Etichettato: globalizzazione emergente

La de-dollarizzazione russo-cinese (e turca)


Fra le tante informazioni interessanti contenute nell’ultimo rapporto sul ruolo internazionale dell’euro preparato dalla Bce una ci racconta del lento e quasi invisibile processo di vendita di asset denominati in dollari da parte delle banche centrali di Russia e Cina, paesi entrambi impegnati, pure se per ragioni diverse, in un confronto alquanto aspro con gli Stati Uniti.

Ovviamente, se fosse solo una semplice questione di ripicche, sarebbe solo una nota a margine nel grande libro delle cronache finanziarie o politiche. Ma sarebbe strano che fosse solo questo. Notare che le relazioni fra russi e cinesi da un parte e Usa dall’altra si siano incattivite non sembra sufficiente a spiegare quello che appare pure a un’occhiata superficiale come un riposizionarsi strategico che procede con la lentezza della geologia, ma procede. Ed è proprio questa lentezza la spia che si tratti di un sommovimento profondo, che le cronache, sismicamente, rappresentano. Nel senso che il sisma della cronache è determinato dal sommovimento, e non il contrario.

Senza avventurarci troppo in speculazioni, basta per il momento osservare alcuni dati contenuti nel rapporto. Qui leggiamo che il valore in euro delle riserve della banca centrale russa è aumentato di 20 miliardi di dollari – non stupisca che si conti in dollari il valore di un aumento in euro perché è questo il segno che una unità di conto internazionale esiste – a fronte del fatto che la Russia è stata una grande venditrice di titoli di stato Usa fin dal marzo 2018. E non dal sola.

Insieme alla Cina, Mosca ha venduto 204 miliardi di dollari di Treasury nel corso del 2018. E questo movimento è proseguito anche nel 2019, con almeno 54 miliardi di titoli Usa venduti dai Cinesi, che porta il totale ad oltre 120 miliardi per la Cina e a quasi 100 per Russia. Quest’ultima però nel 2019 ha rallentato molto le sue vendite, limitandole ad appena 3 miliardi.

Al contrario altri paesi come l’Europa e il Giappone, hanno aumentato le loro riserve di dollari. Ed ecco che l’esoterico flusso delle riserve monetarie svela l’essoterico comporsi di interessi non più solo economici – in fondo le riserve sono fieno in cascina per le banche centrali e i loro paesi – ma già strategici.

Se fosse solo una questione di calcolo economico, non si comprenderebbe perché l’Europa compri dollari e la Turchia li venda. Se invece si guarda a quest’ultima come l’apice di un triangolo di interessi che si sta lentamente componendo, allora la trama si infittisce e diventa una storia: quella della globalizzazione emergente, della quale la composizione delle riserve valutarie scriverà uno dei capitoli.

Rimane la domanda: se Russia, Cina e Turchia vendono asset Usa vuol dire che hanno semplicemente meno riserve perché le hanno dovuto adoperare, o che comprano altro? E se altro cosa?

(1/segue)

 

La globalizzazione emergente. Cose turche (e russe) in Libia


L’evoluzione sorprendente del conflitto libico, che da tenzone locale ha finito col diventare una notevole partita a scacchi fra Turchia e Russia, con il resto del mondo a far da spettatore, somiglia molto a una prova generale del faticoso equilibrio della globalizzazione emergente che si sta lentamente sviluppando lungo i percorsi obbligati dell’internazionalizzazione economica..

Faticoso perché la cooperazione obbligata fra le potenze emergenti (in questo caso Russia e Turchia) nel disegno di una globalizzazione che sia alternativa a quella di marca statunitense per adesso egemone, si declina simulando interessi contrapposti, che sicuramente esistono ma sono di secondo piano nella partita più ampia.

Queste sceneggiate hanno come esito semplicemente la divisione dei territori in zone di influenza. In tal senso vanno interpretati il sostegno turco al premier “legittimo” Serraj (riconosciuto dall’Onu) e quello russo al “golpista” Haftar. Il che ci dà la cifra politica di questa globalizzazione emergente: policentrica e quindi vocazionalmente instabile.

Nel caso della crisi libica, l’epicentro è ovviamente il Mediterraneo Orientale, dove la Turchia, ormai sempre più compresa nella interpretazione ottomana della sua storia contemporanea, ha giocato le sue carte con notevole spregiudicatezza, sorprendendo anche i tanti che pensavano che il paese non fosse pronto a usare le armi per sostenere il suo posizionamento nelle aree che giudica strategiche per il suo avvenire. E per capire quanto sia importante la Libia per la sicurezza della Turchia, basta ricordare che la costa meridionale turca si affaccia proprio sulla Cirenaica in mano ad Haftar. Non a caso pochi mesi fa la Turchia ha ipotizzato una propria zona economica esclusiva proprio con la Libia.

I turchi non hanno alcun pudore a usare l’esercito. E questa è una lezione da non dimenticare quando si osservi non solo l’altra crisi dove il tandem russo-turco gioca da protagonista, ossia quella siriana, ma soprattutto la situazione a Cipro e nel Dodecanneso, dove l’Ue – dove partecipa la Grecia, avversaria storica dei turchi – ha un interesse diretto. E basta ricordare le polemiche sorte in occasione della firma, il 2 gennaio scorso, del gasdotto EastMed, fra Grecia, Israele e Cipro, al quale dovrebbe partecipare anche l’Italia, che istituisce una rotta energetica che esclude completamente la Turchia.

In teoria anche l’Ue dovrebbe interessarsi della Libia, se non altro perché da lì partono orde di migranti che spaventano più di ogni cosa le opinioni pubbliche europee. Ma per il momento sembra valga la regola dell’ognun per sé, con la Francia – ad esempio – a dare il suo sostegno ad Haftar, aggiungendosi a Russia, Egitto ed Emirati Arabi, e l’Italia che classicamente tentenna. Dal canto suo la Turchia, anziché con l’Europa, con la quale sembra capirsi sempre meno, stringe sempre più il suo rapporto col Qatar.

Proprio pochi giorni fa le banche centrali di Qatar e Turchia hanno emendato l’accordo di swap che risale al 2018 ampliando la collaborazione finanziaria fra i due paesi, che oltre a dover sostenere costose posture internazionali, devono fare i conti con le difficoltà economiche indotte dalla crisi pandemica. La Turchia, in particolare, continua ad abbassare i tassi di sconto malgrado l’inflazione e le sue difficoltà valutarie, dovendo anche fare i conti con un notevole aumento del debito pubblico, cresciuto del 30% ad aprile su base annua, e l’assottigliarsi dei suoi asset esteri, alla fine di marzo in calo del 7,3% rispetto a fine 2019. I dati di aprile confermano gli andamenti declinanti delle riserve turche, diminuite del 6,3% rispetto a marzo, con le riserve di valuta pregiata addirittura in calo del 15,5% a fronte di un aumento di quelle in oro. In questo contesto, il sostegno valutario qatarioto non può che essere benvenuto.

Il problema semmai, è che la crisi libica, con il suo reticolo di alleanze, fraintendimenti e dissimulazioni replica il copione che sta andando in scena su tutto lo scacchiere mediorientale, dove il Qatar, già finito sotto embargo dei sauditi e di alcune monarchie del golfo nel 2017, si trova improvvisamente a celebrare con i rivali l’accordo fra il presidente afgano Ashraf Ghani e il suo rivale Abdullah Abdullah, che mette fine (dovrebbe mettere fine) a un lungo conflitto politico che ha bloccato la pacificazione del paese.

Dal deserto libico alle montagne afghane, il filo che guida gli eventi si snoda mostrando con chiarezza il peso specifico del vero convitato di pietra di tutte queste tenzoni: l’Iran. La cartina sotto pubblicata da Limes aiuta a farsene un’idea.

La partita russo-turca sulla Libia sembra la prova generale di quella che si andrà a giocare lungo tutta la dorsale meridionale dell’Eurasia, che dall’Afghanistan si congiunge all’Asia centrale e da lì alla Cina, il terzo paese, con Russia e Turchia, che gioca da protagonista della globalizzazione emergente.

Seguire la traccia del petrolio e del gas può servire a intuire qualche movimento, ma appartiene alla logica del policentrismo euroasiatico la circostanza che saranno sempre più gli eserciti a segnare i solchi attorno alle zone di influenza. E questo spiega bene perché l’Europa sia assente da questo gioco, a differenza degli Stati Uniti, che però mostrano di volersi impelagare sempre meno nelle complicate geometrie di paesi tanto distanti da loro.

Se l’Europa, che non riesce a decidere di mettere in comune uno strumento fiscale, e figuriamoci quindi un esercito, è assente, l’Italia è divenuta effimera. Il fatto che abitiamo nel Mediterraneo non serve, a quanto pare, a capire che le sorti di questo bacino d’acqua avranno comunque a che fare con la nostra. E’ sempre stato così. Gli Ottomani avevano lasciato la Libia nel 1912, dopo una sanguinosa guerra proprio con l’Italia. Oggi la Turchia che sogna il passato è tornata. Noi, che abbiamo dimenticato il nostro passato, non ci siamo più.

La globalizzazione emergente. Sulle rotte del petrolio


Il mercato del petrolio è un’ottima cartina tornasole del grado di globalizzazione. Le ragioni sono svariate, ma basta ricordare i prodotti che derivano dal greggio. Ne elenchiamo alcuni: plastica, asfalto, gasolio, benzina, gas petrolio liquefatto (gpl), oli combustibili, cherosene, paraffina, catrame, zolfo, propano e vari prodotti per l’industria petrolchimica, fino ai fertilizzanti. Prodotti alla base della nostra economia.

Questi derivati del petrolio alimentano – letteralmente – i mezzi di trasporto che viaggiano attorno al globo, generando il traffico globale dei beni che si articola lungo un sistema complesso di infrastrutture. In quanto vettore energetico e materia prima, il petrolio partecipa intensivamente ed estensivamente a tutti i settori economici: primario, secondario e terziario.

Pandemia e petrolio

Osservandole da questa angolatura, le cronache che arrivano dal mondo del petrolio assumono un significato diverso. Al di là dell’impatto economico di fatti come quello accaduto il 20 aprile, quando per la prima volta nella storia un contratto future è sprofondato in territorio negativo, bisogna soffermarsi sulle conseguenze politiche del crollo del prezzo del greggio. Se la crisi sanitaria danneggiasse seriamente l’industria petrolifera danneggerebbe in egual misura l’economia internazionale. Per dirla altrimenti: non ci sarà de-globalizzazione finché il petrolio verrà estratto, venduto, distribuito e raffinato. Il petrolio è il carburante della globalizzazione. Il fatto che sia comprato e venduto in dollari definisce anche la marca statunitense della nostra globalizzazione.

Perciò, in piena pandemia, è necessario osservare l’industria petrolifera, che significa produzione, raffinazione e distribuzione, con un’attenzione diversa da quella che le si riserva di solito. Non semplicemente per le sue dinamiche microeconomiche, che sono sicuramente importanti, ma per quelle macro. Se suona probabilmente esagerata l’affermazione che nulla sarà più come prima – Goldman Sachs ha previsto un barile sopra i 50 dollari già l’anno prossimo – sono possibili riallineamenti all’interno dell’industria, che molto facilmente possono generare esiti politici, visto che molti governi vi partecipano.

Per farsi un’idea come i prezzi abbiano impattato sul settore è sufficiente leggere i dati della International Energy Agency (IEA) sulla raffinazione.

 

Il refinery run (RR) degli impianti americani, un indicatore che misura il livello di impiego delle raffinerie e quindi indirettamente la domanda di greggio, è diminuito fino a 12,8 milioni di barili al giorno nel fine settimana del 17 aprile, ossia pochi giorni prima che il future sul WTI, che è il petrolio texano, arrivasse in territorio negativo. Una settimana dopo il RR è arrivato a 13,2 milioni di barili, ma ancora il 21% sotto il livello medio degli ultimi cinque anni.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Aspenia on Line. Il testo completo è disponibile qui.