Categoria: Annali

Russia, Cina e Iran: il triangolo dell’oro nero


La decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano ha agitato i mercati petroliferi provocando un prevedibile aumento delle quotazioni, da un livello già “tirato” dai tagli alla produzione voluti dall’Opec e dalla Russia. Non a caso l’Arabia Saudita si è affrettata a ribadire che assicurerà la stabilità negli approvvigionamenti, potendo contare su circa due milioni di barili di ulteriore capacità produttiva potenziale, secondo le stime di Platts. Anche la Russia, dal canto suo, potrebbe aumentare senza troppe difficoltà la produzione di 100-150 mila barili al giorno, secondo le stime di alcuni analisti. Più che sufficienti a coprire la perdita di petrolio iraniano a causa delle sanzioni.

Per avere un’idea di quanto possa pesare la mossa di Trump in termini di produzione, si può ricordare che quando entrarono in vigore le sanzioni nel 2012 la produzione iraniana si contrasse per circa un milione di barili, come si può osservare dal grafico sotto elaborato da Platts.

Al momento l’Iran esporta circa 2,5 milioni di barili a giorno. Le sanzioni collegate al business energetico avranno effetto immediato per i nuovi contratti, e nell’arco di circa sei mesi per quelli in corso. In pratica le compagnie internazionali che faranno affari energetici con l’Iran si troveranno sbarrate le porte del sistema bancario Usa. Una notevole complicazione, se non altro per l’esigenza di ottenere dollari con cui fare acquisti internazionali”. Secondo alcuni calcoli degli analisti, l’Iran rischia di perdere subito 200 mila barili di export e fino a 500 mila nello spazio dei prossimi sei mesi. Le stime più pessimistiche arrivano a quotare un milione di barili la perdita di export per la repubblica islamica, come nel 2012. Ma si tratta di una perdita di barili di petrolio per il mercato internazionale che l’Opec e la Russia, se lo vorranno, potranno tranquillamente compensare.

Ciò quindi rende poco comprensibile la ragione dello strappo dei prezzi sui mercati, a meno di non considerarli una semplice espressione di volatilità. Il nervosismo dei prezzi si capisce meglio, tuttavia, se si ricorda che l’aumento delle tensioni attorno alla penisola arabica mette in fibrillazione un’area dove, fra lo stretto di Hormuz e quello di Bab-el-Mandeb, fra il Golfo Persico e il Mar Rosso, viene trasportato circa il 35% del petrolio mondiale che viaggia per mare. Parliamo di oltre 23 milioni di barili al giorno che alimentano il commercio internazionale di tutti i paesi della regione – oltre naturalmente a sostenere l’economia globale. Molti ricorderanno che l’Iran in passato ha già minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz, su cui si affaccia la sua costa meridionale, di fronte a Doha, Abu Dhabi e Dubai, in risposta all’aumentare delle tensioni con l’Occidente, e questo basta a riscaldare i prezzi dei future. Ma da allora lo scenario è mutato. E i fatti nuovi hanno cambiato sostanzialmente le regole del gioco.

Il primi di questi fatti nuovi è il peso specifico della Cina, sia nel mercato energetico che in quello finanziario. La Cina ormai da mesi è diventato il primo importatore di greggio, superando gli Usa, che possono contare sulla produzione di shale oil per il loro fabbisogno. Nel mese di aprile 2018 le importazioni cinesi avrebbero superato i 39 milioni di tonnellate. Un chiaro segnale di come la domanda cinese, pur nella sua stagionalità, sia candidata ad essere il vero game changer del Grande Gioco energetico globale, sul petrolio come sul gas. La Cina, come abbiamo visto sul grafico, è il primo importatore del petrolio iraniano, e non è certo un caso che all’indomani della decisione di Trump si sia affrettata a rassicurazione la repubblica islamica che i suoi contratti sarebbero proseguiti regolarmente. Ma la Cina è anche una grande acquirente di petrolio russo. La Russia infatti, seguita dall’Arabia Saudita, l’Angola e l’Iraq,  il primo fornitore di greggio di Pechino (5,67 milioni di tonnellate a gennaio 2018, pari a 1,34 milioni di barili), potendo contare anche sul recente potenziamento delle infrastrutture di trasporto grazie alla messa in servizio di un secondo oleodotto dell’Est Siberia-Oceano Pacifico (ESPO). L’oro nero, insomma, lega come un immaginario triangolo la Cina, la Russia e l’Iran, la cui importanza strategica è ancora celata dalla circostanza che queste transazioni commerciali avvengono l’ambito del mercato petrolifero globale quotato in dollari. Ed è questo scenario usuale che ha subito una ulteriore evoluzione.

L’articolo completo è stato pubblicato sull’edizione on line di Aspenia a questo link.

 

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Cartolina: Il debito al potere


Chi nutrisse dubbi sull’autentico potere del nostro tempo – l’abilità a cumulare debiti – potrebbe superarli osservando che gli Stati Uniti detengono 48,1 dei 164 trilioni di debito globale. Ma anche l’identità del secondo classificato, ossia la Cina, conferma il sospetto. I cinesi ormai competono con gli Usa su tutto, dai brevetti scientifici al dominio sui mari, figuriamoci se si facevano mancare i debiti. Badate però a non ingannarvi. Se bastasse far debiti noi italiani saremmo fra i poteri forti, godendo del privilegio del terzo debito pubblico mondiale dopo quello di Usa e Giappone, e soprattutto essendo bene intenzionati a farne ancora. Purtroppo però non basta far debito. Bisogna anche sostenerlo. Chi riesce riceve il marchio del potere. Gli altri quello della disgrazia.

Cronicario: Caro Presidente non trattarci da deficitenti


Proverbio del 24 maggio Dove va l’ago, va anche il filo

Numero del giorno: 8.000.000 Pizze prodotte ogni giorno in Italia

Caro Presidente incaricato,

stamattina mi sono trovato a leggere una dichiarazione della Merkel, che si trova in Cina, dove veniva detto che la Germania e la Cina sosterranno l’accordo sul nucleare iraniano, che è non il migliore possibile, ma è sempre meglio di nulla. Forse lei avrà riconosciuto una consonanza di destino, in questa affermazione. Ora sono consapevole che molti sostenitori del suo probabile governo odiano la Merkel perché è tedesca, e quindi cattiva ed egoista, però sono certo che lei, fine conoscitore delle relazioni commerciali del nostro paese, converrà sul fatto che tale dichiarazione ha fatto un gran bene alla nostra economia.

Orbene, adesso la so impegnata in febbrili trattative per individuare l’unica casella che pare sia rimasta libera nel suo album di figurine ministeriale, quella dell’Economia.

La prego perciò di accettare una umilissima preghiera che arriva da uno di quei cittadini che lei ha promesso pubblicamente di voler difendere, anche se non so bene da chi, e non credo si riferisse ai suoi dante causa. Mi sorge il sospetto tuttavia che gli unici verso i quali dovrei indirizzare il mio diritto alla legittima difesa, peraltro ampiamente garantito anche nel contratto con gli italieni che immagino lei abbia letto, siano i tanti che le suggeriscono all’orecchio che la parola magica per risolvere i nostri annosi problemi sia la solita, facile e seducente: deficit.

Perciò ho una preghiera da rivolgerle, ora che deve decidere (perché decide lei giusto?) chi sarà il prossimo custode del nostro salvadanio pubblico, peraltro vagamente scassato. Pensi alla Merkel che tiene in piedi l’accordo con l’Iran e magari dica a quelli che le chiedono di firmare un assegno in bianco che il prossimo ministro dell’economia lo sceglierà ispirandosi alle commedie di Molière.

Ma soprattutto, gentile presidente, non ci tratti da deficitenti.

Grazie.

A domani.

Il secolo dei robot mette radici in Cina


Chi teme che la proliferazione dei robot distrugga le opportunità di lavoro per gli umani potrebbe consolarsi dando un’occhiata a una interessante ricognizione proposta sul finire del 2016 dal Centre for European Economic Research tedesco (ZEW) dedicato proprio all’annosa vicenda che sin dai tempi del luddismo affligge il dibattito economico: la tecnologia è un problema per l’occupazione o un’opportunità? La risposta, provvisoria come sono tutte le risposte della ricerca economica, è che è molto più un’opportunità che un problema. La digitalizzazione e la robotica hanno “impattato principalmente sulla struttura dell’occupazione, ma hanno avuto solo pochi o addirittura effetti positivi sul livello di occupazione”, conclude lo studio. E come elemento di comprensione immediata si può osservare, come fa l’International federation of robotics, che proprio la Germania, terza nella classica per densità di robot nell’industria (309 per 10.000 lavoratori) ha visto in tempi recenti la sua occupazione arrivare a superare 44 milioni di unità. Robot e umani collaborano, insomma, in un’economia che funziona bene. Dal che si potrebbe dedurre che se l’economia non funziona bene non è certo colpa dei robot.

Questa conclusione, che certo ospita ampi interrogativi, viene rafforzata se guardiamo alle principali economie che si servono dei robot industriali che non sono né in Europa – la Germania è un’eccezione – né negli Stati Uniti. La patria dei robot è, non caso, l’Asia. Il secolo asiatico trova nelle macchine la sua perfetta rappresentazione, quale metafora del feticcio della produttività che questa regione interpreta meglio di tutti. E anche qui, con dovuti distinguo. La Corea del Sud è il paese con la densità di robot più elevata (631 su 10.000 lavoratori), seguita dal Giappone. Ma la Cina, che pure ha soltanto 68 robot ogni 10.000 lavoratori, ha espresso nel 2016 il 30% della domanda del mercato e si avvia a conquistare il 40% nelle proiezioni degli esperti.

Per dirlo in altro modo, nel 2016 in Cina sono stati acquistati 87.000 robot industriali, più del doppio dei robot acquistati da Corea del sud e Giappone. La Cina ha triplicato la sua densità di robot e si avvia a passo di carica verso la media globale di 74 su 10.000 lavoratori, in una classifica che vede la Russia e l’India fanalino di coda con una densità di robot di 3 ogni 10.000 persone. In sostanza gli acquisti di robot cinesi quasi equivalgono il totale di macchine comprate da Nord america, Sud America ed Europa (97.300).

Altri dati serviranno a dimensionare bene il fenomeno. Sempre nel 2016, l’Asia “impiegava” circa un milione di robot, un terzo dei quali in Cina. L’Europa ne aveva in servizio circa 460 mila e le Americhe circa 300 mila. gli esperti prevedono che in Cina i robot industriali arriveranno a quasi un milione entro un paio d’anni segnando un passo di crescita inarrestabile che condurrà in paese quasi a superare il totale dei robot industriali degli altri paesi asiatici. L’Occidente segna il passo, almeno sui robot industriali, mentre mostra un maggiore interesse per i “service robot”, ossia, nella definizione che ne dà l’IFR, un robot “che svolge compiti utili per l’uomo o le apparecchiature, escluse le applicazioni di automazione industriale”. In questa particolare categoria le Americhe hanno guidato la classifica degli acquisti con circa 30 mila macchine nel 2016, seguita dall’Europa con 16 mila e dall’Asia con 11 mila. Questi robot sono utilizzati per lo più nella logistica, la difesa nazionale, la sanità o l’agricoltura e si prevede che questo business crescerà del 20-25% negli anni prossimi. Anche l’acquisto di robot da parte delle famiglie fa parte di questo mercato. In Asia e America sono stati acquistati circa 3 milioni di robot per uso domestico, a fronte di circa 1 milioni in Europa.

Questi dati ci consentono di guardare alla questione dei robot con maggiore cognizione delle dimensioni della questione. Se un giorno dovessimo scoprire che i robot sono un problema, potremo consolarci pensando che è un problema che riguarda l’Asia, assai più che noi. Ma se scoprissimo il contrario, allora il problema sarebbe tutto nostro.

Cronicario: Il governo che non c’è finisce fuori pIstat


Proverbio del 22 maggio Chi ama e non è riamato si domandi se ama bene

Numero del giorno: 3.000 Candidati a un concorso per 5 posti da infermiere a Torino

Leggo per nulla sorpreso che Pinocchio ha rivelato la sua natura di naso lungo prima del previsto per un affare di curriculum, autentica ossessione di un tempo in cui bisogna averlo lungo per avere peso e così finisce che uno ci scrive pure una buona dose di minchiate perché tanto chi mai lo controllerà?

E invece controllano là fuori e voi furbacchioni del web lo sapete bene. Ci sono milioni di occhi assetati di sangue là fuori che uccidono curriculum per pura noia e gusto del clickbaiting. Mica credevate davvero di farla franca? Certo che no. E allora, come si spiega? Facile: la nuova favola italiana, che il vostro Cronicario preferito vi ha anticipato anzitempo, richiedeva il suo Pinocchio, essendo protagonisti il Gatto e la Volpe, col nostro Mangiafuoco, lassù sul Colle, a ponderare chissà quali raffinatissime strategie per uscire dal pasticcio.

Le favole hanno una coerenza interna che supera la volontà dei loro protagonisti. E adesso rimane da vedere che fine farà il nostro caro burattino. Se diverrà un bel bambino paffutello, accomodato sulla cadrega primoministeriale, o tornerà ad essere un misero pezzo di legno consegnato ai lazzi e ai frizzi dei pirati senza cuore ma molto arguti che affollano il web. Aspettiamo di scoprirlo. E mentre che il nostro amatissimo Mahttarella decide come grattarsi quest’ennesima rogna – le prossime puntate sempre qui a una cert’ora – mi sembra assai più interessante parlarvi di un documento rilasciato oggi dall’Istat che spero accenda una qualche luce nelle tenebre del nostro dibattito pubblico. Mi riferisco alla ricognizione sulle prospettive dell’economia italia pubblicata poco fa proprio mentre il governo che ancora non c’è imboccava un clamoroso fuori pista.

Ed è proprio l’approfondimento la cosa più succosa. Ora non vi dico di leggerlo, perché magari sarete impegnati a parlare del curriculum di Pinocchio, però dovreste – dico a voi teorici del miglior governo possibile – almeno guardate le figure.

Traduco: nel 2017, la produttività del lavoro italiana è cresciuta dell’1,1% rispetto al 2010 a fronte di un incremento medio di circa 7 punti percentuali di Germania, Francia e Spagna che si sono attestatati su valori superiori al periodo della crisi. Ma se risalite indietro nel tempo non è che fosse ‘sta gioia. Ora se pensate che questa situazione si risolva regalando reddito, pompando investimenti a debito e facendo le boccacce a chi vi sta antipatico, siete i felici abitanti della nuova favola italiana. E Pinocchio è il vostro presidente.

A domani.

 

Usa e UK danno l’addio ai bond dell’eurozona


E’ un’epopea estremamente istruttiva quella raccontata nell’ultimo bollettino Bce, che illustra l’evoluzione dei conti esteri dell’eurozona negli ultimi anni durante i quali l’area è diventata sempre più ricca grazie ai suoi corposi avanzi di conto corrente. Il dato più eloquente è quello della posizione netta degli investimenti esteri, ossia il saldo fra le attività estere dei residenti (investimenti diretti, di portafoglio eccetera) e le attività che i residenti hanno nell’eurozona. Alla fine del 2017 l’eurozona aveva una posizione netta negativa di appena l’1,3% del pil dell’area, ai minimi storici, visto che per numerosi anni il deficit era stabile intorno al 15%. Un miglioramento “ampiamente riconducibile
a una riduzione delle passività nette riferibili ai titoli di debito di portafoglio”.

E’ stata proprio la voce dei titoli di portafoglio, ossia degli attivi legati a investimenti tipicamente azionari o obbligazionari a fini di investimento finanziario, a segnare l’evoluzione più rilevante. Fino al 2015, infatti, l’eurozona segnava una posizione debitoria netta sui titoli di portafoglio che valeva il 15% del pil a fine 2015. Alla fine del 2017 questo deficit si è trasformato in un attivo del 2% del pil. Ciò significa in pratica che i residenti dell’eurozona hanno attivi di portafoglio superiore ai debiti rappresentati dagli attivi denominati in euro che i non residenti tengono in portafoglio.

A questo risultato hanno contribuito diversi fattori. Da una parte l’andamento positivo del conto corrente, che aumentando la quantità di risorse a disposizione dei residenti ha aumentato la loro capacità di spesa e quindi di investimento. Poi l’avvio dei programma di acquisto titoli della Bce, che ha incentivato la vendita di titoli emessi dal settore pubblico dell’eurozona. Infine, l’andamento positivo dei mercati, che ha aumentato il valore delle attività già detenute all’estero dai residenti. Gli economisti della Bce stimano che il conto corrente abbia pesato dieci punti di pil di miglioramento della posizione netta, mentre gli aggiustamenti di valutazione, comprensivi degli effetti del cambio, circa nove punti.

Due terzi di questi ultimi miglioramenti sono dipesi dai titoli azionari di portafoglio, “grazie al migliore andamento dei mercati mondiali rispetto a quelli dell’area euro”. Osservazione, quest’ultima, che merita di essere sottolineata. I rentier dell’eurozona lucrano sulle fortune dei mercati esteri assai più di quanto i redditieri esteri facciano sui loro attivi nell’eurozona. E questo malgrado l’apprezzamento dell’euro, che nel periodo 2015-17 è cresciuto in valore del 9% in termini nominali effettivi, provocando un effetto negativo sugli aggiustamenti di valutazione degli attivi dell’eurozona stimabile in circa 4 punti percentuali di pil. Ovviamente un residente estero che ha attivi in euro guadagna sul valore del suo investimento se la sua valuta perde valore nei confronti dell’euro.

Se guardiamo al valore aggregato, nel primo trimestre del 2015 i non residenti avevano attivi in euro per un valore pari al 55% del pil dell’area, che a fine 2017 sono arrivati al 42%. Al tempo stesso gli attivi esteri dei residenti sono cresciuti in valore dal 40 al 44% del pil. “Sia per quanto riguarda le attività che le passività, questi sviluppi sono stati determinati in maniera pressoché esclusiva dai titoli di debito a lungo termine, vale a dire titoli con scadenza originaria superiore a un anno”.

A fare la differenza, aldilà degli aggiustamenti di valutazione e di cambio, sono stati i rendimenti. E anche qui la politica monetaria ha giocato un ruolo determinante. “A causa di tassi di interesse nell’area dell’euro più bassi in confronto ad altre economie avanzate”, spiegano gli economisti della Bce, “gli investitori esterni all’area dell’euro hanno ridotto in misura sostanziale la loro quota di titoli di debito relativamente a tutti i settori”. I residenti invece hanno fatto il ragionamento opposto, come mostra il fatto che il grosso degli investimenti di portafoglio esteri sia imputabile a soggetti classificati come “altre società finanziarie”, ossia fondi di investimento, compagnie di assicurazione e fondi pensione.

Questo capovolgimento di vecchie consuetudini, al quale hanno concorso la politica monetaria della Bce e l’andamento dei mercati internazionali, nonché l’ottimo stato di salute degli scambi dell’area con il resto del mondo, ha provocato una ricomposizione profonda fra i creditori e i debitori dell’area. Dal primo trimestre 2015 i giapponesi sono diventati i maggiori detentori di titoli emessi dall’area euro, con un valore degli attivi pari al 6% del pil, superando il Regno Unito e gli Stati Uniti, Questi ultimi, infatti, hanno venduto attivi denominati in euro. Il Regno Unito, in particolare, ha venduto più di tutti disfandosi di attivi in euro pari al 5% del pil, seguito dai paesi BRIC (-2%) e dagli Usa (-1%).

Alla Brexit “finanziaria” del Regno Unito, tuttavia, ha corrisposto un notevole interesse dei residenti della zona euro per i titoli britannici. Alla fine del 2017, questi attivi valevano l’8% del pil. esattamente quanto valgono gli investimenti nei paesi europei extra EZ. Gli Stati Uniti, tuttavia, si confermano il paese che attira la maggiore mole di investimenti di portafoglio. I residenti della zona euro vi hanno indirizzato investimenti pari al 14% del pil dell’eurozona. Trump potrà fare pure politiche poco gradite ai politici dell’eurozona. Ma gli attivi Usa non perdono mai di fascino.

Cronicario: E venne il giorno di Mahttarella


Proverbio del 21 maggio Il pensiero rende l’uomo più grande di una montagna

Numero del giorno: 3.303 Casette consegnati ai terremotati sulle 3.645 richieste

Mi dico ogni giorno che devo smetterla, che devo essere forte e non ricadere nel vizio di perculare i politici. Là fuori c’è una vita bellissima che merita di essere raccontata. Per dire Trump che fa pace coi cinesi sui dazi, per la gioia del commercio internazionale, che solo questo meriterebbe un applauso a scena aperta.

Si potrebbe evitare ricadute anche osservando semplicemente il prezzo della benzina che, nell’attesa che si compia la beata speranza iscritta a lettere di fuoco nel contratto con gli italieni – ossia l’eliminazione delle accise più datate – continua a salire spinto dai rincari provocati da alcune notizie interessanti di cui non mi riesco più a interessare perché nel frattempo il vizio di seguire le prodezze dei politici ha preso il sopravvento liberando in me un potere oscuro.

Suvvia, ormai mi conoscete: ero predisposto. Una qualche tara sicuramente ereditaria – un qualche antenato clown, vai a sapere – ma la ricaduta è stata drammatica da quando le note vicende elettorali hanno circonfuso di varie gradazioni di comicità il nostro dibattito pubblico. Potete pure pensare che non ci sia nulla da ridere, perché magari appartenete a quella vasta minoranza di persone preoccupate. Ma se guardate in controluce mi giustificherete. Non è colpa mia: sono le cronache che mi disegnano così. Per dire: oggi l’uomo del Colle, sul quale si sono appuntate chissà quali speranze dell’una e dell’altra fazione, riceverà, di nuovo in orari diversi il Gatto e la Volpe che dovranno presentargli il futuro Pinocchio. Messer Mangiafuoco lassù diventa d’improvviso il protagonista della nostra nuova favola italiana e siccome il vostro Cronicario dispone di fonti assai bene introdotte, posso già anticipare la risposta che l’uomo del Colle darà quando gli chiederanno se gli piace il futuro governo verdellino.

Nell’ora più grave, mentre l’odiato spread supera i 170 con ciò minacciando l’italico orgoglio, viene fuori il temperamento. Io ricado nel vizio: cazzeggio. Mahttarella sceglie il premier.

 

 

 

Le strade della globalizzazione: La ferrovia dei mercanti di auto


In tempo in cui astratti ragionamenti, basati su costruzioni contabili alquanto discutibili, mettono a repentaglio il commercio internazionale, ossia uno dei modi con i quali le economie mostrano di voler collaborare fra loro, vale la pena soffermarsi a raccontare una storia che mostra con esemplare chiarezza come il commercio costruisca quei ponti che la politica poi non si perita di distruggere inseguendo calcoli affatto diversi da quelli del profitto. Ossia calcoli di potere che chissà perché vengono considerati più nobili da quegli osservatori che stigmatizzano chi vuole semplicemente guadagnare denaro mentre dedicano, usando il travestimento della difesa democratica, peana appassionati ai potenti di turno, che sono infinitamente più pericolosi.

Questa storia l’ho trovata su un articolo molto interessante pubblicato da Voxeu che esibisce una cartina che fotografa una delle mille strade lungo le quali la globalizzazione svolge il suo rito quotidiano, ossia il trasbordo di merci e semilavorati che si arrampicano lungo quelle che gli economisti oggi chiamano catene globali del valore, ossia la filigrana delle relazioni economiche che una merce tesse lungo vari territori ognuno dei quali aggiunge un certo grado di valore fino ad arrivare a quello finale.

La cosa interessante è che questo collegamento terrestre dalla città cinese di Chongqing alla tedesca Duisburg praticamente non esisteva prima del 2010 e mai probabilmente sarebbe divenuto operativo se non fosse stato per un pugno di operatori economici che hanno trovato conveniente, per ragioni strettamente inerenti alle loro produzioni, puntare su un collegamento ferroviario anziché su quello assai più frequentato ed economico che va per mare. L’elemento catalizzatore, come lo chiama l’autore dell’articolo, è stata proprio la domanda di aziende globali che hanno cercato di riprodurre su scala territoriale il collegamento rappresentato economicamente nella catena globale del valore delle loro merci. Tale domanda è stata raccolta dagli operatori ferroviari, che hanno reagito diminuendo i costi di trasporto, e dagli spedizionieri che si sono adoperati per rendere questi servizi di trasporti attrattivi, con la conseguenza che “le economie di scala hanno creato un circolo virtuoso di riduzione dei costi, servizi più frequenti e più clienti, al punto da rendere più profittevole l’innovazione dei servizi offerti”. Questo piccolo miracolo prodotto dal mercato vede i governi nel ruolo di facilitatori, piuttosto che di pianificatori. Ruolo peraltro svolto egregiamente.

La vicenda si inserisce in uno scenario più ampio che illustra bene come funzionino i processi della globalizzazione. Le aziende tedesche, per lo più fabbricanti di automobili, anche prima del 2011, quando il nuovo collegamento terrestre fra Europa e Cina è diventato una realtà del trasporto globale, avevano già provato a spedire la loro componentistica alle loro fabbriche costruite in joint venture nella Cina Nord orientale, l’Audi e la Volkswagen a Changchun e la Bmw a Shenyang. Qualcosa di simile era stato tentato anche dai fabbricanti di auto coreani, che avevano bisogno di spedire i loro componenti dal sito di Lianyungang al sito UzDaewoo realizzato in joint venture in Uzbekistan, ora divenuto GM Uzbekistan. “Tali viaggi da e per la Cina – spiega l’articolo – hanno dimostrato che i servizi ferroviari internazionali a lunga distanza per servire le GVC erano fattibili”. Ma si trattava di servizi fatti ad hoc per le singole aziende, quindi non strettamente di mercato, ossia replicabili da altri utenti.

Il cambiamento si verificò a partire dal 2011 quando la Cina varò la politica cosiddetta di Go West con la quale fornì incentivi a chi produceva nei territori interni della Cina. Un anno prima era stato realizzato un collegamento fra Shenzhen e Chongqing, città dove si concentrano parecchie fabbriche cinesi, che ha consentito di far arrivare componenti importate dal Sud Est asiatico che servivano per completare l’assemblaggio che Foxconn, Hewlett-Packard e altri realizzavano per completare la produzione di computer Apple e stampanti. Si pensò all’inizio di esportare tali componenti attraverso il fiume Yangtze, ma il traffico era alquanto congestionato. Sicché HP ha spinto le compagnie ferroviarie di Germania, Polonia, Russia, Bielorussia, Kazakistan e Cina a cooperare per trovare una soluzione capace di collegare direttamente la città cinese di partenza con quella tedesca di destinazione. Le compagnie tedesche e cinesi, quindi Deutsche Bahn e la China Railways corporation, hanno agito da capofila del progetto, e i governi hanno deciso le policy necessarie a facilitare il passaggio dei treni nei diversi confini, col risultato che i container con la componentistica tedesca hanno iniziato a viaggiare assai più facilmente e velocemente in direzione Cina. Si è trattato, spiega l’articolo, di “una risposta commerciale all’esigenza specifica di settori leader nella catena globale del valore, ossia il settore automobilistico e quello elettronico”. E’ stato un successo perché ha più che dimezzato i tempi di percorrenza, dai 36-40 giorni necessari al trasporto marittimo da Shangai a Rotterdam, a 16 giorni, e per giunta potendo essere più sicuri che la merce arrivi a destinazione nel giorno stabilito.

L’esperienza funzionò in qualche modo come apripista. Fra il 2011 e il 2015 sono state sperimentate nuove rotte ferroviarie fra la Cina e l’Europa, molte delle quali attraversano il Kazakistan, che insieme all’Azerbaijan, sta lavorando molto per qualificarsi come hub di collegamento fra la Cina e l’Eurasia.

Da un punto di vista squisitamente economico è interessante osservare che questi “esercizi di scoperta di mercato”, come li definisce opportunamente l’autore hanno visto la Deutsche Bahn in prima linea, per evidenti ragioni di convenienza, anche in joint venture con la sua omologa russa, mentre dal lato cinese è intervenuto direttamente il governo o in alcuni casi tramite compagnie locali. Questa fioritura di iniziative è proseguita anche dopo il 2015 quando sono state inaugurate nuove tratte di successo. Nell’aprile 2016 è stato messo sui binari il primo treno che in 15 giorni di viaggio unisce la Cina alla Francia, da Wuhan a Lione. Alla fine del 2017 esistevano collegamenti terresti fra 35 città cinesi e 34 città europee. Alcuni di questi sono stati viaggi prova, test, potremmo dire. Altri si sono trasformati in linee stabili. Il collegamento Duisburg-Chongqing-Duisburg, dal 2018, si svolge con un programma giornaliero.

Se guardiamo i dati aggregati, possiamo avere un’idea dell’importanza relativa di questo sviluppo nell’insieme delle relazioni commerciali fra Cina ed Europa. Dal 2011 al dicembre 2017 il numero di viaggi che hanno sfruttato i collegamenti terrestri è arrivato a quota 6.235, la metà dei quali è avvenuta nel 2017. Si tratta quindi di un fenomeno economico in piena espansione. Complessivamente si tratta di una quota di traffico piccola paragonata a quella che passa per mare. Per dare un’idea, nel 2016 dal Kazakistan sono passati 42.000 container. Erano 2.000 nel 2011. Ma gli stessi container potrebbero essere contenuti su quattro navi mercantili che passino attraverso il Canale di Suez. “Tuttavia – conclude l’autore – i collegamenti ferroviari sembrano essere ormai stabilizzati con potenziali miglioramenti dei servizi e implicazioni per le catene del valore attraverso l’Eurasia”. Il commercio costruisce i ponti, si diceva una volta. Molto più degli eserciti.

Cronicario: Finalmente pronto il contratto con gli Italieni


Proverbio del 18 maggio Le grandi anime hanno volontà, quelle deboli desideri

Numero del giorno: 25 Posto italiano nella classifica europea (su 28) per il digitale

A voi lo posso dire, mi capirete. Vi confesso che ho letto l’ultima versione (speriamo) del contratto che il Gatto e la Volpe hanno sottoposto al pubblico giudizio stamane alle ore 10.30 circa, segnando l’ora più alta della democrazia italiana, visto che hanno chiesto ai sostenitori di pronunciarsi prima di decidere se firmarlo. Certo, ci sono alcune ingenuità. Ad esempio credere che il popolo dei fan legga tutte e 58 le pagine che compongono questo concentrato di intelligenza oggi che a fatica si leggono 280 battute di un tweet. Perciò ho deciso di contribuire anch’io alla diffusione: hai visto mai che col nuovo governo ci scappi un cadreghino pure per me.

Vorrei dirvi ogni cosa, ma lo spazio è tiranno, e poi è pure venerdì, capirete bene anche questo. Perciò pesco le perle nei tanti capitoli che compongono il libretto verdellino. Capitolo 1. Sapete già del Comitato di conciliazione, l’organismo chiamato a dirimere le controversie dei contraenti. Ebbene, adesso sappiamo pure che “la composizione e il funzionamento del Comitato di conciliazione sono demandate ad un accordo tra le parti”. E che succede se non si mettono d’accordo su come comporre il Comitato? Mah. Capitolo 2: l’acqua pubblica. L’acqua dovrà essere oggetto di specifici investimenti pubblici “anche attraverso la costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua”. Tipo quelle che ci sono già, al fine di “restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome”.

Capitolo 3: agricoltura pesca e Made in Italy. Questo è facile. “Il nostro impegno è quello di difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del Made in Italy”.

Capitolo 4. “Uomo e ambiente son facce della stessa medaglia. Chi non rispetta l’ambiente non rispetta sé stesso”. Va bene, avete capito. Capitolo 5 Banca per gli investimenti e risparmio. “È necessario prevedere una “Banca” per gli investimenti, lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse
già esistenti”. La banca “deve usufruire di una esplicita e diretta garanzia dello Stato”.

Deliziosamente il capitolo prevede anche il ristoro degli azionisti della banche fallite, che poverini ignoravano che le azioni sono rischiose per natura e nessuno gliel’aveva detto, prendendo i soldi che servono da “assicurazioni e polizze dormienti”. E qui, vi confesso, mi è partito l’applauso. Ma niente in confronto a quando leggo, nel capitolo sette, che “i nostri musei, i siti storici, archeologici e dell’Unesco devono tornare ad essere poli di attrazione e d’interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori”. E mentre che ci siamo diamo anche un ritoccatina al FUS, il fondo unico per lo spettacolo, per “rimettere al centro la qualità dei progetti artistici”.

Ma è al capitolo 8 che la passione per il contratto mi avvolge inesorabilmente. “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostengo del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. Come la madeleine di Proust, la ricetta mi evoca certi sapori che mi riportano negli anni dell’infanzia, quei meravigliosi anni ’70 quando spesa pubblica e svalutazione facevano di noi un grande paese.

Ma non fatevi troppe illusioni. “Il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto” avverrà “attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”. Appropriato e soprattutto limitato….

Questa è chiaramente una strategia per non innervosire i tanti soloni che leggono questa roba, mi dico, rassicurato dagli altri capitoli, a cominciare dal 9, che parla della difesa. Qui leggo parole che risuonano di patrio vigore. “Al fine di migliorare e rendere più efficiente il settore risulta prioritaria la tutela del personale delle Forze Armate (sottolineando l’importanza del ricongiungimento familiare) ed un loro efficace impiego, per la protezione del territorio e della sovranità nazionale”. E senza dimenticare che “è inoltre necessario prevedere nuove assunzioni nelle forze dell’ordine
(Carabinieri per la Difesa) con aumento delle dotazioni e dei mezzi”. Ma con deficit limitato e opportuno, sia chiaro. Al capitolo 10, che parla degli esteri, sento che qualcosa sta avvenendo dentro di me. Ma mi concentro sul fatto che “l’impegno è realizzare una politica estera che si basi sulla centralità dell’interesse nazionale e sulla promozione a livello bilaterale e multilaterale. Si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato, con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”.

Al capitolo 11, che parla di fisco, sono talmente d’accordo che inizio a cantare l’inno nazionale. Non solo sterilizzare l’aumento Iva, ma anche togliere l’extra tassazione sulle sigarette elettroniche – capito quanto sono occhiuti i nostri, non gli sfugge niente – addirittura vogliono togliere le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina. Quindi perdere altro gettito. Grandi. Quanto alla riforma fiscale, la mitica flat tax rivela la sua vera natura di flat pax. “È opportuno instaurare una “pace fiscale” con i contribuenti”. “La finalità è quella di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della “no tax area”, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale”.

Avverto strani formicolii alle orecchie e pruriti sul capo, ma non ci bado perché intanto è arrivato il capitolo 12: giustizia rapida ed efficiente. E chi non la vorrebbe? “È doveroso inoltre il ripristino della piena funzionalità del “sistema giustizia”, attraverso il completamento delle piante organiche di magistratura e del personale amministrativo degli uffici giudiziari, con attenta valutazione della relativa produttività”. Completeremo gli organici, ma sempre con deficit limitato. Leggo pure che la difesa è sempre legittima, quindi immagino che prima non lo fosse. Il formicolio si accentua e mi iniziano a lacrimare gli occhi. Temo un malanno, ma sicuramente è la corrispondenza d’amorosi sensi che genera effetti collaterali. Al capitolo 13, che parla di immigrazione, mi unisco alla ola di chi chiede rimpatri e stop al business sulla pelle dei migranti, quanto al lavoro, ululo di gioia quando leggo che “appare di primaria importanza garantire una retribuzione equa al lavoratore in modo da assicurargli una vita e un lavoro dignitosi” e che “occorre porre in essere da un lato una riduzione strutturale del cuneo fiscale”, dove ci stanno dentro anche i contributi per pagare le pensioni, ma fa niente. Perché due capitoli dopo, sui capitoli lotta alla corruzione e ministero della disabilità siamo tutti d’accordo evidentemente, arriva un’altra perla: “Occorre provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. “Fornero”, stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”. Un altro deficit limitato. E poi “prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo
tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili”.

Decido di smetterla con i pensieri da contabile per non perdermi la visione d’insieme. Ci hanno messo una vita a scrivere ‘sto contratto: sapranno quel che dicono. E poi in fondo che importa, mica vorrete interrompere un’emozione. Al capitolo 18, politiche per la famiglie e la natalità, mi sento ormai uno di loro. “Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia”. Daje, tutto gratis, come negli anni meravigliosi. Al capitolo 19, reddito di cittadinanza e pensioni di cittadinanza, inizio a preoccuparmi perché ho la sensazione che mi sia successo qualcosa. Provo a smettere di leggere, ma non ci riesco perché scopro che oltre al costo di dare 780 euro al mese ai disoccupati, in omaggio alla strategia di “sviluppo economico mirato alla piena occupazione”, si prevede “un investimento di 2 miliardi di euro per la riorganizzazione e il potenziamento dei centri per l’impiego”. E poi c’è anche la pensione di cittadinanza, ovviamente. Volta integrare le minime che stanno sotto i 780 euri al mese. Giusto, giustissimo, come no? Al capitolo 20, leggo quest’altra perla: “Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”. che è un po’ avventata visto che 600 sono i due terzi degli attuali 945, Ma vabbé, in fondo siamo in campagna elettorale. O no scusate: questo è un programma di governo.

Arrivato al capitolo 21, e sarà perché parla di sanità, mi decido a guardarmi allo specchio ormai devastato dai pruriti. Ma prima mi concedo un’ultima perla: “La sanità dovrà essere finanziata prevalentemente dal sistema fiscale e, dunque, dovrà essere ridotta al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini. È necessario recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, così da risolvere alcuni dei problemi strutturali”. Di fronte allo specchio rimango esterrefatto: non mi riconosco più. La mia faccia è un’altra. Ero un italiano triste del XXI secolo, che vive in un paese senza più gioia di vivere con una popolazione in via di estinzione e dopo 20 capitoli di contratto sono diventato un italiano felice degli anni ’70 del XX. Un italieno.

A lunedì.

PS capitolo 24: “Se ben condotta e con l’ausilio di personale qualificato, la pratica motoria e sportiva assicura il miglioramento della qualità della vita, contribuendo
in modo significativo alla prevenzione delle malattie”. Perciò: pedalare.

Cartolina: Lavorare in meno, lavorare per tanti


Ed eccolo qua, sotto i nostri occhi il miracolo del nostro tempo economico: il settore industriale computer e prodotti elettronici, che negli Stati Uniti, ha visto crescere la produttività del lavoro di oltre l’8 per cento in trent’anni, quattro volte in media l’incremento osservato negli altri settori, che, in linea con un’economia che stagna, arrancano. Per capire questo miracolo dobbiamo guardare un altro dato, secondo il quale fra il 2006 e il 2016 l’economia digitale ha espresso appena il 3,9 per cento dell’occupazione Usa, garantendo però stipendi pari al 6,7 del monte totale delle retribuzioni. Detto in altro modo, l’economia digitale crea pochi posti di lavoro, ma ben pagati. Questi lavoratori, pur essendo pochi, nel 2016 hanno prodotto il 6,2 per cento del pil statunitense, e così il dato si spiega aggiornando un vecchio slogan. I miracolati dell’economia digitale lavorano in meno, ma lavorano (e guadagnano) per tanti.