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Cronicario: Uscire dalla Brexit? Let May be


Proverbio del 16 gennaio Non tagliare ciò che può legare

Numero del giorno: 1,2 Tasso % inflazione al consumo in Italia nel 2018

A questo punto dovrebbe esser chiaro che Theresa May gareggia con Churchull quanto a capacità di leadership.  Ormai ha persino svaporato la nostalgia della mitica Lady di Ferro. E lo ha fatto indossando i panni, assai più consoni ai tempi, di Lady di Gomma. D’altronde quella aveva a che fare coi minatori dello Yorkshire. Questa al massimo con quelli di Bitcoin.

Robetta digitale, insomma, ma per la quale serve flessibilità, capacità di adattamento e memoria cortissima. Smanettare la politica come fosse Snapchat. Tutte qualità che la nostra eroica prima ministra possiede a profusione, inducendo i suoi detrattori a equivocare. Costoro scambiano per inconcludenza la sua raffinatissima capacità di non far concludere nulla agli altri.

Dote preziosissima nella Gran Bretagna del 2019 dove è chiaro a tutti che nessuno sa cosa fare, ma lo fa con grande convinzione. Come lei, appunto. Lady G, che ormai nel nostro cuore da rotocalco ha superato persino la mitica Lady D – sfido chiunque a governare l’Uk con le scarpette della May –

ha gioco facile con la plebaglia assiepata in Parlamento che ieri, bocciando il suo piano di intesa con l’Ue, le ha regalato una straordinaria vittoria. Nessuno capisce perché non si sia ancora dimessa perché a tutti sfugge che questo è il viatico che condurrà all’esito che tutti vogliono anche se dicono il contrario.

Per questo lei dice che non si dimetterà, mentre si parla già di un nuovo referendum. Perché mai dovrebbe dimettersi dopo un successo del genere? E poi, se si dimettesse, come farebbe l’UK a evitare di fare l’ennesima minchiata? State sereni, cari, fortunati, cugini britannici. Tutto andrà bene, per voi e per noi. Let May be.

A domani.

 

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Cronicario: Il debito aumenta, ma per fortuna anche le tasse


Proverbio del 15 gennaio Finché c’è fuoco in cucina arriveranno ospiti

Numero del giorno: 5,2 Tasso % disoccupazione nella zona Ocse a novembre

In tempi incerti come i nostri dobbiamo ritenerci molto fortunati ad essere fra i pochi dotati di straordinari centri di gravità permanente. Nel senso di gravi e permanenti, ma comunque centri. Quindi certezze intramontabili.

Vi risparmio l’elenco perché tanto sapete di che parlo. Mi limito agli ultimi due aggiornamenti che oggi la nostra Banca d’Italia ha lanciato nelle fauci ingorde del cronicario globale. Il primo: il debito pubblico a novembre ha toccato il suo nuovo record stagionale superando i 2.345 miliardi, circa 39 mila euro a testa se lo dividiamo per i 60,5 milioni di residenti.

Questo piccolo grande capolavoro di gestione della cosa pubblica lo si può apprezzare osservando questo grafico, che ha anche il pregio di farci sapere chi tiene in pancia questa montagna di carta.

E adesso che avete scoperto a chi dobbiamo un sacco di soldi, chiedetevi pure come facciamo a ripagarli, questi debiti con i loro salatissimi interessi. Vi do un indizio.

Sempre Bankitalia ci fa sapere che a novembre le entrate tributarie dello Stato sono state 39 miliardi, in aumento dell’8,7% (3,1 miliardi) rispetto al dato dello stesso mese del 2017. Casualmente, debito e tasse camminano a braccetto.

Dopodiché potete pure credere che il debito pubblico non esista. Tanto è lui che crede in voi. Come il fisco.

A domani.

 

Matrimonio petrolifero a Gwadar fra Cina e Sauditi


Per comprendere l’importanza strategica del recente annuncio saudita di un investimento da 10 miliardi di dollari per la realizzazione di una raffineria della Saudi Aramco nel porto pakistano di Gwadar, basta ricordare che il porto è stato costruito con capitali cinesi col fine molto ambizioso di diventare uno snodo nevralgico del commercio internazionale, e poi guardare una mappa dell’area.

In sostanza i Sauditi, costruendo una raffineria in Pakistan contribuiscono al progetto cinese di costruire un corridoio di trasporto, innanzitutto dedicato alle risorse energetiche, alternativo a quello classico che ruota attorno all’affollatissimo Stretto di Malacca, e che ha indotto Pechino a sponsorizzare con decine di miliardi il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Il significato di questo progetto si può facilmente intuire osservando quest’altra mappa.

In sostanza il petrolio Saudita, che naviga lungo il Mar Rosso o il Golfo Persico, dove secondo alcune stime passa il 40% del traffico petrolifero che viaggia per mare, può essere raffinato in Pakistan e da lì trasportato via terra nella città cinese di Kashgar, al confine con la regione dello Xinjiang. Si parla già di un possibile oleodotto fra le due città, che richiederebbe altri dieci miliardi di investimenti per trasportare un milione di barili al giorno. Considerando gli attuali consumi cinesi, pari a circa dieci milioni di barili, per Pechino sarebbe un passaggio importante per stabilizzare le proprie forniture energetiche che per circa il 50% dipendono proprio dal Medio Oriente. Non a caso le cronache riportano degli insistenti tentativi cinesi di portare avanti il progetto del corridoio pakistano anche migliorando le relazioni diplomatiche con il vicino Afghanistan, a spese dell’influenza americana.

Aldilà dell’importanza per gli approvvigionamenti petroliferi cinesi, la decisione Saudita segna un importante passo in avanti della politica della monarchia non solo nei confronti dei cinesi, che mettono a fuoco la loro vocazione di partner strategico per gli arabi, ma anche del Pakistan. I Sauditi si rafforzano in una regione difficilissima dove si confrontano anche diverse influenze politiche come quella rappresentata icasticamente dal porto di Chabahar, che dista meno di 100 chilometri da Gwadar ma che insiste sul territorio iraniano e si propone di collegare l’Asia centrale col mare passando per l’Afghanistan.

Un progetto sponsorizzato dall’India, che però non ha certo la capacità di investimento della Cina, e che tuttavia va inquadrato nel più ampio disegno strategico che si sta delineando nell’Indo-Pacifico. Non a caso di recente il segretario Usa ha esentato l’India da alcune delle sanzioni previste per chi fa affari con l’Iran proprio per consentire lo sviluppo del porto. Un gioco al quale anche la Russia ha dimostrato di voler partecipare, visto che ha annunciato un investimento da 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’International North-South Transport Corridor (INSTC) che dovrebbe trovare proprio nel porto iraniano lo sbocco sul Golfo Di Aden.

Il Grande gioco dell nuove rotte commerciali, insomma, sembra destinato a arricchirsi sospinto dal traffico di merci fra Oriente e Occidente, rallentato dalla crisi ma destinato naturalmente a crescere. I padroni dei grandi corridoi e le zone che si agitano intorno ai punti di snodo, potranno sfruttare il loro vantaggio competitivo, come sempre è stato nella storia. E questo spiega bene il fiorire di iniziative infrastrutturali, particolarmente intenso da quando la Cina, mostrando di esser pronta a giocare un ruolo internazionale, ha presentato al mondo la sua Belt and road initiative della quale il corridoio pakistano è una delle declinazioni, spingendo i paesi che ruotano intorno all’economia dell’Eurasia – Russia in testa – e i paesi egemoni – gli Usa – a farsi carico di una sorta di controproposta.

Alla fine del gioco sarà possibile conoscere il vincitore. La storia ci insegna che di solito i padroni delle rotte sono anche quelli del commercio. Quando gli antichi romani penetrarono nel Mar Rosso, dopo la conquista dell’Egitto, e lo discesero fino all’Oceano Indiano, per gli stati Arabi meridionali, fino ad allora fiorenti, fu la fine. I romani impararono a navigare usando i monsoni e divennero i padroni dei mari orientali fino all’India e insieme delle rotte terrestri. Queste rotte furono il coronamento dell’impero universale e le fondamenta delle ricchezze che affluirono a Roma dall’Oriente. Se si ricorda questo insegnamento si capisce perché il mondo guardi con preoccupazione alla Bri cinese. E perché l’investimento Saudita nel porto pakistano non potrà che turbare gli Usa.

Cronicario: www.redditodicittadinanza.it/navigator


Proverbio del 14 gennaio Ogni male necessita di un medico: il tempo

Numero del giorno: 0,7 Crescita % italiana nel 2019 secondo un sondaggio di Bloomberg

Siccome si prepara un boom tipo anni ’60 (cit. incredibile ma vera) mentre l’Italia rischia la stagnazione (cit vera ma credibile), per tagliare la testa al toro irsuto delle minchiate ministeriali non resta che affidarsi al Cronicario che oggi ne ha trovata un’altra che vi farà dimenticare le purissime perle diffuse in questi giorni.

Inutile dirvi che l’autore di quest’altro capolavoro è il vicepremier Uno (o Due, fate voi), perché tanto lo capirete dall’argomento: il reddito di cittadinanza, come meglio precisato qui dal vostro Cronicario. Se vi viene il mal di testa a pensare ai chissà quanti moduli da compilare per avere il vostro gettone di presenza in Italia, sappiate che “il sito internet per chiedere il reddito di cittadinanza sarà pronto nel mese di marzo”.

E mica solo questo. “Da quel momento nel giro di qualche settimana vi diremo se la persona che ha fatto domanda può accedere al reddito oppure no”.

E se non vi basta, sappiate pure che “se si (cioé se vi tocca il gettone di presenza, ndr), dopo pochi giorni avrete una telefonata del navigator. Non è stato facile ma ci siamo quasi”.

Attenzione: ha detto quasi. Infatti al momento sul sito http://www.redditodicittadinanza.it/navigator (ma anche senza /navigator), che evidentemente il governo del cambiamento non ha ancora comprato, tutto quello che si trova è questo:

Sarà pure colpa delle cattive compagnie che vedete sulla home page promozionale. Ma per adesso il sito del reddito del futuro somiglia a un relitto del passato. Navigator incluso.

A domani.

La crescita zero della mobilità sociale italiana


In un contesto economico che, come abbiamo visto, assegna alle eredità un ruolo crescente nella formazione della ricchezza, diventa sempre più importante capire se e come funziona l’ascensore sociale all’interno di un paese che, per chi ereditiere non è, rappresenta l’unico modo per migliorare la propria situazione. In sostanza si tratta di capire se le opportunità che si offrono riescono a bilanciare una condizione di partenza svantaggiata, visto che è parecchio illusorio pensare che ci possa essere una reale eguaglianza delle opportunità. Nel nostro mondo al massimo possiamo ambire a costruire una società che premi, offrendo le giuste opportunità, chi si impegna con tenacia per raggiungere i propri obiettivi. E anche questo, purtroppo, spesso si rivela vagamente illusorio. Specie in Italia almeno, viene da dire leggendo un bel paper diffuso qualche tempo fa dalla Banca d’Italia.

Già il titolo – Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia – ci dice tutto quello che c’è da sapere. Ossia che l’Italia si colloca “nel novero dei paesi con una persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche relativamente alta”. Per giunta “in anni recenti questo fenomeno mostra una tendenza all’aumento”, con il risultato che “variabili che non sono oggetto di scelta da parte degli individui spiegano il loro successo economico in una misura più ampia che in passato”. Potremmo dirla più semplicemente concludendo che chi nasce povero in Italia, per reddito, istruzione e ricchezza, ha maggiori probabilità di rimanere povero, e di trasmettere questa “caratteristica” ai suoi figli per una serie di ragioni che sono le stesse per le quali chi nasce ricco ha maggiori probabilità di rimanerlo.

Fin troppo facile, in un contesto siffatto, dar ragione ai tanti aspiranti Robin Hood che suggeriscono di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ciò implica un pregiudizio discutibile. Ossia che la persistenza dei ricchi provochi la persistenza dei poveri. Ma il problema forse risiede nel fatto che un paese non riesce a mettere in moto il famoso ascensore sociale per la semplice ragione che la sua economia non crea opportunità di miglioramento. Le due cose evidentemente sono collegate: un paese con una forte componente ereditaria della ricchezza, dell’istruzione e del reddito è evidentemente conservatore. Ciò significa che fa più fatica a innovare e quindi a creare opportunità nuove e migliori. Per dirla con le parole di Bankitalia, “la mobilità delle condizioni economiche tra generazioni è una caratteristica fondamentale per una società. La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia”.

Se poi vi appassiona il tema dell’eguaglianza, è giusto ricordare che “la mobilità intergenerazionale costituisce inoltre un elemento cruciale in termini di uguaglianza”. Di conseguenza “una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata”.

L’analisi di Bankitalia, che prende in esame un ventennio di rilevazioni, ci consente di apprezzare fino a che punto nel nostro paese le condizioni di partenza condizionino quelle di arrivo. E purtroppo le conclusioni sono poco rassicuranti. Le stime, infatti, “mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione”, con buona pace per l’enorme sforzo profuso dall’istruzione pubblica proprio per offrire a tutti almeno pari opportunità. E la musica cambia poco se guardiamo alla stima dell’elastici dei redditi da lavoro, che “collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi”. Peggio ancora, l’analisi restituisce “l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile degli anni più recenti”. “Anche per la ricchezza – aggiunge Bankitalia – si riscontrano valori che collocano l’Italia tra i paesi avanzati con livelli relativamente elevati di persistenza intergenerazionale; come per l’istruzione e il reddito, si riscontra una tendenza all’aumento della ereditarietà delle condizioni economiche in termini di ricchezza”.

Alla crescita economica rarefatta, cui si associa una sostanziale decrescita demografica, insomma, si aggiunge anche l’azzeramento tendenziale della mobilità sociale. Pensare che basti  un nuovo Robin Hood per invertire questa situazione è una pietosa illusione che gioverà ai propagandisti, non certo a chi è dotato di buon senso. Anche al netto dei inevitabili caveat contenuti nello studio, rimane la circostanza che c’è una “forte dipendenza degli esiti economici degli individui dalla caratteristiche della famiglia di origine e dalle loro condizioni di partenza”. Fra quelli che non nascono bene, insomma, uno su mille ce la fa. E non è detto che rimanga in Italia.

Cartolina: L’inversione dell’onere dello yield


Chi frequenta le cose d’economia, o anche solo vi partecipa come semplice osservatore, ha imparato una collezione di scongiuri da recitare ogni qual volta succede, come è successo negli Usa di recente, che il rendimento dei titoli a breve superi quello dei titoli a lungo termine. Una pura aberrazione per chi crede che il tempo sia denaro. Ciò spiega le ondate di panico che si verificano quando la temutissima inversione della curva diventa cronaca. Tutti la leggono come sfiducia nel domani, che viene prezzato più caro del dopodomani. Pochi ne osservano l’effetto sulle banche, che trasformano più o meno rischiosamente le scadenze di crediti e debiti per grattare qualche profitto. Perciò quando la curva dei rendimenti si inverte la prima reazione dei banchieri è quella di restringere il credito. L’onere dello yield finisce sulle spalle di chi ha bisogno di prestiti. E la poca fiducia ch’era rimasta, sparisce.

Cronicario: Tav e Tap? Facciamo una Tac


Proverbio del 10 gennaio La pace arricchisce gli umili e impoverisce i superbi

Numero del giorno: 16,7 Calo % del prezzo delle abitazioni in Italia rispetto al 2010

La buona notizia del giorno è che i prezzi delle abitazioni in Italia continuano a calare, affrettando il progresso della nostra società verso il tetto di cittadinanza, degno complemento del reddito di parannanza. L’Istat ha calcolato che dal 2010 i prezzi sono diminuiti del 16,7%, nel terzo trimestre 2018, addirittura del 22,9 se guardiamo alle abitazioni esistenti, ossia la stragrande maggioranza del nostro mattone, vecchio e malmesso, divenuto caro (una volta) perché gli italiani quando non sanno (non sapevano) dove i metterei i soldi si comprano (compravano) una casa.

Che questo calo sia una notizia eccezionale, lo dimostra il fatto che i prezzi salgono in tutta l’Europa che conta e  calano solo da noi, e per giunta a fronte di compravendite in aumento, come solo da noi, d’altronde, schizzano all’insù i tassi sui decennali.

D’altronde il detto “Prima gli italiani”, deve pur significare qualcosa.

Affascinato da queste primazie, o primizie se preferite, quasi mi perdo lo straordinario dibattito che si sta consumando nelle sale nobili della politica a proposito di Tav e Tap, che non sono due personaggi da cartoon ma due fortunatissimi acronimi capaci di fare incazzare mezz’Italia con l’altra per ragioni diametralmente opposte. Siccome so che avete letto sui social tutto quello che c’è da sapere su Tav&Tap e quindi sarete informatissimi (è una battuta, ndr), non mi dilungo, anche perché a differenza di quelli che pensano di sapere tutto so bene di sapere l’unica cosa che è importante sapere.

Mi rimane solo una domanda. In questo tutto nostro costante e bellissimo litigare, che certo giova al nostro mercato immobiliare almeno quanto alla sostenibilità della nostra finanza pubblica, e vi faccio grazia del resto, mi chiedo perché mai rifiutiamo di fare l’unica cosa che dovremmo fare per capire che diavolo c’abbiamo dentro la testa: una bella Tac. Altro che Tav&Tap.

A domani.

Il lungo declino del dollaro che accompagna l’alba dello yuan


Meglio di ogni altra, un’immagine estratta dal paper della Bis che ha motivato questo miniserie, racconta del profondo cambiamento del gioco valutario intervenuto sotto i nostri occhi negli ultimi cinquant’anni. Quella che era il monarca assoluto dell’Occidente – il dollaro – oggi è divenuto un monarca costituzionale assediato da un parlamento rumoroso che sgomita per rosicchiare spazi vitali. Non servono troppe parole, basta osservare.

Sono moltissime le considerazioni che potremmo fare basandoci sulle informazioni illustrate in questa rappresentazione delle zone valutarie. A cominciare dalle evidenze più visibili – il costante diminuire dell’area del dollaro – alle curiosità meno appariscenti, come l’ingresso del Brasile nell’area valutaria dello yen dopo decenni di stabile influenza del dollaro. E altre ancora. La Germania stabilmente nell’area del dollaro nel 1968, e poi nel 1985 ormai stabilmente nell’area di influenza della sua moneta, che poi diventerà l’euro, che in quell’anno faceva già capolino in Africa e in Argentina. L’Australia che  esce dall’orbita della Sterlina – negli anni ’70 l’area della sterlina smette semplicemente di esistere come zona valutaria – ed entra in un limbo dove pallida si intravede l’influenza del dollaro che cede il passo alla valuta europea. La Russia notevolmente ancorata al dollaro nel 2001 e oggi pressoché fuori da quell’orbita. Il Canada, che dopo decenni di ancoraggio al dollaro vede far capolino l’euro. L’Africa, dove ormai un puzzle valutario ha sostituito la sostanziale monocromia del 1968. La Cina, infine, ancora molto dipendente dal dollaro, ma assai meno rispetto al 2001.

Ed è proprio la Cina, l’ultima arrivata, ad offrire gli spunti più interessanti di osservazione. Emittente di una valuta ancora inconvertibile, scambiabile solo su alcune piazza finanziarie, la Cina ha iniziato nel 2015, con l’avvio delle riforme monetarie la sua lunga strada per diventare una key currency, per usare la definizione del paper Bis. Diventare una valuta chiave, però, non è una cosa che si improvvisa. E soprattutto non se ne conoscono gli esiti se non a posteriori. La domanda è semplice: quali effetti avrà, sulla geografia che abbiamo visto sopra, l’emersione dello yuan come valuta chiave? La risposta non lo è affatto. “Troppo presto per dirlo”, scrivono gli autori dello studio. Al momento “i movimenti dello yuan sono ancora collegati a quelli del dollaro”. La quota di scambi sul mercato valutario è ancora contenuta – circa l 4% del totale – inferiore persino a quelli dello yen (22%) e della sterlina (13%).

Ma il paper tenta una risposta, basandosi sui tassi di cambio degli anni 2015-17, nell’ipotesi che lo yuan sia già una valuta chiave e quindi sia capace di interferire sui movimenti delle altre valute stimando anche in che misura esse varino rispetto al dollaro, l’euro e lo yen. Se tali tali movimenti esistono – e quindi esiste una relazione più stabile fra la valuta cinese e le altre rispetto a quella che queste ultime hanno con le altre valute chiave – allora anche i conti correnti e la posizione degli investimenti di questi paesi vengono sottratti alle zone del dollaro e dell’euro e “assegnate” a quella dello yuan. Sulla base di queste premesse si arriva alla conclusione rappresentata da quest’altro grafico.

Anche qui, l’osservazione del grafico può condurre a diverse considerazioni. Il paper ce ne propone alcune. Nel 2017, ad esempio, la quota di pil della renminbi zone (RZ) è del 30% del totale. Poi che “la RZ si costituisce a scapito della dollar zone (DZ -20%) più che dell’euro zone (EZ -5%). “Questa evidenza – sottolinea il paper – indica che un mondo diseguale bipolare sta cedendo il passo a un mondo diseguale ma tripolare”. Secondo le proiezioni del FMI i diversi tassi di crescita condurranno la RZ alla parità con la DZ entro il 2023. Ciò significa che la DZ svilupperà deficit correnti crescenti, all’estendersi della RZ. L’emergere dello yuan, per dirla con semplicità genera effetti finanziari destabilizzanti sulla DZ.

Altre considerazioni possiamo trarle da soli. Ad esempio osservando la geografia dell’influenza cinese, che significa quindi influenza geopolitica. Notate l’Australia, già notevolmente sotto l’influenza cinese. La Russia, che con la Cina scambia importanti risorse energetiche. E poi l’Africa, divenuta ormai un porto cinese. La Turchia e, dulcis in fundo l’America Latina che sembra bene inserita nell’area a valuta cinese. L’emergere dello yuan non farà dimagrire solo la DZ e quindi l’influenza degli Usa nella finanza internazionale. Sarà un segnale chiarissimo anche per la politica internazionale. Il tripolarismo non rimarrà solo un affare monetario.

(3/fine)

Puntata precedente: La zona del dollaro “annulla” gli squilibri globali

Cronicario: Evviva gli inattivi di cittadinanza


Proverbio del 9 gennaio Cadi sette volte? Rialzati per l’ottava

Numero del giorno: 7,9 Disoccupazione % nell’Eurozona a novembre

Prima che nazionalizzino anche Carige come Mps – oggi un qualche sottosegretario l’ha inclusa nel novero delle cose possibili – la qualcosa segnerebbe definitivamente la metamorfosi del governo del cambiamento in governo del cambiamento di idea, lasciate che gli italiani vengano al Cronicario con la notizia più bella di una giornata già bellissima, come ormai capita regolarmente da quando è servizio permanente effettivo il cazzeggio al potere.

Siete pronti? Eccola qua: a novembre 2018, ci dice l’Istat, sono finalmente aumentati gli inattivi di ben 26 mila unità rispetto a ottobre.

Una notizia meravigliosa per almeno tre motivi. Primo: meno persone cercano lavoro, avendo persino rinunciato a iscriversi alle liste. Risultato: cala la disoccupazione.

Secondo motivo: quelli che ancora vanno al lavoro perché ne trovano uno sono sempre più gli ultracinquantenni, mentre i giovani, doverosamente cincischiano.

E’ giusto così: lasciare più tempo ai giovani per maturare la loro vocazione.

Terzo motivo: l’aumento degli inattivi, meglio se giovanili, casca a fagiolo, visto che adesso si prepara il reddito di parannanza. Meno disoccupati e più giovani inattivi, ma col reddito. Sembrava impossibile eppure…

A domani.