mIocrazia


Parte II, Semeiotica/2

In coerenza con il paradosso che regola il dipanarsi della realtà, l’affermazione dell’Uno si accompagna con il dominio dei Molti. La dittatura dell’Io si regge sul potere delle masse. Quindi sulla democrazia, ossia la dittatura del principio di maggioranza, che si evolve per simpatia, assimilazione e replica dalla dittatura dell’Uno (il Sovrano) che porta a battesimo gli stati nazionali europei (Lo Stato sono io, diceva Luigi XIV).

Fin quando un esercito di piccoli io, uniti sotto l’egida dei diritti e sedotti dallo stesso giogo, via via si allarga fino a includere l’intera società. I diritti umani divengono politici. L’Uomo diventa Cittadino. S’incista nella contesa millenaria per il dominio fra coloro che lo rivendicano nel nome di Dio e quelli che credono di averne diritto per nascita, per ragioni di sangue, e ne trae il massimo beneficio possibile: si afferma. Diventa prima controparte, poi primo attore.

La volontà di potenza inebria l’Io fino a un crescente delirio narcisistico che fonde il senso della proprietà (mIo) con quello del potere (cratos). La ricchezza col dominio.

Né Dio né il sangue vincono la contesa per il potere, ma l’oro, da cui il potere segue.

Germina l’utopia di una nuova Città del sole. Un mondo di liberi e uguali governato dalla democrazia, sublimazione edificante della mIocrazia.

Dall’ultimo dopoguerra l’estensione del suffragio, dopo quasi due secoli di temporeggiamenti, diventa patrimonio dell’Occidente e completa l’opera. La democrazia diventa metodo e il Cittadino, di conseguenza, assurge al ruolo di legislatore. L’Io diventa, per Costituzione, prima concessa poi esatta, l’arbitro del proprio destino, senza aver più bisogno di santi o principi a cui votarsi. Gli basta un politico.

Si inaugura l’epoca della libertà fondata sul diritto. Appare un nuovo dIo, onnipotente e tiranno, portato a braccia da moltitudini di votanti che ne accettano il giogo, liberamente autoinflitto in quanto specchio del piccolo io che risiede in tutti. Ma è una libertà che cela una tirannide nascosta. Un dIo che vuole essere unico, globale, anche a costo della forza. Un dIo che uccide nel nome dell’Uomo. Un dIo che promette il paradiso in Terra purché si giochi alle sue regole.

Ma l’obbedienza non basta. Il paradiso ha un costo. Il gioco democratico è in grado di dispiegare il suo inusitato potere solo grazie al denaro, derivando sostanzialmente da esso. “La borghesia ha impiegato secoli per prendere il potere, dal Medioevo fino alla Bastiglia”, dice ancora Sanguineti. E lo strumento principe della borghesia è il denaro, col quale compra, letteralmente, il suo diritto di cittadinanza nel mondo e, più tardi, il diritto alla rappresentanza politica. Sicché le grandi famiglie borghesi si immortalano, acquistando grazie alla propria ricchezza, il diritto più ambito, ossia la trasmissione ereditaria del proprio nome e patrimonio, diritto riservato in precedenza solo all’aristocrazia. Così mettono il fondamento per divenire la futura nobiltà. Una nobilità democratica.

Nei suoi salotti il ricco borghese organizza matrimoni e raccoglie onorificenze. Si distingue per mecenatismo: foraggia gli intellettuali che predicano le sue virtù cardinali e corteggia gli artisti che celebrano le sue virtù teologali. Incoraggia la scienza, che gli fornisce gli strumenti per far procedere le sue fabbriche, e il libero pensiero, che scardina le consuetudini che gli sono aliene.

Procede imitando i vecchi notabili e insieme contrapponendosi a loro. I suoi figli comprano blasoni e castelli, i suoi nipoti flirtano con i rivoluzionari. Compie un piccolo miracolo sociale, inglobando il dissenso e trasformandolo in oggetto di compravendita. Finché lo scopo non viene raggiunto. I suoi inviti finalmente ricambiati. Varca le soglie che un tempo gli erano proibite. Si accompagna con i principi, blasonati o porporati che siano.

Finalmente diventa un patrizio, che però non ha in odio la plebe né la disprezza: tutt’altro. Come un padre amorevole, sogna per i figli più sfortunati un futuro roseo, costruito sui diritti, primo fra tutti quello alla felicità, che infatti viene statuito nella Dichiarazione d’indipendenza americana. In tal modo si garantisce la fedeltà dei diseredati, l’adesione integrale al suo progetto di una società di individui liberi e laboriosi, obbedienti alle leggi che loro stessi si sono dati, promulgate da uomini da loro stessi scelti.

Il dominio dei nuovi ricchi (mIocrazia) celebra l’avvento della democrazia, che maschera l’Uno con l’Ognuno.

Dopo secoli di attesa, arriva finalmente l’epifania dell’Io nel mondo. Una luce nuova illumina l’Occidente.

Ma quest’esplosione di luce non riesce a dissipare l’oscurità. La nuova Città del sole è piena di angoli bui. E non sono le ingiustizie redistributive, non sono le metropoli infangate dalla miseria o le campagne svuotate dalla corsa all’oro che cola dai grattacieli. Ad oscurare il trionfo del dIo plutodemocratico è un malessere insidioso che si diffonde silenzioso fra i suoi accoliti: la scarsità.

La moltiplicazione magica del denaro non basta a scacciarla. Sulla Città del Sole soffia il vento della Crisi. Allora il dIo della polis s’infuria. L’idea stessa della finitezza strappa dal suo volto la maschera benigna con la quale ha sedotto le masse e svela il suo tratto di dio tiranno che chiede sacrifici umani: più tagli, più produttività e il repertorio che conosciamo tutti.

La democrazia si spoglia del suo travestimento. Torna ad essere mIocrazia e impone i suoi uomini al comando. La polarizzazione della ricchezza essicca il mare democratico lasciando pesci morenti nei suoi fondali asciutti: masse deluse e disoccupati in crisi d’astinenza, visto che gli avevano detto che il lavoro era un diritto (non un dovere).

La scarsità così svela la debolezza della democrazia, che deriva dal denaro e sopravvive finché ce n’è a sufficienza per de-vertere i piccoli io, per salvarli dal tedio della loro sostanziale irrilevanza con dosi massicce di oggetti che soddisfano la loro fame di godimento. I politici servono finché possono di far piovere sul popolo pagliuzze d’oro dal grande setaccio del sistema economico. Sennò diventano inutili. Un orpello, e per giunta costoso. E difatti l’agonia del sistema finanziario ha già mietuto la sua prima vittima: la rappresentanza. La sua figlia più bella.

Ma il delitto si consuma senza tragedie. Come nel mito di Ifigenia, figlia di Agamennone, il dIo furioso viene placato col sangue di una cerva – un governo o un vecchio regime – mentre la rappresentanza, vittima designata dall’oracolo, diventa la sua fedele sacerdotessa.

La politica scopre di non poter sopravvivere senza denaro, perciò lo venera e lo serve. Diventa la sua ancella e si pasce dei suoi avanzi, grazie ai quali può pagarsi le sue costose campagne elettorali e i suoi sfizi. Il rito democratico svela la sua natura corruttrice mentre celebra urbi et orbi la sua sacralità.

L’affermazione della mIocrazia nella competizione per il dominio è stata potentemente favorita dalla graduale trasformazione, nel processo economico, della persona fisica in persona giuridica, chiaro travestimento del desiderio di immortalità dell’uomo sublimato stavolta dal diritto commerciale. Il secolo XIX° ha visto nascere le società anonime, così efficacemente tratteggiate dalla Commedia umana di Balzac. Sono le antesignane delle Corporazioni di oggi, entità quasi spirituali nei loro attributi di onnipresenza e onnipotenza, che di fatto si trovano ormai a concorrere con gli stati, espressione del sedicente potere democratico, nella lotta per il dominio e probabili succedanei in caso di un loro possibile disfacimento.

Per adesso i campioni della mIocrazia si contentano di prestarsi al lavoro della politica democratica. I manipolatori del denaro privato diventano amministratori pubblici. Diventano i campioni degli stati.

Sullo sfondo si prepara il ritorno degli ottimati.

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