivamente sotto gli occhi dello stato che tramite una valuta virtuale potrà tracciare ogni movimento, ma anche per chi si domanda come questa innovazione, una volta che sarà digerita e diverrà comune, impatterà sul sistema monetario internazionale.

I cinesi non saranno ovviamente gli unici a mettere in circolazione una moneta digitale di banca centrale. Ma potrebbero essere i primi. E visto il loro peso specifico sull’economia internazionale, sarà un primato pesante.