Etichettato: the walking debt

Il lungo declino del dollaro che accompagna l’alba dello yuan


Meglio di ogni altra, un’immagine estratta dal paper della Bis che ha motivato questo miniserie, racconta del profondo cambiamento del gioco valutario intervenuto sotto i nostri occhi negli ultimi cinquant’anni. Quella che era il monarca assoluto dell’Occidente – il dollaro – oggi è divenuto un monarca costituzionale assediato da un parlamento rumoroso che sgomita per rosicchiare spazi vitali. Non servono troppe parole, basta osservare.

Sono moltissime le considerazioni che potremmo fare basandoci sulle informazioni illustrate in questa rappresentazione delle zone valutarie. A cominciare dalle evidenze più visibili – il costante diminuire dell’area del dollaro – alle curiosità meno appariscenti, come l’ingresso del Brasile nell’area valutaria dello yen dopo decenni di stabile influenza del dollaro. E altre ancora. La Germania stabilmente nell’area del dollaro nel 1968, e poi nel 1985 ormai stabilmente nell’area di influenza della sua moneta, che poi diventerà l’euro, che in quell’anno faceva già capolino in Africa e in Argentina. L’Australia che  esce dall’orbita della Sterlina – negli anni ’70 l’area della sterlina smette semplicemente di esistere come zona valutaria – ed entra in un limbo dove pallida si intravede l’influenza del dollaro che cede il passo alla valuta europea. La Russia notevolmente ancorata al dollaro nel 2001 e oggi pressoché fuori da quell’orbita. Il Canada, che dopo decenni di ancoraggio al dollaro vede far capolino l’euro. L’Africa, dove ormai un puzzle valutario ha sostituito la sostanziale monocromia del 1968. La Cina, infine, ancora molto dipendente dal dollaro, ma assai meno rispetto al 2001.

Ed è proprio la Cina, l’ultima arrivata, ad offrire gli spunti più interessanti di osservazione. Emittente di una valuta ancora inconvertibile, scambiabile solo su alcune piazza finanziarie, la Cina ha iniziato nel 2015, con l’avvio delle riforme monetarie la sua lunga strada per diventare una key currency, per usare la definizione del paper Bis. Diventare una valuta chiave, però, non è una cosa che si improvvisa. E soprattutto non se ne conoscono gli esiti se non a posteriori. La domanda è semplice: quali effetti avrà, sulla geografia che abbiamo visto sopra, l’emersione dello yuan come valuta chiave? La risposta non lo è affatto. “Troppo presto per dirlo”, scrivono gli autori dello studio. Al momento “i movimenti dello yuan sono ancora collegati a quelli del dollaro”. La quota di scambi sul mercato valutario è ancora contenuta – circa l 4% del totale – inferiore persino a quelli dello yen (22%) e della sterlina (13%).

Ma il paper tenta una risposta, basandosi sui tassi di cambio degli anni 2015-17, nell’ipotesi che lo yuan sia già una valuta chiave e quindi sia capace di interferire sui movimenti delle altre valute stimando anche in che misura esse varino rispetto al dollaro, l’euro e lo yen. Se tali tali movimenti esistono – e quindi esiste una relazione più stabile fra la valuta cinese e le altre rispetto a quella che queste ultime hanno con le altre valute chiave – allora anche i conti correnti e la posizione degli investimenti di questi paesi vengono sottratti alle zone del dollaro e dell’euro e “assegnate” a quella dello yuan. Sulla base di queste premesse si arriva alla conclusione rappresentata da quest’altro grafico.

Anche qui, l’osservazione del grafico può condurre a diverse considerazioni. Il paper ce ne propone alcune. Nel 2017, ad esempio, la quota di pil della renminbi zone (RZ) è del 30% del totale. Poi che “la RZ si costituisce a scapito della dollar zone (DZ -20%) più che dell’euro zone (EZ -5%). “Questa evidenza – sottolinea il paper – indica che un mondo diseguale bipolare sta cedendo il passo a un mondo diseguale ma tripolare”. Secondo le proiezioni del FMI i diversi tassi di crescita condurranno la RZ alla parità con la DZ entro il 2023. Ciò significa che la DZ svilupperà deficit correnti crescenti, all’estendersi della RZ. L’emergere dello yuan, per dirla con semplicità genera effetti finanziari destabilizzanti sulla DZ.

Altre considerazioni possiamo trarle da soli. Ad esempio osservando la geografia dell’influenza cinese, che significa quindi influenza geopolitica. Notate l’Australia, già notevolmente sotto l’influenza cinese. La Russia, che con la Cina scambia importanti risorse energetiche. E poi l’Africa, divenuta ormai un porto cinese. La Turchia e, dulcis in fundo l’America Latina che sembra bene inserita nell’area a valuta cinese. L’emergere dello yuan non farà dimagrire solo la DZ e quindi l’influenza degli Usa nella finanza internazionale. Sarà un segnale chiarissimo anche per la politica internazionale. Il tripolarismo non rimarrà solo un affare monetario.

(3/fine)

Puntata precedente: La zona del dollaro “annulla” gli squilibri globali

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Cronicario: Evviva gli inattivi di cittadinanza


Proverbio del 9 gennaio Cadi sette volte? Rialzati per l’ottava

Numero del giorno: 7,9 Disoccupazione % nell’Eurozona a novembre

Prima che nazionalizzino anche Carige come Mps – oggi un qualche sottosegretario l’ha inclusa nel novero delle cose possibili – la qualcosa segnerebbe definitivamente la metamorfosi del governo del cambiamento in governo del cambiamento di idea, lasciate che gli italiani vengano al Cronicario con la notizia più bella di una giornata già bellissima, come ormai capita regolarmente da quando è servizio permanente effettivo il cazzeggio al potere.

Siete pronti? Eccola qua: a novembre 2018, ci dice l’Istat, sono finalmente aumentati gli inattivi di ben 26 mila unità rispetto a ottobre.

Una notizia meravigliosa per almeno tre motivi. Primo: meno persone cercano lavoro, avendo persino rinunciato a iscriversi alle liste. Risultato: cala la disoccupazione.

Secondo motivo: quelli che ancora vanno al lavoro perché ne trovano uno sono sempre più gli ultracinquantenni, mentre i giovani, doverosamente cincischiano.

E’ giusto così: lasciare più tempo ai giovani per maturare la loro vocazione.

Terzo motivo: l’aumento degli inattivi, meglio se giovanili, casca a fagiolo, visto che adesso si prepara il reddito di parannanza. Meno disoccupati e più giovani inattivi, ma col reddito. Sembrava impossibile eppure…

A domani.

Il gioco a zona delle valute globali


Via via che la marea globalista si ritira, risucchiata dall’attrazione gravitazionale della rinata idea nazionale celata dai vari sovranismi, dai fondali dell’economia internazionale emerge la trama nascosta che per oltre mezzo secolo ha retto – e regge ancora – l’architettura della nostra attualità. E scoprendosi, questa meravigliosa rappresentazione dell’ingegno umano e della sua capacità di darsi ordini spontanei, rivela la squisitezza dei fraintendimenti che hanno consentito alla cronaca di divenire storia al punto che oggi, per colmo di paradosso, possiamo contemplarne i lineamenti quasi che fossero vestigia del passato invece che di un presente rimasto tale per pura inerzia, perché lo spirito, che pure si esalta nello slancio dell’invenzione, procede nella realtà col tempo della natura non con quello dell’immaginazione. C’è un tempo per immaginare e un altro per vedere ciò che si è immaginato, ammesso che si concreti in realtà. E non sempre fra questi due tempi c’è sincronia.

E’ in questa zona grigia fra l’immaginare e l’essere che si annidano i fraintendimenti. Di solito si riconoscono perché sono frutto di idee semplici attaccate sulla realtà come figurine sopra un album. Concetti che stilizzano i fatti e saziano la nostra fame di comprensione. Salvo che poi, nel tempo, i felici disegnatori di queste immagini che ricordano dettagliatamente la fisionomia di ciò che hanno ritratto e quindi la riconoscono imperfetta sebbene utile, lasciano il posto a coloro che non ricordano, perché non hanno esperienza dei fatti. Costoro usano le idee mescolandole nell’alambicco della logica, che in economia ormai vuol dire matematica, e ne tirano fuori nuove figurine. Immagini sfocate di immagini, che restituiscono ben poco del soggetto, come ben sa chi abbia provato a fotografare una foto. Questo processo di semplificazione genera idee ancora più elementari, che oggi devono entrare nell’economia di un social network, per essere diffuse rapidamente e senza pensarci troppo. E tuttavia queste immagini rimangono potenti e guidano il nostro discorso pubblico, che nasce falso e finisce bugiardo, e giocoforza.

Senza bisogno di andare ancora più lontano – bighellonare fra i pensieri è più che riprovevole nell’epoca degli algoritmi sulla leggibilità dei post – potremmo concludere questo post, che si propone di illustrare un notevole paper della Bis sulle complessità nascoste nel gioco valutario internazionale, con la vecchia battuta che all’epoca di Nixon un segretario al Tesoro Usa rivolse ai suoi interlocutori europei che lamentavano gli andamenti della valuta statunitense e la fine del sistema di Bretton Woods. “Il dollaro è la nostra valuta e un vostro problema”, disse con rara efficacia squisitamente texana il nostro ormai defunto uomo politico, con ciò anticipando – sapendolo con l’istinto del carnivoro – un pensiero assai più strutturato che le teste d’uovo dell’accademia, notoriamente erbivore, hanno iniziato a formalizzare solo quarant’anni dopo. Il pensiero, vale a dire, che alcune valute sono di chi le emette, ma tutti devono farci i conti.

Se è così, ha poco senso osservare gli squilibri di conto corrente del paese che emette una valuta chiave. Bisogna guardare nell’insieme dei paesi che a tale valuta fanno riferimento. E non solo perché espressamente ad essa collegati – pensate ad esempio ai peg al dollaro – ma perché ad essa si ispirano nelle scelte di consumo e di investimento. Le valute chiave, insomma, e il dollaro sopra ogni altra per evidenti motivi, giocano a zona. Proprio come nel calcio, creano aree di influenza con presidi a difesa.

L’esempio più chiaro, illustrato nel paper, è quello della sterlina britannica dopo la storica svalutazione decisa nel 1931 che mise fine al disperato tentativo iniziato nel 1925 di restaurare il gold standard alla parità dell’anteguerra. Un costoso tentativo di far finta che la guerra non fosse mai accaduta. Primo delle tante nostalgie inconcludenti del tragico ventennio economico fra la prima e la seconda guerra mondiale. La svalutazione della sterlina, che segnò l’inizio del tramonto della valuta britannica originò l’area della sterlina che durò fino agli anni ’70, quando ormai la supremazia internazionale della sterlina era un pallido ricordo, alla quale partecipavano l’Australia, l’India, il Portogallo, la Svezia e la Nuova Zelanda. Questi paesi prendevano a prestito in sterline, tenevano riserve in sterline e facevano investimenti in sterline. Perciò l’equilibrio del conto corrente della sterlina era garantito dall’intera area della sterlina, non solo dall’UK. Un meccanismo che chiunque abbia letto Marcello De Cecco sa bene essere un retaggio di un sistema più antico.

Insomma: le valute chiave sono naturalmente transnazionali. Quindi guardare a loro sfogliando l’album di figurine dell’economia del libro di testo genera straordinari fraintendimenti. Tipo quello che si può esser sovrani da un punto di vista monetario, pur non emettendo valute chiave. Peggio ancora: impedisce di capire il presente che mai come prima nella storia recente chiede di essere compreso. E per questo serve innanzitutto pazienza. E buona volontà.

(1/segue)

Seconda puntata: La zona del dollaro “annulla” gli squilibrio globali

L’irresistibile ascesa degli ereditieri


Una interessante ricognizione della Banca di Francia ci ricorda una delle caratteristiche più rilevanti del nostro tempo che, al netto di svariati problemi metodologici e dell’abusato ricorso alla categoria della diseguaglianza, racconta meglio di altri la nostra economia: il peso crescente delle eredità. Nei paesi dell’Occidente ricco, quindi innanzitutto Usa ed Europa, l’importanza relativa delle eredità nella composizione della ricchezza è in crescita costante da un trentennio, con ciò alimentando la sensazione alquanto diffusa che i patrimoni siano destinati ad auto-perpetuarsi. La qualcosa, in un contesto di crescita sotto tono viene percepita come una sostanziale ingiustizia sociale, o per lo meno così viene raccontata.

Non è questa la sede per discorrere di tali percezioni, che sovente si fondano su malesseri che abitano in profondità inaccessibili all’analisi economica, la quale al più rappresenta un pretesto moderno per la loro esternazione. Però vale la pena osservare il grafico prodotto dalla BdF che comunica alcune informazioni, utili pure al lordo delle notevoli complicazioni metodologiche nascoste dietro la semplicità delle curve che lo studio ha il buon senso di palesare.

Queste ultime comunicano un pensiero facilissimo da comprendere, e peraltro anche a fondamento delle nostre tante recriminazioni: il peso specifico delle eredità, negli Usa come in Europa (ormai sempre più “americana”) cresce da quasi quarant’anni. In Europa ormai siamo tornati al livello degli anni ’50 e siamo sempre più vicino agli Usa, dove pure se non ha ancora raggiunto il picco degli anni ’30 – al culmine della crisi le disuguaglianza tendono ad aumentare come è noto – è comunque assai rilevante.

Il pattern cambia poco se guardiamo ai singoli paesi europei. Il peso specifico delle eredità è diminuito fino agli anni ’70 per poi risalire più o meno bruscamente. Notate che nel Regno unito, dove la struttura socio-economica è maggiormente rigida, è stato sempre superiore al 50%.

Aldilà dei notevoli caveat che bisogna ricordare per leggere correttamente questi dati, l’aspetto che bisogna sottolineare è quello collegato ai tanti parametri nascosti dietro queste curve. “Infatti – scrivono gli autori dell’analisi –  la quota di eredità sulla ricchezza dipende da numerosi parametri economici e demografici (tassi di mortalità, motivi di risparmio e trasmissione, ecc.), che possono variare. Anche la crescita economica svolge un ruolo importante in quanto tassi di crescita inferiori portano a quote di successione più elevate”.

Insomma, al netto dei furori redistributivi che sovente producono analisi siffatte, sarebbe saggio – leggendole – tener conto che la ricchezza dipende anche da come cresce demograficamente una società. Un paese che fa pochi figli, come è il nostro, tende a concentrare su pochi eredi grandi quantità di ricchezza. Pensate al caso limite di due coppie genitori di figli unici che insieme generano un unico erede. Quest’ultimo si troverà dotato non solo della ricchezza dei suoi quattro nonni, ma anche di quella prodotta dai suoi genitori. Cosa succederà al suo patrimonio se morirà senza aver generato figli? State pur certi che molti si fanno questa domanda.

Cronicario: E tanti auguri a Babbo Sovrano


Proverbio del 21 dicembre Solo i grandi saggi riconoscono di avere grandi difetti

Numero del giorno: 38,8 Percentuale di 18-74 italiani che ha fatto formazione nel 2017

Caro Babbo Natale,

sai bene che è tradizione del Cronicario chiudere l’anno scrivendoti una letterina che aggiungerai al pacco di scarabocchi illeggibili vergati dalle manine smaniose di milioni di bambini sparsi per il globo. Orbene, adesso che il 2018 si conclude posso dirti con certezza, caro Babbo Natale, che è proprio questo il problema. Mi spiego. Il nostro paese sta vivendo una meravigliosa rivoluzione SovranEsta che ha partorito (per ora ma il meglio deve ancora venire) il governo del cambiamento che pure se un po’ ammaccato sotto Natale, a causa del cambiamento della manovra del popolo, rimane l’espressione più genuina del sentimento popolare che come tu sai bene si esalta nel periodo natalizio. Peraltro, non ti sarà sfuggito che il governo del cambiamento in qualche modo ha pure pensato di rubarti il mestiere.

E qui veniamo al punto. Mi spiace dirtelo, ma nell’Italia SovranEsta sta maturando una decisione grave che ti riguarda. Ed è anche colpa tua. Non puoi continuare ad andare il giro per il mondo a distribuire pacchi come fossi Amazon. Sei troppo globalista. Ti sospetto di cosmopolitismo e persino di conoscenze ambigue, tipo quel Soros (di sicuro l’hai incontrato quand’era bambino). Risulta chiaro a tutti, poi, che sei in combutta con le multinazionali del regalo, e che incoraggi una certa spinta turboliberista per non dire ordoliberale che neanche il tuo pseudo-ecologismo – sfido chiunque a dire che le renne sono a emissioni zero – riesce a celare.

Insomma, te la dico come mi viene: noi abbiamo bisogno di un Babbo natale tutto nostro. Un Babbo Sovrano. Uno superfigo, capace di far entrare nel suo sacco di Natale i 23 miliardi che dobbiamo mettere da parte nel 2019 per pagare, nel 2020, le clausole di salvaguardia dell’Iva. Servirà pure un sacco col sottofondo, visto che i miliardi diventeranno 29 l’anno dopo, a dimostrazione della grandezza del pacco che ci hanno rifilato i nostri amici del cambiamento con l’applauso dell’Ue. Ma stai tranquillo, non faremo grossi cambiamenti. E’ importante cambiare nella continuità (l’avrai sentita, penso). E il nostro governo de cambiamento è la migliore rassicurazione che potevi avere. Da 2,40 a 2,04 di deficit, per dire: non se n’è accorto nessuno. Per fortuna, tua e nostra, il rosso e il bianco li porti già addosso. Aggiungiamo un po’ di verde, è il gioco è fatto.

Neanche si nota no? L’Europa non si incazza e non traumatizziamo i piccoli. Possiamo anche riciclare i vecchi costumi senza neanche dover spendere, sennò ci salta il 2,04 di deficit. Sennò chi li sente quelli del reddito di cittadinanza e di quota 100? Devi capirli, caro Babbo Natale: sono i tuoi fan più sfegatati. E col verdolino addosso alle prossime elezioni, che già s’intravedono, voteranno di sicuro per te. Non vedo l’ora.

Buon Natale dal Cronicario.

Ci rivediamo nel 2019.

 

Cartolina: Vendesi America disperatamente


E così, sul finire del 2018, complice la Fed che ha smesso di comprarne, ma anche i capitali esteri che cercano fortuna altrove, il Treasury Usa ha perso d’appeal. Alcuni volenterosi hanno calcolato che la Fed abbia fatto dimagrire di un robusto 5% la sua quota di titoli del Tesoro Usa sul totale delle proprie attività, che ormai pesano solo il 15% del bilancio della Banca centrale. Similmente hanno fatto i gestori del settore ufficiale estero, ossia i gestori di riserve delle banche centrali, che hanno venduto un 2% delle consistenze, arrivando a detenerne ormai circa il 26. Poi ci si è messo il mercato. La curva dei rendimenti del Treasury si è invertita ai primi di dicembre, con il quinquennale a rendere meno del biennale. Segnale nefasto, che gli aruspici delle borse rifuggono come il volo dei corvi. E siccome nel magico mondo dei mercati chi perde appeal viene venduto, è finita che il bond Usa, in questo scorcio di 2018, somiglia a una vecchia star dalla quale rifuggano anche gli ammiratori più collaudati, in questo caso europei e giapponesi, che per decenni ne hanno finanziato i vizi. Il Treasury sbiadisce e si sgretola, lasciando sul tappeto una malinconica polvere di stelle.

Cronicario: Evviva il governo del cambiamento (della manovra)


Proverbio del 19 dicembre Nel letto stretto coricati in mezzo

Numero del giorno: 1 Crescita % Pil prevista dal governo nel 2019 (era 1,5)

La migliore della giornata la dice vicepremier Uno (o Due, fate voi) quando giura urbi et orbi che la nuova manovra partorita nelle fumose stanze di Bruxelles “è meglio di quella di prima”. Il tutto avendo anche la geniale trovata di presentarla come un successo. D’altronde da 2,40 di deficit a 2,04 il passo è breve. A patto di essere strabici.

E poiché al genio del governo del cambiamento non c’è mai fine, è tutto uno sprecarsi a spiegare che sì, meglio così, gli impegni sono stati rispettati, va tutto bene, nessun problema, contratto letto confermato e sottoscritto, mentre da lassù, a Bruxelles, dove qualcuno non ci ama, viene detto che il deficit strutturale, previsto a +0,8% l’anno prossimo si azzera e che l’Italia dovrà trovare altri dieci miliardi e rotti.

Ci sono anche perle meravigliose, come quella che le assunzioni per la Pa partiranno dal 15 novembre. Proprio all’inizio dell’anno nuovo insomma. Vi risparmio il resto, che già vi avranno rintronato. Vi ricordo solo che nel 2020 c’è una bomba Iva sotto forma di clausole di salvaguardia che ci aspetta al varco. Proprio come l’Ue che ha già fatto sapere che a gennaio vedranno la legge che approveremo in questi giorni per valutare se abbiamo rispettato i patti. Siamo osservati speciali, per la gioia dello spread che scende. Ma il governo del cambiamento esprime soddisfazione e noi con lui, perché il governo è stato di parola. Ha cambiato la manovra.

A domani.

 

La lunga marcia del Petroeuro


Leggendo il paper che la Commissione Ue ha pubblicato all’inizio di dicembre prende forma il pensiero che la lunga marcia del petroeuro sia iniziata molto prima che Bruxelles si decidesse a proporre lo sviluppo delle transazioni in euro sul mercato energetico. Certe decisioni non si improvvisano, ovviamente. E soprattutto bisogna studiare bene il contesto, o magari costruirlo. Questo lavoro è stato fatto negli anni passati. E oggi alcune decisioni che sembravano confinate nel limbo opaco e vagamente grigiastro degli specialisti assumono improvvisamente senso.

Fra queste si segnalano i numerosi intergovernmental agreements (IGAs) che gli stati membri dell’Ue hanno firmato negli ultimi anni, e in particolare fra il 2012 e il 2016, moltissimi dei quali – circa 120 – riguardano proprio gli acquisti di gas e petrolio, che abbiamo già visto essere una voce notevolissima dell’import europeo. Questi accordi servono a dare un quadro normativo, e implicitamente politico, alle compagnie energetiche che operano nell’Ue in modo da metterle in condizione di stipulare contratti più solidi con le compagnie di paesi terzi.

Nel 2016, per  “garantire che gli accordi intergovernativi nel settore dell’energia siano conformi al diritto dell’Ue” la Commissione Ue propose una norma in virtù della quale gli accordi intergovernativi su gas e olio fossero sottoposti a priori, ossia ex ante, al suo giudizio. Un’istanza, se ci pensate, che ha motivato la nascita stessa dell’Unione europea sia dai tempi della Ceca. Meglio ricordarlo. Specie perché è proprio dal matrimonio fra le istanze “unificatrici” della politica energetica e di quella monetaria che prende forma la nuova istanza politica dell’Ue: rilanciare il ruolo internazionale dell’euro. Una cosa che può apparire innocua, se non si inserisse in un più ampio movimento verso un’ordine chiaramente multipolare.

Nel 2017 la revisione delle norme conferì alla Commissione Ue il potere di “valutare i progetti di accordo e, in caso di dubbi sulla compatibilità con il diritto dell’UE, esprimere il proprio parere”. Con l’aggiunta che “prima di firmare l’accordo intergovernativo, lo Stato membro interessato deve tenere nella massima considerazione il parere della Commissione”. In questo modo l’Ue si è garantita un certo potere di influenza che, pure non arrivando a essere dispositivo ha molto a che fare con la moral suasion tipica della soft law. “La Commissione può garantire che nessun accordo in materia di energia comprometta la sicurezza dell’approvvigionamento in un paese dell’UE, né ostacola il funzionamento del mercato energetico dell’Ue”, spiega il paper di Bruxelles. Questo provvedimento conferisce pertanto a Bruxelles uno straordinario potere di indirizzo che può anche essere esteso all’uso dell’euro negli accordi bilaterali con i paesi terzi. Magari suggerendo ai paesi dell’Unione di inserire una clausola nei contratti di fornitura che contempli, se non addirittura preveda, che sia l’euro la valuta predefinita degli scambi energetici.

Sembrerà tutto molto teorico, ma lo è meno di quel che si creda. Dipende sempre da cosa si comincia. Se tali clausole che obbligano all’uso di euro fossero inserite in contratti normali di fornitura l’effetto dirompente sarebbe sicuro. Ma l’Ue al momento non sembra interessata a effetti dirompenti, dovendo fare i conti con storici equilibri politici. Semmai il fine sembra quello di affermare l’euro nei mercati energetici. E a tal fine per il momento è sufficiente muoversi con destrezza nei bassifondi dei mercati petroliferi. A tal fine lo strumento normativo più adatto sembra la Oil Stocks Directive, una legge approvata nel 2009 che impone agli stati membri di mantenere delle riserve di petrolio equivalente ad almeno 90 giorni di import netto o 61 giorni di consumo, a seconda di quale sia l’importo superiore. Queste riserve devono essere subito disponibili in caso di crisi e conservate in posti che favoriscano tale prescrizione. Per adempiere a questi obblighi gli stati membri si affidano a entità di stoccaggio centralizzate obbligando gli operatori economici ad acquistare, mantenere e vendere queste scorte quando necessario. Per promuovere un uso più ampio dell’euro nelle transazioni energetiche, suggerisce la Commissione, “gli Stati membri dovrebbero incoraggiare tali operatori economici ad ampliare la quota dei contratti basati sull’euro in queste attività”. L’uovo di Colombo.

E neanche l’unico. “Un’altra iniziativa – sottolinea il paper – “potrebbe essere l’istituzione un contratto petrolifero denominato in euro, trasparente e negoziato sul mercato fisico del petrolio”. Questo contratto – di fatto l’atto di nascita del Petroeuro, “potrebbe essere utilizzato come attività sottostante per i contratti finanziari, come i derivati”. C’è solo un problema: “Tale contratto non è disponibile oggi ma, se e qualora fosse posto potrebbe fornire i giusti incentivi per l’adozione dell’euro nelle transazioni energetiche internazionali”. Che si aspetta allora? Ottima domanda.

(3/segue)

Seconda puntata: La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio

 

La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio


L’Ue, dunque, è la prima importatrice di energia al mondo, con una spesa media di 300 miliardi l’anno negli ultimi cinque anni che in valore pesa meno di un decimo del volume contrattuale di beni energetici scambiati nel territorio europeo. Secondo i dati dell’European Securities and Markets Authority (ESMA), nel 2016 sono passati di mano contratti per 40 trilioni di euro, più del doppio del pil dell’Ue. E gran parte di questa carta, come d’altronde anche gli scambi fisici, sono quotati in dollari. Peraltro, circa il 93% di questi volumi riguardano il petrolio, denominato in dollari come d’altronde il carbone, che però pesa circa l’1% di questi scambi. In dollari sono quotati anche molti contratti sul gas, il 2,7% del volumi conteggiati da ESMA. In sostanza il dollaro, “per ragioni storiche” è predominante nel mercato energetico europeo. Gli scambi non quotati in dollari, ma in euro o sterline, non superano il 2,3% e riguardano contratti di importanza secondaria.

Le ragioni storiche sono in gran parte note e non è necessario tornarci qui. Basta ricordare che la supremazia del dollaro non dipende certo dall’essere un forte produttore, pure se si avvia a diventarlo, quanto dall’esprimere la più importante valuta di riserva. Non a caso anche i costi di trasporto sono quotati in dollari. Nell’Ue il peso dell’export energetico Usa non supera il 2%. I principali fornitori energetici dell’Ue sono Russia, Norvegia, Medio Oriente e Africa. Ciò non toglie che tale dominanza valutaria abbia importanti implicazioni per le compagnie europee. Innanzitutto perché le espone a un costante rischio cambio, che le costringe a costanti attività di gestione del rischio. Poi perché in qualche modo essere agganciati al dollaro significa incorporare anche il rischio paese che questa valuta porta con sé. Che nel caso degli Usa non è tanto quello del fallimento, quanto l’essere esposti a decisioni unilaterali – il caso del nucleare iraniano è icastico, ma anche quello dei dazi contro i cinesi – che possono rendere più complicato il commercio di beni energetici.

Per capire in dettaglio cosa abbia in mente la Commissione Ue, perciò, è utile conoscere per grandi linee i meccanismi che regolano il funzionamento di questi mercati, quindi quelli che stanno sotto la formazione del prezzo. O almeno del mercato petrolifero, che è il dominatore assoluto degli scambi di materie prime, a cominciare ovviamente da quelli virtuali. Al punto che, come osserva la Commissione, “il petrolio è diventato il principale punto di riferimento non solo per tutti i prodotti energetici ma anche per l’intera classe di investimento di materie prime”.

La Commissione osserva che “l’attuale sistema del commercio petrolifero, basato sul mercato, si è sviluppato dal basso verso l’alto, senza specifici interventi governativi”. In particolare nel tempo si è realizzata una struttura per il trading fisico e quello cartaceo espresso in derivati e utilizza una varietà di contratti (spot, forward, futures, swap, opzioni ecc.) che serve a stabilire il valore attuale e futuro del petrolio greggio e fornisce agli operatori strumenti per gestire il rischio. Il problema è complicato dalla circostanza che esistono almeno 600 tipi di greggio, differenti per densità, acidità, contenuto di zolfo, eccetera. Quindi i mercati finanziari devono far riferimento a un benchmark che implicitamente qualifichi la tipologia di petrolio trattato.

Quelli più trattati sono il Brent e il WTI, che sta per West Texas Intermediate. Il Brent da solo pesa circa il 60% del totale delle contrattazioni e pur essendo il benchmark più usato in Europa, facendo riferimento al petrolio che si estrae nella parte britannica del Mare del Nord, è quotato in dollari. Queste quotazioni vengono registrate e riportate da alcune agenzie private, chiamate Price reporting agencies (PRA), come Platts, Argus, ICIS Heren e Opis. Queste società usano varie tecniche per fornire un prezzo quanto più possibile affidabile e trasparente.

Una volta fissati i prezzi, o quantomeno “indovinati”, le transazioni si svolgono presso mercati organizzati, che trattano questi contratti o in transazioni Over the counter (OTC), ossia scambi contrattati fra le parti, o nei mercati regolamentati. I contratti derivati vengono quotati in borse valori che usano i prezzi del mercato fisico, riferiti a un determinato benchmark, come sottostante. Il Brent, ad esempio, viene scambiato all’Intercontinental Exchange di Londra mentre il WTI al Nymex di New York.

Quindi: quotazioni in dollaro e scambi in mercati di lingua inglese che implicitamente favoriscono le valute dei paesi che li ospitano. A ciò si aggiunga che le valute di molti paesi produttori, come ad esempio Bahrain, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono collegate agli andamenti del dollaro al fine di eliminare i rischi di cambio. Questo spiega perché la sfida del petroeuro sia così difficile. Ma non vuol dire che sia impossibile.

(2/segue)

Prima puntata: E dopo il petroyuan si prepara il petroeuro

Terza puntata: La lunga marcia del petroeuro