Categoria: Cose che succedono, ovvero l’economia reale

Le mille e una notte di TheWalkingDebt


Mi succede che WordPress mi notifica che è uscito il millesimo post di questo blog. Come in quei film dove il tempo s’arrotola d’improvviso, mi scorre davanti agli occhi quasi un quinquennio di storia, quella iniziata a novembre 2012 quando affidai al mio personale Mister Hyde d’incaricarsi di scrivere sulla questione del debito, che mi pareva e mi pare tuttora la costituente del nostro Secolo Economico.

Costui, Mister Hyde, a dispetto del suo omonimo assai più noto, era persona mite e tale è rimasta. Per nulla invadente e anzi schivo, si rese subito conto che non poteva chieder tempo al sottoscritto, che lavoro e famiglia già gravavano d’incombenze. Di tanto in tanto ci provava però: faceva capolino, guadagnandoci solo scuse frettolose, promesse bugiarde, dichiarazioni benaltriste. Sicché comprese che non aveva diritto di cittadinanza nella mia giornata e studiò il modo di piantar bandiera laddove nessuno avanzava pretese. Divenne il signore delle mie notti.

Quando dormivo, Mister Hyde scendeva dal letto, attento a non svegliare nessuno, e iniziava a trasformare in parola scritta pensieri diurni, letture disordinate, intuizioni rubate. Mite, paziente, schivo e soprattutto insonne, Mister Hyde iniziò a comporre la trama di questa straordinaria avventura. Ogni notte mi lasciava una storia che, una volta sveglio, dovevo condividere con voi. La sua unica richiesta. Non potevo rifiutare.

A quel tempo, quando tutto cominciò, non è che gli dessi credito. Lo leggevo per dovere, a volte con sorpresa perché scoprivo cose che ignoravo, e me l’immaginavo chino a far giorno su carte astruse, mentre io mi godevo il meritato riposo. Pian piano mi ci affezionai e adesso siamo buoni amici, anche se ci vediamo poco.

Nel frattempo però accadde che il credito cominciarono a darglielo altri.  I suoi zibaldoni notturni trovarono ospitalità anche altrove e ormai mi capita di ritrovarlo dappertutto quando navigo per ragioni d’ufficio. Perciò allo scadere della millesima e una notte mi sembrava giusto scriverlo io questo pezzo, e almeno stavolta lasciar dormire lui.

Fai bei sogni, amico mio. E grazie.

 

Da novembre 2012 i contenuti di TheWalkingDebt sono stati ospitati da decine di contenitori e ormai regolarmente su Formiche, Econopoly-Il Sole 24 ore, e di recente anche sul Foglio. Da diverse settimane presentiamo in radio una rubrica che si chiama I consigli del Maitre, e altre cose bollono nel pentolone del futuro. Nel corso della quinta stagione, iniziata nel settembre scorso, la produzione si è sostanzialmente rinnovata. Oltre ai post tradizionali, quelli che chiamiamo Annali, che ormai escono solo il giovedì, è arrivato il Cronicario, economia seria in tono semiserio, che è molto apprezzato dai lettori, dal lunedì al venerdì, la Cartolina del venerdì, gli estratti di Crusoe, fra i quali le Chat di socioeconomia, che intrattengo con alcune persone straordinarie che ho conosciuto su Twitter. L’insegnamento che ho tratto da questa esperienza è che tutto è possibile purché ci sia impegno, dedizione e lavoro serio, persino in un paese come il nostro, che dice di amare il merito ma poi sposa l’amico degli amici. Questo successo è anche merito vostro, che avete letto e condiviso i contenuti di questo piccolo blog. Chi legge (e condivide) trasforma in realtà il pensiero scritto, quindi anche voi siete autori di TheWalkingDebt. Non dimenticatelo mai.

Ci rivediamo fra mille post.

Comprarsi l’auto ai tempi del QE


Mi succede che l’autoradio si zittisce d’improvviso, proprio su un acuto di Alice Cooper che fungeva da stimolante sul mio sistema nervoso imbolsito dal traffico. Penso a un’interferenza e rischio di andare a sbattere mentre smanetto con i controlli, ma niente: silenzio. Provo il rimedio finale: il reset. Spengo e riaccendo, ma quella tace. Tolgo persino il frontalino e lo rimetto con un movimento plastico. Ancora silenzio. Sicché è ufficiale: l’autoradio si è rotta.

Mi guardo intorno. Il volante vagamente liso, le tappezzerie consunte da una pattuglia di belve minorenni, e siccome piove, non posso neanche impedirmi di notare che i tergicristalli arrancano sul parabrezza come uno scalatore esausto. Mi sorge il fondato sospetto che la mia automobile sia invecchiata. Strano: non ha nemmeno quindici anni e un motore che è ancora un orologio pure se ha girato per 160 mila chilometri.

Torno a casa e informo la famiglia che l’autoradio si è rotta e quindi bisogna attrezzarsi col canto libero quando si è in auto. Ma poi d’improvviso un qualche meccanismo sociale, che evidentemente ha scavato nella mia consapevolezza silente come un tarlo, mi fa esplodere un pensiero inusitato sotto forma di domanda: ma perché non ti compri una macchina nuova?

Boom. Mi ritrovo esposto a questa seduzione: la macchina nuova. E quando mai? Malgrado sia patentato da più di una generazione non ho mai pensato un pensiero così dissennato. Eppure adesso – sarà colpa della vecchiaia? – mi dico: che male c’è?

Per incoraggiarmi do un’occhiata al conto in banca dove da un paio d’anni giace inutilizzato il povero gruzzolo di risparmi. Prima riuscivo a spuntarci qualcosina – coi Bot o i Btp, sapete – ma adesso questi arnesi rendono nulla, e anzi ci perdi. E siccome non sono abbastanza ricco per giocare al grande investitore, l’ho lasciato lì, a far muffa e a sciogliersi, una goccia alla volta, grazie al caldo abbraccio del fisco e della mia banca. Mi sembrano talmente inutili, questi soldi, che decido di spenderli in una fiammata di follia. Mi sento persino patriottico: il Pil e quelle cose lì.

Inosservati, nella mia psiche agiscono silenziosi e solerti gli espedienti psicologici del QE. In fondo cos’altro vuol fare la banca centrale, mi dico, se non spingerti a spendere i tuoi soldi per rilanciare l’economia? Sempre per il bene comune, ovvio.

Sicché mi decido. Passo la metà della notte a cercare una macchina che sia coerente con il mio conto in banca e grande abbastanza per ospitare la truppa al completo e, miracolo, la trovo. Vado a dormire convinto d’aver assolto al mio dovere di padre e consumatore.

L’indomani di buona mattina chiamo in concessionaria per chiedere un test drive e un preventivo, anche se, dopo aver smanettato abbastanza con il configuratore non mi aspetto grandi sorprese. Mi risponde una gentile signorina alla quale espongo con dovizia di dettagli le mie esigenze e mi informo circa disponibilità e tempi di consegna. Dopo una ventina di minuti arriviamo al punto: il prezzo.

La prima sorpresa è che costa di più di quello che diceva il configuratore, ma vabbé: cosa volete che siano quei mille euri in più? E poi ho un asso nella manica. Aspetto che finisce di spiegarmi i perché e i percome dell’aggravio e poi lo calo spietatamente. “Ma se vi pago in contanti – dico – che sconto mi fate?”

Mi risponde così: “Se paga in contanti il prezzo aumenta. Il prezzo che le ho fatto è scontato solo se lei fa il finanziamento”.

Subisco un lieve corto circuito. Sono cresciuto in un tempo dove il denaro cash aveva un valore e scopro con raccapriccio che non è più così. Oggi a quanto pare risparmi se fai debiti, non se metti da parte e paghi in contanti. I meccanismi misteriosi della finanza contemporanea agiscono a nostra insaputa, evidentemente. Salvo quando ci servono. E allora li capiamo sul serio.

Il corto circuito si manifesta in una risata vagamente maleducata, della quale mi scuso subito. “Ho riso anch’io – mi dice lei cortese – quando me l’hanno detto”.

E poi si affretta a spiegarmi che se non faccio il finanziamento non posso accedere alla polizza triennale incendio e furto, né al prolungamento della garanzia da tre a cinque anni. E che quindi in fondo mi conviene pagare qualcosina di interessi.

Qualcosina? Mentre lei parla torno sul sito del configuratore e simulo un finanziamento – che comunque non può essere inferiore a seimila euro – e scopro che il Taeg, già a un dignitosissimo otto e passa per cento, sfiora il tredici per cento se provo a limitare il prestito a due anni e che il tasso aumenta all’aumentare dell’anticipo. Miracoli della matematica finanziaria.

Alla fine il simulatore mi dice che per prendere seimila euro in prestito per due anni, devo restituirne 7.275. In sostanza devo pagare oltre mille euro in più perché in teoria non mi conviene spendere i soldi che ho. Oppure spenderli comunque e perderci perché aumenta il prezzo, mentre una vita fa mi avrebbero fatto uno sconto. Più che avere soldi, ossia crediti, oggi conviene avere debiti. E poi ci lamentiamo che il debito aumenta.

Provo a tradurre il dilemma. Se tengo i soldi in banca, prendo zero o poco meno, epperò se prendo a prestito la stessa cifra che trattengo in banca, ci pago il tredici per cento. Sia che tenga i soldi in banca, sia che mi indebiti, vengo tosato.

Il venditore di macchine, invece, non perde un euro, visto che la finanziaria gli restituisce lo sconto che fa a me se lui mi vende il finanziamento. Sul mio debito, per il quale paga un tasso x, il finanziatore guadagna lo spread fra questo tasso e quello che fa a me. E deve essere anche alto, se poi riesce pure a dare un po’ di profitto al venditore. A monte la banca che presta i soldi alla finanziaria magari li prende a prestito dalla Bce ai tassi che sappiamo, mettendo il mio debito come collaterale. E ci fa un altro pezzetto di guadagno. Questo meraviglioso mondo che abbiamo costruito ha tanti vincitori. Tranne me che pago il conto. Sia che risparmi, sia che spenda prendendo a debito.

Chiudo la conversazione con l’entusiasmo ormai agli sgoccioli. La sensazione di essere oggetto di un raffinatissimo raggiro mi rapisce come una vertigine. E mi trovo a sfogliare gli annunci di auto usate, come ai vecchi tempi. E il Pil?

I soldi li spenderò lo stesso. Ma lui non lo saprà mai.

Non credo più nel credito


Mi succede che a un certo punto decido di comprare un nuovo computer. Uno di quei così luccicanti che odorano di modernità, per dare la giusta requie al macinino che mi tiene compagnia da non ricordo quando, sembrandomi poi patriottico, visti i tempi grami, contribuire con i miei consumi a qualche infiniteso di Pil in più della ripresa nazionale.

Mi succede perciò che mi ritrovo in uno di quei negozi che promettono di farti felice solo che tu compri qualcosa che si alimenti di elettricità. Qualunque cosa: dalle macchinette del caffé con le capsule a televisioni parietali ultrapiatte che trasmettono in 3D.

Leggere le specifiche dei prodotti mi fa sentire improvvisamente vecchio.

Noto una fila sterminata e assortita al desk dei telefoni cellulari, e leggo, negli occhi di ognuno lo stesso cupo desiderio imbambolato.

Accanto, un lungo bancone esibisce un numero incredibile di tablet a disposizione di tutti coloro che vogliono sfiorarli, e anche qui, facce imbambolate e felici, che dialogano amorevolmente con la macchina, col broncio protruso e le rughe d’espressione tese allo spasimo, manco stessero salvando il mondo a colpi di polpastrelli.

Finalmente trovo i computer, e m’imbambolo anch’io. Un bellissimo schermo a 27 pollici mi introduce nello splendido mondo dei computer di ultima generazione, dove i colori sono più vividi, le prestazioni mirabolanti, lo spazio ridotto all’osso: non ci sono più neanche i cavi. E’ tutto wireless, mi dice il commesso che con raro istinto predatorio mi ha subito inquadrato.

Penso al viluppo di fili che accompagna da sempre le mie scorrerie informatiche e arrossisco.

Poi sbianco appena mi fa il prezzo: quasi duemila euro per la versione top. E d’altronde, che ci vieni a fare qui se non aspiri al top?

Spiego che mi servirebbe un doppio monitor, un hard disk esterno e altre cosette. Quello mi studia, valuta, calcola e spara: con tremila stiamo larghi.

Tremila, dico io.

Un affare, osserva lui.

Mi esibisco in un sorriso complice e dissimulatore mentre penso che tremila euri adesso proprio non ce li ho.

Poi mi viene in mente che neanche dopo ce li avrò.

Passo in rassegna la contabilità familiare del prossimo semestre e mi scopro incapiente: sono strozzato dagli impegni di spesa.

Lui mi guarda vagamente deluso: ha già capito. Per darmi un tono faccio finta di provare il gioiellino davanti a me e maledico la sorte ria che mi ha fatto nascere onesto e lavoratore dipendente.

Poi, improvvisa, la folgorazione.

Il mio desiderio di modernità si vaporizza in un fuoco d’artificio, che disegna i lineamenti di un volto molto ormai più che familiare:

Mario Draghi.

Mi ritorna in mente che qualche giorno fa il capo dell’eurozona ha detto che i tassi si abbasseranno quasi a zero, e che per costringere le banche cattive a dar credito ai poveracci come me, che vorrebbero consumare qualcosa di superfluo, e magari alle imprese che ‘sto superfluo lo producono, metterà sul piatto un diluvio di miliardi.

Più grana per tutti praticamente gratis: era ora perbacco.

Dio salvi il Re del Credito.

E se lo prendo a rate?, chiedo al commesso come se gli stessi facendo un piacere.

Quello mi dice: certo, che problema c’è. E mi chiede di aspettare.

Intanto che aspetto mi ricordo che il mio ultimo acquisto a credito risale al 2005. E ricordo con gioia che mi proposero un tasso zero con spese di pratica all’osso. Già mi faccio i conti: se c’erano i tassi a zero all’epoca, che drago Draghi ancora non c’era, figurati adesso: mi pregheranno di prendere a credito, visto che tanto poi scaricano tutto sulla Bce.

Mi autoconvinco che potrei fare in 20 mesi, a 150 euri al mese, comprese eventuali spese di pratica e la chiudo così. Poco ci manca, quando vedo tornare il commesso, che gli chieda di incartarmi il computer.

Invece quello ha un’aria triste.

Ci sarebbe, mi dice, la finanziaria tal dei tali, che lavora con noi.

Tasso zero, lo interrompo io col solito fare saputello.

Quello poco ci manca che mi rida in faccia.

No, veramente sarebbe Tan 8.50, Taeg 10,90%. Sempre se accettano di darle il finanziamento. E mi tira fuori un preventivo da 140 euri al mese per 24 mesi.

Cribbio, penso: il 10% coi tassi Bce a zero e tutto il resto? Ma che cavolo scrivono i giornali?

Capisco, dico quasi offeso. Ma con chi credono di parlare? Adesso vado a casa e mi trovo un finanziamento a tasso zero.

Mi ricordo, sempre nel 2005, che ogni mese mi arrivava nella posta di casa una carta di credito di qualche finanziaria che mi diceva che potevo subito prelevare quei due-tremila euro, a tassi ridicoli.

Torno a casa e accendo il  macinino.

E mi accorgo che il mondo è davvero cambiato.

Navigo una mezza dozzina di finanziarie, oscillando fra prestiti personali e credito al consumo e non riesco a trovare nulla sotto il 7-8%. Di Tan. I Taeg viaggiano tutti ben sopra il 9% e spesso e volentieri superano il 10%.

L’immagine del mio nuovo computer sbiadisce, cancellata dal flusso numerario di un prestito che mi pare usuraio, a dire poco.

Mi sento vagamente derubato.

Per un attimo mi astraggo dai miei casi personali. Vado a compulsare l’ultima rilevazione della Banca d’Italia su moneta e credito e scopro un grafico che misura i tassi del credito al consumo dal 2004 in poi: incredibile: erano sempre all’8-10%.

Ma allora come facevano a darci la roba a tasso zero?

Mi rispondo ipotizzando che evidentemente pur di vendere i negozianti si caricavano l’interesse sostituendolo a un eventuale sconto e le finanziarie si affrettavano a concedere il credito. Tanto poi tutto finiva nel tricarne delle cartolarizzazioni che qualcuno vendeva a qualcun altro.

E infatti vendevano a rotta di collo. Computer e obbligazioni, intendo.

Oggi, che pure ne avrebbero bisogno, non lo fanno più. Sarà per questo che la Bce vuole rilanciare gli Abs, mi dico.

Mi chiedo perché invece non prestino i soldi direttamente a me. Sono scarso di collaterale, ma magari potrei mettere a garanzia il conto corrente.

Mi soffermo a riflettere qualche minuto sulle distonie della contemporaneità. E poi leggo che i prestiti alle famiglie sono diminuiti dell’1% ad aprile 2014 rispetto a un anno fa.

Le solite banche taccagne, penso in automatico all’inizio, influenzato come sono dal mainstream.

Ma poi ripenso al mio computer nuovo  e capisco un’altra cosa: non sono le banche a non voler prestare soldi alle famiglie. Sono le famiglie che non glieli chiedono.

A ‘sti tassi, vorrei vedere. Eravamo abituati troppo bene, per poter accettare che vada così male.

L’illuminazione mi suggerisce una soluzione al mio piccolo problema di approvvigionamento finanziario.

Decido di farmi un prestito da solo.

I 140 euri famosi, che avrei dovuto pagare per ventiquattro mesi, li faccio diventare 150, ma per venti mesi, esattamente come avrei voluto fare all’inizio. Solo che anziché darli a chissà chi, li do a me stesso. Compro un bel porcellino salvadanio e ce li infilo dentro, per venti mesi di fila.

Sono talmente generoso che me li presto a tasso zero.

Il mio pc-macinino, intanto che si ricalibra, adesso sembra avere un’aria felice. Passeremo insieme ancora più di un anno e mezzo. Avrà il tempo di arrivare esausto alla pensione, come d’altronde capiterà a me. E poi, penso, magari fra venti mesi il prezzo del computer calerà, e quindi finirà che spenderò pure meno.

Non lo immagino neanche, ma sono entrato nel meraviglioso spirito del nostro tempo. Per risparmiare contrarrò i consumi, e quindi darò il mio infinitesimale contributo alla spinta deflazionaria che non c’è ma che si vede. E in più tesaurizzerò i miei risparmi, contribuendo così infinitesimamente alla trappola della liquidità nella quale ci ha infilato la Bce, sperando ognuno di noi di poter comprare domani a prezzi più bassi di oggi.

Ma non sono io che penso queste cose, visto che di economia capisco poco o nulla. E’ il mainstream che parla attraverso me.

Io, di mio, so solo che non credo più nel credito.

Sono entrato nello stupefacente mondo della miscredenza finanziaria.

E così mi son salvato.

 

Lavoro. E’ qui la festa?


Mi succede che come ogni anno ricevo nella buca delle lettere, di solito affollata di bollette o pubblicità, un pregevole cartoncino d’invito dove c’è scritto: La S.V. è invitata alla Grande Festa del Lavoro che si svolgerà il prossimo primo Maggio. Augurandole buona festa, la salutiamo cordialmente.

E basta.

Niente mittente. Niente specifiche.

E così, come ogni anno, mi chiedo: ma dov’è la festa?

Corro a casa a vedere i telegiornali e mi arriva la notizia di un concerto intitolato al primo maggio. Ma che c’entra un concerto col lavoro? C’entra con la festa, di sicuro, ma il lavoro? A meno che non si riferisca a quello degli attrezzisti, che hanno montano il palco, o a quelli che vi sgambetteranno sopra, io di lavoro qui non ci vedo neanche l’ombra. Ci vedo solo la sua controparte: l’ozio più o meno festoso.

Mi chiedo se celebrare il lavoro con l’ozio non sia uno squisito paradosso.

Prima di rispondermi mi passa davanti la notizia  di non so quale corteo durante il quale non so chi sfilerà per il lavoro.

Ne deduco, per mia somma insipienza, che debba essere lì la festa. Ma poi sento facce tristi che parlano di emergenza, crisi, disoccupazione, tragedie umane. Un terribile mortorio sembra, altro che una festa.

Capisco di essere vittima di un fraitendimento. Il corteo di sicuro servirà al lavoro, ma non c’entra niente con la festa.

Riepilogo confuso, mentre m’inizia una lieve emicrania. Da una parte la festa senza lavoro, dall’altra il lavoro senza festa.

Giro e rigiro il cartoncino, ma quello, reticente, nega l’informazione. Mi chiedo chi lo abbia spedito.

Intanto sul cellulare cominciano ad arrivarmi messaggi di auguri: buona festa del lavoro. Auguri, lavoratore! Tanti auguri.

Allora mi sorge il sospetto che lo scopo della festa del lavoro sia augurarsi di averne sempre uno, di lavoro, che di questi tempi è cosa sacrosanta.

Ma se così fosse non dovrebbe chiamarsi festa del lavoro: dovrebbe essere la festa dell’impiego.

Poiché non ne vengo a capo, decido di fare come fanno tutti: invece di festeggiare il lavoro mi godo il giorno di vacanza, e anzi: faccio pure il ponte. Altro che festa: faccio un festone. Non faccio nulla fino a lunedì prossimo.

Poi com’è, come non è, mi accorgo che ho quattro giorni senza lavoro e quindi di tempo per finire quel libro….quello strano… quello che parla proprio del lavoro. C’è addirittura un capitolo che si intitola “L’invenzione del lavoro nell’immaginario sociale”, minacciosamente sociologico all’inizio, però poi….che strano.

Leggendolo mi viene da pensare che il Lavoro che festeggiamo non abbia nulla a che fare con la vacanza. Al contrario: la vacanza serve a celebrarlo come una volta si faceva col dio Sole.

Il Lavoro è un’entità astratta: l’ennesima divinità economica del nostro tempo. Festeggiando la divinità con la vacanza la si onora, proprio come facciamo con Dio la domenica.

Esagero?

Il Lavoro è un’invenzione della modernità, dice il libro, lo strumento grazie al quale si celebra il trionfo dell’economico sull’umano. Della borghesia sull’aristocrazia. Dei moderni sugli antichi.

Scopro addirittura che nel tempo antico “l’occupazione principale del cittadino era la scholé o l’otium. L’a-scholia o il nec-otium, da cui abbiamo derivato il negozio, ossia il commercio, erano attività senza nome, inconfessabili e disprezzabili”.

Hai capito gli antichi: noi festeggiamo con l’ozio una volta l’anno il Lavoro che ci ha imprigionato. Loro festeggiavano tutto l’anno in ozio.

Mi sento sempre più inattuale, mentre continuo a leggere che “il notabile romano occupava il suo tempo libero scegliendo a volte una professione che forse lo assorbiva quanto un lavoratore, ma senza essere un lavoro”, nel senso che non veniva retribuito.

E improvvisamente mi sento meno solo. Non perché appartenga al notabilitato, tutt’altro. Ma perché il primo pensiero che mi è venuto in mente, è stato quello di raccontarvela questa storia, manco fosse questo il mio lavoro. Anche se confesso che preferirei stordirmi in un ozio pieno di rumori o di slogan.

E invece son qui.

A lavorare per niente in cambio.

Mi sento oltre che inattuale pure un po’ fesso. Finché scopro che “l’ideologia del non-lavoro, del tempo libero, della spesa festiva, del dono continuerà ad essere dominante fino all’era industriale”, osserva lo scrittore, che a questo punto mi ha pacificato.

“L’invenzione del lavoro implica gli stessi presupposti dell’economia politica: naturalismo, edonismo e individualismo”.

“Sulla parola lavoro aleggia ancora l’ombra della sua origine: tripaliare. Ossia torturare. Evoca sofferenza, fastidio prostazione e anche umiliazione”.

“La Riforma, soprattutto con Calvino, farà assurgere il riconoscimento del lavoro a valore universale”.

“Locke spiegherà che la sola fonte legittima della proprietà è il lavoro”.

“L’economia tenta di fare del lavoro la misura stessa del valore delle merci”.

“L’articolo 12 della costituzione sovietica del 1936 proclama che chi non lavora non mangia”.

“Diventando un diritto prima ancora che un dovere, per i cittadini il lavoro era essenzialmente la garanzia della “ciotola di riso”, come si diceva in Cina”.

Quindi quando festeggiamo il Lavoro, novella divinità del nostro tempo forgiato dall’economia, festeggiamo questa roba.

Ho preso il cartoncino con l’invito e l’ho guardato con sospetto.

E poi mi sono messo a scrivere.

Sarà mica qui la festa?

 

NB Il libro che ha ispirato questo post festivo è L’invenzione dell’economia, di Serge Latouche. Buona lettura

Ah, se avessi vent’anni di più…


Mi succede che come ogni mattina mi sveglio senza sveglia e guardo fuori, che è buio persino in questa mezza primavera. Negli occhi la luce ancora tremula dell’alba, penso: mi faccio altri dieci minuti. Ma il pensiero m’abbandona appena mi torna in mente il mucchio di giornali digitali che mi tocca sfogliare prima che si sveglino tutti.

Silenzioso come una serpe, accendo il computer e scivolo in cucina. Ho scoperto che posso ottimizzare la mia produttività usando il tempo che il computer si accende (è un po’ lento per fortuna) per fare il caffé e preparare un indizio di colazione.

Seduto allo schermo sfoglio giornali tutti uguali e guardo l’ora, che un programmatore diabolico ha posizionato in basso a destra sul monitor, così che immediatamente si rialzi lo sguardo stanco ogni volta che ci casca sopra. Con la mano destra navigo l’informazione, con la sinistra mi imbocco.

Mi sento molto produttivo. Sbrodolo caffé e sbriciolo parecchio.

Passa mezz’ora, poi un’altra. Si fanno più o meno le sette e mando la prima mail del giorno. Ho già ricevuto alcuni sms e svariati tweet.

Là fuori schiarisce e sento il rombare degli autobus farsi più allegro. La città si stiracchia, e io con lei. Intorno a me si manifestano segnali inequivocabili di risvegli collettivi.

Comincia il tourbillon.

Attraverso lo spazio-tempo. Un’ora dopo, più o meno dopo le otto, mi materializzo in ufficio, dove formalmente inizio la mia giornata di lavoro.

Sono già stanco.

Comincio a prendere caffé e mi torna in mente papà, che alle 8.30 stava al lavoro e si svegliava alle 8. La ditta gli aveva trovato casa al secondo piano del palazzo dove al primo c’era l’ufficio. Fortuna, direte voi. Altri tempi, dico io

Mi riprendo in fretta appena il telefono comincia a squillare e ripiombo in un altro buco spazio-tempo. E’ ora di pranzo. Consumo il mio pasto circondato dai vari schermi dei miei computer, che sono anche uno schermo efficace dal resto del mondo.

Non parlo con nessuno, e va bene così: sono estremamente produttivo. Il tictac della tastiera scandisce il tempo meglio di un orologio.

Mio padre a pranzo tornava a casa. L’ufficio chiudeva alle 13 e riapriva alle 15. Aveva il tempo di fare un pisolino e a memoria mia non ne ha mai saltato uno. Nessuno mai l’ha svegliato con uno squillo di telefono, tantomeno cellulare (non esistevano).

Prima che lo diciate: lavorava per il privato, non per il pubblico.

L’adrenalina mi tiene la schiena dritta, pure se ogni tanto mi duole qualcosa. Ma con le ore la postura scivola verso lo sbraco.

Rispondo al telefono, scrivo mail, faccio telefonate, ricevo mail.

M’incazzo, litigo e faccio pace.

Brucio ore su ore di vita e neanche me ne accorgo, celebrando il mio personale sacrificio al dio del Secolo: il denaro, quindi il lavoro.

Dopo le cinque del pomeriggio rimaniamo in pochi. Dopo le sei si può parlare di superstiti. Dopo le sette, echi di anime perse nei corridoi vuoti.

Mi perdo anch’io, mentre raccatto le mie povere cose e cerco la strada di casa, col telefono che squilla sempre dopo che mi sono messo il casco e ho acceso la moto. Non ho ancora imparato a non rispondere.

Fuori c’è la stessa luce tremula di quando ho aperto gli occhi.

Dall’alba al tramonto. Un Tarantino da ufficio.

Mi dico che chissà quanti fanno questa vita, e che sono pure fortunato perché ho un lavoro.

Torno a casa sfinito e scarico, come il cellulare che metto subito sotto carica.

Per me uso la tv. Cerco un energizzante. Servirebbe un qualunque intervento del neonato presidente del consiglio, che mi ripeta che bisogna fare bene e presto. Che dobbiamo essere veloci. Produttivi. Che dobbiamo cambiare l’Italia. Che lo dobbiamo ai nostri figli. Mi guardo intorno e vedo i miei, ancora piccoli e belli, e mi torna il sorriso malgrado le mail che mi inseguono sul cellulare e qualche esagitato che alle nove di sera ancora mi telefona.

Mi scordo pure che dovrò fare questa vita almeno per altri vent’anni. Vuoi perché sono ancora piccoli, i figli. Vuoi perché prima non ho speranza neanche di avere una pensione.

Papà, ti ricordi quando mi dicevi che eri stanco di lavorare? Avevi 50 anni e te ne mancavano tre alla pensione, la massima col retributivo. Certo, avevi cominciato giovane. Ma io pure però, solo che a me non hanno versato nulla prima dei trenta, e quando ne avrò 50 e magari mi sentirò stanco anch’io, avrò raggiunto la minima col contributivo.

Mica è colpa tua, certo.

Il mio dialogo immaginario, si sovrappone al meraviglioso vociare familiare, mi rapisce e mi induce un’altrettanta meravigliosa suggestione nella quale, invece d’essere nato nella metà dei Sessanta, sono nato nella metà dei Quaranta. Chessò: il 1945, giusto in tempo per la fine della guerra.

Che figata, penso: l’adolescenza nel boom, la rivoluzione a vent’anni e le azioni in borsa a quaranta.

Il pentapartito come ufficio di collocamento.

Mamma spesa pubblica.

L’università col 18 politico.  Un bel posto alla Posta o nella grande impresa privata sussidiata dallo Stato.

L’equo canone.

Oppure comprarmi casa con l’inflazione a due cifre e i tassi reali a zero. E magari costruirmene una abusiva in campagna, in attesa di sanatoria.

Avere un reddito da risparmiare.

Pagare tasse ridicole. Vivere fino a quasi trent’anni senza Iva.

Se fossi nato nel 1945, nel 1995 avrei spernacchiato il governo Dini e la sua riforma delle pensioni. Perché già pensionato o quasi.

Anzi, a dirla tutta, oggi sarei già in pensione da un quindicennio con la prospettiva statistica di vivere altrettanto.

Probabilmente avrei anche un discreto gruzzoletto, un paio di case, una rendita previdenziale dignitosa e magari un lavoretto per l’argent de poche.

Avrei persino soldi da regalare ai nipoti, a differenza di quanto capiterà a me.

Ma soprattutto, potrei occuparmi a tempo pieno di quello che mi sta più a cuore. Leggere finalmente tutta la Divina Commedia e completare la raccolta della Commedia Umana di Balzac. Sviscerare la teoria dei numeri. Finire l’Azione Umana di Von Mises. Oppure gli scrittori russi.

Sarei corazzato dai miei diritti acquisiti, l’unica certezza rimasta in questo paese, che mi avrebbero difeso dal governo e dal fiscal compact.

E soprattutto non dovrei scrivere questi post a notte fonda, sempre quando tutti dormono e siamo di nuovo soli io e te, amico computer, che sbiadisci a quest’ora silenziosa davanti ai miei occhi esausti, che mi fanno sentire meno produttivo, anche se ancora non mollo.

Scriverei di giorno, col vigore e la scioltezza di uno che si sveglia senza fretta e ha il frigo sicuramente pieno.

Scriverei meglio. Senza refusi. Né bestialità.

Farei dei pezzi senza sbadigli, ecco.

Ah, se avessi vent’anni di più…

 

Il Contagio (fiscale)


Mi succede questo: incontro M. che saranno dieci anni che non lo vedo.

E’ un vecchio amico che il diradarsi della frequentazione ha degradato prima in conoscente e poi, inesorabilmente, in fantasma, come in effetti mi appare, pallido ed emaciato com’è.

Come sempre succede in questi casi, in cui si mescolano insieme letizia e imbarazzo per l’incontro fortuito, ci facciamo grandi feste e finiamo a prendere un caffé con l’occhio all’orologio, perché oggi viviamo così, e temporeggiando al contempo con l’ordinazione per rubare qualche minuto in più alla frenesia.

Scopro così che ha messo su famiglia: ha figli e moglie (che non lavora). Per fortuna, mi spiega, ha uno stipendio dignitoso, visto che ha fatto una carriera discreta, sicché può permettersi il lusso, mi dice, di fare due vacanze l’anno, una l’estate e una per le feste di natale.

Niente di che, si affretta a sottolineare. Anche lui come molti ormai vive come un senso di colpa avere un lavoro e spendere dei soldi. Oggi chi ha mille euro da buttare viene visto come un pericoloso privilegiato e un cuore di pietra indifferente alla miseria altrui.

Tanto che poi precisa: in realtà potevo fare due vacanze. Quest’anno a natale resto a casa.

Mi faccio scrupolo di chiedergli come mai per puro amore della conversazione.

Così mi racconta questa storia.

Suo suocero, piccolo artigiano con una pensione da 800 euro al mese, si è trovato a dover fare i conti col fisco a causa di un capannone, dove svolgeva la sua attività, che è rimasto chiuso e sfitto dopo che aveva smesso di lavorare. Non che non ci abbia provato ad affittarlo, mi spiega, e pure a venderlo. Ma con questa crisi…

Sicché a giugno, mentre tutta Italia gioiva per il taglio dell’Imu sulla prima casa, a suo suocero, che intanto ha avuto anche il cattivo gusto di ammalarsi, è arrivata una bolletta Imu di non so quanti mila euro su un bene che non genera alcun reddito.

Il che sicuramente è colpa del suocero, per lo stato italiano.

E così un bel giorno la moglie del mio amico gli ha chiesto se poteva prestare i soldi a suo padre per pagare le tasse.

E come fai  a dire di no a una richiesta del genere? mi domanda retoricamente.

Ovviamente non rispondo.

L’amico mette mano al portafoglio col risultato che accorcia di una settimana la prevista vacanza estiva.

La moglia giura e spergiura che sarà solo per questa volta e lui finge di crederle, per amore della pace.

A questo punto vorrei dirgli una di quelle banalità tipo: vedrai che troverete una soluzione. Andrà tutto bene (che fa molto film americano).

Ma non ho il tempo.

Adesso mi tocca pagare pure la rata di dicembre dell’Imu, mi dice masticando rabbiosamente un mini cornetto al cioccolato.

E così questo natale niente vacanze, conclude.

Che sfiga, penso.

Ma poi mi distraggo un attimo, lasciandolo da solo con la sua lamentazione.

Penso improvvisamente che le famiglie italiane sono come le banche.

Negli anni buoni hanno garantito pasti e prebende a tutti, figli e figliastri, e persino qualche vizio.

Negli anni brutti sono diventate fonte di contagio.

Solo che del contagio finanziario provocato dalle banche si occupano gli stati e le banche centrali.

Del contagio provocato dalle famiglie, spolpate per via fiscale, al contrario, non si occupa nessuno.

Si impoveriscono e basta, silenziosamente. E fanno impoverire chi sta loro vicino.

Penso che le mancate vacanze del mio amico peseranno un microdecimale in meno sulla nostro prodotto nazionale a fronte di un microdecimale di deficit in meno nel bilancio dello stato.

E mi sembra un gioco a perdere.

E poi penso che nessuno è felice: né il mio amico, che si trova a dover mantenere una famiglia allargata come negli anni ’50, che però erano anni ruggenti quanto quelli di oggi sono deprimenti; né il suocero, costretto ad umiliarsi ogni sei mesi perché con la sua pensione, se pagasse l’Imu sul capannone abbandonato, non avrebbe di che mangiare; né la moglie del mio amico, che si sentirà responsabile per questo salasso inflitto alla sua famiglia e quindi ai suoi figli; né l’economia nazionale, che rimarrà contratta; né il bilancio dello stato, che rimarrà in deficit.

E mi sembra un gioco senza vincitori.

Poi mi sono accorto che il mio amico mi guardava imbambolato. Evidentemente aveva finito il suo racconto e aspettava un mio commento.

Devo andare, gli dico.

Che dovrei dirgli?

Insisto però a pagare il conto.

Lui fa un po’ di storie, ma poi accetta sorridendo.

Sul momento non ci faccio caso.

Solo dopo che ci siamo salutati, promettendoci (senza crederci) di rivederci presto, mi rendo conto di aver appena usato l’ultima banconota che avevo.

Sono a secco.

Potenza del Contagio.

Non posso più comprare casa mia


Mi succede che a un certo punto devo cambiare casa perché ormai non ho più spazio abbastanza. Chiaramente sono triste, perché ci abito da quasi vent’anni, e l’idea di impelagarmi in un cambio di casa, con tutto ciò che comporta (agenzie immobiliari, traslochi, notai, burocrazie varie) mi provoca attacchi di panico.

Ma poi mi dico: vabbé. Ci riescono tutti, ci posso riuscire anch’io.

Per minimizzare lo stress metto come condizione il fatto che voglio rimanere nello stesso quartiere. Non mi sembra una grande pretesa.

E quando le varie agenzie immobiliari che inizio a frequentare mi chiedono quali siano le mie aspettative dico: guardi mi bastano un paio di stanze e un bagno in più.

Neanche questa mi sembra una grande pretesa.

Poi finalmente mi decido e propongo a un agente di venire a valutare casa mia.

Mi si presenta un giovane con la solita cravatta larga che mi fa i soliti discorsi tipo: sono il migliore della piazza, di sicuro le vendo casa entro quattro mesi, lo so che gli agenti immobiliari dicono un sacco di balle, ma io sono diverso, eccetera.

Lo ascolto incantato e penso che agenti immobiliari si nasca: impossibile diventare così. Poi arriviamo al punto. Ma quanto vale casa mia? Gli chiedo. Si guarda intorno, si contorce un po’ e poi mi dice che certo, il mercato è calato. Se l’avesse venduta cinque anni fa avrebbe preso molto di più, sottolinea. Al che io dico che avevo ancora abbastanza spazio, cinque anni fa.

Si figuri, mi racconta, che vendevo della robaccia a prezzi incredibili, cinque anni fa. E la gente comprava, comprava…

Quasi quasi mi spiace per lui.

Dunque? chiedo.

Beh guardi…e spara una cifra, quasi scusandosi per quanto gli sembra bassa rispetto a cinque anni fa. Io rimango a bocca aperta. Ricordo esattamente quanto ho pagato questa casetta a metà degli anni ’90. All’epoca, finalmente dotato di un contratto di lavoro spendibile sul mercato dei mutui, la mia retribuzione di neoassunto era decisamente bassa. Ma era in lire.

Il mio povero papà dovette firmare la solita fideiussione per convincere la banca a darmi un mutuo che copriva i due terzi del costo dell’immobile. Dovetti indebitarmi in valuta (franchi svizzeri) perché i tassi fissi italiani erano proibitivi e poiché l’Italia sembrava aver stabilizzato il suo cambio, mi pareva più ragionevole, anche se rischioso, correre un rischio di cambio a fronte di un differenziale fra i tassi italiani e quelli elvetici di oltre otto punti.

Anche perché col mio povero stipendio, se mi fossi indebitato in lire, sarei stato a rischio insolvenza ogni semestre (quando scattava la rata).

Feci un mutuo decennale, durante i quali ho aspettato il mese di settembre e febbraio col patema d’animo della rata. Però ce l’ho fatta.

Tutta questa storia mi è tornata in mente mentre sentivo la valutazione del mio simpatico agente immobiliare.

Mi sono distratto.

Sentivo la sua voce distante magnificare la sua competenza professionale e le sue strategie di vendita, ma vedevo solo numeri.

Com’è possibile? mi chiedevo in silenzio. Se pure avessi lo stesso anticipo (ma era in lire) di cui disponevo  a metà anni ’90 (grazie papà), dovrei fare un mutuo quintuplo rispetto a quello dell’epoca per riuscire a comprare la casa dove abito. In pratica il mutuo dovrebbe coprire oltre i cinque sesti del prezzo.

Poi penso che a metà degli anni ’90 guadagnavo più o meno un quarto di quello che guadagno adesso. Ma adesso vengo pagato in euro. E ciò malgrado col mio stipendio non potrei mai pagare una rata di un mutuo del genere neanche se mi indebitassi in yen. Dovrei fare un mutuo di almeno trent’anni, per avere una speranza di poterlo pagare (a fronte di quello di dieci che feci all’epoca). E l’idea stessa di vivere per trent’anni i patemi delle rate semestrali mi provoca un improvviso bruciore di stomaco.

Mentre le parole dell’agente immobiliare sfumano sempre più sullo sfondo, mi accorgo di un’evidenza che mi sembra valga più di mille statistiche.

A metà degli anni ’90, giovane neoassunto, sono riuscito a comprarmi la casa dove abito. Dopo vent’anni di carriera e di risparmi (e un cambiamento valutario) non più. Oggi non potrei più comprare casa mia.

Figuratevi comprarne una più grande.