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Le due anime demografiche degli Stati Uniti


Se la cultura sembra uno degli ingredienti che compongono la ricetta riproduttiva di una comunità, nulla di strano che le condizioni sociali, che la cultura in qualche modo definisce e l’economia quantifica, siano un’altra determinante della decisione di avere oppure no figli. E se guardiamo lo stato generale della natalità nei paesi occidentali, che invecchiano senza speranza con ciò destinandosi a una lenta estinzione, dovremmo dedurne che la storia ci ha condotti a un punto dove a condizioni ideali – mai le nostre società furono più ricche e istruite – corrisponde una diffusa denatalità. Il che dovrebbe farci sorgere qualche domanda sul senso della vita, se tali domande non fossero ormai fuori moda o destinate al dileggio.

Poiché il tema è ricco di sfumature, tuttavia, vale la pena continuare le nostre ricognizioni guardando stavolta a un altro caso interessante che si aggiunge ai numerosi che abbiamo osservato in questi anni: gli Stati Uniti. Prendiamo spunto da un bel paper del NBER che trae alcune conclusioni molto interessanti sul tema che stiamo analizzando prendendo spunto da una singolarità da tempo presente nella società americana: la notevole differenza di fertilità fra le donne bianche e quelle di colore. Prima però di avventurarci nell’esame di questa singolarità, vale la pena ricordare a che punto siamo e da dove veniamo.

Nel 1950 c’erano meno del 15% di over 65 rispetto alla popolazione dei 25-64enni. Nel 2050 si prevede saranno praticamente il 40%. Il secolo americano finirà con i capelli bianchi. Non è il solo, come abbiamo visto.

Non si arriva a questo punto senza aver percorso una lunga strada. E il paper del NBER ci aiuta a scorgerne qualche tratto osservando come, sin dalle rilevazioni statistiche che risalgono al 1830, le donne afroamericane avevano in media un figlio in più rispetto alle bianche. Questo stato di cose è perdurato nel tempo, nonostante “l’emancipazione, l’industrializzazione, il baby boom e l’avvento di metodi efficaci di controllo riproduttivo”. Diventa perciò interessante interrogarsi sulla ragioni di questa diversità.

L’autore spiega questa differenza facendo riferimento alle discriminazioni subite dalle donne di colore, sia sul versante del mercato del lavoro, che su quello delle violenze. Vale la pena, in particolare, sottolineare questa considerazione, che dice assai più di quello che sembra: “L’accesso ineguale ai servizi educativi e medici limiterà la capacità dei genitori afroamericani di investire pesantemente nel capitale umano attraverso un minor numero di bambini”. Insomma: l’investimento in capitale umano, sembra di capire, ha come presupposto la riduzione della natalità. ll che è logico in presenza di un vincolo di bilancio diffuso. Detta diversamente la trasformazione in ceto medio di gran parte della popolazione ha generato il desiderio di investire nel capitale umano della prole, ma al prezzo di avere meno figli perché il ceto medio ha comunque un vincolo di bilancio che ricchi non hanno e i poveri nemmeno, anche se per motivi opposti. Il fatto che il ceto medio – inteso come classe di reddito – sia anche la parte della società dove hanno trovato terreno fertile le istanze della modernità, chiude sostanzialmente il cerchio: l’economia, la cultura e la società convergono verso l’esito della denatalità.

Ma non divaghiamo. Torniamo al nostro paper che ci riserva molte informazioni interessanti. La diseguaglianza patita dalle donne afroamericane ha avuto esiti persistenti e generato effetti che hanno finito con l’alimentarla. Gli stipendi più bassi, ad esempio, hanno depresso la loro capacità reddituale, così come la maggior frequenza di famiglie numerose le possibilità di migliorarla. La condizione proletaria, potremmo dire, è stata assai più comune fra le donne di colore. E questo per una serie di ragioni, innanzitutto storiche. Il tasso di fertilità delle afroamericane in condizione di schiavitù, ad esempio, diminuiva se queste donne ottenevano la libertà. E un esito simile aveva l’aumento del tasso di scolarizzazione, che si è osservato dopo l’istituzione delle Rosenwald schools all’inizio del secolo scorso.

Partendo da queste considerazioni, il paper si concentra sull’effetto che ebbe sulla fertilità delle afroamericane la grande stagione dei diritti civili iniziata nel 1964 culminata con l’emanazione del Civil Rights Act dello stesso anno. “Le sue disposizioni – spiega l’autore del paper – hanno avuto impatti diretti e qualitativamente ampi su numerosi determinanti della fertilità, come ad esempio maggiori opportunità per il mercato del lavoro e accesso all’istruzione e ai servizi sanitari. Inoltre sono diventate in genere efficaci immediatamente dopo il 1964 e sono risultato molto impattanti per le persone di colore del sud, rispetto ai neri o bianchi del nord”. Da qui l’idea di confrontare gli indici di fertilità tra le donne afroamericane del Sud prima e dopo il 1964 con quelli di altri gruppi di altra etnia e regioni nello stesso periodo.

I risultati confermano i sospetti. Si è registrato “un declino qualitativamente ampio e discontinuo dei tassi di fertilità generale delle donne di colore del sud degli Stati Uniti immediatamente dopo il 1964, senza alcun calo comparabile tra le donne di colore del nord o le donne bianche in qualsiasi altra regione”. Si è innestato quindi quello che l’autore chiama “convergenza della fertilità” delle donne afroamericane del Sud verso la media nazionale. Il tasso di fertilità delle donne del Sud era di 151 figli ogni mille abitanti nel 1963 e scende a 118 nel 1969. Anche le donne bianche di tutte le altre regioni videro declinare il tasso di fertilità, ma non in quest’ordine di grandezza. Pure, si restrinse il gap di fertilità fra le due categorie osservate.

Insomma: una legislazione per combattere le discriminazioni ha avuto un chiaro effetto negativo sui tassi di natalità, che, chissà perché, finisce sempre con l’associarsi alla povertà (o alla notevole ricchezza) al condizionamento religioso o allo svantaggio sociale. Da allora la condizione delle donne afromericane è sicuramente migliorata e il processo di convergenza si è accentuato. Questo ci riporta al grafico iniziale: le società invecchia, inesorabilmente.

Un altro grafico però, contenuto nello stesso studio, ci lascia con una domanda in sospeso.

Negli anni ’50 e fino ai primi ’70 il tasso di fertilità della donne 15-19enni delle regioni del nord degli Usa, a prescindere dalla loro etnia, è stato sempre superiore a quello delle giovani donne afroamericane del Sud. Unica classe di età in cui si è verificata questa singolarità. Quali sono i motivi di un comportamento assolutamente non in linea con quanto abbiamo osservato? Si accettano risposte.

 

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Cronicario: Taglio anch’io, no tu no


Proverbio del 30 luglio La gentilezza vince sulla forza

Numero del giorno: 8 Crescita % transazioni immobiliari IQ 2019 su anno

Che c’è oggi da tagliare? Il canone Rai? Ci stiamo lavorando. Le tasse certo perbacco. C’è la flat tax(i) in arrivo. Anche il VicePremier di complemento (di uno) dice che è pronto a sostenerla “se trovano i 30 miliardi che servono”.

Taglia qua, taglia là, troveremo anche i soldi per i salari minimi e l’acqua pubblica  soprattutto con la madre di tutti i tagli: i tagli degli stipendi dei parlamentari che fa il paio con quell’altro taglio di cui si discute (di nuovo) oggi: quello delle poltrone dei parlamentari, cui seguirà, come da prassi consolidata, quella dei divani.

Il nostro loquacissimo VicePremier, mentre invitata l’AgCom a dimettersi, ha trovato pure il tempo di lanciare una chiara profezia: “Questo governo, se fa le cose, va avanti”.

E siccome anche gli a/lleati-vversari dicono la stessa cosa, possiamo concludere questo Cronicario pre feriale con una granitica, robusta, maschia certezza. Il governo per andare avanti farà le cose che ha fatto finora.

#Echecivuole.

A domani.

 

 

Il debito di cui nessuno parla: quello dei paesi emergenti


Cresciuti a pane e debito, più debito che pane a dirla tutta, tendiamo a dimenticare che questa consuetudine ormai è diventata pandemica com’era naturale attendersi in un’economia globalizzata. Il debito procede dappertutto, proprio come internet e le multinazionali, con un andamento spavaldo che spaventa le (poche) persone accorte che non si lasciano irretire dai frutti del benessere, indovinandone la fragilità delle fondamenta. Così la Bis, nella sua ultima relazione annuale, dove ancora una volta ha sottolineato i limiti di questo modello di crescita basato sul debito che è sempre più difficile sostenere, persino con i tassi sottozero e e banche centrali in costante esibizione di generosità.

Questioni note, che ripetiamo solo come promemoria, ma che si tende a pensare riguardino solo noi, pochi fortunati nati dalla parte giusta della storia, oltre che della geografia. Dove abitano quelle che vengono chiamate “economie avanzate”. Ma non è così. I paesi emergenti ormai da tempo sono entrati a pieno titolo nel grande gioco della globalizzazione e lo hanno fatto innanzitutto imitando lo stile vita di quelli più ricchi. Anche qui, nessuna novità: è andata sempre così. Il risultato si puà osservare nel grafico sotto.

Il debito estero in valuta straniera di questi paesi è andato crescendo di pari passo con la loro internazionalizzazione, costringendoli, per non ripetere i copioni già osservati nelle grandi crisi del debito dei paesi che una volta si chiamano in via di sviluppo, a dotarsi di corpose riserve valutarie (grafico sotto, pannello centrale) grazie alle quali le banche centrali hanno operato sul mercato dei cambi per stabilizzare il tasso di inflazione.

Ciò per dire che i paesi emergenti hanno imparato la lezione degli ultimi trent’anni, al punto di darne pure a noi “esperti”. Infischiandosene bellamente dei sacri testi che predicano cambi flessibili e target di inflazione da raggiungere attraverso la manovra dei tassi di interessi, le loro banche centrali intervengono ogni volta che gli serve sul mercato dei cambi. E così facendo si difendono dalle oscillazioni del dollaro, che denomina gran parte del loro commercio internazionale (grafico sotto, tabella di sinistra) – per tacere dei prestiti esteri – e quindi li espone a un costante rischio cambio che deve essere gestito, sempre per non ripetere copioni già visti.

Peraltro vale la pena sottolineare come questa circostanza renda per lo più leggendaria la convinzione che basti svalutare per esportare di più. La configurazione della posizione estera di questi paesi potrebbe provocare, al contrario, una perdita netta sulle partite correnti in caso di svalutazione. Da qui la scelta dei target di inflazione che, indirettamente, significa equilibrio dei cambi, perseguito con ogni mezzo.

La lezione che possiamo trarre da questa vicenda è semplice: i paesi emergenti ormai cumulano oltre 2 trilioni di debito in valuta estera, pressoché raddoppiato in un decennio. Sono loro la prima linea delle tensioni finanziarie, passate, presenti e soprattutto future. Hanno imparto a farsi furbi, imbottendosi di riserve e usandole quando serve. Non vuol dire che sono fuori pericolo. Semplicemente lo sono quanto noi. E questo non è per nulla rassicurante.

Cronicario: Dal Quantitative easing al Quanto mi costi


Proverbio del 29 luglio Nella prosperità il padre, nelle avversità la madre

Numero del giorno: -0,21 Tasso % aggiudicazione asta Bot semestrali

Meglio della notizia dei navigator dei redditieri di cittadinanza che ancora devono cominciare a lavorare e già protestano, perché la regione non firma la convenzione e blablabla, c’è solo quella che abbiamo venduto gli ultimi bot semestrali a un tasso ancora più negativo di prima. Segno che l’Eldorado, dopo averci snobbato per un annetto, è tornato a bussare (timidamente) alle nostre indebitatissime porte. Grazie ai buoni uffici della Bce siamo arrivati al punto che ci pagano per comprare i nostri debiti pubblici.

Il fatto che questo miracolo ancora non accada coi nostri debitucci privati (almeno non tutti) non vi deve rattristare: date tempo al banchiere centrale e vedrete che insieme ai titoli di stato, i convered bond, i titoli cartolarizzati, i bond corporate, presto comprerà con la versione reloaded del suo mitologico Quantitative easing anche azioni, bollette inevase e persino quella cambialetta in protesto che vi è sfuggita, perché – signora mia – coi tempi che corrono serve che il credito corra.

Ora se davvero pensate che questa corsa non finirà per farvi venire il fiatone siete finalmente in sintonia col governo del cambiamento, che ormai si è evidentemente globalizzato. Non ci credete? Allora dovreste fare un salto in Germania, dove le banche, per rientrarci in qualche modo dal magico QE, hanno iniziato a far pagare ai correntisti interessi negativi sui depositi.

Ve lo dico meglio. Avete presente i creditori che pagano lo stato italiano per prestargli i soldi? Ecco: lo stesso. Pagheremo le banche per prestar loro i soldi, persino più di quanto le paghiamo già adesso.

Ecco: la metamorfosi del Quantitative easing in Quanto mi costi sarà la pietra angolare della teoria e della pratica del central banking del XXI secolo. Fino al punto che saremo finalmente tutti pronti. A riportare i soldi sotto il materasso.

A domani.

 

L’onda anomala della Brexit sulla stabilità dei mercati e dell’Uk


Ora che Boris Johnson è stato scelto come capo del governo britannico, che dovrà dire l’ultima parola sulla tormentata vicenda della Brexit, c’è da auspicare che il nuovo premier dedichi qualche minuto alla lettura dell’ultimo Financial stability report della Banca d’Inghilterra. Potremmo definirlo come un piccolo catalogo degli orrori (o degli errori) possibili, se non probabili, sul quale aleggia come un avvoltoio l’indeterminatezza degli esiti politici, anche se, per sua e nostra fortuna, il corpo dell’economia britannica è ancora robusto. Malgrado tutto, viene da dire. Malgrado i politici e soprattutto malgrado i rischi esterni in crescita, fra i quali campeggiano in eguale ordine il debito cinese e persino quello del settore pubblico italiano, ormai ospite fisso delle preoccupazioni internazionali riportate nei rapporti delle fonti ufficiali.

Ma tale robustezza sarebbe meglio non metterla alla prova, sembra di capire. Ovviamente il rischio interno è quello che più preoccupa la banca centrale. Ed è per questo che il nuovo primo ministro dovrebbe leggere almeno le prime pagine del documento, che spiega come la stabilità finanziaria britannica sia cosa ben diversa dalla stabilità dei mercati. La prima può dirsi garantita – lo suggeriscono i vari stress test – dal buon livello di capitalizzazione delle banche del paese e dal lungo processo di rafforzamento messo in campo nell’ultimo decennio, certo favorito dalle politiche accomodanti della banca centrale, che ha avuto come contropartita un livello ancora elevato di debito privato nel paese.

A quest’ultimo fa il verso la posizione estera dell’UK, ancora fortemente deficitaria, anche nel confronto con i principali paesi europei, che espone il paese – bisognoso com’è di finanziamenti esterni per i suoi  deficit – a improvvise mancanze di afflussi netti.

Ma l’UK, per sua fortuna (e nostra) ha una lunga storia di successo economico alle spalle, che nel presente gli ha garantito e probabilmente continuerà a garantire, malgrado i politici e il futuro della Brexit, un ruolo importante nel sistema finanziario internazionale, oltre che il mantenimento della stabilità finanziaria. Che è altro da quella dei mercati, ed è meglio ripeterlo. Perché se in autunno prevarrà il no deal la BoE ha ben chiaro che sui mercati, britannici ma non solo, si abbatterà l’onda anomala della Brexit della quale abbiamo avuto sentore, quanto alla sua capacità distruttiva, quel giugno del 2016, quando si conobbe l’esito del referendum. E prepararsi a questa onda anomala, della quale è impossibile prevedere la capacità distruttiva, è compito molto difficile.

Peraltro le conseguenze di quel giugno 2016 sono ancora visibili. L’indice della sterlina mostra che la valuta britannica viene scambiata al 15% in meno del suo valore, rispetto all’inizio del 2016. Poteva andare assai peggio, se si ricorda la situazione patrimoniale del Regno Unito.

Con debiti per circa il 430% del Pil e un deficit corrente, la sterlina poteva collassare. Ma non è accaduto. Principalmente perché sul lato degli asset i britannici hanno attivi patrimoniali superiori alle passività. La svalutazione peraltro ha aumentato il valore di questi asset, denominati in valuta estera, e quindi migliorato la posizione netta. Il che ha rallentato la svalutazione. L’UK è riuscita a frenare con i piedi la discesa della sterlina, ma solo perché ha scarpe buone.

Ciò non vuol dire che il deficit corrente, arrivato al 5,6% del Pil nel primo quarto 2019, non debba essere finanziato. E questi prestiti sono arrivati in gran parte da due segmenti del mercato: il commercial real estate (CRE) e i leveraged loan (LL). Questo nel periodo 2016-19, durante il quale gli investimenti esteri sul CRE hanno pesato la metà di quelli complessivi. Prima per finanziare questi deficit il Regno Unito ha dovuto vendere asset.

Ma sia i CRE che i LL sono mercati sensibili alle condizioni macroeconomiche e finanziarie, oltre ad essere già parecchio “tirati”. Non a caso “il calo degli investimenti esteri nel Q1 2019 è stato accompagnato da una diminuzione dello 0,7% dei prezzi CRE”, come nota la BoE. Ciò per dire che l’UK pattina su un sottilissimo strato di ghiaccio, che potrà pure resistere ai torridi della volatilità dei mercati, ma non certo uscirne indenne.

Tutto questo in un contesto già gravato dagli ulteriori rischi ai quali abbiamo accennato ai quali si aggiunge quello derivante dall’esito, ancora più incerto, della guerra commerciale, che grava immediatamente sul futuro della Cina e, di conseguenza, sul resto del mondo, come si può indovinare guardando al grafico sotto.

Ma forse l’idea che un politico come Boris Johnson possa non solo leggere ma anche farsi suggestionare da un rapporto di una banca centrale è utopistica, o quantomeno fuori moda. A giudicare dal dibattito in corso in Gran Bretagna sembra che dei rischi e dei tormenti che potrebbero verificarsi prima di fine anno ai politici interessi poco. Almeno finché non si materializzano.

Cartolina: La Giovine Italia


Se fosse vera la realtà fotografata dalla statistica, dovremmo credere che un giovane italiano su quattro non solo non abbia la minima idea del suo futuro, ma che neanche se ne curi, visto che non studia né lavora, né impara un mestiere. E che quindi sia possibile, in questo paese che invecchia riccamemente, mantenere un quarto dei nostri giovani mentre si cullano nell’idea di una vincita alla lotteria o, che è lo stesso, di un’improvvisa celebrità che li esima dal tormento di una vita normale, fatta di lavoro e bollette da pagare. Se fosse reale, questa verità dei numeri, dovremmo pensare che l’Italia giovane sia come quella vecchia, che sogna la pensione e se ne infischia del resto. Ma la statistica per fortuna vede solo quello che le fanno vedere. Il problema è che la Giovine Italia ancora non si vede.

Cronicario: PagheRai con la Flat Taxi, ma non il canone tv


Proverbio del 25 luglio Il chilometro è lungo, per chi è stanco

Numero del giorno: 526 Importo medio del reddito di cittadinanza nei primi tre mesi

Annunciazione annunciazione (cit.): il ministro Mammamia, che non a caso rima con economia, ha detto che “ci sono margini più ampi”. Tradotto vuol dire che…

Bello vero: che cosa meravigliosa: spendere per guadagnare. Siamo talmente bravi a farlo, noi italiani, che abbiamo speso fino a fare 2.300 e rotti miliardi di euro di debiti nel tempo e guarda come stiamo.

E siccome siamo bambinoni, ecco che si prepara la prossima favoletta che i nostri inesauribili VicePremier, assai versati nelle narrazioni, faticano non poco per trasformare in realtà. Quella della Flat Tax (i) già la conoscete. Non ci crede nessuno, ovviamente, però ci sperano tutti. Salvo poi scoprire, come è successo oggi dopo che un centro studi ha fatto due conti, che con un’aliquota flat al 15%, come dice Mister IPhone, uno che guadagna 55 mila euri l’anno ne risparmia settemila, e uno che ne guadagna 29 mila appena la metà. Meraviglioso no?

Non c’è altro da aggiungere, salvo che forse l’adesione alla Flat tax potrebbe addirittura essere volontaria…

Sull’altro fronte, quello degli a/lleati-vversari, l’altro Vicepremier se n’è uscito con un colpo di genio: dobbiamo abolire il canone Rai. Ovviamente trascura di ricordare che poi la Rai dovrebbe pescare altrove i soldi per mantenere il suo caravanserraglio.

Ma siccome “ci sono più margini”, aboliranno pure il canone Rai che comunque verrà ripagato dalla Flat tax (i). E tutti vissero felici e contenti. E adesso tutti a nanna.

A domani.

 

La strategia “coloniale” dei prestiti cinesi


Abbiamo visto che col tempo la Cina è diventata una grande creditrice internazionale dividendo le sue enormi eccedenze fra i paesi avanzati e quelli in via di sviluppo, secondo criteri e quantità assai differenti. Il paper del Nber che analizza questi flussi ci consente di guardare più in dettaglio e quindi comprendere meglio quali siano i principali snodi del capitale cinese, aiutandoci così a indovinare il pensiero che guida questi flussi. E’chiaro che se presto più denaro a un paese rispetto a un altro questa scelta obbedisce a un qualche tipo di ragionamento.

Facciamo partire l’osservazione dai paesi in via di sviluppo, verso i quali in questi ultimi anni i flussi finanziari cinesi sono stati robusti. Sappiamo già che questi prestiti, che hanno finito col surclassare quelli delle istituzioni internazionali, sono spesso concessi a tassi di mercato, con notevoli garanzie per la Cina e spesso sono collegati a forme di restituzione in natura. Quindi i prestiti servono in qualche modo anche ad assicurare alla Cina le materia prime, innanzitutto energetiche, di cui ha disperato bisogno. Una forma di capitalismo finanziario che gli autori del paper hanno assimilato a quello coloniale delle grandi potenze occidentali del XIX secolo.

Questi prestiti, va ricordato, sono spesso anche collegati a grandi progetti infrastrutturali. Quindi, aldilà degli aspetti finanziari collegati alle forme di restituzione, c’è un tema geopolitico che va considerato, come sa chiunque segua le corpose cronache collegate allo sviluppo della Bealt and Road initiative di Pechino. I prestiti cinesi servono a costruire, strade, ferrovie, porti, reti digitali. Tutte cose di cui i paesi in via di sviluppo hanno bisogno ma che servono anche alla Cina per internazionalizzarsi sempre più.

Su tutto ciò pesa l’asserita opacità dei prestiti cinesi ai paesi in via di sviluppo, più volte lamentata dagli autori della ricerca. Quindi bisogna accontentarsi di quel che si è riusciti a sapere, che comunque non è poco. Compulsando una pluralità di fonti, gli autori sono riusciti a organizzare un database che raccoglie i prestiti concessi fin da quando la neonata Repubblica popolare iniziava a muovere i suoi primi passi nella storia e già non trascurava di cimentarsi nell’arte della diplomazia dei prestiti esteri. Complessivamente sono stati raccolti circa duemila prestiti concessi a 150 paesi dal 1949 in poi, per un totale di impegni pari a circa 530 miliardi di dollari.

Le stime, perché di questo si tratta, vanno prese con giudizio, per le ragioni che abbiamo detto. Servono più che altro a dare un ordine di grandezza delle cifre in gioco. Ciò premesso, gli autori calcolano in 400 miliardi di dollari i prestiti in circolazione alla fine del 2017 a 106 paesi in via di sviluppo o emergenti. Una cifra che si confronta, evidentemente al ribasso, con i 650 miliardi di prestiti riportati nella bilancia dei pagamenti cinese e con i 919 di prestiti bancari all’estero identificati da altri studiosi. Ma questo al momento interessa poco. Ciò che interessa rilevare è che si tratta di un impegno finanziario importante e, soprattutto, ramificato.

Quest’ultima caratteristica, in particolare, merita di essere osservata più da vicino. Come abbiamo detto la Cina ha iniziato molto presto a concedere prestiti esteri e poi, dopo un certo periodo di “sonno” fra gli ’80 e i ’90, ha visto un piccolo boom con l’inizio del nuovo secolo.

“Ora che la Cina rappresenta oltre il 15% del PIL mondiale – sottolineano gli autori -, le conseguenze finanziarie dei suoi prestiti all’estero sono più ampie che mai”.

In pratica circa l’80% dei paesi ricevono o hanno ricevuto prestiti o sovvenzioni cinesi. Pechino in sostanza ha lanciato l’ennesima sfida a un primato americano, che ancora resiste ma chissà fino a quando.

Il che ci ricorda l’importanza della diplomazia dei prestiti, non a caso esercizi favorito delle potenze egemoni. In alcuni momenti i prestiti cinesi hanno persino primeggiato fra le varie fonti di finanziamento destinati ai paesi in via di sviluppo.

La contropartite di questo attivismo è stata una crescita notevole delle obbligazioni di questi paesi nei confronti della Cina. Gli autori hanno anche stilato una classifica dei paesi più indebitati, e in cima troviamo il piccolo stato di Gibuti, dove la Cina ha aperto una base navale accanto a quella americana. Una vicenda che abbiamo approfondito altrove parlando dello straordinario espansionismo portuale cinese.

Aldilà delle classifiche, conta rilevare che oltre due dozzine di paesi hanno debiti con la Cina per più del 10% del loro pil. I prestiti diretti ai primi 50 debitori cinesi sono cresciuti di più del 16% nel 2017, con la conseguenza che questi paesi sono oggi più indebitati con la Cina che col resto del mondo. Secondo le stime degli autori, i paesi in via di sviluppo ed emergenti devono a Pechino 380 miliardi di dollari, a fronte dei 264 che gli stessi paesi hanno con quelli del club di Parigi. E i paesi più esposti sono quelli a più basso reddito.

“Un altro gruppo di paesi molto esposti verso la Cina sono quelli che esportano petrolio, come Angola, Ecuador, Niger e Venezuela”, osservano gli autori, così come quelli interessati ai progetti della Bri. Le regioni più indebitate sono quelle dell’Estremo Oriente e del Centro Asia, comprese alcuni paesi molto prossimi geograficamente con il Laos e la Cambogia. Anche il credito verso l’Europa orientale è cresciuto negli ultimi cinque anni, anche se non ai livelli delle altre regioni che abbiamo visto.

Questi prestiti si caratterizzano per il loro essere di provenienza statale e a grande vocazione commerciale. Spesso sono denominati in dollari e con tassi di interesse che incorporano un premio di rischio come un normale prestito bancario. I tassi oscillano fra il 2-3% a differenza dei prestiti a tasso zero usualmente concessi dalle istituzioni internazionali. Qualche esempio: nel 2010 l’Ecuador ha preso a prestito 1,7 miliardi di dollari dalla China Export-Import Bank al tasso del 7% in 15 anni. Oppure l’Angola, che ha avuto erogazioni da banche statali cinesi per 20 miliardi a un tasso medio del 6% con maturità da 12 a 17 anni. E poiché si tratta di prestiti con sotto del collaterale, questi crediti hanno una qualche forma di privilegio rispetto a quelli concessi dalle istituzioni internazionali. I cinesi insomma, sono generosi prestatori, ma a caro prezzo e con garanzie.

Le grandi protagoniste di questi flussi sono due banche. Oltre alla China Export-Import Bank, troviamo la China Development Bank: due dei pilastri del sistema finanziario cinese che abbiamo osservato altrove. Si tratta di banche che seguono le direttive del Chinese state council, quindi “politiche”. Gran parte di questi prestiti sono in dollari, circa l’85% secondo le stime degli autori. Ciò implica che la politica monetaria Usa, indirettamente, non solo ha conseguenze sulla stabilità finanziaria dei paesi debitori, ma anche sui crediti cinesi. A dimostrazione del fatto che nel mondo di oggi nessun paese è un isola, anche se a molti piace pensare il contrario.

Rimane da capire se questi debiti sparsi a piene mani fra i paese più fragili non siano a rischio. Ma questa è un’altra storia. E intanto può essere interessante ricordarne un’altra.

(2/segue)

Puntata precedente: Alla scoperta della diplomaziona dei prestiti cinesi

Puntata successiva: I prestiti cinesi rischiano di creare un’altra crisi del debito

Cronicario: E dopo la vecchia Tav arriva la nuova Imu


Proverbio del 24 luglio Il pane del povero è sempre duro

Numero del giorno: 3.150.000.000 Perdita Deutsche Bank IQ 2019

Com’è riposante avviarsi al riposo osservando i cambiamenti innescati dal governo del cambiamento che, come sempre sorprendente, ha riesumato la vecchia Tav scoprendo dopo varie analisi costo/opportunità che dicevano il contrario, che costa più non farla che farla.

Ma il bello è che non finisce qui. Da qualche giorno sono in corso chiacchierate illustri sul futuro della tassa più amata dagli italiani (nb: è ironico), ossia l’Imu, che come non si perita di informarci l’erario ha fruttato, insieme con la sua collega Tasi 19,8 miliardi nel 2018, dei quali 18,7 Imi e il resto Tasi.

Lo scopo delle audizioni che si stanno tenendo in questi giorni in Parlamento, giurano i beneinformati, è quello di istitutire una “nuova Imu” che “prefiguri un’importante semplificazione non solo per i contribuenti, ma anche per i comuni”. Questi ultimi infatti hanno entrate che per il 70% dipendono proprio da questi tributi. Anche qui, la parola magica è sempre la stessa: semplificazione.

Ora lungi da me pensare che la semplificazione finirà col condurre a un aggravio del balzello. Ma ricordo a tutti che a ottobre comincerà la caccia al bottino per pagare la prossima legge finanziaria, dove come al solito sono state promesse decine di miliardi di cose (in euro). Lo dico così. Semplicemente.

A domani.

La gelata degli investimenti italiani


L’ultimo Bollettino economico di Bankitalia ci consente di analizzare uno dei fattori che ha contribuito al notevole rallentamento della nostra economia: il calo degli investimenti provocato dal ciclo economico internazionale, che ha depresso la domanda estera per una serie di ragioni, ma anche da fattori interni che sembrano aver indebolito la voglia delle imprese di investire.

Il grafico è molto eloquente e non ha bisogno di molti commenti. In sostanza, “nel 2019 la spesa per investimenti a prezzi costanti si assesterebbe su livelli appena superiori a quelli del 2018, frenata dal calo prefigurato dalle aziende manifatturiere”. Al contrario, “le imprese dei servizi, che nel 2018 hanno ridimensionato la spesa, ne prevedono una ripresa”.

La spesa per investimenti, che è stata rilevata tramite un’indagine svolta su 4.200 aziende fra il mese di febbraio e di maggio impegante nell’industria e nei servizi non finanziari, mostra che ancora nel 2018 la spesa per investimenti (+3%) era cresciuta all’incirca quanto l’anno precedente (+2,7%). Al contrario le previsioni per il 2019 indicano un robusto arretramento. Ma non è questa l’unica informazione che si può trarre da grafico. Dalle proiezioni, infatti, si evince che le previsioni di investimento delle imprese più grandi, che sono positive, vengono praticamente cancellate da quelle uguali e contrarie delle imprese di minore dimensione.

Quanto alle ragioni, Bankitalia nota che “oltre metà delle aziende ha beneficiato di almeno una delle misure di incentivo agli investimenti. La spesa realizzata da tali imprese ha rappresentato nel 2018 più di due terzi degli investimenti complessivi; circa un terzo di queste ha dichiarato che almeno parte dell’accumulazione è stata realizzata grazie alle misure di sostegno”. Ciò significa che il venire meno di questi stimoli è capace di provocare un rallentamento della prospensione ad investire. Il che dovrebbe sempre farci riflettere sul lato oscuro dei sussidi, che fanno bene subito e chiedono il conto dopo. Ma si tende a dimenticarlo.