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Il rischio nascosto delle obbligazioni a tripla B


Fra le varie singolarità che infestano l’economia internazionale, vale la pena spendere qualche riga per segnalarne una, riportata nell’ultima quarterly review della Bis, come sempre ricca di spunti e approfondimenti purtroppo spesso ignorati dalla grande stampa. Il tema è quello delle obbligazioni a tripla B, ossia quella che stanno sull’ultimo gradino dell’investment grade, (IG), quindi la soglia sotto la quale molti investitori istituzionale non si azzardano a scendere.

Questione delicata perciò. Che diventa delicatissima quando si osservi, come abbiamo già accennato altrove, che la grande fame di rendimento, conseguenza inevitabile dell’epoca dei tassi rasoterra, ha spinto molti investitori a far incetta proprio di questi titoli per spuntare qualche decimale in più.

Il primo grafico da sinistra mostra l’andamento delle obbligazioni, suddivise per classi di rating, negli Usa e in Europa fra il 2000 e il 2018. Si nota il costante diminuire dei rating con minimo A, ossia i migliori, a vantaggio, specie in Europa, di quelli a tripla B, ossia i peggiori.

Il grafico a fianco ci consente di osservare l’importanza del peso specifico, per i fondi comuni, delle obbligazioni BBB su totale di quelle IG, e quello successivo ancora spiega perché: rendono semplicemente di più, come mostra l’andamento degli spread.

L’ultimo grafico misura invece la frequenza di downgrade di queste obbligazioni, ossia del loro passaggio da IG a una categoria chiamata “spazzatura”, ma che più correttamente potremmo definire come high yield, ossia speculativi, quindi con rating basso o addirittura incerto.

Perché tutto questo ci interessa? Semplice. “I mandati di investimento basati sui rating – spiega la Bis – prevedono che i gestori di portafoglio debbano detenere attività che presentano una qualità creditizia al di sopra di un livello minimo. Tali mandati si applicano spesso ai fondi comuni di obbligazioni societarie, e permettono agli investitori di scegliere facilmente l’esposizione al rischio desiderata, spesso nel segmento investment-grade”. Questa premessa serve a capire cosa sia accaduto in questi anni. Dall’esplodere della crisi, infatti, i fondi comuni che trattano obbligazioni corporate nel segmento IG hanno fatto crescere notevolmente la quota di BBB nei loro portafogli. “Nel 2018 – spiega la Bis -, questa quota aveva raggiunto circa il 45% sia negli Stati Uniti sia in Europa, da circa il 20% del 2010”.

E qui arriva la fame di rendimento. “Con il protrarsi di tassi di interesse, particolarmente bassi dopo la GCF, i gestori di portafoglio sono stati attirati dai forti rendimenti offerti dalle obbligazioni BBB, sostanzialmente superiori a quelli delle obbligazioni con una migliore valutazione”. E come dargli torto? I gestori devono comunque render conto ai loro sottoscrittori che con fatica riescono ad accettare che il loro denaro frutti quasi nulla. Al piccolo risparmiatore interessano poco i dilemmi delle banche centrali e la mistica dello zero lower bound. Vuole il rendimento. Sennò cambia gestore.

Il problema è che queste politiche hanno anche un fastidioso rovescio della medaglia. “I mandati di investimento basati sul rating possono portare a vendite forzate”, spiega la Bis. In sostanza se a causa di un altro rallentamento gli emittenti, molti o alcuni, perdono la tripla B e scivolano nella “spazzatura” questi fondi saranno costretti, per questione di policy, a vendere, “liberandosi rapidamente di ingenti volumi di obbligazioni”.

Questa possibilità è tutt’altro che teorica. Nel senso che fatti del genere sono già accaduti. “Nel 2009, quando i tassi di insolvenza avevano raggiunto livelli record, la frequenza di questi declassamenti era dell’11,4% negli Stati Uniti e del 16,3% in Europa”. Nel 2017 questa frequenza si è ridotta. Ma se i tempi tornassero brutti, le stime suggeriscono che le vendite di obbligazione a tripla B sarebbero ben superiori a quello che avvengono quotidianamente.

In particolare, la Bis osserva che nel terzo trimestre 2018 erano attive circa 9.100 miliardi di dollari di obbligazioni societarie degli Stati Uniti, con un volume giornaliero delle contrattazioni di circa di 25 miliardi (turnover dello 0,27%). “Con una frequenza di declassamento BBB-”spazzatura” dell’11,4%, – sottolinea – e supponendo che il 10% dei declassamenti si verifichi nello stesso periodo e che ci si liberi rapidamente di un terzo delle obbligazioni, circa lo 0,38% sarebbe venduto rispetto allo 0,27%”. Significa un bel pacco di miliardi in cerca di compratore in un momento in cui vendono tutti. Buona fortuna.

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Cronicario: E per chi vuole proprio lavorare arriva il salario di cittadinanza


Proverbio del 13 marzo Per il cavallo pigro è pesante anche il carro vuoto

Numero del giorno: 36.000 Calo occupati in Italia nel IV trimestre 2018 rispetto al III

Mentre Theresa May ‘na gioia ci regala l’ultima sorpresa sul fronte Brexit e ci prepara le prossime, che saranno ancora più gustose – stasera è atteso il voto sul no deal del parlamento britannico – sul fronte interno rumoreggiano clamorose novità che ormai fanno impallidire anche gli straordinari successi di Quota 100 mila e del reddito di Sanchopanza. Non pago di essere in procinto di firmare un accordo coi cinesi, il governo sta già lavorando alla madre di tutte le riforme: quella sul reddito minimo, che è il fratello maggiore del reddito di cittadinanza. Diciamo il salario di cittadinanza (copyright Il Cronicario).

Per l’occasione si sono scomodati i pezzi grossi, che ci hanno fatto sapere una cosa che mai avremmo sospettato: gli italiani guadagnano poco.

Glielo giuro, signora mia. Dia un’occhiata a questo grafico se non ci crede.

Chi non crede al Fmi, che è notoriamente anglofono, può credere a mamma Inps che proprio stamane è stata ascoltata dall’augusta commissione Lavoro dove si sta elaborando la genialata del salario di cittadinanza. E che dice l’Inps? Che il 22% dei dipendenti privati italiani (escludendo agricoli e domestici) ha una retribuzione oraria inferiore ai 9 euro, ossia la base minima che uno dei tanti disegni di legge vorrebbe porre come reddito di lavoro. Complessivamente il 40% dei lavoratori guadagna meno di 10 euro l’ora.

Per non farci mancare niente, l’Inps ha pure sottolineato che la giurisprudenza lavorista e gli studi economici del mercato del lavoro hanno “sollecitato giustamente l’esigenza di un salario minimo legale, tanto più se integrato con la contrattazione collettiva”. Purché ci siano “efficaci forme di controllo del rispetto dei parametri di legge” e di “misure sanzionatorie nei confronti dei trasgressori”. Più soldi per tutti, insomma, ma coi controlli.

Ma siccome i commissari ancora può darsi che non siano conviti, è arrivata anche l’Istat, che ha fornito informazioni altrettanto importanti. La prima sugli andamenti del mercato del lavoro, che va benissimo altroché.

E poi, sempre in Commissione, l’Istituto ha fatto sapere che con un salario minimo di 9 euro lordi ci sarebbero 2,9 milioni di lavoratori che avrebbero un aumento retributivo medio annuo di 1,073 euro. Tale misura riguarderebbe il 21% dei dipendenti e avrebbe un impatto sul monte salari di 3,2 miliardi. Da qui l’annosa domanda.

Tranquilli. questo aggravio di costi peserebbe sui margini operativi lordi delle imprese con dipendenti, che sono circa 1,5 milioni. Direte: chissenefrega. Certo, salve che qualcuna potrebbe decidere di tagliare qualche contratto a termine (che sono gli unici che crescono), o terminarne qualcuno a tempo indeterminato (che sono già in calo) per rientrarci. A meno che non riescano a scaricare l’aumento dei costi. In tal caso…

Bravi, siete pronti per fare gli economisti di governo. Scrivete a: Avvocato del popolo, c/o Palazzo Chigi, 00100 Roma.

A domani.

 

Usa e Sauditi campioni di offerta e domanda nel mercato delle armi


E’ sempre molto istruttivo leggere i resoconti del Sipri che periodicamente ci informano dell’evoluzione di uno dei mercati più ricchi (e strategici) e meno osservati del mondo: quello delle armi. Aldilà dei mugugni delle anime belle, questa industria rappresenta per molti stati, compreso il nostro, un asset di notevole importanza. E non solo per i miliardi che muove. Ma soprattutto per la tecnologia che incorpora. Le produzioni militari, valga come esempio lo sviluppo di Internet, nata da un progetto sponsorizzato dalla difesa Usa negli anni ’60, si connotano sovente come leader dell’innovazione tecnologica.

In tal senso non dovremmo stupirci troppo nell’osservare che gli Stati Uniti primeggiano, nel ruolo di maggiore esportatore, mentre solo chi non segue le vicende della politica estera si sorprenderà nello scoprire che l’Arabia Saudita è il principale importatore di armi al mondo. Ma prima diamo un’occhiata al giro di affari.

Nei cinque anni trascorsi fra il 2014-18 il volume internazionale di scambi è risultato in crescita del 7,8% rispetto al quinquennio 2009-13, ma ben del 23% rispetto a 2004-08. I primi cinque esportatori dell’ultimo quinquennio sono, dopo gli Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina.

Questi primi cinque fanno da soli il 75% delle esportazioni. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno visto crescere del 29% la loro quota di export nell’ultimo quinquennio rispetto a quello precedente, mentre la Russia ha perso posizioni (-17%) a vantaggio degli ultimi tre. Francia, Germania e Cina, in dettaglio, hanno visto crescere le loro esportazioni del 43, 13 e 2,7%.

Sul lato dell’import, dopo l’Arabia Saudita troviamo India, Egitto, Australia e Algeria che insieme totalizzano il 35% delle importazioni. La tabella sotto consente un’osservazione più analitica dei flussi commerciali fra i vari paesi.

Osservando i dati si può rilevare che le regioni dove si concentrano gli acquisiti di armi sono l’Asia e l’Oceania, che valgono insieme circa il 40% dell’import, seguiti dal Medio Oriente (35%) l’Africa (7,8%) e le Americhe.

E’ interessante, infine, osservare che nel confronto fra l’ultimo quinquennio e quello precedente le importazioni dal Medio Oriente sono aumentate dell’87%, al contrario di quanto accaduto nelle altre regioni. Abbiamo un Medio Oriente sempre più armato, insomma. E chiunque conosca la storia di questa martoriata regione non potrà che trovarne ragione di ulteriore preoccupazione.

 

Cronicario: Dalla via della seta alla via della sema


Proverbio del 12 marzo Acqua e parole sono facili da versare, ma impossibile da raccogliere

Numero del giorno: 41.500.000.000 Spesa turistica in Italia nel 2018

E pure oggi non manca il divertimento, grazie al governo del cambiamento. Proprio quando uno pensa di essere ormai fuori dal tunnel (sempre del divertimento, chiaro) si rifanno sotto Vicepremier Uno e Due (o Due e Uno, fate voi) che danno il meglio di loro. Tema del giorno: la via della seta.

Non scherziamo, dai. La cosa è serissima. Fra un po’ si fa vedere da noi il capo dei cinesi, quello che Vicepremier Uno (o Due, fate voi), ha chiamato mister Ping perché non gli avevano detto che i cinesi si presentano al contrario – so’ cinesi – e i nostri eroi hanno fatto ventilare che avrebbero firmato un memorandum dove c’è scritto che noi e i cinesi siamo ottimi amici, passati, presenti e soprattutto futuri, col che facendo incazzare gli americani, gli altri europei e persino metà governo, cioé lo stesso che voleva la Tav.

Sarà colpa della primavera, senza dubbio. Ma poi per fortuna sono arrivati i chiarimenti. Ha cominciato il ministro Mammamia, quello che rima (e non a caso) con economia che ha spiegato che è tutta un’esagerazione. E’ solo un memorandum signora mia, che sarà mai. Si ride, si scherza, si conosce gente. Anzi “una tempesta in un bicchier d’acqua”. Poi è arrivato Vicepremier Due (o Uno, fate voi) che mentre si cambiava d’abito ha elargito una delle sue perle. “Via della seta con la Cina? Non abbiamo pregiudizi, ma prudenza”. Se i cinesi fanno i bravi, insomma, potremmo persino firmare.

Quindi è arrivato l’altro Vicepremier che in piena eruzione dialettica (“Il governo deve riappropriarsi (riappropriarsi, ndr) commissario all’industria nell’Ue perché il nostro (nostro, ndr) tessuto industriale è diverso da quello degli altri paesi europei”) se n’è uscito così: “La via della Seta non è assolutamente l’occasione per noi per stabilire nuove alleanze a livello mondiale e geopolitico, ma il modo per dire che dobbiamo riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato, un rapporto ora sbilanciato sulla Cina”. Quindi non è che vogliamo fare nuove alleanza, ma convincere i cinesi a peggiorare a nostro vantaggio il saldo del commercio.

Ricapitoliamo: cari americani e cari europei, noi firmeremo solo un memorandum con la Cina SE saremo prudenti MA solo per farci comprare più merci. I cinesi ovviamente saranno d’accordo: non vedono l’ora di venire da noi a comprare vagoni di parmigiano. Ricordate le parole magiche: Se e Ma. Dalla via della seta alla via della Sema. Basta un buon interprete.

A domani.

Il lato oscuro del mercato obbligazionario cinese


Adesso che sappiamo come è organizzato il mercato obbligazionario cinese, suddiviso fra interbancario e quotato, e abbiamo scorso per grandi linee le varie categorie di bond che scambia, è arrivato il momento di entrare nell’operatività per scoprire come funziona questo importante segmento del sistema finanziario cinese. Alcune indicazioni sono immediatamente evidenti. Il mercato cinese ricalca tecnicamente l’operatività di quelli delle economie di mercato – i titoli del Tesoro, ad esempio, vengono collocati con un’asta – ma una serie di particolarità, prima fra tutte la liquidità ancora limitata di questi titoli, lo rendono ancora sostanzialmente diverso da quelli delle economie di mercato.  “I mercati obbligazionari cinesi non funzionano ancora completamente secondo meccanismi di mercato”, osservano gli autori del paper del NBER che ha ispirato questa miniserie. Vediamo perché.

Il primo punto da tenere a mente è che sul mercato il soggetto predominante sono le banche commerciali. Ciò porta con sé che il mercato dei bond sia profondamente interconnesso con lo shadow banking cinese, che proprio sulle banche commerciali fonda la sua esistenza. Questa caratteristica ha incoraggiato le autorità, preoccupate dell’eccessivo indebitamento delle banche ombra, a sviluppare già dal 2017 strumenti per limitare i rischi, compresa la crescente apertura nel mercato on shore delle obbligazioni a investitori internazionali.

Analogamente a quanto avviene nei mercati finanziari occidentali, Il collocamento dei bond, come abbiamo detto, avviene tramite aste sul mercato che servono a quotare i tassi di interesse. Alle aste partecipano diversi soggetti, banche in primis. Una volta collocati, questi titoli finiscono nel calderone del mercato secondario. Circostanze comune dalle nostra parti, ma che hanno  richiesto vent’anni di riforme per diventarlo anche in Cina. La liberalizzazione dei tassi di interesse iniziò formalmente nel 1980, ma solo nel 2015 ha trovato il suo compimento con la decisione della banca centrale di togliere il cap ai tassi di interesse sui depositi bancari e istituendo al contempo il sistema di assicurazione sui depositi. E la strada da percorrere è ancora lunga. L’obbligazionario cinese è ancora poco liquido e spesso si lamenta la sua scarsa efficienza nella formazione dei prezzi, con tutte le complicazioni che ciò comporta per l’effettività della politica monetaria della banca centrale.

Questo spiega perché nel dodicesimo piano quinquennale, che risale al 2011, è stato enfatizzato il concetto che le politiche monetarie del futuro avrebbero dovuto far sempre più leva sui meccanismi di mercato, ad esempio i Repo, per raggiungere i target piuttosto che su quelli di tipo quantitativo, come la crescita di M2. L’accesso al mercato primario, inoltre, risulta ancora molto limitato, e per giunta a soggetti assai omogenei relativamente a strategie di trading e di funding. Detto in altri termini, il mercato primario è un mercato assolutamente casalingo che replica il funzionamento del mercato, ma senza un mercato propriamente detto. Una perfetta rappresentazione della Cina di oggi.

Non stupisce perciò che questo lato oscuro abbia alimentato un crescente settore bancario ombra. Se le banche commerciali sono le principali protagoniste di questa pantomima, i veicoli da esse generati sono lo strumento attraverso il quale condurre la rappresentazione. “E’ fondamentale riconoscere – scrivono gli autori – che le statistiche ufficiali sottostimano significativamente la dominanza delle banche commerciali nel mercato cinese dei bond”. Tutti sanno che le banche partecipano sia direttamente al mercato, col proprio bilancio, sia indirettamente, tramite i veicoli fuori bilancio, simili in tutto e per tutto agli Special Purpose Vehicle del mercato Usa divenuti celebri con il crash del 2008. Queste entità raccolgono risparmio tramite wealth management plans (WMPs) e investono nel mercato obbligazionario. Bisogna tenerlo a mente quando si osserva che la dominanza del 57% del mercato interbancario è riferito solo al canale del bilancio ufficiale delle banche commerciali, non a quello ombra.

Tutto ciò suggerisce che “nel sistema finanziario cinese, le obbligazioni societarie, in misura significativa, possono essere considerate un’altra forma di finanziamento bancario dissimulato”. L’apparenza del mercato e la sostanza cinese, ancora una volta. “Questo è il motivo per cui i professionisti spesso sostengono che, diversamente da altri paesi sviluppati, in Cina il sistema bancario ombra è letteralmente solo l’ombra delle banche commerciali”.

Per dare un ordine di grandezza, basta considerare che alcuni stimano che 7 dei 18 trilioni di yuan di bond corporate siano finanziati da entità WMPs. Al tempo stesso altri autori notano come lo sviluppo straordinario dello shadow banking affondi le sue radici nel maxi stimolo da 4 trilioni di yuan che il governo, per il tramite dei governi locali, intese dare all’economia nel 2009 per prevenirne l’affossamento dopo la crisi del 2008. Sono stati proprio i governi locali, con le obbligazioni dedicate che abbiamo visto, a dare un contributo sostanziale al mercato dei bond, che sono stati acquistati proprio da entità WMPs possedute indirettamente dalle banche.

Ma c’è un altro canale di rischio insito nel mercato dei bond. “In Cina, le banche commerciali spesso si impegnano con riserve di garanzia sulle obbligazioni societarie, sebbene sia difficile stimare quanto sia grave questa esposizione al rischio”. Detto altrimenti, le banche, dominus del mercato, sponsorizzano, comprano e garantiscono questi bond, che in molti casi hanno lo stato alle spalle.

Queste caratteristiche rendono più comprensibili alcuni fatti di cronaca che purtroppo arrivano col contagocce alle nostre latitudini che servono a capire come funzioni il gioco. L’esempio è quello dei bond emessi dalla Cosun, una compagnia privata di telecomunicazioni di Guangdong. A dicembre del 2016 la compagnia mandò in default alcune obbligazioni piazzate due anni prima sul mercato borsistico locale, di proprietà della municipalità, di Guangdong che a sua volta le aveva rese accessibili ai piccoli investitori. Il mercato retail, impaurito dalla notizia, corse in massa presso la Zheshang Insurance, la compagnia assicurativa che aveva fornito un’assicurazione contro l’eventualità proprio del default. Ciò malgrado, la Zheshang si affrettò a dichiarare che la China Guangfa Bank, la joint-stock commercial bank che aveva incorporato poco tempo prima aveva rinnegato la promessa di ripagare la casamadre. Alla fine si scoprì che la filiale della banca aveva emesso una lettera contraffatta per potere ottenere l’emissione.

Casi del genere, unite a una certa esuberanza passata spiegano perché il governo cinese, a partire dal 2017, abbia deciso di accendere un faro sul settore iniziando anche a tirare un po’ le redini di un mercato che facilmente, stante le sue caratteristiche, può degenerare. La stretta, e non a caso, è partita proprio sui WMPs, finiti nell’orbita della banca centrale. Poi sono stati decisi miglioramenti regolamentari, come ad esempio la proibizione di garanzie implicite sui prestiti. E la risposta del mercato non si è fatta attendere. Nello stesso anno c’è stato un sgonfiamento del 35% dell’incremento annuale del valore dei bond: da 16 trilioni di yuan di nuove emissioni nel 2017 si è passato ai 10 trilioni nel 2018. Non appena lo stato/regolatore si fa sentire, i mercanti tremano e scappano via. Anche in questo la Cina somiglia molto all’Occidente. Malgrado siano comunisti.

(5/segue)

Puntata precedente: Alla scoperta del magico mondo delle obbligazioni cinesi

Puntata successiva: Il connubio cinesi fra emittenti di bond e società di rating

 

Cronicario: L’economia ripartirà, ma coi soldi vostri


Proverbio dell’11 marzo Chi conosce gli altri è intelligente, chi conosce se stesso è saggio

Numero del giorno: 382 Miliardi in titoli di stato italiani detenuti dalle banche italiane

E finalmente abbiamo capito, grazie all’illuminante spiegazione che ci ha fornito un illustre sottosegretario che discuteva di tutt’altro – robetta di nomine a Bankitalia, niente di che preoccuparsi – quale sia il piano di governo del cambiamento per far crescere la nostra economia alla faccia dell’Ocse, del Fmi, della Banca d’Italia e chi più ne ha più ne metta.

Ve la riporto come l’ho letta così non mi sbaglio per l’emozione. “In un momento in cui c’è necessità che i soldi dei conti correnti degli italiani mettano in moto l’economia – conclude – ci deve essere anche un sistema che tranquillizzi le persone e noi stiamo cercando di tranquillizzare e dare messaggi costruttivi”.

Mentre al governo fanno i costruttori (al netto della Tav), puntando sulla “necessità che i soldi dei conti correnti degli italiani mettano in moto l’economia”, vi segnalo giusto un paio di cose che dovreste sapere circa i vostri conti correnti, a cominciare dall’entità. La tabella sotto riepiloga i depositi bancari delle famiglie (quelli sottolineati in rosso) a gennaio 2019. Notate come crescono rigogliosi.

Le famiglie sono talmente consapevoli del ruolo fondamentale che devono giocare nella partita Italia vs mondo che stanno allevando amorevolmente depositi bancari (e vi faccio grazia di quelli postali) per sacrificarli come vitelli grassi sull’altare del ritorno del pil.

Ma c’è un ma. Mentre si attende il pil prodigo, il nostro beneamato stato, che ogni anno emette un due-trecento miliardi di debito per pagare tutte le gioie della nostra vita, deve collocare i suoi titoli e indovinate chi se li compra.

Non è chiaro? Aspe’, qua forse, dove ci sono alcuni attivi delle banche italiane, si vede meglio.

Esatto, sempre quello sottolineato in rosso. Notate la crescita rigogliosa dei titoli del debito pubblico nell’ampio stomaco delle nostre banche alle quali avete affidato i vostri altrettanto rigogliosi risparmi. Non trovate che sia meraviglioso? Infatti, come dicono quelli bravi, il debito estero è pericoloso, meglio internalizzarlo. Cosa c’è di meglio di un bel pericolo casalingo? Mi fa stare molto tranquillo sapere che le banche che custodiscono i miei risparmi sono imbottite di debito pubblico italiano.

Perché tanto, come dicono quelli ancora più bravi, il debito pubblico è debito con noi stessi. Quindi male che va facciamo pari e patta. Pensate che ripartenza, per l’economia.

A domani.

 

Miti del nostro tempo: La normalità monetaria


Tre eventi diversi che accadono negli stessi giorni ci consentono di tirare le somme e far piazza pulita di un altro dei tanti miti che affollano il nostro dibattere economico: quello che un bel giorno, quando l’economia finalmente avrà imparato a camminare da sola, la politica monetaria potrà essere normalizzata. Mito perniciosissimo perché nasconde un’evidenza chiara a chiunque non abbia robusti pregiudizi teorici o, peggio, politici. Ossia la circostanza che l’economia non sarà più in grado di camminare da sola, non essendo mai accaduto nei decenni recenti che i governi non abbiano interferito pesantemente nella sua gestione fino a trasformarla in un organismo fragile e continuamente bisognoso di cure sempre più invasive, peraltro pagate dal contribuente. Il senso stesso dell’espressione “normalità monetaria” è ingannevole. Che dovrebbe significare? Che i tassi di interessi dovrebbero finalmente tornare a un livello normale? E quale sarebbe? Chi lo decide?

Senza bisogno di avventurarci troppo, contentiamoci di notare che ttr notevoli autorità in materia monetaria, ossia il capo della Fed Jerome Powell, la Bis di Basilea, nella persona del capo del Dipartimento Claudio Borio, e la Bce di Francoforte, in quella del governatore Mario Draghi, finiscono sostanzialmente per dire la stessa cosa. Ossia che la normalità è ancora lontana.

Powell ha rilasciato poche ore fa un’intervista alla trasmissione 60 minutes nella quale ha ribadito quello che i mercati hanno già da un pezzo digerito – ossia da quando hanno cominciato a riprendersi dopo le difficoltà di fine 2018 -, vale a dire che “non c’è nessuna fretta” di rivedere i tassi di interesse. “Abbiamo raccolto prove sul rallentamento dell’economia globale. Aspetteremo e vedremo come si evolvono queste condizioni prima di effettuare qualsiasi cambio sul fronte dei tassi”, ha spiegato, con ciò sostanzialmente echeggiando l’analisi fatta da Borio alcuni giorni fa quando, parlando durante la presentazione dell’ultima rassegna trimestrale della Bis, ha osservato come “lo stretto cammino verso la normalizzazione si stia rivelando alquanto tortuoso”.

Draghi invece ha presentato le ultime decisioni di politica monetaria della Bce confermando i tassi rasoterra, il reinvestimento dei titoli acquisiti durante il QE, e soprattutto una nuova operazione di rifinanziamento a lungo termine per le banche commerciali, la terza, che durerà fino a marzo 2021. Una iniziativa, quella della TLTRO, ampiamente attesa e per una pluralità di ragioni, non ultima quella che le banche devono dotarsi di un ampio cuscinetto di capitale aggredibile in caso di bail in (MREL). E come ha detto Draghi rispondendo a una domanda, ” Se non ci fossero sovvenzioni nessuno avrebbe preso la TLTRO”.

Sovvenzioni, dunque. Sovvenzioni monetarie alle banche, di cui si occupano indirettamente le banche centrali, e quindi per loro tramite al settore privato. E sovvenzioni fiscali al resto dell’economia, visto che gli stabilizzatori automatici, come ha confermato Draghi, continuano a fare il loro lavoro e i governi, a cominciare dal nostro, non fanno mancare le prebende. Sovvenzioni continue, salvo dire che bisognerebbe smetterla. Lo dice Draghi, che rivolge il consueto invito alle riforme strutturali e suggerisce ai politici con debito pubblico elevato (come il nostro) di ricostituire ” margini di manovra nei conti pubblici”. Sostanzialmente per spenderli quando sarà necessario. E lo dice indirettamente anche Borio, quando osserva che “il processo molto prevedibile e graduale di inasprimento monetario è stato messo in pausa ed è ora meno pronosticabile”. Che suona come un arrivederci a grazie ai tentativi della Fed, madre del mito della normalità monetaria, che ha dovuto frettolosamente rassicurare i mercati rilassando la sua marcia verso la normalità.

Perché senza sovvenzioni l’economia non cammina, inciampa. Meglio alimentare il mito, che affrontare la realtà.

 

Cronicario: Casca la Tav, tutti giù per Terra


Proverbio dell’8 marzo Della tribù degli uomini è la lana, ma solo le donne sanno tesserne la trama

Numero del giorno: -0,8 Calo % produzione industriale a gennaio su base annua

Premesso che il governo non cadrà mai, ma al limite si evolverà in navigator, sappiate (ma figuratevi se non sapete già) che Vicepremier Uno (o Due, fate voi) e Vicepremier Due (o Uno, fate voi) se le mandano a dire a mezzo stampa, che conoscendoli è il miglior modo per far pace. Il cessate il fuoco l’ha proclamato poco fa uno dei due, dicendo che il collega è un uomo e oggi lui (il dichiarante) era disposto a parlare solo di donne.

Quindi se ne riparla lunedì, ha concluso.

Nel frattempo è tutto un rinfacciarsi le cose, com’è fra gli innamorati in disaccordo, che però non vedono l’ora di riappacificarsi, visto che c’è ancora un bel po’ di cose da fare.

Nel frattempo godetevi il girotondo sulla Tav. Se casca lei cascano tutti.

Buon week end.

Cartolina: Il raddoppio del debito sovrano


Ciò che non si può dire, perché accademicamente scorretto – e già m’immagino legioni di professori col ditino alzato – è che il raddoppio del debito pubblico dei paesi Ocse non ha prodotto miracolose moltiplicazioni economiche oltre a quella dei debiti stessi. Chi volesse confrontare i tassi di crescita del pil dell’area in un periodo analogo, troverebbe tassi risicati fra l’1,5 e il 3% l’anno negli anni successivi al terribile 2009. Il debito degli stati invece, dopo aver cumulato prestiti netti dal mercato per 23 trilioni nel decennio, dovendo nutrire probabili depressioni della domanda e sicuri fallimenti bancari, è ormai più che raddoppiato. Era 22,5 trilioni nel 2007, è arrivato a 45,2 trilioni l’anno scorso, e quest’anno l’Ocse prevede una crescita ulteriore fino a 47,3 trilioni. Arrivato a 50 trilioni forse a qualcuno verrà in mente di sbirciare l’andamento della pressione fiscale.

Cronicario: L’unica certezza è il governo-navigator


Proverbio del 7 marzo La cosa migliore è sapere quando finirla

Numero del giorno: 13.3 Crescita % commercio on line in Italia a gennaio

Annunciazione, annunciazione: il governo è solido. Talmente che neanche un treno ad alta velocità riuscirà a farlo deragliare dal binario del cambiamento sul quale sta guidando il paese.

Lo hanno detto, addirittura in coro, Vicepremier Uno (o Due, fate voi) e Due (o Uno, fate voi), mentre dalle fumose stanze di palazzo Chigi usciva una nota fantastica sulla Tav secondo la quale “saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale”.

Merita una menzione anche il riferimento del Palazzo alla circostanza che “sono emerse criticità che impongono una interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali”.

Ma questa momentanea incertezza ferroviaria poco ci riguarda. Quel che conta è che il governo c’è e ci sarà anche domani. Alla faccia di Eurostat che intanto pubblica grafici come questo e quello dopo.

Ora, a parte il pi negativo, per il quale è già pronta una soluzione, se vi preoccupa la disoccupazione, state sereni. Perché qui arriva la seconda certezza che ci fa dormire tranquilli: arrivano i navigator, ossia i 6.000 disoccupati che, una volta impiegati (una volta in senso stretto) dovrebbero aiutare a trovare lavoro agli altri disoccupati (nel frattempo in calo) che comunque avranno nell’attesa il reddito di sanchopanza. I navigator sono una certezza certissima. Pare che almeno 60.000 parteciperanno al bando diffuso dalle autorità, ove fra i requisiti richiesti c’è anche quello di essere specialisti di reddito di cittadinanza. Visto che i navigator non lo prendono (per ora) meglio che sappiano come funziona per dopo, avranno pensato quei geni del governo. Senza contare che ormai la Norma di Civiltà è stata finalmente innalzata al rango di disciplina scolastica.

Conosceremo presto questi navigator, eroici avanguardisti che conducono il triste disoccupato lungo l’oceano procelloso del mercato del lavoro italiano fino a un porto sicuro e a tempo indeterminato.

Eroici avanguardisti come quelli del governo, ‘sti navigator. Forse sono gli stessi.

A domani.