Ripartire è un po’ morire: il Reboot ai tempi della pandemia


Bentrovati. Finita l’estate, ci troviamo con lo sconforto di dover vivere un autunno col fiato sospeso dentro una mascherina, dopo aver passato i mesi caldi a scambiarci felicemente sospiri. Ormai dimenticati, peraltro: annichiliti dall’onda montante dei contagi che ci ricorda che l’emergenza non è alle nostre spalle, ma davanti ai nostri occhi. Spettacolo per nulla incoraggiate, specie da quando abbiamo rivisto i nostri figli tornare finalmente nelle scuole.

Il problema è chiaro: dobbiamo convivere malgrado tutte le difficoltà del caso – e l’esempio della scuola basta a ricordarlo – con una malattia virale che aggrava lo stato febbricitante delle nostre società, già ammalate dal conflitto fra istanze potenzialmente infinite – frutto della bulimia dei diritti – e risorse che per natura sono scarse. Il tutto dovendo persino recuperare parecchi punti di prodotto interno, che significano lavoro e ricchezza per società che già lamentavano di non averne abbastanza.

Perciò bisogna (ri)partire, pure se significa un po’ morire – e lo diciamo facendo gli scongiuri – ossia risicare di più per rosicare qualcosina, come insegnano i proverbi. Vale per noi, ma anche per il resto del mondo dove, ognuno a suo modo, fa i conti con il trade off – concetto caro agli economisti – fra le esigenze della macchina economica e quelle della difesa della salute pubblica. D’altronde: si muore anche restando fermi, e questo dovremmo ricordarcelo tutti.

Al netto dei vari ottimismi e pessimismi che come in ogni situazione popolano la scena, possiamo svolgere un sano esercizio di realismo provando ad elencare in maniera disincantata alcuni dei passaggi fondamentali che nei prossimi mesi alimenteranno le nostre cronache, e quindi anche il nostro blog che da oggi riapre i battenti per la sua nuova stagione dedicata ovviamente proprio al Reboot della nostre società.

Cominciamo dal giardino di casa, ovviamente. Non tanto per ovvie ragioni di amor patrio, così tanto di moda di recente, ma per l’antico insegnamento volterriano che suggerisce di tenere in ordine il proprio orto, prima di volgere altrove lo sguardo. E quanto a questo di ragioni di ottimismo, malgrado gli sforzi di contrastare l’italianissima consuetudine al lamento, se ne vedono poche.

Facciamola breve: l’illusione che stiamo covando persino con una certa tignosità, è che i denari europei del Recovery fund saranno il viatico delle nostra meritatissima felicità futura. Detto altrimenti: i nostri problemi derivano dalla mancanza di soldi, manco fossimo un paese emergente, invece della settima o ottava economia del pianeta.

Questo misurare in denaro la nostra capacità di stare al mondo – ossia che basti avere più soldi, magari in cambio di nulla, per raddrizzare il legno storto del nostro stare insieme – è molto triste. Illusione pericolosa, peraltro, perché prosegue e approfondisce la tendenza che ha guidato nel tempo il cumulare dei nostri debiti pubblici a cui non ha corrisposto certo un nostro avvicinarsi al paradiso.

Al contrario. E chi pensa che oggi saremo in grado di spendere decine di miliardi in pochi anni, dopo che ci segnaliamo per la nostra incapacità a spendere i fondi europei, forse dovrebbe iniziare a pensare che non tutto si risolve iniettando denaro, ma iniziando a cambiare noi stessi. Vaste programme, mi rendo conto. Perciò inutile da perseguire. Specie quando il mercato politico offre agitatori a un tanto al chilo che promettono prebende che semplicemente aggravano la nostra percezione fallace della realtà.

Il dibattito su Recovery fund, perciò, lungi dal diventare una riflessione su di noi, diverrà l’ennesimo pretesto per faide e furberie. Speriamo almeno di cavarne migliori infrastrutture, ma chissà. Più probabile che spenderemo (forse) queste risorse e rimarremo ugualmente infelici, visto che ciò che fa naturalmente aumentare la produttività – leggi istruzione, giustizia civile efficace, ambiente fiscale amichevole – nel nostro paese cede facilmente il passo al miraggio dei moltiplicatori keynesiani e della spesa corrente. Roba facile da titolare sui giornali e sui social, a differenza del resto, che richiede persino una certa applicazione costante. Esercizio che ormai abbiamo dimenticato.

Ciò per dire che aldilà di una certa retorica patriottica – anch’essa molto di moda oggidì – che chiede a gran voce più stato ovunque (e quindi più soldi pubblici) – ormai non si contano più i dossier nei quali è impegnata la CdP – non c’è da coltivare molte illusioni sulla possibilità che il nostro paese intraprenda una strada diversa dal passato solo perché è arrivato il Recovery fund.

Ma questo non vuol dire che non cambierà nulla, almeno intorno a noi. La nascita delle obbligazioni comuni europee, che alimentano il Recovery fund, è un passo importante del processo di integrazione europeo dal quale molto dipendiamo. E non tanto in ragione di una logica di “vincolo esterno”, come per anni è stato predicato, ma per una semplice questione di prossimità geografica, storica, politica e, dulcis in fundo, economica.

Da quest’ultima, quindi dall’integrazione economica, è iniziata la strada percorsa dall’Europa per provare a diventare qualcosa di più di un’espressione geografica. E il lancio del Recovery fund dimostra che l’Europa ha tutte le carte in regola per continuare a farlo. L’economia non è mai stato un problema per l’Europa, proprio perché l’Europa si è fatta (si sta facendo) risolvendo problemi economici. Si pensi alle origini: alla CECA, che poi diventerà la CEE, l’Ue e quindi l’Unione monetaria, cui seguirà quella bancaria e del mercato dei capitali. E’ un percorso assolutamente coerente.

Il problema è che camminando all’incontrario come i gamberi – l’Europa come processo che dall’economia porti alla politica, costruendo una nuova storia continentale che sia coerente con la geografia – oggi siamo arrivati a un bivio che l’evoluzione internazionale della globalizzazione rende vieppiù evidente. L’Europa ha dimostrato di saper affrontare le sfide economiche. Sarà in grado di affrontare quelle politiche? Proprio oggi la la presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione – simpatica imitazione di quello tradizionale negli Usa – ha esortato i paesi europei a costruire una “unione della sanità”, via “potabile” per iniziare a percorrere il sentiero della condivisione fiscale, che passa anche dai “salari minimi che tutti nell’Unione devono avere”, come ha ribadito la presidente. Ma siamo sempre nell’orbita dell’economia interna, mentre è chiaro a tutti che per avere una proiezione politica internazionale – o geopolitica se preferite – serve ben altro. Serve la capacità di disporre della forza e la determinazione ad usarla.

Ne avremo un saggio nei prossimi giorni, quando l’Ue dovrà trovare una posizione comune da tenere nei confronti della Turchia, che per tutta l’estate ha continuato a mostrare i muscoli nel Mediterraneo Orientale, inducendo la Francia – e la Grecia -a far la voce grossa, e la Germania, già in tensione con la Russia (che ha fatto capire di volere partecipare al gioco turco nel Mediterraneo) per il caso Navalny, a mediare.

Decidere cosa fare con la Turchia, ormai chiaramente impegnata nella sua missione di ricordare la mondo il suo passato tramite l’uso spregiudicato del presente, non è cosa da poco. Coinvolge non solo la storia dell’Europa – mamma li turchi, per non parlare di greci e persiani – ma soprattutto la geografia, visto che dalla Turchia passano molte rotte che conducono merci (energia) e persone in Europa.

Serve quindi una politica che tenga nella giusta considerazione ancora la ragione economica, avendo chiaro non solo la prossimità, nelle varie declinazioni che abbiamo visto, ma anche la complessità del ruolo giocato dalla Turchia nell’ambito della globalizzazione emergente, ma anche in quello della globalizzazione vigente, ossia di marca statunitense.

Detta semplicemente, Ankara, in un contesto di disimpegno americano da questa parte del mondo, può essere utilizzata da Washington in funzione di contenimento dei russi, se non fosse che intanto i russi e i turchi sembra sia piacciano sempre più. E lasciamo da parte la variabile cinese per non complicare troppo il quadro regionale, anche perché nel frattempo un altro mare, quello Cinese Meridionale, si segnala per una recrudescenza di tensione che ci ricorda quante linee di faglia si stiano lentamente approfondendo all’allargarsi della politiche di potenza. Pensate al Caspio, e basterà a completare il quadro. Ricordando pure che questo quadro potrebbe cambiare cornice una volta che le elezioni americane di novembre avranno fatto il loro corso. Questo mentre Trump porta a casa un’intesa fra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain di notevole portata, visto che scompagina il fronte Mediorientale, spiazzando la Turchia e il Qatar.

Può bastare come promemoria, per cominciare un nuovo viaggio insieme. A patto di ricordare che, Covid o no, questi processi proseguiranno. Meglio perciò rassegnarsi a prenderli per mano.

Buon inizio di stagione.

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