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La sfida europea al sistema globale dei pagamenti


Il recente speech di componente del board della Bce, Fabio Panetta, ha il pregio di chiarire una volta per tutte quale sia l’entità della posta in gioco nelle silenziosa partita che le autorità monetarie e finanziarie di mezzo mondo stanno giocando al riparo dagli occhi del grande pubblico: nientemeno che la ricomposizione del sistema europeo dei pagamenti. Che significa mettere in discussione il predominio di quelle “estero” all’interno dell’Europa che si esprime nel primato di PayPal nei pagamenti on line e in quello di Mastercard e Visa in quelli delle carte di debito e credito.

Parliamo di tecnologie e compagnie Made in Usa, quindi, che fino ad oggi hanno regolato aspetti molto importanti della nostra vita, a cominciare dai nostri dati personali e sembra si concilino sempre meno con la ritrovata voglia di autonomia strategica dell’Ue, dove l’euro gioca un ruolo fondamentale. Ma è chiaro che qui non si tratta solo di una moneta. Quest’ultima circola all’interno di un sistema per garantire lo svolgersi efficace dei pagamenti, che possono avvenire in una pluralità di modi: dal semplice scambio di cash, fino all’utilizzo di strumenti di credito e debito, fino alla frontiera dei pagamenti on line. Ed è precisamente in questa prospettiva che assumono significato le due principali innovazioni alla quale stanno lavorando la Bce, con il suo euro digitale, e il sistema bancario con il recente lancio della European Payments initiative.

Quest’ultima si propone di creare un sistema unificato di pagamenti all’interno dell’Europa fissando nientemeno che uno standard in tutti i tipi di transazioni. Quindi una sorta di risposta europea, portata avanti dal sistema bancario europeo, ai servizi combinati di PayPal, Mastercard e Visa, senza dimenticare gli Atm. Chiaro che alla Bce questa idea piaccia. Un sistema integrato di carte di credito a livello europeo, per tacere del resto, consentirebbe di superare i sistemi nazionali proprio come l’euro ha consentito di superare le monete nazionali, arrivando a una sorta di unificazione della moneta bancaria elettronico, ossia veicolata all’interno dei circuiti bancari con strumenti di pagamento elettronico.

In questo contesto, l’adozione dell’euro digitale sarebbe la classica ciliegina sulla torta. Premesso che il cash fisico continuerebbe ad esistere – durante la pandemia si è assistito insieme all’aumento dei pagamenti de-materializzati da una parte e all’aumento della domanda di contante dall’altra – l’euro digitale, come abbiamo più volte osservato, migliorerebbe l’inclusione finanziaria e consentirebbe all’eurosistema di disporre di uno strumento capace di frenare la minaccia incipiente che arriva dall’esterno: quella della global stable coin che le Big Tech, sfruttando il vantaggio competitivo che deriva loro dal possedere clientele vastissime, potrebbero varare “spiazzando” le valute di banca centrale.

Queste ultime, una volta digitalizzate, dice Panetta, sono capaci di offrire maggiori garanzie ai fruitori. Anche solo per la semplice ragione che le banche centrali, a differenza delle grandi Big Tech, non hanno interesse a fare commercio con i dati personali.

Chiara quindi la conclusione: le autorità europee sono molto impegnate a seguire l’evoluzione del sistema dei pagamenti che ha notevoli profili di importanza non solo dal punto economico, ma anche strategico. Ha a che fare con la sovranità regionale e la capacità di “resistere” ai problemi che possono derivare dall’utilizzo di tecnologie e compagnie “esterne”. In questo contesto le linee di azione sono diverse: dalla fornitura di cash, quindi di euro analogici, fino allo sviluppo dei pagamenti istantanei e quindi all’emissione di euro digitale. Obiettivo finale: “Rafforzare le fiducia nell’euro”. E quindi la sua diffusione, aggiungiamo noi. E non è difficile capire perché.

Il commercio Ue guarda sempre più verso Est


L’ultimo bollettino economico della Bce contiene una ricognizione molto interessante sull’evoluzione degli scambi commerciali dell’Unione europea, ottenuta osservando le tabelle dei tassi di cambio effettivo (TCE), nominale e reale. Questi ultimi indicizzano la media ponderata dei tassi di cambio bilaterali fra l’euro e le valute dei partner commerciali. Il tasso reale viene ottenuto correggendo quello nominale per i prezzi e i costi relativi. In sostanza il TCE nominale serve a dare un’idea del valore esterno di una valuta, mentre quello reale serve a misurare la competitività di un’economia.

Fatte queste premesse, è bene sapere che di recente la Bce ha aggiornato i TCE dell’euro per fotografare con maggio precisione il commercio europeo, anche in considerazione dell’importanza raggiunta dallo scambio di servizi fra i diversi paesi. Globalizzazione e digitalizzazione, infatti, hanno generato un volume di commercio dei servizi che, a fine 2019, quotava il 30% dell’interscambio dell’area.

La nuova rappresentazione del commercio europeo così delineata mostra che “il ruolo delle economie emergenti, divenute sempre più rilevanti per il commercio dell’area dell’euro negli anni 2000, non è più in crescita, mentre hanno acquisito importanza gli Stati membri dell’UE situati nell’Europa centrale e orientale”. Il commercio europeo, insomma, si rivolge sempre più all’interno dell’area, con una crescente vocazione verso l’Est.

“Nel periodo compreso tra il 2016 e il 2018, di fatto, – aggiunge la Bce – la quota
complessiva di scambi dell’area dell’euro con gli Stati membri dell’UE dell’Europa
centrale e orientale ha subito un incremento, grazie all’ulteriore integrazione di tali
paesi nelle catene del valore europee, raggiungendo un livello sostanzialmente
equivalente a quello della Cina”.

Ciò malgrado si registra una certa stabilità delle tendenze di lungo periodo. La quota di commercio con la Cina, ad esempio, è marginalmente cresciuta, malgrado sia diminuito il contributo delle economie emergenti, e gli Stati Uniti “hanno continuato a essere il principale partner commerciale dell’area dell’euro (la cui quota persino in lieve
aumento riflette soprattutto la crescente importanza degli scambi di servizi),
seguiti da Cina e Regno Unito”. Ma con quest’ultimo la quota del commercio è notevolmente diminuita a partire dagli anni ’90 come si può osservare dal grafico sopra.

Altresì interessante è osservare come la tipologia degli scambi muti al variare dei partner.

Gli Usa primeggiano negli scambi dei servizi, in particolare telecomunicazioni, informatica e servizi alle imprese, mentre la Cina vince sulla manifattura. I paesi dell’Europa centrale e orientale, invece, si caratterizzano per la loro crescente integrazione nelle catene del valore Ue. Con ciò delineandosi una precisa fisionomia dell’economia europea. Ossia di un’economia integrata e di trasformazione, a forte vocazione manifatturiera. A metà fra Usa e Cina, potremmo dire.

L’esame delle esportazioni conferma questa fisionomia. “Le imprese dell’area dell’euro – scrive la Bce – competono con i produttori di un determinato paese non solo sul mercato nazionale di quest’ultimo, ma anche su altri mercati esteri, ossia sui mercati terzi”. In questo senso l’Ue compete con la Cina, che rimane il più forte esportatore di manifattura, mentre sopravanza le altre economia emergenti, “poiché la loro quota nelle
esportazioni mondiali è relativamente modesta”.

Il versante delle importazioni, ci comunica invece un’altra informazione circa il rapporto fra l’Ue e gli stati dell’Europa centrale e orientale. che “è più importante per l’area dell’euro in termini di importazioni che di esportazioni”. Una evidenza del “ruolo che tale regione svolge nelle catene del valore europee, fortemente integrate”.

Ricapitolando: l’Ue sta stringendo legami sempre più profondi con le regioni a maggiore prossimità geografica, sviluppando la sua vocazione di economia manifatturiera, mentre sul lato dei servizi, settore in notevole crescita per ragioni storiche, attinge ancora ampiamente all’anglosfera. L’Ue guarda sempre più verso Oriente, si potrebbe dire, ma dipende ancora molto dall’Occidente. E in questo risiede la radice del suo dilemma esistenziale.

Monete digitali, scendono in campo le Sette (banche) Sorelle


Se per un momento guardassimo la direzione anziché il dito, potremmo ipotizzare che l’importanza del primo rapporto pubblicato dalla Bis sulle valute digitali, che analizza i principi fondativi di questo strumento e le sue caratteristiche non sta tanto nei contenuti, utili e molto informativi, ma nel fatto che questo testo racchiuda gli sforzi di sei banche centrali, oltre ovviamente alla Bis, alle quali di recente si è aggiunta anche la settima, ossia la Fed. E questo è il secondo motivo che rende il testo di una certa importanza.

In sostanza quella che con qualche suggestione abbiamo chiamato l’internazionale dei banchieri centrali, con la Bis nel ruolo di punta della lancia, ha trovato nella missione della moneta digitale di banca centrale (central bank digital currency, CBDC) un motivo più che sufficiente per stringere i ranghi, a dimostrazione di quanto questa innovazione sia rilevante, anche per far fronte allo sviluppo crescente delle Global stable coin, che sono valute digitali ma di provenienza privata, che sembrano voler mettere in discussione il ruolo (e la gestione) squisitamente pubblici della moneta.

Ci torneremo. Ma intanto la circostanza che pure la Fed partecipi al gioco lascia capire che, aldilà di come le singole giurisdizioni sceglieranno di implementare la CBDC – sul fatto che lo faranno ci sono pochi dubbi – anche la banca centrale americana voglia condividere con le sue banche centrali “sorelle” i principi costitutivi di questo nuovo strumento, aderendo a uno standard che andrà a definirsi compiutamente nei dettagli nei prossimi mesi. Senza fretta però. Perché come ha detto di recente il presidente della Fed, Jerome Powell, “non importa arrivare primi, ma fare le cose per bene”.

Gli osservatori, anche quelli più distratti, non potranno far a meno di notare in questo proliferare di paper, convegni e articoli – lo stesso giorno del paper della Bis anche la BoJ ha pubblicato un suo testo – una certa improvvisa accelerazione.  Pochi giorni fa anche il Fmi ha dato il suo contributo. E tutto ciò non può che sorprendere. Un tema fino a un anno fa estremamente esotico e confinato nelle osservazioni di pochi curiosi, oggi diventa quasi popolare.

Inevitabile chiedersi quanto ciò di questa accelerazione sia dovuto all’annuncio della Banca centrale cinese di avere avviato già da qualche tempo i passi necessari a lanciare uno yuan digitale, e ai timori che questo ha determinato fra i regolatori. Specie adesso che lo yuan digitale sta iniziando a circolare sul serio presso il pubblico cinese. E poi c’è la pandemia, che ancora imperversa. I vari lockdown hanno già stimolato, e probabilmente lo faranno anche in futuro, l’uso di strumenti immateriali per i pagamenti. Quindi il momento è propizio per impostare nei dettagli una tecnologia che fisserà la fisionomia del sistema dei pagamenti del futuro.

Per questo vale la pena spendere un po’ di tempo e leggere la ventina di pagine del rapporto Bis e delle sue sette sorelle (Bank of Canada, European central Bank, Bank of Japan, Sveriges Riksbank, Swiss National Bank, Bank of England, Fed). Servirà se non altro a farsi un’idea di quello che ci aspetta una volta che la moneta digitale inizierà a circolare sul serio nei nostri portafogli. O, per meglio dire, wallet.

Fatte le dovute premesse – il mondo che cambia, il Covid che ha fatto crescere i pagamenti dematerializzati, eccetera – il punto centrale è che “una CBDC può fornire una moneta complementare di banca centrale che supporti un sistema dei pagamenti domestico diverso e più resiliente. Inoltre può offrire opportunità non accessibili con il contante mentre supporta l’innovazione”. Fra le premesse ci sta anche il fatto che mentre ogni banca dovrà valutare se e come emettere la valuta digitale, ci sono alcuni principi condivisi che bisogna sottolineare: una banca centrale non deve compromettere a stabilità finanziaria emettendo CBDC; una CBDC deve coesistere con le altre forme di moneta in circolazione; una CBDC deve promuovere l’innovazione e l’efficienza.

Dette così, sembrano cose del tutto ovvie. Ma se si guarda in profondità si comprendere che così non è. Evidenziare l’importanza della coesistenza della moneta digitale con gli altri strumenti di pagamento significa non solo dichiarare l’importanza della moneta analogica – le vecchie banconote – ma anche della moneta bancaria, nella sua varie sfaccettature.

Altra scelta di campo importante da sottolineare, contenuta nel rapporto, è che la moneta digitale sia utilizzabile non soltanto dagli intermediari finanziari ma anche dal grande pubblico. Una moneta per tutti, e per tutti i giorni, insomma.

Sulla base di questi principi le banche potranno iniziare a sperimentare e svolgere ulteriori ricerche. Il rapporto tratteggia alcune varie possibilità tecniche, pure senza dare preferenze, illustra rischi e trade off, e le notevoli complessità celate dentro questo nuova tecnologia, che sono legali, finanziarie, coinvolgono la privacy e il funzionamento dell’economia. “Una CBDC può essere uno strumento importante per le banche centrali – recita il paper – per continuare a fornire un mezzo di pagamento sicuro nella crescente vita digitale di tutti i giorni”. Ma poiché la moneta, digitale o no, rimane un mezzo puramente fiduciario ai giorni nostri, “una banca centrale deve procedere con cautela, in maniera aperta e collaborativa”.

Ed ecco spiegato perché le Sette Sorelle procederanno insieme in questa fase preliminare. Magari aspettando l’ottava, ossia quella cinese. Ma senza sperarci troppo. Almeno finché, digitale o no, lo yuan rimane inconvertibile.

(6/fine)

Puntata precedente: La seconda globalizzazione europea comincia con l’euro digitale

Si stringe il legame fra banche e banche ombra negli Emergenti


Nessuno si stupirà nell’osservare come l’infittirsi dei legami fra banche e non banche abbia interessato sempre più anche i paesi emergenti, che ormai partecipano a pieno titolo alla globalizzazione. In chiave minore, ovviamente. Ma comunque andante.

Nel primo quarto del 2020 più del 15% dei crediti bancari transfrontalieri verso Messico, Arabia Saudita, Argentina sono arrivati a istituzioni finanziarie non bancarie (NBFIs). Degna di nota la circostanza che per alcuni di questi paesi emergenti – Brasile, Sauditi, Taipei e soprattutto la Cina – questi crediti per oltre il 60% siano denominati in dollari.

Segno evidente di come molto della nostra globalizzazione dipenda dagli umori dell’egemone in carica, e di come ciò valga soprattutto per questi paesi che, non a caso, stanno cercando in tutti i modi di costruire sistemi di pagamento alternativi. Il caso della moneta cinese di banca centrale è sicuramente il più interessante da osservare, anche se ancora poco noto.

Tutto ciò espone gli Emergenti a non poche complessità, che diventano rapidamente problemi quando cambia il clima, come è accaduto di recente nei mesi più difficili della crisi Covid.

Durante le turbolenze osservate a marzo, cui molto contribuirono le vendite disordinate di asset dal parte di molte NBFI bisognose di liquidità per ricoprire i propri margini, emerse con evidenza che a questi “fire sales” si accoppiò una crescente dipendenza delle banche dalle NBFI, come ad esempio i fondi monetari, per le loro esigenze di liquidità a brevissimo termine. Il risultato finale di questo “tiraggio” di fondi fra banche e non banche fu l’impennata dei crediti transfrontalieri nel primo quarto di quest’anno, arrivati a quasi 800 miliardi,quasi il triplo del normale. Una valanga.

A questa tendenza non sfuggirono, ovviamente, gli Emergenti, che ormai, come abbiamo visto, tendono a replicare non solo le policy, ma anche le linee finanziarie di collegamento tipiche delle economie avanzate.

Queste ultime sono state ovviamente le protagoniste di questi flussi transfrontalieri, come si può osservare dal grafico sotto.

Il fatto che fra le grandi economie censite oggi appaia anche la Cina ci dà la misura di quanto sia ormai pervasiva l’internazionalizzazione dei capitali. Che a differenza di quella delle merci non da segni di arretramento. Ma questa è una storia che vi racconteremo un’altra volta.

(2/fine)

Puntata precedente: Il matrimonio morganatico fra banche e banche ombra

La rivoluzione di cui non si parla mai: quella statistica


Ci voleva un bel paper pubblicato da Bankitalia dal titolo molto esplicativo per ricordarci una delle circostanza meno ricordate del nostro tempo. Ossia che esistono rivoluzioni molto silenziose che, a differenza di quelle urlate nelle piazze, hanno effetti assai più profondi, e soprattutto duraturi. Quelle statistiche, per esempio.

Il fatto che questi eventi eventi si consumino negli uffici delle banche centrali e abbiano a che fare con le grandezze quantitative convincerà molti che è esagerato scomodare la categoria delle rivoluzioni per cose così noiose. Ma costoro sono in errore. In società complesse come le nostre, produttrici di metadati, ogni cosa è un alveare statistico, e quindi si realizza nelle definizioni che rendono concreti tali dati. Nel senso che tali definizioni trasformano le osservazioni in qualcosa di reale perché misurabile.

Fatte le premesse, che comunque è sempre utile ricordare per apprezzare il seguito, veniamo al nostro paper, che racconta come nell’ultimo quarto di secolo le banche centrali abbiano mutato il loro arsenale statistico e – di conseguenza – come sia cambiata la percezione della realtà di queste entità che, come riporta lo studio in apertura, “raccolgono statistiche per svolgere le loro funzioni istituzionali”, oltre a pubblicarle “per rispondere alla domanda di trasparenza e responsabilità del pubblico”. Il pubblico – che saremmo noi – usa queste informazioni per farsi delle idee sulla realtà. E così la percezione delle statistiche diventa la nostra. E questo dovrebbe bastare a capire perché questo discorso sia tanto astruso quanto rilevante.

Cominciamo da un po’ di storia di casa nostra. In seguito alla Grande Depressione degli anni ’30, la Banca d’Italia iniziò a raccogliere dati dalle sue osservazioni, dando il via a un’attività che diventerà sistematica a partire dagli anni ’60, grazie al direttore generale dell’Istituto Paolo Baffi, allievo dello statistico Giorgio Mortara. Nel 1963 fu creato il Registro centrale del credito. L’anno successivo si iniziarono a collazionare i Conti finanziari e nel 1965 fu inaugurata la Survey sui redditi e la ricchezza delle famiglie (Survey on Household Income and Wealth, SHIW).

Nei decenni successivi la produzione si arricchì e si intensificò. Ma la cosa interessante da sapere è che nell’ultimo quarto di secolo sono aumentati i punti in comune fra le statistiche delle diverse banche centrali. La globalizzazione passa anche dalla statistica, come abbiamo osservato più volte. E ovviamente, essendo la Banca d’Italia inserita nell’eurosistema, l’evoluzione statistica bancaria e finanziaria non poteva che procedere parallelamente con quella monetaria.

Il culmine di questa integrazione “sistemica” si ebbe nel 2010, quando nella revisione dei conti nazionali ESA 2010 furono inseriti nei sottosettori finanziari dati armonizzati sottoposti alla regolazione della Bce. La banca centrale, in sostanza, concorse alla definizione dei conti nazionali di Eurostat.

Un altro evento che concorse alla trasformazione statistica – dopo l’euro – fu la grande crisi iniziata nel 2007, che rese necessario raccogliere dati diversi e più approfonditi. Il caos di quegli anni rese manifesta l’esigenza di colmare alcune lacune. E tale esigenza fu declinata nel contesto del G20, durante la Data gaps iniziative.

Infine, e arriviamo praticamente ai giorni nostri, un altro driver per l’integrazione statistica fu il cambiamento istituzionale, a livello micro e macro, avvenuto nel campo sulla supervisione. L’avvento dell’Unione bancaria, e in particolare la creazione del Single Supervision Mechanism, ha fornito l’impulso per l’armonizzazione delle statistiche specifiche.

“Nel complesso – scrivono gli studiosi-, l’ultimo quarto di secolo racconta senza dubbio una storia di successo per le statistiche di banca centrale in Europa, ma non bisogna lasciarsi cullare dall’autocompiacimento mentre si profilano nuove sfide generate dalla digitalizzazione e dalla globalizzazione”. Ciò per dire che la rivoluzione non è certo terminata. E faremmo bene a ricordarlo.

L’irresistibile attrazione italiana per il denaro contante


Poiché ci dirigiamo verso una rivoluzione del sistema dei pagamenti, con le banche centrali sempre più interessate allo sviluppo di valute digitali, diventa istruttivo leggere un recente paper di Bankitalia che fa il punto sui nostri comportamenti quando facciamo acquisti. La domanda da porsi è semplice: esiste una domanda effettiva di mezzi di pagamento alternativi al contante, o stiamo vivendo una suggestione alimentata da ragioni non direttamente inerenti alle nostre esigenze?

La risposta non può essere semplice, ovviamente. Ma possiamo provare a indovinarla osservando il modo in cui paghiamo i nostri acquisti, magari osservando il dettaglio delle differenze regionali che ancora insistono nel nostro territorio, partendo però da un dato generale. Nel 2018, quindi fino a un paio di anni fa, “l’Italia era l’ultimo paese nell’eurozona per l’uso di pagamento diversi dal contante, espressi per numero di transazioni per abitante”.

In sostanza, queste transazioni erano ferme a quota 111 a fronte delle 265 nel resto della zona euro. E’ bene ricordare che nell’eurozona, nel periodo di osservazione considerato, ossia fra il 2013 e il 2018, la popolazione è aumentata dello 0,3%, il pil pro capite del 2,9, mentre le transazioni non cash del 6%. Il che lascia immaginare che la domanda di questi servizi sia crescente. Anche in Italia, dove malgrado la quota ancora bassa di transazioni, la crescita è arrivata all’8,4%.

All’interno di questo dato coesistono molte eterogeneità. Come era facile immaginare, l’uso di strumenti di pagamento alternativi al contante è molto più basso al Sud e nelle isole. E questo accade per una serie di ragioni, non strettamente inerenti al fatto che questa parte del paese sia funestata dall’economia illegale, pure se esiste una forte correlazione fra quest’ultima e l’uso del denaro liquido. Contano anche i livelli di reddito, di istruzione, l’efficienza del tessuto produttivo e bancario. Il che finisce con l’avere effetti sullo sviluppo di questi territori, visto che “la limitata diffusione degli strumenti di pagamento potrebbe incidere negativamente sul piano economico crescita”.

Al contrario, “l’aumento dell’uso di strumenti di pagamento diversi dai contanti ha effettivamente un impatto positivo sull’economia, perché hanno un costo inferiore e garantiscono maggiore efficienza e trasparenza in transazioni economiche”.

Ma quello che vale per il Sud si può dire valga per l’intero paese quando si confronta con i partner europei. E non è certo un caso che la nostra posizione di fanalini di coda nell’uso di sistemi di pagamento alternativi coincida con un posizionamento altrettanto basso nell’indice di digitalizzazione del paese, come mostra il grafico sotto.

Limitandoci all’osservazione dei comportamenti di pagamento a livello regionale, la situazione è ben illustrata nel grafico a seguire.

Bankitalia nota che nel periodo considerato “la domanda di contante a fini di transazione misurata dal il rapporto cash-card è diminuito in tutte le regioni italiane”, anche se nel Meridione questo rapporto “è rimasto sostanzialmente più alto della media nazionale”.

Nello stesso periodo, mentre aumentava la quota di pagamenti non cash in tutto il paese, con maggiore evidenza nel Sud rispetto al Nord, proprio il Sud mostrava la sua “resistenza” all’uso del contante, replicando in sedicesimo il comportando dell’Italia su scala europea. Per dirla diversamente: il Sud sta all’Italia come l’Italia all’Europa. “In tutte le regioni italiane – scrive Bankitalia – questo dato era inferiore alla media dell’area dell’euro, il che implica un ritardo diffuso su tutto il territorio nazionale”.

La questione meridionale è un problema italiano, com’è noto. La questione italiana un problema europeo, come stiamo imparando ogni giorno. Vale per l’uso del contante. Ma non solo.

 

Cosa ci racconta la spesa militare egiziana


Uno studio molto interessante pubblicato dal Sipri ci consente di entrare un po’ più in dettaglio in uno dei capitoli più misteriosi del bilancio governativo egiziano: quello dedicato alla spesa militare. Argomento che a molti sembrerà troppo specialistico per essere meritevole dell’attenzione sfuggente che dedichiamo all’attualità. Ma così non è. E per comprenderlo basta ricordare l’importanza che la geografia dell’Egitto ha avuto nella storia fin dall’origine dei tempi.

Il motivo è presto detto: l’Egitto è l’autentico crocevia fra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Quindi il punto di collegamento fra l’Africa orientale e l’Europa e fra quest’ultima e l’Asia. Chiunque abbia una conoscenza anche approssimativa dell’epopea della costruzione del canale di Suez, filiazione ottocentesca della lunga tradizione di canalizzazioni che risale ai Tolomei, comprenderà l’importanza strategica dell’Egitto, che lungi da essere un ricordo della storia oggi è stata addirittura esaltata dalla ritrovata centralità del Mediterraneo nei processi di globalizzazione. Se ci fermiamo alla cronaca, basta ricordare le recenti minacce, poi evaporate, del presidente egiziano di partecipare direttamente al conflitto libico per scoraggiare l’espansionismo turco verso il Levante.

Pur se tratteggiato a pennellate veloci, questo quadro è sufficiente ad avere più di un buon motivo per leggere lo studio Sipri. Conoscere l’entità della spesa militare egiziana infatti è un ottimo viatico per valutare le capacità difensive e offensive dello stato africano in un momento in cui la tensione sul Mediterraneo orientale pare affievolita, ma solo perché nel frattempo l’eruzione della crisi ha trovato sfogo sul Caspio.

La prima cosa che è utile sapere è che “l’Egitto dispone di una delle più grandi forze militari nella Medio Oriente e Nord Africa (Middle East and North Africa, MENA)”. Il presidente Al Sisi ha investito massicciamente per modernizzare e addestrare il proprio esercito, pure se, a guardare le cifre, questo sforzo non appare poi così massiccio, nel confronto con gli standard regionali. In media parliamo di circa 3,8 miliardi di dollari l’anno nell’ultimo decennio. Una cifra che colloca lo stato africano al nono posto nella classifica che racchiude i 14 stati della regione MENA.

I dati dell’ultimo decennio sono in notevole crescita, ben il 161% in più, rispetto a quello precedente. Segno più che eloquente che l’Egitto ha ripreso coscienza della sua importanza strategica, pure se il grosso di questa spesa ha riguardato con tutta probabilità la spesa corrente e in particolare gli stipendi dei militari. E tuttavia gli analisti osservano che in generale l’importo risulta addirittura decrescente in termini reali.

Da qui l’esigenza del Sipri di provare a far chiarezza. Non tanto per una banale curiosità contabile. Ma perché la misura economica è solo il riflesso della capacità militare. E in una regione come quella considerata, questo è assai più che un dato economico. “ll calo complessivo in termini reali del bilancio militare ufficiale negli anni ’10 è sconcertante – scrive il Sipri – soprattutto considerando il rafforzamento dichiarato dell’Egitto dei suoi sforzi militari per combattere il terrorismo e le sue acquisizioni su larga scala di attrezzature militari”.

Risolvere il puzzle della spesa militare egiziana, perciò, serve a farsi un’idea delle intenzioni reali del governo e quindi della percezione che l’Egitto ha di sé in un momento di grande complessità per questo pezzo di mondo. Anche su questo, basta un semplice dato per farsene un’idea. Nel 2019 la spesa militare combinata dei paesi della regione ha raggiunto i 162 miliardi di euro, dei quali la quota egiziana è stata appena del 2,3%.

Senonché a tale atteggiamento sparagnino, sul versante della contabilità, corrisponde un certo attivismo nella realtà – a cominciare dall’elevato numero degli effettivi – che fa sorgere spontaneamente la domanda se davvero la spesa militare egiziana sia illustrata nel conto ufficiale del governo, o se magari quest’ultima serva solo a non suscitare l’attenzione degli osservatori. A ben vedere, il miglior modo per far qualcosa è non farsi notare troppo.

Per spiegare il puzzle gli analisti del Sipri hanno svolto alcune ricognizioni sbirciando in capitoli affini a quello ufficiale della difesa. Ad esempio la spesa per le forze paramilitari come la Central security forces (CSF) che è inquadrata sotto il ministero dell’interno e consiste di ben 325 mila persone che fanno sia difesa che ordine pubblico. Oppure l’acquisto di armi che, contrariamente a quanto si possa pensare, “non sempre ha un impatto sulle dimensioni del bilancio militare”. A tal proposito, è utile sapere che l’Egitto è un grande importatore di armi. Nel periodo 2015-19 è stato il terzo importatore nel mondo e il secondo nel MENA dopo l’Arabia Saudita.

Quest’ultima circostanza merita un approfondimento ulteriore. Malgrado la mancanza di trasparenza nei dati, il Sipri ha ricostruito che nel primo decennio del XXI secolo le armi americane costituivano il 75% delle importazioni egiziane, mentre nel secondo decennio questa quota è scesa al 23%. Segno di un chiaro riposizionamento strategico, visto che comprare cannoni non è proprio come comprare burro.

A partire dal 2014, quindi con l’arrivo di al Sisi, gli acquisti di armi sono aumentati e contemporaneamente l’Egitto stringeva le sue relazioni con Russia e Germania approfondendo ulteriormente quelle già esistenti con Cina, Francia e Italia. La vocazione euroasiatica – potremmo dire semplificando – inizia a prevalere su quella atlantica.

Anche gli approvvigionamenti diventano più sofisticati: aerei dalla Russia, fregate dalla Germania e dall’Italia, elicotteri, sempre dall’Italia. Costi stimati: 16 miliardi di dollari, ancora non visibili nella contabilità ufficiale perché frutto di prestiti, magari finanziati da altri partner regionali, da pagare a lungo termine e quindi su più esercizi contabili.

Questi pochi elementi bastano già a trarre alcune conclusioni. La prima, che era facile indovinare, è che il budget ufficiale della difesa racconta solo una parte delle spesa militare egiziana, che, aldilà dell’apparenza è molto aumentata seguendo la vocazione strategica crescente del paese africano. La seconda è che l’Egitto guarda sempre più ai suoi vicini che alle potenze lontane. Alla scarsa trasparenza della contabilità corrisponde una scarsa trasparenza delle intenzioni. E questa, avrebbero detto i cronisti di una volta, è la vera notizia.

La moneta digitale, ossia l’ultima sfida fra Cina e Usa


Alcuni giorni fa un altro gigante dell’e-commerce cinese, Jd.com, ha annunciato che la sua divisione fintech collaborerà con il Digital Currency Research Institute della People’s Bank of China per supportare lo sviluppo della China’s central bank digital currency (CBDC) di cui abbiamo già parlato.

Per comprendere la portata di questa informazione, è sufficiente ricordare che la compagnia cinese serve oltre 417 milioni di clienti on line – in sostanza una popolazione quasi pari a quella dell’Ue – e quindi rappresenta uno straordinario strumento per sperimentare le soluzioni tecniche, ossia app e wallet, che daranno vita allo yuan digitale, che quindi compie un altro passo in avanti nella sua realizzazione.

Facciamo un salto indietro nel tempo di pochi mesi. Nel marzo scorso, mentre la pandemia iniziava a far scricchiolare il mondo, un senatore americano presentava un disegno di legge dal nome assai eloquente di “Banking for all” col dichiarato intento di chiedere alle banche aderenti alla Fed di “fornire conti digitali (ad esempio, portafogli digitali in dollari) a residenti e cittadini e ad aziende domiciliate negli Stati Uniti. Tra le altre cose, questi conti devono fornire servizi bancari specifici alle persone idonee che scelgono di depositare fondi su questi conti, incluso l’accesso ai pagamenti degli aiuti Covid-19”. Notate il riferimento – non certo casuale – agli aiuti Covid.

Questa proposta è stata anche discussa in un comitato pubblico il 30 giugno, e precede quindi di pochi mesi lo speech della governatrice Brainard di cui abbiamo già parlato. In quest’arco di tempo è uscito il libro bianco del Digital Dollar Project, un consorzio che in pratica ha fornito uno schema teorico alla proposta di valuta digitale di marzo, e che si riassume bene nel grafico sotto.

L’argomento forte del libro bianco è che un sistema siffatto avrebbe consentito al governo di iniettare fondi direttamente nei conti degli americani – conti correnti bancari ma non solo – per alleviare le loro difficoltà in tempi di crisi sanitaria. Un passo in avanti deciso verso il miraggio dell’helicopter money, il cui desiderio è ormai, anche questo, pandemico.

Queste notizie, di solito assenti dal nostro dibattito pubblico e confinate in pochi notiziari specialistici, raccontano dell’ennesima sfida che si sta consumando fra la potenza egemone e quella emergente su un versante certamente poco popolare ma molto sistemico, visto che la valuta è una delle componenti di una globalizzazione: la moneta digitale.

Per la Cina la diffusione massiccia di una propria valuta di banca centrale è un’ottima premessa a quello che segnerà l’autentico punto di svolta, ossia l’apertura del conto capitale. Per gli Stati Uniti si tratta nientemeno che di consolidare la propria leadership valutaria, che è uno dei capisaldi dell’egemonia globale.

Fra i due litiganti ci sta l’Ue, con il suo euro. La presidente della Bce Lagarde ha di recente dichiarato che la banca sta valutando rischi e opportunità nell’adozione di un euro digitale, pur ritenendo che possa essere un complemento più che un sostituto del contante. E poi la Bce ha pubblicato un rapporto di cui abbiamo già parlato. Ciò al fine di garantire che “la moneta sovrana rimanga nel cuore del sistema dei pagamenti”. Sarà interessante capire quale sarà questa moneta.

(4/segue)

Puntata precedente: La nuova cash society col dollaro digitale made in Usa

Puntata successiva: La seconda globalizzazione europea comincia con l’euro digitale

Il matrimonio morganatico fra banche e banche ombra


Un bell’approfondimento pubblicato nell’ultima rassegna trimestrale della Bis ci aiuta a capire quanto profondo, complesso e soprattutto economicamente rilevante sia diventato il legame che unisce le banche alle istituzioni finanziarie non bancarie (non-bank financial institutions, NBFIs). Un legame che non è esagerato chiamare matrimonio. Morganatico magari, e celebrato un po’ in sordina. Ma pur sempre un matrimonio.

L’entità di queste relazioni è già di per sé un indicatore della profondità del rapporto. Nel primo trimestre del 2015 i crediti bancari transfrontalieri verso queste NFBIs, che ricordiamo raccolgono vari soggetti, dai fondi pensione ali hedge fund, passando per i fondi monetari o vari veicoli di investimento, fino ad arrivare alle controparti centrali, ammontavano a 4,6 trilioni. Nel primo trimestre del 2020, eravamo arrivati a 7,5 trilioni, con una crescita superiore al 60%, ben superiore a quella registrata dal totale del credito bancario.

I grandi protagonisti di questa fiera internazionale del denaro in larga parte denominato in dollari americani (più del 50%), sono ovviamente i paesi avanzati, ma non solo loro. Primeggiano anche i grandi centri finanziari, spesso ospitati negli stessi paesi. Ma anche nei paesi emergenti si è assistito a una crescita di questo mercato. L’esplosione della crisi Covid ha messo a nudo le fragilità di questa giostra, com’era facile prevedere. Ma non vuol dire che il gioco si sia fermato. Al contrario.

Prima di vedere un po’ più in dettaglio, vale la pena ricordare che le NBFIs alimentano non poco i volumi di credito che finiscono alle famiglie o alle imprese. Ciò vuol dire che il loro operare è fonte di potenziale rischio sistemico, come peraltro ha dimostrato ampiamente la crisi del 2008 che, non a caso funzionò come potente incentivo proprio per la regolazione dello shadow banking. Regolazione che non ne ha impedito una rigogliosa fioritura negli anni successivi. Al punto che gli asset di questo segmento sono cresciuti molto più di quelli bancari.

Alla fine del 2018, infatti, gli asset complessivi delle NBFI erano arrivati a 184 trilioni di dollari, a fronte dei 148 delle banche.

Il fatto che questi due segmenti crescano sostanzialmente in linea, non deve stupire: banche e non banche “sono collegate direttamente e indirettamente”, come riporta la Bis. Sono due facce della medaglia che compone il mercato finanziario. Ciò si può comprendere guardando il grafico sotto, che illustra i legami, puramente contabili, fra le banche e queste entità. Per dirla semplicemente, i crediti di una parte sono debiti dell’altra, e viceversa.

Così come un prestito bancario diventa un debito per la NBFI che ne fruisce, così un deposito di una NBFI presso una banca diventa un debito per quest’ultima.

La Bis ha fotografato il network dei crediti che le banche hanno verso le NBFI a inizio 2020, laddove i nodi sono proporzionali al valore e il colore mostra la residenza legale dei collegamenti della banca che ha i crediti.

Quindi i crediti delle banche Usa verso la GB (grafico sopra a sinistra) sono rappresentati dal flusso verde che collega il centro Usa al centro viola GB, mentre il flusso viola verso gli Usa rappresenta i crediti delle banche GB verso le NFBI Usa.

Osservando queste connessioni si possono imparare molte cose. Ad esempio la notevole corrente di risorse che intercorre fra Londra e New York, metafora neanche troppo velata dell’anglosfera che primeggia nei mercati finanziari. Oppure la circostanza che la banche giapponesi abbiamo molti crediti nei centri finanziari, probabile conseguenza di un elevata esposizione verso i CLOs (collateralised loan obligations) magari emessi dalle stesse banche offshore tramite veicoli di investimento. Si può altresì notare l’esiguità del peso specifico europeo, rispetto a quello giapponese o angloamericano di questi flussi. Dovremmo stupirci che queste relazioni siano in larga parte denominate in dollari? Certo che no. La preminenza finanziaria è solo una delle declinazioni dell’egemonia.

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Seconda puntata: Si stringe il legame fra banche e banche ombra negli Emergenti

Le aziende Usa in Cina non pensano di rimpatriare


Quattro anni di guerra commerciale dopo, con tanto di incentivi concessi con manica larga dal governo Usa, non bastati a convincere le aziende americane che lavorano in Cina a rimpatriare. Almeno così pare leggendo l’ultima survey prodotta dall’Us-China Business Council, della quale si è occupata di recente anche la Bofit.

Pur trattandosi di una survey, e quindi una semplice indicazione, vale la pena spenderci qualche riga per la semplice ragione che fotografa una tendenza che viene monitorata nel tempo, e quindi in qualche modo genera un’informazione utile. Ad esempio quando osserva che le imprese che pensavano di lasciare la Cina per tornare in Usa erano più numerose nel 2015 piuttosto che dopo quattro anni di amministrazione Trump. Il che, ne converrete, è alquanto curioso.

Ancora più paradossale osservare che quelle che pensano di traslocare in larga parte stiano pianificando location diverse dagli Usa. La qualcosa conferma che il calcolo di convenienza tiene assai poco conto della variabile politica. Chi si internazionalizza segue il profitto, non l’appartenza. Basta osservare come hanno risposto le aziende alla domanda circa la redditività del loro investimento in Cina.

Notate che la guerra commerciale un effetto l’ha prodotto: ha peggiorato le prospettive di guadagno di queste aziende. Quindi è probabile che queste compagnie americane stiano studiando i dintorni della Cina, assai più che la riallocazione negli Usa, che per quanto sicuramente attrattivi, probabilmente lo sono meno di paesi come il Vietnam o, in generale, i paesi sud orientali dell’Asia per aprire una fabbrica.

Lo lascia sospettare il fatto che il 24% del campione abbia risposto affermativamente alla domanda di aver pensato di ridurre gli investimenti pianificati in Cina l’anno scorso, proprio a causa (il 52%) delle tensioni con gli Usa, che hanno pesato sugli affari persino più del Covid.

Vale la pena osservare che in gran parte le aziende che hanno partecipato alla survey lavorano nel settore dei servizi e della manifattura.

Infine, è interessante notare come molte compagnie abbiano osservato un miglioramento delle policy cinesi nella protezione della proprietà intellettuale, uno dei cavalli di battaglia che hanno motivato le politiche di Washington. Sempre perché la ragione politica è una cosa. Quella economica un’altra.