Etichettato: modello multi-stakeholder

La globalizzazione emergente. L’incognita dell’economia delle piattaforme


Non si comprende l’attivismo tecnologico cinese se si trascura di osservare quest’altro tassello del mosaico che abbiamo provato a comporre per illustrare come l’evoluzione delle reti abbia finito col diventare un tema di notevole rilevanza geopolitica. E non solo – o non soltanto – perché le reti e l’informatica sono divenute oggetti del ragionamento geopolitico (questo era ovvio da tempo), ma perché la loro capacità di penetrazione e diffusione ha generato entità che ormai concorrono con quelle territoriali all’esercizio dell’egemonia. La realtà virtuale, per dirla diversamente, ha generato la possibilità di un concorrenza fra territorio e cloud che implica la possibilità di un passaggio di poteri. L’egemonia di uno stato può essere facilmente insidiata da un gigante di internet.

E così arriviamo al punto, osservando quella che con un termine recente è stata chiamata l’economia delle piattaforme, termine non a caso molto diffuso nel dibattito cinese che un’analisi pubblicata da Deloitte ha contribuito a far divenire familiare in Occidente. Ciò per dire che da noi le questioni poste da queste grandi entità informatiche, divenute (loro malgrado?) centro di straordinario potere, sono solo da poco tempo all’attenzione pubblica, proprio mentre la Cina ha iniziato con passo deciso e sanzioni esemplari – i quasi tre miliardi di dollari di multe inflitti ad Alibaba – a regolamentarle. La Cina forse ha compreso prima di noi il rischio dello shift of power dal territorio alla cloud e adesso sta lavorando per porvi rimedio, innanzitutto creando una complessa rete normativa e poi incorporando la cloud nell’ampio dominio delle responsabilità dello stato, innanzitutto sponsorizzando le grandi compagnie hi tech.

Prima di andare oltre, prendiamo a prestito da Deloitte e proviamo a illustrare brevemente cosa si intenda per economia delle piattaforme. In questa economia, “le piattaforme, i consumatori e i fornitori di servizi formano una rete collaborativa. La piattaforma è il fondamento dell’intero ecosistema, fornendo uno spazio per lo scambio di informazioni, il commercio, la logistica e delle altre strutture per consumatori e fornitori di servizi”.

All’interno della piattaforma, perciò, vengono veicolate una pluralità di operazioni economiche, che includono anche i servizi di pagamento. In sostanza le piattaforme sono entità nativamente multinazionali che ormai hanno praticamente surclassato le vecchie multinazionali, non solo dal punto di vista economico, ma da quello strategico.

In Cina questo sorpasso è ancora più visibile – già nel 2016 l’industria dell’e-commerce cinese superava i 20 trilioni di yuan coinvolgendo 710 milioni di internet user – e un anno dopo i giganti informatici cinesi primeggiavano nella classifica internazionale.

Ancora più interessante è osservare come lo sviluppo tecnologico renderà queste entità non solo sempre più ricche, ma sempre più pervasive nella nostra quotidianità. Praticamente onnipresenti.

Questo porsi al centro delle nostre vite, si può apprezzare meglio confrontando il vecchio modello industriale “analogico” con quello digitale che ormai si sta imponendo sempre più.

Questo spiega perché i cinesi, prima degli altri, abbiano deciso di prendere di petto il problema: un regime centralizzato non può permettere che entità siffatte prosperino all’interno della società senza uno stringente controllo dello stato. E questo sarebbe il meno. Qualunque regime sogna di essere lui al centro del modello socio-economico: non può certo permettere che vi insedi una piattaforma.

Per dirla diversamente, se si imposta il modello della piattaforma come base della convivenza sociale, e si sostituisce alla piattaforma il governo, magari dissimulando graziosamente con un nome diverso, ecco ottenuto il sacro graal del XXI secolo: la convergenza fra territorio e cloud. La premessa per un cambio globale di governance.

L’attivismo cinese, quindi, è del tutto comprensibile. Così come il grande sforzo profuso a livello internazionale per spostare nelle sedi multilaterali le questioni degli standard tecnici dell’internet del futuro. “Il governo cinese – scrive Deloitte – ha incorporato le idee di sostenere lo sviluppo di una nuova scienza e della tecnologia, di nuove industrie e una nuova economia ovunque. Attualmente, la Cina si è impegnata a sviluppare una giusta e standardizzata politica di regolamentazione dell’economia digitale in modo che sviluppo e regolamentazione possono promuoversi a vicenda
l’un l’altro”.

La palla perciò, a questo punto, passa all’Occidente. Si tratta di capire se e come le economie avanzate vorranno regolarsi nei confronti dei giganti della rete e quindi dell’economia delle piattaforme. Di recente si è osservata una certa convergenza sulle questioni fiscali. Ma il grosso della partita si gioca su altri tavoli, come abbiamo visto. La tecnologia non è mai neutra. E spesso questioni squisitamente tecniche, come ad esempio il futuro dei protocolli internet, nascondono scelte politiche di fondo. Il tentativo cinese stesso di spostare sui tavoli Onu la governance di Internet, con ciò superando il modello multi-stakeholder che finora ha retto la rete – espressione più o meno trasparente dell’egemonia statunitense – è un segnale dei tempi. Le nazioni vogliono controllare ciò che è nativamente internazionale per evitare che in futuro le nazioni globali nate e cresciute nella cloud sottraggano loro spazio politico.

In questa partita molto dipenderà da ciò che faranno gli Stati Uniti, con l’Europa ancora a discorrere insieme della sua autonomia strategica e insieme della sua rinnovata alleanza con l’America di Biden guarita (forse) dall’unilateralismo di Trump. Il dilemma è chiaro: favorendo l’istanza multilaterale, l’America cederà supremazia internazionale guadagnando sovranità territoriale nei confronti delle proprie piattaforme. Usa e Cina possono trovarsi d’accordo sull’intenzione di frenare le nazioni globali nate nella cloud, essendo entrambe nazioni territoriali, ma gli Usa dovrebbero ricordare che ogni cedimento verso l’ideale cinese di internet, per una semplice questione di pesi specifici, ha impatto sugli standard internazionali della rete che sarà. Al contrario, favorendo il modello multi-stakeholder l’America, e con lei l’Occidente, rischiano di essere “divorati” dalla piattaforme proprio mentre in Cina queste ultime vengono “assimilate” dallo stato.

Ci troviamo di fronte, insomma, di nuovo al dilemma che pose Thomas Mann fra Europa tedesca o Germania Europea, con la Cina al posto della Germania e il mondo al posto dell’Europa. Il passaggio dall’analogico al digitale ci ha trasportati dal futuro al passato. Abbiamo fatto tanta strada. E ora siamo di nuovo davanti a un bivio pericoloso.

(6/fine)

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