L’età del Tedio


Introduzione

Viviamo tempi bui.

La rutilanza del progresso non basta a dissipare l’oscurità che si addensa sul nostro capo e cova dentro di noi, dissimulata appena da una vernice di benessere economico, ostentato quanto effimero.

Sotto altre forme, le vecchie paure germinano dentro ognuno angosce che vengono sminuzzate e digerite con l’aiuto di coadiuvanti chimici, ma non espulse. Le scorie che ne risultano anziché decadere ci fermentano nei visceri e lentamente ci deformano, trasformandoci in contenitori ideali per altre angosce che aggravano il nostro straniamento.

Fino a che smettiamo di essere persone.

Diventiamo cittadini, lavoratori, consumatori: elementi dell’alveare statistico che rappresenta la nostra società.

Per colmo di paradosso il massimo dello straniamento concide con la sovrabbondanza dell’ego.

La spersonalizzazione genera narcisismo, un amore di sé preciso e vuoto, come l’immagine sullo specchio che è bidimensionale e fredda. Quindi piatta e morta, eppure seducente quanto una foto ritoccata.

Per analogia tutta la nostra esistenza si configura lungo queste coordinate. Misuriamo il nostro livello di soddisfazione tramite una curva espressa su un piano cartesiano – quindi bidimensionale e freddo – dove ascisse e ordinate sono uguali e coincidono con noi stessi.

Siamo insieme la X e la Y o, se volete, l’Alfa e l’Omega.

Quando la curva compresa nel piano cresce siamo felici, quando cede siamo infelici.

Eserciti di studiosi di funzioni – siano essi scienziati, psicologi, medici o umanisti della più svariata specie – ci prescrivono cure e rimedi per evitare i cedimenti e incoraggiare il
gaudio, occultando così il sottotitolo reale del discorso contemporaneo. L’ablazione, vale a dire, della nostra transitorietà.

Dimentica che devi morire, dicono costoro, in cambio di una qualche forma di salario.

Ma solo i morti non muoiono. E i morti non sono felici. Non godono più.

Questa fastidiosa controindicazione viene risolta con un inghippo, un inganno secolare: veniamo immortalati in vita.

L’intera epopea del pensiero e della tecnica non è servita ad altro che a sacralizzare la nostra effigie tramite oggetti che sono lo specchio della nostra soggettività.

Il prodotto (culturale o altro) identifica il produttore, che diventa il prodotto finale.

La sua effigie diventa un marchio.

Il soggetto che la sussume, l’idolo.

La popstar.

Una volta immortalato l’ego coltiva la facile illusione di essere finalmente perfetto.

Ma tale processo di deificazione non regge l’urto del tempo.

Gigante dai piedi di argilla, l’effigie soffre gli stessi limiti della materia bruta e quindi si corrompe in egual misura.

Soffre.

Svela la sua natura di travestimento. Di maschera della persona.

La delusione sprofonda l’Io nel tedio.

Prima l’irrequietezza, poi l’indifferenza. Quindi la depressione.

La curva si appiattisce sull’asse delle ascisse dopo essersi impennata fino allo sfinimento lungo quella delle ordinate.

L’immortalato, al costo di grande sofferenza, torna mortale. Passaggio arduo, sovente suicida.

Male comune senza alcun gaudio, che gli auruspici della medicina vaticinano dilagante nel prossimo ventennio. Ci saranno decine di milioni di depressi. Centinaia, dicono, certificando col bollo sacrale della scienza l’ingresso dell’umanità nell’epoca del male oscuro.

Il Tedioevo.

L’antidoto alla società dei morti – degli immortalati – sono i vivi, ma bisogna trovarli e ri-conoscerli.

Lucciole nella notte del nostro tempo, i vivi sciamano seguendo le stagioni e i misteri della transumanza, mentre tentano di sfuggire ai bracconieri, agli uomini in nero, ai
sacerdoti dell’Io: i seguaci di dIo.

Creature delicate, i vivi, ma forti. Corrono costantemente il rischio della seduzione. Subiscono l’assedio dei morti, il fastidio della loro grida sguaiate.

Eppure vivono.

Nascosti sotto coltri spesse di macerie sapienziali o sullo strato più alto dell’atmosfera, dove il pensiero è indistinto, e da dove spargono un profumo che disturba il
fetore della decomposizione sociale.

L’uscita dal Tedioevo, se mai ci sarà, andrà ascritta a loro merito. Alla loro capacità di resistere, di essere tramiti di Vita, bocca di Verità. Affinché accada ciò che è scritto.

Ossia che i vivi seppelliscano i morti.

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Scarica il Freebook di Tedioevo

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