Etichettato: the walking debt

Cronicario: E per regalo di natale, iniziamo a dare i numeri


Proverbio del 15 dicembre Un ospite lieto non grava su nessuno

Numero del giorno: 339.000.000.000 Entrate fiscali italiane genn/ott 2017

La sentite, sì, quest’arietta frizzante da ultimo week end prima del Grande Month End natalizio? C’è quell’odorino di festa per le strade dove si mischiano i vapori seducenti del torrone con quelli delle carte di credito surriscaldate. E così tuttoduntratto anche il cronicario globale, dove presto leggeremo solo di cenoni e panettoni, diventa frizzante regalandoci gli ultimi brividi del 2017. L’Ocse, per dire, arriva a consigliare a noi italiani, notoriamente santi e navigatori, ma soprattutto poeti, di studiare più matematica e informatica per catturare le opportunità offerte dal progresso come se a) ci fregasse qualcosa del progresso e b) si potesse convincere un vegetariano a mangiare bistecche crude, che è più o meno quello che si chiederebbe a un poeta proponendogli di scrivere un algoritmo.

Ora sarà pure vero, come dice sempre l’Ocse che i nostri laureati sono in gran parte sovraistruiti (di cose futili) e così finiscono sottopagati (perché futile rima con inutile). Però è vero pure che noi italiani  siamo bravissimi quando si tratta di dare i numeri. Prendete Bankitalia. Oggi, nel pieno dell’entusiasmo pre natalizio ne ha sparati alcuni belli grossi.

I più ottimisti noteranno che le previsioni di fine anno sono migliorate rispetto a quelle d’inizio autunno, e sarà sicuramente merito dell’entusiasmo col quale sono state preparate. Ma anche, sospetto, di una certa invidia sociale derivante dal fatto che poco prima la Bundesbank aveva sparato le sue, di previsioni, secondo le quali l’economia tedesca crescerà il 2,6% nel 2017 e il 2,5% nel 2018, aumentandole parecchio dall’1,9 e 1,7 delle stime precedenti.

Il secondo numeretto niente male è il grande protagonista delle nostre cronache politico-economiche: il debito pubblico, senza il quale è impossibile immaginare l’Italia. Bene, a ottobre è arrivato a 2.289,7 miliardi, 5,8 in più del mese prima. Il che ci fa capire che godiamo di ottima salute – pensate a quanti creditori si preoccupano per noi là fuori – e che ci possiamo godere le feste senza troppi patemi. Anche perché poi ci sono le elezioni di primavera e lo sappiamo tutti che significa.

Non dovremmo preoccuparci del debito, infatti, che tanto sta lì e chi l’ammazza, ma del fatto che a parte l’eccesso di poesia che ci candida a ruoli improduttivi, ci stiamo pure guastando il carattere, a furia di guardarci in cagnesco l’un l’altro. Ecco un esempio: oggi Istat ha discusso la sua ultima fatica, il rapporto sul benessere equo e sostenibile, che non ho ancora capito che significa, ma dove leggo che “il 2016 restituisce l’immagine di un tessuto sociale che presenta criticità: scende la soddisfazione per le relazioni familiari (dal 34,6% al 33,2%) e per le relazioni amicali (dal 24,8% al 23,6%). La fiducia negli altri si mantiene piuttosto bassa, con solo una persona su cinque ritiene che la maggior parte della gente sia degna di fiducia”.

La dismissione della fiducia reciproca mi spiace persino più del nostro insuccesso economico, produttivo e magari anche matematico. Ma poi capisco che è la solita esagerazione della stampa. Non siamo diventati stronzi. Stiamo dando i numeri.

A lunedì.

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La lezione Usa del Tarp sui salvataggi governativi


Ricordo bene quel tormentato 2008, divenuto ormai letteratura e racconto cinematografico, col faccione dell’ex banchiere di Goldman Sachs, Henry Paulson, divenuto segretario del Tesoro Usa nel peggiore momento della storia recente del suo ministero, a spiegare ai suoi stupiti contribuenti che bisognava mettere sul tappeto una vagonata di miliardi di denaro pubblico per evitare che i bancomat smettessero di funzionare. Così, semplicemente. Sembra assurdo a dirlo oggi, a quasi dieci anni da quel terribile autunno che seguì al fallimento di Lehman Brothers, eppure all’epoca era questo il clima che si respirava in giro per il mondo e che tutti noi abbiamo volenterosamente dimenticato per quella strana forma di superstizione che teme il ricordo perché lo sospetta gravido del futuro, ignorando il monito che spesso siamo costretti a rivivere ciò che dimentichiamo.

All’epoca il governo mise sul tappeto un arsenale di contromisure, fra le quali c’era anche il Tarp, acronimo di Troubled asset relief program, che potremmo tradurre con programma di recupero di asset in sofferenza, come erano gran parte di quelli custoditi nelle pance delle banche americane, e non solo delle banche, che improvvisamente scoprirono di non riuscire più a quotare il valore di moltissima della carta che avevano accumulato. Il governo, come sempre di manica larga, fece il prestatore di ultima istanza, svelando ancora una volta la finzione che vuole la banca centrale candidata a questo ruolo, e stanziò la cifra stellare di 700 miliardi per comprare tutta questa carta tossica col proposito di rivenderla appena le cose si fossero normalizzate, convinzione che all’epoca denotava un cero ottimismo tipicamente yankee.

Per capire come sia andata a finire ciò vale la pena leggere l’ultimo Agency financial report pubblicato per l’anno fiscale 2017 dall’Office of financial stability statunitense, creato insieme al Tarp, dedicato proprio ai rendiconti dell’operazione.

Nel suo messaggio di presentazione il CFO, Chief financial officer, spiega che i 412 miliardi effettivamente usati per sostenere banche e altri soggetti finanziari sono stati recuperati al 103%, quindi il governo ha riavuto indietro circa 425 miliardi, frutto della somma dei circa 376 miliardi effettivamente incassati dalla dismissione degli investimenti più i 48 miliardi derivanti dal frutto di questi investimenti nel corso degli anni e al netto dei 35 miliardi di perdite per svalutazioni o annullamento di titoli. In sostanza questi 35 miliardi rappresentano la perdita effettiva sugli asset comprati dal governo, più che compensata come abbiamo visto dalle rendite degli investimenti. Nessuno può sapere quanto sarebbe stata questa perdita se il governo non fosse intervenuto, ma chi ricorda quei tempi non avrà dubbi che sarebbe stata assai peggiore.

Dei dieci programmi iniziali varati nell’ambito del Tarp otto sono chiusi. I due che rimangono in piedi valgono insieme un centinaio di milioni. Oltre all’investment program il Tarp finanziò per oltre 26 miliardi anche un Housing program che ha consentito di dare assistenza finanziaria a più di 2,9 milioni di americani e che è ancora in attività. Ciò ha portato a 438 miliardi il totale impiegato nei vari programmi, dei quali come abbiamo visto ne sono stati recuperati oltre 425, che sarebbero 442 se si considerassero anche i 17,5 miliardi di valore azionario del Tesoro dentro AIG, American international group.

A conti fatti l’avventura del Tarp si può dire conclusa positivamente. E non solo perché il Tesoro, e quindi i contribuenti, hanno recuperato i loro soldi e anche qualcosina in più (anche se si potrebbe discutere a lungo sulla provenienza del denaro che ha ripagato quegli investimenti) ma soprattutto perché è servito allo scopo che si prefiggeva: tenere in piedi il sistema finanziario Usa e quindi quello globale. Un buon risultato pagato al prezzo di una pesante invasione del settore statale nell’economia finanziaria statunitense, che ancora oggi gode di garanzie pubbliche per oltre il 60% dei suoi debiti, e di un notevole aumento del debito pubblico. Il che non è certo un buon viatico contro l’azzardo morale. La lezione va ricordata, perciò. Perché dimenticarla rischia di renderla nuovamente necessaria.

Cronicario: Un’Ape ci salverà, alla faccia dei derivati


Proverbio del 13 dicembre Solo ciò per cui combatti è duraturo

Numero del giorno: 1,8 Accelerazione % inflazione a novembre in Germania

Oggi che è una giornata meravigliosa, in cui l’occupazione europea cresce come la produzione industriale – quella italiana di auto persino dell’11,7 a ottobre – e Calenda ed Emiliano se le suonano su Twitter per la storia dell’Ilva, facendoti sognare una vera classe politica, e Confindustria aumenta la stima del pil per il 2018 all’1,5%, mentre paventa i rischi di caos post elettorale, e nel Regno Unito si verifica un altro miracolo statistico, per cui l’occupazione cala insieme con la disoccupazione…

oggi dicevo, che in quella galleria degli orrori finanziari che è la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche si è manifestato un pubblico ministero della Corte dei Conti che ha sparato a zero contro il ministero del Tesoro per la storia dei derivati del 1994, costati finora almeno quattro miliardi alle casse dello stato, sostanzialmente sputtanando tutta la classe politico-burocratica, che ha fatto girare i soldi negli ultimi vent’anni in Italia – ve le raccomando le esternazioni del pm: sono un campionario assai istruttivo sullo stato della nostra macchina pubblica – e mettendo in croce la povera dottoressa Cannata, che già cognome omen e per giunta è chiamata a tenere in piedi quel mostro che si chiama debito pubblico…

oggi quindi che nel mentre l’Istat e il Cnel firmano un accordo per misurare congiuntamente il benessere equo e sostenibile del paese – che chissà cos’è – e il cronicario globale torna a parlare di Giampiero Fiorani, indimenticato protagonista dell’estate dei furbetti del quartierino nonché banchiere popolari di Lodi, baciafronte del governatore di via Nazionale dell’epoca, presentandolo come il manager che guiderà la riscossa dell’holding Orlean Invest di Gabriele Volpi, petroliere nonché azionista di Carige, che finirà in borsa non oggi ma domani e comunque presto…insomma

è sbarcato in commissione bilancio alla Camera l’emendamento che allarga l’Ape social a 15 categorie di lavoratori, comprese quindi le 4 decise dopo l’accordo con i sindacati, per cui per tutti costoro potranno andare in pensione prima a spese dello stato. Con l’occasione è stato pure creato un fondo per eventuali proroghe anche a dopo il 2018.

L’Ape social ci salverà. #StateSereni.

A domani.

I consigli del Maître: Le esportazioni dell’America Saudita e le imprese zombie italiane


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Pensioni: gli italiani predicano bene ma… Ocse ha pubblicato i dati aggiornati sulla previdenza globale nel suo recente “Pension at glance”, che contiene analisi sui diversi paesi dell’organizzazione e li confronta. Una lettura senz’altro utile per tutti coloro che seguono le tormentate vicende previdenziali della contemporaneità e che in Italia sono numerosissimi, almeno a giudicare l’ampiezza del nostro dibattito pubblico sul tema. I dati sul nostro paese, peraltro, sono molto interessanti.

Cosa dicono questi grafici? Il replacement rate italiano, ossia quello che noi chiamiamo tasso di sostituzione che misura la percentuale della pensione in relazione all’ultima retribuzione lavorativa, in Italia si stima sarà l’83% per un lavoratore che vada in pensione con piena carriera, ossia col massimo dei contributi. Senonché la stessa Ocse ammette che gli alti tassi di disoccupazione giovanile renderanno molto difficile che i pensionati di domani avranno una carriera completa. C’è il rischio insomma di profonde discontinuità. L’età pensionabile per gli italiani si allungherà sempre più: si stima che un nato nel 1996 andrà in pensione a oltre 71 anni. Senonché questa previsioni teorica cozza col dato che l’Italia ha l’età effettiva di uscita dal lavoro fra le più basse dell’area. La differenza fra l’età programmata e quella teorica, al momento, è di 4.4 anni per gli uomini, 4.2 per le donne. Età effettiva attorno ai 62 anni e 61.

Predichiamo benissimo, ma razzoliamo maluccio.

L’export dell’America Saudita. Sappiamo già che grazie allo shale oil gli Usa sono diventati grandi produttori di petrolio e anche di gas, e che hanno persino surclassato i produttori tradizionali. Di recente, inoltre, è stato tolto il divieto di esportare all’estero prodotti petroliferi, con la conseguenza che gli Usa sono entrati nel grande gioco delle esportazioni.

Certamente, gli Usa sono ancora lontani dall’insediare i primati dei produttori tradizionali, ma non è di poco conto che le loro esportazioni siano più che triplicate in un anno. E buona parte le assorbe la Cina.

Trump non migliora il deficit commerciale Usa. L’antipatia di Trump per il deficit commerciale Usa è stato uno dei cavalli di battaglia del neo presidente che poco più di un anno fa assumeva l’incarico col fermo proposito di abbattere gli squilibri commerciali statunitensi, pure mettendo a brutto muso i partner eccedentari di fronte alle proprie responsabilità. Si è discusso molto delle politiche commerciali intraprese dall’amministrazione Usa che certo non sono state morbide, ma i risultati sono ancora poco coerenti con i propositi.

A ottobre 2017, infatti, il deficit è arrivato a 48,7 miliardi, il peggiore da nove mesi. E se guardiamo i dati dell’anno trascorso non ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Forse il deficit commerciale Usa è una cosa troppo seria perché se ne occupino i presidenti.

Le imprese zombie in Italia. Ocse ha pubblicato uno studio dedicato al fenomeno sempre più diffuso delle imprese zombie, ossia quelle entità che con i profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti.

Come si può osservare, noi italiani abbiamo una situazione abbastanza complessa, con un numero di aziende zombie raddoppiate dal 2010 e soprattutto un 20% del nostro stock di capitale imprigionato in questa aziende morenti, che impiegano circa il 10% della nostra forza lavoro. Non è così strano che la nostra produttività sia al lumicino.

La fuga dei giovani dall’ospizio Italia


Non riesco a dar torto a quei 38 mila giovani adulti, il 28,5% dei quali laureati, che nel 2016 hanno abbandonato l’Italia secondo quanto ci racconta Istat. Questo dato, che fa riferimento alla classe d’età dei 25-39enni, è solo la punta di un iceberg sul quale la nostra già periclitante demografia rischia di andare a sbattere, affrettando quella trasformazione dell’Italia in un gigantesco ospizio a cielo aperto, visto che sempre nel 2016 i dati Istat ci dicono che sono nati circa 12 mila bambini in meno.

Non riesco a dar loro torto per la semplice ragione che molto probabilmente là fuori troveranno quello che qui non c’è, malgrado se parli tantissimo. Un lavoro decente, quindi, ma soprattutto le grandi assenti nel nostro paese: le opportunità. Noto peraltro che questo pensiero sembra essere sempre più diffuso visto che Istat nota con un certo sconcerto che il saldo demografico dei residenti, ossia la differenza fra gli italiani che rientrano dall’estero e quelli che si cancellano dall’anagrafe per andare all’estero, è in costante peggioramento da dieci anni, passando da praticamente zero a  80 mila.

Per essere ancora più precisi, “sono 81 mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%)”, Parliamo quindi di tutte le classi di età superiori ai 24 anni. Complessivamente gli italiani finiti all’estero sono stati 115 mila, il 73% del totale delle emigrazioni dall’Italia per l’estero. “Il numero degli emigrati italiani si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando da 36mila del 2007 a 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità”. Quanto alle destinazioni, il 2016 è stato l’anno del Regno Unito, probabilmente perché molti hanno pensato di farsi registrare laggiù nel timore che la Brexit chiudesse i cancelli di accesso. Ma poi rimangono le destinazioni classiche, nell’ordine la Germania, la Svizzera e la Francia, con la Spagna a chiudere la classifica dei principali paesi di arrivo. Quanto alle regioni di provenienza, si segnalano i movimenti migratori di confine, ossia dalle regioni del nord verso i paesi limitrofi, e poi dalla Sicilia. E’ interessante poi osservare che la voglia di stare in Italia scema anche fra gli stranieri.

Arrivano sempre meno persone dall’estero, mentre aumentano sempre più le emigrazioni, in gran parte italiane, come abbiamo visto. Tutto ciò, che rende vagamente surreale il dibattito sull’immigrazione, non fa altro che peggiorare la nostra piramide demografica, ormai sempre più sbilanciata verso la cima (gli anziani) a scapito della base (i giovani). A fronte di questi numeri è più che legittimo chiedersi quanto il recente miglioramento della disoccupazione giovanile, registrato sempre da Istat negli ultimi dati relativi al mercato del lavoro in ottobre, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal miglioramento del mercato del lavoro. Cancellarsi dall’anagrafe italiana porta con sé anche la cancellazione dalle liste di disoccupazione, evidentemente.

Ma aldilà di questa circostanza, non riesco a dar torto a questi giovani più o meno adulti e istruiti che hanno la (s)ventura di  esser nati in un paese che ormai, per evidenti ragioni di senilità incipiente, volge la sua attenzione alla popolazione anziana assai più che a quelli che lo diventeranno. Basti ricordare l’ossessione del nostro dibattito pubblico per le pensioni che anche in occasione della ultima legge di bilancio ha dato ampia prova di sé.  E’ sufficiente un semplice esperimento per verificarlo. La voce “pensioni”, ricercata in una agenzia di stampa, ha originato 920 record dall’1 novembre all’1 dicembre. La voce “lavoro giovani” più o meno la metà, circa 500. La voce bebé 217. Per quanto rudimentale, questo metodo consente di misurare l’attenzione della stampa e della politica su questi argomenti in occasione del Grande Dibattito che si sta consumando sulla manovra finanziaria. E se andiamo a vedere gli stanziamenti osserviamo anche come questa differenza si replichi nelle risorse che queste categorie mobilitano. L’ennesima riforma delle pensioni, che allarga la platea dell’Ape social, costerà circa 250 milioni in più di spesa pensionistica fino al 2020. Costi che certo non si esauriscono in un triennio. Al contrario durerà solo un triennio il bonus bebé per il quale sono pure stati ridotti i fondi. Ciò a fronte di una situazione di grave denatalità.

Ce n’è abbastanza per comprendere chi decida di tentare la fortuna fuori dall’ospizio Italia. Si comprende un po’ meno come sia possibile che tutto ciò non susciti granché attenzione: nel migliore dei casi, una rassegnata alzata di spalle.

 

 

Il progresso ha depresso i matrimoni più delle guerre


E’ un semplice dato di fatto: l’istituto del matrimonio è entrato in una crisi forse irreversibile. La coppia tradizionale che si unisce sotto un vincolo religioso e/o legale resiste, ma malamente. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati diffusi da Istat.

Il dato diventa meritevole di riflessione perché questo istituto ha precise implicazioni economiche, oltre che sociali. Il matrimonio, infatti, è il luogo tradizionale nel quale si sviluppa la natalità, non a caso parimenti declinante, e inoltre incorpora una serie di istituti giuridici che hanno chiare ricadute economiche: pensate alla reversibilità pensionistica.

Sarebbe errato immaginare che queste tendenze riguardino solo noi. E’ tutto un mondo di consuetudini sociali che è entrato in crisi da almeno mezzo secolo e possiamo averne contezza osservando un grafico molto illuminante diffuso dalla Fed di S. Louis che ha il pregio di farci osservare l’andamento dei nuovi matrimoni a partire dall’inizio del XIX secolo, e quindi indietro abbastanza da fotografare un trend.

I dati sono relativi alla Francia e la serie si conclude all’inizio degli anni ’80. Da allora non bisogna aspettarsi certo inversioni di tendenze. Il trend francese si ricollega idealmente al nostro, che abbiamo visto data dalla metà degli anni ’90, e fa parte di un cambiamento che ha investito i costumi al punto che i matrimoni sono calati in tempo di pace più che in tempo di guerra.

Il picco al ribasso di cinque matrimoni per mille abitanti si è toccato infatti solo durante la prima guerra mondiale, che fu una devastazione demografica senza precedenti nella storia e lasciò un’ampia coorte di donne in età da marito senza più partner papabili. La generazione di donne nata in Francia fra il 1880 e il 1900, che quindi entrarono nell’età del matrimonio proprio sul limitare della guerra e del dopoguerra non avevano praticamente più coetanei con cui ammogliarsi, visto che moltissimi maschi erano morti o erano rimasti invalidi. I maschi della generazione successiva o erano già impegnati o erano morti anch’essi. E tuttavia il picco di matrimonio che si osserva nel grafico ci dice che queste donne riuscirono comunque a sposarsi. I dati confermano che solo il 12% di queste donne nate alla fine del XIX secolo erano single (una volta si chiamavano zitelle) all’età di 50 anni, appena l’1% in più delle donne della generazione precedente, ossia nate fra il 1850 e il 1880. Insomma: le donne dell’epoca oggi le definiremmo resilienti alla guerra. La seduzione del matrimonio era forte abbastanza da infischiarsene delle milionate di morti fatte dalla Grande Guerra.

Come riuscirono a sposarsi? Secondo i demografi non avendo coetanei o partner più attempati, iniziarono a puntare i maschi della coorte più giovane, mettendosi quindi in concorrenza con le donne nate dopo di loro ed evidentemente con successo. A dimostrazione anche questo di come la forza della tradizione tenda a sopperire alle difficoltà delle circostanze. “Questo meccanismo cambiò l’età della composizione dei nuovi matrimoni e riguardò non solo le generazioni direttamente esposte alla guerra, ma anche le generazioni seguenti”, spiegano gli autori della ricerca.

La guerra, insomma, modificò la composizione delle coppie – introducendo magari una nuova poetica matrimoniale – ma non incise profondamente nel numero dei matrimoni. Altrettanto accadde nella seconda guerra. Negli anni ’60 del XX secolo il numero dei nuovi matrimoni era praticamente lo stesso del 1801. Ma poi è arrivato il progresso, guidato dal benessere del dopoguerra, e nel 1981 i matrimoni stavano già al livello del 1941, nel pieno della guerra. Non c’è ragione di credere che la situazione sia migliorata. Forse siamo in guerra anche adesso. Ma non lo sappiamo.

L’alba del secolo americano dell’energia


Figurarsi il futuro è esercizio prediletto delle persone dotate di grande immaginazione che, insospettabilmente, si annidano anche all’interno di blasonatissime organizzazioni tutt’altro che frivole. La complessità della nostra realtà, d’altronde, sembra sia fatta apposta per fornire alimento alle visioni di costoro, pudicamente definiti analisti, che con grande sussiego tentano l’impossibile: osservare il futuro a uso del presente. Ci sarebbe da sorridere di questo sforzo estenuante, se non fosse tremendamente serio. E lo dimostra il fatto che queste previsioni si aggiornano ogni anno generando grandi suggestioni che fluttuano aeree su grandi masse concrete di dati. E sono queste ultime a suscitare l’interesse maggiore degli osservatori come noi. Il futuro germina dal presente, ma è quest’ultimo che ha dignità di cronaca, appartenendo il resto al variopinto mondo delle opinioni, la cui maggiore o minore fondatezza dipende proprio dall’accuratezza della base dei dati a cui vengono riferite. In tal senso la lettura dell’ultimo World energy outlook dell’IEA è sicuramente fonte di grande ispirazione, visto che l’Agenzia raccoglie e ordina con grande accuratezza i dati del mercato energetico mondiale. Giocoforza le sue osservazioni sulle possibili evoluzioni del settore energetico diventano degne di attenzione elevandosi quasi al rango di previsioni fondate. Tanto più come quando, in occasione della recente edizione 2017, si individuano trend globali che l’Agenzia è convinta caratterizzeranno sempre più il futuro per la semplice circostanza che stanno già caratterizzando il presente, uno dei quali riguarda la crescente importanza della produzione statunitense nel mercato del petrolio e del gas. Gli Usa sono diventati da un pezzo i maggiori produttori del mondo e solo la nostra costante distrazione ci impedisce di cogliere la portata straordinaria di questa rivoluzione.

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Cronicario: L’Istat pilucca un pilino di pil


Proverbio del 1 dicembre Chi spreca tempo deruba se stesso

Numero del giorno: 0,8 Accelerazione % inflazione in Giappone ad ottobre

Vinceremo, altroché, tuona stentorea e anonina sulle agenzie di stampa la voce del MEF poco dopo che l’Istat rivede al ribasso la stima del pil per il terzo trimestre e il suo omologo annuale. L’occhiuta micragnosità dell’Istituto, evidentemente non ancora consono alle semplificazioni dei tempi moderni, atterra col fragore dell’elefante ubriaco nel negozio di bicchieri e scatena le notifiche dei telefonini di giornalisti e politici.

Stiamo parlando di un misero 0,1 per cento in meno, in pratica l’equivalente dell’errore statistico, che riduce a +0,4% il dato trimestrale e a 1,7 quello annuale, ma che nel paese dello zeroqualcosa scatena immancabilmente scene isteriche. Anche perché quelli che si spingono a leggere oltre il numero, e persino capendoci qualcosa, sono rari come fenicotteri gialli.

Panico che diventa orrore e raccapriccio quando i più istruiti leggono che la crescita acquisita per il 2017 è pari all’1,4% dopo che si è detto dovunque e da chiunque, a cominciare dal governo, che quest’anno ci aspetta almeno l’1,5%.

Insomma, l’Istat pilucca un filino di pil – un pilino diciamo – ed ecco che succede: week end rovinato. Capirete che il governo doveva intervenire. E perciò al fuoco di mezzogiorno arriva la fonte MEF che rassicura: i dati sul pil resi noti oggi dall’Istat confermano la tendenza al rafforzamento della crescita economica nel Paese. Capito? Nessun pilino di pil ci fermerà: avremo il nostro +1,5% di pil reale per il 2015.

Purtroppo è meno sicuro che vinceremo un po’ di inflazione in più, che sarebbe un toccasana per la nostra contabilità pubblica. Il pil nominale, infatti, che poi è quel numero che si ottiene sommando al pil reale il deflatore del pil, è arrivato al 2,4% e sarebbe molto bello se magari arrivasse al 3,6%, quale sarebbe se l’inflazione fosse al 2%. Ecco perché il beneamato Padoan si lamenta: “Il governo può forse (forse, ndr), sostenere la crescita reale ma non può fare quasi nulla sull’inflazione e oggi ci manca l’1% medio di inflazione”.

Ora dovete sapere che il pil nominale è quel numeretto che serve a stimare la sostenibilità del nostro debito pubblico e il denominatore dei vari debiti/pil coi quali ci affliggono e perciò l’inflazione bassa….. Oh, ma qui stiamo scivolando rischiosamente sul palloso, quindi emigro e vi porto altrove con me. Dove? A Chicago.

Non a caso laggiù prospera il CME, che sta per Chicago mercantile exchange che è il Mercatone di varie cose, fra i quali i derivati. Un ricettacolo di amanti del rischio col grilletto facile. Ebbene, le autorità americane, che poi sono le stesse che insieme con altre stigmatizzano i rischi che arrivano da Bitcoin, hanno autorizzato la borsa di Chicago a contrattare future sui Bitcoin dal prossimo 18 dicembre. Giusto in tempo per le feste.

That’s all folks.

Buon week end

Cronicario: Niente Nazionale per l’Italia, solo multinazionali


Proverbio del 29 novembre Chi ti vuol bene ti fa piangere

Numero del giorno: 3,9 Crescita % Pil Usa nel III trimestre stimata da Trump

Vabbé la Nazionale è andata: ci faremo un mondiale senza la squadra del cuore e dovremo pure abituarci. La crisi della Nazionale è la spia del tempo che viviamo, in cui tutto ciò che inizia con nazione è sospetto e vagamente reazionario. Pure gli azzurri, per dire: quanti di voi hanno ancora il coraggio di alzarsi in coro e gridare Forza Italia eccetera eccetera?

D’altronde fa parte pure dello spirito del tempo che il nostro paese sia diventato una cellula del capitalismo internazionale – e già mi immagino le proteste – dove corporation sociopatiche – così ce le raccontano – hanno messo radici ai danni del nostro patrimonio socio-naturalistico.

Oppure uno può dirla con l’Istat, secondo la quale ” le multinazionali consolidano il contributo positivo alla crescita del sistema produttivo italiano, rafforzandone la prospettiva di crescente apertura e integrazione internazionale. Le imprese a controllo estero in Italia sono 14.007 (+438, con quasi 6 miliardi di fatturato in più rispetto al 2014), le controllate italiane all’estero ammontano invece a 22.796 (+408 unità e +13 miliardi di fatturato all’estero).

Mentre decidete da che parte stare, magari sfogliate l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dalla Bce proprio stamattina. Scoprirete che viviamo in un mondo ricco e fragile dove gli elevati debiti, privati e pubblici, pendono sul nostro capo come spade di damocle pronte a sganciarsi e che solo il miglioramento delle condizioni economiche evita di farci finire a fette. E molto di questo miglioramento dipende da quanto siamo bravi a stare al gioco, visto che è vagamente velleitario pensare di poter fissare le regole.

Se invece state seguendo come tifosi sfegatati della fu Nazionale le vicende di Bitcoin, che oggi ha superato gli 11 mila dollari, e magari tifate Bitcoin, notate che pure oggi la criptovaluta è stata oggetto delle amorevoli attenzioni dell’ennesimo banchiere centrale che ha spiegato all’universo mondo che è una roba pericolosa mentre il solito premio Nobel Stiglitz ha detto che è una bolla che dovrebbe essere vietato. Gente che non ama le bollicine, evidentemente.

Per concludere una considerazione che mi tengo sul gozzo da quando Istat ha pubblicato due statistiche che dicono la stessa cosa pure se non sembra. La prima riguarda la nostra popolazione imprenditoriale che, si osserva, ha un solo under 35 ogni quattro imprenditori.

Poi quell’altra che mostra il costante crollo della nostra natalità.

Come si fa ad avere imprenditori giovani se ci sono sempre meno bambini? Nel caso vi fosse sfuggito nel 2016 sono nati 12 mila bimbi in meno rispetto al 2015. Nell’arco di otto anni le nascite sono diminuite di 100 mila unità.

Giuro. E infatti il governo ha deciso di confermare il bonus bebé anche per il futuro. Purtroppo le finanze pubbliche sono quello che sono, e bisognava pure dare qualche centinaio di milioni di euro ai pensionati, sennò chi la sente la Camusso che comunque si lamenta? E quindi toccherà accontentarsi di 40 euro al mese di bonus bebé. Sempre se avete un Isee di 25 mila euro massimo.

A domani

 

 

 

Il mattone nelle economie avanzate torna al livello pre crisi


Bisogna sempre diffidare un po’ degli aggregati, pure se è difficile resistere alla seduzione in essi implicita: quella di semplificare concetti complessi. E tuttavia qualunque aggregato contiene sempre informazioni che è utile osservare per farsi un’idea chiara, anche se semplificata, di alcuni trend. In tal senso le ultime statistiche immobiliari pubblicate dalla Bis ci comunicano un’informazione rilevante: nei paesi avanzati i prezzi reali del mattone, ossia deflazionati per l’indice dei prezzi al consumo, dopo esser cresciuti in media del 4% nel secondo trimestre 2017 su base annua hanno ormai praticamente raggiunto il livello pre crisi.

In sostanza ci sono voluti nove anni per recuperare il punto di partenza che, è bene ricordarlo, molti sospettavano fosse esagerato. Il fatto che siamo tornati dove eravamo, se farà piacere agli ottimisti che credono si possa crescere per sempre, preoccuperà un pochino i pessimisti, anche perché si aggiunge a un’altra constatazione visibile dal grafico. Nel tempo che i paesi avanzati recuperavano – in aggregato – le loro quotazioni reali, i paesi emergenti aumentavano del 17% circa il livello del 2008. Come si può osservare, infatti, questi paesi non hanno subito i crolli registrati in diversi pezzi dell’Europa e negli Stati Uniti, ma anzi dopo un breve periodo di incertezza hanno cominciato ad accumulare notevoli tassi di crescita fino ai giorni nostri, accrescendo i timori di un mercato immobiliare globalmente troppo surriscaldato.

Il problema, perciò, è disaggregare l’aggregato per capire se e quanto le situazioni di tensione in un determinato paese possono provocare contagi distruttivi agli altri, come accadde nei paesi avanzati nel 2008 dopo il crollo del mercato dei mutui subprime.

Il Canada si conferma il mercato più caldo fra quelli esaminati, con un tasso di crescita annua del 16%. Australia e alcuni paesi nordici stanno intorno all’8%. Gli Usa devono accontentarsi del 4%, che comunque è un risultato notevole confrontato con la decrescita italiana che non si arresta. Eurozona e Uk stanno intorno al 2%. Come abbiamo già osservato, nei paesi avanzati i prezzi sono cresciuti parecchio, e in particolare negli ultimi cinque anni, e adesso stanno appena l’1% sotto il livello pre crisi: avevano perduto più del 15% al picco del ribasso fra il 2011 e il 2012. L’Eurozona però è ancora lontana dal livello del 2008 con circa il 9% di scostamento. Al contrario negli Usa il recupero è quasi del tutto compiuto, mentre in Giappone i prezzi sono addirittura leggermente più elevati.

Fra gli emergenti il quadro è parecchio composito. Da una parte regioni come l’Asia, dove i prezzi continuano a salire (+6%), con la Cina a guidare la classifica (+8%) e la l’India a seguire (+6%). Hong Kong si conferma il mercato dove la crescita dei prezzi è più esuberante, con un +19% su base annua. In altre regioni, al contrario, i prezzi sono in caduta. L’America Latina vede il Brasile anche in calo deciso (-6%) mentre la media regionale perde il 2%. Tuttavia, se si guarda all’andamento complessivo, viene fuori che i prezzi reali in Asia e America Latina sono rispettivamente sopra del 27 e del 41% il livello pre crisi. I paesi del centro-est Europa sono anch’essi in arretramento, con il calo guidato dalla Russia (-8%) e anche nell’arco di tempo dei nove anni considerato rimangono depressi.

Rimane aperta la domanda se questi dati siano la spia di rischi crescenti nel settore immobiliare. Ma per adesso la risposta non la conosce nessuno.