Etichettato: the walking debt

Gli Usa hanno portato via 270 miliardi dall’Ue


Se siamo arrivati al punto in cui un presidente Usa dice che l’Ue è un nemico non bisogna stupirsi che le relazioni economiche si accordino di conseguenza, seguendo una vulgata politica che sembra costruita apposta per generare sfiducia. Le dichiarazioni di Trump sono solo l’ennesimo atto ostile del presidente americano che, fra le altre cose, ha pure deciso di daziare i suoi principali alleati, dopo aver ridotto l’ultima riunione Nato a una sorta di show personale. Questi fatti di cronaca non cadono dal cielo e sono solo la conferma che l’asse fra Usa e Ue, che ha segnato la storia della seconda metà del XX secolo è entrata in una fase nuova dagli esiti imprevedibili, ma che già mostra i suoi effetti sulle relazioni più fragili, perché squisitamente fiduciarie, che tengono avvinte le due regioni. Si pensi ad esempio agli investimenti diretti.

L’ultima release di Eurostat dedicata all’osservazione di questi flussi nel 2017 mostra con chiarezza che gli Usa sono diventati, cordialmente ricambiati, disinvestitori netti dall’Ue. Detto in parole povere, nel 2017 hanno portato via centinaia di miliardi di investimenti diretti invertendo la tendenza del 2016, quando nell’Ue dagli Usa erano arrivati 56 miliardi di dollari, a fronte dei 274 miliardi che sono usciti nel 2017. Dal canto suo, l’Ue ha disinvestito oltre 66 miliardi dagli Usa nel 2017, quando invece nel 2016 vi aveva fatto affluire oltre 76 miliardi.

In generale, per l’Ue l’anno scorso non è stato un anno positivo per gli investimenti diretti esteri. I suoi investimenti sono diminuiti di oltre il 52% rispetto al 2016, passando da 250 miliardi a circa 120. Al tempo stesso gli investimenti nell’Ue da parte dei paesi esteri sono crollati, passando dai 340 miliardi nel 2016 a 37. Una brusca diminuzione nella quale la parte del leone l’hanno fatta proprio le compagnie americane che evidentemente non trovano più attrattiva l’Ue per i loro investimenti.

A conclusione di questo anno orribile, l’Ue si trova come primo investitore diretto la Svizzera seguita dal Giappone. Le principali destinazioni di investimento diretto dell’UE sono la Svizzera e Hong Kong.

Il fatto che l’addio Usa all’Europa sia storia del 2017 conferma che l’allontanamento fra le due regioni sia un trend ormai consolidato che le ultime decisioni dell’amministrazione Trump sono destinate a rafforzare. E poiché l’economia condivide con la natura l’orrore per il vuoto, è molto facile prevedere chi sostituirà il capitale statunitense proseguendo questa tendenza. Se ne sono avute avvisaglie chiare quando il primo ministro cinese, in risposta all’ennesima minaccia di dazi arrivata dagli Usa, ha proposto all’Ue di stringere le maglie della collaborazione commerciale. E il commercio è uno degli strumenti degli investimenti diretti.

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Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi


Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua

Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)

E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.

Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve  “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.

Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?

Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.

Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.

Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.

Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.

A lunedì.

 

Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be


Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi

Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi

Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.

Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?

Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.

Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.

La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.

Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).

A domani.

Cronicario: Nato in the USA, residente in terra di nessuno


Proverbio dell’11 luglio Meno si mangia più il cuore si riempie di luce

Numero del giorno: 150.000 Animali rapiti in Italia nel 2017

Contro il logorio della vita moderna, per ricordare un amabile spot di un’epoca fa, non usa più farsi un cordiale ma bisogna assolutamente essere capaci di discordia. Non chiedetemi perché: non faccio il sociologo né sono capace di pensieri profondi. Anche perché poi finisce che qualcuno ci crede e finisce il divertimento. Quindi nell’attesa che uno dei tanti marchettari postmoderni che affollano il web ci spieghi la weltanshauung di giornata, tocca contentarsi di quello che offrono le cronache che comunque sono uno spasso, come sempre accade quando il protagonista è il nostro amatissimo Mister T.

Questo fenomenale esempio dello spirito del nostro tempo (cit. per i famosi marchettari) oggi è riuscito a litigare con i cinesi, avendo imposto loro un altro pacco di miliardi di dazi, poi con la Germania, accusandola di essere praticamente una dependance della Russia, e poi ha svillaneggiato la Nato col solito argomento che gli americani pagano il conto più grosso, e sarebbe strano il contrario, visto che è una roba Born in the Usa, come la celebre canzone del Boss. Senonché a quest’altro boss, cui evidentemente non dispiacciono i toni della discordia, la Nato, nata (e pagata) in virtù dell’alleanza atlantica, sembra un giocattolo fuori tempo massimo e peraltro costoso, come in fondo inutile deve parergli l’Ue, visto che lui parla solo coi pezzi grossi come lui – gente del calibro di Putin e Xi – e nella Ue non ce n’è nemmeno uno. Sicché al povero segretario della Nato non è rimasto che ricordare come l’alleanza atlantica non sia scritta sulla pietra, anche se è interesse di Europa e America conservarla. Col che finalmente delineandosi la sindrome di cupio dissolvi che ha avvolto l’Occidente, ormai non più vocato al Tramonto, come profetizzava un cent’anni fa Spengler, ma direttamente all’estinzione.

Poiché la concordia non è trendy, non bisogna stupirsi più di tanto che la Cina accusi gli Usa di bullismo commerciale, con ciò preparandosi evidentemente un bellissima escalation per la gioia dei rissosi da tastiera che sono talmente intelligenti da non capire che i dazi di Mister T stroncheranno anche le nostre ambizioni da esportatori (giusto oggi è uscita la notizia che abbiamo superato la Germania per esportazioni farmaceutiche). Anche qui da noi, non manca la materia prima per le risse e tanto meno mancherà in futuro. Per dire: oggi un pezzo grosso di Blackrock, che per chi non lo sapesse gestisce alcuni trilioni di dollari di asset, ha detto che “lo spread italiano è ancora in terra di nessuno” (ma comunque è salito un cento punti base da maggio) perché non si capisce che voglia fare il governo, visto che i vari ministri dicono tutto e il suo contrario e nessuno ci sta capendo più niente, con la conseguenza che paghiamo (lo spread significa che paghiamo più interessi se non fosse chiaro) più di quanto dovremmo e meno di quanto potremmo se a furia di dire minchiate gli investitori inizieranno a prenderci sul serio. Nel senso che iniziano a credere sul serio che faremo una minchiata.

I giochi si scopriranno a ottobre, ha concluso l’uomo Black(rock), quando il governo dovrà presentare la sua legge di bilancio. E figuratevi i botti. Quanto a me, che mi sbellico dalle risate leggendo queste risse da cortile, poiché sono Nato in the Usa e residente in terra di nessuno, faccio la cosa migliore che resti da fare.

Finché dura, almeno.

A domani

Anche la Germania deve fare le riforme e pure in fretta


Si potrebbe speculare parecchio – in senso filosofico una volta tanto – sul fatto, sottolineato dal Fmi, che anche la miracolosa Germania, la cui economia continua a stupire il mondo, necessiti di profondi miglioramenti, che oggi si chiamano riforme strutturali. E forse ne ricaveremmo il pensiero che ogni successo cova in seno i semi del futuro fallimento, e viceversa, con ciò consolandoci, noi la cui economia è assai meno miracolosa, che poi è il fine di ogni filosofia, come scriveva alcuni secoli fa Boezio. Oppure potremmo raccontarla assai più prosaicamente, questa storia di ordinaria economia, osservando come la Germania stia semplicemente sperimentando la sua sfida più grande: transitare dall’essere semplicemente un’economia di successo a diventare un esempio di una pratica economica di successo che prepara inevitabilmente una nuova teoria (o ne riesuma una vecchia). E in un mondo che ha perso la bussola, e scambia la prodigalità col rimedio, il caso tedesco potrebbe essere molto più che un caso di studio per i contabili.

Si vedrà. Intanto contentiamoci di osservare il miracolo tedesco e capire perché ha gambe robuste ma caviglie fragili, a causa della sua terribile situazione demografica che dovrebbe suscitare in noi molte domande, se non fossimo così abituati a preferire le risposte. Il fallimento demografico della Germania è la cartina tornasole della fragilità economica tedesca così ben dissimulata dai suoi numeri rutilanti: dal Pil, agli attivi di conto corrente, alla disoccupazione risibile. Ma anche sulla demografia le scelte contano. Nel gran dibattere, spesso ideologico e poco informato, che si fa sulla questione dell’immigrazione dovremmo osservare con interesse il dato più recente dell’indice di natalità tedesco (riferito al 2016), che adesso supera 1,5 – che è sempre poco – ma veniva da poco più di 1,3 nel primo decennio del XXI secolo prima che la Germania, sfidando ogni buon senso popolare, decise di farsi carico di un milione di profughi.

Un esempio chiarissimo del livello di complessità delle scelte che la Germania dovrà affrontare se vorrà correggere le storture annidate nel legno dritto della sua economia.

Quest’ultima si può raccontare in pochi numeri. Pil reale cresciuto del 2,5% nel 2017 grazie a una robusta domanda interna e a una ripresa dell’export nella seconda metà dell’anno. L’economia marcia a pieno regime e il sistema produttivo sta gradualmente prosciugando la capacità residua, mostrandosi questa tensione costante nel mercato del lavoro, che genera pressioni al rialzo sulle retribuzioni mentre fa capolino anche sull’inflazione, con quella core arrivata all’1,5%. La politica fiscale genera surplus di bilancio, che dovranno sembrare un’eresia ai teorici del deficit espansivo. Nel 2017 questo avanzo ha raggiunto l’1,2% del pil “il livello più elevato dala riunificazione”, mentre il famoso (o famigerato, dipende da chi ne parla) surplus delle partite correnti, ossia degli scambi con l’estero, è diminuito dall’8,5% del 2016 all’8% a causa del deterioramento sia del conto delle merci che di quello dei redditi.

A fianco di queste luci, rimangono le ombre delle quali la questione demografica è solo quella più evidente, ma non l’unica. Il sistema finanziario tedesco, quindi principalmente banche e assicurazioni, rimane debole e poco profittevole. Il credito è cresciuto nel 2017, spinto dai tassi bassi, ma in linea con il pil nominale, quindi senza strappi. A fronte di ciò abbiamo un mercato immobiliare sempre più caldo, mentre gli stessi tassi bassi che hanno spinto il credito al rialzo mettono in affanno le assicurazioni, specie nel settore vita dove prevalgono i prodotti a rendimento garantito. Nel breve termine i rischi arrivano per lo più dalle minacce protezionistiche che minano il commercio internazionale, ossia la cornucopia dell’economia tedesca, ma anche da possibili tensioni nell’area euro che potrebbero indebolire i titoli sovrani. Ma sul lungo termine ciò che farà la differenza sarà proprio la struttura della popolazione. Una demografia sfavorevole implica la necessità di aumentare la produttività puntando da subito sul miglioramento regolamentare e tecnologico. Quando si stima in calo la popolazione attiva, rimane solo da farla lavorare di più e meglio se non si vuole generale un calo della produzione. A tal fine la Germania dovrebbe decidersi a usare le sue tante risorse per stimolare gli investimenti in capitale fisico e umano, migliorando quindi le sue infrastrutture, ma anche l’istruzione, puntando su misure che incentivino l’offerta di lavoro e gli investimenti privati, visto che si osserva già da adesso un rallentamento della produttività e un declino dell’imprenditorialità. La Germania insomma deve spendere, ma con giudizio specie considerando i rischio all’orizzonte, magari dedicando risorse al taglio del costo del lavoro, ancora elevato.

E deve fare scelte coraggiose: riforme sul mercato del lavoro e delle pensioni. E di nuovo torna protagonista la questione demografica. Il nostro sistema socio-economico è costruito sull’ipotesi di una piramide della popolazione con una base ampia e un vertice stretto, com’era cent’anni fa. Ma il progresso ha ristretto la base e allargato il vertice, provocando la necessità che gli adulti siano i “nuovi giovani”, ossia coloro che col loro lavoro pagano le pensioni ai più anziani. Più la base si restringe e più si allarga il vertice, più questi adulti devono continuare a essere considerati giovani – e quindi lavorare – per tenere in piedi il sistema. La Germania ha già notevolmente aumentato il tasso di partecipazione al lavoro degli adulti, molto più di altri e a sentire il Fmi dovrà continuare a farlo. E se vale per la Germania, che sta tanto meglio di altri, dovremmo iniziare a pensare che vale per tutti quelli che hanno una demografia sfavorevole. E la nostra è sfavorevolissima. Meglio ricordarselo.

Il mattone italiano continua a sgretolarsi


Gli ultimi dati pubblicati da Istat sugli andamenti del mercato immobiliare italiano mostrano che  il lento sgretolamento della ricchezza abitativa rallenta ma non si ferma. L’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) infatti, che misura l’andamento dei prezzi egli immobili acquistati dalle famiglie per abitazione o investimento, nel primo trimestre 2018 è diminuito dello 0,1% rispetto al quarto trimestre 2017 (dato congiunturale) e ha perso lo 0,4% rispetto al primo trimestre 2017 (dato tendenziale). Il grosso di questo calo è da attribuire alle abitazioni esistenti, che hanno perduto lo 0,8%, mentre le abitazioni nuove rispetto al primo trimestre 2017 crescono dell’1,3%. Senonché, il peso specifico delle abitazioni esistenti è molto cresciuto nel paniere che compone l’IPAB, ormai pesano circa l’80%, e questo spiega perché l’accelerazione dei prezzi del nuovo non basti a compensare il calo del vecchio. Il risultato è che il tasso di variazione acquisito dell’indice dei prezzi per il 2018 segna complessivamente un -0,5%.

Come si può osservare dal grafico, che riepiloga gli andamenti dell’IPAB dal 2010, il notevole peggioramento dell’indice dal 2010 è sostanzialmente provocato dall’usato, che ha subito un calo notevole fra il 2012 e il 2015 e poi da quell’anno ha continuato – più moderatamente – la sua erosione. L’aumento del peso specifico dell’usato sul nuovo spiega perché la curva totale dei prezzi abbia sostanzialmente ricalcato l’andamento dell’usato e disegna uno scenario poco rassicurante sul futuro dei prezzi. Il patrimonio abitativo italiano si è ammalato di vecchiaia e sembra sempre più difficile riuscire a renderlo attrattivo, anche considerando l’andamento dei redditi. Non a caso l’Italia è fra i pochi paesi ad economia avanzata dove la ripresa immobiliare non ha avuto corso.

Non è chiaro come e perché si dovrebbe interrompere questa tendenza. Ogni anno che passa, e in mancanza di investimenti sull’usato, la qualità del patrimonio immobiliare italiano è destinata a peggiorare e gli andamenti demografici, con le nascite al lumicino, sembrano fatte apposta per scoraggiare gli investimenti sul nuovo. E in ogni caso, l’andamento dei redditi non sembra ancora capace di sostenere la domanda, pure se l’offerta, a causa del calo dei prezzi diventa più conveniente. Il meglio che pare ci si possa attendere al momento è una stabilizzazione dei prezzi a questo livello. Ma il futuro del mattone italiano non pare per nulla rassicurante.

Cronicario: Si prepara il decollo dell’Alètalia


Proverbio del 9 luglio Una casa senza bimbi è come un giardino senza fiori

Numero del giorno: 126.094 Importo medio mutuo richiesto in Italia nel I sem 2018

Poiché le vacanze d’estate s’avvicinano e l’affare del governo s’ingrossa, è sempre bene portarsi avanti col lavoro specie quando uno si trova a fare il commissario straordinario di un meraviglioso esempio dell’efficienza dell’intervento pubblico nell’economia italiana.

Ecco, il valente commissario ha rilasciato una lunga intervista all’ex giornale dei vecchi poteri forti, in predicato di divenire il giornale di quelli nuovi, nella quale s’evince l’urgenza affinché il governo, dall’alto del suo ponderare (notoriamente prodigo di notevoli illuminazioni), s’affretti a decidere le sorti della compagnia di bandiera che ha goduto, con autocertificata efficacia, di una “cura che sta funzionando”.

Il problema delle cure, che nel caso della compagnia funzionano da un trentennio circa anche se l’ultima è iniziata solo un anno fa, è che poi bisogna decidere che farsene del malato a cui la lungodegenza – per questo ne parlo sul vostro Cronicario – inevitabilmente assegna una fama di menagramo. Chiunque sia al governo e senta parlare di Alitalia c’è da scommettersi che tocchi ferro. Sicché è del tutto comprensibile la reazione vagamente stizzita di una tale sottosegretaria che ha assicurato che la questione della compagnia di bandiera “è prioritaria, sia a titolo personale che per il governo tutto”. Alé. E tanto è vero che la sottosegretaria ha invitato il commissario a produrre, possibilmente prima della fine di agosto i conti della compagnia “al fine di consentire al nostro team di esperti di ottimizzare il piano di rilancio del’Alitalia, nell’interesse dell’azienda e dei cittadini tutti”. Alé, di nuovo. E non tanto perché ci sarà un team di esperti al lavoro sotto la canicola – probabilmente approfittando dell’estate per saggiare la consistenza delle rotte di medio e lungo raggio – ma perché il governo tutto troverà la soluzione migliore per i cittadini tutti. E visto l’aria che tira tutti vivranno felici e contenti con la nuova Alitalia. Anzi, Alétalia.

A domani.

L’epopea di bitcoin rischia di finire nel cimitero delle monete


Chi ha avuto la pazienza di leggere il lungo approfondimento su bitcoin pubblicato in questo blog non si stupirà granché scorrendo l’ottimo approfondimento che la Bis ha dedicato alle criptovalute nel suo ultimo rapporto annuale. Una ventina di pagine dove si spiega con grande chiarezza perché le valute come bitcoin non si possono considerare monete. Se anche lo fossero, perché qualcuno si ostina a usarle, il posto più naturale al quale sembrano destinate è quello del cimitero delle monete che già vari musei, come il British museum, amano esporre per ricordarci quanto sia facile creare una moneta e quanto sia facilissimo che muoia subito dopo.

Ovviamente la Bis non dice che sarà questa la fine di bitcoin e delle altre criptovalute che nascono come funghi in un mondo intossicato dal denaro facile e dalle mitologie anti sistema. Però una cosa si può affermarla con una ragionevole certezza: finché l’assetto istituzionale internazionale nella gestione della moneta si articolerà nella trinità stato-banca centrale-banche commerciali, con le banche centrali grandi protagonisti del gioco, gli spazi per le monete virtuali semplicemente non esistono. Esistono al massimo piccole nicchie di utilizzatori che, a loro rischio e pericolo, gestiscono un asset difficile da capire e ancora più difficile da spiegare. Col che mostrandosi il limite intrinseco di questa tecnologia. Una cosa che ha bisogno di essere spiegata non può essere una moneta, come dovrebbe insegnarci l’esperienza di ogni giorno. Se chiedete a chiunque cosa sia la moneta, ognuno vi risponderà mettendo semplicemente mano al portafogli. Il resto è roba da specialisti.

Detto diversamente, l’affermazione delle criptovalute implica la profonda trasformazione del modello di società al quale siamo abituati da secoli e che ci ha messo secoli a conformarsi. Il che è sicuramente possibile, ma non certamente probabile, almeno nel periodo che ci è concesso osservare. Vale la pena spendere comunque qualche parola in più perché l’analisi della Bis fornisce chiarimenti utili che giovano molto a dissipare alcuni luoghi comuni e molte fantasie che inducono a pensare la moneta come qualcosa di cui possiamo disporre liberamente e a nostro piacimento, quando invece si tratta di strumento tanto potente quanto fragile. E ancora una volta il cimitero delle monete è un ottimo promemoria. La storia, anche recente, è popolata di episodi in cui il pensiero magico dei cattivi gestori della moneta ha determinato autentiche tragedie. E per intendersi sui fondamentali, è meglio partire dalla definizione che dà la Bis della moneta, ossia una “convenzione sociale indispensabile sostenuta da un’istituzione statale che rende conto del suo operato e gode della fiducia dei cittadini”. Già questa definizione contiene tutti gli ingredienti della ricetta per una buona moneta. Ossia la convenzione sociale e l’istituzione statale che siglano quell’alleanza “pubblico-privato tra la banca centrale e le banche private, con la banca centrale al centro del sistema” che regola l’offerta di moneta “in quasi tutte le economie moderne”, come nota la Bis. Parliamo di un equilibrio che si è consolidato nel corso dei secoli e che i cantori delle valute virtuali, bravi in informatica ma scarsi in storia, pensano di rivoluzionare a suon di gigabyte. Probabilmente anche ignorandone sostanzialmente il funzionamento. L’esser banca è di per sé uno stigma che non necessita di altre sottolineatura per i profeti antisistema.

Ai più curiosi farà piacere sapere invece che “grazie al coinvolgimento attivo delle banche centrali, i diversi sistemi di pagamento oggi utilizzati sono sicuri, presentano un buon rapporto costi-efficacia, permettono scalabilità e godono della fiducia rispetto al fatto che un pagamento, una volta effettuato, è definitivo”. In sostanza le criptovalute si propongono come alternativa a questo modello, non soltanto per la valuta in sé, ma soprattutto per l’infrastruttura. “Gli utenti non devono avere fiducia solo nella moneta in sé, ma anche nel fatto che un pagamento verrà effettuato prontamente e senza intoppi”, spiega la Bis. Per questo la sfida di Bitcoin si gioca, più che sull’asset, sulla blockchain, ossia il libro mastro distribuito (DLT) dove vengono cifrate tutte le transazioni effettuate peer-to-peer e che devono autenticate dai minatori per generare la ricompensa denominata in nuovi bitcoin. “Con un ledger distribuito, lo scambio peer-to-peer di moneta digitale è fattibile: ogni utente può verificare direttamente nella sua copia del ledger se un trasferimento è stato effettuato e che non vi siano stati tentativi di doppia spesa”.

La mitologia di bitcoin, che vede nella liberazione dal “potere bancario” la panacea di ogni male economico, poggia su alcuni presupposti che è opportuno sottolineare perché spesso gli utilizzatori, attratti dai movimenti speculativi, non ne hanno consapevolezza. In particolare questa tecnologia funziona se “la larga maggioranza della potenza computazionale è controllata da miner onesti, gli utenti verificano la storia di tutte le transazioni e l’offerta di valuta sia predeterminata da un protocollo”. Giudicate voi quanto tali presupposti siano coerenti con la realtà. Intanto è utile sapere alcune cose. L’utopia di bitcoin non vive nell’immaginazione di chi l’ha pensata ma genera già enormi ricadute sociali, intanto per i costi che esprime. “Al momento della stesura del capitolo – scrive la Bis -, l’energia elettrica totale utilizzata per l’estrazione (mining) di bitcoin era equivalente a quella di economie di medie dimensioni come la Svizzera, e anche altre criptovalute usano ingenti quantità di energia elettrica. Per dirla nel modo più semplice possibile, la ricerca di una fiducia decentralizzata è diventata rapidamente un disastro ambientale”.

E poi ci sono le questioni tecniche sulle quali non serve dilungarsi. Basti sapere che se bitcoin dovesse processare la quantità di transazioni al momento gestite dai sistemi di pagamento tradizionali, “i relativi volumi di comunicazione, con milioni di utenti che si scambiano file dell’ordine di grandezza di un terabyte, potrebbero provocare un black out di internet”.

Rimane da chiedersi cosa rimarrà di questa rivoluzione vagamente effimera al termine della sua epopea. Dando per scontato che così com’è stato pensato il sistema di pagamento decentralizzato non potrà mai sostituirsi ai mezzi di pagamenti tradizionali basati su monete bancarie, qualcosa di questa tecnologia potrebbe scampare al destino che al momento sembra prevalere nelle previsioni degli esperti. Le monete virtuali nascono e muoiono a centinaia – bitcoin è solo quella più nota – e al momento se ne contano migliaia. Questo in qualche modo vuol dire che sono molto più effimere di quel che sembrano e che servono gli interessi di pochi che lucrano su questa attività. Al contrario molto più concreto potrà essere l’utilizzo del DLT, che, scrive la Bis “può essere efficace in contesti di nicchia, dove i benefici di un accesso decentralizzato superano i costi operativi più elevati del mantenimento di molteplici copie del ledger”. In sostanza, più che le criptovalute, che non funzionano come moneta, sono i sistemi di criptopagamenti che possono risultare utili. Come esempio viene fatto quello delle rimesse degli immigrati, che pesano annualmente 540 miliardi di dollari l’anno e generano notevoli costi di transazione. Ma anche qui, altre soluzioni sono possibili. Le banche centrali sono ben consapevoli che dovranno in qualche modo fare i conti con questa spinta all’innovazione e anche il dibattito sull’opportunità di emettere una digital currency di banca centrale ne è la conferma. Rimane il fatto che, nella storia monetaria, vince chi ha più fiato. E le valute virtuali hanno già il fiatone.

 

Cronicario: Cala il potere d’acquisto, per fortuna è tutto gratis


Proverbio del 28 giugno Mentre nuoti ricorda i vestiti lasciati sulla riva

Numero del giorno: 12 Quota % italiana fatturato agricolo nell’Ue

Diciamolo a chiare lettere: non c’è di che preoccuparsi. Se appartenete a quella sparuta minoranza che ancora nota con raccapriccio che i soldi gli bastano mai, sappiate che questa brutta esperienza sta per finire. Il calo del potere d’acquisto registrato da Istat, che piano piano sta divorando i vostri risparmi, è solo la fase terminale di un ciclo economico globale dal quale l’Italia, finalmente col portafogli sovrano, uscirà la settimana prossima, o quella dopo ancora, o comunque prossimamente, quando, insieme al decreto Dignità tà tà arriverà il resto del contratto di governo.

Peraltro il fatto che i consumi nazionali crescano infischiandosene dei redditi, che in termini reali calano, è solo l’ennesima prova della lungimiranza del popolo italiano che ha già capito che il futuro non è guadagnare. Il futuro è spendere. E manco i soldi nostri: quelli della Ue, che secondo eminenti governanti dovrebbe pagarci tutto ciò che riteniamo opportuno perché siamo italiani. E se non lo fanno diciamo a tutti che sono cattivi.

Meglio ancora: in futuro non ci sarà neanche bisogno di consumare le nostre misere retribuzioni: sarà tutto gratis. Si comincia con la mezz’ora di internet, ma mica penserete che finirà qua. Cure gratis, vacanze gratis, lavoro gratis, studi gratis, casa gratis. Tutto gratis. Sempre per mezz’ora però.

Ci rivediamo il 9 luglio.

 

Il cuore degli scambi dell’Eurasia: il commercio fra l’UE e l’UEE


Se il commercio fra Ue e Cina è il motore che negli ultimi anni ha fatto crescere gli scambi all’interno del continente, il cuore del commercio dell’Eurasia rimane ancora quello fra UE e UEE, quindi fra Unione Europea e l’Unione economica eurasiatica nata per iniziativa di Putin anni fa. La prossimità, le consuetudini e i fabbisogni reciproci sono evidentemente più forti delle tensioni politiche che in questi anni tormentati hanno opposto l’UE alla Russia, che dell’EAEU (Eurasian Economic Union) è l’animatrice e l’azionista di riferimento. La Russia d’altronde è da sempre il grande gigante bianco annidato alle spalle dell’Europa, con la quale condivide il continente e, con molte incertezze, anche il destino. Anche la scelta di costituirsi in Unione, la Russia l’ha mutuata dagli europei d’occidente, pure se l’ispiratore è stato il presidente kazako Nazarbayev, che la fece balenare nello spazio effimero del pensiero politico addirittura nel 1994 durante un discorso all’università di Mosca. Ma d’altronde non c’è nulla di strano: anche l’Unione sovietica, nata assai prima dell’Unione europea, era un’unione di stati a vocazione imperiale guidata da Mosca. La storia lascia tracce indelebili sul presente, anche quando ci si sforza di cancellarle.

Il fatto che il commercio fra l’Europa e l’allora Unione sovietica abbia resistito ai torbidi della guerra fredda dovrebbe servire a spiegarci come mai ancora oggi, malgrado le crisi e le sanzioni, l’UE e l’UEE condividano traffici che nel decennio intercorso fra il 2007 e il 2016 si sono collocati stabilmente fra i 550 e i 575 milioni di tonnellate di merci, con un valore assai volatile, fra i 240 e i 460 miliardi di dollari, perché volatili sono i prezzi energetici che animano gran parte di questi scambi. Ma ciò che conta ricordare, in questo gigantesco scambiarsi beni, è che le esportazioni dai paesi dell’UEE verso l’UE superano di parecchio le importazioni: due volte in termini nominali e 20-30 volte in termini di volume fisico. Il volume fisico delle esportazioni UEE verso UE è aumentato del 5-10%, da 510-530 milioni di tonnellate a 557 milioni di tonnellate all’anno negli ultimi dieci anni, mentre i valori nominali sono diminuiti da oltre 300 miliardi di dollari a 155 miliardi nel 2016. A allo stesso tempo le importazioni sono diminuite sia in valori fisici (da 30 a meno di 20 milioni di tonnellate), sia in valori nominali (da 100-150 miliardi a 80 miliardi di dollari). Questo significa almeno due cose: l’UE ha un gran bisogno dei beni energetici dell’UEE, ma quest’ultima ha altrettanto bisogno del mercato UE. Il calo dell’export UE verso l’UEE ci dice invece che per gli esportatori europei questi mercati sono diventati meno strategici. Il calo dei ricavi determinato dal crollo dei prezzi dei beni energetici, uniti alle sanzioni contro la Russia hanno di fatto congelato l’export dell’UE verso i territori vicini, malgrado esistano grandi potenzialità.

Se andiamo a vedere come si articolano questi scambi la visione si precisa. L’80-90% delle esportazioni dell’UEE verso l’UE è rappresentato da beni energetici. Un altro 3-4% è composto da altre materie prime (minerali, legname e prodotti di metallo). Le importazioni invece sono dominate dai prodotti chimici, i macchinari e gli equipaggiamenti e i prodotti agricoli, con ogni categoria che pesa un 15-20% dell’importo totale. Le commodity non superano il 10% del totale. Quindi in sostanza l’UEE importa dall’UE molti prodotti finiti o semilavorati e alcuni beni primari. Da un punto di vista logistico, è importante sapere che una quota fra l’80 e il 90% delle merci che viaggiano fra le due unioni viene originata in Russia, e un altro 10% dal Kazakistan, seguito dalla Bielorussia. Altresì importante è sapere che il principale partner commerciale dell’Unione di Putin è la Germania, che assorbe circa il 20% del volume fisico di export e import, seguita dall’Olanda con il 14%, poi dall’Italia, con il 10% e dalla Polonia. Un altro 5% lo assorbono la Finlandia, la Francia e il Regno Unito.

Le caratteristiche dei beni esportati dall’UEE, in gran parte commodity che non possono essere stipate nei container, spiega anche l’evoluzione logistica dei trasporti commerciali. La percentuale dei container cargo dall’UEE all’UE è insignificante e pesa meno dell’1%. Al contrario i container cargo rappresentano il 20-25% del volume totale delle importazioni dall’UE. In sostanza, la struttura del commercio fra le due regioni è definito dalla tipologia delle merci che si scambiano. L’export dall’UEE, caratterizzato da beni energetici, implica la dominanza del trasporti marittimi (54-57%)o tramite oleodotti e gasdotti (30%). Treni (7-8%) e gomma (2-3%) si dividono il resto. Al contrario, il metodo principale di trasporto per le importazioni dell’UEE dall’UE sono le strade, che assorbono il 60-65% del totale, in aumento rispetto al 55% di dieci anni fa a fronte di un volume stabile di cargo che movimenta 15 milioni di tonnellate. Un altro 25-30% è spedito per mare, mentre il trasporto ferroviario ha perso quota, dimezzandosi dal 16-17% del 2006-08 all’8,5% del 2016. Anche qui la strutture dei beni esportati determina in buona sostanza la scelta della modalità di trasporto. L’UE spedisce macchinari ed equipaggiamenti o prodotti chimici che possono essere facilmente impacchettati. Il calo dei trasporti ferroviari si spiega invece con il cambio della struttura dell’import dei paesi UEE. L’embargo russo sui prodotti agricoli dai paesi UE, normalmente spediti alla Russia tramite ferrovie, e in particolare tramite la Polonia ha condotto al notevole calo registrato.

Quest’analisi sommaria ci dice alcune cose. Il mare e gli oleodotti servono più delle ferrovie per il trasporto di merci dall’UEE all’UE, ma anche, per le ragioni che abbiamo visto, per l’import dell’UEE dall’UE, la gran parte del quale si svolge su strada. Questo spiega perché nel gran discorrere di corridoi di collegamento fra le due regioni, quelli ferroviari rimangono in ombra. Almeno per adesso.

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