Nel nome del Padre


Parte V, La Cura/1

Riconciliarsi col Padre significa innanzitutto ri-conoscerlo. Vuol dire tornare con tutta l’umiltà di cui siamo capaci alle radici della nostra storia e risalirle un pezzo alla volta, fino a riconquistare la cima dell’albero da dove eravamo partiti e cominciare a guardare al futuro con una rinnovata ricchezza di spirito e una nuova forma di ragione, più alta e più ampia, di quella che abbiamo finora conosciuto.

Dobbiamo percorrere una lunga iniziazione per aver un nuovo inizio.

Questo compito tocca a noi europei. E’ stato l’uomo greco, più di venticinque secoli fa, a piantare la prima radice della nostra tradizione. La filosofia greca ha tramutato la coscienza del mondo e non è esagerato dire, come ha scritto qualcuno, che ancora oggi guardiamo al mondo con gli occhi di Platone.

Cinque secoli dopo, l’avvento di Gesù il Cristo ha impiantato la seconda radice nell’albero della storia europea. La Storia è stata cambiata di nuovo. Cristo ne ha determinato la direzione, rinnovando drasticamente la tradizione ebraica dalla quale proveniva. Ma poi è stato l’uomo romano, l’imperatore Teodosio, nel 391,  a innervare l’Europa col Verbo cristiano imponendolo come religione di Stato. Da quel momento in poi il cristianesimo diventa una semenza dell’Europa, e lo è ancora oggi, pur nelle diversità delle sue confessioni. Quindi essere europei significa ri-conoscere questa tradizione e, soprattutto, riconciliarsi con essa. Riconciliarsi, quindi, col Padre ri-conoscendo il Figlio.

Dal momento in cui Gesù il Cristo inizia la sua evangelizzazione all’editto di Teodosio passano quasi quattrocento anni. In questi quattro secoli le due radici si avvinghiano l’una all’altra fino quasi a fondersi. L’ellenismo si mescola con il messaggio di Cristo, lo struttura, gli dà forma e filosofia, si travasa nel Vangelo, dando origine a dispute infinite, nella migliore tradizione greca. La Parola di Dio trova una legione di ermeneuti che si confrontano con le scuole di filosofia di tradizione greca, essenzialmente pagane.

Una situazione simile a quella che stiamo vivendo adesso.

La contaminazione dura quattro secoli. Ma alla fine riesce. In Europa nasce una nuova coscienza. L’editto di Teodosio è una semplice presa d’atto. Le due fazioni, quella ellenistica e quella paleocristiana, venendosi incontro, si sono dissolte l’una nell’altra nel nome della Trinità. E poiché è già accaduto, possiamo aspettarci che accadrà di nuovo.

Sempre che lo scegliamo.

Guardando a quegli anni così lontani possiamo capire tante cose del nostro presente. A cominciare dal delirio di onnipotenza umanistico che ha resuscitato il paganesimo. La religione di dIo. Una beffa sublime: la riproposizione in chiave moderna del vecchio conflitto fra lo sguardo greco e quello cristiano. Fra l’antenato della scienza e quello delle chiese.

Dopo duemila anni sembra siamo tornati al punto di partenza. Quindi da qui dobbiamo ripartire, dalla letteratura patristica. Ri-conoscerla.

I padri della Chiesa iniziano a scrivere intorno al II secolo. Nei primi cento anni dopo Cristo prevale ancora la tradizione apostolica, basata sulla codificazione della predicazione orale derivata da Gesù. I Vangeli sono resoconti della parola del Cristo. Si ripete uno schema che già avevamo visto all’opera con Platone, che nei suoi dialoghi aveva tramandato gli insegnamenti di Socrate che, come Gesù, non aveva mai scritto una riga. In entrambi i casi una tradizione orale viene trasformata in testo scritto.

Dall’analisi dei Vangeli una congerie vastissima di dotti produce un oceano di glosse sotto forme di trattati, epistole, sermoni. Gli scrittori cristiani hanno il problema di ordinare coerentemente (e già qui si intravede la radice greca fare capolino) una serie di termini che gli apostoli avevano raccolto nei Vangeli. Termini come Cristo, figlio di Dio, Logos, Sapienza, Spirito Santo.

Il Nuovo Testamento, essendo essenzialmente un racconto, un evangelo, aveva trascurato di erigersi a sistema. I Vangeli non sono una teologia. Nascono per essere ascoltati – si pensi alle parabole – non per ragionarci sopra. Vengono scritti per essere discussi in seno all’Assemblea. La Parola è viva, non lettera morta. Anche in questo la radice cristiana somiglia a quella greca. Platone scrive dialoghi – non trattati – perché ricorda (e tramanda) la diffidenza di Socrate per il testo scritto. Il dialogo presuppone coinvolgimento attivo dell’interlocutore, non lettura solitaria, silenziosa e passiva. Presuppone l’Io e l’Altro.

Senonché, proprio come Platone, i padri della Chiesa non sono semplici predicatori. Sono dotti: scrivono. Inventano la teologia per codificare la religione nascente e difedenderla dall’eresia. Scrivono per tutti, ma anche per loro stessi.

Per di più si tratta quasi sempre di pagani convertiti, quindi portatori di una tradizione che, dai successori di Platone in poi, ha sempre prediletto la sistematica filosofica.

Prendiamo Teofilo d’Antiochia (183-? dC), probabilmente il primo a usare il termine Trinità. Nasce pagano e si converte dopo aver scoperto i testi sacri. Proprio come Tertulliano (155-230 dC) a Occidente e Origene (185-232 dC), nato però da genitori cristiani, a Oriente, considerati i primi teologi sistematici della tradizione cristiana.

Siamo nel II secolo. Il perno della loro riflessione è proprio la questione della Trinità, il grande tema che terrà impegnati i filosofi cristiani per oltre un secolo, fino a quando col Concilio di Nicea (325 dC) si fissa il primo Credo e si impiantano i semi dei futuri scismi fra Chiesa Romana e Chiesa Ortodossa.

E’ difficile per noi oggi, quando facciamo il segno della Croce, capire quante lacerazioni abbia prodotto nei secoli quel semplice gesto. Ma è la ragione di tutta la teologia che è difficile capire oggi. Sembra la cosa più naturale del mondo ascoltare – tramite il Vangelo – Gesù il Cristo che si rivolge al Padre mentre è sulla Croce. Ma per i primi teologi, infarciti dalla sistematica greca, era inconcepibile non definire il rapporto sostanziale fra il Padre e il Figlio. Mentre per noi ormai è acquisito a patrimonio comune, aldilà delle fede che ognuno vi ripone,  il racconto evangelico della fecondazione di Maria ad opera dello Spirito Santo, per il pagano convertito del II secolo è di capitale importanza definire la relazione dello Spirito Santo col Padre e col Figlio. E per farlo non può che usare gli strumenti di cui dispone: la razionalità greca figlia di Platone e Aristotele. Un’arma appuntita e mortale, che produce divisioni e conflitto.

E infatti sulla questione trinitaria si aprono dispute terribili. Tertulliano diventa il padre della tradizione del monoteismo dinamico, Origene del monoteismo gerarchico. Tanto è consustanziale il primo, il Figlio pre-esiste nel Padre, quanto è causalista il secondo, il figlio è eternamente generato dal Padre. L’eredità greca, per chiunque ne abbia un minimo di dimestichezza, è evidente. E non è certo un caso che un pagano coevo di Tertulliano e Origene, Plotino (203-270 dC), replicherà lo schema trinitario prendendo a prestito dal neoplatonismo i concetti di Uno, Intelletto e Anima elaborando la filosofia delle ipostasi.

Nel terzo secolo, infatti, il processo di mescolanza fra le due radici è ormai avanzatissimo.

Nel IV secolo può dirsi ormai concluso: le Enneadi di Plotino saranno grande fonte di ispirazione per altri due grandi Padri della Chiesa: Sant’Ambrogio (340-397 dC), che ne copierà interi passi nei suoi sermoni, e Sant’Agostino (354-430 dC).

Prima di esplorare per sommicapi il pensiero di Agostino, enormemente importante ai fini del nostro breve viaggio, è utile fare una piccola digressione andando a cavallo fra il III e il IV secolo, dove viene piantato un altro seme determinante per il proto-umanesimo.

Un teologo e presbitero egiziano, Ario (256-336 dC), porta alle estreme conseguenze il monoteismo gerarchico di Origene e nega la natura divina di Cristo. Il Figlio non condivide la stessa sostanza del Padre. E’ una specie di semidio, un dio minore direbbero gli gnostici, in rapporto gerarchico col Padre, come diceva Origine, ma è altro da lui. E’ certamente una creatura superiore rispetto all’uomo, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito. Ancora una volta sentiamo gli echi della filosofia pagana. L’applicazione spregiudicata della logica che divide e separa anziché unire. Ario non nega la Trinità, ma sulla scorta di Plotino, la considera costituita da tre diverse persone (treis hypostaseis) caratterizzate da nature diverse. Affermando la non divinità di Gesù, in pratica nega Cristo, ossia l’incarnazione del Padre nel Figlio.

L’eresia ariana, che spezza il monoteismo e fa irrompere di nuovo il paganesimo del mondo cristiano, si diffonde sorprendentemente trovando terreno fertile nell’humus ellenistico che ancora germina nel mondo del tardo impero Romano. I teologi d’Occidente e d’Oriente si alleano per stroncare l’eresia che, negando il Cristo, minaccia in nuce la nuova religione. Ario viene condannato come eretico nel 321 nel sinodo di Alessandria e la sua dottrina bollata col marchio di eresia nel concilio di Nicea.

Il Concilio stabilisce le parole che si recitano con l’atto di fede, quando si dice Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre.

Queste poche parole chiudono due secoli di dispute cristologiche, condannano l’eresia di Ario (il Figlio è generato, come diceva Origene, non creato, come voleva Ario, e della sostanza del Padre, come diceva Tertulliano). Ario finisce in esilio, i suoi libri bruciati, i suoi seguaci perseguitati. E ciò malgrado la sua idea sopravvive a lungo. Addirittura trova un fervido seguace nell’imperatore Costanzo II (317-361 dC) che prova ad affermare un nuovo Credo ariano. L’eresia continua a diffondersi almeno fino al VII secolo. La gran parte dei germanici cristianizzati in quel periodo erano ariani.

Da cosa nasce la grande seduzione di questa dottrina? Alcuni studiosi ortodossi vedono nell’arianesimo la radice filosofica, per non dire spirituale, dell’umanesimo europeo. Il Gesù ariano, un semidio che è più dell’uomo, somiglia moltissimo al monstrum che, in un universo privato di Dio, si trova a fare le veci del creatore. Forse è una suggestione, ma di sicuro seducente, oltre che essere coerente con la nostra tradizione.

Torniamo ad Agostino. Come altri prima di lui, ma in maniera assai più strutturata, Sant’Agostino usa l’utensileria neoplatonica per sistematizzare la questioni cristiane. Nasce manicheo, poi si converte e muore vescovo. Nel frattempo scrive testi di importanza capitale per la nostra storia. Due in particolare: Le Confessioni e La Città di Dio.

L’opera di Agostino realizza la trasformazione cristiana del neoplatonismo pagano. Quest’ultimo, al contrario del cristianesimo, viene giudicato incapace di  condurre l’uomo a Dio. L’esperienza cristiana trascende l’uomo, conducendolo, in virtù della Grazia ricevuta, laddove la filosofia non può. Ma in questo viaggio, l’uomo scopre una cosa determinante. Scopre l’Io e, di conseguenza, la Storia.

La storia del mondo, scrive Agostino, è la cronaca della lotta fra la Città Celeste e la Città del Male. Il principio della Città di Dio è l’amore di Dio, che si estrinseca sulla Terra nella Chiesa. Il principio della città del male è l’amore di sé, che nasce sulla Terra con Caino. Inserendo l’umanità nella storia, Agostino vi incista l’Uomo, peccatore che viene salvato dalla Grazia di Dio. Così facendo, l’Io entra nel discorso filosofico cristiano per la prima volta nella storia, tredici secoli prima di Cartesio.

Nella Città di Dio Agostino scrive: “Se io dubito, sono”. E nelle Confessioni aggiunge: “Io sono, io conosco, io voglio. Io sono colui che conosce e che vuole. Io conosco che sono e che voglio; io voglio essere e conoscere”.

Risalendo lungo le radici del nostro albero europeo, possiamo trarre alcune conclusioni. Il seme dell’Iosologia, piantato nell’antica Grecia, fiorisce nel pieno fulgore dell’età aurea del cristianesimo grazie alla mescolanza con l’insegnamento di Gesù. I frutti arriveranno più di mille anni dopo, nell’età moderna. Il cogito Cartesiano è l’espressione matura di una pulsione umanistica – leggasi amore per l’uomo – che comincia con la Buona Novella di Cristo che predicava di amarci l’un l’altro nel nome del Padre. L’umanesimo, insomma, è una declinazione volgare del cristianesimo, una probabile filiazione dell’eresia ariana: il tentativo di conciliare la città di Dio con quella degli uomini, ma nel nome della Ragione.

Ma con l’eclisse di Dio, nel tempo, l’uomo stesso è divenuto un mito, una divinità narcisizzata: l’ennesima eresia.

Pochi specialisti conoscono Ario.

Tutti vediamo il monstrum.

Prima di tornare sulla cima del nostro albero dal quale siamo scesi per fare questo breve viaggio, concediamoci un’altra sosta a metà strada. Impariamo a ri-conoscere un altro dei nostri padri: S.Tommaso l’Aquinate.

Conosciamo lo sforzo titanico di Tommaso. Tutta la sua opera è stata dedicata al tentativo di unire fede e ragione. Cristo e Aristotele. O, come abbiamo già rilevato, Dio e Io (uomo).

Forse però con tale riduzione si dà conto con troppa semplicità dell’immenso sforzo tentato da San Tommaso. Si scambia il dito con la direzione. Cosa può voler dire oggi quello che scriveva Tommaso più di sette secoli fa? “Fede e ragione si possono conciliare, anzi, la ragione serve agli esseri umani per interrogarsi anche su alcuni enigmi di fede. Lo scopo della fede e della ragione è lo stesso, se poi la ragione si trova in contrasto con la fede deve cedere a questa”.

Tommaso aveva intuito la direzione: la conciliazione. Oggi noi diremmo la ri-conciliazione. Quando l’Aquinate parla di ragione si riferisce chiaramente alla razionalità greca che, come abbiamo visto, pervade il cristianesimo sin dalle origini. E aggiunge che se la ragione (rectius, la razionalità greca) si trova in contrasto con la fede, deve cedere a questa. E cedendo, diremmo noi adesso, diventa qualcosa di più grande, si esalta, supera se stessa: diventa ragionevolezza.

Nella ragionevolezza si realizza lo scopo di fede e ragione, che è lo stesso come dice Tommaso. Ossia vivere la vita da vivi.

La ri-conciliazione, come si vede, passa anche per la ri-lettura di ciò che è stato scritto, sforzandoci, per quanto è nelle nostre possibilità, di dare il giusto significato a parole pensate secoli fa in contesti radicalmente diversi dal nostro.

Perciò prego affinché, come è già accaduto nel tempo antico, i sacerdoti delle fazioni di oggi – i fedeli di Dio e i fedeli di dIo – facciano quello che hanno fatto i nostri padri: si avvicinino gli uni agli altri fino dissolversi gli uni negli altri.

Prego perché i preti imparino la lingua degli scienziati, degli economisti e dei politici e gli scienziati, gli economisti e i politici imparino quella dei preti. Ognuno legga le parole dell’altro. Servono umiltà, pazienza e amore.

Doti ragionevoli.

Doti umane.

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