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Il problema energetico è innanzitutto fiscale


Perché sia chiaro di cosa parliamo, quando parliamo di energia, risulta molto utile osservare i conti fatti da Ocse sulla differenza fra i prezzi all’ingrosso di gas ed elettricità, e i prezzi al dettaglio, ossia quelli che i cittadini e le imprese pagano per le loro forniture. Come si può osservare dai grafici sopra, le differenze sono rilevanti, specie in Europa. In Germania, ad esempio, l’indice del gas naturale, basato a marzo 2021, si è moltiplicato quasi per dodici, ma il settore retail ha visto “solo” un semplice raddoppio. E sappiamo bene, per averli vissuti sulla nostra pelle anche noi italiani, quanto abbiano pesato questi rincari sul costo della vita.

Ciò che è ovvio, ma che è opportuno sottolineare, è capire dove sia finita la differenza fra il costo all’ingrosso e quello al dettaglio. La risposta è nota: l’ha pagato lo stato. E questo spiega le notevoli complicazioni fiscali di fronte alle quali sono trovate le economie importatrici, gli enormi stanziamenti messi sul tappeto per salvare i giganti energetici, che hanno dovuto comprare all’ingrosso senza poter scaricare tutto l’aggravio sul retail, contribuendo all’aumento del debito pubblico, già peggiorato a causa della pandemia.

Questa evidenza ci porta alla terza evidenza, che è altrettanto ovvia e tuttavia poco discussa: il problema energetico non ha a che vedere solo con l’inflazione, ma anche con l’equilibrio fiscale dei governi. L’arma dell’energia rilascia effetti lenti, oltre a quelli immediatamente visibili. Ma non per questo meno letali.

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Cartolina. I gemelli del rendimento


Un semplice esercizio di osservazione può suggerirci una interessante suggestione sul funzionamento dell’economia internazionale. A un certo punto la Fed decide di alzare i tassi di interesse, interropendo un declino dei rendimenti (yield) sui decennali che andava avanti dal 2016 e li aveva condotti – tranne per un breve momento prima del Covid, in territorio negativo. Quindi i creditori pagavano i debitori, anziché il contrario. A questo punto si innesca una curiosa dinamica. Il Giappone, che pure aveva visto i suo rendimenti avvicinarsi a zero, dopo un lungo periodo in territorio negativo, ignora le politiche della Fed e prosegue nella sua scelta di allentare il credito, e i rendimenti tornano rapidamente in territorio negativo. L’Europa, seppure con un certo ritardo nelle decisioni di politica monetaria, vede adeguarsi i rendimenti molto rapidamente, prima ancora che inizi il rialzo dei tassi. In sostanza Usa e Ue, almeno in economia, sono praticamente “gemellate”. Peccato che i loro governi non ci badino.

Cartolina. Una vita in vacancies


I mercati del lavoro sono “tirati”, dice Ocse, riecheggiando considerazioni note ormai da mesi. La disoccupazione diminuisce un po’ dovunque e al tempo stesso aumentano le vacancies, ossia i posti a disposizione che le aziende non riescono ad occupare. Negli Stati Uniti sono arrivati addirittura al 7 per cento della forza lavoro. Ocse ipotizza che questo sia una probabile conseguenza del calo dell’immigrazione, favorito dalla pandemia, che ha diminuito la forza lavoro. Ma se la guardiamo in prospettiva dovremmo iniziare a preoccuparci. Specie se ricordiamo le previsioni demografiche, che prevedono da qui a poco più di un ventennio una persona in pensione e una al lavoro, quando una volta il rapporto era almeno di una a tre. In pratica una vita in vacanza per alcuni. E una vita in vacancies per gli altri.

Inflazione, due buone notizie e una cattiva


L’ultimo outlook dell’Ocse sulla situazione economica dedica ovviamente molte pagine all’inflazione che oggi è il fatto economico per eccellenza, considerando gli effetti che può potenzialmente svolgere sul tessuto sociale. Poiché se è parlato e se parla per ogni dove, qui conviene limitarsi a un paio di buone notizie che aggiungono alcuni elementi di fatto alla composita narrazione che si sta costruendo attorno a questo fenomeno, che probabilmente è assai più misterioso di quello che pensiamo.

Quindi, poiché molto si è detto e si è scritto dell’impatto dei rincari sui beni primari sull’indice generale dei prezzi, vale la pena riportare che ormai la pressione, salvo per il gas e il carbone, sembra si stia affievolendo.

Come si può osservare, i prezzi, anche alimentari, stanno tornando al livello ante-guerra. Quindi è ragionevole presumere che la situazione delle commodity sia in corso di normalizzazione.

Altrettanto pare stia accadendo per un altro fattore che ha avuto impatti rilevanti sulla formazione dei prezzi: quello dei costi di spedizione, stavolta esplosi a causa della pandemia. Anche qui sembra che il trend sia in corso di normalizzazione.

Sebbene gli indici rimangano elevati rispetto alle medie storiche, c’è un chiaro retrocedere della tendenza al rialzo, che anche qui lascia ipotizzare che la situazione vada verso la normalità.

Senonché queste due buone notizie si accompagnano a una cattiva: la tendenza di fondo dell’inflazione. Ossia delle componenti extra ai beni primari. La crescita dei prezzi, insomma, si è trasferita anche alle componenti core, del paniere, con una maggiore velocità dei prezzi osservata sui servizi piuttosto che sui beni.

Ed è a questo punto che la questione diventa complicata. Il problema è capire se lo shock partito dai beni primari e dalle strozzature d’offerta sopravviverà agli shock stessi. E in questo scenario rivestono un ruolo molto importante le aspettative, che rimangono ancorate nel medio termine ma sono piuttosto inflazionistiche nel breve. Il 2023, insomma, si prevede con un’inflazione ancora alta.

Le banche centrali lo sanno. Per questo i tassi continueranno a salire, anche se probabilmente meno velocemente di questa metà del 2022. Speriamo che i governi lo capiscano. La politica fiscale servirà a fare la differenza.

Cartolina. L’inverno che verrà


L’inverno sta arrivando, perciò. Ma non è di quello che inizierà fra meno di un mese che dobbiamo preoccuparci. Piuttosto di quello che comincerà fra tredici, a dicembre del 2023, quando i serbatoi di gas saranno meno pieni di oggi e avremo un anno di inflazione in più sulle spalle, che ci avrà deprivato ulteriormente di potere d’acquisto. L’anno che verrà, specie se la maledetta guerra dei russi contro gli ucraini non terminerà, non porterà grandi novità, e tutti quelli che di mestiere fanno previsioni lo ripetono da tempo. I tempi saranno più freddi e lenti, e i nostri salari di conseguenza. Saranno tempo dispendiosi, con l’economia in glaciazione. Le formiche potranno prendersi la loro rivincita sulle cicale. Ma sarà una soddisfazione fugace. Perché anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano. Per l’inverno del 2023 è probabile.

Prime crepe nel mattone europeo


Finché la barca andava, a nessuno veniva in mente di preoccuparsi più di tanto della straordinaria crescita dei prezzi dell’immobiliare nell’eurozona che alla lunga si è anche trasmessa ai mercati più pigri, come il nostro. I tassi rasoterra hanno incoraggiato notevolmente la domanda di credito, e insieme al debito degli acquirenti sono cresciuti i prezzi. Da cui discende che, per la ragione opposta, adesso si teme la contrazione associata per logica all’aumento dei tassi, che già esibisce diverse crepe sulla domanda di credito.

Si tratta di una dinamica, osservata dalla Bce nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, che non incide soltanto sui prezzi dei prezzi degli immobili residenziali (residential real estate, RRE), ma anche su quelli commerciali (commercial real estate, CRE), segmento assai sensibile alle ripercussioni dell’aumento dei tassi di interesse. Le rilevazioni della banca centrale hanno già evidenziato una crescita della quota degli investitori che vedono il mercato orientato al ribasso, e l’aumento di quelli che giudicano il mercato sopravvalutato. Le mitiche bolle immobiliari.

La crescita dei prezzi, d’altronde, è stata persino esagerata in alcune economia europee. E adesso che le condizioni creditizie si vedono in rapido peggioramento, ciò non potrà che generare conseguenze sulla domanda di immobili, sia commerciali che residenziali. “Dopo un lungo periodo di rapida espansione – conclude la Bce – il mercato immobiliare dell’eurozona zona potrebbe aver raggiunto un punto di svolta”. Speriamo che la svolta non conduca a un vicolo cieco.

L’inflazione Usa e la ricerca di un atterraggio morbido


Ogni inflazione è infelice a modo suo, si potrebbe dire parafrasando Lev Tolstoj. E la maggior fonte di infelicità con la quale si stanno confrontando i decisori politici, è la natura enigmatica di questo repentino aumento dei prezzi, arrivato con la furia di un ciclone su economie ancora sommamente fragili.

Sarà che avevamo dimenticato cosa significasse vivere in un contesto inflazionistico, dopo oltre un ventennio di prezzi che sembravano congelati. Oppure che l’inflazione di oggi non somiglia affatto a quella di ieri, se non per i livelli raggiunti dagli indici dei prezzi al consumo, che le cronache sottolineano di continuo. E’ successo anche quando è uscito il dato di settembre dell’inflazione statunitense, arrivata all’8,2 per cento su base annua, con la componente di fondo (core), quindi al netto di materie prime e alimenti freschi, arrivata al 6,6%. “Un livello che non si vedeva dai primi anni ‘80 del secolo scorso”, hanno sottolineato diversi commentatori. Gli stessi che avranno tirato un sospiro di sollievo osservando il dato di ottobre, con l’indice a scendere al 7,7%.

Informazione rilevante se la confrontiamo con la crescita dei posti di lavoro, sempre di ottobre, arrivata a 261mila unità, al di sopra delle previsioni, con la disoccupazione ad aumentare solo di qualche decimale, portandosi al 3,7% dal 3,5 di settembre. Quindi i prezzi salgono, ma adesso con meno pressione, a fronte di un mercato del lavoro “tirato”. Ci sono 1,7 lavori a disposizione per ogni lavoratore disoccupato, secondo quanto riportato da Lisa Cook, componente del Board della Fed, in una audizione dell’inizio del mese di ottobre. Un dato in deciso aumento rispetto all’1,2 che si osservava prima della pandemia. E la situazione è pure migliorata.

Il resto dell’articolo è disponibile su Aspenia On line a questo link.

Cartolina. Sopra a chi tocca


Osservando l’andamento del debito dei soggetti non finanziari dei paesi censiti dal Financial stability board, quelli del G20 tanto per cominciare, due cose in particolare vale la pena sottolineare. Intanto che ormai supera gli 80 trilioni di dollari, quando un decennio fa non arrivava a una decina. La seconda è che a salire sopra a questa montagna di debiti siano stati principalmente i governi, costretti ad aprire generosamente il portafoglio prima per la crisi finanziaria del 2008 e poi per quella sanitaria del 2020, e a seguire le imprese. Entrambi ormai hanno un debito cumulato stabilmente intorno al 100 per cento del pil. Il debito delle famiglie. invece, malgrado qualche saliscendi, non è mai uscito dalla banda di oscillazione compresa fra il 60 e il 70 per cento del pil. Sopra la vetta del 100 per cento non è ancora arrivato. Per adesso. Non è una minaccia. E’ un avvertimento.

La materia oscura dell’inflazione


Poiché ci hanno spiegato e ripetuto quale siano le cause meccaniche dell’inflazione – la pandemia, la guerra, le catene di fornitura, lo shock energetico eccetera – proviamo a alzare un attimo la testa e guardiamo alla sostanza sottile che ne anima le dinamiche, sicuramente più sfuggente e perciò magari fondamentale. Nel senso che può aiutarci a spiegare la crescita della componente di fondo dell’indice ossia quella depurata dai prodotti alimentari e beni energetici.

Tale componente si è rivelata essere assai robusta negli ultimi mesi, nel nostro paese come altrove, ma questo non vuol dire che siamo tutti uguali. Ogni inflazione ha la sua storia, e anche ogni paese.

Per provare a capire un po’ meglio il nostro, e quindi valutare correttamente i rischi verso cui andiamo incontro in un contesto inflazionistico, prendiamo a prestito da una riflessione di Paolo Baffi, che di recente il governatore di Bankitalia Vincenzo Visco ha riproposto nell’ambito di una lectio magistralis alla Camera dei deputati.

Correva l’anno 1976. Baffi, governatore dell’istituto, osservò nelle Considerazioni finali come in altri paesi la legislazione offrisse alla banca centrale “una adeguata base giuridica assegnandole espressamente il compito di tutelare la stabilità monetaria”, aggiungendo tuttavia che “i brillanti risultati conseguiti dalla Germania e dall’Olanda in termini di stabilità e di sviluppo, piuttosto che alle formulazioni legislative, debbono ascriversi a un clima di opinione che al maturarsi dell’analisi e dell’esperienza ha cessato di assegnare al disavanzo durevoli effetti espansivi, o agli aumenti nominali delle retribuzioni effetti migliorativi della condizione della classe operaia in termini di reddito reale e di occupazione. (…) Il nostro paese soffre invece, oggi specialmente, di una obiettiva alleanza che promuove e sostenta l’inflazione, stretta tra le forze politiche e sociali: quelle che definiscono il contenuto del bilancio e quelle che definiscono il contenuto dei contratti di lavoro”.

Queste parole, scritte quasi cinquant’anni fa, meritano di essere ricordate, magari in forma di domanda. Siamo riusciti, come paese o come nazione, come volete, a cambiare il “clima di opinione” e capire che non serve a niente “assegnare al disavanzo durevoli effetti espansivi, o agli aumenti nominali delle retribuzioni effetti migliorativi della condizione della classe operaia in termini di reddito reale e di occupazione”?

E siamo riusciti a rompere quella perniciosa alleanza “che promuove e sostenta l’inflazione, stretta tra le forze politiche e sociali: quelle che definiscono il contenuto del bilancio e quelle che definiscono il contenuto dei contratti di lavoro”?

I posteri ci diranno, ovviamente. Ma chi legge le cronache ha qualche ragione di dubitare che siamo in grado di dare risposte affermative. Oggi, come ieri, i sindacati chiedono adeguamenti salariali, e la politica che “definisce il contenuto del bilancio” usa il fisco come cornucopia. Ed è in questo persistere che trova alimento la materia oscura che anima la nostra inflazione. Non nella guerra e neanche nella pandemia.

Perché l’inflazione peggiora la diseguaglianza


La parola che dobbiamo ricordare è divario inflazionistico. In questa forzata rilettura del processo inflazionistico, che da mesi fa patire gli osservatori, di buono c’è che si sta rispolverando la cassetta degli attrezzi che ormai giaceva abbandonata in qualche angolo della teoria economica, visto che i prezzi erano congelati da quasi un ventennio.

Sicché ci ritorna in mente una delle verità auree sull’inflazione: è una tassa odiosa che i poveri, specie se a reddito fisso, patiscono assai più dei ricchi. Da cui discende la figura teorica del divario inflazionistico, che misura, detto brutalmente, il modo diverso col quale la crescita dei prezzi colpisce le diverse classi di reddito – quelle che gli statistici chiamano quintili – che si conferma essere la misura di come l’inflazione peggiori, di fatto, la diseguaglianza fra questi quintili. Se il divario inflazionistico cresce vuol dire semplicemente che l’inflazione, pure se colpisce tutti, colpisce più duramente i meno abbienti.

Perciò osservare, come riporta la Bce nel suo bollettino, che è peggiorato drasticamente il divario inflazionistico, come si vede dal grafico sopra, significa che non solo si sta impoverendo la società, ma che i poveri si stanno impoverendo assai più velocemente dei ricchi. E se guardiamo a questo divario nelle sue componenti, non fatichiamo a capire perché.

Dover mangiare e muoversi: ecco innanzitutto la fonte del divario crescente, visto che i rincari hanno colpito più pesantemente le voci di costo legate a queste esigenze. E poiché i meno abbienti già magari tiravano la cinghia, magari acquistando prodotti al discount, adesso che i prezzi sono aumentati pure lì non possono che risparmiare meno per pagarsi gli aumenti dei prezzi, a differenza dei più abbienti che magari possono cambiare supermercato.

E’ solo un esempio, ovviamente, ma serve a capirsi: i ricchi hanno più spazio per orientare i consumi verso prodotti meno costosi, e riescono così ad “assorbire” in qualche modo gli effetti dell’inflazione. I meno abbienti quello spazio non ce l’hanno. Quindi si impoveriscono di più. Semplice e letale.