Categoria: Annali
Cartolina. Flessibilità

C’eravamo quasi riusciti, nel lontanissimo 2019, a far sparire quel maledetto deficit benedetto da tutti quelli che ancora oggi chiedono maggiore flessibilità. Sono quelli che pensano che senza fare debiti nessun governo vada avanti. E infatti è esattamente così, ma non per i motivi che credono loro. Tanto è vero che avanti va solo il debito, che questi deficit alimentano amorevolmente, ma non è che vi vada granché avanti. Siamo talmente assuefatti a fare deficit che il discorso pubblico non si concentra sull’opportunità di mantenere i conti in equilibrio, ossia spendere quello che si incassa dalle tasse, ma sulla necessità di mantenere il deficit a un livello fisiologico, che poi sarebbe quel mitico tre per cento che fa dannare tutti i governi in carica. E viene chiamata flessibilità la libertà, che si invoca come diritto ineludibile, a superare questo deficit quando i tempi lo richiedono. Ossia sempre.
Il mondo sotto pressione alle prese con una crescita al rallentatore

La strozzatura di Hormuz inizia a fare vedere i suoi effetti, viene da dire, sfogliando l’ultimo Outlook di Ocse sull’economia internazionale. L’offerta globale di petrolio, a causa della chiusura dello Stretto, è diminuita del 13,5% fra febbraio e aprile 2026, mentre la produzione petrolifera dei paesi del Golfo è crollata del 45% ad aprile.
Non va meglio per le esportazioni di LNG, anche a causa dei danneggiamenti agli impianti in Qatar provocati dalla guerra.
L’offerta complessiva di gas, stima Ocse, è attesa in calo del 15% rispetto alle ultime previsioni. E non va meglio per altre produzioni non meno strategiche, come i fertilizzanti, l’elio, lo zolfo e vari componenti della petrolchimica. Quindi la strozzatura finirà col ripercuotersi anche sui prodotti raffinati.
Ciò per dire che, anche considerando l’altalena di dichiarazioni sul conflitto, gli effetti del blocco dello stretto non solo sono profondi, e lo saranno anche in futuro, ma sono anche persistenti.
Il conflitto iraniano ormai è ospite fisso delle nostre cronache, come quello ucraino. Al punto che i mercati sembra abbiano deciso di infischiarsene. Gli indici di borsa, al netto della solita volatilità, crescono ancora.
Ciò non vuol dire che questa specie di tempo sospeso non finirà col provocare danni. L’economia internazionale, anche a causa di Hormuz, è sottoposta a una pressione costante che fa ribollire vecchie e nuove contraddizioni. E l’andamento della crescita inizia a manifestare alcuni effetti di questa pressione.

Ancora oggi, la parte del leone la stanno facendo le scorte, che però si stanno lentamente esaurendo. Alcune stime ci dicono che il volume complessivo delle scorte di petrolio è diminuito dal 129 milioni di marzo ai 117 milioni di aprile. Ma questo dato aggregato nasconde molte differenze fra i paesi. Alcuni, specie in Asia, sono assai meno dotati di scorte e perciò assai più esposti al venti della congiuntura.

In alcuni pasi, come India, Vietnam e le Filippine si è già arrivati a forme di razionamento del gas e il trasporto aereo sta iniziando ad avere le prime difficoltà a causa delle cancellazioni di molti voli fra Medio Oriente ed Europa e Africa.
Chiaramente questi effetti sono destinati ad aggravarsi quanto più le forniture rimangono irregolari. Ogni giorno, secondo le stime Ocse, mancano all’appello sei milioni di barili. Ciò significa che per ricostituire le scorte servirà un lungo periodo di offerta superiore alla domanda. E non sembra che questo evento sia proprio dietro l’angolo.
Detto in altri termini, la fiducia inizia a vacillare. Si guarda preoccupati e rassegnati insieme al conflitto, sapendo che comunque arriverà un’altra ondata inflazionistica e sperando che non sia brutta come quella del 202, che ancora dobbiamo finire di riassorbire, con la crescita dei redditi già divorata dai nuovi rincari e con i governi alla prese con sempre meno spazio fiscale da dedicare ai ristori delle popolazioni.
In sostanza questa pressione finisce con lo scaricarsi sulle catene degli scambi globali, sgonfiando le produzioni e la domanda. A compensare questa pressione contribuisce l’andamento del commercio internazionale, ma non c’è da contarci troppo. Se le tensioni internazionali dovessero persistere fino al 2027, scrivono gli economisti dell’Ocse, la crescita rallenterà al 2,1% questo e scenderà ancora all’1,8% nel 2027. E parliamo del dato globale. Le economie più deboli entreranno semplicemente in recessione.
Tutto questo mentre la pressione fa avvertire i suoi effetti anche sui policy maker, che si trovano a dover gestire situazione sempre più difficili. Pensate solo alle banche centrali, che si trovano a dover nuovamente fare i conto con una ondata di rincari mentre i tassi già gravano significativamente sul costo degli interessi dei debiti pubblici, peraltro visti a rialzo, visto che i governi si sentono in dovere di fare nuovi debiti per sostenere i propri elettori in questa congiuntura difficile. “E’ più urgente che mai aumentare gli investimenti per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”, conclude Ocse. Ma questa esortazione implica che servono insieme tempo e denaro. Risorse notoriamente scarse.
Gli anni difficili della manifattura europea

L’ultimo rapporto annuale diffuso da Istat ci consente, fra le altre cose, di fare il punto sull’andamento della manifattura europea che è, o forse era, il cuore della forza economica del sub-continente europeo.
Il dubbio sorge spontaneo non appena si osservino gli indici che misurano l’andamento delle produzioni ad alta tecnologie, quelle che sono quelle a maggior valor aggiunto, nei principali paesi dell’area UE27 che si possono osservare nel grafico che apre questo post.
Le economie indicate rappresentano oltre l’80 per cento del valore aggiunto industriale dell’area. Quindi parliamo di un robusto campione dell’economia europea. Come si può osservare gli andamenti dal 2018 in poi sono stati molto diversi, ma sostanzialmente simili per la maggior parte, che esibisce una evidente debolezza.
Gli istogrammi dell’UE27 raccontano di una crescita ancora sostenuta del settore farmaceutico, una declinante della manifattura ad alta tecnologia, stagnante per l’elettronica e in evidente declino per aeromobili e veicoli spaziali.
In valori assoluti, fra il 2018 e il 2025 l’aumento della produzione manufatturiera è stata solo del 2,2% per l’UE27. Si segnalano, per risultati di molto superiori alla media solo due economie: il Belgio e la Polonia, dove la produzione è scresciuta rispettivamente del 21,7 e del 32,9%.
Al contrario, le principali economie dell’area hanno avuto performance quasi tutte negative. Tolta la Spagna, che ha avuto un modesto aumento dello 0,5%, il picco del calo l’ha avuto la Germania, con un -14,7% seguita dall’Italia (-7,4%) e dalla Francia (-3,1%). Certo, negli anni oggetto di osservazione c’è stata anche la pandemia, che ha fatto sprofondare le produzioni, ma il dato di Belgio e Polonia dimostra che anche la struttura settoriale fa la differenza. Chi era esposto ai settori maggiormente energivori ha ovviamente fatto più difficoltà quando i prezzi sono andati alle stelle in conseguenza della guerra russo-ucraina.
In aggregato, in settori ad alta tecnologia (farmaceutica, elettronica, aeronautica e spaziale) hanno visto l’indice crescere del 52,5%. Una performance nettamente superiore al settore a tecnologia intermedia (prodotti elettrici, macchinari e mezzi di trasporto) che hanno risentito non solo del rallentamento della domanda globale, ma anche della concorrenza cinese, che adesso minaccia di rivolgersi anche verso i settori ad alta tecnologia.
Le attività a basso contenuto tecnologico, come alimentare e tessile hanno avuto andamenti divergenti. L’alimentare è andato bene, mentre il tessile è intrappolato in una crisi strutturale.
Menzione a parte merita il caso polacco, dove tutti i setto settori, compreso l’automotive, hanno ben performato. La produzione di altri mezzi di trasporto è cresciuta del 75,8% nel periodo, l’elettronica del 58,9, i macchinari del 47% , la farmaceutica del 37,8.
Quest’ultimo settore, che nell’UE27 ha visto un tasso di crescita del 106,5% è stato particolarmente importante per sostenere la produzione polacca, insieme ai settori ad alta tecnologia.

Guardando in casa nostra, si osserva la componente aerospaziale ha fornito un contributo positivo, con una crescita del 39%, che si riflette nell’espansione del comparto degli altri mezzi di trasporto (+32,7 per cento). A questo si è affiancato il contributo positivo delle altre attività ad alta tecnologia, e in particolare dell’industria farmaceutica, che, insieme all’industria alimentare, ha
complessivamente attenuato la debolezza dei comparti più ciclici, senza tuttavia riuscire a invertire il quadro complessivo di fragilità della manifattura. Il problema è quello che accadrà da questo momento in poi, visto che le tensioni non si sono allentate. Al contrario, anzi.
Cartolina. Improduttività

C’è qualcosa di perversamente triste in un paese dove l’aumento delle ore per occupato si associa a un declino della produttività oraria. Questa combinazione, che sembra un controsenso, fa pensare a un motore imballato o a un difetto di trasmissione, talché all’aumentare dei giri la potenza si perde prima di arrivare alle ruote, col risultato che l’automobile va al rallentatore. Esattamente come la nostra economia, che decresce all’aumentare delle ore lavorate. Molto triste, appunto. Perché racconta di un paese che impiega le sue poche energie in lavori che rendono poco e sempre meno. Magnifica il suo settore turistico, che produce questo tipo di occupazione e premia la rendita di pochi. E intanto tiene in piedi un welfare costosissimo e un ampio settore informale, che le statistiche ovviamente ignorano. Finché la barca va lasciala andare, si cantava ai vecchi tempi. Finché galleggia almeno.
Le sfide che attendono l’export italiano

Una recente analisi dell’Ue (In Depth Review) dedicata al nostro paese ci consente di farci un’idea più precisa delle sfide per nulla semplici che attendono il nostro settore esportatore, ossia la fonte del nostro equilibrio esterno dell’ultimo quindicennio almeno.
La prima cosa che dobbiamo ricordare è che siamo tutti coinvolti in una profonda fase di trasformazione, che non riguarda solo noi, ma il contesto nel quale noi italiani siamo inseriti, che diventa sempre più competitivo, oltre ad essere alle prese con profonde trasformazioni strutturali. Valga come pro memoria il caso cinese.
La Cina ha fatto chiaramente intendere di essere impegnata, con tutta la forza che le deriva dal suo peso specifico e da una buona capacità di pianificazione strategica – si pensi solo alle auto elettriche – in una politica industriale che ha preso di mira alcuni settore storicamente europei (l’automotive è qui per ricordarcelo).
Ciò per dire che la storia degli ultimi dieci anni, che il grafico sopra sommarizza, sarà molto diversa da quella dei prossimi dieci. Come si può osservare, fra il 2015 e il 2025 le arre di destinazione dell’export italiano sono cambiate poco. E’ cambiata semmai la quota di esportazioni di beni e servizi italiani, che ha perso in media lo 0,8% annuo, salve che nel 2023. Col risultato che nel decennio 2015-2025, mentre la crescita dell’export globale arrivava al 50%, quella dell’export italiano cumulava solo il 42%.
Detto in termini semplici, abbiamo sottoperformato. E questo non pare sia dipeso dalla competitività di costo, visto che il costo unitario italiano è cresciuto meno di quello europeo e l tasso di cambio effettivo si è leggermente deprezzato.
Ci sono altri fattori in campo, insomma. E sono fattori strutturali. Perciò la sfida è particolarmente complessa. Su tutti qui ci limitiamo a segnalare il persistente contributo negativo che i servizi offrono all’interscambio. “La bilancia commerciale dei servizi – spiega il rapporto – è stata negativa dal 2014, con una media del -0,3% del PIL dal 2000, mentre quella dei beni è stata positiva per tutto il periodo 2000-2024 (media: 1,0% del PIL), ad eccezione del 2022, quando i prezzi dell’energia hanno subito un’impennata”. Questa caratteristica, che ormai si può senza troppa esagerazione definire storica, racconta molto della struttura produttiva del nostro paese.
L’Italia, infatti, produce dei servizi, ma sono servizi che pesano poco in termini di valore aggiunto e soprattutto non bastano a compensare i deficit che cumuliamo su altri settori dei servizi. “La crescita dei flussi turistici netti – sottolinea ancora – è stata più che compensata dall’impennata dei deflussi netti di trasporti e servizi alle imprese, mantenendo così la bilancia commerciale dei servizi negativa piuttosto stabile”.
Non riusciamo, insomma, ad offrire una capacità produttiva positiva neanche in quei servizi che teoricamente dovrebbero favorire la nostra vocazione turistica ed esportatrice. Le carenze della piattaforma logistica nazionale di trasporto, insomma, frutto di scelte sbagliate di lungo periodo e di una certa miopia nella pianificazione, presentano il conto.
La conseguenza è che “rispetto agli altri paesi europei, l’Italia ha una quota piuttosto bassa nelle esportazioni globali di servizi”. Il che disegna la fisionomia di un’economia invecchiata male. Non è normale che ci troviamo oggi a dover competere con un’economia come quella cinese, che è un’economia emergente, per mantenere la nostra quota di esportazioni nel settore dei beni e non riusciamo a esprimere una forza economica nel settore dei servizi, salvo quelli a basso valore aggiunto.
Il problema è che anche il settore dei beni è soggetto e lo sarà anche più in futuro a grandi pressioni per la sua trasformazione. La quota italiana di export dei beni, infatti, si erode lentamente, sia perché le produzioni italiane non riescono a penetrare nei mercati emergenti, specie in quelle più dinamiche, sia per la sua caratteristiche.

La specializzazione dei prodotti di esportazione è cambiata nel corso del decennio. E’ cresciuto il peso dei prodotti alimentari e farmaceutici, in particolare verso i mercati extra-UE, mentre è diminuito il valore relativo dei prodotti manifatturieri tradizionali come la lavorazione dei metalli, la vetreria, la ceramica. Si è verificata anche una ricomposizione all’interno del segmento dei macchinari, dalle apparecchiature per autoveicoli ai macchinari e componenti industriali.
Questa evoluzione spiega in parte le ragioni della performance poco avvincente degli esportatori italiani e suggerisce che gli trarrebbero vantaggio da una maggiore specializzazione nei beni più richiesti nelle economie più dinamiche, sia come beni intermedi (ad esempio prodotti chimici e farmaceutici, materiali manifatturieri, macchinari e utensili industriali) sia come beni di consumo finali (ad esempio abbigliamento, calzature, mobili, autoveicoli, prodotti alimentari). Peccato ci abbia già pensato la Cina.
Più che i dazi è l’IA a spingere gli investimenti esteri negli Usa

Fra le millemila cose che il presidente Usa ha detto al mondo, quella che i dazi avrebbero attratto fiumi di investimenti esteri negli Stati Uniti è stata oggetto di una interessante osservazione da parte della Bce della quale vale la pena riportare subito la conclusione: “Gli IDE (investimenti diretti esteri, ndr) in entrata nel settore manifatturiero degli Stati Uniti mostrano scarsa evidenza di un’impennata indotta dai dazi, e i recenti aumenti coincidono con una robusta dinamica degli investimenti connessi all’IA”.
Parole che il grafico che apre questo post di consente in qualche modo di misurare. L’anno scorso il grosso degli IDE entrati negli Usa sono arrivati da Taiwan, noto produttore di microchip per l’IA, che ha deciso di spostare una parte della produzione negli Usa, anche a seguito delle minaccia di dazio. Ma molti paesi, tradizionalmente grandi investitori negli Usa, come Canada e Ue, hanno raffreddato i propri entusiasmi, dopo le impegnative dichiarazioni rilasciate all’indomani del diktat americano.
Per dirla con le parole della Bce, “non vi sono sufficienti elementi a sostegno dell’ipotesi di una forte espansione degli investimenti trainata dai dazi”.
Questo dovrebbe farci riflettere molto. Viviamo di spauracchi, che generano picchi di volatilità, ma poi quando la polvere si abbassa facciamo cose diverse da quelle che diciamo durante la concitazione. Può sembrare una cosa naturale e forse lo è. Ma si paga un prezzo altissimo, in termini di credibilità. Ossia di fiducia, che poi è il carburante che sostiene il nostro benessere.
I dati raccolti dalla Bce mostrano che il picco degli investimenti verso gli Usa si è raggiunto a marzo del 2025, quando tutto il mondo era in fibrillazione per gli imminenti annunci di dazi dagli Stati Uniti. Ma nell’opinione degli analisti della Banca a spingere era assai più il motivo dell’IA che il timore delle tariffe. Gli investitori esteri, insomma, sono assai più interessati a investire negli Usa quando hanno prospettive di guadagno, piuttosto che per timore di ritorsioni commerciali.
Un’evidenza da non sottovalutare. Quando l’America fa l’America, ossia propone opportunità di guadagno, il mondo accorre molto più di quando l’America si comporta come un satrapo che esige tributi. Magari un giorno il presidente lo capirà. Ma non c’è da sperarci troppo. Anche perché l’indomani cambierebbe idea.
La fine dell’egemonia del dollaro (spagnolo): un insegnamento che viene dalla storia

Gli scambi sono una componente essenziale dell’economia. Anche in un sistema autarchico, qualsiasi soggetto economico è costretto continuamente a scambiare risorse: beni, servizi, lavoro e capitale. Un’economia prende forma e si sviluppa in ragione della sua capacità di far circolare ciò che serve per vivere. Quindi tutto ciò che impedisce la circolazione danneggia l’economia.
Restrizioni e trasformazioni
Questa ovvietà merita di essere ricordata, visto che negli ultimi anni, almeno a partire dal 2008, c’è stata una crescita notevole degli impedimenti agli scambi economici globali. Non parliamo solo di restrizioni al commercio, delle quali i dazi sono l’esempio più eclatante. Ma anche di impedimenti fisici, come ci ricorda il caso di Hormuz.
Si tende a pensare che questi impedimenti siano sempre transitori. Che non dureranno fino al punto di causare danni permanenti. Ma la storia ci racconta che a volte basta molto poco per cambiare usi consolidati. Un impedimento ben costruito, che si interponga lungo la linea di forza di una struttura sistemica, è capace di produrre una profonda trasformazione. Di cambiare la storia.
Accadde ad esempio al dollaro spagnolo, che perse il suo ruolo secolare di moneta dominante, nel mezzo delle guerre napoleoniche. La vicenda, raccontata in un bel paper pubblicato dalla Bis di Basilea, è una dimostrazione istruttiva della fragilità di quei sistemi che si credono indistruttibili e immutabili. Nessuno, alla fine del XVIII secolo, quando il dollaro spagnolo in argento denominava gli scambi internazionali, avrebbe mai creduto che un giorno si sarebbe persino perduta la sua memoria. Oggi quasi nessuno ricorda il “peso fuerte“, da cui deriva l’attuale peso latino-americano.
Il peso argenteo spagnolo era di fatto la moneta internazionale da almeno due secoli, ossia da quando la Spagna aveva trovato il tesoro in metalli preziosi custodito nell’America Latina. Interpretava il ruolo del “safe asset” contemporaneo: stava in cima alla gerarchia delle fonti monetarie. Dove oggi si trova il dollaro americano.
L’evento che diede inizio al declino nell’uso del dollaro spagnolo fu la battaglia di Trafalgar dell’ottobre 1805, che consegnò ai britannici, vincitori della flotta franco-spagnola di Napoleone, il dominio dei mari e bloccò per un lungo periodo la circolazione dell’argento che proveniva dall’America Latina, materia prima della moneta spagnola.
Già mesi prima di Trafalgar la flotta inglese aveva imposto un blocco navale a Cadice, centro portuale sull’Atlantico, non lontano da Gibilterra, dove affluiva l’argento americano: quell’argento aveva originato un ecosistema finanziario che coinvolgeva la Francia, l’Olanda e, infine l’Asia, particolarmente la Cina come destinataria finale dei flussi del metallo prezioso delle Americhe.
Ieri come oggi l’Europa era importatrice netta di merci cinesi, soprattutto tè, ceramica e seta, ed esportatrice netta di metallo, che all’epoca era denaro. Era quindi in deficit commerciale.

Ma l’argento spagnolo era molto più che semplice moneta. Di fatto era il collaterale della finanza internazionale e quindi, ad esempio, dei prestiti bancari che alimentavano il commercio.
Il mondo di ieri, insomma, esibiva già la fisionomia di quello attuale. L’argento americano era la base monetaria sulla quale si costruivano relazioni finanziarie complesse. Consentiva, ad esempio, di erogare a credito anticipazioni sui flussi futuri di argento, che venivano attivate per fare prestiti ai governi. Alimentava le riserve delle banche centrali, a cominciare dalla Banca di Francia, attraverso le quali si scontavano le cambiali dei mercati emettendo “note di banco”, ossia banconote. Consentiva, in sostanza, il funzionamento della finanza.
Il seguito di questo articolo si può leggere sul sito di Aspenia on line dove è stato pubblicato nei giorni scorsi.
Cartolina. 2030 auguri

Alla fine del 2030, ossia dopodomani, al netto di ulteriori catastrofi, quindi a scenari invariati, il debito globale degli stati, che al momento si aggira intorno al 94 per cento del pil, supererà la soglia del 100 per cento, arrivando al 102. Un livello mai visto in tempi di pace. Ma d’altronde il nostro è tutto tranne che un tempo di pace. Il grosso di questo incremento lo cumulano Cina e Usa, ossia i campioni di un modello di crescita che sul debito si basa, del quale noi europei siamo pallidi emuli. Non tanto per i livelli di debito, sul quale noi italiani potremmo dare lezioni, quanto sui risultati della crescita, che rimane a dir poco mediocre. Giusto per la cronaca, vale la pena osservare che il grosso di questo incremento è determinato dallo snowball effect, ossia dal fatto che il costo del debito eccede il tasso di crescita reale. Significa interessi che crescono, rispetto al pil, di anno in anno. Questa “palla di neve” punta dritta alla stabilità dei conti pubblici. Auguri a tutti.
Cartolina. Dipendenze

Raccontano che Trump, passeggiando per i giardini di Zhongnanhai di Pechino abbia espresso la sua presidenziale ammirazione per le splendide rose che ornano il parco, aggiungendo persino che avrebbe potuto facilmente abituarsi a questo “bellissimo posto”. Il suo omologo Xi, esibendo la consueta cortesia cinese, ha promesso di mandargli un pacco di semi di rose locali, che magari potrebbero finire a ornare i giardini della Casa Bianca. Le rose cinesi fioriranno di sicuro, specie se seminati nelle terre rare cinesi che arrivano, sempre più abbondanti in terra americana. E con ciò si capisce perché il presidente Usa abbia più volte ripetuto che Xi e lui due condividono la stessa visione su molte cose. Li unisce una cosa rara e preziosa: la dipendenza.
Dopo la pensione gli europei riscoprono la gioia del lavoro

L’Europa dai capelli grigi vede aumentare di anno in anno il numero di lavoratori attempati che partecipano al mercato, un po’ per inerzia demografica, un po’ per necessità, un po’ perché i governi si sono resi conto che le pensioni sono una promessa diventata sempre più difficile da mantenere. Specie in presenza di una conclamata denatalità che ha capovolto in poche generazioni la piramide demografica.
Sicché nel 2025 gli over 65 si prevedono in costante crescita fino al 2035. Un incremento così rilevante in vent’anni può sembrare poca cosa se non si confrontasse con il calo verticale dei tassi di natalità. La conseguenza, osservata dalla Bce nel suo ultimo bollettino, è che “i lavoratori in età più avanzata hanno fornito un contribuito significativo alla crescita dell’occupazione negli ultimi anni”.
Occupazione, che, vale la pena sottolinearlo, ha visto crescere il suo tasso complessivo di 1,7 punti fra il primo trimestre 2022 e l’ultimo trimestre 2025, arrivando al 62%. E una parte rilevante dell’aumento dell’occupazione lo si deve proprio alla fascia più anziana della popolazione in età lavorativa. Anche perché, ovviamente, è molto numerosa.

L’analisi rivela che, pur rappresentando il 34 per cento della popolazione in età lavorativa nel 2022, gli individui fra i 55 e
i 74 anni hanno contribuito per 1,4 punti percentuali all’aumento totale del tasso di occupazione, a fronte di un contributo nullo da parte dei soggetti dai 15 ai 24 anni e di uno inferiore, pari a 0,7 punti percentuali, da parte dei soggetti tra i 25 e i 54 anni. A far la differenza è stata la tendenza, rispetto alle generazioni precedenti, a posticipare la pensione.
I dati infatti hanno riportato un deciso calo della quota di pensionati in particolare fra i lavoratori nell’età compresa fra i 60 e i 65 anni. Tale calo è dovuto alla permanenza al lavoro di persona già attive assai più che dal passaggio di persone inattive in condizione di occupazione.

Detto diversamente, gli anziani non lavorano più a lungo perché scelgono di farlo, ma perché si “trascinano” più a lungo verso la pensione. E’ interessante osservare però cosa succede fra i 66 e i 67 anni (grafico sopra). Scattati i 67 anni, quindi una volta che la persone arriva presumibilmente all’agognata pensione, ecco che magicamente le persone inattive (e probabilmente pensionate) tornano a lavorare, e continuano a farlo anche dopo.
Il che ci dice molto della psicologia dei nostri lavoratori anziani. Che non vedono l’ora di andare in pensione per godersi una rendita che cumulano molto allegramente con una ulteriore entrata da lavoro appena ne hanno l’opportunità. Non è che vogliono smettere di lavorare. Vogliono una pensione e poi magari continuare a lavorare come fa comodo a loro. Nulla di male per carità. Ma forse questa evidenza dovrebbe farci riflettere. Il mercato del lavoro non funziona così bene se produce questi atteggiamenti.
