Etichettato: credito al consumo

Il tramonto italiano del welfare familiare


Osservo con una certa malinconia il tramonto del welfare familiare italiano, quella somma di sussidi e sostegni che per così tanto tempo ci ha caratterizzato, ormai in gran parte sostituito dal fenomeno del credito al consumo, che tanto era personale e fonte di imbarazzi il primo, quanto freddo e anonimo il secondo. Vi leggo un altro esito inevitabile della nostra modernità e non so se compiacermi del fatto che una volta eravamo persone e oggi numeri di pratica, oppure semplicemente rassegnarmi. La famiglia italiana, come tutte le famiglie moderne, ormai è diventata sottile e potenzialmente illiquida come un’obbligazione. Difficile da collocare, e altrettanto debole sul mercato.

Inutile chiedersi se sia stata la grande crescita del credito al consumo a provocare questo tramonto, o se sia stato il declino tout court della famiglia a favorire lo sviluppo del credito al consumo: sarebbe come chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina. Però una cosa non posso esimermi dal notarla: i prestiti fra parenti si può anche deciderli di condonarli e solitamente non generano interessi. Quelli con le banche sono esattamente all’opposto. Il trionfo dell’economia della testa su quella del cuore.

E tuttavia ancora oggi il fenomeno, per quanto sul viale del tramonto, ha un certo peso specifico nella nostra economia nazionale. Tanto è vero che Bankitalia vi ha dedicato un paper recente (“Il sostegno finanziario della rete familiare durante la crisi”) scritto da Laura Bartilloro e Cristiana Rampazzi, che ci consente di sapere alcune cose.

La prima, che è sempre opportuno ricordare, è che fra il 2008 e il 2014 il reddito disponibile delle famiglie italiane è diminuito del 9%, senza però che ciò abbia impedito ai consumi di crescere dell’1%. Che è poco, ma sempre meglio di niente. Ciò supporta quella che viene chiamata teoria del consumption smoothing, ossia la tendenza delle famiglie a non variare il livello dei consumi lungo un arco medio-lungo della propria vita, ricorrendo al credito o ai risparmi per stabilizzare i propri bilanci.

La crisi peraltro ha ridotto dell’1% la ricchezza finanziaria lorda, per lo più a causa della svalutazione delle attività, e ha condotto le banche a restringere l’offerta di credito. Ciò ha creato parecchie difficoltà ad alcuni, specie i capofamiglia di età inferiore ai 35 anni, che presumibilmente hanno chiesto aiuto alle famiglie per mantenere stabile il proprio livello di consumi.

La domanda che le autrici si son fatte è se e quanto i prestiti familiari o amicali abbiano pesato nel tentativo delle famiglie in crisi di rimanere a galla. Bene. I dati mostrano che fra il 2006-08 il 3,9% delle famiglie ha chiesto aiuti alla cosiddetta rete informale, per arrivare al 4,5% successivamente, ossia una volta che la crisi si è conclamata. “La sua rilevanza – scrivono – non è trascurabile in termini macroeconomici: l’importo totale degli aiuti è pari a un terzo del valore del credito al consumo e nel 2012 il valore mediano dell’aiuto ricevuto per chi vi aveva fatto ricorso era solo di poco inferiore a quello dei prestiti per scopi di consumo”. Quindi la rete informale pesa, in valore, un terzo del totale dei crediti al consumo in italia e l’importo dei prestiti era in linea con quello richiesto alle banche.

Altre risultanze sono degne di nota: “La probabilità di chiedere aiuto aumenta se si possiede un debito per scopi di consumo, a causa dell’insufficienza del credito ricevuto dagli intermediari rispetto alle esigenze di spesa o alle necessità legate al
pagamento della rata del prestito stesso”. In pratica chi chiede aiuto alla famiglia ha molto probabilmente un debito sulle spalle e non è riuscito ad avere di più dal sistema creditizio o non riesce a pagare le rate. In sostanza è un debitore subprime. “Gli arretrati nel pagamento delle rate di un prestito e delle bollette contribuiscono a determinare il ricorso alla rete di sostegno informale”.

Le prime vittime di questa situazione sono i più giovani, che in media sono sempre più poveri: “Solo il possesso di elevate attività finanziarie e l’età del capofamiglia (più di 45 anni) rendono meno probabile il ricorso alla rete di sostegno informale”. E poi un’altra circostanza: il sostegno non basta ad assicurare che alla fine, se il declino di reddito prosegue, i soggetti interessati debbano finire col ridurre i consumi. “A fronte di una riduzione del reddito – la probabilità di continuare a consumare normalmente è inferiore per chi ha fatto ricorso alla rete di sostegno familiare”. Quindi se si perde il lavoro e non si hanno ricchezze finanziarie o altre fonti di reddito c’è poco da fare: bisogna tagliare i consumi. A meno che non si riesca a ricorrere in maniera decisa al credito al consumo, che “contribuisce a mantenere stabili i consumi anche se in misura inferiore”. Ma è evidente che si tratta di un palliativo.

Le autrici concludono affermando che “a parità di altre condizioni, la rete di sostegno
informale non ha quindi contribuito direttamente al consumption smoothing osservato nel periodo della crisi; non si può escludere però un maggior calo dei consumi in assenza degli aiuti ricevuti da parenti o amici”. Insomma, la rete relazionale ha aiutato poco o niente. Forse perché ognuno doveva vedersela con le proprie difficoltà. E questo mi pare il segnale più esplicito del tramonto del welfare familiare.

Ne osservo anche un altro in un grafico, dove si vede che le famiglie italiane sono quelle che, nel confronto europeo, meno di tutte hanno ricevuto contributi a fondo perduto. Il che mi stupisce. Così come anche osservare la bassa percentuale di famiglie giovani che ricevono contributi dalla rete informale.

C’è un caveat però di cui bisogna tener conto. Lo studio si è focalizzato sui redditi senza considerare le eredità. Queste ultime non sono da sottovalutare. Il paper riporta che nell’area dell’euro si stima che i trasferimenti intergenerazionali formino in media il 60% della ricchezza netta, l’11% al netto degli immobili. E in un paese come il nostro, che è il più vecchio e fra i più ricchi dell’Europa, è facile capire quanto sia importante il peso relativo di questa voce.

Forse il vero welfare italiano non è rappresentato dai piccoli contributi o prestiti, più o meno a fondo perduto. Ma proprio dall’eredità. Il che, ne converrete, è alquanto triste.

 

Annunci

Non credo più nel credito


Mi succede che a un certo punto decido di comprare un nuovo computer. Uno di quei così luccicanti che odorano di modernità, per dare la giusta requie al macinino che mi tiene compagnia da non ricordo quando, sembrandomi poi patriottico, visti i tempi grami, contribuire con i miei consumi a qualche infiniteso di Pil in più della ripresa nazionale.

Mi succede perciò che mi ritrovo in uno di quei negozi che promettono di farti felice solo che tu compri qualcosa che si alimenti di elettricità. Qualunque cosa: dalle macchinette del caffé con le capsule a televisioni parietali ultrapiatte che trasmettono in 3D.

Leggere le specifiche dei prodotti mi fa sentire improvvisamente vecchio.

Noto una fila sterminata e assortita al desk dei telefoni cellulari, e leggo, negli occhi di ognuno lo stesso cupo desiderio imbambolato.

Accanto, un lungo bancone esibisce un numero incredibile di tablet a disposizione di tutti coloro che vogliono sfiorarli, e anche qui, facce imbambolate e felici, che dialogano amorevolmente con la macchina, col broncio protruso e le rughe d’espressione tese allo spasimo, manco stessero salvando il mondo a colpi di polpastrelli.

Finalmente trovo i computer, e m’imbambolo anch’io. Un bellissimo schermo a 27 pollici mi introduce nello splendido mondo dei computer di ultima generazione, dove i colori sono più vividi, le prestazioni mirabolanti, lo spazio ridotto all’osso: non ci sono più neanche i cavi. E’ tutto wireless, mi dice il commesso che con raro istinto predatorio mi ha subito inquadrato.

Penso al viluppo di fili che accompagna da sempre le mie scorrerie informatiche e arrossisco.

Poi sbianco appena mi fa il prezzo: quasi duemila euro per la versione top. E d’altronde, che ci vieni a fare qui se non aspiri al top?

Spiego che mi servirebbe un doppio monitor, un hard disk esterno e altre cosette. Quello mi studia, valuta, calcola e spara: con tremila stiamo larghi.

Tremila, dico io.

Un affare, osserva lui.

Mi esibisco in un sorriso complice e dissimulatore mentre penso che tremila euri adesso proprio non ce li ho.

Poi mi viene in mente che neanche dopo ce li avrò.

Passo in rassegna la contabilità familiare del prossimo semestre e mi scopro incapiente: sono strozzato dagli impegni di spesa.

Lui mi guarda vagamente deluso: ha già capito. Per darmi un tono faccio finta di provare il gioiellino davanti a me e maledico la sorte ria che mi ha fatto nascere onesto e lavoratore dipendente.

Poi, improvvisa, la folgorazione.

Il mio desiderio di modernità si vaporizza in un fuoco d’artificio, che disegna i lineamenti di un volto molto ormai più che familiare:

Mario Draghi.

Mi ritorna in mente che qualche giorno fa il capo dell’eurozona ha detto che i tassi si abbasseranno quasi a zero, e che per costringere le banche cattive a dar credito ai poveracci come me, che vorrebbero consumare qualcosa di superfluo, e magari alle imprese che ‘sto superfluo lo producono, metterà sul piatto un diluvio di miliardi.

Più grana per tutti praticamente gratis: era ora perbacco.

Dio salvi il Re del Credito.

E se lo prendo a rate?, chiedo al commesso come se gli stessi facendo un piacere.

Quello mi dice: certo, che problema c’è. E mi chiede di aspettare.

Intanto che aspetto mi ricordo che il mio ultimo acquisto a credito risale al 2005. E ricordo con gioia che mi proposero un tasso zero con spese di pratica all’osso. Già mi faccio i conti: se c’erano i tassi a zero all’epoca, che drago Draghi ancora non c’era, figurati adesso: mi pregheranno di prendere a credito, visto che tanto poi scaricano tutto sulla Bce.

Mi autoconvinco che potrei fare in 20 mesi, a 150 euri al mese, comprese eventuali spese di pratica e la chiudo così. Poco ci manca, quando vedo tornare il commesso, che gli chieda di incartarmi il computer.

Invece quello ha un’aria triste.

Ci sarebbe, mi dice, la finanziaria tal dei tali, che lavora con noi.

Tasso zero, lo interrompo io col solito fare saputello.

Quello poco ci manca che mi rida in faccia.

No, veramente sarebbe Tan 8.50, Taeg 10,90%. Sempre se accettano di darle il finanziamento. E mi tira fuori un preventivo da 140 euri al mese per 24 mesi.

Cribbio, penso: il 10% coi tassi Bce a zero e tutto il resto? Ma che cavolo scrivono i giornali?

Capisco, dico quasi offeso. Ma con chi credono di parlare? Adesso vado a casa e mi trovo un finanziamento a tasso zero.

Mi ricordo, sempre nel 2005, che ogni mese mi arrivava nella posta di casa una carta di credito di qualche finanziaria che mi diceva che potevo subito prelevare quei due-tremila euro, a tassi ridicoli.

Torno a casa e accendo il  macinino.

E mi accorgo che il mondo è davvero cambiato.

Navigo una mezza dozzina di finanziarie, oscillando fra prestiti personali e credito al consumo e non riesco a trovare nulla sotto il 7-8%. Di Tan. I Taeg viaggiano tutti ben sopra il 9% e spesso e volentieri superano il 10%.

L’immagine del mio nuovo computer sbiadisce, cancellata dal flusso numerario di un prestito che mi pare usuraio, a dire poco.

Mi sento vagamente derubato.

Per un attimo mi astraggo dai miei casi personali. Vado a compulsare l’ultima rilevazione della Banca d’Italia su moneta e credito e scopro un grafico che misura i tassi del credito al consumo dal 2004 in poi: incredibile: erano sempre all’8-10%.

Ma allora come facevano a darci la roba a tasso zero?

Mi rispondo ipotizzando che evidentemente pur di vendere i negozianti si caricavano l’interesse sostituendolo a un eventuale sconto e le finanziarie si affrettavano a concedere il credito. Tanto poi tutto finiva nel tricarne delle cartolarizzazioni che qualcuno vendeva a qualcun altro.

E infatti vendevano a rotta di collo. Computer e obbligazioni, intendo.

Oggi, che pure ne avrebbero bisogno, non lo fanno più. Sarà per questo che la Bce vuole rilanciare gli Abs, mi dico.

Mi chiedo perché invece non prestino i soldi direttamente a me. Sono scarso di collaterale, ma magari potrei mettere a garanzia il conto corrente.

Mi soffermo a riflettere qualche minuto sulle distonie della contemporaneità. E poi leggo che i prestiti alle famiglie sono diminuiti dell’1% ad aprile 2014 rispetto a un anno fa.

Le solite banche taccagne, penso in automatico all’inizio, influenzato come sono dal mainstream.

Ma poi ripenso al mio computer nuovo  e capisco un’altra cosa: non sono le banche a non voler prestare soldi alle famiglie. Sono le famiglie che non glieli chiedono.

A ‘sti tassi, vorrei vedere. Eravamo abituati troppo bene, per poter accettare che vada così male.

L’illuminazione mi suggerisce una soluzione al mio piccolo problema di approvvigionamento finanziario.

Decido di farmi un prestito da solo.

I 140 euri famosi, che avrei dovuto pagare per ventiquattro mesi, li faccio diventare 150, ma per venti mesi, esattamente come avrei voluto fare all’inizio. Solo che anziché darli a chissà chi, li do a me stesso. Compro un bel porcellino salvadanio e ce li infilo dentro, per venti mesi di fila.

Sono talmente generoso che me li presto a tasso zero.

Il mio pc-macinino, intanto che si ricalibra, adesso sembra avere un’aria felice. Passeremo insieme ancora più di un anno e mezzo. Avrà il tempo di arrivare esausto alla pensione, come d’altronde capiterà a me. E poi, penso, magari fra venti mesi il prezzo del computer calerà, e quindi finirà che spenderò pure meno.

Non lo immagino neanche, ma sono entrato nel meraviglioso spirito del nostro tempo. Per risparmiare contrarrò i consumi, e quindi darò il mio infinitesimale contributo alla spinta deflazionaria che non c’è ma che si vede. E in più tesaurizzerò i miei risparmi, contribuendo così infinitesimamente alla trappola della liquidità nella quale ci ha infilato la Bce, sperando ognuno di noi di poter comprare domani a prezzi più bassi di oggi.

Ma non sono io che penso queste cose, visto che di economia capisco poco o nulla. E’ il mainstream che parla attraverso me.

Io, di mio, so solo che non credo più nel credito.

Sono entrato nello stupefacente mondo della miscredenza finanziaria.

E così mi son salvato.