Divagazioni statistiche: il trionfo dell’economia immaginaria


Dobbiamo a Polanyi la più sintetica rappresentazione del problema economico. L’economia, scrisse nella Grande Trasformazione, è tutta una questione di prezzi. E in effetti tutta l’epopea ottocentesca che culminò nell’epopea walrasiana non si propose altro che trovare il livello dei prezzi capace di individuare l’equilibrio generale del sistema.

Ma tale visione è necessariamente statica. Ciò che trascura, per quanto elemento centralissimo del discorso economico, è il tempo.

Ciò, malgrado il tempo sia di fatto l’unica risorsa davvero scarsa con la quale dobbiamo fare i conti.

Se l’economia si propone di studiare i prezzi, non può sottrarsi dall’analisi del fattore tempo, per la semplice circostanza che, come ebbe a scrivere Benjamin Franklin, che non era economista ma viveva l’economia, il tempo è denaro.

Di conseguenza, il denaro è tempo, e ne abbiamo piena contezza solo ricordando che il tempo è la variabile alla base, insieme al capitale, della matematica finanziaria, dove il prezzo, ossia il tasso di interesse, è solo uno degli elementi dell’equazione.

Ma c’è di più. Il tempo, per chi sia lavoratore dipendente, è il denominatore degli indici di produttività e insieme della misura del salario. E gli esempi potrebbero continuare.

Come premessa di questa rapida ricognizione sul rapporto che oggi il tempo intrattiene con l’economia, vale la pena ricordare uno scritto di Keynes del 1930 (“Prospettive economiche per i nostri nipoti”) dove l’economista inglese profetizzava che nel giro di un secolo il problema economico, inteso come produzioni dei beni necessari per la sopravvivenza, avrebbe potuto essere risolto. Ciò avrebbe aperto un’altra questione che, nella visione keynesiana, non era strettamente economica: il tempo libero. “Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino al momento in cui l’ottiene”, scrisse.

Il fatto che il tempo libero per Keynes non fosse un problema economico ci dice molto dell’epoca in cui visse, ancora non pervasa dall’economia com’è la nostra. E anche della sua eredità culturale, necessariamente ottocentesca. Però nulla toglie alla sua intuizione.

Pertanto, immaginando un futuro in cui il problema della produzione dei beni necessari sarà risolto con poche ore di lavoro, “l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti: come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto (il corsivo è mio, ndr) gli avranno guadagnato per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Avvertendo al contempo che “non esiste paese o popolo che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza”. E concludeva: “Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso”.

Ottantacinque anni dopo è interessante, e forse utile, andare a vedere dove siamo arrivati, cominciando da un’evidenza chiara a tutti: nei paesi occidentali l’orario di lavoro si è drasticamente ridotto. Di conseguenza il tempo libero si è notevolmente ampliato, germinando un’economia del tempo libero che cresce in ragione proporzionale al tempo libero stesso. Poi ci sarebbe pure da osservare che gli economisti sono diventate piccole star, ma questo in fondo importa poco.

Importa, al contrario, che il tempo rimanga la costituente dell’economia sostanziale che però, nel nostro evo, si sta sempre più trasformando in un’economia dell’immaginario.

Per darvene rappresentazione plastica vale la pena utilizzare alcune statistiche prese di peso dalla contabilità americana. Ossia il dato sul valore aggiunto per settori del prodotto nel 2013 (ultimo anno con i dati completi) e poi una sua estrapolazione, ossia la spesa per arte e cultura.

Come ho già detto altrove, considero gli Usa un ottimo punto di osservazione delle tendenze globali, sia per il peso specifico della loro economia, sia per l’altrettanto peso specifico nella cultura globale.

Un primo dato, estratto dalle statistiche sul Pil, ci consente di apprezzare il peso specifico del settore “Arts, entertainment, recreation, accommodation, and food services”, che come ognuno può comprendere ha estremamente a che fare col tempo libero, visto che trae il suo sostentamento dal fatto che qualcuno compri i suoi prodotti. Un artista, come uno chef, senza mercato non ha dignità di fenomeno economico. Ma nessuno comprerà un quadro o una pietanza al ristorante se non ha il tempo (e il denaro) per fruirne.

Bene, nel 2013 questo settore ha prodotto un valore aggiunto di 621 miliardi di dollari, a fronte dei 619 miliardi del settore delle costruzioni, assai più del settore agricolo (226,6 miliardi), delle miniere, (439 miliardi) o delle utilities (276), quasi al livello dell’Information (779 miliardi).

Ce n’è abbastanza per dire a coloro che si ostinano ad inseguire la mitopoiesi dell’economia reale versus l’economia finanziaria, che il vero discrimine oggi è fra l’economia della realtà e l’economia dei sogni, ossia l’immaginario. Ma che tutto ciò componga l’economia è fuori di dubbio, già per il semplice fatto che se ne occupa la statistica.

Un dato isolato, tuttavia, ci dice ancora poco. Sicché mi sono ripescato una release del BEA del 12 gennaio scorso titolata icasticamente “Spending on arts and cultural production continues to increase”.

Il dato è riferito solo alla spesa per arte e cultura, quindi, non esteso ai servizi di accoglienza o ristorazione, che fanno molto tempo libero. Dalle statistiche sul Pil (anno 2012) leggiamo però che il sotto settore “accomodation and food service” pesa 439,5 miliardi di valore aggiunto. Mentre quello arts&entertainment 155,9.

Ma nell’altra release leggo che il valore aggiunto dalle arts and cultural production industries (ACP) è cresciuto del 3,8% nel 2012 arrivando a quotare il 4,3% del Pil, pari a 698,7 miliardi. Sottolineo che il dato, riferito al 2012, è classificato diversamente rispetto a quello delle statistiche del Pil. E questo spiega la differenza di dati.

In particolare, il dato della seconda release tiene conto dell’indotto, ossia del contributo che queste produzioni portano al sistema produttivo. La BEA definisce questo indicatore “Art and Cultural Production Satellite Account”, ACPSA.

Il suo output equivale al valore di tutti i beni e servizi prodotti e acquistati, ad esempio biglietti del cinema o servizi di design. A fianco dell’output c’è anche l’ACPSA employment, ossia la quantità di lavoro che tali attività originano.

Scusate la premessa noiosa, ma in statistica le definizioni sono tutto, ed è meglio intendersi sul significato prima di iniziare a sparare dati.

Un utilissimo grafico mostra l’andamento dell’ACPSA rispetto al GDP dal 1998 al 2012. E ovviamente è una curva crescente. Il valore aggiunto delle attività propriamente dette, intorno agli 80 miliardi nel 1998,  nel 2012 aveva superati i 155, lo abbiamo visto nella statistiche sul Pil, ma il valore complessivo, compreso l’indotto è passato da poco più di 400 miliardi ai quasi 700 di fine 2012. Particolarmente vasto è il contributo dell’indotto, a dimostrazione che l’economia dell’immaginario ha esiti assai concreti.

La crescita di questo settore in relazione al GDP è costante. Salvo che nel 2009, quando ci fu una lieve flessione. La crisi, notoriamente, ha un effetto regressivo sui sogni.

Così come è costante l’output finale prodotto dalle ACPSA e dall’indotto, che nel 2012 aveva superato gli 1,1 trilioni di euro, la metà circa dei quali frutto delle aziende core, il resto dall’indotto.

A livello di posti di lavoro, nel 2012 queste ACPSA impiegavano fra aziende core e indotto, 4,7 milioni di persone, un milione delle quali nelle industrie core. Interessante notare come, mentre l’occupazione nelle aziende core sia sostanzialmente stabile nel tempo, quindi dal 1998 in poi, quella nell’indotto abbia subito una decrescita dal 2008 per stabilizzarsi intorno al 2010. Sempre perché le crisi provocano brutti risvegli.

Se restringiamo la timeline notiamo un’altra informazione assai preziosa.

Riferito al 2012 osserviamo che il principale contributo all’output delle aziende core ACPSA, pari a 239,8 miliardi, è arrivato dal settore advertising: la pubblicità. E che il contributo più rilevante dalle aziende dell’indotto, con un output di 118,4 miliardi è stato il broadcasting: la televisione, la radio e il cinema.

Se guardiamo ai dati fra il 2007 e il 2012, notiamo che l’advertising ha subito un calo di valore nel 2009 – sempre perché la crisi… – ma poi si è ripreso e non si è più fermato. La stessa cosa è successa al broadcasting.

Sul versante dell’occupazione, l’advertising non ha più raggiunto il livello del 2009, così come è successo al broadcasting. Ciò significa che l’aumento di valore non ha originato posti di lavoro. Il miracolo della produttività americana.

In ogni caso il combinato disposto di questi due settori definisce meglio di ogni altro ragionamento l’economia dell’immaginario, che cresce senza soluzione di continuità.

Il tempo libero diventa il luogo in cui si orientano i bisogni. Che perciò diventano teoricamente infiniti.

Il tempo libero è diventato economicamente significativo.

Il tempo, libero o meno, torna ad avere a che fare col denaro, come diceva Franklin nel XVIII secolo.

Mi chiedo come Keynes commenterebbe questi dati.

(2/fine)

Leggi la prima puntata

 

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