Etichettato: maurizio sgroi

Cronicario. C’erano una volta Mister T, Mister J e Mister X


Proverbio del 27 marzo Se vuoi imparare ascolta i bambini

Numero del giorno: 85.000 Casi di contagio in Usa

Ve lo ricordate Mister T, quello cattivissimo? Quello che diceva America First e cazziava a ogni pie’ sospinto i cinesi. Quello che faceva la guerra (commerciale) per fare la pace. Il terribile mister T, insomma.

No, non proprio questo. Quello pettinato. Ecco insomma, il nostro Mister T ha tuittato di aver “appena concluso un’ottima conversazione con il presidente della Cina. Discusso in dettaglio di coronavirus che sta devastando gran parte del nostro pianeta” e verso il quale “la Cina ha molta esperienza e ha sviluppato una forte conoscenza del virus. Stiamo lavorando a stretto contatto insieme”. E soprattutto, dice, “massimo rispetto”.

E l’altro, Mister X? Dice che “Cina e Usa dovrebbero unirsi nella lotta” e che le relazioni fra i due paesi “sono arrivate a una congiuntura importante”.

Se dopo queste dichiarazioni dubitaste ancora del potere del coronacoso, allora non so più come spiegarvi che il cosetto lì è venuto al mondo per diffondere l’armonia e la concordia fra i potenti, che usciranno da questa pandemia del tutto irriconoscibili.

Mister J, per dire, ve lo ricordate? Quello che conviene ammalarsi per diventare immuni. Beh, il virus l’ha sentito ed è corso ad abbracciarlo. E noi nell’augurargli una pronta e felice guarigione, auspichiamo che anche lui ne esca trasformato.

Almeno che cambi parrucchiere.

Buon week end.

Cartolina. Il whatever it takes della Fed


C’è stato un momento, nella giostra finanziaria di queste settimane, in cui il Treasury americano, ossia il fondamento del sistema finanziario globale, è finito sotto attacco e per ottime ragioni. Sono sia di ordine squisitamente tecnico, per il ruolo che svolge come collaterale in molti mercati, fra i quali quello dei repo, sia più sottilmente politiche. Il panico virale, in sostanza, ha testato la capacità di reazione dei regolatori dei mercati. La Fed, tanto per cominciare, che del Treasury – ossia della moneta che lo denomina – è la gelosissima custode. Osservando, dal 9 marzo in poi, le curve crescenti del rendimento del titolo di stato statunitense, che agiva come un buco nero sulla liquidità globale, perché voleva dire che molti vendevano Treasury cercando moneta, non restava altro da fare che l’ennesimo whatever it takes. E quindi tassi di nuovo azzerati e liquidità senza limiti. Il mercato ha bluffato. La Fed ha visto il bluff. Però ha vinto il mercato.

Cronicario. Alla Bce girano le pale


Proverbio del 26 marzo Chi non ha passato non ha futuro

Numero del giorno: 8.578 Aumento contagi in Spagna in un giorno

Lo sentite, sì, il profumo dei soldi? Io no, ma pazienza. Dipenderà dal fatto che i miei seni nasali soffrivano già prima dell’avvento del coronacoso, e perciò ho perso una certa sensibilità. Ho sentito l’odore dei soldi che mi uscivano di tasca, quello sì. Di entrate nisba.

Però forse voi la sentite questa fragranza di euri appena stampati del torchio instancabile della Bce. Perché i soliti beninformati giurano che sono partite le spese da Francoforte, quelle annunciate da Madame la Presidenta finalmente in modalità Supermario, pure se in assenza delle indispensabili occhiaie profonde.

Perché uno mica si fare venire occhiaie così a caso. C’è tutto un tormento di sbirciamenti negli affatto e negli affetti, negli affari e negli afferri, dietro a uno sguardo così intelligente, che ieri ha fatto parlare di sé in tutto il mondo per aver ripetuto la semplice elementare verità che tutti vogliono sentirsi ripetere e divenendo così eroe dei due mondi.

Sicché mentre Supermario, ormai libero di filosofeggiare sulle colonne del Financial (bad) Times, auspicava l’apertura di tutti i rubinetti, auspicando un alluvione di soldi gratis a tutti – modello americano ma di più – la sora Bce iniziava a far girare le pale del mitico elicottero…

mentre aspettava che quei geni dei capi di governo dell’Ue, o almeno dell’eurozona, si decidessero per una volta a fare whatever it takes al posto di Supermario. Ma conoscendoli, figuriamoci. Altro che giramento di pale.

A domani.

La guerra del petrolio costerà cara alla Russia


Persino in questo momento di acuta pandemia informativa sul coronavirus le cronache del mercato del petrolio tengono ancora viva l’attenzione degli osservatori (pochi) che tentano di capire il mondo che questo sconquasso globale sta preparando, per la semplice ragione che il petrolio, virus o non virus, rimarrà la fonte principale di energia al mondo.

Questa semplice ragione, unita alla circostanza che la guerra russo-araba sui prezzi del greggio è capitata probabilmente nel periodo peggiore – d’altronde i guai non vengono mai da soli – e per le ragioni peggiori: mettere fuori mercato i produttori Usa di shale oil e insieme regolare i conti fra i produttori tradizionali, verso i quali la bassa marea della domanda generata dall’emergenza sanitaria ha finito col far emergere una certa ruggine che evidentemente cresceva inosservata.

D’altronde, aldilà dell’intenzione di penalizzare lo shale, rimane il problema di garantirsi quota di un mercato che la crisi ha ristretto improvvisamente e chissà per quanto tempo. Quello cinese, per esempio. I raffinatori cinesi avranno sicuramente grandi vantaggi ad acquistare petrolio a costi ridotti e circolano già diverse voci che raccontano la tentazione del governo di Pechino di aumentare le riserve strategiche di greggio approfittando del calo dei prezzi. Ma è chiaro a tutti che se la produzione cinese non tornerà rapidamente ai livelli pre crisi – l’industria ha prodotto il 15,3% in meno fra gennaio e febbraio e gli investimenti, calo peggiore degli ultimi 30 anni, sono calati del 24,5% (il 28,5% quelli hi tech) – la domanda di petrolio cinese rimarrà fredda con conseguente rilevanti per l’offerta di greggio, che rimane ben al di sopra. E quindi sui prezzi, destinati a rimanere bassi – qualcuno vede già la soglia dei 20 dollari – e pure a lungo.

Di fronte a questo scenario non è esagerato definire quantomeno avventurosa l’idea di far scoppiare una guerra commerciale sul greggio da parte di paesi che sulle quotazioni del greggio basano gran parte della propria economia. Se è pur vero che sia Russia che Arabia Saudita godono di ampie riserva valutarie, è vero altresì che usare le riserve porta con sé la fastidiosa controindicazione che tendono a diminuire molto rapidamente, come la stessa Russia e Arabia Saudita hanno sperimentato quando durante l’ultimo robusto calo dei prezzi del petrolio.

La Russia in particolare – vedremo poi l’Arabia Saudita – parte da una situazione fiscale non proprio esaltante che già nel 2019 vedeva entrate in calo – con una crescita del 6% – a fronte di uscite assai più robuste (+10%). Ciò aveva provocato un restringimento del surplus di bilancio al 2%, a fronte del 3% nel 2018. E parliamo di un anno nel corso del quale il petrolio era quotato ben oltre i 50 dollari al barile.

Peraltro il declino delle entrate russe del 2019 è stato provocato proprio da un calo del 10% degli incassi da oil&gas, che hanno rappresentato il 20% degli incassi complessivi. E questo da un’idea molto concreta di quanto possa impattare il robusto calo del greggio di queste settimane sulla contabilità del 2020.

Sul lato delle spese l’anno scorso la Russia ha speso molto nell’housing (+15%), la sanità (+14%), l’istruzione (+10%), l’amministrazione dello stato (+10%). Meno per difesa e sicurezza interna (+6%) e spesa sociale (+6%).

Ma la Duma ha approvato dei piani per il prossimo triennio che prevedono un aumento della spesa che dovrebbero essere finanziati con asset del National Welfare fund e a fronte di una previsione di aumento delle entrate del 3% quest’anno e di oltre il 6 nei prossimi due. Ma si tratta di previsioni dell’autunno scorso, e quindi ormai assai poco fondate.

Proprio queste previsioni ipotizzavano che quest’anno il surplus si attestasse intorno allo 0,8%, ma con un prezzo del greggio di 58 dollari al barile (Urals crude). La svalutazione de rublo dovrebbe parzialmente controbilanciare il calo dei prezzi, che sono comunque denominati in dollari, ma non abbastanza. Con un prezzo a 50 dollari al barile, già quest’anno la Russia avrebbe un deficit fiscale a meno di non rimodulare la spesa. E al momento il petrolio sta a meno di 30 dollari. Il fatto che il National welfare fund abbia asset quantificati nell’ordine del 9% del pil è sicuramente rassicurante. Proprio come una clessidra che inizia a vuotarsi.

 

 

Cronicario. L’altro contagio del coronacoso


Proverbio del 25 marzo Dove c’è volontà, c’è soluzione

Numero del giorno: 2.000.000.000.000 Fondi stanziati dal Congresso Usa per contrastare l’epidemia

Quanto sia sottilmente perfido il coronacoso, lo capisco d’improvviso mentre mi sorprendo a pensare al principe Carlo d’Albione che come tanti altri vips ha ritenuto necessario farci sapere (ma poi perché?) che si è beccato il malanno. Per la prima volta mi sono raffigurato l’eterno erede persino autorevole, mentre col sopracciglio umido prometteva alla corte che ce l’avrebbe fatta. Pensate poi che senso di tranquillità mi ha dato sapere che anche la regina sta bene.

D’altronde, mai come in questi giorni le quotazioni dei regnanti e dei loro maggiordomi sono state così alte. Persino quelle dei regnanti repubblicani. Il presidente francese, per dire. Giurano che le sue quotazioni, crollate all’epoca della riforma delle pensioni, non siano mai state elevate come adesso, che impugna siringa e stetoscopio.

Persino il nostro primo minestra, dicono i soliti sondaggiari, sarebbe al 70% del gradimento.

Capite quant’è perfido, il coso? Ti distrai un attimo e bum: ti colpisce. Non i polmoni. Il cervello.

A domani.

L’assalto al risparmio italiano è già iniziato


Molti temono che all’indomani della cessata emergenza sanitaria, con un debito pubblico aumentato significativamente, l’Italia si troverà a dover fare i conti con il suo personale redde rationem, tanto ritardato quanto inevitabile. Pure se l’Ue dovesse trovare il modo – e non è affatto detto che riesca – di socializzare parte dell’aumento del debito pubblico provocato dall’epidemia, e dando per scontato che la Bce – tramite Bankitalia – continuerà ad iniettare risorse nel sistema, il nostro paese si troverà comunque gravemente impedito dalla prevedibile diminuzione del prodotto interno lordo generato dalle varie chiusure, chissà quanto prolungate. E di conseguenza il rapporto debito pil aumenterà automaticamente.

Da qui nascono i timori che a un certo punto ci venga presentato il conto. E da qui il crescente alludere alla circostanza che a farne la spesa sarà il risparmio degli italiani, da anni ormai indicato come punto di forza dell’economia del nostro paese insieme al settore esportatore, che purtroppo però in questa crisi può fare poco per aiutarci. Ciò che molti paventano è che arriverà una qualche forma di prelievo straordinario per riportare il debito pubblico su un percorso sostenibile. Alcuni lo auspicano persino.

Ciò che trascurano di sottolineare, questi soggetti, è però che il risparmio italiano è già stato notevolmente impegnato in questa crisi. Innanzitutto perché i crolli di borsa hanno avuto un impatto importante sulla ricchezza finanziaria. Poi perché molti lavoratori hanno visto prosciugarsi la loro fonte di reddito e quindi hanno dovuto necessariamente attingere ai loro risparmi. Questo, a sua volta, può aver generato un effetto sulle borse, visto che molto del calo può essere dipeso dalla richieste di smobilizzo di asset di sottoscrittori rimasti senza reddito.

E’ chiaro che questa situazione peggiorerà al prolungarsi della crisi sanitaria. Qualcuno ha stimato che l’ultimo lockdown del governo costi 100 miliardi di prodotto al mese. Ma aldilà delle quantità, è chiaro che nell’attesa che i poteri pubblici riescano (se mai riusciranno) a far arrivare denaro al sistema produttivo chiuso per emergenza, saranno i singoli soggetti economici – famiglie e imprese – a doversi far carico delle spese necessarie alla semplice sopravvivenza, visto che non è rimasto molto altro da fare. E lo faranno attingendo non solo ai propri asset finanziari liquidabili, ma anche al proprio risparmio previdenziale, nella forma ad esempio di sussidi erogati dalla casse professionali.

Ciò per dire che alla fine di questa emergenza, e ancora prima che ci vengano a chiedere conto dei nostri debiti pubblici, dobbiamo aspettarci un dimagrimento più o meno pronunciato della nostra ricchezza privata. E in più avremo anche un maggior debito pubblico. Detto semplicemente: saremo tutti più poveri. Speriamo ci incoraggi a rimboccarci le maniche.

Cronicario. Chiudo anch’io, no tu no


Proverbio del 23 marzo Il povero è uno straniero in patria

Numero del giorno: 4.824 Operatori sanitari contagiati in Italia

Allora chiudo. Dovresti chiudere. Vorrebbe chiudere. Forse chiudiamo. Di sicuro voi chiudete, mentre questi non chiudono.

Dopo aver declinato in ogni modo (indicativo, congiuntivo e soprattutto condizionale, ma senza trascurate l’imperativo) il verbo stare a casa, il governo ha passato l’ultimo fine settimana esercitandosi col verbo chiudere, arrivando a decretare nottetempo via social, ma con rinvio, come da tradizione, chi e cosa sarebbe stato chiuso entro le prossime 48 ore.

Nel frattempo rimanevano aperte le autostrade, con scene da ferragosto ai traghetti per la Sicilia.

Per non farci mancare niente, stamattina sono arrivati anche gli annunci di sciopero da parte di alcuni sindacati che giudicavano non si fosse chiuso abbastanza, mentre gli imprenditori rilasciavano dichiarazioni da apocalisse.

Nella prossima puntata: Chiuderemo tutti?

A domani.

La crescita incontrollabile del credito privato


Ora che la paura torna a stressare i mercati finanziari, può essere opera utile di informazione provare a censire le linee di faglia amorevolmente coccolate da un decennio di politiche monetarie e fiscali espansive che hanno finito con l’aumentare il debito complessivo anziché ridurlo.

Per iniziare questo poco incoraggiante censimento possiamo partire da un approfondimento pubblicato dalla Bis di Basilea nella sua ultima quarterly review, dove di analizza la poco osservata (finora) anomale crescita del credito privato, ossia una delle tante componenti del debito privato.

A scanso di equivoci è meglio precisare che la Bis classifica come credito privato i prestiti concessi da entità non bancarie, proprio per distinguerlo dal credito intermediato dal circuito bancario.

Si tratta di prestiti concessi a piccole imprese, ossia le stesse che patiranno assai più di altre i guasti dell’epidemia virale, che però prima che scoppiasse quest’ennesima emergenza avevano attinto ampiamente a questo segmento di mercato. Basti considerare che questi prestiti non superavano i 300 miliardi, nel 2010, e sono diventati quasi 800 miliardi nel 2018 (grafico sopra pannello di sinistra). Si tratta di una crescita che vale l’8% dell’espansione creditizia che si è registrata fra le aziende non finanziarie (NFC non financial corporation) delle economie avanzate negli otto anni considerati. Il che serve a dare la misura del peso specifico di questa nicchia che non ha certo la pretesa di essere sistemica, ma sicuramente è capace di provocare notevoli danni.

Una delle ragioni di tale potenziale dannosità risiede nel fatto che compagnie di assicurazioni e fondi pensioni, sempre alla fine del 2018, risultavano essere massicci investitori in questo segmento – un terzo circa del totale – che sommandosi ai massicci investimenti fatti da questi soggetti in un altro segmento molto simile, quello dei leveraged loan, direttamente o tramite CLOs (collateralised loan obligations), porta l’esposizione complessiva a questi crediti a dir poco rischiosi a quasi 600 miliardi che è molto difficile mappare e conoscere.

Interessante osservare come la crescita di questa fetta di mercato abbia accelerato notevolmente dopo la grande crisi finanziari del 2008, guidata per lo più dalla fame di rendimento – si calcola uno yield più elevato di circa il 2% su questi prestiti – che ha contagiato anche gli investitori istituzionali, alle prese col problema di dover garantire a loro volta dei rendimenti ai loro sottoscrittori.

Ovviamente ora che la situazione è di nuovo emergenziale nessuno baderà più a questa piccola crepa aperta nel tessuto finanziario. Quando c’è un incendio bisogna pensare a spegnerlo, diranno tutti. Il problema è che spesso questo genera altri problemi.

Cronicario. Vigileremo per terra, per mare e per cielo!


Proverbio del 20 marzo Se apri l’occhio del cuore vedrai cose invisibili

Numero del giorno: -0,6 Pil Italia nel 2020 secondo stime Fmi

Finalmente vedremo i militari per strada, dice la Prefettura di Milano, e speriamo che non abbiano la licenza di uccidere i poveri corridori solitari, che nell’isteria collettiva che ci sta divorando sono diventati il nemico pubblico numero uno: un coronavirus a due gambe e pure veloce. Così almeno mi sembra di capire sfogliando i social, più deliziosi del solito, che pullulano di foto di runner fatti da un telefonino che immagino avesse motivi legittimi  per stare in giro a far riprese.

Ma soprattutto m’inorgoglisce la nostra maschia dimostrazione di capacità di controllo del patrio territorio. Per le strade è un pullulare di uomini e donne in divisa che controllano i guinzagli e i certificati di milioni di italiani che ancora si ostinano a sfuggire al domicilio coatto per i motivi più futili. Tipo comprare ortaggi freschi, anziché far la spesa solo una volta a settimana come autorevolmente suggerito.

La migliore l’ha legiferata una tale regione che ha detto vabbé, potete far la spesa, ma solo vicino casa. Se qualcuno mi spiega cosa cambia fare la spesa vicino o lontano ve ne sono grato.

Ma soprattutto mi rassicura la storia di quei finanzieri, che grazie alla sorveglianza “per mare e per cielo” – testuale – hanno identificato dei tizi, addirittura quattro, che incuranti di ogni riguardo per lo spirito dei tempi si stavano facendo un barbecue all’aperto.

Detto ciò, auspico che il vigoroso sistema giudiziario nostrano vagli, asseveri e dia seguito alle migliaiadimila denunce che piovono nottempo sul suo desco e condanni gli attentatori della salute pubblica a ciò che si meritano, oltre alla gogna, che comunque a noi italiani piace tanto. Come dite? I tribunali sono chiusi? Nessun problema. Faranno Smart Working.

Buon week end (a casa).

Cartolina: La benzina che brucia sui mercati


Che sarà adesso della mole imponente di debiti, privati e pubblici, cumulati nell’ultimo decennio di defatiganti tentativi di normalizzazione economica, ora che di nuovo è emergenza? Questi debiti, dei quali improvvisamente il mercato ha recuperato la memoria, sono la benzina ideale per l’incendio perfetto che sta bruciando le borse. Lo abbiamo già visto ed è possibile provare a immaginare come finirà. Le borse torneranno a salire insieme ai debiti che andremo a fare per sostenerle. Chi può prenderà tempo. Altri faranno buoni affari. Molti, quelli meno solidi, ci perderanno. Dall’inizio del secolo è la terza volta che assistiamo a una pandemia di panico finanziario. Prima per la bolla di internet, seguita dal dopo Torri Gemelle, poi i subprime, ora il coronavirus. Dovremmo esserci abituati. E forse ormai lo siamo.