Etichettato: the walking debt

Cronicario: E dopo l’anticipo del Tfs si prepara quello del Tso


Proverbio del 23 gennaio I corvi sono dappertutto neri

Numero del giorno: 3,8 Calo % export giapponese a dicembre

E’ chiaro a questo punto che la soluzione di tutti i nostri problemi è il denaro pubblico, meglio se profuso a pioggia. I maestri del pensiero che abbiamo la fortuna di avere al governo ce lo ricordano a ogni pie’ sospinto e meno male. Come faremmo a svegliarci ogni mattina se non sapessimo che c’è un disegno illuminato per il rilancio del paese?

Si dormirà pure maluccio pensando ai buffi. E tuttavia ogni mattina il governo del cambiamento trova le parole giuste per raddrizzarci la giornata. Ieri era la card di parannanza, oggi il Tfs, che non sta per treno fuori servizio ma per trattamento di fine servizio, ossia la mitologica buonuscita che i dipendenti pubblici prendono alla fine della loro vita lavorativa. I più fortunati riescono a prenderla anche prima che finisca la loro vita tout court, visto che lo stato, notoriamente, paga a babbo (pensionato) morto e prima di vedere questi due spicci può passare anche una generazione.

Ma ecco che arriva l’addrizzata, il colpo di genio, la mandrakata. Grazie alla manovra del popolo (a debito) sarà possibile ottenere l’anticipo dalle banche (a pagamento posticipato degli interessi da parte del percettore ma con ristoro fiscale con scappellamento a destra) del Tfs. Un bella pasticca di denaro pubblico per dare denaro al pubblico che, spendendolo, salverà il bilancio del pubblico.

Penserete che propagandare questa ricetta miracolosa sia troppo pure per il vostro Cronicario. Ma leggete che dice una delle teste d’uovo che per buona sorte governa oggi: “Nel 2019 anticiperemo 5 miliardi di liquidazioni che i dipendenti pubblici avrebbero intascato con un ritardo tra due e cinque anni. Sono soldi che finiranno nell’economia del Paese, sono cinque miliardi di potenziali investimenti aggiuntivi. Sappiamo che il Tfs viene speso abbastanza velocemente”.

Ce lo vedo proprio il pensionato pubblico finanziare col Tfs la costruzione del ponte sullo stretto. Mi sorge il sospetto perciò che l’anticipo del Tfs sia l’ennesima trovata geniale che fa il paio con la signorina Quota 100 e il reddito di parannanza. Erogazioni che avvengono in un paese ad alto tasso di evasione fiscale, dove la spesa per il welfare è già altissima (e stendiamo un velo pietoso sulla qualità di questo welfare)

e dove ancora più alto è il tasso di tesaurizzazione della ricchezza.

Il Tfs, che “sappiamo viene speso velocemente” rischia di finire nei depositi bancari che già assorbono più di un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Niente di più facile che si prepari una straordinaria partita di giro.

Vi sbagliate: i pazzi siete voi – e siete sempre meno – che non capite la finezza del governo del cambiamento. Ma state sereni. Dopo l’anticipo del Tfs il governo penserà a quello del Tso. Sempre a spese vostre, ovviamente.

A domani.

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L’assedio cinese ai porti dello Sri Lanka


Come pezzi di un puzzle, i numerosi porti lungo i quali viaggiano le merci che la Cina scambia col resto del mondo iniziano a delineare la fisionomia della Maritime silk road la cui realizzazione Pechino sta perseguendo con grande determinazione, trattandosi di una delle vie commerciali più strategiche dell’economia cinese. Abbiamo già osservato alcuni approdi. Per questo non si può evitare di mostrarne un altro, assai sensibile nello scacchiare internazionale che ruota attorno all’Indo-Pacifico, perché riguarda l’isola dello Sri Lanka, dove la Cina sta tentando di ottenere importanti concessioni territoriali dopo aver conquistato una concessione di 99 anni per l’uso del porto di Hambantota a saldo di alcuni debiti non pagati.

Il copione si sta sostanzialmente ripetendo attorno al porto di Colombo City che fa parte della Belt and road initiave cinese, al centro di un altro maxi prestito da 1,4 miliardi che la Cina ha concesso allo stato quando governava l’ex presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa. Per capire perché Pechino consideri così tanto rilevante Colombo nei suoi piani, basta osservare questa mappa.

 

Attorno al porto si sta sviluppando una vasta area oggetto dei desiderata cinesi, ormai divenuti i grandi banchieri del piccolo stato che la geografia ha trasformato in uno snodo fondamentale del grande gioco che si sta sviluppando nell’Oceano Indiano. Per dare un’idea basta ricordare che di recente i ministro delle finanze di Colombo ha dichiarato che la Cina ha offerto un miliardo a Colombo per dare ristoro alle riserve estere, prosciugate da un esodo di capitali cui certo non ha giovato il recente downgrade patito dallo Sri Lanka, che ha duramente patito gli esiti della crisi del 2008. Qualcuno ha calcolato che lo Sri Lanka debba circa 8 miliardi ai cinesi. E questo debito segna una seria ipoteca politica sul paese, storicamente legato alla politica indiana ma adesso sempre più inserito nell’orbita cinese. Col risultato che anche i porti dello Sri Lanka son finiti a far parte della complessa partita che si sta sviluppando nel quadrante Indo-Pacifico.

Tutto questo accade mentre il paese è impegnato in una difficile partita politica interna dagli esiti assolutamente imprevedibili. Sarà per questo che intanto la Cina si preoccupa di capitalizzare i suoi investimenti. Per adesso coi porti. Poi si vedrà.

 

 

Perché fa più paura una crisi dei paesi emergenti


Con un fine 2018 sottotono e un 2019 pieno di punti interrogativi per l’economia internazionale, si capisce bene perché la Bce nel suo ultimo bollettino abbia ritenuto necessario offrire un approfondimento sullo stato di salute delle economie emergenti. C’è anche un terzo motivo, a ben vedere. “Rispetto a un ventennio fa – recita il Bollettino -, le economie emergenti svolgono, a livello aggregato, un ruolo significativamente più importante nell’economia internazionale, rappresentando oltre la metà del PIL (a parità di potere di acquisto) e dei flussi di capitali lordi a livello mondiale”. Se il blocco Emergente si ammala, insomma, anche le ricche economie avanzate, che con gli Emergenti hanno fatto ricchi affari prima e dopo la crisi, rischiano di rimetterci la salute. “Gli andamenti di tali economie (emergenti, ndr) possono produrre un considerevole impatto sugli altri paesi attraverso una serie di canali, tra cui quello commerciale, quello finanziario e quello della fiducia”.

Certo, oggi è molto diverso da ieri. Dai tempi delle varie crisi che spiravano da questi lidi lontani – si pensi alle crisi asiatiche di fine anni ’90 – questi paesi hanno imparato a costituire riserve e a diminuire i rischi di fragilità. Ma questo non vale per tutti. Quindi è saggio andare vedere i conti dei principali paesi osservando innanzitutto l’equilibrio dei loro conti con l’estero partendo magari dall’andamento dei saldi correnti, che misurano gli scambi dei singoli paesi con l’estero.

Come si può osservare dal grafico alcune situazioni, peraltro di paesi dove nei scorsi ci sono state parecchie turbolenze, sono difficili. E sono gli stessi paesi, Argentina, Sudafrica e Turchia, dove anche le riserve valutarie sono diminuite.

A ciò si aggiunga che molte di queste economie, a cominciare dalla Cina, hanno fatto un notevole ricorso all’indebitamento in dollari e questo “potrebbe rappresentare un rischio per la stabilità finanziaria nel caso di un ulteriore rafforzamento del dollaro statunitense”. Una situazione non certo nuova. “Alla fine degli anni ’90 del Novecento, le condizioni finanziarie più tese negli Stati Uniti tendevano a trasmettersi con maggior vigore alle economie emergenti; tuttavia tale sensibilità si è ridotta alla vigilia della crisi asiatica per poi tornare ad aumentare negli ultimi anni”.

A ciò si aggiunga che “in alcune economie emergenti gli squilibri interni sembrano aver subito un peggioramento, come indicato dalla crescita delle emissioni di debito in valuta locale e dalla riduzione dei margini di manovra”. Questo vale per tutti i settori di queste economie, e in particolare per il settore corporate, dove il debito cinese ormai alle stelle ha un peso specifico rilevante.

Sulla base di queste considerazioni la Bce ha svolto una simulazione per confrontare lo stato macroeconomico attuale degli Emergenti con quello del ’97 ricavandone la conclusione che mentre le economie asiatiche hanno migliorato la loro posizione complessiva “a dimostrazione del fatto che gli insegnamenti della crisi del 1997 sono
stati recepiti”, Argentina e Turchia appaiono più vulnerabili.

Il caso cinese è controverso. Sebbene “si caratterizzi per un avanzo di conto corrente moderato, bassa inflazione, crescita vigorosa, riserve valutarie ampie e livelli ridotti di debito estero”, al tempo stesso “nell’ultimo decennio in Cina si è osservato un rapido aumento della leva finanziaria, fattore che il modello potrebbe non rilevare in modo soddisfacente”. L’esito cinese, insomma, rimane ampiamente incerto. E considerando la dimensione globale nella quale si agita Pechino ciò non può che turbare gli investitori. Che però intanto investono.

 

 

 

 

 

 

Cartolina: L’economia degli ereditieri


Proprio come negli anni ’50, in Europa oggi più della metà della ricchezza deriva dalle eredità. Non siamo ancora ai livelli della Belle époque, quando dai lasciti ne dipendeva oltre il 70%, ma con un po’ di applicazione ci arriveremo. Merito anche della demografia avversa, che concentra sempre più nelle mani di sempre meno e per giunta poco prolifici grandi patrimoni frutto dell’arricchimento democratico del secondo dopoguerra. E questo è il problema. A differenza degli anni ’50, infatti, oggi non andiamo verso magnifiche sorti e progressive società popolose, laboriose e illuminate, ma verso cittadelle depresse dalla sazietà e abitate in parte crescente da anziani con la sindrome dell’assedio, dove le uniche economie che prosperano sono quelle dell’intrattenimento e della paura. Il risultato è che sempre meno avranno sempre più, senza che sia chiaro a chi andrà dopo di loro tutta questa roba. L’economia degli ereditieri, nel tempo del Tedioevo.

 

Cronicario: La signora Pensione Anticipata surclassa la signorina Quota 100


Proverbio del 17 gennaio Il destino è un mare senza sponde

Numero del giorno: 825.000.000 Calo surplus commerciale italiano a novembre rispetto al 2017

In attesa che arrivi il Decretone, che verrà approvato dicono oggi, non è tanto quello che c’è scritto che dovete sapere, ma il fatto che un sottosegretario abbia detto che “c’è tutto dentro: quota 100, il reddito di cittadinanza, il Tfs e persino il fondo Alitalia, abbiamo trovato le coperture”.

Se sentite freddino nella parte bassa della zona lombare non state a preoccuparvi: è l’età che avanza insieme col Decretone. Col tempo dovreste avere imparato quanto sia salutare un governo sollecito. E se siete vecchi abbastanza dovreste averci fatto il callo e sapere come finirà.

Detto ciò, in questo invecchiare vagamente doloroso c’è persino una bellezza, che per l’italiano medio, in costante debito di fancazzismo, ha un nome e un cognome preciso.

Si vede che quelli del governo sono ancora dei ragazzi. Perché se avessero qualche annetto in più saprebbero che la signora Pensione Anticipata è la vera protagonista del nostro dibattito politico. La sua incarnazione recente – la signorina Quota 100 – sconta i difetti classici della giovane età: presunzione, supponenza, un filino di arroganza. E soprattutto una sostanziale ignoranza. Per dire: perché mai si dovrebbe andare in pensione a 62 anni (+38 di contributi=100) quando l’età media della signora Pensione Anticipata si abbassa di anno in anno?

Vedete questo piccolo capolavoro? Noi italiani abbiamo una delle età pensionabili teoriche più alte del mondo e insieme una effettiva fra le più basse. Dal 2016, quando i dati di questo grafico sono stati raccolti, si è persino abbassata. E mica andando a dire in giro per il mondo Quota 100 qua e Quota 100 là, attirandosi un sacco di cazziate e parecchio spread. Semplicemente lasciando che la signora Pensione Anticipata facesse il suo corso. Tanto lassù, al governo c’è sempre qualcuno che l’ama.

Volete qualche numeretto più recente? Eccolo qua, fresco fresco dall’Inps. Per uno che nel 2018 è andato in pensione con l’età di vecchiaia (66 anni e sette mesi) 2,2 sono usciti con la signora Pensione anticipata, notoriamente molto socievole, per non dire generosa. Complessivamente, a fronte di 40.250 pensioni di vecchiaia (-30,5% sul 2017) ci sono state 89.421 uscite per anzianità contributiva (-7%). Tra questi pensionamenti anticipati l’età media di uscita è stata di 60,7 anni, in calo rispetto ai 60,8 dell’anno precedente. C’è anche un gruppo nutrito (38.020 persone) che è uscito dal lavoro tra i 55 e i 59 anni. Ciò conferma che la signora Pensione anticipata, oltre ad essere di indole generosa, ha pure i superpoteri, considerando che comunque richiede 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne per concedersi.

La signorina Quota 100, perciò, si dia una regolata. La smetta di darsi delle arie. E’ solo una dilettante allo sbaraglio. L’ultima arrivata che gioca a far la star. E ogni riferimento a cose o governi…

A domani.

 

A Gibuti, crocevia degli scambi globali, fra i due litiganti gode la Cina


Se in fin dei conti fosse solo una questione di interessi economici potremmo prestar fede al ministro delle finanze di Gibuti, Moussa Dawaleh, che di recente ha spiegato con parole assai chiare la ragione per la quale il piccolo stato incistato sopra il Corno D’Africa, al centro di rotte commerciali strategiche innanzitutto per il traffico di risorse energetiche, ha visto espandersi massicciamente la presenza di capitale cinese nei suoi investimenti infrastrutturali, ambiziosi quanto rilevanti. Osservare quello che sta succedendo laggiù ci consente di completare la breve ricognizione che abbiamo fatto in questi giorni discorrendo di alcuni snodi strategici della complessa partita che si sta giocando nel quadrante euroasiatico col pretesto di alcuni investimenti portuali, segnatamente a Gwadar, in Pakistan, e a Chabahar, in Iran.

Gibuti, quindi. “Non non diamo esclusive a nessuno – ha detto il ministro africano -. Non si tratta di opporre la Cina all’Occidente. Se riuscirò a ottenere dall’Occidente le stesse condizioni che sto ottenendo da Eximbank (istituzione cinese, ndr), sarò più che felice. Se posso ottenere di meglio di quello che la Cina ci offre, sarò ancora più felice. Non devo solo trattare con un partner. Ma per adesso è la Cina quella che rischia. Forse alcuni amici non sono felici di sentirlo, ma questa è la realtà”. Questione puramente economica, quindi. La Cina presta a Gibuti i denari di cui abbisogna per nutrire la sua fame di infrastrutture, più che comprensibile per un’economia che secondo alcune stime ricava il 70% della sua produzione dal trasporto di merci e quindi dalla logistica, e tanto basta. Se l’Ue, l’America, o i rissosi paesi che ruotano attorno al Corno D’Africa vorranno o sapranno fare di meglio, tanto meglio per Gibuti. Fine della storia.

Ma che non sia così semplice – che non si tratti solo di traffico di denaro ma di influenza politica – lo si capisce anche solo osservando il ritaglio di mondo dove gravita Gibuti che ha la ventura di affacciarsi sullo stretto di Bab el Mandeb, assai noto agli osservatori di cose energetiche per la semplice ragione che ci passano le petroliere (e non solo) destinate a passare il canale di Suez.

Ai quelli meno addentro basterà sapere che ogni giorno quasi cinque milioni di barili passano da qui, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) proprio di fronte allo Yemen dove da anni deflagra un conflitto sanguinoso e dimenticato. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, vengono trasportati da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico. Raffinerie che adesso, come abbiamo visto, i Sauditi vogliono installare anche a Gwadar,

Tutto questo basta a spiegare perché le vicende di Gibuti stiano molto a cuore al mondo mediorientale. Non solo all’Arabia Saudita e non solo per questioni di petrolio. Nel febbraio scorso è scaduta la concessione che Gibuti aveva rilasciato nel 2006 alla DP World, una compagnia pubblica di Dubai posseduta dallo stato, che lavora come operatore portuale e che in tutto questo tempo ha gestito il container terminal di Gibuti di Doraleh (Doraleh container terminal, DCT), che si trova proprio vicino allo stretto di Bab al Mandeb. Notizia che sarebbe rimasta confinata nella nicchia degli specialisti se non fosse che, poco dopo l’interruzione unilaterale della partnership, il posto della compagnia degli Emirati Arabi Uniti è stato preso da una compagnia cinese, la China Merchants Port Holdings (CMPH), la stessa compagnia che gestisce un porto che lo Sri Lanka ha ceduto alla Cina come pagamento di debiti rimasti insoluti.

La scelta della compagnia cinese come operatore della DCT si spiega anche con la circostanza che la CMPH ha pagato 185 milioni di dollari e possiede il 23,5% della Port de Djibouti SA (PDSA), la compagnia che gestisce il porto di Gibuti che è a sua volta la maggiore azionista della DCT. I cinesi, peraltro, sono notevolmente impegnati economicamente in altre iniziative che coinvolgono Gibuti, fra i quali lo sviluppo infrastrutturale di una zona di libero scambio, il nuovo porto multiservizi e persino una ferrovia che collega Gibuti con l’Etiopia, in particolare con Addis Abeba, costata centinaia di milioni che nessun altro finanziatore voleva spendere per dotare l’area di un collegamento considerato strategico per quanto dispendioso. La Cina ha investito anche per finanziare un acquedotto. Complessivamente per i vari progetti che ha in corso di sviluppo a Gibuti si calcola che la Cina abbia investito tramite le sue varie entità quasi due miliardi di dollari che si aggiungono ai già corposi investimenti che la Cina ha fatto in Africa negli ultimi anni.

Il fatto rilevante è che l’ascesa cinese a Gibuti si inserisce in uno scenario assai complesso dove si confrontano antiche rivalità che coinvolgono i paesi arabi dell’area. Basta ricordare il duro confronto che oppone dal 2017 quattro stati che insistono nell’area – Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein – con il Qatar, accusato di terrorismo, che si è aggravata dopo che quest’ultimo si è avvicinato all’Iran, storico avversario dei Sauditi. La tensione è salita fino al punto che di recente il Qatar ha annunciato la sua uscita dall’Opec dopo una permanenza di decenni motivando la decisione con la scelta di concentrare i propri sforzi produttivi sul gas. Con la conseguenza che Qatar e Arabia Saudita si trovano a esser avversari e a dover condividere una porzione di territorio – la via marittima che collega il Mar Rosso ai mercati europei e al Nord America diventata sempre più instabile. Se all’equazione si aggiunge la Turchia, che è una buona amica del Qatar, che investe massicciamente in Somalia e gioca un ruolo di importanza crescente nell’equilibrio della regione (si pensi alla crisi siriana), ecco che lo scenario diventa improvvisamente favorevole all’arrivo di un terzo che si inserisca a vantaggio proprio fra i litiganti. La Cina appunto.

Il piccolo Gibuti e la grande Cina sembra il titolo di una storia destinata a finire male per gli africani, che molti osservatori temono possano finire nella trappola del debito. Ossia la tagliola finanziaria nascosta dietro la Belt and Road initiative di Pechino che i detrattori dei cinesi usano come argomento costante nelle loro analisi. Prestare ai paesi bisognosi e poi obbligarli a cedere qualcosa. Accuse che Pechino ha sempre respinto con sdegno. Ma lo scenario di Gibuti è molto composito, come si vede, e anche i paesi occidentali fanno la loro parte. La posizione geografica del piccolo stato africano spiega perché al suo interno ospiti basi militari americane, francesi, saudite, giapponesi e, ovviamente cinesi. C’è persino l’unica base militare italiana all’estero. Tutti questi mondi convivono nello spazio ristretto e instabile di uno staterello costiero che insiste lungo una grande arteria della globalizzazione. Questo piccolo miracolo – finché dura – mostra che il piccolo Gibuti forse ha il talento di avere tanti amici, come diceva il suo ministro del dell’economia e di riuscire persino a convincerli a finanziare le sue manie di grandezza. Ma dovrebbe ricordare il proverbio che insegna a temere gli amici assai più dei nemici. E dovrebbe farlo in fretta.

Cronicario: Uscire dalla Brexit? Let May be


Proverbio del 16 gennaio Non tagliare ciò che può legare

Numero del giorno: 1,2 Tasso % inflazione al consumo in Italia nel 2018

A questo punto dovrebbe esser chiaro che Theresa May gareggia con Churchull quanto a capacità di leadership.  Ormai ha persino svaporato la nostalgia della mitica Lady di Ferro. E lo ha fatto indossando i panni, assai più consoni ai tempi, di Lady di Gomma. D’altronde quella aveva a che fare coi minatori dello Yorkshire. Questa al massimo con quelli di Bitcoin.

Robetta digitale, insomma, ma per la quale serve flessibilità, capacità di adattamento e memoria cortissima. Smanettare la politica come fosse Snapchat. Tutte qualità che la nostra eroica prima ministra possiede a profusione, inducendo i suoi detrattori a equivocare. Costoro scambiano per inconcludenza la sua raffinatissima capacità di non far concludere nulla agli altri.

Dote preziosissima nella Gran Bretagna del 2019 dove è chiaro a tutti che nessuno sa cosa fare, ma lo fa con grande convinzione. Come lei, appunto. Lady G, che ormai nel nostro cuore da rotocalco ha superato persino la mitica Lady D – sfido chiunque a governare l’Uk con le scarpette della May –

ha gioco facile con la plebaglia assiepata in Parlamento che ieri, bocciando il suo piano di intesa con l’Ue, le ha regalato una straordinaria vittoria. Nessuno capisce perché non si sia ancora dimessa perché a tutti sfugge che questo è il viatico che condurrà all’esito che tutti vogliono anche se dicono il contrario.

Per questo lei dice che non si dimetterà, mentre si parla già di un nuovo referendum. Perché mai dovrebbe dimettersi dopo un successo del genere? E poi, se si dimettesse, come farebbe l’UK a evitare di fare l’ennesima minchiata? State sereni, cari, fortunati, cugini britannici. Tutto andrà bene, per voi e per noi. Let May be.

A domani.

 

Matrimonio petrolifero a Gwadar fra Cina e Sauditi


Per comprendere l’importanza strategica del recente annuncio saudita di un investimento da 10 miliardi di dollari per la realizzazione di una raffineria della Saudi Aramco nel porto pakistano di Gwadar, basta ricordare che il porto è stato costruito con capitali cinesi col fine molto ambizioso di diventare uno snodo nevralgico del commercio internazionale, e poi guardare una mappa dell’area.

In sostanza i Sauditi, costruendo una raffineria in Pakistan contribuiscono al progetto cinese di costruire un corridoio di trasporto, innanzitutto dedicato alle risorse energetiche, alternativo a quello classico che ruota attorno all’affollatissimo Stretto di Malacca, e che ha indotto Pechino a sponsorizzare con decine di miliardi il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Il significato di questo progetto si può facilmente intuire osservando quest’altra mappa.

In sostanza il petrolio Saudita, che naviga lungo il Mar Rosso o il Golfo Persico, dove secondo alcune stime passa il 40% del traffico petrolifero che viaggia per mare, può essere raffinato in Pakistan e da lì trasportato via terra nella città cinese di Kashgar, al confine con la regione dello Xinjiang. Si parla già di un possibile oleodotto fra le due città, che richiederebbe altri dieci miliardi di investimenti per trasportare un milione di barili al giorno. Considerando gli attuali consumi cinesi, pari a circa dieci milioni di barili, per Pechino sarebbe un passaggio importante per stabilizzare le proprie forniture energetiche che per circa il 50% dipendono proprio dal Medio Oriente. Non a caso le cronache riportano degli insistenti tentativi cinesi di portare avanti il progetto del corridoio pakistano anche migliorando le relazioni diplomatiche con il vicino Afghanistan, a spese dell’influenza americana.

Aldilà dell’importanza per gli approvvigionamenti petroliferi cinesi, la decisione Saudita segna un importante passo in avanti della politica della monarchia non solo nei confronti dei cinesi, che mettono a fuoco la loro vocazione di partner strategico per gli arabi, ma anche del Pakistan. I Sauditi si rafforzano in una regione difficilissima dove si confrontano anche diverse influenze politiche come quella rappresentata icasticamente dal porto di Chabahar, che dista meno di 100 chilometri da Gwadar ma che insiste sul territorio iraniano e si propone di collegare l’Asia centrale col mare passando per l’Afghanistan.

Un progetto sponsorizzato dall’India, che però non ha certo la capacità di investimento della Cina, e che tuttavia va inquadrato nel più ampio disegno strategico che si sta delineando nell’Indo-Pacifico. Non a caso di recente il segretario Usa ha esentato l’India da alcune delle sanzioni previste per chi fa affari con l’Iran proprio per consentire lo sviluppo del porto. Un gioco al quale anche la Russia ha dimostrato di voler partecipare, visto che ha annunciato un investimento da 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’International North-South Transport Corridor (INSTC) che dovrebbe trovare proprio nel porto iraniano lo sbocco sul Golfo Di Aden.

Il Grande gioco dell nuove rotte commerciali, insomma, sembra destinato a arricchirsi sospinto dal traffico di merci fra Oriente e Occidente, rallentato dalla crisi ma destinato naturalmente a crescere. I padroni dei grandi corridoi e le zone che si agitano intorno ai punti di snodo, potranno sfruttare il loro vantaggio competitivo, come sempre è stato nella storia. E questo spiega bene il fiorire di iniziative infrastrutturali, particolarmente intenso da quando la Cina, mostrando di esser pronta a giocare un ruolo internazionale, ha presentato al mondo la sua Belt and road initiative della quale il corridoio pakistano è una delle declinazioni, spingendo i paesi che ruotano intorno all’economia dell’Eurasia – Russia in testa – e i paesi egemoni – gli Usa – a farsi carico di una sorta di controproposta.

Alla fine del gioco sarà possibile conoscere il vincitore. La storia ci insegna che di solito i padroni delle rotte sono anche quelli del commercio. Quando gli antichi romani penetrarono nel Mar Rosso, dopo la conquista dell’Egitto, e lo discesero fino all’Oceano Indiano, per gli stati Arabi meridionali, fino ad allora fiorenti, fu la fine. I romani impararono a navigare usando i monsoni e divennero i padroni dei mari orientali fino all’India e insieme delle rotte terrestri. Queste rotte furono il coronamento dell’impero universale e le fondamenta delle ricchezze che affluirono a Roma dall’Oriente. Se si ricorda questo insegnamento si capisce perché il mondo guardi con preoccupazione alla Bri cinese. E perché l’investimento Saudita nel porto pakistano non potrà che turbare gli Usa.

La crescita zero della mobilità sociale italiana


In un contesto economico che, come abbiamo visto, assegna alle eredità un ruolo crescente nella formazione della ricchezza, diventa sempre più importante capire se e come funziona l’ascensore sociale all’interno di un paese che, per chi ereditiere non è, rappresenta l’unico modo per migliorare la propria situazione. In sostanza si tratta di capire se le opportunità che si offrono riescono a bilanciare una condizione di partenza svantaggiata, visto che è parecchio illusorio pensare che ci possa essere una reale eguaglianza delle opportunità. Nel nostro mondo al massimo possiamo ambire a costruire una società che premi, offrendo le giuste opportunità, chi si impegna con tenacia per raggiungere i propri obiettivi. E anche questo, purtroppo, spesso si rivela vagamente illusorio. Specie in Italia almeno, viene da dire leggendo un bel paper diffuso qualche tempo fa dalla Banca d’Italia.

Già il titolo – Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia – ci dice tutto quello che c’è da sapere. Ossia che l’Italia si colloca “nel novero dei paesi con una persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche relativamente alta”. Per giunta “in anni recenti questo fenomeno mostra una tendenza all’aumento”, con il risultato che “variabili che non sono oggetto di scelta da parte degli individui spiegano il loro successo economico in una misura più ampia che in passato”. Potremmo dirla più semplicemente concludendo che chi nasce povero in Italia, per reddito, istruzione e ricchezza, ha maggiori probabilità di rimanere povero, e di trasmettere questa “caratteristica” ai suoi figli per una serie di ragioni che sono le stesse per le quali chi nasce ricco ha maggiori probabilità di rimanerlo.

Fin troppo facile, in un contesto siffatto, dar ragione ai tanti aspiranti Robin Hood che suggeriscono di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ciò implica un pregiudizio discutibile. Ossia che la persistenza dei ricchi provochi la persistenza dei poveri. Ma il problema forse risiede nel fatto che un paese non riesce a mettere in moto il famoso ascensore sociale per la semplice ragione che la sua economia non crea opportunità di miglioramento. Le due cose evidentemente sono collegate: un paese con una forte componente ereditaria della ricchezza, dell’istruzione e del reddito è evidentemente conservatore. Ciò significa che fa più fatica a innovare e quindi a creare opportunità nuove e migliori. Per dirla con le parole di Bankitalia, “la mobilità delle condizioni economiche tra generazioni è una caratteristica fondamentale per una società. La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia”.

Se poi vi appassiona il tema dell’eguaglianza, è giusto ricordare che “la mobilità intergenerazionale costituisce inoltre un elemento cruciale in termini di uguaglianza”. Di conseguenza “una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata”.

L’analisi di Bankitalia, che prende in esame un ventennio di rilevazioni, ci consente di apprezzare fino a che punto nel nostro paese le condizioni di partenza condizionino quelle di arrivo. E purtroppo le conclusioni sono poco rassicuranti. Le stime, infatti, “mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione”, con buona pace per l’enorme sforzo profuso dall’istruzione pubblica proprio per offrire a tutti almeno pari opportunità. E la musica cambia poco se guardiamo alla stima dell’elastici dei redditi da lavoro, che “collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi”. Peggio ancora, l’analisi restituisce “l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile degli anni più recenti”. “Anche per la ricchezza – aggiunge Bankitalia – si riscontrano valori che collocano l’Italia tra i paesi avanzati con livelli relativamente elevati di persistenza intergenerazionale; come per l’istruzione e il reddito, si riscontra una tendenza all’aumento della ereditarietà delle condizioni economiche in termini di ricchezza”.

Alla crescita economica rarefatta, cui si associa una sostanziale decrescita demografica, insomma, si aggiunge anche l’azzeramento tendenziale della mobilità sociale. Pensare che basti  un nuovo Robin Hood per invertire questa situazione è una pietosa illusione che gioverà ai propagandisti, non certo a chi è dotato di buon senso. Anche al netto dei inevitabili caveat contenuti nello studio, rimane la circostanza che c’è una “forte dipendenza degli esiti economici degli individui dalla caratteristiche della famiglia di origine e dalle loro condizioni di partenza”. Fra quelli che non nascono bene, insomma, uno su mille ce la fa. E non è detto che rimanga in Italia.

Il lungo declino del dollaro che accompagna l’alba dello yuan


Meglio di ogni altra, un’immagine estratta dal paper della Bis che ha motivato questo miniserie, racconta del profondo cambiamento del gioco valutario intervenuto sotto i nostri occhi negli ultimi cinquant’anni. Quella che era il monarca assoluto dell’Occidente – il dollaro – oggi è divenuto un monarca costituzionale assediato da un parlamento rumoroso che sgomita per rosicchiare spazi vitali. Non servono troppe parole, basta osservare.

Sono moltissime le considerazioni che potremmo fare basandoci sulle informazioni illustrate in questa rappresentazione delle zone valutarie. A cominciare dalle evidenze più visibili – il costante diminuire dell’area del dollaro – alle curiosità meno appariscenti, come l’ingresso del Brasile nell’area valutaria dello yen dopo decenni di stabile influenza del dollaro. E altre ancora. La Germania stabilmente nell’area del dollaro nel 1968, e poi nel 1985 ormai stabilmente nell’area di influenza della sua moneta, che poi diventerà l’euro, che in quell’anno faceva già capolino in Africa e in Argentina. L’Australia che  esce dall’orbita della Sterlina – negli anni ’70 l’area della sterlina smette semplicemente di esistere come zona valutaria – ed entra in un limbo dove pallida si intravede l’influenza del dollaro che cede il passo alla valuta europea. La Russia notevolmente ancorata al dollaro nel 2001 e oggi pressoché fuori da quell’orbita. Il Canada, che dopo decenni di ancoraggio al dollaro vede far capolino l’euro. L’Africa, dove ormai un puzzle valutario ha sostituito la sostanziale monocromia del 1968. La Cina, infine, ancora molto dipendente dal dollaro, ma assai meno rispetto al 2001.

Ed è proprio la Cina, l’ultima arrivata, ad offrire gli spunti più interessanti di osservazione. Emittente di una valuta ancora inconvertibile, scambiabile solo su alcune piazza finanziarie, la Cina ha iniziato nel 2015, con l’avvio delle riforme monetarie la sua lunga strada per diventare una key currency, per usare la definizione del paper Bis. Diventare una valuta chiave, però, non è una cosa che si improvvisa. E soprattutto non se ne conoscono gli esiti se non a posteriori. La domanda è semplice: quali effetti avrà, sulla geografia che abbiamo visto sopra, l’emersione dello yuan come valuta chiave? La risposta non lo è affatto. “Troppo presto per dirlo”, scrivono gli autori dello studio. Al momento “i movimenti dello yuan sono ancora collegati a quelli del dollaro”. La quota di scambi sul mercato valutario è ancora contenuta – circa l 4% del totale – inferiore persino a quelli dello yen (22%) e della sterlina (13%).

Ma il paper tenta una risposta, basandosi sui tassi di cambio degli anni 2015-17, nell’ipotesi che lo yuan sia già una valuta chiave e quindi sia capace di interferire sui movimenti delle altre valute stimando anche in che misura esse varino rispetto al dollaro, l’euro e lo yen. Se tali tali movimenti esistono – e quindi esiste una relazione più stabile fra la valuta cinese e le altre rispetto a quella che queste ultime hanno con le altre valute chiave – allora anche i conti correnti e la posizione degli investimenti di questi paesi vengono sottratti alle zone del dollaro e dell’euro e “assegnate” a quella dello yuan. Sulla base di queste premesse si arriva alla conclusione rappresentata da quest’altro grafico.

Anche qui, l’osservazione del grafico può condurre a diverse considerazioni. Il paper ce ne propone alcune. Nel 2017, ad esempio, la quota di pil della renminbi zone (RZ) è del 30% del totale. Poi che “la RZ si costituisce a scapito della dollar zone (DZ -20%) più che dell’euro zone (EZ -5%). “Questa evidenza – sottolinea il paper – indica che un mondo diseguale bipolare sta cedendo il passo a un mondo diseguale ma tripolare”. Secondo le proiezioni del FMI i diversi tassi di crescita condurranno la RZ alla parità con la DZ entro il 2023. Ciò significa che la DZ svilupperà deficit correnti crescenti, all’estendersi della RZ. L’emergere dello yuan, per dirla con semplicità genera effetti finanziari destabilizzanti sulla DZ.

Altre considerazioni possiamo trarle da soli. Ad esempio osservando la geografia dell’influenza cinese, che significa quindi influenza geopolitica. Notate l’Australia, già notevolmente sotto l’influenza cinese. La Russia, che con la Cina scambia importanti risorse energetiche. E poi l’Africa, divenuta ormai un porto cinese. La Turchia e, dulcis in fundo l’America Latina che sembra bene inserita nell’area a valuta cinese. L’emergere dello yuan non farà dimagrire solo la DZ e quindi l’influenza degli Usa nella finanza internazionale. Sarà un segnale chiarissimo anche per la politica internazionale. Il tripolarismo non rimarrà solo un affare monetario.

(3/fine)

Puntata precedente: La zona del dollaro “annulla” gli squilibri globali