Etichettato: maurizio sgroi

Cronicario: Trump+Superciuk=SuperTramp


Proverbio del 14 dicembre L’uomo senza libri è cieco

Numero del giorno: 10,2 Incremento % vendite al dettaglio in Cina a novembre

Leggo compiaciuto che il governo di Parigi vuole accelerare la creazione di un nuovo regime fiscale per attirare i manager finanziari pagati a sei zeri in fuga da Londra, dopo la Brexit, ed entrare così in competizione con Francoforte, che evidentemente ha già fatto la stessa cosa, forte anche della circostanza che sarà pur vero che sul Meno ci sono le banche, la Bce e la borsa, ma sulla Senna s’insedierà a breve l’Eba, altra vittima illustre della Brexit, che i francesi hanno vinto al sorteggio con l’Irlanda. Finalmente, mi dico, si sta compiendo e soprattutto globalizzando la visione di uno degli eroi preferiti della mia infanzia.

L’etilista che rubava ai poveri che sono brutti per dare ai ricchi che sono belli mi appare lo spirito guida della nostra illuminata contemporaneità, ispirata con tutta evidenza dal principio che guidava gli atti eroici dello spazzino supereroe dalla fiatata alcolica creato dal genio di Max Bunker. E infatti il campione contemporaneo di questa genìa ispiratrice è persona ricchissima e soprattutto bellissima: il nostro beneamato Mister T.

No, non questo. Quest’altro:

Mi domando se Trump conosca Superciuk e mi rispondo che comunque gli sarebbe piaciuto osservando gli effetti stimati della sua riforma fiscale, che dopo l’accordo di ieri fra Camera e Senato si avvia a diventare legge.

Notate che molto abilmente i più poveri vengono tosati, secondo gli economisti dell’EPI, che lo pensano in buona compagnia. Sono tutti odiatori professionisti di Trump? Può darsi. Ma d’altronde ci siamo già passati: le riforme reaganiane degli anni ’80 che tagliarono le tasse ai ricchi non hanno certo migliorato la distribuzione del reddito negli Usa e non è affatto vero che si ripagarono da sole come anche oggi si dice a proposito dei tagli di Mister T. Ho il sospetto invece che la somma di Superciuk e Trump avrà straordinari effetti di crescita per i Super Tramp.

No, non questi. Questi altri.

Sperando che l’aumento dei barboni affretti l’evoluzione della società in Morlock ed Eloi preconizzata da un altro genio, H.G. Wells, decido di infischiarmene della deriva fiscale contemporanea perché nel frattempo è arriva una notizia vera dagli Usa – per i tagli fiscali serviranno ancora un paio di mesi – ossia l’acquisizione che vale oltre 60 miliardi di dollari da parte della Disney di pezzi importanti dell’impero dell’ex squalo Murdoch, Dalla 21th Century Fox a Sky, che come tutti i predatori finì predato.

Che fine farà il vecchio Murdoch al momento non è noto, ma certo non c’è da preoccuparsi, vista la dote. E poi già si dice che lui (o il figlio) punti al posto di Iger, ad Disney. Ma certo è un bel cambio per lo scenario media Usa, dove i colossi tradizionali sembra si siano maritati per dare filo da torcere agli emergenti sgomitanti come Netflix e Amazon. Sempre che l’Antitrust, che già sta facendo penare AT&T che voleva fondersi con Time Warner, non ci metta lo zampino.

Qui da noi, che dei francesi ce ne infischiamo e abbiamo pure dimenticato Superciuk, l’unica cosa che fa cassetta, nel magico mondo del cronicario italiano, è la storia delle pensioni che oggi si arricchisce di un nuovo capitolo: è uscito sulla Gazzetta ufficiale il decreto che fissa a 67 anni e a oltre 43 anni di contributi per gli uomini, poco meno per le donne, la soglia del pensionamento.

Nella speranza (fondata) che una qualche Ape social ci salvi da noi stessi, vi saluto con un’altra speranza che sento risuonare nelle parole di un altro Super:

Nella usuale conferenza stampa del giovedì post meeting Bce, dopo aver lasciato tutto il mondo monetario com’era, Draghi ha ricordato che il QE dimezzato da 30 miliardi al mese continuerà da gennaio a settembre 2018, o anche oltre se necessario. “Condizioni finanziarie molto favorevoli sono ancora necessarie” per l’inflazione, che com’è noto serve ad alleviare il paccone di debiti che abbiamo sulle spalle. Non c’è da preoccuparsi: l’Europa mostra una forte tendenza alla crescita che aiuterà l’inflazione a risalire, conclude speranzoso Draghi.

E chi campa di speranza…

A domani.

Annunci

La lezione Usa del Tarp sui salvataggi governativi


Ricordo bene quel tormentato 2008, divenuto ormai letteratura e racconto cinematografico, col faccione dell’ex banchiere di Goldman Sachs, Henry Paulson, divenuto segretario del Tesoro Usa nel peggiore momento della storia recente del suo ministero, a spiegare ai suoi stupiti contribuenti che bisognava mettere sul tappeto una vagonata di miliardi di denaro pubblico per evitare che i bancomat smettessero di funzionare. Così, semplicemente. Sembra assurdo a dirlo oggi, a quasi dieci anni da quel terribile autunno che seguì al fallimento di Lehman Brothers, eppure all’epoca era questo il clima che si respirava in giro per il mondo e che tutti noi abbiamo volenterosamente dimenticato per quella strana forma di superstizione che teme il ricordo perché lo sospetta gravido del futuro, ignorando il monito che spesso siamo costretti a rivivere ciò che dimentichiamo.

All’epoca il governo mise sul tappeto un arsenale di contromisure, fra le quali c’era anche il Tarp, acronimo di Troubled asset relief program, che potremmo tradurre con programma di recupero di asset in sofferenza, come erano gran parte di quelli custoditi nelle pance delle banche americane, e non solo delle banche, che improvvisamente scoprirono di non riuscire più a quotare il valore di moltissima della carta che avevano accumulato. Il governo, come sempre di manica larga, fece il prestatore di ultima istanza, svelando ancora una volta la finzione che vuole la banca centrale candidata a questo ruolo, e stanziò la cifra stellare di 700 miliardi per comprare tutta questa carta tossica col proposito di rivenderla appena le cose si fossero normalizzate, convinzione che all’epoca denotava un cero ottimismo tipicamente yankee.

Per capire come sia andata a finire ciò vale la pena leggere l’ultimo Agency financial report pubblicato per l’anno fiscale 2017 dall’Office of financial stability statunitense, creato insieme al Tarp, dedicato proprio ai rendiconti dell’operazione.

Nel suo messaggio di presentazione il CFO, Chief financial officer, spiega che i 412 miliardi effettivamente usati per sostenere banche e altri soggetti finanziari sono stati recuperati al 103%, quindi il governo ha riavuto indietro circa 425 miliardi, frutto della somma dei circa 376 miliardi effettivamente incassati dalla dismissione degli investimenti più i 48 miliardi derivanti dal frutto di questi investimenti nel corso degli anni e al netto dei 35 miliardi di perdite per svalutazioni o annullamento di titoli. In sostanza questi 35 miliardi rappresentano la perdita effettiva sugli asset comprati dal governo, più che compensata come abbiamo visto dalle rendite degli investimenti. Nessuno può sapere quanto sarebbe stata questa perdita se il governo non fosse intervenuto, ma chi ricorda quei tempi non avrà dubbi che sarebbe stata assai peggiore.

Dei dieci programmi iniziali varati nell’ambito del Tarp otto sono chiusi. I due che rimangono in piedi valgono insieme un centinaio di milioni. Oltre all’investment program il Tarp finanziò per oltre 26 miliardi anche un Housing program che ha consentito di dare assistenza finanziaria a più di 2,9 milioni di americani e che è ancora in attività. Ciò ha portato a 438 miliardi il totale impiegato nei vari programmi, dei quali come abbiamo visto ne sono stati recuperati oltre 425, che sarebbero 442 se si considerassero anche i 17,5 miliardi di valore azionario del Tesoro dentro AIG, American international group.

A conti fatti l’avventura del Tarp si può dire conclusa positivamente. E non solo perché il Tesoro, e quindi i contribuenti, hanno recuperato i loro soldi e anche qualcosina in più (anche se si potrebbe discutere a lungo sulla provenienza del denaro che ha ripagato quegli investimenti) ma soprattutto perché è servito allo scopo che si prefiggeva: tenere in piedi il sistema finanziario Usa e quindi quello globale. Un buon risultato pagato al prezzo di una pesante invasione del settore statale nell’economia finanziaria statunitense, che ancora oggi gode di garanzie pubbliche per oltre il 60% dei suoi debiti, e di un notevole aumento del debito pubblico. Il che non è certo un buon viatico contro l’azzardo morale. La lezione va ricordata, perciò. Perché dimenticarla rischia di renderla nuovamente necessaria.

Cronicario: Un’Ape ci salverà, alla faccia dei derivati


Proverbio del 13 dicembre Solo ciò per cui combatti è duraturo

Numero del giorno: 1,8 Accelerazione % inflazione a novembre in Germania

Oggi che è una giornata meravigliosa, in cui l’occupazione europea cresce come la produzione industriale – quella italiana di auto persino dell’11,7 a ottobre – e Calenda ed Emiliano se le suonano su Twitter per la storia dell’Ilva, facendoti sognare una vera classe politica, e Confindustria aumenta la stima del pil per il 2018 all’1,5%, mentre paventa i rischi di caos post elettorale, e nel Regno Unito si verifica un altro miracolo statistico, per cui l’occupazione cala insieme con la disoccupazione…

oggi dicevo, che in quella galleria degli orrori finanziari che è la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche si è manifestato un pubblico ministero della Corte dei Conti che ha sparato a zero contro il ministero del Tesoro per la storia dei derivati del 1994, costati finora almeno quattro miliardi alle casse dello stato, sostanzialmente sputtanando tutta la classe politico-burocratica, che ha fatto girare i soldi negli ultimi vent’anni in Italia – ve le raccomando le esternazioni del pm: sono un campionario assai istruttivo sullo stato della nostra macchina pubblica – e mettendo in croce la povera dottoressa Cannata, che già cognome omen e per giunta è chiamata a tenere in piedi quel mostro che si chiama debito pubblico…

oggi quindi che nel mentre l’Istat e il Cnel firmano un accordo per misurare congiuntamente il benessere equo e sostenibile del paese – che chissà cos’è – e il cronicario globale torna a parlare di Giampiero Fiorani, indimenticato protagonista dell’estate dei furbetti del quartierino nonché banchiere popolari di Lodi, baciafronte del governatore di via Nazionale dell’epoca, presentandolo come il manager che guiderà la riscossa dell’holding Orlean Invest di Gabriele Volpi, petroliere nonché azionista di Carige, che finirà in borsa non oggi ma domani e comunque presto…insomma

è sbarcato in commissione bilancio alla Camera l’emendamento che allarga l’Ape social a 15 categorie di lavoratori, comprese quindi le 4 decise dopo l’accordo con i sindacati, per cui per tutti costoro potranno andare in pensione prima a spese dello stato. Con l’occasione è stato pure creato un fondo per eventuali proroghe anche a dopo il 2018.

L’Ape social ci salverà. #StateSereni.

A domani.

I consigli del Maître: Le esportazioni dell’America Saudita e le imprese zombie italiane


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Pensioni: gli italiani predicano bene ma… Ocse ha pubblicato i dati aggiornati sulla previdenza globale nel suo recente “Pension at glance”, che contiene analisi sui diversi paesi dell’organizzazione e li confronta. Una lettura senz’altro utile per tutti coloro che seguono le tormentate vicende previdenziali della contemporaneità e che in Italia sono numerosissimi, almeno a giudicare l’ampiezza del nostro dibattito pubblico sul tema. I dati sul nostro paese, peraltro, sono molto interessanti.

Cosa dicono questi grafici? Il replacement rate italiano, ossia quello che noi chiamiamo tasso di sostituzione che misura la percentuale della pensione in relazione all’ultima retribuzione lavorativa, in Italia si stima sarà l’83% per un lavoratore che vada in pensione con piena carriera, ossia col massimo dei contributi. Senonché la stessa Ocse ammette che gli alti tassi di disoccupazione giovanile renderanno molto difficile che i pensionati di domani avranno una carriera completa. C’è il rischio insomma di profonde discontinuità. L’età pensionabile per gli italiani si allungherà sempre più: si stima che un nato nel 1996 andrà in pensione a oltre 71 anni. Senonché questa previsioni teorica cozza col dato che l’Italia ha l’età effettiva di uscita dal lavoro fra le più basse dell’area. La differenza fra l’età programmata e quella teorica, al momento, è di 4.4 anni per gli uomini, 4.2 per le donne. Età effettiva attorno ai 62 anni e 61.

Predichiamo benissimo, ma razzoliamo maluccio.

L’export dell’America Saudita. Sappiamo già che grazie allo shale oil gli Usa sono diventati grandi produttori di petrolio e anche di gas, e che hanno persino surclassato i produttori tradizionali. Di recente, inoltre, è stato tolto il divieto di esportare all’estero prodotti petroliferi, con la conseguenza che gli Usa sono entrati nel grande gioco delle esportazioni.

Certamente, gli Usa sono ancora lontani dall’insediare i primati dei produttori tradizionali, ma non è di poco conto che le loro esportazioni siano più che triplicate in un anno. E buona parte le assorbe la Cina.

Trump non migliora il deficit commerciale Usa. L’antipatia di Trump per il deficit commerciale Usa è stato uno dei cavalli di battaglia del neo presidente che poco più di un anno fa assumeva l’incarico col fermo proposito di abbattere gli squilibri commerciali statunitensi, pure mettendo a brutto muso i partner eccedentari di fronte alle proprie responsabilità. Si è discusso molto delle politiche commerciali intraprese dall’amministrazione Usa che certo non sono state morbide, ma i risultati sono ancora poco coerenti con i propositi.

A ottobre 2017, infatti, il deficit è arrivato a 48,7 miliardi, il peggiore da nove mesi. E se guardiamo i dati dell’anno trascorso non ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Forse il deficit commerciale Usa è una cosa troppo seria perché se ne occupino i presidenti.

Le imprese zombie in Italia. Ocse ha pubblicato uno studio dedicato al fenomeno sempre più diffuso delle imprese zombie, ossia quelle entità che con i profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti.

Come si può osservare, noi italiani abbiamo una situazione abbastanza complessa, con un numero di aziende zombie raddoppiate dal 2010 e soprattutto un 20% del nostro stock di capitale imprigionato in questa aziende morenti, che impiegano circa il 10% della nostra forza lavoro. Non è così strano che la nostra produttività sia al lumicino.

Cronicario: La disoccupazione scende, i disoccupati no


Proverbio del 12 dicembre Se incontri qualcuno senza sorrisi regalagliene uno

Numero del giorno: 7,3 Incremento % export Italia nei primi nove mesi del 2017

Ora ditemi voi se uno deve essere triste o felice: la disoccupazione è diminuita dello 0,1% a ottobre 2017 nell’area Ocse, riportandosi al 5,6%, il livello di aprile 2008, prima della Grande Catastrofe, ma i disoccupati sono ancora 35,1 milioni, 2,5 milioni in più dell’epoca. Credere che la disoccupazione scenda e i disoccupati no richiede un  chiaro atto di fede o un viaggio defatigante negli abissi dell statistica, che sono sicuro interessi a molti di voi.

Perciò sorvolo, anche perché tante altre sono le cosette gustose che ho piluccato oggi sul cronicario globale che dovete assolutamente sapere. La prima riguarda la nostra Bankitalia, che oggi è un po’ l’eroina del giorno. Intanto perché ha pubblicato alcuni dati aggiornati che fotografano con grande chiarezza perché via Nazionale, come la chiamano gli habitué, è così importante per noi.

Vedete quel grigino nell’istogramma, così discreto, quasi anonimo? Ecco quello è una cosa che abbiamo imparato a conoscere bene: è la spia del bilancione di Bankitalia, che ormai a occhio ha in pancia una quantità di titoli pubblici pari a quella del sistema bancario. Il che dovrebbe far felici tutti quelli che dicono che la banca centrale dovrebbe comprare debito pubblico e che invece se la prendono con la Bce che l’ha permesso.

Ma oggi molti scettici hanno pure scoperto che oltre al bilancione, Bankitalia dispone di un fine bilancino, di cui ha dato prova il capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo audito nella fantasmagorica commissione di inchiesta sulle banche diventata ormai più avvincente di Star Trek.

E che dice Barbagatto? Che la vigilanza è stata incalzante sulle quattro banche marcite come i loro crediti, all’anagrafe Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti. E poi che “le irregolarità sono state portate tempestivamente a conoscenza dell’autorità giudiziaria”, e che nel frattempo “le autorità di vigilanza non possono sostituirsi ai soggetti vigilati per evitare che la situazione degeneri”. Salvo poi risolvere le situazioni con una bella risoluzione bancaria, che comunque è il male minore, giura Barbapapà. Potevamo andare molto peggio.

Sorvolo sul resto perché tanto è la solita solfa. Le banche appartengono al nostro tormentario quotidiano che adesso si è arricchito di un altra scocciatura: il bitcoin.

Anche oggi due palle con quelli che avvertono dei rischi – nell’ordine Blackrock e UBS – e quelli che urlano al gomplotto sperticandosi nelle lodi della criptovaluta che fa figo pronunciare. Poi magari i criticoni ci fanno i soldi grazie a noialtri fessi che ne parliamo, ma pure questo è un segnale dello spirito del tempo.

Sicché ho pensato di chiudere parlandovi di soldi veri, visto che tutti si ostinano a sognare i soldi falsi. E ne ho trovato un campione interessante nei 47 miliardi che secondo Assofondipensione raccolgono i risparmi previdenziali di quelli che li hanno versati nei fondi pensione negoziali credendo al fatto che un giorno quei soldi verranno restituiti in una qualche forma.

E come ti adescano questi simpatici fondi, che adesso sognano di investire nell’economia reale? Col rendimento: “La media  dei rendimenti degli ultimi 5 anni è stata del +29,1% contro l’8,9% di rivalutazione del Tfr”, dicono astuti. Manco fossero minatori di Bitcoin.

A domani

La fuga dei giovani dall’ospizio Italia


Non riesco a dar torto a quei 38 mila giovani adulti, il 28,5% dei quali laureati, che nel 2016 hanno abbandonato l’Italia secondo quanto ci racconta Istat. Questo dato, che fa riferimento alla classe d’età dei 25-39enni, è solo la punta di un iceberg sul quale la nostra già periclitante demografia rischia di andare a sbattere, affrettando quella trasformazione dell’Italia in un gigantesco ospizio a cielo aperto, visto che sempre nel 2016 i dati Istat ci dicono che sono nati circa 12 mila bambini in meno.

Non riesco a dar loro torto per la semplice ragione che molto probabilmente là fuori troveranno quello che qui non c’è, malgrado se parli tantissimo. Un lavoro decente, quindi, ma soprattutto le grandi assenti nel nostro paese: le opportunità. Noto peraltro che questo pensiero sembra essere sempre più diffuso visto che Istat nota con un certo sconcerto che il saldo demografico dei residenti, ossia la differenza fra gli italiani che rientrano dall’estero e quelli che si cancellano dall’anagrafe per andare all’estero, è in costante peggioramento da dieci anni, passando da praticamente zero a  80 mila.

Per essere ancora più precisi, “sono 81 mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%)”, Parliamo quindi di tutte le classi di età superiori ai 24 anni. Complessivamente gli italiani finiti all’estero sono stati 115 mila, il 73% del totale delle emigrazioni dall’Italia per l’estero. “Il numero degli emigrati italiani si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando da 36mila del 2007 a 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità”. Quanto alle destinazioni, il 2016 è stato l’anno del Regno Unito, probabilmente perché molti hanno pensato di farsi registrare laggiù nel timore che la Brexit chiudesse i cancelli di accesso. Ma poi rimangono le destinazioni classiche, nell’ordine la Germania, la Svizzera e la Francia, con la Spagna a chiudere la classifica dei principali paesi di arrivo. Quanto alle regioni di provenienza, si segnalano i movimenti migratori di confine, ossia dalle regioni del nord verso i paesi limitrofi, e poi dalla Sicilia. E’ interessante poi osservare che la voglia di stare in Italia scema anche fra gli stranieri.

Arrivano sempre meno persone dall’estero, mentre aumentano sempre più le emigrazioni, in gran parte italiane, come abbiamo visto. Tutto ciò, che rende vagamente surreale il dibattito sull’immigrazione, non fa altro che peggiorare la nostra piramide demografica, ormai sempre più sbilanciata verso la cima (gli anziani) a scapito della base (i giovani). A fronte di questi numeri è più che legittimo chiedersi quanto il recente miglioramento della disoccupazione giovanile, registrato sempre da Istat negli ultimi dati relativi al mercato del lavoro in ottobre, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal miglioramento del mercato del lavoro. Cancellarsi dall’anagrafe italiana porta con sé anche la cancellazione dalle liste di disoccupazione, evidentemente.

Ma aldilà di questa circostanza, non riesco a dar torto a questi giovani più o meno adulti e istruiti che hanno la (s)ventura di  esser nati in un paese che ormai, per evidenti ragioni di senilità incipiente, volge la sua attenzione alla popolazione anziana assai più che a quelli che lo diventeranno. Basti ricordare l’ossessione del nostro dibattito pubblico per le pensioni che anche in occasione della ultima legge di bilancio ha dato ampia prova di sé.  E’ sufficiente un semplice esperimento per verificarlo. La voce “pensioni”, ricercata in una agenzia di stampa, ha originato 920 record dall’1 novembre all’1 dicembre. La voce “lavoro giovani” più o meno la metà, circa 500. La voce bebé 217. Per quanto rudimentale, questo metodo consente di misurare l’attenzione della stampa e della politica su questi argomenti in occasione del Grande Dibattito che si sta consumando sulla manovra finanziaria. E se andiamo a vedere gli stanziamenti osserviamo anche come questa differenza si replichi nelle risorse che queste categorie mobilitano. L’ennesima riforma delle pensioni, che allarga la platea dell’Ape social, costerà circa 250 milioni in più di spesa pensionistica fino al 2020. Costi che certo non si esauriscono in un triennio. Al contrario durerà solo un triennio il bonus bebé per il quale sono pure stati ridotti i fondi. Ciò a fronte di una situazione di grave denatalità.

Ce n’è abbastanza per comprendere chi decida di tentare la fortuna fuori dall’ospizio Italia. Si comprende un po’ meno come sia possibile che tutto ciò non susciti granché attenzione: nel migliore dei casi, una rassegnata alzata di spalle.

 

 

Cronicario: Le banche soffrono meno, beate loro


Proverbio dell’11 dicembre Una freccia, quando è lanciata, non torna indietro

Numero del giorno: 16.700 Picco della quotazione in dollari raggiunto da Bitcoin dopo quotazione future a Chicago

E’ lunedì, giorno da cani notoriamente, specie dopo il ponticello immacolato. E perciò solo i sadici possono tirare fuori notizie amarostiche come ha fatto Istat che neanche il tempo di digerire il caffé della colazione, ha sparato una delle sue release insolitamente depressiva.

E che sarà mai successo ai nostri consumatori? Si saranno mica dimenticati di fare la spesa?

Maddai, ma chi ci crede. C’è gente che fa la fila per comprarsi i bitcoin, figuratevi. Poi però esce un’altra notizia da lunedì, stavolta da Bankitalia. E cosa dice? Che sempre a ottobre le sofferenze lorde sono aumentate di un’anticchia, dai 173 di settembre a 173,8 miliardi. Ma non preoccupatevi: su base annua le sofferenze sono scese del 5,5%, comunica senza indugio la Banca d’Italia.

Mi rassicuro finché, poco fa, non viene presentato un rapporto congiunto fra Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal dove si legge fra le altre cose che fra il 2013 e il 2016 sono stati attivati 40,68 milioni di posti di lavoro e ne sono stati cancellati 39,15. Sicché ne rimangono 916 mila “viventi”: il famoso milione di posti di lavoro d’antan. 

Poi però cominciano ad uscire grafici come questo.

o questi

per non parlare di questo.

e per concludere con quest’altro.

Per fortuna calano le sofferenze. Delle banche

A domani.

 

Il progresso ha depresso i matrimoni più delle guerre


E’ un semplice dato di fatto: l’istituto del matrimonio è entrato in una crisi forse irreversibile. La coppia tradizionale che si unisce sotto un vincolo religioso e/o legale resiste, ma malamente. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati diffusi da Istat.

Il dato diventa meritevole di riflessione perché questo istituto ha precise implicazioni economiche, oltre che sociali. Il matrimonio, infatti, è il luogo tradizionale nel quale si sviluppa la natalità, non a caso parimenti declinante, e inoltre incorpora una serie di istituti giuridici che hanno chiare ricadute economiche: pensate alla reversibilità pensionistica.

Sarebbe errato immaginare che queste tendenze riguardino solo noi. E’ tutto un mondo di consuetudini sociali che è entrato in crisi da almeno mezzo secolo e possiamo averne contezza osservando un grafico molto illuminante diffuso dalla Fed di S. Louis che ha il pregio di farci osservare l’andamento dei nuovi matrimoni a partire dall’inizio del XIX secolo, e quindi indietro abbastanza da fotografare un trend.

I dati sono relativi alla Francia e la serie si conclude all’inizio degli anni ’80. Da allora non bisogna aspettarsi certo inversioni di tendenze. Il trend francese si ricollega idealmente al nostro, che abbiamo visto data dalla metà degli anni ’90, e fa parte di un cambiamento che ha investito i costumi al punto che i matrimoni sono calati in tempo di pace più che in tempo di guerra.

Il picco al ribasso di cinque matrimoni per mille abitanti si è toccato infatti solo durante la prima guerra mondiale, che fu una devastazione demografica senza precedenti nella storia e lasciò un’ampia coorte di donne in età da marito senza più partner papabili. La generazione di donne nata in Francia fra il 1880 e il 1900, che quindi entrarono nell’età del matrimonio proprio sul limitare della guerra e del dopoguerra non avevano praticamente più coetanei con cui ammogliarsi, visto che moltissimi maschi erano morti o erano rimasti invalidi. I maschi della generazione successiva o erano già impegnati o erano morti anch’essi. E tuttavia il picco di matrimonio che si osserva nel grafico ci dice che queste donne riuscirono comunque a sposarsi. I dati confermano che solo il 12% di queste donne nate alla fine del XIX secolo erano single (una volta si chiamavano zitelle) all’età di 50 anni, appena l’1% in più delle donne della generazione precedente, ossia nate fra il 1850 e il 1880. Insomma: le donne dell’epoca oggi le definiremmo resilienti alla guerra. La seduzione del matrimonio era forte abbastanza da infischiarsene delle milionate di morti fatte dalla Grande Guerra.

Come riuscirono a sposarsi? Secondo i demografi non avendo coetanei o partner più attempati, iniziarono a puntare i maschi della coorte più giovane, mettendosi quindi in concorrenza con le donne nate dopo di loro ed evidentemente con successo. A dimostrazione anche questo di come la forza della tradizione tenda a sopperire alle difficoltà delle circostanze. “Questo meccanismo cambiò l’età della composizione dei nuovi matrimoni e riguardò non solo le generazioni direttamente esposte alla guerra, ma anche le generazioni seguenti”, spiegano gli autori della ricerca.

La guerra, insomma, modificò la composizione delle coppie – introducendo magari una nuova poetica matrimoniale – ma non incise profondamente nel numero dei matrimoni. Altrettanto accadde nella seconda guerra. Negli anni ’60 del XX secolo il numero dei nuovi matrimoni era praticamente lo stesso del 1801. Ma poi è arrivato il progresso, guidato dal benessere del dopoguerra, e nel 1981 i matrimoni stavano già al livello del 1941, nel pieno della guerra. Non c’è ragione di credere che la situazione sia migliorata. Forse siamo in guerra anche adesso. Ma non lo sappiamo.

Cronicario: L’alba italiana dei vivi morenti e dei morti viventi


Proverbio del 6 dicembre In tempi di carestia le patate non hanno bucce

Numero del giorno: 20,1 Crescita % occupazione nelle aziende familiari italiane in sei anni

Ora non vi offendete se i vostri amici dall’estero vi dicono che siamo un paese di poveracci. Anche perché ce lo diciamo da soli e l’Istat non si perita di ricordarcelo a ogni occasione buona elaborando statistiche meravigliose dalle quali si evince che quasi uno su tre vive praticamente in miseria.

Vedete no? Il 30% è a rischio di povertà o esclusione sociale che moltiplicato per 60 milioni e rotti..fate voi i conti. Se pure ci limitassimo alla voce Grave deprivazione, scopriremmo che riguarda il 12,1 degli italiani che, secondo le definizioni Istat hanno almeno quattro dei seguenti problemi:

1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;
2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro;
4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;
5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
6. non potersi permettere un televisore a colori;
7. non potersi permettere una lavatrice;
8. non potersi permettere un’automobile;
9. non potersi permettere un telefono.

Questo nel paese che ha il record di auto per numero di abitanti e dove il 93,1% ha un cellulare, e oltre il 90% ha una tivvù. Sfido chiunque poi, a trovarne una in bianco e nero. Detto ciò mi guardo bene dal dubitare dell’accuratezza delle rilevazioni Istat: se dicono che siamo pieni di poveri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena sarà sicuramente vero. Sono i nostri fratelli più disgraziati che muoiono letteralmente di fame e stanno al freddo e non tengono da conto neanche 800 euro per le emergenze. Questi vivi morenti abitano in uno dei paesi più ricchi al mondo.

dove si annida una tremenda diseguaglianza di reddito e ricchezza,

e i redditi sono vagamente crollati nell’ultimo decennio,

anche se non per tutti nello stesso modo.

Questo per gli amanti del piagnisteo nazionale. Prima che vi strappiate i capelli e iniziate una colletta per i nostri sette milioni di probabili deprivati, ricordatevi sempre che questi dati sono frutto di indagini campionarie, svolte in questo caso su 21.325 famiglie pari a 48.316 individui. Magari siamo stati sfortunati col campione. Oppure abbiamo beccato i pochi che pagano tutte le tasse, vai a sapere.

Il guaio è che insieme a quella dei vivi morenti – deprivati a rischio esclusione o sedicenti tali – in Italia stiamo assistendo all’alba di un altro fenomeno epocale: quello dei morti viventi.

Non è uno dei miei soliti meme cazzari. La foto è autentica, a dimostrazione del fatto che ormai il vostro Cronicario fa tendenza anche nei posti altolocati, mica solo nelle bettole dove ci incontriamo noi. Il tema è serissimo peraltro: le imprese zombie. Ossia quelle che coi profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti che hanno sul groppone. Tema horror per eccellenza. E noi italiani, che non ci facciamo mai mancare niente, siamo avanguardisti.

La cosa più notevole di questa proliferazione di zombie è che quelli italiani sono raddoppiati in un decennio. Peraltro in queste aziende morte viventi ci sta bloccato il 20% del nostro capitale produttivo e il 10% dei nostri lavoratori occupati. Poi dice che uno è deprivato. Devitalizzato direi.

A lunedì.

 

L’alba del secolo americano dell’energia


Figurarsi il futuro è esercizio prediletto delle persone dotate di grande immaginazione che, insospettabilmente, si annidano anche all’interno di blasonatissime organizzazioni tutt’altro che frivole. La complessità della nostra realtà, d’altronde, sembra sia fatta apposta per fornire alimento alle visioni di costoro, pudicamente definiti analisti, che con grande sussiego tentano l’impossibile: osservare il futuro a uso del presente. Ci sarebbe da sorridere di questo sforzo estenuante, se non fosse tremendamente serio. E lo dimostra il fatto che queste previsioni si aggiornano ogni anno generando grandi suggestioni che fluttuano aeree su grandi masse concrete di dati. E sono queste ultime a suscitare l’interesse maggiore degli osservatori come noi. Il futuro germina dal presente, ma è quest’ultimo che ha dignità di cronaca, appartenendo il resto al variopinto mondo delle opinioni, la cui maggiore o minore fondatezza dipende proprio dall’accuratezza della base dei dati a cui vengono riferite. In tal senso la lettura dell’ultimo World energy outlook dell’IEA è sicuramente fonte di grande ispirazione, visto che l’Agenzia raccoglie e ordina con grande accuratezza i dati del mercato energetico mondiale. Giocoforza le sue osservazioni sulle possibili evoluzioni del settore energetico diventano degne di attenzione elevandosi quasi al rango di previsioni fondate. Tanto più come quando, in occasione della recente edizione 2017, si individuano trend globali che l’Agenzia è convinta caratterizzeranno sempre più il futuro per la semplice circostanza che stanno già caratterizzando il presente, uno dei quali riguarda la crescente importanza della produzione statunitense nel mercato del petrolio e del gas. Gli Usa sono diventati da un pezzo i maggiori produttori del mondo e solo la nostra costante distrazione ci impedisce di cogliere la portata straordinaria di questa rivoluzione.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.