Etichettato: the walking debt

La crescita irresistibile del mattone indiano


Le ultime statistiche diffuse dalla Bis sugli andamenti dei mercati immobiliari globali, con dati aggiornati al primo trimestre 2019, ci consentono di trarre alcune conclusioni interessanti su chi siano i paesi dove la crisi ha picchiato più duramente e quelli, al contrario, dove le quotazioni sono cresciute di più. Globalmente, infatti, sembrano ci siano solo vincitori. Sia i paesi avanzati che quelli emergenti risultano aver visto crescere il valore dei loro immobili.

Ma gli aggregati, proprio come il famoso pollo di Trilussa, tendono a falsare la realtà. Se è vero che, in termini reali, i prezzi delle proprietà immobiliari risultano del 18 e del 14% superiori a loro livello pre crisi rispettivamente nei paesi avanzati ed emergenti, è vero altresì che andando a vedere nel dettaglio la musica sembra molto diversa.

Il grafico sopra, che qui potete analizzare più compiutamente, si osserva con chiarezza che diversi paesi, fra i quali il nostro (indice poco superiore a 75) sono ancora ben al di sotto del livello pre crisi. E soprattutto si osserva che fra i paesi emergenti spicca la notevolissima crescita del mattone indiano, ormai superiore del 75% al suo livello pre crisi, assai più della Cina (indice 109 circa) o del Messico (indice 122).

Fra i paesi avanzati, si segnalano invece gli andamenti simili di Usa (indice 130) e Germania (indice 130). Mentre nell’Eurozona la Spagna, nell’ultimo trimestre, ha avuto la crescita più consistente, pari a oltre il 5% a fronte di circa la metà dell’area.

Quanto agli andamenti nei paesi emergenti, la notevole crescita indiana si è consolidata nei primi anni dieci, quando il mattone cresceva a tassi a due cifre.

I rallentamenti che si osservano a partire dal 2016 mostrano che questa fase ormai sembra definitivamente alle spalle. Bisognerà capire se questa crescita sia sostenibile in futuro. Ma questa è un’altra storia.

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L’ascesa irresistibile delle imprese “sovrane”


Chi cercasse conferme del fatto che l’economia è ormai un fatto sempre più politico – ossia a guida politica – può trovarne una conferma osservando l’ascesa irresistibile delle SOEs, ossia le state-owned enterprises, nel panorama dell’economia mondiale. Queste imprese “sovrane”, quindi regolate, gestite e capitalizzate dallo stato, sono le vere protagoniste di questo inizio secolo, come testimonia anche l’Ocse nel suo ultimo outlook dedicato al business e alla finanza.

Chi si domandasse perché mai questo dovrebbe essere un problema, dovrebbe impiegare giusto qualche minuto del suo tempo e sfogliare il capitolo che l’organizzazione parigina dedica alla questione. Scoprirebbe ad esempio che le imprese pubbliche attive in certi settori, come ad esempio l’acciaio, tendono ad essere meno profittevoli dei loro concorrenti privati anche se meno predisposte a uscire dal mercato. Detto in soldoni, le imprese pubbliche sopravvivono più di frequente alla ragione economica, essendo forti di quella politica, instillando inefficienza nel sistema economico. Il che contribuisce non poco a spiegare le fioritura di imprese zombie che abitano il nostro paesaggio.

Non c’è solo questo, ovviamente. Le SOEs tendono a covare maggiori rischi di corruzione, e anche questo è facilmente comprensibile. Se uno stato decide di investire sull’acciaio, perché gli serve per sviluppare una politica di potenza, lo farà in barba non solo a qualunque ragione economica ma anche a qualunque barbosità moraleggiante.

Detto ciò, è interessante osservare che questa tendenza alla crescita di queste entità ormai è straripante. Non a caso, ovviamente. Il sovranismo politico si nutre dello statalismo economico, essendo quest’ultimo null’altro che l’altra faccia del potere. Oggi per giustificare la necessità di questo interventismo – gli anni Ottanta non sono trascorsi invano evidentemente – si usano formule suadenti come quella secondo la quale lo stato deve intervenire quando ci sono fallimenti di mercato. Formula meravigliosa perché evoca l’intervento riparatore dello stato – ovviamente a spese del contribuente – nella convinzione che sappia sempre meglio del mercato cosa sia giusto e cosa no per una collettività.

Su chi stia guidando questa irresistibile ascesa non c’è da dubitare: la Cina, ovviamente, che, come da manuale, declina la sua politica di potenza aumentando in maniera esponenziale la presa sull’economia nazionale (e quindi internazionale).

La Cina, quindi. Ma non da sola. Gli Stati Uniti, per dire, hanno triplicato il loro numero di aziende sovrane, come si può vedere dal grafico sopra che comunica l’evoluzione delle SOEs da inizio secolo. Qui si osserva che in Europa queste entità hanno goduto di minor fortuna rispetto all’Asia e agli Usa. E questo, qualora serva, è l’ennesima conferma che la politica di potenza passa per lo statalismo economico. L’Europa, e con lei il Giappone, hanno dismesso da tempo qualunque velleità di potenza. E infatti si vede.

A livello globale i dati raccolti da Ocse ci dicono che al momento 102 dell principali 500 imprese del mondo sono detenuta interamente o a maggioranza dallo stato azionista. “Il trend è in crescita”, spiega Ocse. E non potrebbe essere diversamente, visto lo spirito del tempo. “Meno di due decenni fa 34 imprese su 500 erano di proprietà dello stato”, sottolinea. In sostanza sono più che triplicate. E in effetti vent’anni fa la mania sovranista era assai meno popolare di oggi, così come non si era ancora verificato lo spettacolare (e dolorosissimo) fallimento del mercato del 2008, che ha incoraggiato gli stati ad aprire il portafogli e infischiarsene delle buone maniere. Ma non c’è solo questo, ovviamente. C’è anche lo spostamento del pendolo economico verso i paesi emergenti, dove le SOEs, per vari motivi, sono molto più diffuse. Sempre la Cina, quindi. Ma anche il Brasile, la Russia, l’India.

Relativamente alla distribuzioni settoriali di queste aziende, si nota che sono un pezzo importante dei paesi Ocse nel settore delle costruzioni.

Infine c’è da ricordare un’altra caratteristica delle SOEs. Molte di queste sono state parzialmente privatizzate e molto spesso quotate. Ma poiché le maggioranza sono rimaste saldamente nelle mani dei governi, questi ultimi sono diventati giocatori di primo piano nelle borse. Succede anche da noi, tanto per non farci mancare nulla.

Quanto tutto questo contribuisca a mantenere svegli e vigili gli ormai addomesticati animal spirit degli imprenditori, è questione aperta. I fatti ci dicono che negli ultimi vent’anni il peso delle SOEs è cresciuto e insieme è peggiorato il declino della produttività globale. Magari le due cose non sono correlate, o forse sì. Ma la sostanza cambia poco. L’economia rimane un fatto politico.

Se la politica monetaria diventa politica fiscale


L’ultima tentazione, ormai neanche più nascosta, è quella che si è palesata nel corso dell’ultimo incontro della stampa con Mario Draghi successivo al meeting della Bce: “pompare” soldi dalle banche centrali direttamente nelle tasche dei cittadini. Quello che la vulgata chiama helicopter money, fonte di desideri che molto dicono di noi. Del fatto, vale a dire, che pensiamo che la soluzione di tutti i nostri problemi risieda nella distribuzione di denaro, proveniente da una fonte che si pensa inesauribile. La cornucopia di banca centrale è una perfetta rappresentazione del trionfo dell’irresponsabilità che si legge in filigrana nel nostro tempo.

Aldilà del merito “filosofico” di questa proposta, la risposta di Mario Draghi è esemplare per chiarezza. “Bisogna sempre tenere in mente – dice – che dare denaro alle persone, in una qualunque forma, è un compito della politica fiscale, non della politica monetaria”. Una conclusione che suona particolarmente azzeccata per un banchiere che ha condotto allo stremo la politica monetaria proprio per supplire alla deficienze della politica fiscale. Deficienze che, oltre a essere connaturate nell’architettura dell’eurozona (difficile fare politica fiscale con tante teste che hanno pensieri e bisogni differenti), fanno parte di quel silenzioso ma efficacissimo accordo fra politici e banchieri centrali in vitù del quale i secondi si sono fatti carico, nell’ultimo decennio, delle inadeguatezze dei primi per rimettere in piedi un’economia scricchiolante.

La politica monetaria ha fatto – concretamente – politica fiscale nel momento in cui ha deciso come redistribuire i profitti e le perdite determinati dalla sue decisioni. Un esempio: il crollo dei tassi ha caricato sulle spalle dei fondi pensioni, e quindi dei futuri pensionati, il costo del riequilibrio finanziario. O, per dirla con le parole di Draghi, “la politica monetaria ha consentito la creazione di oltre 11 milioni di posti di lavoro” nell’area. Compito che certo non appare negli statuti della Bce.

Ciò per dire che gli effetti negativi della politica monetaria (i tassi bassi e ciò che ne consegue) e quelli positivi (la creazione dei posti di lavoro), ricadono in quell’area di attività che potremmo definire gestione pubblica degli affari economici nella quale la separazione libresca (e istituzionale) fra politica monetaria e politica fiscale tende sempre più a sfumare. Almeno fino a quando non si chiede espressamente alla banca centrale di “regalare” soldi ai cittadini.

E’ in questo momento che il banchiere centrale dice le cose come stanno. La politica monetaria condotta al confine delle sue possibilità implica necessariamente la politica fiscale. Non è certo un caso che sempre Draghi abbia più volte ripetuto nel corso della sua conferenza che ormai tocchi alla politica fiscale, ossia ai governi, fare whatever it takes pe restituire il sereno alle nostre contabilità.

Come debbano riuscire a farlo è affare loro, pare di capire. L’idea di usare la banca centrale per fare arrivare soldi al popolo presuppone l’abdicazione a tale responsabilità. Per questo piace a molti.

Arriva la Libra (statale) made in China


Per capire quanto i banchieri centrali prendano sul serio le minacce del fintech non serve elencare la letteratura che raccoglie le loro intemerate, divenuta ormai copiosa da quando Facebook ha annunciato la nascita di Libra. E’ sufficiente notare il loro talento nel trasformare queste minacce in un’opportunità: la sostituzione del contante con una moneta digitale emessa da una banca centrale. Una Libra, ma con dietro lo stato, chissà prché ritenuto più affidabile di un consorizio privato che persegua i propri interessi cercando il profitto.
Una moneta digitale di banca centrale che sostituisca il contante, peraltro, è lo strumento ideale per esercitarsi in operazioni assai spericolate, come quella ipotizzata qualche tempo da alcuni economisti per sfuggire alla gigantesca trappola delle liquidità nella quale sembra si sia infilata l’economia internazionale: assegnare un tasso negativo anche ai depositi retail, al momento impossibile perché ci sarebbe una fuga dai depositi a vantaggio del cash.

Una moneta digitale emessa da una banca centrale sembra esercizio teorico ma non lo è affatto. Specie da quando, dall’agosto scorso, la banca centrale cinese ha fatto trapelare che sta lavorando a un progetto del genere. Da quel momento è stato un fiorire di illazioni che sono state raccolte sagacemente in una ricerca pubblicata dal centro studi di una piattaforma di trading in criptovalute, la Binance.

Al di là degli aspetti tecnici, sono quelli finanziari a suscitare l’interesse maggiore. Il sistema dovrebbe essere articolato su due livelli, un po’ come accade adesso. La Banca centrale, vale a dire, distribuisce la valuta digitale tramite le riserve della banche commerciali che interagiscono con i clienti, ossia consumatori e imprese, che poi “restituiscono” alla banca centrale il denaro creato svolgendo le normali attività economiche tramite sempre le riserve bancarie. Ma a differenza del sistema attuale, la valuta digitale non sarebbe moltiplicabile. Non ci sarebbe più una riserva frazionaria, ma una riserva al 100%. Significa in pratica che le banche commerciali non potrebbero distribuire moneta in misura superiore alle proprie riserve di valuta digitale. Le banche sarebbero semplici agenti delle banche centrali verso il pubblico.

Le voci dicono pure che nel gruppo ristretto degli intermediari verso i quali verrà indirizzata la moneta digitale ci saranno anche Alibaba e Tencent, ossia i colossi dell’Hi tech cinese, che già sono i terminali di un fiorente sistema di pagamenti interno interamente basato sulle loro tecnologie. E questo chiude il cerchio: una specie di sistema Libra, ma in salsa cinese, ossia con la banca centrale (leggi lo stato) dietro e i giganti dell’hi tech e le banche nel ruolo di gregari. Il capitalismo cinese è cinese prima che capitalista.

Va detto che l’idea di una valuta digitale di banca centrale già da tempo è nei radar di diversi soggetti, banche centrali e non, a cominciare dalla Riksbank svedese, e non a caso. La Svezia è uno dei paesi in cui si usa meno il cash e che quindi si presterebbe bene all’esperimento. E in effetti la banca riflette da tempo su alcuni progetti. E poi c’è l’accademia, ovviamente. Il Nber un paio di anni fa ha proposto un saggio di Michael Bordo e Andrew Levin dedicato proprio alle valute digitali delle banche centrali e la Bis di Basilea, più di recente, ha fatto la stessa cosa pubblicando una trentina di pagine dove vengono illustrate tassonomie e proprietà della valuta emessa da una banca centrale. Le ragioni sono numerose: dal contante, che viene sempre più percepito come un problema per la gestione ordinata della politica monetaria, alla necessità di sempre nuovi espedienti monetari per rianimare un’economia asfittica.

Perciò la teoria sta diventando pratica. E adesso che la Cina minaccia di fare sul serio, i grandi strateghi della politica dovrebbero iniziare a chiedersi cosa sarà del sistema monetario internazionale fra l’incudine delle varie Libra e il martello del renminbi digitale, espressione di un’economia ormai pandemica. Ma forse sono distratti.

Cartolina: Sottozero lower bound


Quando sul finire di agosto gli osservatori hanno notato scioccati che anche il trentennale tedesco ormai si vendeva a tassi negativi è risultato chiaro a tutti che l’epoca dello zero lower bound, quella dei tassi con limite inferiore zero ormai era abbondantemente alle nostre spalle. Siamo entrati nell’epoca del sottozero. I creditori pagano (pare) volentieri i governi perché custodiscano i loro soldi. Il debito euro-giapponese è quasi tutto a tassi sottozero ormai. Persino quello italiano torna a costare qualcosina a chi ci presta i soldi. Chi voglia spuntare qualche guadagno, almeno nominale, deve rivolgersi agli Usa, come sempre generosi, e all’UK. Ma chissà fino a quando. A parte le proteste di Trump, che ha notato contrito i tassi negativi tedeschi, la tendenza a riarmare i bazooka delle banche centrali è di nuovo forte. Inflazione se ne vede poca, d’altronde, e crescita ancor meno. Che un nuovo QE o chissà cos’altro serva a far girare meglio l’economia è da vedersi. I circa 16 trilioni di debito che si scambiano a tassi negativi non hanno certo provocato un miracolo economico. Sono serviti a far stare più tranquilli i creditori. Che infatti pagano.

La silenziosa metamorfosi dello Yuan


La forza del dollaro, quindi, è l’espressione economica della potenza politica statunitense, che a sua volta è anche la garante ultradecennale degli scambi internazionali, vieppiù all’indomani della fine della guerra fredda. La pax americana è sostanzialmente la levatrice dei mercati globali. Se non ci fosse, il mercato globale esploderebbe in una geografia di mercati regionali. Uno schema più volte osservato nella storia. Basta ricordare la pax romana di Augusto, o la (ri)nascita della via della seta ai tempi del potere mongolo del XIII secolo che rese celebre Marco Polo.

Ma il mercato non è soltanto una derivata politica della forza. Una volta che un mercato globale si instaura, diviene esso stesso una forza che concorre, con la politica, alla politica stessa. Concorre, letteralmente. Il mercato “creato” dal potere politico, “crea” entità che concorrono col potere politico alla determinazione della realtà. Pensate a Facebook che vuole creare una moneta internazionale. In una realtà globalizzata come quella in cui stiamo vivendo la distinzione libresca fra politica ed economia risulta sempre meno intelleggibile. Facebook fa politica quando inventa Libra, o agisce nel “suo” campo che è squisitamente economico?

Domande alle quali non serve rispondere. Contentiamoci invece di osservare come anche ciò che sembra determinato politicamente alla fine sia costretto a fare i conti con la logica del mercato, che non è certo indipendente dalla politica ma “fa” politica con gli strumenti attraverso i quali si manifesta nella realtà. Ossia la competizione, la concorrenza, la ricerca del profitto, eccetera.

Tenere presente queste considerazioni aiuta a mettere a fuoco il significato di un paper pubblicato dalla Bis (“Geographic spread of currency trading: the renminbi and other EM currencies“) dove si analizza l’andamento della moneta cinese mettendo a confronto la sua diffusione internazionale fra il 2013 col 2016.

Possiamo farcene un’idea guardando alla geografia di questi scambi. Il grafico sotto mostra dove gli scambi di yuan sono fra 1 e 10 miliardi di dollari al giorno (pallina blu) e dove sono superiori (pallina rossa).

Ciò che si nota subito è che la diffusione della valuta cinese si è ampliata esondando dalla sua regione di origine, trovando porti accoglienti nell’Occidente più estremo: quello statunitense. Londra e New York (ma anche la Germania) hanno spalancato le porte alla valuta cinese per motivi che nulla hanno a che vedere con la politica. O meglio che riguardano la politica dei mercati. Nel grafico sotto questa evoluzione è ancora più visibile.

Per dirla con le parole degli autori del paper, “tra il 2013 e il 2016 il renminbi si è
diffuso dall’Asia al resto del mondo”.

Ma la considerazione più interessante è un’altra. Tale diffusione, infatti, si è realizzata “in modo coerente con la distribuzione geografica del trading valutario (FX, ndr) globale determinato dalle forze di mercato”.

Ed ecco il meccanismo all’opera. I politici cinesi hanno creato i mercati offshore dello yuan a Singapore e Hong Kong. Ma una volta che il mercato ha imparato a relazionarsi con questi centri finanziari, entrambi hanno perso quote di mercato a favore di Londra e New York, ossia le principali piazze valutarie.

Nemmeno il pianificatore più attento, insomma, può sfuggire all’effetto gravitazionale dei mercati. Tantomeno può pensare di influire più di tanto sui loro umori. Per esempio si è osservato che le numerose linee di swap attivate dalla banca centrale cinese, una delle reti di relazioni fra le più articolate al mondo, hanno contributo assai poco al processo di internazionalizzazione della moneta di Pechino, a differenza di quanto è accaduto col il commercio, che è uno dei principali canali di internazionalizzazione dello yuan.

Questo può servire a capire meglio perché i politici cinesi siano così prudenti nel processo di apertura del loro conto capitale. Uno yuan pienamente convertibile significa che anche la politica monetaria cinese dovrà fare i conti con un mercato che parla inglese.

Questo processo di convergenza – l’intonarsi della moneta cinese alla corrente dei mercati internazionali – si è già osservato con altre valute, come il peso messicano, una delle valute emergenti più diffuse prima che lo yuan la superasse nel 2016. Anche il peso iniziò a diffondersi dalla sua base regionale nell’intero continente americano, ma a un tasso assai più lento. La moneta cinese, da questo punto di vista, ha un suo percorso unico e non c’è da stupirsi. I mercati sanno sempre riconoscere i buoni affari. E soprattutto trovano sempre il modo di farli. Per dirla con le parole degli economisti autori del paper, “mentre la strategia (politica, ndr) di internazionalizzazione del renminbi potrebbe aver dato un vantaggio a Hong Kong e ad altri centri commerciali asiatici, se il renminbi diventa una valuta internazionale chiave, le forze di mercato, non la politica, determineranno dove viene scambiata”.

Rimangono aperti diversi punti interrogativi. Nel momento in cui gli Usa sembrano voler chiudere le porte a tutto ciò che proviene dalla Cina, riuscirà Washington a convincere le banche di New York, che ormai tradano oltre 10 miliardi di dollari al giorno di moneta cinese, a farne a meno? La politica può certo chiudere le frontiere. Tutte le frontiere. Ma nel caso degli Usa significa tagliare l’albero sul quale si è seduti. Il mercato globale è una creazione della pax americana. La fine del mercato globale, perciò, dovrebbe inquietare tutti.

(2/fine)

Puntata precedente: Fra l’incudine del dollaro e il martello dello yuan

 

Fra l’incudine del dollaro e il martello dello yuan


Senza bisogno di farla troppo lunga, e volendo persino essere d’attualità, si potrebbe anche solo leggere l’ultima pagina di un astrusissimo paper presentato all’ultimo meeting di banchieri centrali a Jackson Hole per capire la quantità di effetti globali che generano gli andamenti del dollaro. Se lo storico sa per esperienza che una valuta egemone influisce per natura sulla vita di tutti, l’economista, specie quello contemporaneo, che non crede a nulla che non sia derivato da un modello matematico, ha bisogno di tornarci e ritornarci sopra fino allo sfinimento.

Proprio per evitare questo rischio, meglio farla semplice e saltare alle conclusioni, che potremmo sintetizzare così: gli umori del dollaro influiscono sui nostri che a loro volta finiscono per influire sulla valuta americana. Per dire: quando nel 2008 la crisi spaventò tutto il mondo, tutti si affrettarono a comprare dollari, il porto sicuro difeso dalle cannoniere Usa, col risultato di apprezzarlo. Ma al tempo stesso ciò che la Fed fa, cambia la vita di tutti. Ogni paese, chi più chi meno, ha a che fare con questa valuta, o perché gli servono dollari per comprare le merci di cui abbisogna. O perché vende debito denominato in dollari, che trova sempre acquirenti.

L’economia, insomma, vive sopra un incudine foderato di dollari che la sostiene e sul quale viene percossa dai marosi che lo stesso dollaro, in quanto moneta egemone, provoca. L’economia tutta, non solo quella fuori dagli Usa. All’interno infatti “la domanda di attività in dollari, considerate sicure, ha un profondo impatto sulla natura e sulla composizione della raccolta di finanziamenti pubblici e privati. Gli emittenti di obbligazioni statunitensi raccolgono il “signoraggio” dagli investitori stranieri”. Il vecchio “privilegio esorbitatante”, insomma, non riguarda solo lo stato Usa ma anche i privati che emettono debito.

Ma poiché non è tutto oro ciò che riluce, neanche in tempi di moneta fiduciaria, c’è anche un lato oscuro col quale gli Usa fanno (volentieri) i conti da svariati decenni. “La domanda di dollari può esacerbare il ciclo creditizio”. Le banche sono incoraggiate a prestare, generando quei boom e bust ai quali ci ha ormai abituati la cronaca, finanziandolo grazie all’emissione di safe asset – tipicamente bond denominati in dollari a medio termine – sostenuti da collaterali rischiosi. Mutui subprime docet. Ma neanche tanto poi. L’insegnamento è stato abbondantemente dimenticato e i vecchi mutui subprime hanno trovato validi sostituti.

Anche qui, nulla di sui stupirsi. “Questi boom/bust possono essere considerati come una manifestazione del dollar equilibrium”, che potremmo definire come il costante tendere della moneta americana verso l’equilibrio economico senza poterlo mai raggiungere in virtù del suo sostanziale disequilibrio politico. Questa fatica di Sisifo viene bene incarnata dalla Fed, la cui politica monetaria “impatta sull’offerta globale di “dollar safe asset” e sul cambio del dollaro, anche tendendo i tassi di interesse costanti”. Quindi la fatica che deriva dall’essere una banca centrale nazionale pur essendo la banca centrale mondiale. O viceversa, fate voi. Disequilibrio politico, appunto, che persino il volitivo presidente Usa sottolinea senza evidentemente leggere il sottotesto.

Anche qui: si paga l’aver dimenticato la storia. “Nel 1960 – ricorda il nostro paper – Robert Triffin sottolineò lo squilibrio strutturale del sistema di Bretton Woods nel quale il dollaro aveva come sottostante l’oro. Triffin anticipò che al crescere dell’economia la domanda di liquidità in dollari sarebbe cresciuta, ma con una quantità di oro limitata, il mondo sarebbe arrivato a un punto nel quale gli investitori non avrebbero più avuto la fiducia nella convertibilità, mettendola in crisi”. Triffin fu facile profeta. Quel sistema morì nel 1971, quando Nixon decretò la fine della convertibilità in oro del dollaro, inaugrando l’epoca del fiat money basata su se stessa. E quindi sulla forza economica, ma soprattutto politica, dell’emittente.

La questione si può riproporre negli stessi termini anche oggi. “Al crescere dell’economia mondiale, aumenterà in maniera corrispondete la domanda di liquidità in dollari. L’offerta di attività “safe dollar” non è più sostenuta dall’oro ma è alimentata dalla crescita dell’indebitamento pubblico e privato”. Il debito è l’oro del nostro tempo. Nulla di strano che cresca in ragione diretta dei nostri appetiti, potenzialmente inesauribili come il conio di uno stato egemone.

Rimane la domanda che riecheggia nella storia e viene ripetuta anche oggi: “La crescita dei debito in dollari sarà fornita in un modo coerente con la stabilità finanziaria? Gli eventi degli ultimi 15 anni suggeriscono che i responsabili politici dovrebbero prestare grande attenzione a questa domanda”. Gli eventi degli ultimi quarant’anni, viene da dire. Anche perché sull’incudine del dollaro ormai si inizia a sentire sempre più forte il battere del martello dello yuan. E noi tutti ci stiamo in mezzo.

(1/segue)

La riforma del sistema monetario, ovvero l’ultima sfida globalista


In un mondo che sembra dilatarsi ogni giorno, almeno quanto alle metriche che esprimono le sue economie, la camicia di forza del sovranismo monetario statunitense appare ormai logora e sempre più perniciosa. Non c’è chi non veda come i dilemmi della Fed, che è la banca centrale dello stato egemone e giocoforza la banca centrale globale, siano una costante riproposizione del celebre dilemma di Triffin, non a caso ricordato in un dei tanti paper che hanno accompagnato il dibattito dei banchieri centrali di agosto a Jackson Hole. Così come non è certo un caso che il dollaro  sia stato il convitato di pietra della due giorni americana.

Sono passati più di quarant’anni da quando un sottosegretario al Tesoro Usa ricordò agli alleati che “il dollaro è la nostra moneta è un vostro problema”, ma siamo ancora a questo punto. E non potrebbe essere diversamente, visto che la geografia politica, per quanto profondamente mutata da allora, non è cambiata al punto da minare l’egemonia statunitense. Semmai il contrario. Il multilateralismo di cui tanto si discute oggi, con le torsioni cinesi per guadagnare un posto di spicco dei paesi che giocano nella seria A della politica internazionale, sono virgulti, per quanto suggestivi, di fronte alla robustezza della quercia americana, della quale il sistema monetario internazionale, ossia il dollaro, è parte costitutiva. Come la marina Usa domina gli oceani, il biglietto verde domina i mercati finanziari internazionali, come si può osservare dal grafico sotto, preso a prestito da un altro intervento andato in scena a Jackson Hole.

L’oratore è sempre Mark Carney, governatore in uscita della Banca centrale britannica, che proprio al sistema monetario internazionale dedica la gran parte della sua allocuzione. Anche qui non a caso. I banchieri centrali sono considerati, a torto o a ragione, la punta di lancia dell’élite globalista. Nulla di strano, quindi, che nei loro consessi, in un tempo in cui un presidente Usa attacca la sua banca centrale ricordandole che è la banca centrale americana e non quella globale, ci si diletti a immaginare scenari diversi, oltre che a sottolineare le straordinarie distorsioni che una valuta egemone è capace di originare in un sistema finanziario globalizzato. Ci si diletta, letteralmente. Perché è chiaro a tutti che nessuna riforma è possibile senza il placet statunitense. E nessuno che abbia buon senso può pensare che il nuovo sistema monetario verrà gentilmente concesso da chi ne trae enorme profitto. Il “privilegio esorbitante” degli Usa è troppo appetitoso per liberarsene.

Chiaro perciò che si cerchino percorsi suggestivi di aggiramento di questa necessità politica che ancora si traveste da necessità storica. Magari profittando del progresso, che ha fornito e fornirà ancor di più in futuro strumenti inediti nella forma seducente e perciò irresistibile della diavoleria tecnologica. La moneta digitale, quindi: what else?

Abbiamo già discusso di come il fintech sia, insieme alla crescente fiscal dominance che emana dagli stati accentratori, uno dei rischi principali cui devono far fronte le banche centrali, ancelle predilette di quello stesso mainstream che Carney descrive così bene. “Per decenni – spiega – l’opinione comune è stata che i paesi potessero raggiungere la stabilità dei prezzi e minimizzare l’eccessiva variabilità della produzione adottando obiettivi di inflazione flessibili e tassi di cambio fluttuanti. Si pensava che i vantaggi del coordinamento delle politiche fosse, nella migliore delle ipotesi, modesto. La prescrizione principale, per i singoli paesi, era di mantenere le loro case in ordine”.

La banca centrale, quindi, custode suprema della stabilità interna e mitologico guardiano dell’inflazione per il tramite dei tassi di interesse. Un mondo finito, ammesso che sia mai davvero esistito. Almeno da quando è apparso troppo evidente che il re, ossia lo strapotere del dollaro sulla stabilità finanziaria globale, era nudo. “La globalizzazione ha aumentato costantemente l’influenza degli sviluppi internazionali su tutte le nostre economie”. Ed essendo la globalizzazione conteggiata in dollari, ecco che tutto si tiene. Ma c’è un ma: “Mentre l’economia mondiale viene riordinata, il dollaro Usa rimane importante come quando è crollato Bretton Woods”. E ciò comporta che “gli sviluppi del dollaro hanno notevoli impatti sia sulla performance del commercio che sulle condizioni finanziarie dei paesi, anche su quelli con legami limitati col dollaro.

Ciò per dire che, piaccia o no a Trump, la Fed è la banca centrale mondiale proprio come il dollaro è la moneta internazionale. Di fatto, non di diritto, ma sono sottogliezze da azzeccagarbugli. E non è affatto sicuro che ai banchieri della Fed questo piaccia, specie in un mondo che sembra pericolosamente avviato, come nota sempre Carney, verso una trappola globale della liquidità.

Che fare quindi? Carney risponde nell’unico modo possibile per il banchiere centrale col senso della realtà: “I banchieri centrali devono giocare le carte che hanno nel modo migliore possibile”. E poi magari, mentre si guarda il dito, indicare la luna, che somiglia notevolmente al mondo vagamente distopico, almeno per i nostri standard comuni, immaginato dai creatori della Libra di Facebook.

“Nel medio termine – dice – i policymaker devono ridisegnare il tavolo”. E qui il discorso si complica. Il primo passo, ossia la riforma del Fmi in un modo che somigli all’autentica banca centrale internazionale, fa il paio con la riforma di lungo termine, quando occorrerebbe “cambiare il gioco”. Ma nell’uno come nell’altro caso si devono fare i conti con l’oste, o il cartaio, se preferite. Già la riforma del Fmi, dove gli Usa hanno un notevole potere di veto, è abbastanza ardita da immaginarsi. Figurarsi il resto.

E tuttavia questo sembra un passaggio ineludibile: “Il sistema monetario internazionale non solo sta rendendo più difficile raggiungere la stabilità dei prezzi e quella finanziaria, ma sta anche incoraggiando politiche protezionistiche e populiste che stanno aggravando la situazione”. Il sovranismo monetario Usa, portato all’estremo, genera distorsioni che alimentano il sovranismo politico. A qualcuno parrà una visione economicistica, ma non ci si dovrebbe aspettare nulla di diverso da un banchiere centrale.

Sui dettagli serve poco dilungarsi. Basta la premessa dove Carney ammette che “non sarà facile”. “Le transizioni tra valute di riserva globali sono eventi rari – ricorda il governatore – date le forti complementarità tra le funzioni internazionali della moneta, che servono a rafforzare la posizione della valuta dominante”. Detto altrimenti, è difficile che altri paesi si facciano piacere una moneta diversa da quella attualmente più acquistata se non hanno motivi più che validi. E la moneta cinese “la candidata più probabile alla status di moneta di riserva” ha ancora molta strada da fare prima di diventarlo davvero. Al momento può dirsi solo che la Cina è il paese egemone del commercio internazionale e che lo yuan ha superato la sterlina nei future sul petrolio malgrado non esistesse prima del 2018, quando è stato lanciato il future cinese sull’oro nero.

Ma le transizioni da una moneta all’altra sono rare, appunto. E quasi sempre frutto di cataclismi, come furono per la sterlina, ex moneta egemone, la prima e la seconda guerra mondiale, che ridisegnarono il mondo a misura statunitense. E siccome nessuno si augura cataclismi, ecco la scorciatoia “illuministica” che vorrebbe far giustizia della storia: “Mentre al momento la probabilità di un sistema monetario multipolare potrebbe (sic, ndr) sembrare distante, gli sviluppi tecnologici forniscono il potenziale per emergere un mondo del genere. Una tale piattaforma sarebbe basata sul virtuale piuttosto che sul
fisico”.

Tutto il resto è noia, come diceva il poeta.  I dettagli della proposta di Carney sono interessanti ma puramente circostanziali, come d’altronde lo è anche il riferimento alla Libra di Facebook, ma in versione central banking. La suggestione tecnica, motivata da ragioni economiche solidissime, è più che condivisibile. Ma è solo una suggestione. Rimane il punto, questo sì puramente politico. Il dollaro non funziona per l’economia internazionale e a quanto pare ormai neanche più per gli americani. Non esiste un valido sostituto per il dollaro e una soluzione tecnica richiederebbe un concerto globale impensabile in tempi dove prevale la seduzione del no deal.

Che fare quindi? Attendere il prossimo cataclisma o provare ad evitarlo? Nel dubbio attrezzarsi per entrambe le cose.

 

 

La pax americana muore di noia e di no deal


L’estate ormai alle nostre spalle ha reso chiaro, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il destino più probabile verso il quale il mondo ha scelto di incamminarsi è quello del disaccordo. Svariati no-deal incombono sulle cronache e pure noi ne abbiamo patito le ansie durante la transizione dal governo del cambiamento al cambiamento di governo. E questo accadeva mentre altri rischi di no deal, assai più sistemici di quello del nostro condominio, continuano a covare dietro la sottile filigrana delle relazioni economiche internazionali.

Quello più vicino a noi è quello fra UK e UE, che entro il 31 ottobre dovranno chiudere la lunga (e stucchevole) vicenda della Brexit. L’ipotesi di no deal si fa di giorno in giorno più concreta, come ha ricordato a Jackson Hole il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney e come ormai sembra probabile dopo le ultime baruffe parlamentari. E che questo evento sia potenzialmente distruttivo è chiaro a tutti. Non solo per ragioni economiche. La questione irlandese rischia di riemergere dalla cenere della storia con tutto il suo potenziale esplosivo, sia che venga accettato il backstop proposto dall’UE, che comportarebbe il confine aperto fra le due Irlande e quindi la permanenza dell’UK nell’unione doganale europea a dispetto della Brexit, sia che la frontiera venga materialmente chiusa, come è facile possa accadere se non ci sarà un accordo. Chiunque sia cresciuto negli anni ’80 ricorderà bene la tragegia irlandese e certamente non si augura un revival. Ma a quanto pare la seduzione del disaccordo, che ha rapito i nostri spiriti in barba a qualunque raziocinio, sembra irresistibile.

Ne abbiamo chiara evidenza osservando quell’altro tavolo dal quale dipende gran parte della salute economica di questo inizio secolo: quello aperto fra Usa e Cina per cessare la lotta commerciale innescata proditoriamente dall’amministrazione Trump, che evidentemente subisce più di altri la seduzione del disaccordo malgrado dovrebbe esserle chiaro che gran parte del benessere degli Usa dipende da quello degli altri, Cina compresa. E tuttavia, ormai le relazioni fra Cina e Usa, aldilà delle ragioni che la alimentano, sembrano deteriorate abbastanza da sembrare difficilmente recuperabili. Un accordo commerciale potrebbe servire a svelenire il clima, ma non certo a restituire la fiducia. Mettere dazi è tanto facile quanto è difficile toglierli. E se è vero che nel 2020 gli Usa torneranno alle urne e forse eleggeranno un presidente meno facinoroso, è vero altresì che gli americani potrebbero rieleggere Trump. Nulla di cui stupirsi: il nostro tempo sembra premiare proprio costoro, gli alfieri del disaccordo. E forse non è un caso.

C’è molto di paradossale in quello che stiamo vivendo al punto che diventa naturale pensare che troppa pace e benessere abbiano generato il desiderio di fare la guerra. O, per dirla con le parole di un altro banchiere centrale, stavolta in forza alle Bce, Ewald Nowotny, “la fortuna di un periodo di pace che dura ormai 74 anni ha inevitabilmente portato a un enorme accumulo di ricchezza da un lato e di debito dall’altro”. Che poi è la declinazione economica del nostro paradossale tempo politico. “Nel passato – aggiunge – la guerra o un’alta inflazione hanno effettivamente risolto questo problema. Come risolverlo oggi senza questi due fattori è una questione che rimane aperta”.

Questo enorme paradosso, all’origine della seduzione del disaccordo, ne genera infiniti illustrati ogni giorno dalle cronache. Anche limitandoci ai soli fatti economici, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Sempre Carney, nel suo intervento, nota come “il principale ostacolo economico sia rappresentato dalla debolezza degli investimenti delle imprese, che negli ultimi anni hanno ristagnato, nonostante la poca capacità produttiva disponibile, i bilanci solidi, le condizioni finanziarie supportative e un tasso di cambio altamente competitivo”. Potrebbero, insomma, ma non vogliono. Carney ipotizza che tale svogliatezza sia figlia dell’incertezza che aleggia sulla Brexit, la madre di tutte le incertezze britanniche a quanto pare, tanto più oggi che il rischio di no deal è cresciuto significativamente. Il che sembra sensato, ma forse non esaustivo.

Sempre Carney, peraltro, nota come nel mondo girino circa 16 trilioni di dollari di titoli scambiati a rendimenti negativi. Ma forse le lenti da banchiere centrale gli impediscono di notare che questa circostanza è perfettamente complementare con l’altra. Le condizioni finanziarie ideali, che però non incoraggiano gli investimenti, sono le stesse che hanno trasformato il denaro in un costo per i creditori. Come si fa a non pensare che questo non abbia sfinito gli animal spirits? Davvero può esistere un capitalismo finanziario a tassi negativi?

Ed ecco perché sul vertice di Jackson Hole, altro evento clou di questo scampolo di estate, meno gettonato degli anni scorsi vista la qualità delle defezioni (in primis il presidente della Bce), hanno aleggiato come ospiti indesiderati due singolari comprimari: il senso di inadeguatezza e il dollaro americano.

A molti parrà bizzarro, ma il succo del vertice è stato tutto qua. I banchieri centrali non si peritano ormai di ammettere che non sanno sostanzialmente quello che fanno. O, per meglio dire, sanno perfettamente che quello che fanno non serve (o serve poco) a risolvere i problemi che in qualche modo hanno contributo a generare. E al tempo stesso ammettono che non hanno granché idea di quello che dovrebbero fare. E questo in parte spiega perché nel mondo politico nascano suggeritori interessati del tipo: finanzia il miei deficit del tesoro e non ci pensare. E qui veniamo al secondo comprimario: il dollaro americano.

Carney, sempre lui, ha dedicato buona parte del suo intervento all’idea di una moneta digitale condivisa dalle banche centrali, che di fatto sostituisca il dollaro nel suo ruolo di moneta internazionale. La suggestione tecnica, che arriva nel momento in cui il ruolo stesso delle banche centrali viene questionato da idee come quella di Libra e dallo sviluppo del fintech, non basta a celare l’intento politico. La supremazia finanziaria del dollaro ormai, ma sin dai tempi del dilemma di Triffin (1960), viene agevolmente riconsciuta come una delle ragioni dell’instabilità finanziaria alla quale sembriamo condannati. E la soluzione più semplice da tempo sembra quella di sostituire tale supremazia con uno strumento tecnico di emissione internazionale. Nulla di nuovo: ci aveva già provato il Fmi con i Diritti speciali di prelievo. Come se davvero l’ordine monetario internazionale si possa contrattare a tavolino o, meglio ancora, se davvero gli Usa fossero disposti a cedere il loro “privilegio esorbitante”.

Fuori dalle complicazioni contemporanee, il punto evidente è che la pax americana, che tanti privilegi ha garantito e tanto benessere ha diffuso, sembra sia venuta a noia. Persino agli americani. O quantomeno se ne osservano contriti gli svantaggi, essendo ormai abituati ai vantaggi. Bisognerà capire se chi lotta contro l’ordine internazionale di marca Usa prevarrà su chi lotta per difenderlo. Ma in ogni caso, che siate per gli uni o per gli altri, la mattina alzatevi e lottate.

Buon inizio di stagione.

La rivoluzione “emergente” delle catene globali del valore


Nel decennio che ha cambiato il commercio internazionale il fenomeno probabilmente più appariscente è stata l’importanza crescente di quelle che gli economisti chiamano catene globali del valore (o di fornitura), ossia di quei legami commerciali favoriti dalla globalizzazione della produzione che hanno fatto sì che ormai oltre il 50% dei prodotti scambiati siano semilavorati destinati alla trasformazione. Ciò ha condotto, inevitabilmente, a un crescente coinvolgimento dei paesi meno sviluppati nella produzione globale, con effetti notevolissimi sul tenore di vita di queste popolazioni.

Questa piccola rivoluzione, che è uno degli effetti (e delle cause) della globalizzazione, ha cambiato il peso specifico dei principale attori del commercio internazionale, anche se meno di quanto si possa pensare, come si può osservare dal grafico sotto.

La Cina è l’unico paese di questa top ten ad avere un livello di commercio superiore al 2008, e questo rappresenta meglio di ogni esempio l’importanza del processo di globalizzazione che in qualche modo la crisi post 2008 ha finito col favorire.

A parte questo, gli Usa si sono confermati, ancora nel 2018, come il principale importatore con 2,61 trilioni di dollari di merci comprate all’estero, in crescita dell’8,5% sul 2017. La cura Trump, insomma, finora sembra sia servita poco, visto che, rispetto al 2008, il paese importa di più ed esporta di meno (1,68 trilioni l’export totale nel 2018).

Il successo della Cina è solo quello più immediatamente visibile. L’allungarsi delle catene globali del valore ha avuto effetti molto più importanti anche se meno visibili ad occhio nudo, su paesi assai celebri, come ad esempio il Vietnam.

Come si può osservare dal grafico sopra, l’effetto più rilevante dello sviluppo delle catene globali del valore si è dispiegato sui paesi emergenti, e non è poco. All’interno di queste catene viaggiano tutti i beni intermedi che, nel 2015, hanno rappresentato il 57 per cento del commercio globale.”Diventare parte di queste catene – scrive il WTO nel suo rapporto statistico – è un’opportunità per i paesi in via di sviluppo per incentivare la loro crescita, facendo leva sulle loro risorse naturali, le loro capacità produttive, la forza lavoro e le loro specializzazioni”. Tornando al caso del Vietnam, il 25,7 per cento del valore aggiunto dell’export del paese deriva dal settore tessile e delle calzature.

Il vecchio principio dell’economia liberale della divisione del lavoro, trova nelle catene globali del valore la sua applicazione più aggiornata e, in definitiva, la sua declinazione economica più compiuta. Ormai, secondo le rilevazioni Ocse, (sempre dato 2015) sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo hanno un tasso simile di coinvolgimento delle catane globali che viene stimato nel 41,4 per cento del loro exporto complessivo. “Questo – sottolinea il rapporto – riflette la natura globale della rete della produzione che è basata sulla partecipazione di numerose economie”. Questo processo al momento ha interessato principalmente l’Asia, ma adesso anche l’America Latina mostra interconnesioni crescenti con le GCV.

Stando così le cose, possiamo solo intuire la portata devastante su questo network delle politiche protezioniste che si vanno sempre più sviluppando. E si capisce anche perché la guerra commerciale in corso fra Usa e Cina sia una delle preoccupazioni costanti degli osservatori internazionali e la minaccia più rilevante alla crescita globale. La globalizzazione, basata sul calcolo economico e la divisione del lavoro, ha portato ricchezza in paesi prima poverissimi e adesso meno poveri. I dazi rischiano di provocare l’effetto opposto. E non soltanto in questi paesi. Loro sono la prima linea. Noi la seconda.

(2/fine)