Etichettato: maurizio sgroi

Cronicario: Redditieri di tutta Italia, unitevi!


Proverbio del 20 ottobre Un oggetto rubato non dà gioia al cuore

Numero del giorno: 0,5 Stima crescita pil secondo Bankitalia nel III trimestre

Prima che chiudo bottega, visto che è venerdì e per 48 ore sparisco, devo dirvi un paio di cose che non potete ignorare. Ecco la prima:

Che vuol dire? Che siamo diventati dei discreti redditieri che incassano un dignitosissimo gruzzoletto dai propri investimenti esteri (e vi risparmio quello che incassiamo da quelli patriottici). L’istogramma ocra misura proprio i redditi primari della bilancia dei pagamenti, che da una vita registravano deficit e adesso hanno segnalato un surplus di quasi dieci miliardi in un anno contribuendo al miglioramento del saldo di conto corrente. In pratica vuol dire che dall’estero sono arrivati più soldi di quanti gliene abbiamo mandati noi.

Esagero? Ma avete visto come stavamo nel 2011? Avevamo un saldo negativo per 60 miliardi. Bastava lo starnuto di un pigmeo e rischiavamo l’apocalisse. E in effetti ci siamo andati vicini. Com’è successo ‘sto miracolo è materia per i secchioni, categoria alla quale mi guardo bene dall’iscrivermi, però qualche sospetto ce l’ho…

Prima che corriate a toccare ferro vi do un’altro possibile candidato.

Il dato è vecchiotto, ma la dice lunga. Oggi le famiglie italiane contano più di 4.000 miliardi di ricchezza finanziaria che genera belle rendite, che diventano bellissime se ci mettete dentro anche quelle che ricavano dagli immobili. Ecco i dati più aggiornati diffusi da Consob.

In pratica siamo seduti sulla nostra fortuna. E non è tanto strano che siamo diventati redditieri, ma che non lo fossimo prima. Come sia possibile che un paese ricco come il nostro abbia un’economia anemica è un mistero, ma una cosa possiamo dirla, per rinsaldare lo spirito di corpo: redditieri di tutta Italia, unitevi!!

Potrebbe pure bastare per oggi, mi dico, ma poi mi casca davanti agli occhi uno di quei grafici che ti fanno venire voglia di studiare (ma solo per un minuto) Lo metto qui, magari viene a voi (ma non credo).

Osservo alquanto scioccato quell’esercito di giapponesi di oltre 65 anni che pesa quasi il 50% sul totale della forza lavoro, e a seguire vedo il nostro quasi 40%, avviato a diventare un buon 75%, quasi quanto il Giappone, nel 2050.

E allora mi sorge il sospetto che sia questa demografia l’autentica protagonista della nostra economia, che somiglia sempre più a quella del Giappone: ricca e pigra. Ma è tardi per cercare una risposta.

A lunedì.

 

Annunci

Cronicario: Il nuovo sport italiano: cercare lavoro


Proverbio del 19 ottobre La tartaruga non abbandona la sua corazza

Numero del giorno: 6,8 Crescita Pil cinese nel terzo trimestre

Siccome è giovedì e inizio a soffrire di sindrome da week end prossimo ma ancora lontano, decido di occuparmi solo di cose leggere, di quelle capaci di tenere desta senza troppo sforzo l’attenzione di voi divoratori del Cronicario, che sarete come me immagino estenuati dall’attesa che ancora ci attende prima dell’agognata ricompensa.

Mi agito svogliato fra grafici e tabelle dall’aria defatigante fino a che pure oggi non mi arriva l’Istat in soccorso. Il mio istituto preferito lancia uno di quegli argomenti perfetti per l’aperitivo del pomeriggio, da affrontare dopo il primo cicchetto e l’immancabile boccata di nicotina: gli italiani e lo sport.

Anzi, guardate l’infografica che è meno faticosa: è pur sempre la vigilia di venerdì.

M’interrogo se avere un italiano su tre che si agita facendo sport, e addirittura uno su quattro che lo fa regolarmente, faccia di noi una popolazione atletica, anche se certo, quel 39,1% di sedentari non è che deponga a nostro favore.

Mi sorge però il sospetto che questi sedentari siano impegnati in pratiche sportive che la statistica, notoriamente imperfetta, fatica a inquadrare nella sua tassonomia, forse perché magari fatica ad aggiornarsi. E il sospetto trova una qualche conferma nella tarda mattinata, quando l’Inps produce un gradevole documento redatto dal suo Osservatorio sul precariato. Qui scovo la seguente tabella, che riesce persino a guarire la mia sindrome da vigilia del venerdì.

Ed è nella filigrana di questi andamenti, con l’aumento dei rapporti a termine che surclassa quello dei contratti a tempo indeterminato, che intravedo il nuovo sport degli italiani, magari quelli che l’Istat censisce immeritatamente come sedentari: cercare lavoro. Vi do un altro indizio: le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30,7% fra gennaio/agosto 2016 su gennaio/agosto 2015, e di un altro 3,5% nello stesso periodo di quest’anno rispetto all’anno scorso. al contrario, le assunzioni a termine sono cresciute del 4,8 nel 2016 e del 26,3 nel 2017.

Peraltro è uno sport molto dibattuto. Al bar e nei talk show, ammesso che ci siano differenze, ha superato il campionato e persino la Champions, e come si addice a queste discussioni, molti di quelli che ne parlano non sanno quel che dicono. Esempio:

Il 61% a tempo indeterminato….

Non preoccuparti, piccoletto. Sappi solo che è personaggio illustre, per giunta contornato da sedicenti giornalisti che non hanno battuto ciglio quando la rilasciato questa dichiarazione diciamo approssimativa. Tu pensa a studiare le lingue. Così è più facile trovare un lavoro stabile e farti una carriera. All’estero.

A domani.

 

Cronicario: I poveri giovani di oggi saranno vecchi poverissimi


Proverbio del 18 ottobre Il tempo è come un uccello, se non si prende vola via

Numero del giorno 900.000.000 Surplus bilancia pagamenti tecnologia Italia

Quant’è bella giovinezza pure se non c’hai una lira (rectius: un euro), potremmo dire parafrasando il poeta, pure se il prosaico glosserebbe osservando che con due euri in tasca la giovinezza è meglio.

E poiché sempre il poeta – l’originale non il tarocco che sarei io – ricorda che la giovinezza purtroppo fugge, c’è di che intristirsi a leggere l’Ocse,la quale, fotografando l’ennesimo trend globale e secolare – ormai sono un’infinità – scrive che “le generazioni più giovani dovranno affrontare gravi rischi di diseguaglianza nell’età avanzata rispetto ai pensionati di oggi e a quelli delle generazioni nate fino al 1960”. E mica solo questo. E’ il vaticinio che inquieta: “La loro esperienza di età avanzata cambierà drammaticamente”. Dal che capisco che dovranno lavorare finché campano.

Se questo è il trend secolo-globale, vi potete immaginare che succederà qui da noi, che siamo nati vecchi e infatti adoriamo gli anziani al punto da eleggerli a nostra stella cometa, ancore nella tempesta, cassaforti familiari.

Il piacere della vita nella terza età dipende forse anche dal portafogli, pure senza essere troppo materialisti, e sicuramente dalle opportunità che hai avuto da giovane. E visto come siamo messi da noi quanto a gioventù, c’è poco da illudersi.

Sempre Ocse: i redditi di coloro che hanno tra i 60 e i 64 anni in Italia negli ultimi 30 anni sono cresciuti in media del 25% in più rispetto alla fascia di età tra i 30 e i 34 anni. Lo diceva qualche tempo fa un noto istituto di ricerca.

La povertà relativa in Italia è cresciuta per le generazioni giovani mentre è diminuita per gli anziani. Mentre il tasso di occupazione per la fascia 55-64 anni è salito di 23 punti tra il 2000 e il 2016 per i giovani è diminuito di 11 punti. Che speranza hanno i nostri ragazzi in questa situazione?

Se questa è la notizia del giorno, figuratevi il resto. Neanche l’Istat riesce a tirarmi su di morale. Dice che la produzione nelle costruzioni in agosto è aumentata dell’1,8% rispetto a luglio ma poi che però è diminuita dell’1,1% su base annua. E se l’Istat ha l’umore indeciso figuratevi io che sto nel mezzo del cammin di nostra vita, e pure parecchio avanzato. Senza più giovinezza e con l’aggravante di esser nato pure dopo il 1960.

Fortuna che dell’Ocse francamente me ne infischio (cit.).

A domani.

 

I consigli del Maître: La solidità del mattone e i fan della corruzione


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Non smettono di crescere i debiti globali. Il Fmi ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose nota la continua crescita del debito globale, che certo non si può dire sia una sorpresa né una novità. Una tabella però ci consente di osservare questo andamento suddiviso per paesi e per settori, quindi pubblico e privato e, all’interno del settore privato, fra famiglie e imprese.

Come si può vedere, molto della crescita del debito è attribuibile al settore pubblico, che si è dovuto far carico del salvataggio di quello privato. Si segnala il leggero deleveraging della famiglie Usa, mentre è quadruplicato, in rapporto al Pil, quello delle famiglie cinesi. Il debito globale cinese, d’altronde, è cresciuto di oltre il 100% del pil dal 2006. Ma soprattutto colpisce il caso del Giappone, dove il settore pubblico ha notevolmente aumentato la sua esposizione, a fronte di famiglie e imprese sostanzialmente stabili. Il Giappone sfiora il 400% di debiti globali sul pil. E ciò malgrado la sua economia (o forse proprio per questo?) non riesce a superare il suo stato anemico. Una situazione difficile da spiegare.

Il debito crescente degli Usa. La questione del debito globale degli Usa, arrivato secondo i dati diffusi dal Fmi al 259% del Pil, è particolarmente rilevante perché com’è noto gli Usa, oltre ad avereun peso specifico economico di tutto rilievo – si pensi a quanto conta la domanda Usa per il commercio internazionale – sono il paese che emette la monete che di fatto è la moneta internazionale. Una situazione che lega l’economia globale a filo doppio con quella statunitense. Perciò osservare l’andamento del debito Usa, e in particolare quello del governo, è importante per moltissime ragioni. A tal proposito di recente la Fed di S.Louis ha osservato che il futuro della contabilità pubblica Usa è tutt’altro che roseo. La circostanza di spese insopprimibili in aumento (sanità e social security), che aumenteranno dal 20,9% del pil del 2016 al 23,6% nel 2027, associata alla stagnazione delle entrate fiscali, dal 17,8% al 18,4% provocheranno una crescita del deficit dal 3,2% del pil al 5,2% e del debito.

Notate che il debito globale ha conosciuto i suoi scatti al rialzo dopo la crisi d’inizio 2000 e soprattutto dopo quella del 2008. E le previsioni sono di una crescita ulteriore.

Conviene investire nel mattone? Una interessante ricerca della Bis mostra un collegamento fra il livello dei tassi di interesse negli Stati Uniti e il prezzo delle abitazioni in altri paesi, analizzando dai raccolti in 46 paesi fra il 1970 e il 2015. Il paper si intitola Interest rates and house prices in the United States and around the world ed è l’ennesima dimostrazione che l’economia Usa – e quindi i suoi debiti e i suoi tassi di interessi – hanno effetti profondi anche per noi. Gli economisti della Bis hanno trovato un ruolo molto importante dei tassi a breve termine – quindi quelli manovrati dalla Fed – come driver dai prezzi delle abitazioni “specialmente fuori dagli Stati Uniti”, notando come i cambiamenti nei tassi a breve anche accaduti cinque anni prima abbiano effetti sugli andamenti dei prezzi di oggi. Il che suona come un sinistro avvertimento. Aldilà delle questioni teoriche il paper è interessante perché contiene alcuni dati sulla crescita dei prezzi reali delle abitazioni nei paesi avanzati ed emergenti. Questo grafico ne dà una rappresentazione.

Ma soprattutto risponde a un’annosa domanda: L’investimento immobiliare è un buon investimento a lungo termine? “I nostri dati suggeriscono che la risposta è un categorico sì: i prezzi reali sono cresciuti di quasi il 7% l’anno nelle venti economie avanzate nell’arco di 45 anni”. Il mattone è sicuro: lo diceva anche mia nonna che non era economista.

I fan della corruzione. Istat ha pubblicato la prima release che racconta del rapporto delle famiglie italiane con la corruzione, che contiene diverse informazioni meritevoli di approfondimento. L’Istat stima che i fenomeni corruttivi abbiamo coinvolto il 7.9% delle famiglie italiane, col picco del 17,9% nel Lazio e il minimo in Trentino (2%). Parliamo di 1,742 milioni di famiglie, il 2,9% delle quali ha “avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di un giudice, un pubblico ministero, un cancelliere, un avvocato, un testimone o altri. In particolare per il 2,1% delle famiglie la richiesta si è esplicitata nell’ambito delle cause civili”. Ma la notizia più soprendente è che “più di otto famiglie su dieci sono soddisfatte di quanto ottenuto”. Son i fan della corruzione. L’85,2% “ritiene che aver pagato sia stato utile per ottenere quanto desiderato: in particolare nell’ambito dei singoli settori, il rendimento è totale per le public utilities (99,1%) e particolarmente elevato per ottenere un lavoro (92,3%) o una prestazione sanitaria (82,8%)”. E soprattutto “pur di ottenere un servizio il 51,4% delle famiglie ricorrerebbe di nuovo all’uso del denaro, dei favori o dei regali (73,8% nel caso di una prestazione sanitaria)” a fronte del 30,9% che non lo rifarebbe. Perché sono onesti che hanno sbagliato?. Alcuni. Per il 35,4%  il risultato non è stato utile abbastanza. Nulla a che vedere con la morale quindi.

Cronicario: Le Grandi Manovre finanziarie del governo


Proverbio del 17 ottobre Senza sofferenza non c’è scienza

Numero del giorno: 2.800.000.000 Surplus commerciale italiano ad agosto

Dal fronte orientale, occidentale, settentrionale e meridionale i potenti altoparlanti del governo ci rendono edotti a ogni pie’ sospinto delle Grandi Manovre che il governo sta conducendo contro le implacabili tagliole del debito e del deficit, che minacciano ognora il nostro buonumore nazionale con le suggestioni fuori moda del vincolismo esterodiretto. Ma non c’è da temere, i prodi italiani manovrano con destrezza i capitoli di bilancio, le nostre invincibili armate, e voilà les jeux son fait: più trippa per tutti.

Esagero? Mah, vedete voi. Ora vi faccio l’elenco dei titoli di una nota agenzia usciti fra ieri pomeriggio e oggi:

Manovra: sgravi per assunzione under 35 nel 2018. Decontribuzione fino al 50%;
Manovra: Giacomelli, c’è anche asta frequenze 5G: 2,5 mld base d’asta;
Manovra: agricoltura,’bonus’ per terrazzi e giardini. Detrazioni del 36% per la cura del verde privato;
Manovra: Nencini; bene infrastrutture, crescono investimenti;
Manovra: un anno proroga cigs per aree crisi complessa. E per imprese di valenza strategica, dote 100 milioni;
Manovra: Gentiloni, snella e no lacrime e sangue;
Manovra:Gentiloni, evitati aumenti Iva, no nuove tasse;
Manovra: Gentiloni,sostiene crescita e stabilizzazione;
Manovra: Gentiloni, rinnovo contratti pubblico impiego;
Manovra: Gentiloni, confido responsabilità Parlamento;
Manovra: Padoan, sostegno investimenti pubblico-privati;
Manovra: Martina, approvato il bonus verde;
Manovra: Padoan,assunti 1.500 ricercatori, linfa vitale;
Manovra: sismabonus esteso case popolari,confermato ecobonus;
Manovra: confermata cedolare secca sugli affitti;
Manovra: Fedeli, impegni per scatti prof e stipendi presidi;
Manovra: Calenda, più di 10 miliardi per Impresa 4.0;
Manovra: arriva norma salva squadra basket Tam Tam;
Manovra: anche in 2018 stop aumenti tasse locali;
Manovra:città metropolitane-province,fondi a scuole e strade;
Manovra: rifinanziato bonus investimenti per il Sud;
Manovra: confermato per 2018 bonus 500 euro a 18enni;
Manovra: ‘pacchetto sport’, anche maternità per atlete;
Manovra: proroga assunzioni stabili al Sud;
Manovra: arriva fondo per pmi al Sud;
Manovra: ‘Rita’, arriva stabilizzazione e semplificazione;
Manovra: 300 mln investimenti pubblici, 1,3 mld in 2019;
Manovra: reddito inclusione per 650.000 famiglie;
Manovra: Dpb, 4,3 mld per migranti in 2017,circa 5 mld 2018;
Manovra: Lorenzin, su welfare si può fare di più;
Manovra: Barbagallo, soldi previdenza e lavoro non bastano.

E si, d’altronde è notorio:

Sull’esito di cotanto manovrare non dovete dubitare: abbiamo una storia dignitosissima di gestione efficiente della spesa pubblica che si osserva con una semplice occhiata.

Quindi gioiamo: anche stavolta grazie a governo e parlamento

Intanto però sappiate che quei gufi di Moody’s si ostinano ad avere una view negativa sul nostro sistema bancario, che soffre a causa delle sofferenze, i famigerati NPL. Mentre i nostri spacciatori di fiducia, annidati in seno all’Istat diffondono dati rassicuranti sul nostro commercio estero, ossia la nostra bombola d’ossigeno finanziari che speriamo non finisca mai.

Prevarranno i gufi o gli ottimisti? Non c’è da dubitarne.

A domani.

 

 

 

 

Sono diventato il salvadanaio della mia compagnia telefonica


Mi succede che una mattina, mentre cerco di capire quanto m’è rimasto sul conto, trovo un addebito d’una cinquantina d’euro sulla mia carta di credito che diminuisce le mie già risicate possibilità di evitare il rosso pure questo mese. Di questi tempi si vive bordeggiando il deficit e bisogna pure farselo piacere. Elaboro in fretta il lutto anche perché nel frattempo sorge e s’ingrandisce la domanda: ma che ci ho fatto con questi soldi? La descrizione riporta una scritta in banchese, tipo: fatt cont tel, che mi suona alquanto astrusa. Aguzzo l’ingegno e mi sorge un sospetto. Chiamo la banca e una gentile operatrice mi conferma che sì, quel cinquantone me l’ha soffiato la compagnia telefonica che forniva voce e dati al mio telefonino fino a tre mesi fa addebitandolo direttamente sulla mia carta di credito.

Premessa. Ai primi del 2017 mi decido a stipulare un contratto con una compagnia che mi impegna per trenta mesi, con addebito sulla carta di credito. Tot euro al mese per il minimo indispensabile di traffico, visto che ne uso poco. Vivo felice per un trimestre: ho abbattuto del 75% il mio costo telefonico e mi avanzano pure i giga e le chiamate ogni settimana. D’altronde vivo davanti a un pc. Ma sapete com’è: la felicità è un attimo. E il mio gong arriva col fischio di un sms che all’inizio dell’estate mi comunica che a causa delle “mutate condizioni di mercato” la mia tariffa non è più valida e che ho tempo trenta giorni per decidere se sopportare un aumento secco del 60%, oppure recedere, inviando raccomandata eccetera eccetera. Mi sembra un orribile tradimento di un patto che doveva durare in eterno. O almeno trenta mesi. Ci metto un niente a decidere il recesso. Sono all’antica: non sopporto i tradimenti, pure a costo di perderci. Ci metto ancor meno a trovarmi un’altra compagnia dove pago più di prima, a fronte di maggior traffico che non mi serve, ma almeno mi vendico. Mando la raccomandata con tanto di avviso di ritorno e disdico il contratto entro fine luglio, nel termine previsto. Ai primi di agosto controllo la mia carta di credito, hai visto mai questi provano a fregarmi, ma non trovo anomalie. Vado in vacanza felice.

Poi scopro l’addebito e divento triste. Scruto i contratti e mi convinco che la mia ex compagnia telefonica mi abbia addebitato una sanzione per il recesso, malgrado fosse mio pieno diritto, avendolo per giunta esercitato nei modi e nei tempi che mi erano stati indicati. E poiché oltre ai tradimenti odio pure le rapine, decido di non fargliela passare liscia. Ciò che non sapevo è che il mio essere all’antica mal si accorda con i tempi moderni. Chiamo (a pagamento, visto che non sono più cliente) il call center del mio ex fornitore. Una signorina palesemente stressata mi dice frettolosamente che ho sicuramente ragione e mi comunica un numero di fax al quale far pervenire il mio reclamo, raccomandandosi di allegare fotocopia del documento e della ricevuta della raccomandata di luglio, che miracolosamente ritrovo nella baraonda domestica. Mastico gli insulti che mi spuntano sulla punta della lingua e ringrazio molto cordialmente. Faccio le fotocopie, mando (a pagamento) il fax. Passa una settimana senza che nessuno mi contatti. Intanto l’indignazione mi rosola a fuoco lento.

Ormai cotto a puntino, dieci giorni dopo il fax ritento col call center. Faccio tre chiamate, in tre giorni diversi, sempre a pagamento, ma ogni volta che chiedo di essere richiamato (possibilità espressamente prevista nel menù) la voce automatica mi risponde che il servizio non è disponibile. Mi arrovento fino all’incazzatura, sentimento che frequento di rado e che perciò gestisco alquanto disordinatamente. Tant’è che imbocco il primo store della nota compagnia che trovo per strada e comincio a sgranare il mio rosario di doglianze al povero commesso, pur sapendo che potrà solo ascoltarmi. Cosa che fa con grande gentilezza, fino a che non gli scappa dal senno la voce che la mia disavventura è capitata a un sacco di persone, dopo che hanno esercitato il recesso estivo, in conseguenza del cambio di tariffe. Mi immagino la contabilità della nota compagnia esibire un sostanzioso calo di cash flow nel mese di agosto. E poiché il mio addebito risale a metà settembre mi si accende una lampadina dalla luce sinistra che illumina un pensiero oscuro: ma mica ci marceranno questi?

Vorrei approfondire, ma prevale l’incazzatura. Vado sul sito della compagnia e tento l’ultima carta: il contatto tramite canale social. Scelgo Twitter e scrivo con tono perentorio che rivoglio indietro i miei soldi o almeno una spiegazione per l’addebito, che mi suona parecchio indebito. Non credo neanche per un secondo che mi risponderanno. E invece accade. Dopo qualche decina di minuti una gentilissima signora mi chiede lumi. Incredulo mi profondo in spiegazioni. Più tardi mi arriva persino una telefonata dalla quale apprendo alcune cose: 1) la mia pratica di reclamo non era neanche stata aperta malgrado abbia spedito il fax come lo volevano loro. Per fortuna ci pensa la signora; 2) l’addebito dalla mia carta di credito è dipeso dall’applicazione della sanzione per il recesso ed è stato indebito e assolutamente illecito, visto che avevo rispettato alla lettera le norme del contratto; 3) non si può ostacolare in nessun modo il prelievo da una carta di credito, una volta che si sia data l’autorizzazione a disporne a un soggetto, a meno che non si blocchi la carta di credito. Quindi se la compagnia telefonica volesse, potrebbe farlo di nuovo; 4) di sicuro il denaro mi verrà restituito.

Capirete che non ci credo. Ma la mia interlocutrice si dà un gran daffare e un paio di giorni dopo la nostra conversazioni mi fa sapere pure che il rimborso avrà una data di valuta precisa a fine ottobre, a circa 45 giorni dall’appropriazione indebita di cui mi sono accorto per caso e che ho dovuto sudare parecchio per far retrocedere, ammesso che ci sia riuscito davvero. Ma nel frattempo la lucetta sinistra che si era accesa nella mia mente è diventata un lampione. Il sospetto che questi ci marcino diventa quasi palpabile. D’altronde che fareste voi se aveste accesso a milioni di carte di credito e doveste far fronte a un calo imprevisto di incassi o magari vi servisse un prestituccio senza interessi con restituzione nel tempo che la povera vittima se ne accorga (se se ne accorge), riesca a richiedervelo indietro (se non ha buttato la ricevuta della raccomandata) e pure in quel caso, potendo persino restituirlo col vostro comodo? Tanto che potrebbe fare il povero consumatore per difendersi? Niente, appunto. Ed è qui che ho fatto la scoperta numero cinque, che poi è la morale di questa storia: sono diventato il salvadanaio della mia ex compagnia telefonica. E il mal comune, checché ne dicano i proverbi, non mi provoca alcun gaudio.

La lunga marcia dell’esercito dei robot


Come in un brutto film di fantascienza, l’armata dei robot marcia verso il futuro con i suoi arti meccanici e il suo cervello di sicilio, appena raffinato dal pensiero artificiale che promette di diventare intelligenza, e con ciò rendere gli umani definitivamente superflui. Costoro, gli uomini, guardano attoniti quest’esercito che sembra inarrestabile, domandandosi cosa mai sarà di ognuno di loro. Ossia di noi. Saremo finalmente liberi dalla schiavitù del lavoro, grazie alla fatica di questi sub-umani meccanici, o si prepara per l’uomo un’altra forma più sottile di sottomissione? Gli scrittori di distopie sono all’opera, e lo sono da più di mezzo secolo, da quando la fiction ha iniziato a inglobare l’uomo artificiale nelle sue trame. Diversamente, i modesti osservatori della realtà devono accontentarsi di affastellare numeri e storie per provare a comprendere questa rivoluzione davvero storica che sta investendo le nostre società. Comprendere il dove, il come, il quando, il perché e il chi: le famose domande base del buon giornalismo che sono state cancellate dalla pratica sensazionalistica e dalla ricerca compulsiva di un’attenzione sterile e superficiale. Tutto il contrario di quello che facciamo qui su Crusoe. E per capire la rivoluzione dei robot, dobbiamo ripartire proprio dalle domande fondamentali.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cartolina: Il miracolo giapponese


Guardo sorpreso il notevole miracolo compiuto dalle economie di mezzo mondo fra il 2006 e il 2016, riuscendo a far crescere il debito globale, già esorbitante, a un livello ancor più elevato. Al netto del caso tedesco e argentino – e mai economie e motivi furono più differenti – tutti gli altri paesi censiti dal Fmi hanno aumentato il peso delle proprie obbligazioni, col Giappone a far scuola, visto che ormai s’avvia deciso verso il 400 per cento del pil. Laggiù, come da noi a ben vedere, il governo conduce questa crescita felice, sfiorando ormai il 240 per cento di debiti sul pil dal 184 del 2006. D’altronde da allora il Giappone non ha risparmiato calcioni all’economia, afflitta da oltre un ventennio di crescita anemica e inflazione rasoterra, pure a fronte di una sostanziale piena occupazione. Il governo non si è (non ha) risparmiato e tuttavia l’economia giapponese è sempre la stessa: forte e insieme pigra. Un gigantesco lottatore di sumo avanti con l’età. La sua irritante indifferenza agli stimoli fiscali e monetari contraddice tutto ciò che pensiamo di sapere sul funzionamento dell’economia. E questo in fondo è il vero miracolo giapponese.

L’ultima (e unica) generazione di possidenti


Uno studio recente nota che “la natura eccezionale della crescita dei redditi familiari tra i più anziani si estende molto indietro nel tempo. A partire dal 1967, il reddito reale mediano tra i nuclei con capofamiglia di 65 anni o più anni è aumentato molto più di quello di qualsiasi altro gruppo di età”. E poi che “non è solo il gruppo di età più anziano che ha beneficiato (dell’aumento di ricchezza, ndr), anche se più il gruppo è maggiore d’età, più cresce a lungo termine il reddito medio reale della famiglia”. Perché questi anziani hanno finito col surclassare le altre classi d’età, finendo col garantirsi la fetta più corposa della ricchezza nazionale? Secondo gli economisti i fattori principali sono tre: partivano da un livello piuttosto basso, sono stati favoriti dalle politiche pubbliche, e poi hanno inciso le dinamiche demografiche. Tutto ciò provocato che gli anziani, che fino agli anni ’50 rappresentavano il 35% della popolazione in povertà, ad arrivare a poco più del 10% nel nostro tempo, la metà degli under 18. Questi anziani di oggi, a differenza dei loro coetanei di sessant’anni fa, grazie a “politiche pubbliche e decenni di forte crescita economica, godono di aumenti senza precedenti nel loro benessere”. Il loro reddito mediano aggiustato per l’inflazione è raddoppiato fra il 1967 e oggi.

Prima che iniziate a guardavi intorno, è bene precisare che lo studio l’ha redatto la Fed di S. Louis e riguarda gli anziani statunitensi.  Molti tuttavia noteranno una sorprendente somiglianza fra questo grafico

e quest’altro, pubblicato qualche tempo fa dalla Banca d’Italia in una delle sue ricognizioni sulla ricchezza delle famiglie italiane.

In entrambi i casi, i redditi delle generazioni più attempate sono quelli che resistono meglio alle turbolenze dell’economia e che, a conti fatti, hanno consolidato la posizione di ricchezza più stabile. Ecco come è andata negli Usa:

e in Italia:

Probabilmente se conducessimo ricognizioni simili in altri paesi avanzati troveremmo lo stesso pattern all’opera: anziani mediamente ben istruiti e in buona salute, con redditi cresciuti notevolmente nel tempo e una quota importante di ricchezza nazionale. Sono i veri vincitori del dopoguerra.

È inutile fargliene una colpa. Hanno avuto la fortuna di nascere nel posto giusto nel momento giusto. Ma soprattutto sarebbe insensato. Questi anziani possidenti rappresentano l’unico esperimento sociale riuscito, al lordo delle medie, di benessere realmente diffuso. Col senno di poi, considerando alcuni esiti discutibili che ha provocato, si può valutarlo più o meno criticamente, questo esperimento. Ma, per come vanno le cose adesso, non è escluso che oltre ad essere l’unico sia anche l’ultimo.

I consigli del Maître: L’Ue gigante economico e nano politico e la “vecchia” scuola italiana


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Due-tre cose da sapere sull’Europa. Il capo economista dell’Esm, il cosiddetto fondo salvastati, ha parlato pochi giorni fa a una conferenza e nella sua presentazione erano contenute diverse informazioni sull’Europa che è utile ricordare. La prima è che l’Eurozona è diventata quasi creditore netto, come Cina e il Giappone.

La seconda è che l’euro è sempre più utilizzato nei pagamenti internazionali, quindi ad esempio per le merci, mentre il dollaro ha una maggioranza schiacciante nei prestiti e nel debito internazionale.

La terza è che l’Eurozona è un campione delle esportazioni. Malgrado rappresenti il 16% del pil globale, esporta il 25% del totale. La Cina viene seconda con il 15%, gli Usa stanno intorno al 10%.

Cosa ci dice tutto questo questo? Che l’Ue è una potenza economica in fieri. Ma il nostro peso politico è alquanto scarso.

La ricchezza della terza età americana e la povertà dei giovani. La Fed di S.Louis ha svolto una interessante ricognizione basandosi sui dati del Census statunitense che fotografano un aumento della ricchezza per le famiglie nel 2016. La ricchezza mediana è aumentata parecchio, portandosi a oltre 59 mila dollari l’anno. La mediana però nasconde profonde differenze, che diventano più visibili se osserviamo la distribuzione della ricchezza per classi di età. Cominciamo dalla povertà.

Come è accaduto anche in altri paesi, compreso il nostro, rispetto agli anni ’60, sono gli anziani oggi ad avere il tasso di povertà più basso. Erano il 35% della popolazione nel 1959, oggi sono sotto il 10%. I giovani invece oggi rappresentano la popolazione con la quota più alta di persone in povertà. Per analogia tale andamento si rispecchia nell’andamento della mediana della ricchezza.

E’ notevole il fatto che la ricchezza mediana degli under 40 sia la stessa dei 40-61enni e sia più bassa dell’indice 100 che fa riferimento al 1989. Al contrario gli ultra 62enni hanno un indice 150. Andamento simile si osserva se guardiamo al reddito.

Evidentemente l’economia che gli Usa hanno costruito ha favorito gli anziani più dei giovani. Ma forse è andata un po’ ovunque così, almeno nei paesi avanzati.

La “vecchia” scuola italiana. Una interessante ricognizione di Eurostat ci consente di scoprire un altro primato italiano, non so quanto invidiabile, quello del numero più elevato di insegnanti più attempati d’Europa nelle scuole primarie e secondarie.

Si potrebbe pensare che l’età degli insegnanti conti poco nella valutazione dell’efficienza del sistema scolastico e probabilmente è vero. Ma l’efficienza del nostro sistema scolastico è nota – Ocse ci è tornata di recente – adesso sappiamo pure che è parecchio attempato.

Ma quanto spendiamo per l’istruzione. Il problema è che, oltre ad essere attempato, il nostro sistema scolastico è anche alquanto sottocapitalizzato. Ocse ha fatto i conti di quanto investono i diversi paesi dell’area nell’istruzione, primaria, secondari e terziaria. Come si può osservare siamo alquanto bassi in classifica.

Peraltro, come si può osservare il grosso della spesa procapite italiana è per l’istruzione primaria e da lì in poi gli investimenti sono davvero poca cosa. Dovremmo stupirci se poi l’Ocse dice che abbiamo pochi laureati e per giunta in media poco competenti? No, non dovremmo.