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Cartolina. Gli ultimi pagheranno per primi


Per una corretta interpretazione del grafico sopra, dovete sapere che i primi, quelli dall’istogramma più alto, sono gli ultimi. Nel senso che sono quelli che se la passano peggio degli altri nella distribuzione (ufficiale) dei redditi. Questi ultimi, di conseguenza, sono quelli che soffrono di più i guasti provocati dal caro energia, visto che, come i primi, ossia quelli che tanno in cima alla piramide del reddito, devono pagare le bollette e fare il pieno, ma a differenza loro, per gli ultimi queste due incombenze sono già un fardello niente male nella contabilità familiare. Fra bollette e trasporti, si calcola infatti che impegnino già quasi il 35 per cento dei loro redditi. Ed ecco che il grafico si chiarisce. Gli ultimi saranno i primi, assicurava qualcuno. Per adesso solo quando si tratta di pagare.

Inflazione, la versione della Buba


Leggo tutto d’un fiato l’intervento del presidente della Bundesbank dove si discorre nientemeno che dell’impatto della guerra scatenata dalla Russia su una questione che storicamente sta a cuore della Buba: l’inflazione. Problema non da poco già da prima del 24 febbraio, quando il conflitto è iniziato, e adesso divenuto di somma urgenza, come si dice di solito quando occorre rapidamente correre ai ripari.

E questo è il caso nostro, ovviamente. Perciò leggere quale sia il punto di vista della banca centrale tedesca è sicuramente interessante, oltre che istruttivo.

Premessa d’obbligo: c’è un prima e un dopo la guerra, e dobbiamo ricordarcelo. Prima l’economia stava crescendo e l’inflazione pure. Si diceva che era colpa delle strozzature, che era una cosa temporanea, eccetera. Dopo l’economia sta rallentando e l’inflazione no. Al contrario: sembra sempre più vispa, e perciò particolarmente spaventosa. Come se una malattia scomparsa si fosse presentata inaspettatamente alla nostra porta. Colpa del prezzo dell’energia, dicono tutti, che hanno alimentato il fuoco di prezzi già bollenti a causa della pandemia.

Sarà. Rimane il problema. All’indomani dell’inizio della guerra i tassi di inflazione sono arrivati al 7,6 in Germania, e al 7,4% nell’eurozona. Ad aprile al 7,8% in Germania e del 7,5 nella zona euro. “In Germania non si vedeva un’inflazione così dal 1981”, ricorda il nostro oratore, quando scoppiò la guerra fra Iran e Iraq.

La guerra russo-ucraina, come allora quella fra Iran e Iraq, aggiunge ovviamente temperatura ai prezzi energetici, che già erano caldi, e c’è poco da sperare che si raffreddino tanto presto. Il contrario, semmai, è assai più probabile.

L’ondata dei rincari si è trasferita ovunque, e questo è ancora peggio. Alcune produzioni, come quella di nickel, palladio e fertilizzanti, hanno risentito gravemente della conseguenze del conflitto, come anche i beni alimentari – in particolare il grano – che vengono prodotti nel teatro di guerra.

Detto semplicemente, la guerra ci ha ricordato ancora una volta quanto siano complesse le catene di fornitura globali. Il conflitto, ad esempio, ha fatto mancare i cablaggi per le auto prodotte in Germania. O, peggio, si è bloccata anche la produzione di gas neon: la metà della produzione globale di questo gas, infatti, che serve per fare microchip, avviene proprio in Ucraina, a Mariupol. E non c’è bisogno di aggiungere altro per capire che non abbiamo idea di quando la produzione (di microchip) possa tornare alla normalità.

Poi ci sono le restrizioni, ovviamente. La chiusura degli spazi aerei, intanto, dei porti attorno al Mar Nero, la carenza di autisti di tir: tutti fattori che aumentano le strozzature. Poi ci sono i provvedimenti di embargo contro le produzioni russe, a cominciare da quelle energetiche, che aggiungono ulteriore pressioni a questi prezzi e tutto il resto.

La Buba ha calcolato che uno stop completo delle forniture russe alla Germania provocherebbe un calo del 2% del pil nel 2022, che i qualche modo può creare una contro-pressione disinflazionaria. Ma nel breve termine è più facile che prevalga quella opposta.

Bisogna quindi guardare a uno scenario più vasto, prendendo in considerazione non solo la pressione sui prezzi, ma anche la risposta dei salari e soprattutto l’andamento delle aspettative, che giocano un ruolo molto importante nella formazione dei prezzi.

Cominciamo dai prezzi. A preoccupare il banchiere tedesco è l’aumento dell’inflazione core, quindi al netto di alimenti freschi ed energia, passata dal 3,4 di marzo al 3,9 di aprile. Segnale poco rassicurante, perché lascia temere che l’ondata si stia espandendo a tutta la filiera dei beni di consumo.

Se guardiamo ai salari, al momento non ci sono segnali chiari di tensioni al rialzo. E tuttavia, il giro di rinnovi contrattuali più ampio è previsto nella seconda metà dell’anno, e sappiamo già che i sindacati delle industrie metallurgiche stanno spingendo per avere un aumento dei salari dell’8,2%. “Questo significa che la dinamica può aumentare notevolmente”, sottolinea.

Quanto alle aspettative, anche qui si osservano dinamiche “preoccupanti”. Una survey condotta sulle famiglie registra un aumento delle aspettative a cinque anni dal 3,4 di febbraio 2021 al 4,5% di febbraio 2022, e un andamento simile è stato osservato ad aprile. “Tutto questo – conclude – suggerisce che possano prevalere tassi di inflazione più elevati nel futuro prossimo e che le aspettative possono essere meno ancorate”.

E qui sorge la domanda: fino a quando? Dopo un ventennio di inflazione ai minimi è davvero possibile che i prezzi tornino a salire rapidamente?

Nessuno conosce la risposta,ovviamente, neanche i banchieri centrali. Si possono fare infinite congetture, citare un’infinità di studi e ricerche, come fa il nostro banchiere. Ma il succo rimane quello: non lo sappiamo.

Sappiamo però quello che deve (dovrebbe) fare una banca centrale (in teoria) quando l’inflazione torna a farsi vedere così marcatamente. E infatti l’opinione del nostro banchiere stupirà solo quelli che non seguono d’abitudine il central banking, e tantomeno la “filosofia” di quello tedesco: “C’è sempre meno preoccupazione che possa verificarsi una normalizzazione prematura della politica monetaria riportare l’economia nel contesto di bassa inflazione degli anni precedenti. Invece, vedo che il rischio di agire troppo tardi sta aumentando notevolmente. Visto lo straordinario alto incertezza che circonda il futuro percorso dell’inflazione, non dovremmo ritardare l’uscita dalla stessa politica monetaria accomodante, dal momento che una politica monetaria meno espansiva fornisce la massima flessibilità”. Ritardare l’uscita “è rischioso”, dice. Meglio dare subito un segnale di rialzo che doverlo fare bruscamente. Il succo non cambia: la bonanza è finita. Ricordiamocelo.

Dopo la grande abbuffata, il debito sovrano diventa indigesto


La buona notizia, diciamo così, è che nel 2021 i bisogni finanziari dei governi dei paese Ocse si sono stabilizzati. Almeno così racconta l’organizzazione parigina nel suo ultimo outlook sul debito sovrano. Quella cattiva è che questa stabilizzazione segue all’impennata osservata durante la crisi sanitaria. Quindi ci siamo fermati, ma un livello ben superiore a quello a cui eravamo abituati.

Perciò la “stabilizzazione” diventa un pericolo improvviso, nel momento in cui si susseguono i segnali che i tassi di interesse sono destinati a crescere dovunque. Le banche centrali d’altronde non possono fare granché per evitarlo, con un’inflazione che non si vedeva da alcuni decenni.

Per avere un’idea più chiara di quello che ci aspetta, è sufficiente ricordare che la domanda lorda di prestiti dei governi Ocse è cresciuta del 70% nel 2020 rispetto al 2019. Adesso ci si attende che il fabbisogno, che ha raggiunto i 16 trilioni nel 2020, arrivi a “solo” 14 trilioni nel 2022.

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L’aumento dei fabbisogni ha ovviamente impattato sullo stock di debito negoziabile dei governi Ocse, che è aumentato di circa 10 trilioni negli anni della pandemia, arrivando a 50 trilioni, ed è previsto arrivi a 53 trilioni nel 2022. In sostanza un aumento del 33% dalla fine del 2019, “più della crescita totale del debito nel decennio precedente a questa crisi”, osserva l’Istituto.

Osservata in percentuale del Pil, la crescita è stata di 16 punti. Il rapporto, quindi, è arrivato al 90% nel 2020. Si attende un declino all’88% entro quest’anno, ma siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi.

Ci sono anche due buone notizie: le emissioni sovrane si prevedono in calo e il costo del servizio del debito rimane ancora contenuto, pure se è aumentato. Secondo i calcoli Ocse, circa il 70% dei bond a tasso fisso emessi nel 2021 hanno un rendimento inferiore all’1%. Erano l’80% nel 2020, ma molti di meno (il 37%) nel 2019, prima quindi che le banche centrali agissero.

Significa in pratica che le decisioni di politica monetaria hanno consentito, nel corso della crisi, di raddoppiare la percentuali di titoli di stato a rendimento sotto l’1%. E questa è una buona misura per farsi un’idea dell’impatto rilevante che ha avuto la politica monetaria.

Al tempo stesso, ci comunica anche l’informazione “contraria”: ossia che l’inversione della politica monetaria rischia di far salire notevolmente il costo del debito per molti paesi, che non potranno più contare né sui tassi azzerati, né sugli acquisti del debito da parte delle banche centrali.

I governi lo sanno bene. E infatti stanno lavorando per allungare le scadenza, che sono già tornate al livello pre-pandemico, quando la durata media delle obbligazioni governative era di 7,6 anni. Questo allevia il problema, ma certamente non solo risolve. Ogni anno bisognerà rinnovare quote importanti di debito pubblico, come sappiamo bene noi italiani, e questo può generare notevoli rischi di rifinanziamento.

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Ocse calcola che circa il 40% di questi debiti dovrà essere rifinanziato nei prossimi tre anni. Per questo suggerisce ai gestori dei debiti governativi di “rafforzare le relazioni con gli investitori”, sperimentando anche nuove formule di prestito.

Questo ovviamente nella migliore delle ipotesi. Ossia che non si verifichino peggioramenti sanitari, che le pressioni inflazionistiche si allentino e che magari la guerra non peggiori le cose più di quanto non abbia già fatto. Che, considerando la malasorte che sembra caratterizzi i nostri anni Venti, suggerisce di praticare notevoli scongiuri.

Sempre più banche centrali pensano alla valuta digitale


L’ultima survey condotta dalla Bis sullo stato di avanzamento dei lavori delle banche centrali di tutto il mondo sulle central bank digital currency (CBDCs) fa capire con chiarezza che molto presto questo tema diventerà un fatto assai più pratico che teorico.

Gli Istituti si stanno preparando con studiata lentezza – il tema d’altronde è pieno di complessità – a varcare il Rubicone che trasformerà le vecchia banconota analogica, che ancora ci accompagnerà a lungo nei nostri portafogli fisici, in un aggregato di bit che verrà custodito nei nostri wallet virtuali e molto probabilmente rivoluzionerà le nostre abitudini di consumo.

Ci avviciniamo, insomma, a una profonda mutazione dei sistemi di pagamento che le banche centrali hanno deciso praticamente in massa – e sarebbe strano il contrario – di guidare in qualche modo per non esserne travolte.

Quanto prendano sul serio la questione, si capisce bene proprio sfogliando la survey. Nove banche centrali su dieci stanno esplorando le CBDC, sicuramente stimolate non solo dalla pandemia, che ha accelerato bruscamente il ricorso dei cittadini ai pagamenti dematerializzati, ma anche dall’avvento del newcomers, ossia i giganti della rete, che hanno iniziato a proporre stablecoin, ossia valute digitali “agganciate” a valute di riserva. Un’evoluzione che minacciava il cuore del sistema finanziario e dei pagamenti, richiedendo perciò una manovra coordinata per difendere la gestione pubblica della moneta che, giova ricordarlo, in larga parte viene emessa da soggetti privati (banche).

Non stupisce perciò che questo processo di creazione di valute digitali di banca centrale sia molto avanzato nelle economie più sviluppate, anche se fra le avanzate si distingue la Cina. E si spiega anche perché di queste nove banche su dieci che stanno pensando in qualche modo alla CBDC più di due terzi sta considerando o reputa probabile l’emissione della sua valuta in formato digitale, nel breve o nel medio termine.

Siamo, insomma, ai nastri di partenza, ma il cambiamento sostanziale non si osserverà in tutta la sua dinamica e le sue conseguenza prima della fine del decennio. Già da oggi tuttavia possiamo immaginare che ci saranno notevoli conseguenze per i pagamenti transfrontalieri, che sono una delle aree di maggiore interesse per le opportunità che le valute digitali possono offrire. E poi c’è il tema dei soggetti non bancati, ossia privi di conto corrente, che in molti paesi emergenti potrebbero trovare nella valuta digitale un potente strumento di inclusione. Parliamo di oltre un miliardo e mezzo di persone.

Alla survey hanno partecipato 45 banche centrali. E il dato interessante emerge osservando che molte di loro hanno cambiato le loro previsioni fra il 2018 e il 2021. Circa il 60% adesso si è orientata verso la possibilità di emettere una CBDC retail e il 45% una CBDC per i pagamenti all’ingrosso già nel medio termine.

La rivoluzione non si farà domani, insomma. Ma si farà. Magari dopodomani.

L’incognita dei salari che pesa sull’inflazione


Il problema, sembra di capire leggendo l’ultimo Bollettino della Bis dedicato al rischio inflazione, è quanto sarà persistente l’ondata di rincari che ha riportato gli indici “che non si vedevano da decenni”. Perché proprio la durata delle tensioni metterà alla prova la robustezza del tessuto istituzionale che in questi decenni, anche grazie alla collaborazione di alcuni trend – uno per tutti quello dell’espansione della globalizzazione -, ha consentito di godere di prezzi bassi e stabili. Un andamento che ha consentito ai banchieri centrali di esercitarsi in notevoli innovazioni di politica monetaria quando è sorta la necessità di allargare il credito per rianimare l’economia.

Un mondo che adesso scricchiola pericolosamente. Il binomio pandemia&guerra non ha soltanto creato uno stress notevolissimo sulle curve di domanda (prima) e di offerta (dopo). Ha pure questionato – e la durata della guerra non fa che rafforzare i dubbi – la sostenibilità dell’attuale modello di globalizzazione, che già adesso si vuole diversa, a cominciare proprio da quei paesi avanzati che pure l’hanno sostenuta e diffusa.

Ma questi sono temi di lungo periodo. Il problema è capire innanzitutto come reagiranno le società più avanzate a questo inaspettato e sorprendente movimento dei prezzi, che fa tornare d’attualità idee che sembravano ormai consegnate alla storia. Quella di un mutamento dei regimi istituzionali, che conduca ad “indicizzazioni automatiche e clausole di aggiustamento al costo della vita”, come mostra di temere il Bollettino. Perché quello potrebbe rappresentare il calcio d’inizio della temutissima spirale prezzi/salari che ogni banchiere centrale frequenta nei suoi incubi.

Un rischio che al momento però sembra contenuto. Al momento, infatti, il quadro della situazione salariale non fornisce orientamenti univoci. Si è osservato un notevole aumento delle retribuzioni negli Stati Uniti, mentre rimangono contenute negli altri paesi avanzati, forse anche grazie ai meccanismi che intanto sono stati incorporati nella dinamica delle retribuzioni. Pure se alcuni segmenti hanno mostrato tendenze al rialzo.

Il problema rimane però. L’analisi dei comportamenti pregressi rimane poco informativa, perché sono passati troppi anni da quando i lavoratori facevano la voce grossa o le imprese aumentavano i prezzi rapidamente per difendere i propri margini. La nostra memoria breve, insomma, non ci fornisce dati sufficienti per le predizioni. Quindi rimane solo la cara vecchia logica, che suggerisce come la pazienza di lavoratori e imprese possa durare in ragione inversa al proseguire dei rincari, ma non ci dice né come né quanto.

Il grafico sopra ci dice tutto quello che serve sapere. La pendenza delle curve è il problema. Al momento (grafico sotto) le tensioni sui salari sono contenute.

Ma anche questo grafico ci parla di oggi, non di domani. E quanto a questo, bisognerà cominciare a farsene un’idea tenendo d’occhio gli andamenti negli Stati Uniti. Vedere insomma se i settori che hanno mostrato maggiori strappi al rialzo delle retribuzioni manterranno questa tendenza nei prossimi mesi e, soprattutto, se la comunicheranno anche ad altri settori.

Non c’è molto altro che possiamo fare. A parte incrociare le dita, ovviamente.

Cartolina. Per me pari sono


Non stiamo adesso a sottilizzare su quanto indebitati siano i ricchi emergenti e quanto poco i paesi a basso reddito: potremmo persino scoprire che c’è un collegamento fra il livello dei debiti e quello della ricchezza, ossia dei crediti. E verrebbe meno tutta una letteratura. E sorvoliamo anche sul fatto che il debito pubblico è cresciuto molto più del privato, sempre in quei famosi paesi ricchi, che pudicamente vengono chiamati “avanzati”. Perché il punto è proprio questo. Privati e pubblici, quanto all’aumento del debito, per me pari sono, come diceva il poeta. E pure per i mercati, evidentemente.

Aumenta il conto delle sanzioni per la Russia


Una recente analisi proposta da Bofit ci ricorda il profondo danno che le sanzioni internazionali decise dopo l’attacco all’Ucraina stanno provocando all’economia Russa. Soprattutto sottolinea come le complicazioni per Mosca siano destinate ad aumentare, specie se si dovesse arrivare a una completa separazione dall’economia internazionale, alla quale la Russia ha partecipato attivamente nell’ultimo trentennio.

Per offrire una visione ampia, l’Istituto ha elaborato tre scenari: uno che si riferisce alle sanzioni in corso al momento, un altro che considera l’ipotesi che le economia avanzate mettano al bando il commercio con Mosca, un terzo dove la Russia è completamente tagliata fuori.

Il quadro attuale delle sanzioni, decise da Ue, Usa e UK, prevede il taglio delle esportazioni da parte di questi paesi verso Mosca di diverse categorie di beni, a cominciare da quelli militari per finire con quelle dei beni di lusso. A questi paesi vengono aggiunti anche Svizzera, Norvegia, Australia, Canada, Giappone, Corea e Taiwan, contemplando la possibilità che cessino completamente l’esportazione verso la Russia.

Quindi è stato calcolato quanto pesa, per la Russia, l’import di questi beni per la proprio produzione, ipotizzando che il paese non abbia la possibilità di generare all’interno prodotti sostitutivi. Una notevole semplificazione, che quindi va tenuta presente nell’analisi dei risultati. Il risultato suggerisce questo il taglio di queste importazioni è capace di determinare un calo del 4% del valore aggiunto.

Nel secondo scenario, quello che ipotizza un completo blocco dell’export verso Mosca, il danno complessivo è ovviamente assai più elevato. Il valore aggiunto potrebbe diminuire del 10%, con picchi del 20-30% per alcuni settori come la produzione di plastica e la chimica.

Nel terzo scenario, il totale isolamento della Russia dall’economia internazionale, si prevede che la perdita complessiva di prodotto interno lordo potrebbe arrivare al 18%, con alcune industrie come il tessile, a subire danni gravissimi (grafico sopra).

Se dal blocco delle esportazione verso la Russia passiamo al blocco delle importazioni dalla Russia, il quadro si arricchisce di nuove informazioni. Anche qui sono stati elaborati tre scenari: il primo a sanzioni attuali, il secondo a bando a tutte le importazioni dalla Russia per le economie avanzate, il terzo per un totale blocco delle importazioni dalla Russia. Ovviamente ogni scenario ha un diverso effetto sull’apparato produttivo russo che tali importazioni è chiamato ad alimentare.

Il grafico sotto sintetizza il risultato in termini di valore aggiunto per lo scenario numero uno, circa l’1% del volume aggiunto.

Ovviamente il secondo scenario da risultati molto più preoccupanti: un ban completo alle importazioni russe condurrebbe al calo del 12% del valore aggiunto totale, che potrebbe più che raddoppiare, arrivando al 25% se tutto l’export russo fosse congelato.

Pure al netto dei notevoli caveat contenuti nell’analisi, è chiaro che il danno economico che la Russia subirà a causa delle sanzioni crescerà in ragione della loro durata e della loro intensità. Non c’è da sperare che questo induca i russi a fermare la guerra. Ma dovrebbe servire a ricordare loro che il dopoguerra non sarà migliore. Forse addirittura peggio.

Se sono le recessioni a provocare la diseguaglianza


L’analisi della diseguaglianza, vero Grande Tema del nostro tempo, continua a riservarci notevoli sorprese. Dopo aver sviscerato le questioni semantiche – di che diseguaglianze stiamo parlando, reddito, ricchezza consumi, eccetera – adesso gli studiosi ci offrono un altro punto di vista che riguarda stavolta la pura metodologia: quella ragione causale che ancora seduce evidentemente gli osservatori di cose sociali, alla disperante e continua ricerca delle spiegazioni ultime, come si diceva una volta.

Ma aldilà del metodo, che richiederebbe troppe pagine per essere discusso, è il merito che si rivela interessante. In un paper pubblicato dalla Bank of England, infatti, si osserva che la diseguaglianza trova un notevole nutrimento nelle crisi. Per dirla diversamente, le recessioni generano molta più diseguaglianza di quanto facciano le espansioni.

Questo se ci pensate somiglia quasi a una rivoluzione copernicana. Siamo abituati a pensare che l’iniquità del nostro tempo derivi dal fatto che i ricchi diventino sempre più ricchi, perché mentre che l’economia cresce e il reddito aumenta, in virtù di chissà quali misteriosi giochi di potere “catturano” una quota crescente della torta a discapito di chi ha di meno. E i dati, sui quali ormai è fiorita una corposa letteratura, confermano questo andazzo. Nel senso che confermano l’aumento della diseguaglianza.

Questo è il dato (e risparmiamoci l’indagine sulla sua costruzione), estratto sulla base dell’osservazione sicuramente accurata di un ampio database di 26 economie analizzate nel corso di un cinquantennio. Altra cosa da sapere: si prende in esame la diseguaglianza di reddito, non di ricchezza, che speriamo a questo punto di aver imparato a distinguere. E come misura si prende l’indice di Gini, che ormai dovremmo conoscere a menadito.

Lo studio, infine, distingue fra recessioni e recessioni finanziarie, accompagnate quindi da crisi bancarie. E questo è utile perché ci permette di sapere un’altra cosa. Una crescita disordinata del credito prima di una recessione, infatti, aggrava notevolmente – la stima è del 40% – gli effetti sulla diseguaglianza rispetto a una recessione non preceduta da surriscaldamento bancario.

Quanto agli esiti dell’osservazione, non c’è molto da dire ma pesa: “Il meccanismo primario attraverso il quale questa amplificazione (della diseguaglianza, ndr) si verifica sembra essere quello dell’entità della recessione”. Insomma: più la crisi è grave, e magari coinvolge un settore bancario con banche sottocapitalizzate – classicamente quella del 2008 – più la diseguaglianza si amplifica. Gli shock finiscono con l’essere subiti più pesantamente da chi ha meno, anziché da chi ha di più e la ripresa che ne conseguenze lascia molte macerie che si stratificano aumentando le disparità.

C’è una terza conclusione che proponiamo a chiunque voglia riflettere senza paraocchi su questo tema. Se a far male sono le crisi, più che la crescita, dovremmo imparare a prevenirle assai meglio di quanto siamo capaci di fare adesso. Sul come fare, si accettano suggerimenti.

Geopolitica ed energia: fra sinestesia e storia


Nei giorni scorsi sono stato invitato a offrire un contributo a un corso su Geopolitica ed Energia che si sta svolgendo presso la facoltà di Scienza politiche dell’Università Roma Tre. Una splendida occasione per ragionare non soltanto su un tema strategico del nostro tempo – d’altronde l’energia nelle sue varie forme lo è stata in ogni tempo – ma anche del modo in cui costruiamo il nostro discorso sulle scienze sociali, che anche su questo blog ho iniziato a esplorare.

Mettere alla prova una metodologia su un campo specifico di osservazione è un boccone appetitoso per ogni studioso, quindi comprenderete bene il mio entusiasmo.

Il video che trovate nel link sotto è il frutto di questa riflessione, che partendo dalla semantica, spiega in pratica cosa vuol dire usare la sinestesia per osservare i fatti di una società e conclude con l’applicazione del metodo a un caso che ho definito di “geopolitica estinta”, ossia la storia dell’oro bianco, meglio conosciuto come sale.

Ce n’è abbastanza per concludere ricordando la legge della conservazione dell’energia, che la fisica ci ha spiegato ormai da alcuni decenni, e domandandosi quanto la nostra capacità di inventare nuove forme di “cattura” e distribuzione dell’energia, che abbonda nel nostro mondo, dipenda dal modo in cui percepiamo e ragioniamo sui problemi concreti.

Per dirla diversamente: ragionando in maniera causalistica, secondo l’insegnamento degli scienziati del Seicento, siamo arrivati sulla Luna e oltre. Dove possiamo arrivare se impariamo a ragionare sinesteticamente?

Ai poster l’ardua sentenza, diceva il poeta.

Buon ascolto.

Geopolitica dell’energia: fra semantica, sinestesia e storia.

Il lento declino delle ragioni di scambio europee


Quando ragioniamo dell’incremento rimarchevole del costo delle risorse energetiche dovremmo sempre ricordarci che questi rincari, che hanno fatto aumentare il valore nominale delle importazioni europee di oltre il 40% rispetto al pre-pandemia, secondo quanto osservato nell’ultimo bollettino delle Bce, hanno finito col determinare un notevole peggioramento delle nostra ragioni di scambio con l’estero.

Ricordiamo che le ragioni di scambio misurano sostanzialmente il rapporto fra esportazioni e importazioni di un paese. Mettiamo per ipotesi che esistano solo due paesi e due beni: petrolio e grano. E che un paese esporti petrolio e importi grano, mentre l’altro paese fra il contrario. Se il prezzo del petrolio aumenta significa che il paese che produce grano dovrà pagare di più le proprie forniture, e quindi il prezzo relativo del grano rispetto al petrolio diminuisce. Ciò significa che il paese che produce petrolio, incasserà più grano per le stesso importo esportato. La sua ragione di scambio migliora.

Se ci riferiamo a una economia nel suo complesso, le ragioni di scambio misurano il rapporto fra il prezzo ponderato delle esportazioni e delle sue importazioni. Se le ragioni di scambio aumentano, il paese avrà, a parità di quantità, un miglioramento dei conti commerciali. Viceversa, un peggioramento.

Questo è quello che è accaduto nell’Eurozona, dove, “le ragioni di scambio sono notevolmente peggiorate a partire dalla seconda metà del 2021, di riflesso al brusco aumento dei prezzi dei beni energetici”. Il grafico sotto ci dice quello che c’è da sapere.

A questi andamenti ha contribuito anche il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, che poi è la moneta con la quale in gran parte si pagano queste forniture, che ha gravato sulle ragioni di scambio europee, già appesantite dai rincari energetici, alle quali sono evidentemente collegate.

Le ragioni di scambio ovviamente fluttuano, ma stavolta hanno oscillato più del solito. E questo ha prodotto un notevole peggioramento sul livello del reddito dell’area, che di fatto corrisponde a un trasferimento di potere d’acquisto europeo verso altre regioni.

In dettaglio, la Bce ha calcolato che questo trasferimento, nel quarto trimestre del 2021, abbia pesato 1,3 punti di pil dell’area, se si confronta col quarto trimestre dell’anno precedente. Un andamento in parte compensato dai maggiori prezzi alle esportazioni applicati dai paesi europei agli acquirenti esteri.

E’ interessante osservare (grafico sotto) che l’effetto reddito negativo per l’Ue è stato maggiore rispetto a Usa e Uk, per la semplice ragione che queste economie “dipendono in misura minore dalle importazioni nette di beni energetici”.

Ciò ovviamente ha diminuito l’avanzo corrente dell’eurozona, contribuendo al trend di sostanziale pareggio dei conti con l’estero che l’area ha raggiunto di recente, “dopo aver accumulato persistenti avanzi di conto corrente nel corso dell’ultimo decennio”. I vecchi tempi sono finiti, insomma. Meglio saperlo.