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Cronicario: Ma che sorpresa: calano i prezzi e si vendono più case


Proverbio del 23 maggio Gli dei non aiutano chi non coglie le occasioni

Numero del giorno: 8.100.000.000 Calo spesa famiglie nel 2020 secondo Confesercenti in caso aumento Iva

Pensate che salto sulla sedia che ho fatto stamattina quando, nel bel mezzo delle tregenda sociopoliticaelettorale che stiamo vivendo è salta fuori la seguente notizia: “Casa, 580 mila transazioni nel 2018, mercato al top dal 2010”. E poi a seguire: “Casa, prezzi e tassi bassi, può permettersela il 78% delle famiglie”.

Mi sento improvvisamente ricco, ma dura poco. Perché poi mi cominciano ad arrivare dei grafici presi a prestito dallo stesso rapporto che ha animato i festeggiamenti a mezzo stampa, dove osservo che:

l’indice delle compravendite è ancora ben lontano dal picco. E, guardacaso, risale al declinare dei prezzi.

E infatti il nostro Osservatorio immobiliare, autore del pregevolissimo studio, nota sconsolato che “sul lato dei prezzi gli andamenti non hanno seguito quello delle compravendite. La flessione dei prezzi è avvenuta a partire dal 2012 e prosegue ancora nel 2018”. Incredibile vero? Calano i prezzi aumenta la domanda di un bene.

Quanto all’aumentata capacità degli italiani di comprare, dipenderà mica dal calo dei prezzi?

Calano i prezzi, i mutui costano meno e aumenta la domanda. Sempre più inspiegabile, perbacco. E metteteci pure che il reddito pure se poco è arrivato a un livello tale da incontrare il livello dei prezzi. Almeno per famoso 78%. Rimane il problema del restante 22.

Oppure no: speriamo che i prezzi si dimezzino. Così finalmente arriviamo al 100%.

A domani.

 

 

 

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L’Ocse certifica il declino della globalizzazione


Chi abbia scorso anche frettolosamente l’ultimo outlook Ocse sulle condizioni dell’economia globale difficilmente avrà trovato di che rallegrarsi. Al contrario. La lunga analisi dell’organizzazione parigina sigilla col timbro della statistica l’andamento declinante della globalizzazione, che trova negli andamenti del commercio internazionale, e soprattutto degli investimenti ad esso sottesi, la sua cartina tornasole.

D’altronde non si può pensare di sparare ogni giorno a palle incatenate contro i partner commerciali e sperare che le imprese, che tale relazione alimentano con le loro merci, non si facciano due conti. E da questo punto di vista l’esempio più interessante è quello dei dazi Usa, che secondo quanto riporta la Fed di Atlanta in una survey citata da Ocse, hanno finito con l’avere un effetto regressivo sugli investimenti lordi manifatturieri nell’ordine del 4,2%.

Tutto ciò contribuisce a spiegare la notevole freddezza del commercio internazionale, che come si può osservare dal grafico sotto è entrato in una fase regressiva che dura ormai dal 2008.

Per comprendere quanto sia sostanziale questo trend, può essere utile confrontare l’intensità degli scambi commerciali prima e dopo la crisi del 2008.

Emerge con chiarezza che il flusso commerciale si è praticamente dimezzato nell’ultimo decennio rispetto ai primi anni del nuovo secolo. E anche se le previsioni per il 2020 sono migliori di quelle per l’anno in corso, si nota come siano ampiamente inferiori agli indici di intensità dei primi anni 2000. E questo al lordo delle incognite politiche, che infatti tutti gli osservatori si affrettano a mettere in cima alla piramide dei rischi che covano sotto cenere.

Ma non servono neanche tutti questi dati per capire le ragioni della crisi della globalizzazione. Nel momento in una multinazionale Usa esclude dalla sua tecnologia una multinazionale cinese, non c’è c’è bisogno di aggiungere altro. Il declino è già fra noi.

 

 

La scomparsa delle obbligazioni bancarie italiane


C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, nel quale le obbligazioni delle banche italiane erano uno dei asset finanziari meglio rappresentati nei bilanci degli operatori economici, famiglie in testa. Ma quel tempo ormai sembra definitivamente alle nostre spalle e non è detto che sia una buona notizia in un momento in cui le banche italiane devono tornare a emettere debito per costituire i cuscinetti di capitale richiesti dalle norme regolatorie.

Diventa utile perciò fare il punto servendosi dell’ultimo rapporto sulle stabilità finanziaria di Bankitalia che riepiloga lo stato dell’arte cominciando a mostrare quello che ormai è un vero fenomeno socio-economico: la scomparsa delle obbligazioni bancarie italiane. Meglio di mille discorsi, basta un’immagine.

Come si può osservare la quota delle obbligazioni sulla raccolta bancaria, ossia i denari con i quali la banca si finanzia, si è ridotta moltissimo fra il 2011, quando quotava 422 miliardi, e il 2018, quando ne rimangono ormai solo 87. Poiché la quota di raccolta al dettaglio, ossia quella raccolta sostanzialmente fra i clienti, è rimasta stabile intorno al 60%, significa che c’è stata una profonda ricomposizione (anche questa chiaramente osservabile) delle fonti della raccolta. In pratica le obbligazioni si sono trasformate in depositi di conto corrente, che “a fine 2018 rappresentavano il 73% dei depositi di famiglie e imprese contro il 43 e il 66% di Francia e Germania”, spiega Bankitalia.

Da un punto di vista operativo questo è stato un vantaggio per le banche, visto che ha stabilizzato la provvista – la quota assicurata della raccolta al dettaglio è passata dal 44 al 61% – e la tempo stesso ne ha ridotto il costo. Le banche pagano meno interessi sui depositi rispetto a quanto pagano per un obbligazione. Quanto agli investitori, evidentemente hanno preferito un minor rischio a un  maggior ricavo.

Di recente tuttavia le banche, complice anche l’allentamento delle tensioni sul mercato dei titoli di stato, hanno ricominciato ad emettere obbligazioni, pagandole però assai più care di quanto non facessero nella prima metà del 2018, come si può osservare nella figura sotto a sinistra.

Queste emissioni sono state sia senior preferred, ossia privilegiate (6,8 miliardi) che non preferred, ossia subordinate (9 miliardi). Queste ultime, in particolare, sono importanti perché sono titoli subordinati computabili ai fini delle regole sul requisito minimo di fondi propri e passività soggette a bail-in (minimum requirement for own funds and eligible liabilities, MREL. Si tratta insomma di quel cuscinetto di capitale aggredibile in caso di risoluzione del quale le banche soggette a vigilanze europea devono dotarsi per essere in regola. E trattandosi di debito più rischioso, paga chiaramente più interessi e quindi costa caro alle banche. Per quelle italiane ancor di di più, visto che devono tener conto del rischio paese. E infatti alla fine di ottobre il rendimento medio delle subordinate per le banche italiane era del 3,2%, superiore dello 0,7% rispetto al valore di inizio 2018.

Quindi le banche devono dotarsi di titoli MREL, ma devono anche fare i conti con la circostanza che entro il 2020 arriveranno a scadenza 78 miliardi di loro obbligazioni, 27 detenute dalle famiglie e 49 dagli investitori istituzionali. Bankitalia ipotizza che le famiglie seguiranno il trend di sostituzione delle obbligazioni con depositi, mentre il comportamento degli investitori istituzionali è imprevedibile. Di sicuro le banche dovranno chiedere al mercato parecchio soldi, fra MREL e altro, e questo, in un momento in cui le obbligazioni bancarie sembrano scomparse, rischia di fargliele costare molto care. Peraltro a partire da giugno 2020 vengono a scadenza anche i prestiti effettuati dalla Bce nell’ambito del Targeted Longer-Term Refinancing Operations, TLTRO2. Adesso capite perché Francoforte ne abbia subito istituito un altro.

Il carospread costa caro anche alle assicurazioni italiane


A differenza di quanto accade per le banche, costantemente all’attenzione degli osservatori, gli istituti assicurativi rimangono sempre un po’ più nell’ombra quando accade, come è successo l’anno scorso, che i mercati iniziano a picchiare duro sul costo del nostro debito pubblico. Il carospread, insomma. E tuttavia questi eventi sono assai problematici per i nostri istituti che, come ci ricorda Bankitalia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, hanno “un’ampia esposizione al rischio sovrano”. Insomma: sono imbottite di titoli di stato, e in particolare di Btp.

“Anche a causa del limitato sviluppo del mercato obbligazionario privato in Italia – scrive Bankitalia – i titoli pubblici in portafoglio rappresentano il 50 per cento degli investimenti complessivi il cui rischio è a carico delle compagnie, un livello ampiamente superiore alla media europea. La quota di obbligazioni private è invece inferiore a quella degli altri paesi ed è costituita prevalentemente da titoli emessi da società estere e con un merito di credito elevato”.

Questo spiega perché “la volatilità dei prezzi dei titoli di Stato continui a rappresentare una fonte rilevante di rischio per le compagnie assicurative italiane”, come riporta Bankitalia. Tecnicamente l’indicatore osservato per saggiare la resilienza di un sistema assicurativo è l’indice di solvibilità, un rapporto che equivale in pratica al coefficiente di patrimonializzazione che si usa per le banche.  Lo scopo è capire quanto sia solido il patrimonio dell’assicurazione rispetto ai debiti cui deve far fronte, che nel caso delle assicurazioni sono sempre a lungo termine e spesso a prestazione definita. Si pensi al ramo vita.

Nel caso delle assicurazioni italiane questo indice di solvibilità si è stabilizzato, a fine 2018, a 224, più del doppio del minimo regolamentare di 100, che significa sostanzialmente che il patrimonio copre le obbligazioni. E tuttavia l’indice ha subito un brusco peggioramento fra marzo 2018 e settembre 2018, quando la crisi dello spread divorò decine di punti dell’indice, come si può osservare nel grafico sotto a sinistra.

Le simulazioni di Bankitalia, svolte sui bilanci delle assicurazioni del 2018, indicano che “un incremento parallelo di 100 punti base della curva dei rendimenti relativa al complesso dei titoli obbligazionari, determinato da un aumento dei premi per il rischio, riduce mediamente il valore delle attività patrimoniali al netto delle passività di
circa il 20 per cento”. Insomma, un punto in più di spread costa il 20% di valore del patrimonio netto degli istituti, che non è certo poco. Le assicurazioni pagano dazio, proprio come le banche, a una caratteristica che non è esagerato definire strutturale dei loro attivi, che dovrebbe far riflettere i teorici dell’internazionalizzazione del debito pubblico. Chi teme lo strangolamento da parte dei creditori esteri non dovrebbe sottovalutare l’autostrangolamento: alla fine il risultato è lo stesso.

Detto ciò, i test condotti dall’EIOPA e dall’Ivass, ossia i regolatori europei e interni del sistema assicurativo, mostrano che “i principali gruppi assicurativi italiani sono in grado di resistere all’impatto di shock particolarmente severi su variabili finanziarie, demografiche e assicurative”. Ma speriamo sempre di non scoprire mai se è vero.

Sul versante reddituale, il carospread non è meno pernicioso. “Nel 2018 –  scrive la Banca – il rendimento medio del capitale e delle riserve delle compagnie italiane si è ridotto in misura rilevante, al 6,4 per cento”, ossia 2,7 punti in meno rispetto al 2017. Il calo più rilevante è stato subito dal ramo vita (3,8 punti) a seguito delle rettifiche di valore sui titoli detenuti dalle compagnie. Com’è noto, infatti, l’aumento dello spread fa diminuire il valore dei titoli in portafoglio. La situazione è leggermente migliorata da novembre scorso, quando la ripresa dei corsi dei titoli di stato ha aumentato il saldo fra plusvalenze e minusvalenze latenti.

Questo movimento ha generato un beneficio sui corsi azionari assicurativi. Ma sono boccate d’ossigeno. L’aria rimane potenzialmente tossica.

 

 

La Cina “apre” la sua finanza mentre infuria la sfida hi tech con gli Usa


Fa parte del ritmo controverso al quale balla il nostro tempo la contemporaneità di notizie come quella sull’aumento dei dazi fra Usa e Cina, cui fa da contorno quella clamorosa se confermata dell’estromissione dalla tecnologia di Google degli smartphone cinesi Huawei, e le decisioni cinese di aumentare il proprio grado apertura finanziaria. Questa apparente contraddizione in realtà si spiega molto semplicemente. La Cina ha capito che deve aprirsi al mondo – anche aprendo il suo conto capitale – se vuole perseguire il suo disegno di diventare una potenza di primo piano. Al tempo stesso il mondo – e segnatamente la potenza egemone in carica – manifesta i suoi timori, mettendo ad esempio nelle sue liste nere le compagnie hi tech made in China, essendo l’equazione cinese composta di troppe variabili incognite.

Questa tendenza, che dà il ritmo alla cronache, alimenta gli annunci come quelli di recenti fatti da Guo Shuqing, presidente della China Banking and Insurance Regulatory Commission (CBIRC) che si recente ha fatto sapere che già da questo mese saranno operative diverse misure amministrative per favorire l’ingresso di operatori finanziari esteri nei mercati cinesi. Ad esempio verranno affievoliti i limiti di proprietà di banche cinesi, che segue logicamente alla decisione, attiva da tempo, di non rendere più necessaria un’autorizzazione amministrativa per le banche estere per fare operazioni in yuan.

Fra gli scopi di queste decisioni c’è anche quello di facilitare i colloqui commerciali con gli Usa, sui quali pesano come un macigno la decisione di Trump di innalzare le percentuali dei dazi e la risposta cinese. Ma al tempo stesso questa decisione consente a Pechino di rafforzare i suoi legami con la comunità finanziaria internazionale, per la quale l’apertura del conto capitale cinese rappresenta senza dubbio un’occasione storica.

Infatti ad alcune grazie operatori finanziarie è stata concessa l’autorizzazione a espandere le proprie operazioni in Cina. Fra questi troviamo la svizzera Ubs, che ha aumentato la sua quota di partecipazione nelle joint venture cinese Ubs securities fino al 51%, la tedesca Allianz, che starebbe per fondare in Cina la prima compagnia assicurativa a proprietà estera e persino l’agenzia di rating S&P cui è stato concesso di operare in Cina. Fra i colossi troviamo anche l’olandese Ing, che opera in joint venture con la Banca di Pechino e che vorrebbe ottenere la maggioranza di capitale. Si attende la pronuncia del regolatore che, se fosse positiva, inaugurerebbe la prima banca a proprietà estera nel suolo cinese. Una piccola rivoluzione.

Fra i candidati a far la storia (almeno finanziaria) cinese c’è anche American Express che ha ottenuto l’autorizzazione ad operare in Cina già dal novembre scorso, anche se in società con un’entità locale e anche Visa e Mastercard stanno lavorando in questa direzione, secondo alcune voci di stampa. Pechino ha voglia di internazionalizzarsi. Ma non può riuscirci da sola. E soprattutto sarà molto difficile che riesca se gli Usa continueranno a piazzarle bastoni fra le ruote.

La sfida russa alla Bri cinese: il North-South Transport Corridor


In un mondo che si gioca il futuro sulla capacità di stringere la maglia già fitta delle interconnessioni che compongono la globalizzazione, vale la pena ricordare che non c’è solo la Cina con la sua Belt and road initiative a occupare l’attenzione degli osservatori internazionali. Più silenziosamente, e chissà, forse anche con maggiore efficacia, altri progetti stanno maturando nel vasto planisfero delle relazioni internazionali e fra questi vale la pena riportare la nostra attenzione su un altro al quale abbiamo già accennato, ricordando le strategie dell’India si penetrazione del centro Asia.

Ci riferiamo al North-South Transport Corridor, (NSTC) che viene definito – e non a caso – la risposta russa alle varie vie della seta cinesi. Se ne è discusso in un recente incontro sul futuro del traffico marittimo all’International transport forum di Ocse in una delle varie sessioni dedicate alla numerose questioni aperte che l’evoluzione delle reti di trasporto internazionali porta con sé. Il riferimento al NSTC è contenuto – e non a caso – in una relazione dedicata alla Bri cinese rappresentando sostanzialmente il corridoio patrocinato dalla Russia, e con la sostanziale partecipazione dell’India, uno strumento potenzialmente molto vantaggioso per i traffici internazionali. Le ragioni si possono comprendere osservando la mappa.

Gli osservatori stimano che realizzare il corridoio Nord-Sud (linea rossa) renderebbe il trasporto di merci meno costoso (il 30%) rispetto alla rotta tradizionale che passa da Suez (linea blu) e sarebbe il 40% più breve, che significa in sostanza tempi di spedizione ridotti. Secondo alcuni osservatori, un cargo dal porto di Mumbai impiega circa 60 giorni per arrivare nel nord della Russia passando da Suez, mentre con il nuovo corridoio ne basterebbero 25. Così come i 45 giorni che servono per spedire via mare merci da New Delhi a Helsinki diverrebbero 21. Senza contare che una volta lassù la nuova rotta si potrebbe interfacciare con la rotta artica promossa dalla Russia.

Certo, questo disegno deve tener conto innanzitutto delle complessità politiche, che nel caso del corridoio sono rappresentate dal passaggio in Iran, un paese tornato nell’occhio del ciclone dopo la rottura dell’accordo sul nucleare decisa dagli Usa e l’embargo sui suoi prodotti petroliferi, che rappresentano in sostanza la sua estromissione dalla comunità internazionale. E d’altra parte senza l’Iran il corridoio semplicemente non esiste.

L’Iran peraltro ospita anche il porto di Chabahar, che proprio in questi giorni è stato al centro di colloqui fra i ministri degli esteri iraniano e dell’India, che sul porto in questione ha investito parecchio. Il tema perciò esula da semplice questione logistica e diventa geopolitico. Ciò implica che la realizzazione del corridoio abbia a che fare con gli equilibri generali che si andranno a determinare nell’area intorno al Caspio che torna ad essere il punto nevralgico dell’integrazione logistica euroasiatica.

Sarà interessante osservare gli sviluppi, anche perché qualcosa pure se con lentezza si muove. L’Azerbaijan e la Georgia, per fare gli esempi più recenti, stanno lavorando da tempo per finalizzare il loro ruolo di hub internazionale. Il primo ha promosso un nuovo porto a Baku, a 70 chilometri a sud della città, che ha sollevato l’interesse dell’Unione europea e di molti paesi europei. Dal canto suo la Georgia sta sviluppando un nuovo porto da 2,5 miliardi di dollari di investimento finanziato però dagli Usa nel mar Nero, ad Anaklia. In tal modo i due mari potrebbero essere collegati partendo dalla ferrovia a sud del Caucaso (Baku–Tbilisi–Kars). Questo aggiunge un’altra variabile a un’equazione già complessa. E per questo assolutamente da risolvere.

Lo sboom del mattone costa 400 miliardi agli italiani


Il nuovo rapporto presentato da Bankitalia e Istat sulla ricchezza delle famiglie e delle imprese italiane, aldilà delle varie curiosità, ci consente di tirare una linea sulla ricchezza abitativa che storicamente ha sempre rappresentato la quota maggiore della ricchezza complessiva. Serve anche dare un significato più chiaro a grafici come quello sotto, pubblicato nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

Il calo dei prezzi, che non accenna a terminare malgrado la ripresa in gran parte dell’eurozona, ha infatti notevolmente diminuito il valore del patrimonio abitativo delle famiglie che dal picco del 2011 ha perduto (a valori correnti) circa 400 miliardi.

Nel 2011, infatti, le abitazioni quotavano 5.687 miliardi di euro che nel 2017 sono diventati 5.246. Ciò ha avuto un impatto non da poco nella composizione del portafogli delle famiglie, anche se la quota della ricchezza non finanziaria rispetto a quella finanziaria risulta ancora più elevata rispetto al 2005. Dal che si potrebbe dedurre che lo sboom si è “mangiato” gran parte dell’aumento dei prezzi intercorso da allora, ma non tutto. Quanto alla ricchezza finanziaria, è interessante osservare  che è cresciuta la quota dei depositi rispetto agli altri attivi.

Le famiglie, insomma, concentrano il grosso della propria ricchezza nel mattone e nei conti correnti. Da qui a mettere il denaro sotto la mattonella il passo è brevissimo.

Il carospread ci costa quattro miliardi in due anni


Fra le tante informazioni contenute nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, vale la pena spendere qualche minuto per approfondire gli annessi e i connessi del carospread che ancora ci affligge. Il costo, vale a dire, misurato col differenziale fra Btp e Bund tedesco, che gli investitori ci chiedono di sopportare per comprare i nostri titoli di stato e che inevitabilmente si trasmette a tutto il sistema Italia lungo la curva dei tassi di interesse. Un costo che è cresciuto notevolmente nell’ultimo anno. Ma prima di osservarne quantità ed esiti, vale la pena guardare alle cause.

Nella prima metà dell’anno il nostro paese ha vissuto uno stress macroeconomico secondo solo alle grandi crisi del 2008 e del 2011 per intensità.

A differenza di allora, la crisi del 2018 ebbe ragioni squisitamente interne, generandosi per le fibrillazioni post-elettorali e per certe spavalderie politiche che ancora oggi presentano il conto e, soprattutto, lo presenteranno anche in futuro. Lo stress vissuto dal comparto obbligazionario infatti, dove si collocano i nostri titoli di stato, è stato persino superiore a quello vissuto nel 2008 e solo poco sotto quello della grande crisi del 2011 del debito sovrano.

“In passato – scrive Bankitalia – livelli elevati di stress finanziario hanno preceduto un rallentamento dell’economia:
un peggioramento dell’indice pari a una deviazione standard, circa 0,1 unità, si è associato a una minore crescita nei successivi dodici mesi intorno a 0,9 punti percentuali”.

Ma aldilà dell’impatto che lo stress finanziario può avere sul livello della crescita, è il livello dello spread di per sé ancora rilevante a creare un primo problema più facilmente quantificabile: l’aumento del costo del debito.

Come si può osservare, seppure in calo rispetto al picco di metà 2018, il differenziale Btp-Bund rimane ancora molto elevato su tutte le scadenze, con un peggioramento drastico per quelle più brevi rispetto a quelle più lunghe. Il biennale, per esempio, dove lo spread era intorno ai 20-30 punti base, ora supera i 100, il quinquennale è praticamente raddoppiato, da 100 a 200, il decennale è cresciuto di un centinaio di punti base quanto il trentennale. Questo livello di tassi all’emissione, se confermato nelle prossime- l’Italia ha in scadenza 141 miliardi di Btp fra maggio e dicembre e altri 205 nel 2020 – avrà un costo molto salato per le casse dello stato. “Se i rendimenti all’emissione dei titoli di Stato italiani dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati,
nel biennio 2019-2020 si avrebbe una spesa complessiva per interessi sul debito pubblico di circa 4 miliardi superiore a quella che si sarebbe avuta con i tassi attesi dai mercati ad aprile dello scorso anno”.

Se guardiamo all’ultimo bollettino economico, sempre di Bankitalia, possiamo anche osservare quanto, sull’incremento dello spread, pesi quello che tecnicamente si chiama rischio di ridenominazione. In pratica il costo, espresso in termini di punti base, che gli investitori chiedono al Tesoro per corprire il rischio che il debito italiano cambi valuta di riferimento.

In sostanza, l’aver discorso per mesi di piani B ed altre amenità ha concorso in maniera non irrilevante sul costo del nostro debito. Forse questi dibattiti avrebbero suscitato meno applausi se i promotori ne avessero preannunciato il costo. Che pagheremo tutti.

 

L’asimmetria fra Usa e Ue è un fatto statistico prima che economico


Di cosa parliamo quando parliamo di economia è una di quelle domande che dovremmo porci con maggiore frequenza considerando quanto siano incerti i fondamenti dei nostri ragionamenti. Nel senso che, aldilà del vezzo tipicamente macroeconomico di discutere di aggregati che semplificano fino al punto da ridurre il ragionamento economico alle identità contabili, sono proprio i dati – ossia ciò che più di ogni cosa viene percepito come oggettivo – ad avere fondamenti poco chiari, se non addirittura vaghi. E questo per una semplice ragione: I criteri per la loro organizzazione non sono sempre univoci. E ciò malgrado la grande globalizzazione statistica inaugurata ormai da diversi decenni.

Se questa discussione vi sembra astrusa è solo perché se ne parla poco, e non è un bene. Ponetevi solo una semplice domanda: come agiremo se sapessimo che un nostro deficit è in realtà un surplus, o viceversa? Se il dato statistico influenza la percezione economica, figuratevi quanto pesa sull’analisi e quindi sulla strategia. Se poi viene fuori che i dati che non combaciano sono quelli fra le due aree più avanzate del mondo, per le quali dovrebbe valere più che per gli altri il principio di uniformità dei dati statistici, ecco che il problema emerge nella sua gravità: l’asimmetria statistica diventa economica, e politica di conseguenza.

Sarebbe sbagliato estremizzare, ovviamente. I problemi di adeguatezza dei dati appartengo a qualunque disciplina, persino a quelle scientifiche, figuriamoci alle scienze umane. E tuttavia è opportuno ricordare che non è tutto così chiaro come certi spacciatori di grafici vorrebbero farci credere. Le economie sono sistemi complessi e i dati vanno sempre ben compresi, quindi leggendo accuratamente le definizioni che sottintendono, e poi non comparati se non con dati analoghi.

Lo spunto per queste riflessioni ce lo fornisce un recente paper di Eurostat, (“Current account
asymmetries in EU-US statistics”) che poi è la versione 2019 di un lavoro ricorrente, e quindi ben conosciuto agli specialisti, che serve propri a illustrare come i diversi metodi di lettura e costruzione dei dati fra le istituzioni statistiche europee e quelle statunitensi conduca a queste asimmetrie, ossia sostanziali diversità di vedute, che non sono certo di poco conto. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza di cui stiamo discorrendo è sufficiente ricordare che Usa e Ue condividono transazioni bilaterali di conto corrente stimate – e mai termine fu più letterale – nell’ordine di circa 1.600 miliardi di euro. Ricordo che le transazioni di conto corrente della bilancia dei pagamenti registrano l’interscambi di beni e servizi e quindi denaro, di un paese. Per l’Ue gli Usa rappresentano il 23% delle transazioni di conto corrente. Per gli Usa l’Ue pesa il 26% delle sue. E ciò basta a comprendere quanto queste due regioni economiche siano interrelate per ragioni che sono storiche, innanzitutto.

Detto ciò è del tutto intuitivo che “le esportazioni dell’Ue negli Stati Uniti dovrebbero idealmente rispecchiare le importazioni statunitensi dall’Ue, così come le importazioni dell’Ue dagli Stati Uniti dovrebbero essere uguali alle esportazioni statunitensi verso l’Ue”. E il fatto che si usi il condizionale dice tutto quello che c’è da sapere. In pratica, infatti, “raramente si verificano statistiche completamente simmetriche, quindi parliamo di asimmetrie bilaterali nelle statistiche che potrebbero ostacolare in modo efficace l’interpretazione economica delle statistiche”, spiega Eurostat. La tabella sotto riepiloga l’andamento del conto corrente bilaterale.

Senonché i dati pubblicati alla fine del 2018 da Eurostat e il BEA degli Usa hanno confermato “considerevoli asimmetrie statistiche fra i conti correnti di Usa e Ue nel periodo 2015-17”. Infatti “mentre il conto corrente Ue mostra un surplus, anche quello Usa mostra un surplus”.

Per dirla con le parole di Eurostat “nel 2017 l’Ue ha registrato 724 miliardi di euro in pagamenti agli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti hanno mostrato entrate per 857 miliardi dall’UE-28. Allo stesso tempo, l’Ue ha registrato 878 miliardi di euro di entrate dagli Stati Uniti, mentre i dati statunitensi hanno mostrato solo 846 miliardi di euro di pagamenti all’Ue. Ciò ha portato a un avanzo delle partite correnti di 154 miliardi di euro nelle statistiche dell’Ue nel 2017 e, analogamente, a un avanzo di 12 miliardi di euro nelle statistiche statunitensi”.

Ed ecco che il problema statistico diventa economico. L’Ue è eccedentaria o in deficit nei confronti degli Usa? Qualunque sia la risposta, il tema diventa politico. E adesso provate a spiegarlo a Trump.

Anche i mutui nel loro piccolo diventano più cari


Fra le tante discussioni oziose che hanno impegnato molte intelligenze a metà dell’anno scorso, quando il caro-spread tornò ad agitare il dibattito pubblico, i più di noi ricordano quella vagamente stucchevole sull’effetto che lo spread in rialzo poteva avere sul costo dei mutui. Inutile ripercorrere qui gli argomenti – alcuni vagamente demenziali – dell’epoca. Molto più utile invece osservare un grafico diffuso da Bankitalia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

La curva rossa del grafico di destra, mostra con chiarezza che dalla seconda metà dell’anno scorso il costo dei mutui decennali a tasso fisso è in lieve crescita – Bankitalia calcola l’incremento in 50 punti base – a differenza di quello a tassi variabili che si mantiene costante. Aldilà della quantità di tale aumento, tutto sommato contenuto, sono le motivazioni alla base che sono interessanti da analizzare.

Bankitalia ipotizza che tale movimento rifletta “l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionaria”. Detto in altri termini, le banche pagano più caro il loro debito e tendono a trasferire questo maggior costo sui debitori più stabili e teoricamente solidi, ossia le famiglie. Il fatto che vengano privilegiati i mutui a tasso fisso puà dipendere da diversi fattori, non ultima la circostanza che “congela” il costo per il debitore e quindi anche il ricavo per la banca, che perciò diventa un elemento di stabilità del suo conto economico. Oltre al fatto che i mutui a tasso fisso sono quelli più richiesti.

Le famiglie però non rimangono indifferenti. A fronte di costi crescenti per il tasso fisso è del tutto normale che tornino a guardare ai tassi variabili. E in effetti si è osservato che “la quota dei nuovi mutui a tasso predeterminato per almeno dieci anni si è ridotta dal 66 al 63 per cento”. Il rischio è che “qualora il divario di costo tra i finanziamenti a tasso fisso e quelli a tasso variabile continuasse ad ampliarsi, la ricomposizione verso i mutui a tasso variabile potrebbe procedere rapidamente, come accaduto nel 2009, accrescendo l’esposizione delle famiglie ai rischi di futuri rialzi dei rendimenti di mercato”.

Senonché, se guardiamo il grafico di sinistra, che traccia l’andamento dei prestiti per l’acquisto di abitazioni, osserviamo che domanda e offerta si sono incontrate a un livello sostanzialmente piatto. Il mercato dei mutui ha chiuso il 2018 con un andamento vagamente stagnante che fa il paio con quello del mercato immobiliare, ancora molto lento, specie se ci confronta con quello europeo.

La crescita delle compravendite, infatti, non è riuscita a ridare ossigeno ai prezzi, che rimangono declinanti e anche le compravendite, a ben vedere, non riescono a recuperare il livello pre crisi.

Ricapitoliamo: lentamente, com’era prevedibile, il costo dello spread si sta trasferendo sulla domanda dei mutui, che declina, almeno relativamente al segmento dei tassi fissi dove l’aumento è già percepibile. Questo genera un aumento di rischio finanziario e probabilmente contribuisce ad abbassare la temperatura in un mercato già abbastanza freddo. I teorici della neutralità dello spread sui mutui forse dovrebbero riconsiderare la loro sicumera. Ma d’altronde sono gli stessi per i quali il debito non è un problema.