Le rotte della nuova globalizzazione


Nei giorni scorsi le cronache hanno trattato ampiamente del vertice di Davos, nome di una incantevole località svizzera dove la classe dirigente mondiale si riunisce una volta l’anno per pontificare, con esiti più o meno risibili, sulle sorti e i destini dell’umanità. Quest’anno il Grande Tema è stata la globalizzazione, ovvero le minacce che lo spirito del tempo pare portare al più importante processo socio-economico dell’ultimo ventennio, fra le quali, manco a dirlo, primeggiava il nuovo presidente statunitense. Trump, giusto o sbagliato che sia, viene percepito come una minaccia alla globalizzazione e le decisioni recenti del neo presidente hanno aggravato questa percezione..

La globalizzazione, peraltro, ormai da diverso tempo soffre – e questa sofferenza è visibile nel notevole aumento delle restrizioni commerciali – a causa della divaricazione dei benefici fra i paesi emergenti, che molti ne hanno tratti, e quelli avanzati, dove le opinioni pubbliche sono sempre meno convinte di averci guadagnato dallo sviluppo del mercato globale, e anzi chiedono una maggiore protezione dallo “straniero”, sia esso un bene di consumo o una persona.

Non a caso fra i primi atti decisi dal neo presidente Usa c’è l’uscita unilaterale dal trattato commerciale che legava gli Usa ai paesi del Pacifico, preludio probabile alla rivisitazione di un altro trattato, il Nafta, che lega i paesi dell’America del Nord, che sempre in campagna elettorale Trump aveva promesso di questionare.

Questa divaricazione fra il desiderio di protezione dei paesi avanzati e quello di globalizzazione degli emergenti si è manifestata con clangore a Davos, dove al primo ministro cinese, che invitata a mantenere aperte le linee del commercio, si affiancavano i crescenti timori rivolti alla nuova amministrazione Usa, con un occhio all’insediamento del nuovo presidente avvenuto proprio il giorno di chiusura del vertice. Non sono mancate le posizioni esilaranti come quella britannica, con il cancelliere dello scacchiere – l’equivalente del nostro ministro dell’economia – a ricordare che la Brexit non era stata originata dal populismo, ma dal desiderio di commerciale di più e meglio.

Anche questa discussione sulla globalizzazione, che segue a un lungo elenco di dibattiti che si susseguono ormai da diversi mesi, ha trascurato tuttavia di osservare un’evidenza che è sotto i nostri occhi quotidianamente e per questo viene data per scontata. La globalizzazione del XXI secolo sarà profondamente diversa da quella del XX, che in gran parte replica quella della seconda metà del XIX secolo. Le ultime due sono state globalizzazioni “analogiche”, ossia basate sullo scambio di merci, prodotte in fabbriche delocalizzate, lungo vie di comunicazioni tramite una rete di trasporti. La nuova globalizzazione segna un’evoluzione assolutamente storica: sarà una globalizzazione “digitale”. Le nuove rotte di questo processo non saranno quelle seguite dai cargo, ma dalle reti di trasmissione dei dati, sia sottomarine che mobili. E non si misurerà in TEUs, ossia l’unità di misura dei container, ma in terabyte, quindi l’unità di misura dell’informazione. Infine si baserà sulla localizzazione, più che sul suo contrario.

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