Divagazioni statistiche: il mito dell’economia reale


Ogni tanto alzo la testa dalle misere cronache del nostro tempo e mi costringo a riflettere, con esiti più o meno discutibili, sull’infrastruttura di pensiero che regge silenziosamente queste cronache. Quel misto di pigre consuetudini, luoghi comuni, deduzioni à la carte rappresentato icasticamente dal dibattere giornalistico, oggi socializzato da internet, e dalle chiacchiere da bar, che ormai avvengono sui social network, che noi uomini del popolo frequentiamo non frequentando altro.

Sicché, in una di queste vane divagazioni, mi sono accorto che una delle consuetudini più frequentata, forse la più frequentata in assoluto da chi discorre di socioeconomia è la celeberrima distinzione fra economia reale ed economia finanziaria. Uno dei più consolidati retaggi della ricerca economica del passato ormai acquisito al rango di pensiero collettivo.

Tutti, chi più chi meno, a un certo punto del loro discorrere, hanno articolato il seguente ragionamento: la crisi nasce dal fatto che l’economia finanziaria ha surclassato quella reale, e adesso la speculazione, le banche cattive, gli imprenditori che non producono merci ma comprano titoli, i liberi movimenti di capitale, eccetera. Chi è senza peccato scagli la pietra.

Appartiene, d’altronde, alla nostra psicologia cercare spiegazioni semplici a fenomeni complessi. E più queste soluzioni sono schematiche più soddisfano il nostro impeto di comprensione, prestandosi peraltro a rapide generalizzazioni che offrono pure il vantaggio di poter essere comunicate e quindi condivise. Il fatto poi che queste deduzioni siano accompagnate da dati di fatti le potenzia a tal grado che facilmente diventano strutture ideologiche. Pensate, per dire, a concetti astrusi come quello di conflitto di classe o di laissez faire, che hanno ritmato la nascita e lo sviluppo dell’economia politica.

Purtroppo, o per fortuna, non sono un economista. Perciò qui mi propongo una di quelle semplici domande da dilettante che motivano la scrittura di questo blog: ma ha senso la distinzione fra economia reale e finanziaria?

Mi propongo, vale a dire, di uscire dal mio consueto stato di pigrizia mentale e provare a circostanziare con elementi di realtà, per quanto necessariamente approssimativi, questa dicotomia, che forse è apparente come tutte le dicotomie che il nostro pensiero razionale elabora per circoscrivere la realtà, questa sconosciuta.

Poiché vi so lettori attenti e poco inclini alle divagazioni astratte, per argomentare questa mia mi servo della statistica, forse la più elaborata forma di congettura mai elaborata dal pensiero umano, ma che gode al tempo stesso di unanime consenso circa la sua capacità quantitativa di descrivere la realtà.

Come fonte prendo alcune recenti statistiche sul prodotto interno negli Stati Uniti, in particolare quelle contenute nella stima del Pil del quarto trimestre 2014 pubblicata a fine gennaio scorso. Ho scelto gli Stati Uniti perché, piaccia o no, sono attualmente i capofila del nostro pensare economico, oltre ad essere la prima economia nel mondo. Quindi, in un certo senso, sono antesignani e avanguardisti insieme.

Leggere le statistiche del Pil americano, inoltre, offre l’indubitabile vantaggio di farci a conoscere meglio questa economia, che in fondo serve pure a comprendere meglio la nostra.

Ricordo ai non appassionati che il Pil si compone sommando la domanda interna, privata e pubblica, sia per consumo che per investimenti, l’export netto e inventari e scorte. E già da questa definizione si comprende che la distinzione fra economia reale e finanziaria è poco sensata, per la semplice circostanza che per le componenti del Pil tutto fa brodo.

Ricordo che sommando (o sottraendo) al prodotto interno lordo (GDP) il saldo dei redditi dall’estero si ottiene il prodotto nazionale lordo (GNP). Mi chiedo se i redditi che derivano dall’estero siano da considerare un flusso dell’economia reale o di quella finanziaria. E mi rispondo che questa suddivisione non ha senso dal punto di vista statistico che, come abbiamo visto, li aggrega.

Per approfondire l’analisi del prodotto, perciò, considero la suddivisione del Pil per i vari settori industriali, alla ricerca, come un novello Diogene, dell’economia reale. All’uopo mi servo di un’altra statistica, quella sul secondo trimestre 2014 del Pil ma suddivisa per i settori industriali.

Consulto in particolare una tabella che calcola il valore aggiunto dei singoli settori. E qui già vediamo un dato interessante che dice molto dell’economia americana. Uso il dato sul GDP consolidato del 2013, che ovviamente è inferiore a quello che 2014, ma solo perché ci dà la visione su un intero anno, visto che quello del 2014 non è ancora disponibile. Ebbene, nel 2013 il GDP Usa è arrivato a 16.768,1 miliardi di dollari. Le industrie private hanno creato valore per 14.556,4 miliardi, il governo per i rimanenti 2.211,6. Quindi circa l’86% del valore aggiunto del prodotto americano è creato dal settore privato.

Negli addenda in calce alla tabella leggo poi che il valore aggiunto delle industrie che producono beni è stato di circa 3.314 miliardi (foreste, agricoltura, pesca, caccia, miniere, costruzioni e manifatture), mentre quello delle aziende che producono servizi (commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti, informazione, finanza, assicurazioni, real estate, noleggi e leasing, servizi professionali e di business, educativi, sanitari, arti e intrattenimento, servizi ricreativi, di accoglienza e ristorazione e altri servizi escluso il governo)  di circa 11.242.

Ciò conferma quella che è una tendenza nei paesi capitalistici maturi, che vedono gran parte della loro crescita dipendere dai servizi più che dalla produzione di beni. Ma i servizi dovremmo considerarli come economia reale? Pochi, credo ne dubiteranno.

Se poi andiamo a vedere i singoli settori, scopriamo alcune informazioni di dettaglio che mettono meglio a fuoco il problema. Se il problema sono le banche, le assicurazioni o, in generale, il settore finanziario, sappiate che, sempre nel 2013, il valore aggiunto del settore “finanza, assicurazione” è stato di 1.206 miliardi di dollari a fronte del 2.028 del settore manifatturiero, suddivisi fra i 1.088 dei beni durevoli e i 940 di quelli non durevoli.

Quindi potremmo dedurne che la cosiddetta economia reale, di cui certo fa parte il settore manifatturiero, produce molto più valore aggiunto di quello finanziario persino negli Usa. Quindi forse è un po’ esagerato parlare di supremazia della finanza.

Faccio notare che nella classificazione utilizzata dall’istituto di statistica americano, il real estate, associato al rental e al leasing, viene conteggiato sotto la voce finance-insurance. E che il settore della costruzioni, quindi il mattone vero e proprio, ha prodotto nel 2013 619,9 miliardi di valore aggiunto, meno del settore arte, intrattenimento accoglienza e ristoranti.

Mi chiedo, tuttavia, quanta parte dello sviluppo manifatturiero – mi limito a questo per semplificare – sia debitore allo sviluppo dei servizi finanziari, atteso che anche una banca ha bisogno di sedie, tavoli e computer. Così come mi chiedo quanta parte dello sviluppo manifatturiero debba all’economia finanziaria, atteso che le imprese normalmente hanno debiti da gestire. Ma purtroppo questo la statistica non lo dice.

Quello che ci dice, però, è che l’economia reale, intesa come la rappresenta la vulgata, non ha dignità statistica, componendosi il prodotto finale di tutti i valori aggiunti.

Il Pil, infatti, per come è stato concepito, si propone di aggregare ogni valore economico purché sia statisticamente misurabile. E l’ambizione contemporanea, che ci dice molto dello spirito del nostro tempo, è ampliare il più possibile questa misurazione.

Per farvela breve, la distinzione fra economia reale e economia finanziaria è un mito che, andando a fondo, cela la vera sostanza del pensare economico contemporaneo: il suo essere profondamente immaginario. E, di conseguenza, anche la principale trasformazione alla quale stiamo andando incontro: ossia verso l’economia dell’intrattenimento.

Ma di questo vi racconterò domani.

(1/segue)

Leggi la seconda e ultima puntata

 

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  1. @frankoball

    Se chiami in ballo la statistica, ti rispondo da statistico, citando una FAQ rinvenibile nel sito dell’Istat
    “I principali aggregati stimati nell’ambito dei conti nazionali sono riassunti nel Conto delle risorse e degli impieghi che presenta, fra le entrate, il prodotto interno lordo e le importazioni di beni e servizi e, fra le uscite, la spesa per consumi finali, gli investimenti lordi e le esportazioni di beni e servizi. Esso descrive in maniera sintetica l’equilibrio esistente tra l’offerta di beni e servizi e la rispettiva domanda finale. La sequenza dei conti per settore istituzionale fornisce poi una illustrazione sistematica e integrata dei comportamenti dei diversi operatori (Famiglie, Società finanziarie e non finanziarie, Amministrazioni Pubbliche e Resto del mondo) nelle fasi essenziali del processo economico: produzione, formazione, distribuzione, redistribuzione e utilizzazione del reddito e accumulazione finanziaria e non finanziaria”.
    La distinzione statistica tra conti non finanziari e conti finanziari esiste. Quella tra ‘economia reale’ ed ‘economia finanziaria’ la lascio agli economisti. Rilevo solo che se le banche, dopo aver snobbato le TLTRO, con la liquidità del QE finanzieranno le imprese, si avrà un riscontro in termini di prodotto, se investiranno in strumenti finanziari diretti o derivati non credo che si avrà lo stesso risultato.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      non essendo statistico, accolgo con grande piacere le precisazioni di uno statistico.
      conosco la distinzione fra conti finanziari e non finanziari in statistica, ma io tentavo di discorrere di economia sostanziale, non della sua rappresentazione statistica formale.
      quanto alla conclusione, non so neanch’io se l’investimento in strumenti finanziari abbia un moltiplicatore più alto o più basso rispetto a uno in manifatture. così a naso mi sembra che questa distinzione abbia perduto senso reale.
      grazie per il commento

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  2. Jean-Charles

    Se una mamma alleva ed educa loro figlio a casa, non aumenta il PIL. Se un’altra fa pulizie e se la terza cucina, neanche.

    Se fossero pagate con addebito di contributi e tasse sul reddito, aumenterebbe il PIL, per le stesse prestazioni,.

    Se un muratore come dipendente o indipendente in regola…costruisce una scuola aumenta il PIL. Se un pilota con tanto di bombe la distrugge, aumenta il PIL.

    Se una banca scambia con un’altra Over The Counter, posizioni speculative per decine di miliardi, che vanno ben oltre la copertura di rischi dell’economia reale, tramite prodotti derivati, aumenta poco il PIL anche se, il trader guadagna tanto…

    E potremmo andare avanti così i limiti di tale misura.

    Dopo droghe, prostituzione e ricerca fondamentale, benessere di felicità potrebbe essere preso in considerazione , ai fini di rilanciare …l’inflazione.

    Quale? 🙂

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  3. renzo

    Vado a memoria e potrei benissimo ricordarmi male, ma già Bob Kennedy disse che se facciamo un incidente d’auto facciamo salire il Pil.
    Quello che vivo nel mio quotidiano è che certi servizi fanno senz’altro parte del Pil, ma ne farei volentieri a meno:-)
    Ogni anno , nella mia piccola attività, per mettermi a posto con le norme dello Stato in materia di lavoro , sicurezza ecc, devo foraggiare una classe di gente cui lo Stato ha demandato ( in sostanza privatizzato) il rilascio delle relative certificazioni.
    Non chiamerei il laissez faire e i conflitti di classe astruserie, a me sembrano delle cose molto concrete, è solo tutto un po’ più complicato della semplice bipartizione capitalisti-proletari dei marxisti ortodossi.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      le ho definite astruserie perché sono concetti astratti e poco calabili nella realtà, se non al costo di declinazioni formali estremamente astruse. sono concetti utili per dibattere, in ciò rivelandosi la costituente politica dell’economia.
      grazie per il commento

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      • renzo

        C’è il dibattito, che alle volte nel suo aspetto retorico, come lei giustamente spesso richiama, serve a mascherare più che a rivelare, poi però ci sono le fasi operative e concrete : per me nella costituente politica del’economia sta sia il momento in cui si fanno i discorsi sia il momento in cui si passa al come produrre la torta e come dividerla, ed è per questo che i concetti di cui sopra non mi paiono astratti .A.Smith , Marx e compagnia bella ,nell’esprimere concetti ,prendevano posizione nella realtà a favore e contro qualcuno e qualcosa di molto reale. Interessante che ciò mi pare tanto più vero quanto più i modelli di analisi economica eventualmente presentati si propongano di svelare ,con la loro logica interna, leggi eterne e definitive di funzionamento dell’economia stessa.Ma questo forse fa più parte del fatto che non esiste una verità, ma solo gradi maggiori o minori di imprecisione.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        è proprio il fatto che l’economista prenda posizione, mascherando tale presa di posizione con la scienza, che svela la natura politica di questa professione. mica è una colpa o un’accusa: è solo un dato di fatto che non mi pare sia molto pacifico.
        ricordo uno scritto di keynes del 1930 dove si augurava che un domani gli economisti finissero con l’essere considerati tecnici specializzati, come i dentisti. mi sembra condivisibile.
        grazie per il commento

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      • Fla

        La voce “Economista” in Economia sta come la voce “Medico” in Medicina. Nel linguaggio comune ciò è una semplificazione onde evitare che il messaggio fra gli interlocutori diventi pesante cadendo nel rischio di non essere recepito. Nel calderone si mette di tutto. Il mio medico curante è infatti specializzato in ortopedia e svolge pure la professione di dentista. Naturale sarà che, se ho il male di denti, mi rivolgerò a lui, ma se ho un problema all’apparato digestivo o intestinale, mi dovrò rivolgere ad un gastroenterologo, cioè ad un medico specializzato. Con questo voglio dire che, tanti e forse troppi dei personaggi che sono presentati in tv o sui giornali come economisti, in realtà non lo sono affatto, oppure non sono specializzati in quello che in quel momento si vorrebbe spiegare. Non si può pretendere quindi che un economista specializzato in economia e statistica (per dire) possa spiegare i problemi di macroeconomia. Più che un problema di economisti quindi, pare un problema di media, che non sanno (non vogliono?) mettere in campo le persone giuste per permettere alla gente di capire effettivamente come vanno le cose.

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  4. Fla

    Se parte di quei consumi (perchè di gran parte ne è fatto il PIL) è fatta a debito (cioè a credito), trattasi di consumi reali o “fittizi”? E da dove provengono questi soldi? Sono tutti “nazionali” oppure “esteri”? E da dove provengono questi prodotti consumati, sono nazionali o esteri? Io penso così quando cerco di analizzare questi dati. Perchè altrimenti possiamo dire tutto ed il contrario di tutto, dipende infatti da come uno pensa soggettivamente a tali categorie economiche. Lavorare in banca è un lavoro reale (certo, ci lavoro e produco) ma astratto (cosa produco? Mutui, finanziamenti, che sono reali?), lavorare in una falegnameria o carpenteria è reale e tocco con mano ciò che realizzo. Essi sono interdipendenti e devono essere bilanciati. Ma è il troppo dell’uno o dell’altro che può portare a degli squilibri…

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      le sue domande semplicemente confermano quanto sia astratta la distinzione fra economia reale e finanziaria. è un retaggio, appunto. il mio tentativo è di ragionarci sopra, per provare a sgomberare il discorrere economico da luoghi comuni e semplificazioni che non giovano alla comprensione delle questioni. ovviamente sono certo che uno dei tanti valenti economisti di cui disponiamo avrà argomenti migliori dei miei. Nel qual caso, sarò ben lieto di ascoltarlo.
      Grazie per il commento

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  5. gtomei

    Salve Maurizio Sgroi. Ci lasciammo su “info” con alcune sollecitazioni reciproche e qui è arrivata la sollecitazione. Rispondo da prospettive diverse per affermare una verità relativa sull’esistenza della separazione tra economia reale e finanziaria e saltando a piè pari le sue riflessioni su: “Quel misto di pigre consuetudini, luoghi comuni, deduzioni à la carte rappresentato icasticamente dal dibattere giornalistico, oggi socializzato da internet, e dalle chiacchiere da bar, che ormai avvengono sui social network, che noi uomini del popolo frequentiamo non frequentando altro.”
    Comincio nel consigliare una lettura di una intervista del 2010 all’allora economista greco Varoufakis. oggi ministro:
    http://keynesblog.com/2015/01/28/varoufakis-come-ridurre-il-debito-senza-creare-recessione/, proseguendo con una seconda verità realtiva, di critica al governo sul tema Banche Popolari (e giusto per apprezzare il punto di vista che tenterò di esplicitare ragionando per assurdo, ritengo che il TUB, definendo questo tipo di banca, assieme alle BCC, come cooperative, assuma al contesto delle possibilità che esse possano operare con i paradigmi propri dell’economia sociale non profit, a condizione che il consiglio d’amministrazione e la maggioranza dei soci, espressione di voto capitario, siano d’accordo. Nessuna norma lo vieterebbe).
    Da qui comincio con l’affermare che l’economia di mercato è in crisi irreversibile e la soluzione proposta dal governo sulle Banche Popolari non farà altro che aumentare l’entropia del sistema.
    I simboli della transizione in atto sul tema del ruolo delle banche nell’economia si rendono comprensibili in un ossimoro: debito e profitto.
    E l’ossimoro funziona per le politiche degli Stati europei della UEM (non per l’Inghilterra, con il PIL cresciuto al 2,6%, poco più degli USA) sull’evidenza di più debito, più tasse, più decrescita nonostante la politica monetaria della BCE/SEBC sui valori dei tassi applicati al sistema bancario privato dei Paesi UEM (0,20%/ -0,2%/ 0,05%) e con Il QE che dovrebbe dare i risultati sperati attraverso il sistema bancario.
    Questo è un circuito che ha dimostrato, sul profitto e sul debito (assieme al sistema di regole bancarie e delle leggi in materia, predisposte e organizzate tra Europa – Stati nazionali – BCE) sull’ossimoro, che il circuito è autoreferenziale per dare sostenibilità al debito degli Stati e al profitto delle banche, nella loro qualità d’imprese private, presupponendo nelle loro capacità di sovvenire di liquidità l’economia reale.
    SE QUESTA VERITÀ RELATIVA È APPREZZABILE, occorre concludere che sullo scenario finanziario descritto mancano un paio di pezzi: i privati cittadini, comunque socialmente organizzati e le imprese.
    Per dirla più orientata al tema che ci interessa,, manca nel modello attuale di mercato l’economia reale, della produzione e dei consumi.
    In effetti, manca il centro del sistema che muove il ciclo economico, produttore involontario di deflazione cronicizzata, per mancanza di “denaro”. Tra virgolette, per dire che gli investimenti e l’agognata crescita si fondano alla fine della fiera sulle politiche monetarie di una monade, la BCE/SEBC, virtuale o reale non importa, e alle politiche di governo per investimenti produttivi (non possibili per l’indebitamento, il fiscal compact ecc., con le tasse che dovrebbero, ma non possono oltre, sovvenire ai debiti improduttivi nella storia e nell’attualità delle spese dello Stato).
    SE QUESTA VERITÀ RELATIVA È APPREZZABILE, occorre concludere che il sistema finanziario (la BCE/SEBC, le banche private nazionali); il sistema di governo dello Stato; il sistema economico sociale (cittadini e imprese), corrono su strade parallele che solo all’apparenza convergono.
    SE QUESTA VERITÀ RELATIVA È APPREZZABILE, allora, occorre interrogarsi se le banche popolari convertite in SpA producono effetti di “conversione” o di saldatura tra finanza, produzione, consumo.
    Io credo di no e si ritorna all’ossimoro iniziale: debito-profitto. Così, le strade continueranno a essere parallele, osservando che favorire l’intervento del mercato nel capitale di banche cooperative, così come in un certo tipo d’imprese per fare cassa (vedi Terna, per esempio), anche se apparentemente producono denaro, alla lunga deprivano il valore economico della Nazione e, forse, un po’ di autarchia non farebbe male nella transizione, ricorrendo ai cittadini e alle imprese dando senso alla politica dell’equità e dei diritti e doveri per tutti, al senso di appartenenza alla Patria, come valore morale e alla Nazione come valore giuridico di cittadinanza.
    Allora, ricordando che i simboli di trasformazione epocale in atto hanno necessità di tempo per essere interpretate, assorbite nella mente e nell’anima e diventare comportamenti e azioni di sistema, vale la pena tentare di contribuire in qualche modo con verità relative.
    Lancio idee che sono tutte rappresentabili in azioni sociali concrete di mediazione col “sistema” di cui facciamo parte e che ciascuno di noi, bene o male, ha contribuito a costruire e, in quanto, artificiale, può essere oggetto d’intervento.
    Un’unica osservazione: considerare sul serio che siamo in un momento di transizione verso nuovi modelli di sviluppo inequivocabilmente resi possibili e alla portata di mano d’interventi tutti noti, come se la complessità stia per perdere la sua capacità di caos nella generazione di un nuovo ordine cognitivamente percepibile, visibile e affrontabile.
    Si tratta di azioni innovative circolari di re-ingegnerizzazione di sistema politico, finanziario, economico incentrate su tre paradigmi funzionali (tutto il resto viene dopo, a cascata, se la condizione è il mantenimento e il perpetuarsi dell’economia di mercato, fuori dal neoliberismo economico):
    1) Sistema politico
    Le tasse che, se trattate secondo il dettato costituzionale (articolo 53) intervenendo sulla progressività in base alla capacità contributiva di ciascun soggetto tassabile, si dimostra (www.articolo53.it chiedendo lumi, prove, calcoli all’ing. Claudio Mazzoccoli) che è possibile ottenere un gettito maggiore, più equo e sostenibile e che contribuirebbe all’emersione dell’evasione fiscale (considerando la moneta elettronica come strumento che, innescato dall’azione 3., favorirebbe la fattispecie, sul presupposto che sul tema ci sarebbe molto da dire, ma non qui). Nella nostra prospettiva, si apprezzi che, se tutto ciò fosse realizzato, rispetto alla realtà attuale, un delta percentuale di moneta disponibile resterebbe nelle mani dei soggetti fiscali: cittadini e imprese.
    2) Sistema finanziario
    La BCE, dovrebbe rendere il TUR (Tasso Unico di Riferimento) pari a 0,00%, almeno fino al 2020 (innalzando semmai i tassi d’interesse di rifinanziamento marginale, attualmente allo 0,20% e i tassi d’interesse sui depositi presso la banca centrale, attualmente allo -0,2%. Promuovere la separazione delle attività bancarie tra banche d’investimento e banche di credito ordinario e rendere fallibili la banche d’investimento. Ma non è indispensabile per il nostro “progetto”, anche perché nel tempo indurrebbe soluzioni del tipo). Nella prospettiva del ragionamento per assurdo sulla verità relativa, si apprezzi che se tutto ciò fosse realizzato, rispetto alla realtà attuale, il denaro alle banche private nazionali non costerebbe e la diminuzione dei tassi d’interesse, sulla situazione attuale, renderebbe disponibile un secondo delta percentuale di moneta disponibile nelle mani dei soggetti economici: cittadini e imprese. Sul punto, occorre osservare come ciò non sia possibile per un insieme di fattori: dalla situazione delle sofferenze bancarie, alla necessità di rincorrere il profitto a tutti i costi, al panorama di regole che impediscono anche alle banche virtuose di dare credito all’economia reale in sofferenza.
    3) Sistema economico
    Qualche affermazione sul ciclo economico: il valore del denaro è inscritto nel bene prodotto nel ciclo produzione – consumo. Se il ciclo funziona, significa che è in equilibrio ed è autoreferenziale, pertanto, non ha bisogno di denaro perché è auto prodotto nei beni acquisiti dal mercato nel tempo. Quando c’è squilibrio occorre ricorrere alle banche che, se prestano, applicano un tasso d’interesse che, in tempi di deflazione, è insostenibile e parassitario sottraendo denaro alla produzione (senza entrare nel merito della provvista di denaro delle banche, della riserva frazionaria ecc..) rendendo anticiclico l’equilibrio economico tra produzione e consumi. La gravità di queste osservazioni insiste sulla cascata di elementi negativi e, oramai, insostenibili, che si riverberano sul ciclo economico reale:
    per l’impresa:
    produrre significa avere beni da vendere sul mercato, disporre di profitto e di margini da destinare ad investimenti produttivi, avere forza lavoro utile che aumenta in funzione delle capacità e delle azioni dell’imprenditore;
    per il lavoratore:
    significa avere reddito misurabile in denaro da destinare ai consumi (senza entrare nel merito della qualità dei consumi e delle relazioni con l’ambiente)..
    Da qui discende che il denaro è uno strumento al servizio dell’impresa e nell’economia di mercato vale la legge della domanda e dell’offerta che mantiene in equilibrio il sistema basato sulla concorrenza che induce capacità cognitive verso l’innovazione sistemica. È il ciclo economico reale, non le banche e il debito dello Stato a reggere il sistema economico e sociale della Nazione in Europa. Da soli, i consumi concorrono al 70% e più al PIL nazionale.
    Ora, sui tre punti, proviamo…..e qui potrei proporre quache soluzione studiata a lungo, ma…vado a perdere un po’ di tempo al bar, fino al prossimo blog che, da qualche parte, sulla rete, intercetti, che cosa? il capitale umano, capacità cognitive, ego altruistici, azionisti sociali…..Buona vita. Giovanni Tomei

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      mi pare che lei proponga una rivoluzione adoprando le perifrasi 🙂
      E’ il modo migliore per stroncare l’avversario 🙂
      grazie per il commento e per lo sforzo chiarificatore

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  6. _beneathsurface

    Forse sbaglierò, ma ho l’impressione che la celata distinzione fra economia reale e finanziaria non sia da cercare nel calcolo del PIL (che per definizione è il valore aggiunto di quanto prodotto, venduto e immagazzinato e investito nei settori dei beni e servizi), bensì l’accento vada posto sugli importi che ciascuna delle due economie muove.
    È lampante che in Italia l’economia reale muova 1600mld di euro, se vogliamo dare una cifra usando il machete. Se contassimo anche i crediti che dal sistema finanziario vanno alle imprese non finanziarie e famiglie e Stato (assumendo che questi siano gli operatori “reali” dell’economia reale) allora la cifra lieviterebbe di altre migliaia di miliardi.
    E ancora dovremmo contare l’utilizzo delle materie prime e dei semilavorati che per definizione non entrano nel pil, che è un valore aggiunto e non un flusso di soldi (“reali” e/o “finanziari”) utilizzati per la prosuzione.
    Inoltre ci dovremmo imbarcare nell’ostico discorso di quantificare gli intangibles (conoscenza, skills, brevetti, mamme casalinghe eccetera).
    In paragone è assai più facile determinare il flusso di denaro che muove i mercati finanziari di ogni genere, siti ufficiali come quello della BIS da la misura (enorme e a mio parere prevaricante) dei flussi x esempio dei mercati derivati, che a livello mondiale supera di decine di volte il pil mondiale.
    Vogliamo imbarcarci in una profonda, dettagliata disamina se investire in azioni e derivati e titoli di ogni genere possa aiutare l’imprenditore che produce?
    Si può fare ma ci ho provato tutto il pomeriggio e sono arrivato alla conclusione che i casi particolari e i “se” e “ma” superino di gran lunga la misura per poter dare una definizione sufficientemente astratta e generale.
    In ogni casp, provo a fare un ragionamento per assurdo di questo tipo: se non esistesse una economia finanziaria con regole e fini distinguibili da quella reale, come è spiegabile l’euforia dei mercati finanziari (drogatidi liquidità e aspettative di continui soccorsi delle bamvhe centrali, in ultimo l’inutile QE della BCE), malgrado i fondamentali pessimi della economia reale?
    Sarei curioso di una Vostra replica.
    Insomma, l’economia “di carta” esiste, e con l’avvento dei bitcoin esisteanche quella del valore fiduciario immateriale!!!

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      l’economia di carta esiste, ma non potrebbe esistere senza la materia e si esprime tramite la materia. questo ho provato ad illustrare nell’articolo. soprattutto volevo ragionare sull’inconsistenza di questa distinzione.
      mi piace pensare che invece di quella fra economia reale e finanziaria sia un’altra la distinzione che merita di essere discussa: quella fra economia della realtà ed economia del sogno.
      sarà questo l’oggetto del post conclusivo di questa miniserie.
      grazie del commento

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  7. _beneathsurface

    Sono d’accordo con la tua più precisa distinzione fra economia della realtà e economia del sogno, ma appunto come dicevo nel mio post non è per nulla facile distinguere nettamente dove finisce il sogno e comincia la realtà.
    Ma che il sogno esista è per me una realtà, se mi passa la sottintesa ironia 😉
    Saluti e ancora complimenti.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      non c’è dubbio che il sogno esista. e come vedremo, esiste anche molto concretamente. come tutte le distinzioni, anche questa è illusoria, ma può essere utile discorrerne perché ci aiuta a riflettere su alcune cose. in tal senso è solo un pretesto.
      grazie per il commento e l’apprezzamento

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  8. Daniele Bosco (@DBosc_)

    La risposta più giusta in economia è sempre una e una soltanto: dipende. Dipende da quale aspetto dell’economia sto cercando di osservare e descrivere e analizzare: dipende se mi interessa l’aspetto quantitativo o l’aspetto qualitativo.
    Nel caso citato, trattandosi di statistica economica la differenza tra economia reale e finanziaria si ha un senso (tirando un po’ la teoria per i capelli possiamo dire che: la prima individua un flussi di beni o servizi, mentre l’altra individua – i corrispettivi – flussi finanziari in moneta di conto o strumenti assimilati). Sono quindi due facce della stessa medaglia e, sotto questo punto di vista le differenze sono marcate e “importanti”. Perderebbero importanza e valenza, ad esempio, se guardassimo al lato economico delle “scienze manageriali”, li la distinzione tra reale e finanziario diventa assai labile e inutile.
    Perciò, la risposta è dipende, per avere una rappresentazione completa devo aggregare molti punti di vista e questi punti di vista, presi singolarmente, enfatizzano o rendo nulli certi distinguo.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      concordo sul dipende. ne deduco che, poiché tutto dipende, dovremmo ripensare il nostro modo di pensare l’economia. Se tutto dipende, anche le conclusioni economiche sono provvisorie come le premesse che le esprimono. di conseguenza dovremmo essere tutti un po’ più prudenti nell’asserire e più umili nell’ascoltare.
      grazie per il commento

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