Il costo della guerra grava sulle spalle dei più fragili

“Lo shock è globale, ma il peso è irregolare”, scrive il Fmi in un breve riepilogo sulle conseguenze della guerra, che potremmo replicare, quanto agli effetti, per qualunque altra crisi il nostro tempo fantasioso e vagamente disgraziato si troverà a sperimentare.

Alla fine i poveri patiscono più dei ricchi, che detta così sembra un’ovvietà – e lo è – ma ben celata nel discorso pubblico che addolcisce questa pillola amara con miliardi di parole vuote.

Sicché noi che stiamo dalla parte ben nutrita dell’umanità, piangiamo calde lacrime perché col gasolio impazzito e il cherosene evaporato rischiamo persino di non poter fare le vacanze. E in più sorbiamo dosi quotidiane di spavento propinato da un sistema di intrattenimento mediatico che ci convince che andrà sempre peggio. Dall’altra parte del mondo, però, qualcuno taglia i pasti, già magri.

Questa conclusione è evidente anche solo se guardiamo, come fa il Fondo, i grandi numeri della domanda e offerta di petrolio. Il mercato è composto da un fitto insieme di acquirenti, e uno sparuto gruppi di esportatori.

In questa condizione è chiaro che ogni tensione sui prezzi, determinata da impedimento a produrre o esportare, si ripercuote come un terremoto lungo le catene globali. Vale la pena appena ricordare che la guerra è andata a colpire duramente proprio le produzione e esportazione di petrolio.

E questo ci riporta al grafico di partenza. I paesi più poveri devono portare il peso di questa crisi, innanzitutto perché hanno poco spazio fiscale per fare politiche di stabilizzazione. E in più hanno rating bassi, per cui fanno sempre più fatica, in un mondo che la guerra rende sempre più egoista, a trovare aiuti. Pensate solo al mondo che gravità nell’area sub sahariana dell’Africa. Che pochi conoscono e del quale ancora meno si preoccupano.

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