Etichettato: the walking debt

La fragile ragnatela dei prestiti internazionali in dollari


“Quando una compagnia aerea messicana acquista aerei brasiliani, è probabile che finanzi l’acquisto con un prestito in dollari statunitensi ottenuto da una banca non statunitense. Questo è solo un esempio del ruolo del dollaro nelle transazioni finanziarie internazionali tra controparti non statunitensi”. Così il Fmi presenta uno dei capitoli del Global Financial Stability Report dedicato a una questione parecchio strategica, ossia il finanziamento dei rilevanti prestiti in dollari concessi da banche non americane in giro per il mondo.

L’esempio sopra spiega bene a cosa servano e perché esista questo mercato che non è meno che rilevante. Gli ultimi dati, infatti, stimano in circa 12 trilioni di dollari gli asset denominati in dollari della banche non Usa, persino più elevati del livello pre-crisi (10 trilioni).

Per comprendere perché la questione sia delicata, basta ricordare che durante la crisi del 2007-08, quando gli Usa smisero di prestare dollari al mondo, essiccando la fonte del funding di queste banche, la Fed dovette attivare linee di swap per 500 miliardi con le principali banche centrali per evitare danni ulteriori.

Da allora ovviamente sono state prese molte precauzioni per irrobustire questa regnatela di prestiti internazionali, ma il miglioramento, che pure c’è stato, non ha eliminato la fonte di rischio. L’ha semplicemente addomesticata. Il problema rimane e si può persino misurare quantificando il gap che c’è fra gli asset e i debiti denominati in dollari. Ossia il buco che deve essere finanziato pena scompensi dalle conseguenza imponderabili.

Parliamo di un gap da 1,4 trilioni, pari al 13% degli asset, in crescita rispetto al 10% (un trilione) del 2008. Segno evidente che la crisi avrà pure contribuito a migliorare la capacità di risposta dell’organismo finanziario, ma non lo ha certo sanato: il mondo continua a dipendere sostanzialmente dalla liquidità internazionale espressa in valuta Usa. E d’altronde, come saprà chiunque conosca la storia recente, non potrebbe essere diversamente, vivendo il mondo immerso in una globalizzazione a marca statunitense.

Questo gap, quindi, deve essere finanziato e di solito ciò accade pescando alle varie linee di swap che fungono come rubinetti di liquidità attivabili a comando. Il problema è che quando il sistema si surriscalda, ossia quando la fiducia scarseggia, il costo di questo funding aumenta e il peso del conto si riverbera sul sistema finanziario globale. Alcune banche, nei paesi maggiormente esposti al funding in dollaro, potrebbero subire danni gravi.

Questa problematica riguarda in particolare molte economie emergenti, che sono particolarmente suscettibili a un eventuale calo dei trasferimenti transfrontalieri di dollari e hanno notevoli difficoltà a trovare fonti alternative. Ciò significa che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di un essiccamento della liquidità internazionale.

La storia, insomma, non si ripete ma si somiglia. E’ dagli anni ’70 che i paesi emergenti pagano il prezzo dell’esuberanza irrazionale dei prestiti internazionali in dollari. Pare che non ci sia alternativa. Possono solo imparare a difendersi meglio. E noi con loro.

Cronicario: L’ultima frontiera del debito: risparmiare sul deficit


Proverbio del 30 ottobre L’adulatore offre bocconi amari ricoperti di miele

Numero del giorno: 942.000.000 Perdita di Deutsche Bank nel IIIQ 2019

Non so voi, ma ho tirato un sospiro di sollievo quando mi hanno spiegato che nella manovra c’è il freezing.

Anzi i freezing sono addirittura due, ideati per il nobilissimo obiettivo della “tenuta dei conti pubblici”.

Vengo e mi spiego. Poiché abbiamo avuto la brillante idea di aumentare il deficit per garantire a un pugno di giovani anziani di andare in pensione con quota 100, il governo ha deciso di congelare non solo un miliarduccio di spese varie, ma anche un accantonamento di 1,7 miliardi per la suddetta quota che deriverebbero dal risparmio previsto da qui al 2022 sulle spesa (in deficit).

Quindi risparmio sul deficit e così garantisco la tenuta dei conti, diminuendo il debito meno di quanto previsto, e magari “salvo intese”.

Dulcis in fundo, si prevedono poi due monitoraggi l’anno, entro il 15 marzo ed entro il 15 settembre, per liberare i fondi accantonati una volta perseguiti i risparmi.

Meno deficit fai prima più spendi poi: l’uovo di Colombo. Infatti era genovese. E poi italiano.

A domani.

La lotta al contante, ovvero l’eterno confronto fra élite e popolo


C’è una chiara divaricazione fra il dibattito di politici, economisti e banchieri sull’uso del contante, che oscilla fra pulsioni fiscali (tassazione) e di divieti (soglia uso), e la pratica quotidiana di decine di milioni di persone che si ostinano a girare con le banconote in tasca. Ancora una volta, élite e ceti popolari sembrano assai distanti. Specie nel nostro paese.

L’Italia, secondo una ricognizione proposta lo scorso febbraio dalla Banca d’Italia, è il paese dell’euro in cui è stato rilevato il maggior numero di transazioni giornaliere in contanti (1,7 su 2 transazioni in media). Il 45% delle persone intervistate detto di usare altri mezzi di pagamento, ma comunque la percentuale di quelli che preferisce il contante è un solido 39%, malgrado l’88,9% abbia una carta di credito o di debito.

Le distorsioni generate dal contante vengono ampiamente esaminate in un libro di Kenneth Rogoff (“La fine dei soldi. Una proposta per limitare i danni del denaro contante”, Il Saggiatore, 2017), dove si osservava che, fra le altre cose, «l’eccesso di contante contribuisce in modo decisivo a rendere il mondo più povero, più iniquo e meno sicuro, pone grandi limiti alle politiche monetarie, favorisce l’evasione fiscale e il lavoro nero e rappresenta di fatto un regalo alla criminalità organizzata e al terrorismo». Un atto d’accusa a tutto tondo, arrivato da uno studioso che è stato capo economista del Fmi, e quindi di sicuro molto ascoltato. Si potrebbe argomentare su ognuno dei punti sottolineati da Rogoff, ma vale la pena soffermarsi giusto su uno che sembra meno intuitivo: i limiti che il contante pone alla politica monetaria.

A inizio anno il Fmi ha pubblicato uno studio molto interessante che ipotizzava di dividere in unità – distinte ma facenti riferimento allo stesso conio – la valuta di un paese per arrivare gradatamente proprio all’eliminazione del contante, che limita la capacità della banca centrale, specie quando è eccessivo, di far scendere i tassi di interesse al livello che si potrebbe rendere necessario in caso di una nuova recessione. E siccome il contante può essere custodito senza troppi costi – costringendo un’economia nella keynesiana trappola della liquidità – ecco l’idea: una valuta digitale di banca centrale che denomini i prezzi e che sia vincolata con un rapporto di cambio con quella “analogica”. Mutando il rapporto di conversione in senso svantaggioso al contante, si riuscirebbe a stimolarne l’utilizzo e quindi la spesa. «Questo doppio sistema di valuta locale consentirebbe alla banca centrale di applicare un tasso di interesse negativo (se ne parla parecchio tra banchieri, ultimamente, ndr), necessario per contrastare una recessione, senza innescare sostituzioni su larga scala in contanti».

Suggestioni, senza dubbio, ma comunque indicative di un clima che sta maturando lentamente nei piani alti del sistema. E qui veniamo a un altro punto interessante da sottolineare: l’avvento delle valute digitali. La moneta digitale è chiaramente altro dalla moneta elettronica. Quest’ultima è una replica su supporto (carta di credito, debito, token elettronico, eccetera) del denaro di cui già si dispone dentro un conto corrente. La prima è un’altra moneta, emessa da un privato e non dal potere pubblico. La seconda ha una storia ormai molto lunga, intrinsecamente legata a quella del sistema monetario, che si compone di sistema dei pagamenti e moneta, dove operano la banca centrale e le banche commerciali. Per farla semplice, potremmo disegnare un lunga retta che inizia con l’invenzione del Bitcoin di Satoshi Nakamoto, che risale al 2008, e finisce con l’annuncio della Libra di Facebook di quest’estate. In mezzo c’è tutto un fiorire di strumenti digitali che hanno in comune una sistema di pagamento, in larga parte articolato lungo una blockchain, che funziona all’esterno del sistema bancario, proponendosi – di fatto – di sostituirlo.

Suggestione anche questa, ovviamente. Però da osservare, come ad esempio ha fatto un paper diffuso di recente dal Nber (“The digitalization of money”) che si collega alle intuizioni di Friedrich Von Hayek degli anni ’70 (“Denationalisation of money”). Internet ha reso concreta l’ipotesi di una moneta emessa dai privati quale valida alternativa alla moneta pubblica. «L’importanza della connessione digitale porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico». Queste monete “denazionalizzate”, per dirla alla Von Hayek, sono capaci di rivoluzione il sistema monetario internazionale. Questa non è più una suggestione, è una preoccupazione concreta.

Ne è prova il recente paper diffuso dal gruppo di lavoro del G7 dedicato alle stablecoin globali, ossia valute digitali agganciate a un asset – il paniere di valute della Libra di Facebook ad esempio – capaci di travalicare non solo i confini geografici, ma di surclassare le valute tradizionali. Le global stablecoin, scrivono, «hanno implicazioni per il sistema monetario internazionale, compresa la sostituzione della valuta, e potrebbero quindi rappresentare una sfida per la sovranità monetaria». Soprattutto se sono espressione di quei giganti di internet che per clientela e potenza di fuoco finanziaria sono davvero capaci di fare “concorrenza” alle monete pubbliche.

Da qui la preoccupata attenzione con la quale banchieri, centrali e non, regolatori, economisti e politici, stanno monitorando l’avventura non solo di Libra, ma di tutto l’ecosistema delle valute digitali, provando a prendere gli aspetti utili e inglobandoli all’interno del sistema tradizionale. In questa chiave si può interpretare l’avvento delle valute digitali di banca centrale, della quali si parla molto in Svezia – dove c’è un uso molto basso del contante – e in Cina, dove potrebbe essere emesso uno yuan digitale costruendo una innovazione potenzialmente dirompente per il sistema dei pagamenti cinesi e la diffusione internazionale della valuta cinese.

E arriviamo così alla conclusione. Da una parte abbiamo una pletora di utilizzatori di denaro contante che, per abitudine, insicurezza, disinteresse, finalità illecite e altre ragioni, continua a esprimere una notevole richiesta di cartamoneta. Dall’altra una minoranza, che però vive ai piani alti del sistema, che sta decidendo che nell’era digitale un “barbarous relic”, come ebbe a dire Keynes dell’oro, come il contante “analogico” debba finire fuori corso per ragioni che sono di ordine economico (fiscale) e di sicurezza (criminalità/terrorismo).

I protagonisti di questa decisione sono i governi – non a caso della tematica si è occupato il G7 – le banche (centrali e non), le autorità di regolazione, e buona parte dell’accademia, da un parte. Dall’altra i giganti di internet. In alcuni casi sono in perfetta sintonia con il governo – si pensi agli unicorni cinesi – mentre in altri casi stanno cercando un equilibrio. Questi figli di internet vogliono sostanzialmente una fetta della torta degli enormi profitti che generano la gestione del sistema dei pagamenti e della moneta. Che sarebbe una richiesta comprensibile se non fosse che un sistema monetario, perché di questo stiamo parlando, è il frutto di un ordine politico, che non si contratta certo a tavolino.

Probabilmente tutte queste entità troveranno il modo di convivere, in un modo o nell’altro. Far sparire il contante potrebbe essere di sicuro un buon modo per cominciare a intendersi. La gente si adeguerà. Nella storia i cambiamenti avvengono quasi sempre così.

Questo articolo è stato pubblicato sul Sole 24 ore lo scorso 20 ottobre e propone un’interpretazione sociologica della crescente avversione verso il contante da parte delle classi dirigenti. Con il pezzo pubblicato sul Foglio e la lunga serie sul blog completa la ricognizione che abbiamo svolto sulle monete digitali.

La scomparsa del contante nel sistema monetario che sarà


La rigogliosa fioritura di valute digitali dell’ultimo decennio ha innescato una profonda trasformazione nella teoria e nella pratica monetaria, che possiamo analizzare scorrendo un paper recente diffuso dal Nber (“The digitalization of money”).  Lo studio ricorda un libro di Friedrich Von Hayek degli anni ’70 (“Denationalisation of money”) e traccia un parallelo molto interessante fra le intuizioni dell’economista e l’evoluzione determinata da internet che ha consentito a soggetti privati di emettere moneta. Si pensi alla saga di Bitcoin.

Diventa perciò attuale l’ipotesi di Von Hayek, secondo la quale una moneta emessa in concorrenza dai privati può essere una valida alternativa alla moneta pubblica fondata su una banca centrale che emette una moneta, avendo alle spalle un governo forte del suo potere impositivo, rendendola credibile abbastanza da essere riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio.

Il paper del Nber arriva ad alcune conclusioni. La prima: “Le valute digitali presentano innovazioni che separeranno le tre funzioni dal denaro, rendendo la concorrenza tra valute molto più accesa”. La seconda: “L’importanza della connessione digitale porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico”. Potrebbero nascere monete “denazionalizzate”, proprio come aveva immaginato Von Hayek, anche se su basi completamente diverse.

Le valute digitali possono essere criptovalute indipendenti, come Bitcoin; stablecoin, ossia agganciate ad altre valute, come la Libra di Facebook o USD Coin, o versioni digitali di monete già esistenti, come quella a cui sta lavorando la banca centrale cinese. Possono essere emesse da entità private o da una banca centrale. Uno scenario dove prevalgano le prime implica una perdita di importanza del sistema bancario. In un modello de-centralizzato e disintermediato le banche vengono semplicemente scavalcate. In uno scenario dove prevalgano le seconde, il sistema rimarrà basato sulla fiat currency governativa, ma in versione 2.0. “E’ difficile concordare con gli apocalittici che pronosticano la fine delle banche”, scrivono Riccardo De Bonis e Maria Iride Vangelisti in un libro mandato di recente in libreria dal Mulino (“Moneta, dai buoi di Omero ai Bitcoin”), “Le fintech aumenteranno la concorrenza tra gli intermediari, porteranno a nuove innovazioni dell’offerta bancaria e a riduzioni possibili del numero delle banche, ma non alla loro scomparsa”. Si immagina quindi una sorta complementarietà fra i due scenari che abbiamo tratteggiato che però hanno una cosa in comune: possono fare a meno del contante. Quindi tutto sembra portare in questa direzione. E molti ne sarebbero felici. Vale la pena ricordare un libro di Kenneth S. Rogoff, (“La fine dei soldi. Una proposta per limitare i danni del denaro contante”). La tecnologia, dicono, trasformerà il dannoso denaro analogico in un utilissimo denaro digitale. Lo sterco del demonio diventerà cioccolata.

E qui arriviamo alle cronache. Del lancio di Libra si ricordano le successive intemerate di Donald Trump contro il progetto e del governatore della Fed Jerome Powell, per una volta d’accordo su qualcosa. La levata di scudi delle principali banche centrali è stata pressoché unanime. Fra gli altri vale la pena ricordare un intervento di Benoit Couré, componente del board della Bce, dove si osservava come “le iniziative di stablecoin globali, come la Libra, si riveleranno dirompenti in un modo o nell’altro”. Il banchiere, convinto “che solo il denaro pubblico possa garantire una riserva sicura di valore, un’unità credibile di conto e un mezzo di pagamento stabile”, auspicava la creazione di “un ambiente in cui i sistemi di pagamento pubblici e basati sul mercato si completano a vicenda”. Una visione che le cronache rendono già attuale e non solo nelle economie avanzate. Al contrario. Nell’iconografia corrente il contadino del paese emergente ormai si raffigura con uno smartphone in mano, non con la carta di credito. E non è un caso. In Cina, al progetto di moneta digitale sponsorizzata dalla banca centrale potrebbero partecipare anche i giganti locali di internet che muovono numeri più che rispettabili. Quest’anno Alipay ha raggiunto gli 870 milioni di user e il volume trimestrale degli scambi mediati dalla piattaforma quota sette trilioni di dollari. Queste entità, formalmente private, sono la perfetta rappresentazione di quel peculiare connubio fra pubblico e privato che caratterizza l’economia cinese. Il dispotismo asiatico, per usare una vecchia definizione, troverà sicuramente di che esercitarsi con le valute digitali.

Se dalla Cina ci spostiamo in India lo scenario cambia poco. Nel luglio scorso un comitato interministeriale aveva suggerito di mettere fuorilegge tutte le monete virtuali, salvo poi suggerire lo sviluppo di una moneta digitale emessa dalla banca centrale, che sembra l’ideale completamento della riforma monetaria indiana culminata nella demonetizzazione delle banconote di grosso taglio decisa a fine 2016. Ma al momento le monete virtuali possono ancora circolare e secondo alcune indiscrezioni rilanciate dal giornale on line The Verge, Il Ceo di Facebook Mark Zuckenberg avrebbe parlato di test sulla circolazione di Libra proprio in India, oltre che in Messico. Ossia lo stesso paese dove, alla fine del settembre scorso, il governatore della banca centrale ha presentato una nuova piattaforma per i pagamenti digitali che ha il fine dichiarato di ridurre l’uso del contante tramite lo sviluppo di pagamenti via app telefoniche collegate al circuito bancario.

Se dall’Asia e l’America latina ci spostiamo in Africa, troviamo quello che alcuni osservatori chiamano il paradiso delle criptovalute. Botswana, Ghana, Kenya, Nigeria, Sud Africa e Zimbawe sono massicci utilizzatori di Bitcoin. Alcuni lo usano per difendersi dall’inflazione, ma riescono a farlo soprattutto perché c’è stato uno sviluppo notevole delle infrastrutture informatiche che alimenta la diffusione degli smartphone. Si stima che entro il 2020 si saranno oltre 720 milioni di sottoscrittori di contratti telefoni. L’industria della Mobile money, ossia dei pagamenti svolte tramite app, è in crescita costante con transazioni cresciute dieci volte dal 2011 in poi. Fra i servizi più noti alle cronache c’è M-Pesa, servizio di pagamenti mobili sviluppato sulla rete mobile Safaricom che secondo la banca centrale del Kenya ha fatto circolare oltre 38 miliardi di dollari fra i suoi 40 milioni di aderenti. L’Africa d’altronde è la terra dove l’anno scorso metà degli investimenti delle startup sono andati al fintech.

Ma il futuro delle monete digitali e quindi del sistema monetario non verrà certo deciso in Africa. Nei paesi avanzati le cronache si rincorrono freneticamente sotto gli occhi ansiosi di regolatori, economisti e banchieri. Ognuno di loro guarda cose diverse, ma fondamentalmente arriva alla stessa conclusione: nel sistema monetario che verrà, col vecchio monopolio pubblico insidiato dai privati, non c’è più bisogno delle vecchie banconote. Nel meraviglioso (e oppressivo) mondo digitale che stiamo costruendo un simile strumento analogico è un “barbarous relic”, come ebbe a dire Keynes dell’oro. Roba fuoricorso. Su questo governi, banche centrali e giganti hi tech troveranno di che intendersi.

Questo articolo è stato pubblicato sull’inserto economico del Foglio il 16 ottobre scorso. E’ un buon epilogo per la miniserie sulle monete digitali che abbiamo sviluppato nei giorni scorsi.

 

Cronicario: La Brextension salva il ponte di Halloween


Proverbio del 28 ottobre Le perle sull’altro lato del fiume sono sempre più grosse

Numero del giorno: 40 Ribasso % beni a base d’asta del Demanio aggiudicati oggi

Ma che c’avevate creduto che il 31 ottobre, prima del ponte di Halloween e addirittura prima dei regali di Natali, arrivasse la Brexit? Maddai: nessuno ha voglia di lavorare durante le feste. E comunque c’è tanto ancora di cui discutere e i politici del Regno Unito hanno ancora tanti giochi da fare.

Per dire: più tardi il capataz del governo britannico proporrà una mozione per avere elezioni anticipate che evidentemente, da buon malpancista, è convito di vincere.

Si vedrà. Intanto abbiamo già visto che i 27 paesi reduci dell’Ue hanno deciso di concedere al quasi ex 28esimo l’ennesima proroga, visto che sempre il quasi ex 28simo aveva votato una legge che gli impediva di uscire senza accordo, ma non aveva più il tempo di far approvare l’accordo – che peraltro era già stato bocciato dal parlamento che avrebbero dovuto approvarlo – in modo da fare la Brexit il 31 prossimo, che cade di Halloween,  troppo vicino a Ognissanti e alla festa dei morti. Pareva brutto.

Sicché è arrivata la proroga al 31 gennaio 2020. Ma attenzione: non è una proroga: è una cosa flessibile: la flextension. Se l’UK riuscirà ad approvare l’accordo prima del 31 gennaio si farà la Brexit e buonanotte ai suonatori. Non si capisce cosa succederà in caso contrario.

Intanto tutti si godono la metamorfosi della Brexit in Brextension. Il ponte è salvo. E anche il Natale.

A domani.

Cartolina: 28 ottobre 1929


Sono passati novant’anni dal 28 ottobre 1929, il black monday di Wall Street seguito al giovedì nero del 24 ottobre, che diede il via a una spettacolare retromarcia del benessere globale. Lunedì 28 l’indice DJIA perse circa il 13 per cento. Nei successivi tre anni la perdita arrivò all’89 per cento. E questo spiega perché ancora oggi quella crisi venga ricordata. La più grande crisi del secolo celebra il suo compleanno in un mondo talmente mutato da somigliargli. Anche oggi, come ieri, si osserva la tentazione crescente di tagliare i legami fra le nazioni in omaggio a un belluino istinto di conservazione del proprio particolare, che si conosce talmente poco da non capire che è intrinsecamente legato all’universale. Anche oggi, come ieri, emergono arruffapopolo che nutrono il malcontento. E anche oggi, come ieri, si pensa che il miglior modo per risolvere i problemi sia incolpare qualcuno da dare in pasto alla folla. Ma a differenza di ieri oggi abbiamo recuperato una certa salute economica – all’epoca servirono alcuni decenni e una guerra – e siamo arrivati a un notevole livello di ricchezza. Novant’anni dopo ricordiamo ancora il 29. Ma abbiamo dimenticato quella miseria.

Cronicario: Vorrei, ma non Pos


Proverbio del 25 ottobre Chi spreca il suo tempo deruba se stesso

Numero del giorno: 2,5 Aumento % commercio extra Ue in Italia a settembre 

Allora: abbiamo Bankitalia, come sempre molto analitica, che ci fa sapere che nel 2018 il numero di Pos attivi in Italia per il pagamento con carte ha superato i 3 milioni. Pensate: erano 2,4 milioni del 2017. E se ci aggiungete gli oltre 80mila Pos presso gli uffici postali e magari anche i 35 mila Atm attivi più gli circa 4800 attivi presso imprese o luoghi pubblici…

Infatti: è un esercito di pos. E infatti nel secondo trimestre di quest’anno, le operazioni e gli importi dei pagamenti con carte di debito (Bancomat) sui Pos sono arrivati a 32,2 miliardi di euro in crescita rispetto ai 29,5 del trimestre precedente, restando al di sotto dei 33 di fine 2018.

In più c’è il governo che sembra pos-seduto: ha annunciato che il prossimo decreto fiscale conterrà per i commercianti un credito d’imposta del 30% delle commissioni sulle transazioni con carte e bancomat, che sarà riconosciuto alle piccole attività con ricavi e compensi entro i 400mila euro. E, partire da luglio prossimo, chi non accetterà i pagamenti con Pos verrà multato!!

Ora io gli direi al governo, se mi potesse ascoltare che io davvero vorrei usare i pos e spendere un sacco di soldi con la mia carta di credito, di debito o come si chiama. Davvero vorrei far salire il pil a furia di spese futili. Vorrei persino pagarci degli investimenti produttivi ad alto moltiplicatore, col pos. Pure la paghetta ai figli, ci vorrei pagare. Poi faccio l’estratto conto in banca e tutto diventa chiaro.

Buon week end.

 

Cartolina: Green is the new Red


Ce lo chiede l’ambiente di agire prima che sia tardi, come possiamo dire di no? E infatti è praticamente un coro di sì quello che promana dai più alti consessi della nostra vita pubblica. Sì al green, ovviamente. Al green new deal, come ha promesso il nostro governo. O ai green bond, come ha suggerito la Bis, che ha inaugurato un fondo per consentire alle banche centrali di investirci sopra. O gli investimenti green, come suggerisce il Fmi nel suo ultimo Fiscal monitor. Green, purché sia green e, soprattutto, whatever it takes. Questa celebre espressione ormai da un pezzo ha iniziato la sua transizione dalla politica monetaria a quella politica fiscale, dove promette soddisfazioni. Sia sul lato delle entrate – si guardi ai vari progetti di carbon tax che minacciano di far strame di famiglie e imprese – che su quello delle uscite – il famoso spazio fiscale, che farà dimagrirà molti bilanci dei governi. Non conosciamo ancora i dettagli, ma una cosa la sappiamo già. Il green è il nuovo rosso. 

Dalla moneta hi tech alle “nazioni” digitali


(5/fine)

Dal sistema di pagamento alla piattaforma monetaria digitale


Una volta chiarito in che modo le valute digitali possano diventare concorrenziali rispetto alla tradizionali valute “analogiche”, dobbiamo fare un passo in avanti e ragionare sul modo in cui la moneta digitale va a impattare sul sistema dei pagamenti, ossia l’altra costituente del sistema monetario, che possiamo rappresentare come una ideale conduttura lungo la quale la moneta viene veicolata.

Tradizionalmente i sistemi di pagamento hanno come protagonisti le banche centrali e le banche commerciali attorno alle quali ruotano i vari agenti economici. Si tratta di sistemi complessi e articolati, che non serve qui approfondire ai fini del nostro discorso. Basta ricordare che sono sistemi che esprimono una forte vocazione pubblica proprio come la moneta che circola al loro interno.

E qui veniamo alla differenza principale, che è innanzitutto istituzionale, fra i sistemi di pagamento e le piattaforme digitali. Queste ultime sono tipicamente considerate mercati dove venditori e compratori si incontrano per scambiare prodotti come accade quando usiamo Amazon. Si entra nel marketplace, si sceglie un prodotto, si dà un numero di carta di credito e si perfeziona un acquisto che viene consegnato a domicilio. Questa semplice operazione coinvolge diversi soggetti, fra i quali anche il sistema dei pagamenti tradizionale, che processa il trasferimento di denaro. Ma cosa succede se la piattaforma diventa il sistema di pagamento?

L’evoluzione tecnica ha reso sensata questa domanda, visto che già ci sta conducendo all’introduzione di una valuta digitale nelle piattaforme, trasformando questi strumenti in ecosistemi all’interno dei quali l’interazione fra i vari soggetti si svolge compiutamente. “Gli strumenti di pagamento digitali associati alle piattaforme – scrivono gli economisti autori del paper Nber – uniranno efficacemente le funzionalità tradizionali  del denaro con le funzionalità e i dati della piattaforma”.

La potenza “aggregativa” della valuta digitale “contrasta con il ruolo disaggregato delle reti digitali”. Significa in sostanza che l’avvento delle valute digitali trasformerà le piattaforme informatiche in qualcos’altro di ben diverso da un semplice network. “I dati registrati e condivisi su una piattaforma possono essere utilizzati per formulare raccomandazioni agli utenti, per costruire sistemi di reputazione,
o per abbinare efficacemente gli utenti tra loro, tra le altre possibilità. Le grandi piattaforme commerciali e sociali, come quelle gestite da Amazon e Alibaba, presentano molte di queste funzionalità”. Detto altrimenti, le piattaforme tendono a creare relazioni digitali che, associate alla disponibilità di una moneta, somigliano sempre più a vere e proprie cittadinanze digitali. Gli user non scambiano più solo beni e denaro, ma condividono anche un denaro comune gestito dalla piattaforma come se fosse una banca centrale.

In sostanza l’incorporazione del sistema di pagamento nella piattaforma comporta che quest’ultima non solo disponga delle informazioni relative ai gusti e le abitudini del consumatore, ma conosca nel dettaglio anche molti movimenti finanziari e quindi acquisisca dati patrimoniali, magari fornendo anche servizi specifici (consulenza per gli investimenti, ad esempio). Questo combinato disposto genera un unicum capace di mettere facilmente fuori mercato gli operatori tradizionali, ossia il sistema bancario.

Pensate alla valutazione di un rischio per la concessione di un prestito. Una banca per svolgere questa attività può attingere solo alle informazioni patrimoniali. Una piattaforma digitale anche alle vostre abitudini di consumo, che possono contenere elementi di rischio e quindi cambiare il merito di credito. Dipende dall’algoritmo.

Questi pochi elementi bastano a spiegare perché gli autori del paper ritengano che “la natura delle piattaforme potrebbe anche cambiare il panorama competitivo dell’economia”. Queste entità “possono tendere verso monopoli” o verso “una inversione dell’organizzazione industriale corrente delle attività finanziarie”.

Il grafico sopra spiega bene quanto abbiamo detto prima. Il modello tradizione “bancocentrico” potrebbe essere sostituito da un sistema “piattaformacentrico” dove le attività bancarie sono un semplice aspetto dell’insieme delle attività offerte dalla piattaforma. “In questo nuovo tipo di gerarchia finanziaria, gli istituti finanziari tradizionali come le banche potrebbero essere sostituiti da filiali fintech
dei sistemi di pagamento”.

Per la cronaca, è giusto sapere che “questo tipo di organizzazione industriale è già fiorente in alcuni paesi”. Parliamo della Cina, ad esempio, dove Yu’e Bao, che è una filiale di Ant Financial (La filiale finanziaria di Alibaba), è diventato il più grande fondo comune di investimento del mercato monetario al mondo. Un altro esempio: Sesame Credit, un’altra consociata di Alibaba, è emersa come sistema dominante di valutazione del credito. “L’idea è che le persone vivano la propria vita attraverso questa piattaforma “, ha detto un portavoce di Ant Financial a The Guardian. Un pensiero sicuramente assai diffuso fra i gestori delle varie piattaforme.

La Cina è sempre dove Alipay e WeChatPay, che emettono valute digitali, hanno diffuso applicazioni che permettono di scambiare denaro fra i conti correnti bancari. E non ci sarebbe nulla di strano che laggiù si sviluppasse uno scenario più radicale, quello in cui un soggetto emetta moneta, sulla base di depositi detenuti presso grandi banche, e i cittadini accettino di usare la sua moneta anziché quella tradizionale. Sul modello di Libra, per intenderci. Ed è a questo punto che la storia può trovare il suo momento di svolta.

(4/segue)

Puntata precedente: La rivoluzione digitale che cambierà il sistema monetario

Ultima puntata: Dalla moneta hi tech alle “nazioni” digitali