Categoria: Annali

Cronicario: Finalmente arriva un gufo anche alla Bce


Proverbio del 6 novembre Il contadino trema sei mesi per il freddo e sei per la paura

Numero del giorno: 250.000.000 Stima vendite smartphone Huawei nel 2019 (+21%)

Nel giorno il cui il Fmi ci regala una straordinaria perla di saggezza, nel tentativo di strappare l’Europa alla sua rassegnata crescita moscia – chi ha soldi veda di spenderli, chi ha i debiti è meglio che li riduca, ma anche no: questo in grandi linee il ragionamento – non possiamo che salutare con giubilo il tanto atteso arrivo dei gufi anche alla Bce.

Non lo sapevate? Sentite che dice la neo presidente della Bce. Dopo aver sottolineato che lei non si sente né falco né colomba, ha detto: “Spero invece di essere un gufo. Mi piacciono. Sono animali molto saggi”, conclude Madame Lagarde.

Dove prima volavano i Draghi, adesso volteggerà questo splendido animale, dotato di vista acuta e di extratorsione del collo. Cosa potrà andare storto?

A domani.

Matrimonio ferroviario a Duisburg fra Cina e Germania


E’ rimasta confinata fra le righe dei notiziari specializzati la notizia dell’accordo fra i giganti cinesi della Cosco e il porto di Duisburg – Duisport – per investire 110 milioni di dollari sul futuro Duisburg Gateway Terminal. Ossia quello che dovrebbe diventare nelle intenzioni dei soci – 30% cinesi, 30% tedeschi e il resto in parte uguali fra l’operatore intermodale svizzero Hupac e la compagnia olandese HTS Group – il più grande terminal interno di container trasporti via ferrovia fra Cina e Germania.

Qualcuno ricorderà l’importanza di Duisburg per il trasporto ferroviario con la Cina. La cittadina tedesca, che ospita il più grande porto interno europeo, già da tempo è il terminale di un trasporto ferroviario cresciuto intensamente nel corso degli ultimi anni grazie al via vai di merci legate alla produzione automobilistica, anche se non esclusivamente. I sussidi del governo cinese hanno sicuramente incoraggiato questa scommessa e adesso, dopo circa un decennio, pare si voglia alzare la posta in gioco.

I lavori cominceranno l’anno prossimo e dovrebbero concludersi per il 2022, con l’ambizioso obiettivo di più che raddoppiare, portandoli almeno a 100 a settimana, il numero dei treni sulla tratta con la Cina. Un investimento strategico per i cinesi, ma anche per i tedeschi, visto che, come ha spiegato il CEO di Duisport “in questo modo consolidiamo la nostra posizione di leadership nel commercio cinese, creando lavoro, e rafforzando il Nord Reno-Westfalia come location logistica più importante d’Europa”.

Come dato basti ricordare che già il 30% del trasporto merci ferroviario fra Europa e Cina passa per Duisburg, da dove partono ogni settimana una quarantina di treni diretti in almeno una dozzina di cittadine cinesi. Secondo alcune fonti, ciò ha consentito di portare a oltre 324 mila TEU, nel 2018, il volume degli scambi fra Cina ed Europa trasportati su ferro, con la previsione che arrivino a 742 mila entro il 2027, con evidente beneficio per le economie dei territori attraversati, a cominciare da quella della Germania ovviamente.

La convenienza tedesca, insomma, somiglia a quella della Grecia, che da un decennio ha ceduto ai cinesi il controllo del porto del Pireo, vendendo loro il 67% dell’autorità del porto per 420 milioni di dollari. E somiglia pure a quella che sta perseguendo l’Italia, siglando il MOU per la Bri e, più indirettamente, tramite la cessione di asset del porto di Trieste all’Ungheria.

La storia è semplice: i cinesi devono fare arrivare (e partire) le merci dall’Europa occidentale, che sembra aver riscoperto la sua vocazione di penisola euroasiatica, anche per stabilizzare il suo commercio internazionale in fibrillazione a causa dei malumori statunitensi.

C’è un’altra considerazione da fare. I  trasporti terrestri sono ancora una piccola quota dei trasporti totali – oltre il 90% avviene per mare – ma per la Cina è essenziale favorire lo sviluppo di rotte commerciali alternative a quelle marittime, che in un modo o nell’altro ricadono nel pieno controllo degli statunitensi. Tutte le vie cinesi portano in Europa. Meglio se via terra.

 

Cronicario: Finalmente creato un milione di stipendi


Proverbio del 5 novembre Nessun ago ha due punte

Numero del giorno: 0,1 Crescita % prezzi produzione industriale nell’EZ a settembre

Ed è con grande gioia e soddisfazione che oggi l’Inps, definitivamente assurto al ruolo di Istituto Nazionale Pagamenti Sociali, ha annunciato il superamento di un milione di assegni erogati fra reddito (900 mila e rotti) e pensioni (il resto) di cittadinanza. Un trionfo.

Adesso che finalmente la menzogna capitalista che occorresse lavorare per vivere viene sbugiardata dal combinato disposto del governo del cambiamento e del cambiamento di governo, non ci resta che ricordare con ironia certi vecchi slogan che hanno irretito le masse nell’epoca oscurantista.

Finalmente è chiaro a tutti che non serviva un milione di posti di lavoro. Bastava un milione di stipendi.

A domani.

Nel medio periodo saremo tutti finanziariamente instabili


Poiché nel lungo periodo saremo tutti morti, come ebbe a dire un celebre economista, ci sta, come ha fatto di recente il Fmi, sottolineare che “nel medio termine i rischi per la stabilità finanziaria rimangono elevati”. D’altronde la Global financial stability review viene rilasciata due volte l’anno dal Fondo proprio per renderci edotti circa la natura e la quantità dei rischi che affliggono il nostro sistema finanziario. E ovviamente il lavoro non gli manca. Specie da quando la distensione monetaria ha creato le condizioni ideali per un accumulo di rischi futuri. Ha posticipato la scadenza del redde rationem, abbassandone nel frattempo il costo di gestione.

Preso atto perciò che nel medio periodo ci toccherà in sorte una costante instabilità finanziaria, vale la pena fare un breve elenco dei rischi censiti dal Fmi nella sua rassegna ottobrina, che peraltro cambia poco rispetto a quella di aprile. Di diverso c’è solo che da allora la politica monetaria si è allentata ulteriormente, e quindi i rischi si sono spostati un po’ più in là. Ma certo non sono scomparsi.

Al contrario: i rischi si sono incistati per bene in alcuni intermediari che dovrebbero garantire sicurezza – leggi: le assicurazioni – e che invece, dovendo garantire il pagamento dei propri obblighi contrattuali in un contesto che premia negativamente fra il 15 e i 17 trilioni di obbligazioni (a seconda delle metriche), sono costretti a investire su asset “sempre più rischiosi e illiquidi.

Questo mentre i rischi che conoscevamo già, quelli nutriti nel settore corporate ad esempio, sono cresciuti ulteriormente senza che questo susciti granché preoccupazioni. Le imprese zombie, ossia quelle che non riescono con gli incassi neanche a pagare gli interessi sui debiti, sono in felice aumento.

Come si può osservare dai grafici sopra, il male è comune, pure se non suscita particolare gaudio. E non risparmia ovviamente né i governi né le famiglie.

Nel centinaio abbondante di pagine che compongono il rapporto c’è ovviamente molto di più, e ce ne occuperemo. Ma per adesso contentiamoci di tenere a mente questo: “Lower for longer”. Quindi più basso più a lungo, che non a caso titola il GFSR. Più bassi e più a lungo i tassi, ovviamente. Ma anche la crescita, c’è da temere. Per i rischi invece vale il contrario.

Cronicario: Eravamo al verde, ora siamo al green


Proverbio del 4 novembre L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 2.015.000 Meridionali italiani emigrati dal 2000

Sfoglio sconsolato scorci del nuovo rapporto Svimez che da alcuni decenni nutre con materna generosità la depressione umorale dei meridionali, che peraltro data qualche secolo. E stendiamo un velo su quella economica.

D’altronde è noto a tutti che il Meridione è bello perché è triste e abbandonato, specie dai meridionali, che infatti emigrano a rotta di collo come ai primi del Novecento.

Perciò è del tutto logico che Svimez anche quest’anno noti sconsolato che il pil meridionale è sotto quello nazionale e di quello del Nord.

Con conseguenze immaginabili, oltre che visibili.

Facciamola semplice: al Sud, al netto dei vari furboni sconosciuti al fisco che allignano ovunque, la gente è mediamente al verde. Ed è qui che lo Svimez, in versione 2019, ha avuto il suo colpo di genio: fare del Meridione la “piattaforma verde del paese”. “La bioeconomia meridionale si può valutare fra i 50 e i 60 miliardi”, dice ispirato il direttore Svimez. “Il green new deal è un’opportunità di rinascita economica del Mezzogiorno” che può evolvere in “piattaforma green del paese”.

La depressione mi sparisce d’improvviso. Prima ero al verde. Ora sono al green.

A domani.

La contraddizione finanziaria nel cuore della globalizzazione


Una globalizzazione si fonda su alcune caratteristiche che sono sostanziale espressione di un ordine politico. A quelle del nostro tempo appartengono, ad esempio, la lingua inglese e il dollaro, che accompagnano (e denominano) i beni che viaggiano lungo le rotte commerciali – in gran parte marinare – e i servizi che vengono scambiati, sempre più, questi ultimi, lungo rotte digitali. Questi strumenti – perché di strumenti si tratta, per loro natura devono (dovrebbero) favorire i processi di integrazione che la globalizzazione incrementa col suo procedere. Ma cosa succede se invece così non fosse? Se, vale a dire, uno degli strumenti dell’internazionalizzazione si rivelasse potenzialmente capace di danneggiarla?

La domanda è ciò che rimane dopo la lettura di un bel paper di Valentina Bruno e Hyun Song Shi della Bis di Basilea dal titolo assai indicativo: “Dollar exchange rate as a credit supply factor-Evidence from firm-level exports“. Indagine molto interessante, perché condotta a livello micro, ossia laddove i fatti concreti prevalgono sulle congetture, osservando 4,6 milioni di spedizioni di prodotti lungo il mondo suddivisi in diverse categorie.

I risultati dell’osservazione sono molto interessanti. In particolare emerge che “un ampio apprezzamento del dollaro rallenta il commercio internazionale incidendo sulle catene globali del valore, che funzionano ad alta intensità di credito”. Una conclusione che fa a pugni con la convinzione assai diffusa – tipicamente di natura macro – che ci sia un collegamento automatico fra i tassi di cambio e l’andamento delle esportazioni “attraverso il canale della competitività commerciale”.

Secondo questa congettura “un forte dollaro Usa aumenta le esportazioni delle economie non statunitensi” visto che i consumatori Usa avrebbero un maggior poter d’acquisto comparato. E invece “paradossalmente, un dollaro forte può effettivamente servire a smorzare i volumi commerciali, anziché stimolarli”. Una conclusione visibile dal grafico sotto.

Non si tratta, ovviamente, di sostituire una congettura con un’altra. Ma semplicemente di un’occasione per sbirciare più a fondo nei meccanismi che governano la nostra globalizzazione che, come in questo caso, possono risultare sorprendenti e quindi meritevoli di approfondimento.

L’origine di questa singolarità è di tipo finanziario. L’apprezzamento del dollaro, che di solito si associa a una restrizione della disponibilità di credito, genera problemi alle imprese che attingono al sistema bancario per finanziare le loro esportazioni. A seguito di un apprezzamento del dollaro, infatti, le banche che si finanziano all’ingrosso acquistando valuta americana riducono l’offerta di credito assai più di quelle che ne fanno meno uso. A loro volta, le imprese che attingono alle banche del primo tipo per le proprie esigenze di finanziamento subiscono una calo delle esportazioni. Vengono inoltre penalizzate le imprese che “hanno esigenze di capitale circolante più elevate e fanno parte di catene produttive più lunghe”.

Questi in estrema sintesi gli esiti dell’indagine svolta dai due economisti che ha il pregio di condurci all’interno dei micro accadimenti che finiscono col determinare i macro eventi. La nostra globalizzazione, fra le sue varie caratteristiche, ha anche quella di essere articolata lungo catene del valore sempre più lunghe e complesse, che per questa ragione dipendono sostanzialmente dalla loro connotazione finanziaria. E poiché il dollaro denomina gran parte degli scambi internazionali, ossia gli anelli di queste lunga catena del valore, ecco che improvvisamente gli andamenti della valuta diventano non solo una caratteristica di questa globalizzazione, ma anche un determinante del suo andamento.

Chi conosce la storia non si stupirà. E basta ricordare cosa fu del commercio internazionale dopo la fine del sistema di Bretton Woods. Ma senza bisogno di andare troppo lontano, è sufficiente rileggere, alla luce delle conclusioni del paper, le intemerate di Trump sul commercio estero. Gli Usa – e quindi la “loro” globalizzazione – rischiano di essere vittima del loro stesso successo.

Cronicario: Piacere Bond, Green Bond


Proverbio del 31 ottobre Non puoi andare in paradiso se non muori

Numero del giorno: 84.000 Migranti salvati dai mercantili dal 2014

L’uomo del Monte (dei pegni) ha detto Ja. L’uomo sarebbe il ministro delle finanze tedesco che, forte di attivi fiscali più che triennali – nel senso che noi e i quattro quinti del mondo facciamo deficit e loro surplus sul bilancio pubblico – ha annunciato che il governo emetterà bond per racimolare risorse da investire su progetti sostenibili.

Quindi Green Bond: belli, misteriosi, seducenti, piacenti ai piacioni, e al tempo stesso sostenibili, responsabili e puliti. Le versione 2.0 del vecchio Bond, ma con licenza di spendere senza sensi di colpa.

E così viene a compimento il miracolo tedesco che avevamo già annunciato su queste righe semiserie. Ma mica perché la sappiamo più lunga. Semplicemente perché abbiamo un fiuto rarissimo per le cose che mettono d’accordo tutti.

What else?

Buon ponte.

PS Ah, è uscito anche il dato sul nostro pil nel terzo trimestre. Che è lo stesso del secondo. Zerouno Ebbasta (cit.)

La fragile ragnatela dei prestiti internazionali in dollari


“Quando una compagnia aerea messicana acquista aerei brasiliani, è probabile che finanzi l’acquisto con un prestito in dollari statunitensi ottenuto da una banca non statunitense. Questo è solo un esempio del ruolo del dollaro nelle transazioni finanziarie internazionali tra controparti non statunitensi”. Così il Fmi presenta uno dei capitoli del Global Financial Stability Report dedicato a una questione parecchio strategica, ossia il finanziamento dei rilevanti prestiti in dollari concessi da banche non americane in giro per il mondo.

L’esempio sopra spiega bene a cosa servano e perché esista questo mercato che non è meno che rilevante. Gli ultimi dati, infatti, stimano in circa 12 trilioni di dollari gli asset denominati in dollari della banche non Usa, persino più elevati del livello pre-crisi (10 trilioni).

Per comprendere perché la questione sia delicata, basta ricordare che durante la crisi del 2007-08, quando gli Usa smisero di prestare dollari al mondo, essiccando la fonte del funding di queste banche, la Fed dovette attivare linee di swap per 500 miliardi con le principali banche centrali per evitare danni ulteriori.

Da allora ovviamente sono state prese molte precauzioni per irrobustire questa regnatela di prestiti internazionali, ma il miglioramento, che pure c’è stato, non ha eliminato la fonte di rischio. L’ha semplicemente addomesticata. Il problema rimane e si può persino misurare quantificando il gap che c’è fra gli asset e i debiti denominati in dollari. Ossia il buco che deve essere finanziato pena scompensi dalle conseguenza imponderabili.

Parliamo di un gap da 1,4 trilioni, pari al 13% degli asset, in crescita rispetto al 10% (un trilione) del 2008. Segno evidente che la crisi avrà pure contribuito a migliorare la capacità di risposta dell’organismo finanziario, ma non lo ha certo sanato: il mondo continua a dipendere sostanzialmente dalla liquidità internazionale espressa in valuta Usa. E d’altronde, come saprà chiunque conosca la storia recente, non potrebbe essere diversamente, vivendo il mondo immerso in una globalizzazione a marca statunitense.

Questo gap, quindi, deve essere finanziato e di solito ciò accade pescando alle varie linee di swap che fungono come rubinetti di liquidità attivabili a comando. Il problema è che quando il sistema si surriscalda, ossia quando la fiducia scarseggia, il costo di questo funding aumenta e il peso del conto si riverbera sul sistema finanziario globale. Alcune banche, nei paesi maggiormente esposti al funding in dollaro, potrebbero subire danni gravi.

Questa problematica riguarda in particolare molte economie emergenti, che sono particolarmente suscettibili a un eventuale calo dei trasferimenti transfrontalieri di dollari e hanno notevoli difficoltà a trovare fonti alternative. Ciò significa che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di un essiccamento della liquidità internazionale.

La storia, insomma, non si ripete ma si somiglia. E’ dagli anni ’70 che i paesi emergenti pagano il prezzo dell’esuberanza irrazionale dei prestiti internazionali in dollari. Pare che non ci sia alternativa. Possono solo imparare a difendersi meglio. E noi con loro.

Cronicario: L’ultima frontiera del debito: risparmiare sul deficit


Proverbio del 30 ottobre L’adulatore offre bocconi amari ricoperti di miele

Numero del giorno: 942.000.000 Perdita di Deutsche Bank nel IIIQ 2019

Non so voi, ma ho tirato un sospiro di sollievo quando mi hanno spiegato che nella manovra c’è il freezing.

Anzi i freezing sono addirittura due, ideati per il nobilissimo obiettivo della “tenuta dei conti pubblici”.

Vengo e mi spiego. Poiché abbiamo avuto la brillante idea di aumentare il deficit per garantire a un pugno di giovani anziani di andare in pensione con quota 100, il governo ha deciso di congelare non solo un miliarduccio di spese varie, ma anche un accantonamento di 1,7 miliardi per la suddetta quota che deriverebbero dal risparmio previsto da qui al 2022 sulle spesa (in deficit).

Quindi risparmio sul deficit e così garantisco la tenuta dei conti, diminuendo il debito meno di quanto previsto, e magari “salvo intese”.

Dulcis in fundo, si prevedono poi due monitoraggi l’anno, entro il 15 marzo ed entro il 15 settembre, per liberare i fondi accantonati una volta perseguiti i risparmi.

Meno deficit fai prima più spendi poi: l’uovo di Colombo. Infatti era genovese. E poi italiano.

A domani.

La lotta al contante, ovvero l’eterno confronto fra élite e popolo


C’è una chiara divaricazione fra il dibattito di politici, economisti e banchieri sull’uso del contante, che oscilla fra pulsioni fiscali (tassazione) e di divieti (soglia uso), e la pratica quotidiana di decine di milioni di persone che si ostinano a girare con le banconote in tasca. Ancora una volta, élite e ceti popolari sembrano assai distanti. Specie nel nostro paese.

L’Italia, secondo una ricognizione proposta lo scorso febbraio dalla Banca d’Italia, è il paese dell’euro in cui è stato rilevato il maggior numero di transazioni giornaliere in contanti (1,7 su 2 transazioni in media). Il 45% delle persone intervistate detto di usare altri mezzi di pagamento, ma comunque la percentuale di quelli che preferisce il contante è un solido 39%, malgrado l’88,9% abbia una carta di credito o di debito.

Le distorsioni generate dal contante vengono ampiamente esaminate in un libro di Kenneth Rogoff (“La fine dei soldi. Una proposta per limitare i danni del denaro contante”, Il Saggiatore, 2017), dove si osservava che, fra le altre cose, «l’eccesso di contante contribuisce in modo decisivo a rendere il mondo più povero, più iniquo e meno sicuro, pone grandi limiti alle politiche monetarie, favorisce l’evasione fiscale e il lavoro nero e rappresenta di fatto un regalo alla criminalità organizzata e al terrorismo». Un atto d’accusa a tutto tondo, arrivato da uno studioso che è stato capo economista del Fmi, e quindi di sicuro molto ascoltato. Si potrebbe argomentare su ognuno dei punti sottolineati da Rogoff, ma vale la pena soffermarsi giusto su uno che sembra meno intuitivo: i limiti che il contante pone alla politica monetaria.

A inizio anno il Fmi ha pubblicato uno studio molto interessante che ipotizzava di dividere in unità – distinte ma facenti riferimento allo stesso conio – la valuta di un paese per arrivare gradatamente proprio all’eliminazione del contante, che limita la capacità della banca centrale, specie quando è eccessivo, di far scendere i tassi di interesse al livello che si potrebbe rendere necessario in caso di una nuova recessione. E siccome il contante può essere custodito senza troppi costi – costringendo un’economia nella keynesiana trappola della liquidità – ecco l’idea: una valuta digitale di banca centrale che denomini i prezzi e che sia vincolata con un rapporto di cambio con quella “analogica”. Mutando il rapporto di conversione in senso svantaggioso al contante, si riuscirebbe a stimolarne l’utilizzo e quindi la spesa. «Questo doppio sistema di valuta locale consentirebbe alla banca centrale di applicare un tasso di interesse negativo (se ne parla parecchio tra banchieri, ultimamente, ndr), necessario per contrastare una recessione, senza innescare sostituzioni su larga scala in contanti».

Suggestioni, senza dubbio, ma comunque indicative di un clima che sta maturando lentamente nei piani alti del sistema. E qui veniamo a un altro punto interessante da sottolineare: l’avvento delle valute digitali. La moneta digitale è chiaramente altro dalla moneta elettronica. Quest’ultima è una replica su supporto (carta di credito, debito, token elettronico, eccetera) del denaro di cui già si dispone dentro un conto corrente. La prima è un’altra moneta, emessa da un privato e non dal potere pubblico. La seconda ha una storia ormai molto lunga, intrinsecamente legata a quella del sistema monetario, che si compone di sistema dei pagamenti e moneta, dove operano la banca centrale e le banche commerciali. Per farla semplice, potremmo disegnare un lunga retta che inizia con l’invenzione del Bitcoin di Satoshi Nakamoto, che risale al 2008, e finisce con l’annuncio della Libra di Facebook di quest’estate. In mezzo c’è tutto un fiorire di strumenti digitali che hanno in comune una sistema di pagamento, in larga parte articolato lungo una blockchain, che funziona all’esterno del sistema bancario, proponendosi – di fatto – di sostituirlo.

Suggestione anche questa, ovviamente. Però da osservare, come ad esempio ha fatto un paper diffuso di recente dal Nber (“The digitalization of money”) che si collega alle intuizioni di Friedrich Von Hayek degli anni ’70 (“Denationalisation of money”). Internet ha reso concreta l’ipotesi di una moneta emessa dai privati quale valida alternativa alla moneta pubblica. «L’importanza della connessione digitale porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico». Queste monete “denazionalizzate”, per dirla alla Von Hayek, sono capaci di rivoluzione il sistema monetario internazionale. Questa non è più una suggestione, è una preoccupazione concreta.

Ne è prova il recente paper diffuso dal gruppo di lavoro del G7 dedicato alle stablecoin globali, ossia valute digitali agganciate a un asset – il paniere di valute della Libra di Facebook ad esempio – capaci di travalicare non solo i confini geografici, ma di surclassare le valute tradizionali. Le global stablecoin, scrivono, «hanno implicazioni per il sistema monetario internazionale, compresa la sostituzione della valuta, e potrebbero quindi rappresentare una sfida per la sovranità monetaria». Soprattutto se sono espressione di quei giganti di internet che per clientela e potenza di fuoco finanziaria sono davvero capaci di fare “concorrenza” alle monete pubbliche.

Da qui la preoccupata attenzione con la quale banchieri, centrali e non, regolatori, economisti e politici, stanno monitorando l’avventura non solo di Libra, ma di tutto l’ecosistema delle valute digitali, provando a prendere gli aspetti utili e inglobandoli all’interno del sistema tradizionale. In questa chiave si può interpretare l’avvento delle valute digitali di banca centrale, della quali si parla molto in Svezia – dove c’è un uso molto basso del contante – e in Cina, dove potrebbe essere emesso uno yuan digitale costruendo una innovazione potenzialmente dirompente per il sistema dei pagamenti cinesi e la diffusione internazionale della valuta cinese.

E arriviamo così alla conclusione. Da una parte abbiamo una pletora di utilizzatori di denaro contante che, per abitudine, insicurezza, disinteresse, finalità illecite e altre ragioni, continua a esprimere una notevole richiesta di cartamoneta. Dall’altra una minoranza, che però vive ai piani alti del sistema, che sta decidendo che nell’era digitale un “barbarous relic”, come ebbe a dire Keynes dell’oro, come il contante “analogico” debba finire fuori corso per ragioni che sono di ordine economico (fiscale) e di sicurezza (criminalità/terrorismo).

I protagonisti di questa decisione sono i governi – non a caso della tematica si è occupato il G7 – le banche (centrali e non), le autorità di regolazione, e buona parte dell’accademia, da un parte. Dall’altra i giganti di internet. In alcuni casi sono in perfetta sintonia con il governo – si pensi agli unicorni cinesi – mentre in altri casi stanno cercando un equilibrio. Questi figli di internet vogliono sostanzialmente una fetta della torta degli enormi profitti che generano la gestione del sistema dei pagamenti e della moneta. Che sarebbe una richiesta comprensibile se non fosse che un sistema monetario, perché di questo stiamo parlando, è il frutto di un ordine politico, che non si contratta certo a tavolino.

Probabilmente tutte queste entità troveranno il modo di convivere, in un modo o nell’altro. Far sparire il contante potrebbe essere di sicuro un buon modo per cominciare a intendersi. La gente si adeguerà. Nella storia i cambiamenti avvengono quasi sempre così.

Questo articolo è stato pubblicato sul Sole 24 ore lo scorso 20 ottobre e propone un’interpretazione sociologica della crescente avversione verso il contante da parte delle classi dirigenti. Con il pezzo pubblicato sul Foglio e la lunga serie sul blog completa la ricognizione che abbiamo svolto sulle monete digitali.