Apokálypsis


  Parte IV, Prognosi/1

L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio.
Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre;
chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre
(1 Giovanni 2, 22-23).

La fine dell’umanità come la conosciamo non coincide con la fine della vita intelligente. O almeno non necessariamente.

Da almeno cento anni la letteratura fantascientifica ci istruisce su come potremmo diventare. La subcultura cyberpunk, ad esempio, delinea con squisita chiarezza i contorni di una postumanità frutto di un ibrido macchina-uomo, così come fanno innumerevoli autori di genere che immaginano mondi dominati dalle biotecnologie o dall’eugenetica. Chiunque abbia dimestichezza con queste letture troverà decine di esempi a cui fare riferimento.

Le teorie evoluzionistiche di tipo darwiniano, d’altronde, sembrano spingere in questa direzione. L’uomo contemporaneo sta semplicemente accelerando, grazie al suo presunto dominio sulla materia, quello che comunque succederà. L’Apocalisse. Ossia la rivelazione (apokálypsis) al mondo del figlio di dIo.

Il monstrum.

Forse tutto comincerà con un grumo di cellule assemblato in laboratorio che improvvisamente inizierà a replicarsi per mitosi, oppure con un supercomputer che elaborerà una domanda autonoma. Tipo: chi sono? O magari l’artefice del cambiamento sarà un qualunque ingegnere genetico che, manipolando il dna troverà la formula della vita eterna. Nessuno può saperlo. Quello che sappiamo è che in quel preciso istante l’umanità come la conosciamo inizierà a scomparire.

Tanto tempo fa qualcuno ha scritto che l’invenzione di una macchina intelligente, biologica o meccanica che sia, sarà l’ultima cosa che inventeremo. L’avvento di una nuova specie, ci dice la paleontologia, cancella quella precedente nell’arco di un certo tempo di coesistenza.

La cosa avrà straordinarie conseguenze culturali. Non serve scomodare Kant per capire che la nostra costruzione del mondo – e la conseguente risposta culturale – è ontologicamente condizionata dalle categorie della nostra mente che funzionano sulla base di ciò che percepiscono i nostri sensi (Hume). Un’entità biologica intelligente diversa da noi costruirà una realtà affatto diversa dalla nostra, dove parole millenarie come amore, gioia, tristezza, coraggio, solidarietà potrebbero improvvisamente non avere più alcun senso. La “chimica delle idee dei sentimenti morali, religiosi ed estetici”, per dirla col Nietzsche di Umano troppo Umano sarebbe radicalmente diversa.

L’Io parricida, che ha decretato la morte di Dio, seguirebbe lo stesso destino per mano del figlio, il Mostro, che lui stesso ha generato.

L’avvento del monstrum, frutto della negazione prima del Padre e poi del Figlio (chi nega il padre, d’altronde, non può che negare il figlio), segnerebbe l’inizio di un nuovo evo finalmente disumanizzato. Una nemesi assolutamente ironica, se non fosse tragica.

O forse la fine dell’uomo arriverà semplicemente seguendo l’andazzo del nostro tempo. Per bulimia o per anoressia. Magari diverremo davvero come le monadi di Leibniz, chiuse nel nostro utero informatico dove sfogare senza freni la nostra libido espressiva perseguendo un eterno godimento virtuale, connessi costantemente con la Grande Mente Universale (la Rete) di cui ognuno di noi sarà una semplice sinapsi.

Un destino di assoluta solitudine celata dal costante rumore di fondo della pubblicità. Una teoria infinita di stomaci che consumano e digeriscono a comando mentre contemplano il loro paradiso artificiale ignorando tutto ciò che accade fuori. Polli d’allevamento privi d’empatia e sentimentalmente sterili, per non dire autistici, sessualmente indistinti. Orfani suicidi che si riproducono via Internet.

Questo se va bene.

Se va male potremmo finire vittime di una delle tante catastrofi che ci siamo ingegnati di preparare creando armi demenziali, sotto forma di missili o virus, o condizioni generali di dissesto ambientale ormai irreversibili.

Rischiamo di finire come la Roma antica, anche: schiantati dai barbari. Solo che nel nostro caso i barbari non premono ai nostri confini, li abbiamo già dentro le nostre belle città. Sono i nostri vicini di casa. Gli stessi che, dopo averci ignorati nel tempo dell’abbondanza perché troppo impegnati a spassarsela, non esiterebbero un attimo a spararci addosso nel tempo della miseria. La ferocia di chi ha conosciuto la sazietà non è paragonabile a quella di chi ha sempre avuto fame. E d’altronde, la costante polarizzazione della ricchezza, ormai senza freni, può esasperare il conflitto sociale fino a costringere la mIocrazia a mettere da parte le buone maniere e scatenare l’uso della forza per mantenere l’ordine.

Si possono immaginare decine di scenari, mondi dove nuove oligarchie multinazionali prenderanno il posto degli stati. O ripescare nella memoria letteraria la suggestiva dicotomia fra Eloi e Morloch resa celebra da H.G.Wells nel romanzo La macchina del tempo, a significare la frattura non più socioeconomia ma addirittura antropologica fra i belli e i brutti, i ricchi e i poveri, i padroni e i servi.

Qualunque sia lo scenario, paradiso artificiale o cataclisma, pandemia o guerra, eugenetica o degenerazione mutante, o magari tutto insieme, la sostanza non cambia. L’uomo, come lo conosciamo, cesserà di esistere. E con lui il Tedio.

La malattia muore sempre col paziente.

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