Etichettato: the walking debt

Dove e per chi è cresciuta la diseguaglianza in Italia


Vale sempre la pena sbirciare nel gran calderone dove cuoce, borbottando, il dibattito pubblico sulla diseguaglianza dei redditi nelle nostre società. Non tanto per nutrire certe invidie sociali, bravissime a farlo da sole. Né per alimentare il piagnisteo, altrettanto bravo a provvedere a se stesso. Quanto perché le analisi sul tema, che ormai appartengono alle cronache del tempo, sono utili strumenti di osservazione. Detto altrimenti, analizzare la diseguaglianza giova a capire meglio come siano strutturate le nostre società.

Un buon esempio è un riquadro contenuto nell’ultima relazione annuale di Bankitalia che ospita un grafico molto utile e informativo.

La prima informazione ce la sottolinea la stessa Banca. “Circa il 60 per cento delle famiglie italiane – comprendente il 70 per cento della popolazione e la quasi totalità dei minori – ha un capofamiglia in età lavorativa e non ha pensionati tra i suoi componenti”. Per queste famiglie “il reddito da lavoro rappresenta l’80 per cento delle risorse disponibili”.

In pratica il 70 per cento della popolazione, quindi circa 42 milioni di persone, ricava l’80 per cento del suo reddito dal lavoro, avendo un capofamiglia in età lavorativa. Il restante 20% deriva da redditi di capitale, nei quali vengono inclusi anche i rendimenti figurativi degli affitti. Poiché sappiamo che molti italiani hanno casa di proprietà, è lecito stimare che gran parte di questi redditi di capitale corrispondano al rendimento della casa di proprietà, anche se le famiglie dispongono anche di corposi attivi finanziari.

La seconda informazione utile la possiamo ricavare da soli. Per gli altri 18 milioni di italiani circa il 60 per cento del reddito arriva da trasferimenti – le pensioni in pratica – ma si nota che la quota di redditi da capitale è superiore al resto della popolazione. Quindi è probabile che questa parte della popolazione, oltre agli affitti figurativi, disponga di asset finanziari che concorrono, coi i loro rendimenti, a determinare i loro redditi in media assai più di quanto accada per il resto della popolazione. In sostanza, come è logico attendersi, la ricchezza finanziaria è maggiormente concentrata nella parte più anziana della popolazione che vive di pensione. Non è neanche trascurabile la quota rappresentata dai redditi da lavoro, anche se questi nuclei non hanno persone in età lavorativa.

Possiamo ricavarci una terza informazione. Il 40 per cento dei nuclei familiari italiani è formato da persone non più in età lavorativa, quindi da pensionati.

Fatte queste premesse, è utile sapere che “tra gli individui che vivono in nuclei con a capo una persona tra i 15 e i 64 anni e senza componenti in pensione la disuguaglianza del reddito da lavoro equivalente è significativamente aumentata nel periodo 2009-2014: l’indice di Gini è salito dal 33,7 al 36,8 per cento”. Detto altrimenti l’aumento della diseguaglianza si è concentrato fra chi lavora. O, per meglio dire, fra quelli che non lavorano pur essendo in età lavorativa.

Dopo il 2014 si è registrata una lieve riduzione dell’indicatore di diseguaglianza, arrivata al 35,4 nel 2018. La qualcosa “è riconducibile all’aumento delle posizioni lavorative”. Ciò in quanto “gli individui in famiglie senza occupati sono scesi al 10 per cento delle  popolazione di riferimento dall’11,2 per cento nel 2014”. Al contempo c’è stata una certa crescita del reddito da lavoro “nei quinti più bassi della distribuzione”, come nota sempre Bankitalia.

Quindi il problema della diseguaglianza si concentra soprattutto fra chi lavora. I nuclei con pensionati, che sono il 40% del totale, ne soffrono meno. Non solo. Anche la componente geografica gioca un ruolo importante. “Nei dieci anni considerati, dal 2009 al 2018, l’indice di Gini calcolato sul reddito da lavoro equivalente è aumentato di 3,6 punti percentuali nel Mezzogiorno (al 43,0 per cento), in misura più limitata al Centro Nord (1,1 punti percentuali, al 29,8 per cento). La maggiore dispersione dei redditi da lavoro nel Mezzogiorno è prevalentemente riconducibile al più basso tasso di occupazione, cui si associa sia un numero più elevato di famiglie non percettrici di reddito da lavoro, sia una minore diffusione di nuclei con più di un occupato”.

Quindi la diseguaglianza in Italia ha a che vedere con la mancanza di occupazione, specie al Sud, dove non ha caso si concentra la quota pìù elevata dei cinque milioni di poveri assoluti censiti da Istat. Sarà per questo che, sempre Bankitalia, nota come “tra il 2007 e il 2017 il Mezzogiorno ha sperimentato un deflusso netto di popolazione (con cittadinanza italiana e non italiana) verso il Centro Nord pari a quasi 540.000 persone, oltre il 30 per cento dei quali laureati. A ben vedere il problema della diseguaglianza in Italia sembra una riedizione della vecchia questione meridionale. Al netto dell’anagrafe, ovviamente.

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Cronicario: In arrivo lo shocko fiscale


Proverbio del 5 giugno Il raccolto di un anno dipende dalla semina estiva

Numero del giorno: 4,6 Calo % vendite autoveicoli nell’ultimo mese in Uk

Si va avanti “senza se e senza me”, almanacca Vicepremier Unoemezzo, sempre più compenetrato nel ruolo di salvatore della patria, e per fortuna. Fortuna sua, ovviamente. Quanto a noi, state sereni, si prepara una rivoluzione che già prende forma davanti ai vostri occhi.

E infatti sempre lui, l’uomo solo al telecomando, dice: “Serve uno shock fiscale come quello di Trump”. Niente di più niente di meno. “E’ giunto il momento del coraggio, della presa d’atto”, perbacco. Ma, non l’avete già sentita?

Vabbé: sono anni che si preannuncia. Ma adesso finalmente ci siamo: arriva lo shock. Lo dice Lui. E ne fiuto avvisaglie qua e là. Il primo minestra, ad esempio, dice che le entrate son meglio del previsto e quindi…E poi c’è un talaltro che dice che no, non ci sarà il Salva Roma, ma il salva comuni.

Senonché nel bel mezzo della ricreazione, suona la campanella da Bruxelles. E indovinate per chi suona, ‘sta benedetta campanella?

Proprio così: siamo noi: praticamente fuorilegge. Debito, deficit, quella roba lì. Ci faranno la festa, altroché. E qual è la novità, mi chiederete? Semplice. Lo shock fiscale ce lo faranno loro. A noi ci rimane lo shocko.

A domani.

I cinesi alzano la posta nel grande gioco dei derivati sulle commodity


Un articolo pubblicato pochi giorni fa ci ricorda molto opportunamente l’ennesimo fronte di competizione fra la Cina e il resto del mondo: il mercato dei derivati sulle commodity. Ce ne siamo già occupati, ma vale la pena tornarci sopra perché si preannunciano novità interessanti che confermano come ormai l’intero tessuto delle relazioni economiche internazionali sia percorso da frizioni e movimenti destinati, in un modo o nell’altro, a modificarlo profondamente.

Secondo quanto riportato, le autorità cinesi starebbero pensando di aprire agli stranieri i future sulla gomma e sui metalli non ferrosi, che quindi si aggiungerebbero ai future cinesi già “accessibili” agli stranieri, ossia quello sul petrolio lanciato alla borsa di Shanghai nel marzo 2018. Questa decisione, se realizzata, segnerà l’ennesimo passo verso il graduale ingresso della Cina nei mercati internazionali.

L’internazionalizzazione del mercato cinese delle commodity, d’altronde, ha perfettamente senso se si considera il peso specifico della domanda cinese di materie prime. Petrolio quindi, ma non solo. La di Shanghai che commercia derivati sulle materie prime conta di diventare un punto di riferimento degli scambi internazionali. Al momento la borsa più importante che contratta future sulle commodity è a Chicago, e questo basta a capire perché, in un contesto di tensione crescente con gli Usa, faccia notizia lo sviluppo “esterofilo” della borsa cinese.

Vale la pena riportare anche alcuni dati, citati nell’articolo, relativi agli andamenti del future sul petrolio, ormai stabilmente al terzo posto come benchmark dopo il texano WTI, contrattato a New York, e l’inglese BRENT, che si scambia a Londra. Dal suo debutto, il 26 marzo 2018, il future petrolifero di Shanghai ha visto un turnover di contratti per un valore di 17,1 trilioni di yuan, pari a circa 2,5 trilioni di dollari. Le autorità hanno deciso il lancio del future anche per favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Ma ovviamente l’aspetto più interessante, almeno per gli operatori di mercato, è il potenziale di stabilizzazione della volatilità delle quotazioni che in qualche modo il future cinese può favorire.

L’apertura della borsa di Shanghai agli stranieri, la più grande delle tre borse cinesi che contrattano future sulle commodity, dove si starebbe valutando anche il lancio di future sull’oro e l’alluminio, è più di un semplice alzare la posta in un gioco divenuto sempre più esoso. Implica l’ingresso della Cina in uno dei settori più strategici della contemporaneità mettendo sul piatto il peso della domanda cinese. Comprensibile che qualcuno possa irritarsi.

 

Cronicario: Io sono Laggenda, parte II


Proverbio del 4 giugno Chi non sa quando ha abbastanza è povero

Numero del giorno: 52 Quota % di italiani che sceglieranno l’estero per le vacanze estive

Ma vi ricordate l’agenda? Dai sì che la ricordate: l’età del loden. L’età delle personcine perbene al governo che piangevano e facevano piangere.

Capirete perché ho avuto un brivido quando stamane uno dei VicePremier ha detto che “serve un’agenda condivisa” per fare andare avanti il governo.

Non so voi, ma io ho fatto gli scongiuri. Perché l’ultima agenda l’abbiamo pagata carissima. Poi è arrivato il contratto con gli italiani, e che ve lo dico a fare. Ora il governo del cambiamento ha cambiato il contratto in agenda, per giunta nel bel mezzo di una crisi dichiarata a mezzo stampa mentre l’Ue minaccia sanzioni.

Ritorna Laggenda. E i seguiti sono sempre un disastro.

A domani.

La Fed ha 1.600 miliardi di problemi (in contanti)


Un economista della Fed di S. Louis ci fa osservare una singolarità che vale la pena riportare perché ci fa capire quanto profonda sia la differenza fra ciò che le politiche monetarie dicono e quello che poi davvero riescono a fare. Lezione istruttiva perché conferma, aldilà delle petizioni di principio, che i mercati non sono così semplici da interpretare (o da imbrigliare) come alcune pratiche pare vogliano suggerire.

Di recente il Federal Open Market Committee (FOMC) della Fed ha detto che si prenderà un po’ più di tempo per far dimagrire il bilancio della banca centrale americana, che dal 2008 ha più che quadruplicato i suoi asset, ormai arrivati a circa 4,1 trilioni di dollari, circa il 20% del pil statunitense.

A fronte di questi attivi, i bilanci delle banche centrali hanno un passivo che si compone sostanzialmente delle riserve bancarie  e delle banconote (currency). Il nostro studioso ha calcolato che circa tre quarti del 4,1 trilioni di dollari dei debiti della Fed sono equamente divisi fra riserve bancarie e banconote in circolazione fuori dal circuito bancario. La Fed può agire direttamente sul livello di riserve bancarie, ma cosa può fare per le banconote in circolazione?

Prima della crisi, nota il nostro osservatore, la quantità di banconote in circolazione era pari a 762 miliardi di dollari, circa il 5,2% del pil (quarto trimestre 2007). Nel 2018 (quarto trimestre) la quantità di dollari cash è arrivata a 1.600 miliardi, pari al 7,8% del pil, accelerandosi una tendenza che si poteva osservare già dal 1990.

Il grafico sopra consente di apprezzare la differenza fra l’uso del contante in Canada, dove la quantità di cash in circolazione è sostanzialmente stabile da oltre cinquant’anni, e gli Stati Uniti, dove invece cresce costantemente dagli anni ’90, al netto di un rallentamento nei primi anni 2000, impennandosi con l’inizio del QE,.

E’ del tutto lecito ipotizzare che gran parte di queste banconote si trovi all’estero. Alcuni economisti hanno stimato che la quota dollari cash detenute fuori dagli Usa sia passata dal 20% del 1990 al 50-60% di oggi. Con l’avvertenza, per giunta, che in gran parte si tratta di banconote di grosso taglio, ossia di 100 dollari. Le uniche la cui domanda è cresciuta nel tempo.

“Sembra quindi – commenta il nostro economista – che una parte significativa dell’aumento delle passività della Fed a partire dalla crisi finanziaria non sia dovuta alla politica monetaria Usa di per sé, ma piuttosto ad un aumento della domanda estera per gli asset degli Stati Uniti, in particolare delle banconote in dollari fisiche”. Il “flight to safety”, insomma, ha condotto a un’abbondante tesaurizzazioni di dollari in banconote di grosso taglio – e stendiamo un velo sulla possibilità che ciò sia connesso al circuito dell’economia illegale – che spiega circa un quarto dell’aumento delle passività della Fed.

A fronte di ciò, rimane la domanda: come può la Fed far dimagrire il suo bilancio se queste banconote rimangono in circolazione? “E’ improbabile che questo aumento retroceda a meno che non si verifichi un’inversione della domanda estera per i dollari statunitensi”, spiega il nostro economista. Detto semplicemente: la Fed non può farci nulla. La normalità monetaria può attendere.

Il progresso silenzioso del sistema dei pagamenti internazionali cinese


Qualunque sarà l’esito delle tensioni crescenti che ormai attraversano l’intera filigrana dell’economia internazionale una cosa possiamo già osservarla: il silenzioso progredire di contromisure che finiscono col generare ecosistemi alternativi a quelli che finora hanno accompagnato la crescita delle relazioni economiche globali. Accade per i dazi – che infatti generano reazioni quasi immediate. Potrebbe accedere con l’hi tech, dopo il caso Google-Huawei, ma succede ma anche per i circuiti complessi e invisibili come ad esempio i sistemi dei pagamenti.

L’infittirsi delle sanzioni economiche, ad esempio, ha finito col generare parecchie tentazioni centripete dal sistema Swift, ossia l’infrastruttura che sorregge lo scambio di informazioni bancarie a livello internazionale. La Russia qualche tempo fa, proprio in risposta alle sanzioni internazionali, ha costituito un suo sistema di pagamenti che si propone in qualche modo di ovviare alle difficoltà nel gestire le sue transazioni nei circuiti tradizionali. Meno noto ma sicuramente rilevante, è il sistema compensazione e regolazione che la Cina ha messo in piedi dal 2015 e che, nell’ultimo anno, secondo quanto riportano alcune cronache ha conosciuto un progresso rimarchevole nell’ordine dell’80%.

Il sistema, che si chiama Cross-border Interbank Payment System (CIPS), è stato attivato dalla banca centrale cinese nell’ottobre del 2015, quindi assai prima che le tensioni internazionali conducessero al livello di guardia che osserviamo oggi. Ormai questa infrastruttura è diventata una realtà finanziaria robusta che coinvolge centinaia di banche, giapponesi soprattutto, ma anche europee e persino statunitensi.

Il sistema ha processato transazioni per 26 trilioni di yuan nel 2018, poco meno di quattro miliardi di dollari. Che sono una goccia nell’oceano delle transazioni che passano per Swift – fra i 5 e i 6 trilioni di dollari al giorno – ma sono comunque indice di una tendenza che, silenziosamente, si irrobustisce, probabilmente anche in relazione all’infittirsi delle tensioni internazionali.

Questo strumento svolge un ruolo chiaro, anche se ancora embrionale, nel grande gioco, che in fondo è squisitamente politico, teso a replicare nel mondo valutario quel multipolarismo politico che molti dicono di voler realizzare. Un mondo che già esiste nei fatti, visto che, secondo i dati Bce elaborati su quelli Swift, le transazioni in dollari globali sono meno del 40% del totale, con l’euro ormai assai vicino per quota complessiva.

Al sistema cinese al momento partecipano, direttamente o indirettamente, 868 banche, fra le quali alcune soggette a sanzioni. Ad esempio la Credit bank of Moscow si è “iscritta” fra i partecipanti indiretti al CIPS nel dicembre scorso, accrescendo il numero totale delle banche russe inserite nel sistema. Considerando il flusso rilevante di scambi commerciali fra Russia e Cina, questo è un fatto che non dovrebbe passare inosservato.Finora nessuna banca iraniana vi partecipa, mentre ce ne sono una decina che vengono dalla Turchia.

L’utilità di questo sistema si può arguire osservando come la quota di transazioni in yuan delle importazioni del settore privato russo sia arrivata al 15%, nel 2017, a fronte del 9% nel 2014. Questo mentre alcuni stimano che la banca centrale russa tenga in yuan ormai quasi il 15% delle sue riserve valutarie, a fronte di un calo di quelle in dollari, che sarebbero passati dal 46 al 23%. Fra i partecipanti si segnalano molte banche africane, il che è del tutto logico, solo che si ricordi la profonda opera di internazionalizzazione del capitale cinese in Africa.

E’ interessante osservare che la Cina ha adottato l’inglese come lingua funzionale del suo sistema di pagamenti. La lingua inglese, almeno quella, è open source e non è a rischio dazi. Che lo yuan si internazionali in inglese, semmai, è lo squisito paradosso del nostro tempo.

La “Transartica” russa prepara altre due fermata


Gli amanti dei parallelismi storici, potrebbero trovare divertente considerare gli imponenti investimenti che la Russia sta impegnando per realizzare la sua rotta commerciale artica come quelli altrettanto imponenti che la Russia zarista fece nel XIX per realizzare la sua Transiberiana. All’epoca era in corso una sfida silenziosa e letale con la Gran Bretagna per il controllo dell’Asia centrale, e quindi del commercio con quelle popolazioni ancora esotiche e sconosciute, che doveva culminare con il controllo delle rotte che legavano l’Uk all’India. La decisione di investire su una ferrovia che attraversasse l’ampio continente asiatico fino a “sfociare” sul Pacifico era un modo per la Russia di dimezzare costi e tempi dei collegamenti commerciali con l’Europa e diventare quindi uno dei protagonisti della globalizzazione di quel tempo, dominata dal capitale inglese e soprattutto dalla marina britannica.

Facendo le dovute differenze – lo diciamo per quelli che tendono a dimenticare che la storia non si ripete, ma al massimo si somiglia – ricordare la vicenda della Transiberiana degli zar può essere utile per inquadrare strategicamente l’importanza della Northern Sea Route, sulla quale la Russia neozarista di Putin sta investendo moltissime risorse proprio per garantirsi il controllo di una rotta commerciale che, se ancora incerta quanto agli esiti e alla reale funzionalità – nelle migliori delle ipotesi la rotta si potrebbe navigare solo per metà anno – potrebbe ridurre significativamente il costo e il tempo necessari per collegare l’Asia (e in particolare la Cina) all’Europa. Proprio come nel XIX secolo.

 

Le notizie sul lento ma costante progredire della nuova arteria commerciale russa sono numerosissime e non serve riepilogarle qui. Basta ricordare le più recenti che servono a dar la misura di quanto il progetto sia ormai in fase avanzata. Pochi giorni fa, ad esempio, è stato annunciato un nuovo vascello rompighiaccio russo, alimentato ad energia nucleare, che diventerà il terzo componente di una flotta che concorre al primato per potenza e grandezza. Anche i cinesi tempo fa hanno annunciato investimenti sui vascelli rompighiaccio e non è certo un caso. Gli accordi che abbiamo osservato, relativamente alla penisola di Yamal, da dove sono già partite imbarcazioni destinate alla Cina cariche di gas liquefatto, sono solo i primi di una serie che andranno a definirsi una volta che il Grande Gioco dell’Artico, ormai degno erede di quello centroasiatico del XIX secolo (con gli Usa al posto dell’UK), entrerà nel vivo.

Intanto, vale la pena sapere che sono state gettate le fondamenta di altre due “stazioni” della futura “Transartica”, dove al posto dei treni viaggeranno potenti vascelli rompighiaccio alimentati ad energia nucleare. Nel marzo scorso infatti, le autorità russe hanno autorizzato la Novatek, ossia la potente compagnia cui è stata affidata la gestione della NSR, a realizzare un impianto di storage e un terminal di trasporto per il gas liquefatto ad Avancha Bay, nella Kamchakta, una località ben nota ai giocatori di Risiko (e non a caso).

Un mese dopo, quindi ad aprile, è stato dato sempre alla Novatek il permesso di costruire una struttura simile a Ura Bay, sulla Penisola di Kola, nel cuore della Russia e lungo la costa del Mare Artico.

Se unite i puntini, ecco che la nostra NSR prende improvvisamente forma. Un collegamento ideale fra Europa e Asia che costeggia la costa russa. Neanche lo Zar avrebbe potuto sognare di più. Questi due porti serviranno a “smistare” il gas liquefatto che arriverà lì imbarcato sulle “spaccaghiaccio” nucleari dal Golfo di Ob, nel cuore della penisola di Yamal. Dai due nuovi porti potranno partire navi “normali”, riducendosi così i costi di trasporto.

Vale la pena sottolineare che la francese Total, già azionista di minoranza (con i cinesi) degli impianti di Yamal LNG e nel futuro impianto Arctic LNG acquisterà il 10% di entrambi i nuovi porti. Francia e Russia, d’altronde, hanno sempre avuto rapporti d’affari molto cordiali. Sin dai tempi del Grande Gioco. E anche da prima.

Cronicario: Cara Italia ti scrivo (ma tu non leggi)


Proverbio del 29 maggio Abbi pazienza con l’amico piuttosto che perderlo

Numero del giorno: 111,8 Indice Istat fiducia consumatori a maggio (era 110,6)

E si ricomincia con le letterine, come ebbe a dire VicePremier Unoemezzo in qualcuna delle sue battute parasocial. Non è arrivata ancora quella temutissima da Bruxelles, come si affretta a farci sapere il ministro Mammamia, che non a caso si occupa di economia, e per fortuna, perché in compenso ne sono arrivate un paio da Francoforte, col francobollo della Bce sotto forma di rapporto sulla stabilità finanziaria.

Che dicono? Le solite cose: che siamo un pericolo per noi stessi e per gli altri, sostanzialmente, e che le nostre banche sono imbottite di Btp ad alto potenziale esplosivo che ballano a suon di spread.

Fosse solo quello. Pure la Corte dei Canti (rectius dei Conti) ha vergato una bella letterina piena di buoni consigli, ovviamente non richiesti e figuratevi quanto ascoltati, visto che certi fenomeni al governo hanno già fatto sapere che vogliono un piano fiscale da 30 miliardi di taglio delle tasse.

E vabbé: siamo fatti così. La Corte conterina non può far altro che ricordarcelo. Pensate: chiede pure un sistema pensionistico equo.

No, no credeteci pure. Anzi: sappiate che quelli di Bruxelles ci scriveranno pure, nella benedetta letterina in arrivo, che rischiamo una multa per il nostro vizietto di sforare, con ciò mostrando di non sapere – loro come gli altri – una cosa che tutti gli italiani sanno perfettamente. Ossia che tutti ci scrivono lettere. Ma noi non le leggiamo.

A domani.

L’ultimo Eldorado del central banking: il target del pil nominale


Poiché sempre più fitte e ampie si fanno le discussioni sulle politiche monetarie nel cosiddetto new normal, ossia la nuova normalità di un tempo cresciuto a pane e allentamento monetario, vale la pena avventurarsi alla scoperta dell’ennesima trovata divenuta ormai popolare anche fra i banchieri più in vista del rinomato circolo del central banking: il nominal Gdp targeting. In sostanza assegnare alle banche centrali non più un obiettivo di inflazione, ma un livello di pil nominale che, lo ricordo, equivale alla somma del pil reale e dell’inflazione. Di conseguenza dare come target a una banca centrale un pil nominale implica un certo grado di inflazione.

Molti si chiederanno quale sia allora la differenza. Per spiegarla possiamo prendere a prestito le parole di James Bullard, presidente della Fed di Saint Louis, che ne ha discusso di recente. Partiamo dalla premessa. L’attuale consuetudine di fissare un livello di inflazione come target della banca centrale – come è nel caso della Bce o della Fed – è figlia di un dibattito accademico che si è sviluppato agli inizi degli anni ’90. Oggi questa pratica è diventata consuetudinaria, osserva Bullard, “ma a quei tempi è stato un grande cambiamento se si paragona con gli anni ’70-80”. All’epoca non c’era alcun target di inflazione “e non era per niente chiaro cosa stessero facendo le banche centrali”. Il che pare implicare che adesso lo sappiano. Che è vero, ma solo relativamente al fatto che si sa quello che dovrebbe fare. Il target, appunto. ” E devo dire che, a grande linee, il targeting inflazionistico è stato un successo pazzesco”, dice Ballard. I dati sembrano dargli ragione. Nell’ultimo trentennio l’inflazione è stata assai più bassa rispetto al ventennio precedente – anche se forse è semplicistico attribuire questo risultato alla sola politica monetaria – e le aspettative di inflazioni sono divenute meno volatili. La credibilità di una banca centrale indipendente – questo è il teorema – ha “ancorato” le aspettative. Ma se il target di inflazione è stato un grande successo, “la domanda è: possiamo migliorarlo?”.

L’interrogativo, a bene vedere, contiene già la risposta. Il fatto che il target non funzioni più così bene, insomma. Infatti le banche centrali fanno sempre più fatica a rispettare gli obiettivi e questo spiega perché, malgrado le varie abbuffate da QE, sia rimasto inespresso il desiderio di fare qualcosa di radicalmente diverso per liberare il potenziale ancora inespresso delle banche centrali. Innalzare i target di inflazione, per esempio: idea molto gettonata in alcuni ambienti accademici. O, meglio ancora, cambiarli. E qui arriviamo al punto. Il target di inflazione, come abbiamo detto, è strettamente collegato con quello del pil nominale: “sono cugini stretti”, per usare le parole di Bullard. La differenza sta nel fatto che “almeno in teoria” l’uso del target di pil nominale ancorerebbe ulteriormente le aspettative future anche più di quanto potrebbe fare un regime di target inflazionistico. In sostanza consentirebbe di avere “una politica monetaria ancora migliore di quella che abbiamo avuto”.

In sostanza, gli operatori economici potrebbero utilizzare questo “supertarget” fidando sull’impegno della banca a raggiungerlo. Significa in pratica che potrebbero inserire nella loro programmazione economica un livello di pil nominale “sponsorizzato” dalla banca centrale, che, incorporando un tasso di crescita, è molto più utile ai fini di qualunque calcolo economico. “Ciò aiuterebbe a ottenere la migliore allocazione di risorse reali che possiamo ottenere. Quindi questo sarebbe il principale vantaggio”, spiega Bullard.

Detto altrimenti, gli operatori economici potrebbero “scommettere” sul livello di crescita – avendo alle spalle una banca centrale indipendente che in qualche modo lo garantisce, anziché su un livello di inflazione, che si sicuro è meno significativo dal punto di vista della programmazione. Il settore privato potrebbe guadagnarci in margini di azione.  Quello ufficiale – e segnatamente la banca centrale – di conseguenza. Fissare un livello di pil nominale, da un punto di vista psicologico, equivale di fatto a un costante Eldorado agitato di fronte al naso degli operatori economici. Comprensibile che alle banche centrali possa piacere. Ai politici piacerà ancor di più.

Soprattutto non risulta che un esperimento del genere sia mai stato tentato. E questo è un ulteriore incentivo a provarci. La Fed d’altronde è impegnata in una rivisitazione degli strumenti di cui dispone per gestire la politica monetaria. “Di sicuro – conclude Bullard – il sistema di strumenti e di regole che usiamo oggi non sarà lo stesso che useremo fra 50 anni e dobbiamo essere pronti a evolvere nel momento giusto”. Si comincia col target del pil nominale. Ma l’unico limite è il cielo.

Cronicario: 300, reloaded


Proverbio del 28 maggio Troppa oppressione può produrre un’esplosione

Numero del giorno: 0,5 Crescita % mensile export extra Ue Italia ad aprile

Ora che s’avvicina nuovamente la soglia fatidica dei 300 di spread, poco sotto la Grecia, è il momento di dire a chiare lettere una cosa molto semplice:

L’Italia SovranEsta non s’impicca ai decimali, specie adesso che abbiamo VicePremier Unoemezzo che non le manda certo a dire a quei tiranni dell’Ue. E poi che volete che sia: ci siamo già passati.

E cos’è successo? Niente: anzi, adesso abbiamo pure Vicepremier Unoemezzo. Quindi non state a preoccuparvi dello spread, che anzi ci fa bene. Talmente che faremo (a voce) pure una bella riforma fiscale per sforare ancora un po’. Figuratevi se non ce lo consentono.

Poi mi sveglio.

A domani.