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Cronicario: Siamo una free tax zone e (non) lo sappiamo


Proverbio del 28 gennaio Ingannami sul prezzo, ma non sulla merce

Numero del giorno: 0,4 Crescita % reddito pro capite nell’EZ IIIQ 2019

L’illuminazione è arrivata d’improvviso, mentre scorrevo le parole geniali di un tale onorevole che proponeva di fare del nostro Mezzogiorno “la free tax zone più grande d’Europa”. Questo mentre poco prima l’Istat aveva pubblicato una ricognizione molto istruttiva sullo stato della nostra economia.

Probabilmente al nostro illustre onorevole sfugge il dettaglio che “l’incidenza dell’economia non osservata è molto alta nel Mezzogiorno, dove rappresenta il 19,4% del complesso del valore aggiunto”. Il che spiega, anche se solo in parte, come sia possibile che il pil del Sud sia sostanzialmente la metà di quello nazionale. Il resto sarà invisibile.

Ma l’economia non osservata non è certo solo una caratteristica del Meridione, come dice sempre Istat.

Sicché ho capito finalmente la nostra più autentica vocazione: non dobbiamo limitare la free tax zone al Mezzogiorno, ma a tutto il paese. Lo stiamo già facendo.

A domani.

L’economia in un mondo a decrescita demografica


In un’epoca che pare aver obliato il buon senso, risulta persino sorprendente ricordare, come fa un recente paper pubblicato dal NBER che una società a decrescita demografica è inevitabilmente condannata al declino economico. E questo non tanto o non solo perché diminuiscono le bocche da sfamare – e quindi si contraggono meno prosaicamente i mercati – ma perché insieme con il calo della domanda aggregata, diminuiscono anche la possibilità di avere le idee giuste per migliorare la produzione.

Detto altrimenti: l’economia non è solo una questione di riempire stomaci o costruire tetti. E’ anche – e soprattutto – invenzione, scoperta, ricerca. E se ci sono meno meno persone, ci saranno anche meno possibilità di trovare buone idee e quindi migliori pratiche di vita.

Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che gli autori del paper si sono lasciati ispirare da un libro uscito l’anno scorso – Empty Planet – dove, sulla base di una serie di dati demografici, si ipotizza che la popolazione globale declini nei prossimi anni, provocando un notevole shock all’economia. L’ispirazione ha prodotto un approfondimento che vale la pena scorrere, innanzitutto perché illustra con alcuni dati il nostro attuale punto di partenza.

Il grafico sopra illustra meglio di mille parole come sia cambiato il mondo negli ultimi cinquant’anni. E se il caso cinese – da sei figli per donna a poco più di uno – si può spiegare con la politica del figlio unico imposta poco giudiziosamente da Pechino, il crollo delle nascite nei paesi avanzati non ha altra ragione che il progresso.

Gli ultimi dati sui tassi di fertilità contenuti nel World Population Prospects 2019 delle Nazioni Unite dicono che negli Usa il tasso di fertilità è di 1,8, 1,7 per la Cina, 1,6 per la Germania, 1,4 per il Giappone e 1,3 per Italia e Spagna. “In altri termini – sottolineano gli autori del paper – i tassi di fertilità nei paesi ricchi del mondo sono già coerenti con l’ipotesi di un calo della popolazione nel lungo termine: le donne stanno avendo meno di due figli in gran parte del mondo sviluppato”. Avere meno di due figli significa che non c’è la sostituzione minima che garantirebbe la stabilità della popolazione. Come abbiamo visto, questo può dipendere non solo dalle mutate consuetudini socio-economiche, ma anche dalla circostanza che diminuisce – come accade in Italia – il numero della donne in età riproduttiva. Anche questa una conseguenza del calo demografico.

Il problema nasce dalla circostanza che tutti i modelli economici che trattano della crescita hanno come presupposto che ci sia un aumento della popolazione. E pure se ancora oggi i previsori pensano che la popolazione globale del pianeta si stabilizzerà fra gli 8 e i 10 miliardi di persone, gli attuali andamento demografici rendono lecito il dubbio sulla capacità delle nostre società di evitare la via del declino. Cosa dobbiamo aspettarci in questo caso?

“Mostriamo che una crescita negativa della popolazione può essere particolarmente dannosa – scrivono gli autori – sia la conoscenza che gli standard di vita tendono a stagnare per una popolazione che tende a diminuire”. Il buon senso comune direbbe che se non cresciamo in quantità non cresciamo nemmeno in qualità.

Vale la pena riportare, infine, uno stralcio delle conclusioni, che in qualche modo, vagamente semiserio, vorrebbero mitigare le previsioni fosche del nostro esperto. “L’automazione può migliorare la nostra abilità di produrre idee al punto che i nostri standard di vita possano continuar a migliorare anche con una popolazione declinante. Oppure le nuove scoperte potrebbero condurre a zero il tasso di mortalità, consentendo alla popolazione di crescere malgrado la bassa fertilità”.

Sicché, pare di capire, nel migliore dei casi avremo società popolate in gran parte da vecchi immortali resi felici da macchine compiacenti. Non riesco a immaginare nulla di peggio.

Cronicario: I primi 70 anni della riforma pensionistica


Proverbio del 27 gennaio Nella stagione cattiva l’acqua scorre all’indietro

Numero del giorno 141 Spread del Btp sul Bund alle ore 10

Lo so che siete distratti dalla gioia, sia che siate dell’ex governo del cambiamento sia che tifiate per l’avvenuto cambiamento di governo. Sia che lodiate la nuova governatrice calabra che promette telecamere nel proprio ufficio,

sia che spargiate grappini svuotati lungo la via Emilia. Lo so: oggi siete felici. Ma siccome il governo sa bene che la felicità è un attimo, ecco che i nostri meravigliosi uomini della provvidenza – anzi donne in questo caso – hanno subito messo in piedi non uno, né due ma persino tre tavoli per rendere la nostra gioia autenticamente duratura. Come? Dai è facile.

I tre tavoli si occuperanno della prossima riforma delle pensioni, genere fra i più prolifici di casa nostra. E visto che magari non lo sapete vi dico una cosa: la prima riforma delle pensioni compie quest’anno giusto settant’anni. Il prossimo 28 luglio, infatti, festeggeremo i 70 anni tondi della legge 63371950 che iniziò il lunghissimo filone che ancora oggi tiene impegnati – a dispetto di ogni pensionamento – schiere di politici, demografi, statistici, giornalisti, professori e soprattutto legioni di aspiranti fancazzisti che aspettano la pensione come fa la dolce Giulietta col suo Romeo.

Non basta un’enciclopedia a raccontare la saga delle pensioni, che ogni anno si arricchisce di dettagli, sorprese, colpi di scena, quote 100 e giù a scendere fino a chissà quanto.

Non sappiamo dove ci condurrà l’ennesima evoluzione del genere. Gli sceneggiatori sono all’opera e daranno il meglio di loro con l’obiettivo – ormai annoso – di “superare la legge Fornero”, come dice la ministra del lavoro a termine, promettendo che le nuove misure saranno inserite nella Nadaf di settembre e dà lì voleranno verso il cielo pluristellato dell’Inps. Quota 100 finisce nel 2021, ha spiegato, ma “l’obiettivo è garantire una flessibilità maggiore in uscita, ragionare sul lavoro discontinuo e affrontare il tema della pensione di garanzia per i giovani”.

Eh già sono giovani, poverini. Ma per fortuna la giovinezza dura poco.

A domani.

A cosa (non) sono serviti quota 100 e reddito di cittadinanza


Si disse a suo tempo, quando la hybris del governo del cambiamento sconfiggeva (a parole) la povertà e preconizzava tempi bellissimi, che reddito di cittadinanza e quota 100 avrebbero consentito di raddrizzare il legno storto del nostro sviluppo socio-economico, per la semplice ragione che il sussidio, associato a politiche attive per il ricollocamento, e la pensione anticipata avrebbero fatto sinergia promuovendo insieme l’occupazione e la spesa delle famiglie, realizzando quella che con un’iperbole persino comica fu definita il nuovo miracolo italiano.

Tornare su queste memorie non ha fini maramaldeschi, visto che non serve infierire su un paese che ha il chiuso il suo “anno bellissimo” con una crescita dello 0,2% e prevede di completare il suo nuovo miracolo italiano con una crescita dello 0,5% quest’anno.

Lo scopo di questa analisi, invece, è provare a far sentire, a chi non ha scelto di esser sordo, che giova poco spacciare soluzioni semplici – magari basate su identità contabili – a problemi complessi. Chi ancora predica magici effetti moltiplicativi del deficit pubblico, quando al massimo questi ultimi servono a moltiplicare i consensi presenti a spesa del futuro, dovrebbe quantomeno riconoscerlo. Pure oggi, che si predica la necessità di un “fisco di sostegno”, con il tutto e niente che significa, bisognerebbe ricordarsi che l’economia di un paese non la cambi con uno sgravio fiscale.

Veniamo al punto. I dati contenuti nell’ultimo bollettino economico di Bankitalia ci dicono che quel poco di crescita del 2019 è arrivato dalla domanda interna (spesa famiglie+investimenti fissi lordi) e dall’export.

L’anno prossimo invece il contributo dell’export si stima verrà più che compensato dalla crescita delle importazioni, con la conseguenza che non avrà effetti sulla crescita stimata, interamente dipendente dalla domanda interna. In particolare, l’unica componente a “tirare” dovrebbe essere la spesa delle famiglie, visto che gli investimenti declinano.

Sulla spesa delle famiglie, scrive Bankitalia, “il Reddito di cittadinanza innalzerebbe la spesa delle famiglie per un ammontare cumulato di circa 0,3 punti percentuali tra la seconda metà del 2019 e il 2020”. Eccolo qua il “magico” effetto moltiplicativo. Gli pseudo-keynesiani all’italiana dovrebbero farsene una ragione. Da un punto di vista macro l’effetto, che pure c’è, sembra assolutamente sproporzionato rispetto allo sforzo finanziario richiesto per generarlo. E con ciò non si vuole minimizzare il beneficio che molti ne hanno avuto, al netto pure delle tante distorsioni economiche o vere e proprie truffe che tale marchingegno ha stimolato. Semplicemente è giusto interrogarsi se tale beneficio non si sarebbe raggiunto ugualmente – e magari anche maggiore – con strumenti diversi.

La stessa domanda vale per Quota 100, altro provvedimento simbolo dell’altra ossessione che nutre questo paese: le pensioni. I promotori di questo provvedimento raccontarono agli italiani – che erano ben lieti di ascoltare – la favoletta che il pensionamento avrebbe liberato posti di lavoro, con ciò dimostrando di avere una comprensione approssimativa dei meccanismi del mercato del lavoro e soprattutto una sostanziale ignoranza della letteratura specifica. I pochi che osservarono che non esiste alcun automatismo che associ un nuovo posto di lavoro – anche più di uno secondo alcuni – a un pensionato furono classicamente tacciati di disfattismo.

Sempre Bankitalia scrive nel suo Bollettino che “l’occupazione crescerebbe a tassi moderati, poco più di mezzo punto percentuale all’anno nel periodo 2020-22”. Ciò in quanto “in linea con le regolarità empiriche” le uscite dal lavoro connesse all’approvazione di quota 100 “verrebbero solo parzialmente compensate da assunzioni”. Addirittura, “l’impatto di queste misure sull’occupazione complessiva
sarebbe nell’ordine di -0,4 punti percentuali”.

Quindi abbiamo spesa un numero imprecisato di miliardi – a debito – per far felice un pugno di pensionati anticipati senza raggiungere (tutto al contrario) l’obiettivo che ci si era proposti.

Alla fine tutto ciò che abbiamo ottenuto con queste misure è molto poco rispetto al tanto che ci sono costate, e non solo dal punto di vista economico. E il fatto che si parli ancora di pensioni significa che non abbiamo neanche ottenuto neanche un risultato minimo. Quello di smetterla.

 

Cronicario: E il venerdì arrivano pure le cavallette


Proverbio del 24 gennaio Un grande talento richiede molto tempo per maturare

Numero del giorno: 3,8 Crescita % commercio extra Ue nel 2019

Siccome è venerdì, voglio chiudere in bellezza una settimana funestata da vari vertici internazionali, emergenze climatiche (ormai equivalenti al pane e coperto dei nostri menù informativi) e persino a rischio pandemie.  Perciò scelgo una notizia che ci fa capire che finalmente le nostre sofferenze stanno per terminare. Siamo a una svolta:

Mi spiego. L’Onu ha decretato l’emergenza locuste in Africa orientale. La Fao ha annunciato che il numero di queste graziose bestioline, che sicuramente fuggono dal riscaldamento climatico o dalla Cina impestata, può crescere più di 500 volte del solito. Erano 70 anni che non succedeva, almeno in Kenya. D’altronde il riscaldamento e la Cina c’erano già da allora.

L’arrivo della piaga biblica, è un’ottima notizia, ne converrete, suggellando l’apoteosi delle nostre disgrazie. E’ chiaro che si prepara la fine del mondo. Così finalmente la smetteremo di preoccuparci. E vi dico anche un’altra cosa: arriverà puntuale, la catastrofe. Come ogni lunedì.

Buon week end.

Cartolina: Cinquant’anni di solitudine


Sono bastati cinquant’anni, peraltro di crescente benessere, per trasformare quelle che erano famiglie numerose in fabbriche di unigeniti. Nelle nostre case all’affollamento rumoroso della fratellanza si è sostituita la solitudine più o meno silenziosa del figlio unico su cui convergono attenzioni, aspettative e patrimoni, col risultato di gravarlo di un peso che una volta veniva suddiviso equamente e perciò risultava leggero. Ma questo sarebbe il meno. La pratica del figlio unico, già politica sperimentata dai cinesi con grave danno per la società e l’economia, prepara persone che un giorno, più o meno adulti, si troveranno senza più in dote legami famigliari. Ma probabilmente non se ne accorgeranno nemmeno.

Cronicario: Si scalda il Fis(i)co di sostegno


Proverbio del 23 gennaio I corvi sono dappertutto neri

Numeri del giorno: 616 Persone che risultano contagiate dal virus cinese

Provo a raccapezzarmi fra notizie che dicono tutto e il contrario di tutto, ma con risultati scarsi.

Per dire: l’Inps prima dice che nel 2019 ha autorizzato 259,6 milioni di ore di cassa integrazione, il 20,2% in più rispetto al 2018. E poi dice che nei primi 11 mesi del 2019 c’è stato un aumento del 111% dei contratti a tempo indeterminato.

Per un attimo  – ma solo un attimo eh – penso persino di approfondire. Ma poi lo spirito del tempo ha il sopravvento.

Anche perché vengo raggiunto da una dichiarazione fulminante del nostro ministro dell’Economia, che rima sempre con Mammamia pure se nel frattempo il titolare ha cambiato nome. Costui, il nuovo titolare non il vecchio, dalle cime di Davos, non più innevate a causa del riscaldamento globale e delle parole infuocate di GretaS, se n’è uscito con la spiegazione definitiva sulla crisi.

Eccole: “L’Italia, e l’Europa, hanno bisogno di una posizione fiscale che sostenga”. Perché è tutta una questione di sostegni, signora mia. Ma attenzione, “non si tratta di spendere per spendere, piuttosto di colmare una carenza di investimenti”.

Sissignora. “Dobbiamo chiederci – dice il ministro economico – perché in Europa ci siano tassi più bassi che negli Usa. E la risposta è che gli Usa hanno avuto uno stimolo di bilancio, che ha rilanciato la crescita e consentito tassi più alti”.

E’ chiaro che con un ministro così non basta il Fisco di sostegno. Ci vuole anche il fisico.

A domani.

A fine gennaio arriva la Brexit che non cambia (quasi) nulla


Dopo tanto rumore – per lo più per nulla – il 31 gennaio prossimo, a valle della ratifica parlamentare in corso, arriverà la tanto attesa Brexit nella quale, in applicazione dell’accordo raggiunto il 17 ottobre scorso e la successiva proroga accordata dagli europei il 29 dello stesso mese, l’UK uscirà dall’UE.

Alla separazione formale, cui corrisponderà il venir meno della partecipazione britannica agli organismi istituzionali dell’Unione europea, corrisponderà però una stabilità sostanziale delle discipline che regolano le due entità, visto che l’accordo statuisce la vigenza di un periodo di transizione che terminerà alla fine di quest’anno, durante il quale le normative dell’Ue verranno applicate dal Regno Unito e nel Regno Unito. Il che servirà a mettere in sicurezza i servizi bancari e finanziari, per i quali più di altri si temevano le conseguenze di un’uscita disordinata.

In sostanza, le istituzioni finanziarie britanniche conserveranno il cosiddetto passaporto unico, che consente loro di operare nei mercati europei e permette il mutuo riconoscimento dei sistemi di vigilanza. Entro il 30 giugno prossimo le due parti potranno decidere di prorogare ulteriormente questa intesa per uno o due anni.

Bankitalia, che nel suo ultimo Bollettino economico dedica un approfondimento al tema, ricorda poi che rimangono confermati anche i diritti di libera circolazione dei britannici già residenti nell’Ue, o che vi si trasferiranno entro fine anno, e viceversa. Altresì rimangono riconosciuti le abilitazioni professionali e i servizi sociali.

La questione più complessa, che non a caso ha impegnato fino all’ultimo i negoziatori e determinato la crisi politica sfociata nelle elezioni vinte dall’attuale premier, rimane quella delle due Irlande che convivono nella stessa isola: una, quella del Nord, che è territorio britannico e l’altra che sta addirittura nell’eurozona.

Poiché nessuno voleva una frontiera fisica fra i due stati è stato approvato un meccanismo che prevede un confine aperto, anche dopo la fine del periodo di transizione, determinando l’esistenza di un’area di libero spostamento delle persone fra l’Irlanda “europea” e il Regno Unito. L’accordo statuisce che l’Irlanda del Nord appartenga formalmente, anche dal punto di vista doganale, al Regno Unito, “ma di fatto – spiega Bankitalia – istituisce un doppio regime doganale e regolamentare”.

I beni che provengono da paesi terzi o dal Regno  Unito, che hanno la possibilità di entrare nell’UE, perché soggetti a trasformazione nel territorio irlandese del Nord, saranno soggetti ai dazi e alle regolamentazioni UE. Per i beni destinati unicamente al consumo locale in Irlanda del Nord è prevista invece l’esenzione da ogni dazio se
provenienti dal resto del Regno Unito e l’imposizione dei dazi britannici se provenienti da paesi terzi. Al tempo stesso i beni che provengono dall’UE “saranno esportabili liberamente – senza dazi e controlli regolamentari – in Irlanda del Nord, e viceversa”. Ogni quattro anni il parlamento irlandese sarà chiamato a votare sull’applicabilità di questo regime speciale, che di fatto rendere l’Irlanda del Nord un partner “privilegiato” dell’UE.

La Brexit, finora, è tutta qua.

Cronicario: Guarda o Maio quant’è bello


Proverbio del 22 gennaio Quando c’è una meta anche il deserto diventa strada

Numero del giorno: 532 Reddito di cittadinanza in euro medio a gennaio 2020

Stavo già parecchio in ansia per la misteriosa malattia cinese, che dai tempi della peste nera medievale finisce sempre con l’arrivare qua, quando mi sono capitate sotto gli occhi le prima pagine dei giornali, come sempre attente alle cose che davvero interessano ai cittadini.

E così ho scoperto la vera notizia del giorno, che però doveva ancora succedere anche se già si sprecavano i coccodrilli. Vale a dire il fatto che Lui, il già vicepremier del governo del cambiamento poi cambiato in ministro dell’esteriorità, avrebbe deciso di fare il famoso passo indietro.

Pare che l’evento abbia generato una notevole crisi nel noto Movimento del firmamento – nel senso di firme digitali – con alcuni già a rimpiangere l’ei fu siccome mobile: giovane, bello e soprattutto intelligente.

Proprio lui che poco dopo annunciava urbi et orbi, promettendo “cose importanti” da dire alle 17 in punto di oggi, che lasciava l’incarico di capo.

Capo retto, per giunta. Tutto il resto è noia (cit.).

A domani.

PS Siccome la sfiga ci vede benissimo, a differenza della fortuna cieca, questo è l’anno della cultura e del turismo fra Italia e Cina, che il Nostro Capo retto in retromarcia avrà di sicuro sponsorizzato. Quindi sono attesi molti più cinesi del solito. Speriamo ci ripensino.

Nel cuore dell’Eurasia: La variabile energetica dell’Asia centrale


Oggi come ieri l’Asia centrale gioca un ruolo fondamentale, per quanto sconosciuto ai più, nel vasto processo di globalizzazione che sta emergendo lentamente ma con decisione all’interno della piattaforma continentale dell’Eurasia, e con buona ragione. Se, come abbiamo visto, le rotte energetiche stanno divenendo la maglia della rete di relazione che avvinghia sempre più la geografia degli stati, i paesi del centro Asia sono assai ben dotati di ciò che serve per partecipare al nuovo Grande Gioco. Non solo perché sono “centrali” per la geografia – dallo Xinjian cinese alla Russia, l’Asia centrale è un passaggio obbligato – ma perché sono piene di petrolio e gas. Ossia la materia prima che più favorisce rapporti di buon vicinato.

Giocoforza che questi paesi siano finiti – proprio come ai tempi di Kipling – nel gioco delle grandi potenze di oggi. Che sono la Russia e la Cina, ovviamente, con la prima a rinverdire certe nostalgie sovietiche, per non dire zariste, e la seconda antichi espansionismi d’epoca imperiale. Ma ci sono, per ragioni e con capacità diverse, anche l’Iran e la Turchia, ma soprattutto gli Stati Uniti, che pur non essendo prossimi di geografia, godono del vantaggio storico della superpotenza, avendo peraltro annunciato da tempo di avere in mente qualcosa per questa porzione di mondo.

Diventa perciò assai utile provare a fare il punto, servendosi allo scopo di un bel paper pubblicato nel marzo scorso dalla Fondazione Enrico Mattei che consente di farci un’idea quantomeno aggiornata del coacervo di interessi che ruota attorno a queste terre sterminate e complesse, anche se limitatamente a Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan, ossia i principali beneficiari delle risorge energetiche della zona.

Risorse che per anni sono state sfruttate dalla Russia – importate a Mosca a costi politici e riesportate in Occidente a prezzi di mercato – e che adesso sono al centro di una tenzone che non risparmia neanche l’Ue, impegnata nell’ambizioso obiettivo di sfidare l’influenza russa nella zona accedendo direttamente alle risorse energetiche centro-asiatiche. Che significa, di conseguenza, avere meno dipendenza da quelle russe.

Non è certo un caso che il Kazakhstan, che dei tre paesi è quello che meglio ha saputo interpretare la transizione verso la modernità, abbia sviluppato progetti energetici con consorzi internazionali: Tengiz, Karachaganak e Kashagan. Sia l’Ue che gli Usa, fin dal 1990 – quindi all’indomani del crollo dell’URSS – hanno investito nel petrolio Kazakho, e tuttavia la Russia mantiene ancora un controllo sostanziale sull’export del paese grazie alla proprietà delle infrastrutture – la CPC pipeline – che collega la Russia al paese.

Diversamente, la Cina ha iniziato a interagire col paese utilizzando il suo potere economico, fornendo quindi prestiti, che le hanno fornito lo “spunto” necessario a superare l’India, quando si è trattato, nel 2005, di comprare il 50% della PetroKazakhstan e, nel 2013, l’8,33% della compagnia Kashagan. Non è certo un caso che le fornitura di gas kazakho ai cinesi siano cresciute notevolmente nel corso del tempo.

Ancora una volta si osserva lo schema che abbiamo ipotizzato altrove: la Cina opera come motore, la Russia come connettore e la Turchia, ancora in sordina, nel ruolo di stabilizzatore.

Ne possiamo trovare traccia anche nelle vicende occorse al Turkmenistan. Dopo una lunga fase di svendita delle proprie risorse ai russi, la crescita dei prezzi iniziata dopo il 2000 provocò dei dissapori fra i due paesi che condussero, nel 2006, all’accordo del Turkmenistan con la Cina per la costruzione del Central Asia-China gas pipeline, entrato in servizio nel 2009.

La Russia si è ritirata dal fronte turkmeno e la Cina è divenuta rapidamente l’unico compratore di gas del paese. I tentativi turkmeni di diversificare gli acquirenti, vendendo gas all’Iran, sono cessati all’inizio del 2017 – malgrado la costruzione di due gasdotti nel 1997 e il 2010 – a causa di un debito di 1,8 miliardi di dollari non pagato da Teheran. I paesi occidentali hanno provato a convogliare il gas turkmeno nella sottomarina Trans-caspian pipeline, ma senza successo, prima a causa delle interdizioni di Russia e Iran, col pretesto dello status del Caspio, e poi per i problemi economici e industriali connessi all’opera.

Non è certo un caso che proprio di recente l’Ue sia tornata a sottolineare l’importanza strategica di questa infrastruttura. Nel frattempo però i turkmeni si sono consolati con la TAPI pipeline, una ambiziosa infrastruttura che collega il paese con l’India, passando da Afghanistan e Pakistan.

Dei tre paesi considerati, l’Uzbekistan è quello che esporta meno, per la semplice ragione che consuma molta della sua produzione all’interno. Il paese è ancora bene inserito nell’orbita russa, con la Gazprom e la Lukoil saldamente insediate nel territorio per sviluppo e esplorazioni. Ciò può servire a spiegare come mai il paese appaia molto intenzionato a partecipare all’Unione euroasiatica a guida russa.

La Cina dal canto suo, verso la quale la Lukoil russa esporta il gas uzbeko, ha guadagnato influenza sul paese, che ha rapporti alquanto freddi con l’Occidente a causa delle politiche seguite dalla dirigenza uzbeka, giudicata poco attenta verso democrazia e diritti umani. Il cambio di regime, seguito alla morte del vecchio presidente nel 2016, potrebbe cambiare questo stato di cose, ma al momento il paese sembra ancora molto lontano da noi.

Ed in effetti lo è.

(1/segue)