Matrimonio petrolifero a Gwadar fra Cina e Sauditi


Per comprendere l’importanza strategica del recente annuncio saudita di un investimento da 10 miliardi di dollari per la realizzazione di una raffineria della Saudi Aramco nel porto pakistano di Gwadar, basta ricordare che il porto è stato costruito con capitali cinesi col fine molto ambizioso di diventare uno snodo nevralgico del commercio internazionale, e poi guardare una mappa dell’area.

In sostanza i Sauditi, costruendo una raffineria in Pakistan contribuiscono al progetto cinese di costruire un corridoio di trasporto, innanzitutto dedicato alle risorse energetiche, alternativo a quello classico che ruota attorno all’affollatissimo Stretto di Malacca, e che ha indotto Pechino a sponsorizzare con decine di miliardi il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Il significato di questo progetto si può facilmente intuire osservando quest’altra mappa.

In sostanza il petrolio Saudita, che naviga lungo il Mar Rosso o il Golfo Persico, dove secondo alcune stime passa il 40% del traffico petrolifero che viaggia per mare, può essere raffinato in Pakistan e da lì trasportato via terra nella città cinese di Kashgar, al confine con la regione dello Xinjiang. Si parla già di un possibile oleodotto fra le due città, che richiederebbe altri dieci miliardi di investimenti per trasportare un milione di barili al giorno. Considerando gli attuali consumi cinesi, pari a circa dieci milioni di barili, per Pechino sarebbe un passaggio importante per stabilizzare le proprie forniture energetiche che per circa il 50% dipendono proprio dal Medio Oriente. Non a caso le cronache riportano degli insistenti tentativi cinesi di portare avanti il progetto del corridoio pakistano anche migliorando le relazioni diplomatiche con il vicino Afghanistan, a spese dell’influenza americana.

Aldilà dell’importanza per gli approvvigionamenti petroliferi cinesi, la decisione Saudita segna un importante passo in avanti della politica della monarchia non solo nei confronti dei cinesi, che mettono a fuoco la loro vocazione di partner strategico per gli arabi, ma anche del Pakistan. I Sauditi si rafforzano in una regione difficilissima dove si confrontano anche diverse influenze politiche come quella rappresentata icasticamente dal porto di Chabahar, che dista meno di 100 chilometri da Gwadar ma che insiste sul territorio iraniano e si propone di collegare l’Asia centrale col mare passando per l’Afghanistan.

Un progetto sponsorizzato dall’India, che però non ha certo la capacità di investimento della Cina, e che tuttavia va inquadrato nel più ampio disegno strategico che si sta delineando nell’Indo-Pacifico. Non a caso di recente il segretario Usa ha esentato l’India da alcune delle sanzioni previste per chi fa affari con l’Iran proprio per consentire lo sviluppo del porto. Un gioco al quale anche la Russia ha dimostrato di voler partecipare, visto che ha annunciato un investimento da 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’International North-South Transport Corridor (INSTC) che dovrebbe trovare proprio nel porto iraniano lo sbocco sul Golfo Di Aden.

Il Grande gioco dell nuove rotte commerciali, insomma, sembra destinato a arricchirsi sospinto dal traffico di merci fra Oriente e Occidente, rallentato dalla crisi ma destinato naturalmente a crescere. I padroni dei grandi corridoi e le zone che si agitano intorno ai punti di snodo, potranno sfruttare il loro vantaggio competitivo, come sempre è stato nella storia. E questo spiega bene il fiorire di iniziative infrastrutturali, particolarmente intenso da quando la Cina, mostrando di esser pronta a giocare un ruolo internazionale, ha presentato al mondo la sua Belt and road initiative della quale il corridoio pakistano è una delle declinazioni, spingendo i paesi che ruotano intorno all’economia dell’Eurasia – Russia in testa – e i paesi egemoni – gli Usa – a farsi carico di una sorta di controproposta.

Alla fine del gioco sarà possibile conoscere il vincitore. La storia ci insegna che di solito i padroni delle rotte sono anche quelli del commercio. Quando gli antichi romani penetrarono nel Mar Rosso, dopo la conquista dell’Egitto, e lo discesero fino all’Oceano Indiano, per gli stati Arabi meridionali, fino ad allora fiorenti, fu la fine. I romani impararono a navigare usando i monsoni e divennero i padroni dei mari orientali fino all’India e insieme delle rotte terrestri. Queste rotte furono il coronamento dell’impero universale e le fondamenta delle ricchezze che affluirono a Roma dall’Oriente. Se si ricorda questo insegnamento si capisce perché il mondo guardi con preoccupazione alla Bri cinese. E perché l’investimento Saudita nel porto pakistano non potrà che turbare gli Usa.

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