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Le metamorfosi dell’economia: la trasmutazione del denaro


Il tempo è prezioso, come sa chiunque si accorga che gliene è rimasto poco. E’ l’unica risorsa scarsa che dovrebbe avere dignità di pensiero economico. E’ talmente prezioso che a un certo punto è sorta la prassi di scambiarlo con denaro, ossia con ciò che rappresenta, nominandolo, il valore. Senonché, misurare il tempo con la moneta – cos’altro è una retribuzione oraria?  – ha finito col trasformare le persone in oggetti economici, per cui è invalsa la consuetudine di equiparare il valore di una persona alla sua ricchezza. Ho tanto perché valgo tanto: quante volte avete sentito o letto espressioni simili?

Poiché il tempo, oltre ad essere prezioso, è anche il moltiplicatore del prodotto, (se in un’ora produco x, in due produco il doppio) capite bene perché già agli albori del capitalismo venne coniato il detto che il tempo è denaro. Un motto semplice che racconta bene l’epopea capitalista. Più tempo dedico alla produzione, più denaro guadagno. Più tempo lascio cumulare un capitale con l’interesse composto, più guadagno.

L’equiparazione fra tempo e denaro, tuttavia, cela alcuni problemi. Fra questi la circostanza che non spiega cosa sia il denaro, fidando troppo sul senso comune.

Purtroppo  il denaro sfida il senso comune. Se mettessimo in fila tutti i libri che sono stati scritti sul denaro negli ultimi tre secoli verrebbe fuori una pila che molto facilmente giungerebbe alla luna, senza che ciò sia capace di aiutarci a capire cosa sia questa sostanza misteriosa che alimenta la nostra vita economica. Del denaro sappiamo solo che ce n’è sempre di più e che, ciò malgrado, sembra non bastarci mai.

Sappiamo altresì che il denaro, nella nostra immaginazione, è una perfetta rappresentazione della ricchezza: “Che la ricchezza consista di moneta, o di oro o di argento, è una nozione comune”, scrisse Adam Smith nella sua Ricchezza delle nazioni, “che proviene naturalmente dalla doppia funzione della moneta, come strumento di commercio e come misura di valore”. Quindi la ricchezza consiste della moneta anche per la semplice ragione che può misurarla. Sempre Smith: “Ricchezza e denaro sono, nel linguaggio comune, considerati sinonimi”. Nel linguaggio comune, appunto. Il denaro è come il raffreddore: tutti lo prendono, subendone il contagio, ma pochi sanno perché. Prevale la consuetudine. E’ uso, di conseguenza, equipararlo alla moneta, intendo quella moneta legale regolata da un’autorità pubblica.

Sappiamo pure che la ricchezza è una delle ossessioni più pervicaci dell’umanità, e il denaro di conseguenza, specialmente da quando l’economia ha occupato gran parte della nostra immaginazione. “Troviamo sempre che il grande problema è fare denaro”, dice sempre Smith quasi due secoli e mezzo fa. E a ragione. Il miraggio alchemico della trasmutazione dei metalli vili in oro, che impegnò tanti sapienti scervellati per lunghi secoli, ormai è diventata pratica comune delle nostre società, che creano moneta, quindi denaro, quindi ricchezza, in un fiat per il tramite delle loro banche centrali.

Dovremmo dedurne che siamo diventati più ricchi? Se così fosse il “problema economico”, per usare una vecchia espressione keynesiana, sarebbe risolvibile semplicemente aumentando la quantità di denaro. Ma è evidente che così non è. L’assimilazione fra denaro e ricchezza deriva da una consuetudine storica, di cui ci dà testimonianza Simonde de Sismondi in uno scritto di inizio XIX secolo (I due sistemi di economia politica): “Le parole denaro e ricchezza si erano mescolate in tutte le lingue e lo scopo di tutte le politiche pubbliche e private era stato quello di attirare e accrescere il denaro”.

Meno evidente è il senso profondo dell’idea stessa di denaro che potremmo persino trovare diversa da quella di moneta. Ma per riuscirci, serve un po’ di storia.

Prendo a prestito tre definizioni di moneta riferite a epoche assai diverse fra loro: la metà del XVIII secolo, l’inizio del XX, e oggi. Non sarà certo esaustiva come ricognizione, ma certo aiuterà a dare un’idea di come il concetto di moneta si sia evoluto nel corso dei secoli.

Per il XVIII secolo mi servo del trattato Della Moneta, scritto da Ferdinando Galiani nel 1750 e poi ripubblicato un trentennio dopo, uno dei primi libri dedicati espressamente alla questione monetaria dell’epoca moderna. Nell’esordio, l’abate napoletano spiegò di voler “illustrare la natura e le qualità della moneta, ossia di quei metalli che le nazioni colte come un equivalente d’ogni altra cosa usano di prendere e dare: materia, quanto per la sua utilità gravissima, tanto per l’oscurità che la copre”.

Quindi, per Galiani l’associazione era molto semplice: l’oro era moneta, come poi dirà anche Smith, e quindi la moneta merce, come peraltro teorizzava una scuola di pensiero che trovò in Locke (che di moneta e interesse scrisse poco e alquanto distrattamente) uno dei suoi epigoni sul finire del secolo XVII.

Galiani argomenta che l’oro è moneta in quanto ha un valore di per sé, anteriore quindi al diventare mezzo di scambio. Il che rivela una delle caratteristiche formali che l’economia assegna alla moneta: il suo rappresentare un valore persistente. Ciò che più tardi definirà la moneta come riserva di valore. Ai tempi di Galiani tale valore era insito nella merce. Ai tempi nostri è di derivazione istituzionale, essendo la moneta dematerializzata.

Facciamo un salto di un secolo e mezzo e scorriamo il libro di D.H.Robertson (Money), pubblicato nel 1922 con introduzione di J.M.Keynes, che pochi anni più tardi dedicherà un paio di notevoli volumi proprio alla questione monetaria. Il libro di Robertson in qualche modo sommarizza il lungo dibattito sulla moneta che si era consumato nel corso del secolo d’oro dell’economia politica, ossia il XIX.

Nel paragrafo in cui affronta la questione di come definire la moneta, Robertson ammette che “non c’è un’intesa generale su questo punto”. E perciò risolve, con ammirevole pragmatismo, di considerare moneta “ogni cosa che sia ampiamente accettata come pagamento per beni, o per pagare le proprie obbligazioni”. La moneta come mezzo di scambio, quindi, e implicitamente come misura dello scambio, ossia come unità di conto.

La riflessione teorica, durata decenni, arrivò così a definire la perfetta trinità che qualunque moneta deve incarnare per essere tale: riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto. A tal proposito Robertson fa un’importante sottolineatura: “Non è necessario che ogni cosa usata come mezzo di scambio sia di per sé unità di conto, ma che questa cosa possa essere espressa in qualcosa che sia una unità di conto”. Per farla semplice: posso accettare un assegno di mille euro da un mio debitore, ma quell’assegno non è di per sé una moneta, per quanto soddisfi il requisito di essere accettato. Ciò che è moneta è l’euro, di cui i mille del mio assegno sono un multiplo.

La questione della riserva di valore, che ogni moneta deve assicurare per essere accettata – non accetteremmo mai un pagamento in una moneta che l’indomani perdesse il suo valore di scambio – ne solleva un’altra, ossia quella del valore della moneta stessa. Sempre Robertson lo definisce come “il potere che la moneta assicura alla gente per comprare ciò che desidera”. Ciò evidentemente si collega all’andamento dei prezzi, che sono espressi in moneta. Se il prezzo di un bene aumenta, vuol dire che la mia moneta, rispetto a quel bene, ha perduto valore. Se prima con un euro compravo un arancia e ora mi serve un euro e mezzo, vuol dire che l’euro si è svalutato del 50% rispetto alle arance. Ciò innesca l’epica dell’inflazione nel nostro discorrere economico e le sue conseguenze distributive. Nel nostro caso, l’inflazione provoca un impoverimento del 50% nei detentori di moneta rispetto ai produttori d’arance. Ciò spiega perché la questione del valore della moneta sia assurta all’attenzione dei governanti.

Provo a semplificare: la moneta, secondo questa definizione, è potere d’acquisto, attuale e futuro, al netto dell’inflazione.

E questo ci porta alla nostra terza definizione di moneta, che ho tratto da una recente intervista a Ferdinando Ametrano, esperto di monete virtuali, pubblicata qui. “La moneta è uno strumento di relazione sociale – spiega – su cui si fonda l’economia di scambio. È uno strumento ideato dall’umanità per cooperare con coloro che sono al di fuori dell’economia del dono, caratteristica del nucleo familiare e delle relazioni più strette. Storicamente l’oro si è affermato autonomamente come standard monetario, poi è stato progressivamente rimpiazzato dalle banconote (..). Oggi utilizziamo fiat money (fiat nel senso latino di “fiat lux et lux fuit”), moneta senza valore intrinseco la cui accettabilità è basata su un contratto sociale che ne determina il corso legale. Tutte le democrazie ed economie evolute hanno delegato il governo della moneta e la sua stabilità alla discrezionalità di banche centrali indipendenti, per evitare gli abusi che i governi potrebbero farne”. Questo lo stato della riflessione contemporanea sulla moneta. Ho scelto questa posizione perché mi sembra sufficientemente esaustiva.

Ma l’ho scelta anche perché solleva due punti dirimenti. Il primo: la moneta non è una merce ma uno strumento istituzionale di relazione sociale. Il secondo: la moneta è uno strumento ideato per scambiare con coloro che sono fuori dell’economia del dono.

Poniamoci una domanda: cosa succede a un’economia quando l’economia del dono si espande? Abbiamo visto che l’ipotesi non è peregrina. Al contrario: le nuove tecnologie hanno fatto crescere a un livello senza precedenti le zone franche in cui la moneta (sempre intesa come moneta legale) non svolge più alcun ruolo nonostante interessino ampie porzioni di relazioni sociali. Ciò vuol dire che la moneta non è più in grado di prezzare queste relazioni e, di conseguenza, non è in grado di trasformarle in ricchezza. Che però esiste. Uno scambio che crea valore ma non flusso monetario è la dimostrazione che la moneta non è lo strumento più esatto per misurare la ricchezza.

La seconda questione che dobbiamo sottolineare è l’aspetto relazionale. La moneta non ha valore di per sé ma perché due parti le danno valore. Quindi due persone devono credere che l’oggetto del loro scambio (la moneta) abbia valore, presente e futuro. Se l’economia crea valore grazie alla relazione fra due soggetti, come peraltro notava già Sismondi all’inizio del XIX secolo, se voglio far crescere l’economia, devo incentivare gli scambi, ossia le relazioni fra le persone. La ricchezza che avrò creato, con questo relazionarmi, non deriva dalla moneta, che si limita a rappresentarla. Nel caso dell’economia del dono questa rappresentazione non è neanche è possibile.

Galiani esprime chiaramente questo concetto: “La moneta non è ricchezza, ma immagine sua ed istrumento di raggirarla, dal quale raggiro sebbene accada alcune volte che la vera ricchezza s’accresca, infinite volte più pare che così avvenga e non è vero”. Per poi concludere che “chi ha le cose più utili è più ricco di chi possiede le meno utili”. Quali sono le cose utili? “Le prime sono gli elementi, indi è l’uomo che di tutte le cose è la più utile all’altro uomo, poi sono i generi atti al vitto, indi al vestito, appresso all’abitazione e in ultimo alle comodità meno grandi e all’appagamento dei piaceri secondari dell’uomo. In questa classe sono i metalli: sono dunque utili, ma meno dell’uomo”. I metalli, quindi ciò che per Galiani era la moneta, sono ultimi in ordine di importanza per l’economia sostanziale. “L’oro e l’argento – scrive – non sono degni d’essere dichiarati sovrani del tutto ed arbitri della felicità”. Questo pensiero antico è sorprendentemente contemporaneo.

Ed è un un indizio. Ciò che conta, per l’economia, sono le persone. E poiché queste persone devono essere vive, per avere utilità e senso economici, la vera ricchezza non è la moneta, che solo nomina la ricchezza e in maniera imperfetta come abbiamo visto, ma il tempo, che la sostanzia. In tal senso, il tempo è il vero e unico denaro di cui disponiamo. Un denaro molto diverso dalla semplice moneta.

Questo ci riporta al vecchio detto secondo cui il tempo è denaro. Che necessita però di essere precisato. Chi immagina il denaro come una semplice ipoteca sul tempo futuro, come ha fatto in un bel libro di qualche anno fa Massimo Fini (Il denaro, sterco del demonio) conduce all’estremo la visione protocapitalista e produttivistica di Benjamin Franklin, che coniò nel XVIII secolo tale equivalenza.

Ma il tempo non è denaro perché, producendo nel tempo reddito o imprestandolo, posso tramutare il tempo in denaro. Il tempo è denaro perché l’unico denaro reale di cui dispongo è il tempo. Un denaro che talvolta diventa moneta. Come vedete, le equivalenze a volte nascondono importanti sfumature di significati capaci di stravolgere quelli dell’economia.

Possiamo dirlo anche così: il tempo non è potenzialmente denaro, come lascia intendere il vecchio adagio di Franklin, ma è attualmente denaro. Non potenza, ma atto, direbbe Aristotele. Nasciamo ricchi e moriamo in miseria. Il nostro capitale, di cui siamo naturalmente dotati, è naturalmente destinato a decumularsi, come dovrebbe accadere ad ogni accumulazione. Ogni istante spendiamo tempo. Sta al nostro buon senso economico estrarne utilità, nel senso tratteggiato da Galiani.

In tal senso, la trasmutazione del tempo in denaro ricorda quella alchemica del piombo in oro. I moderni alchimisti hanno il compito di farci transitare dall’età della moneta come esito della produttività del tempo a quella del tempo come rappresentazione della ricchezza. Questa evoluzione è destinata a riempire di senso economico le nostre relazioni sociali. E quindi ad aumentare la nostra utilità.

Rimane il problema di come far corrispondere la ricchezza reale del tempo al valore nominale del denaro, inteso come moneta legale, che abbiamo visto essere null’altro che potere d’acquisto presente e futuro tramite il quale valorizzo una relazione socioeconomica. Detto in parole semplici: come faccio a trasformare la mia ricchezza, che è il tempo, in moneta legale che mi serve per vivere?

La risposta che si è data a questa domanda è: lavorando. Non a caso Smith, ma anche Galiani e altri prima e dopo di loro, individuano il lavoro, che infatti implica il tempo, come la fonte del valore. Ma rispondere a questa domanda non spetta all’analisi economica, ma all’economia politica, ossia alle scelte delle istituzioni. A tal proposito si possono ipotizzare diverse soluzioni. Ma prima occorre ancora dedicare un po’ di tempo all’analisi.

(6/segue)

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Divagazioni statistiche: il trionfo dell’economia immaginaria


Dobbiamo a Polanyi la più sintetica rappresentazione del problema economico. L’economia, scrisse nella Grande Trasformazione, è tutta una questione di prezzi. E in effetti tutta l’epopea ottocentesca che culminò nell’epopea walrasiana non si propose altro che trovare il livello dei prezzi capace di individuare l’equilibrio generale del sistema.

Ma tale visione è necessariamente statica. Ciò che trascura, per quanto elemento centralissimo del discorso economico, è il tempo.

Ciò, malgrado il tempo sia di fatto l’unica risorsa davvero scarsa con la quale dobbiamo fare i conti.

Se l’economia si propone di studiare i prezzi, non può sottrarsi dall’analisi del fattore tempo, per la semplice circostanza che, come ebbe a scrivere Benjamin Franklin, che non era economista ma viveva l’economia, il tempo è denaro.

Di conseguenza, il denaro è tempo, e ne abbiamo piena contezza solo ricordando che il tempo è la variabile alla base, insieme al capitale, della matematica finanziaria, dove il prezzo, ossia il tasso di interesse, è solo uno degli elementi dell’equazione.

Ma c’è di più. Il tempo, per chi sia lavoratore dipendente, è il denominatore degli indici di produttività e insieme della misura del salario. E gli esempi potrebbero continuare.

Come premessa di questa rapida ricognizione sul rapporto che oggi il tempo intrattiene con l’economia, vale la pena ricordare uno scritto di Keynes del 1930 (“Prospettive economiche per i nostri nipoti”) dove l’economista inglese profetizzava che nel giro di un secolo il problema economico, inteso come produzioni dei beni necessari per la sopravvivenza, avrebbe potuto essere risolto. Ciò avrebbe aperto un’altra questione che, nella visione keynesiana, non era strettamente economica: il tempo libero. “Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino al momento in cui l’ottiene”, scrisse.

Il fatto che il tempo libero per Keynes non fosse un problema economico ci dice molto dell’epoca in cui visse, ancora non pervasa dall’economia com’è la nostra. E anche della sua eredità culturale, necessariamente ottocentesca. Però nulla toglie alla sua intuizione.

Pertanto, immaginando un futuro in cui il problema della produzione dei beni necessari sarà risolto con poche ore di lavoro, “l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti: come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto (il corsivo è mio, ndr) gli avranno guadagnato per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Avvertendo al contempo che “non esiste paese o popolo che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza”. E concludeva: “Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso”.

Ottantacinque anni dopo è interessante, e forse utile, andare a vedere dove siamo arrivati, cominciando da un’evidenza chiara a tutti: nei paesi occidentali l’orario di lavoro si è drasticamente ridotto. Di conseguenza il tempo libero si è notevolmente ampliato, germinando un’economia del tempo libero che cresce in ragione proporzionale al tempo libero stesso. Poi ci sarebbe pure da osservare che gli economisti sono diventate piccole star, ma questo in fondo importa poco.

Importa, al contrario, che il tempo rimanga la costituente dell’economia sostanziale che però, nel nostro evo, si sta sempre più trasformando in un’economia dell’immaginario.

Per darvene rappresentazione plastica vale la pena utilizzare alcune statistiche prese di peso dalla contabilità americana. Ossia il dato sul valore aggiunto per settori del prodotto nel 2013 (ultimo anno con i dati completi) e poi una sua estrapolazione, ossia la spesa per arte e cultura.

Come ho già detto altrove, considero gli Usa un ottimo punto di osservazione delle tendenze globali, sia per il peso specifico della loro economia, sia per l’altrettanto peso specifico nella cultura globale.

Un primo dato, estratto dalle statistiche sul Pil, ci consente di apprezzare il peso specifico del settore “Arts, entertainment, recreation, accommodation, and food services”, che come ognuno può comprendere ha estremamente a che fare col tempo libero, visto che trae il suo sostentamento dal fatto che qualcuno compri i suoi prodotti. Un artista, come uno chef, senza mercato non ha dignità di fenomeno economico. Ma nessuno comprerà un quadro o una pietanza al ristorante se non ha il tempo (e il denaro) per fruirne.

Bene, nel 2013 questo settore ha prodotto un valore aggiunto di 621 miliardi di dollari, a fronte dei 619 miliardi del settore delle costruzioni, assai più del settore agricolo (226,6 miliardi), delle miniere, (439 miliardi) o delle utilities (276), quasi al livello dell’Information (779 miliardi).

Ce n’è abbastanza per dire a coloro che si ostinano ad inseguire la mitopoiesi dell’economia reale versus l’economia finanziaria, che il vero discrimine oggi è fra l’economia della realtà e l’economia dei sogni, ossia l’immaginario. Ma che tutto ciò componga l’economia è fuori di dubbio, già per il semplice fatto che se ne occupa la statistica.

Un dato isolato, tuttavia, ci dice ancora poco. Sicché mi sono ripescato una release del BEA del 12 gennaio scorso titolata icasticamente “Spending on arts and cultural production continues to increase”.

Il dato è riferito solo alla spesa per arte e cultura, quindi, non esteso ai servizi di accoglienza o ristorazione, che fanno molto tempo libero. Dalle statistiche sul Pil (anno 2012) leggiamo però che il sotto settore “accomodation and food service” pesa 439,5 miliardi di valore aggiunto. Mentre quello arts&entertainment 155,9.

Ma nell’altra release leggo che il valore aggiunto dalle arts and cultural production industries (ACP) è cresciuto del 3,8% nel 2012 arrivando a quotare il 4,3% del Pil, pari a 698,7 miliardi. Sottolineo che il dato, riferito al 2012, è classificato diversamente rispetto a quello delle statistiche del Pil. E questo spiega la differenza di dati.

In particolare, il dato della seconda release tiene conto dell’indotto, ossia del contributo che queste produzioni portano al sistema produttivo. La BEA definisce questo indicatore “Art and Cultural Production Satellite Account”, ACPSA.

Il suo output equivale al valore di tutti i beni e servizi prodotti e acquistati, ad esempio biglietti del cinema o servizi di design. A fianco dell’output c’è anche l’ACPSA employment, ossia la quantità di lavoro che tali attività originano.

Scusate la premessa noiosa, ma in statistica le definizioni sono tutto, ed è meglio intendersi sul significato prima di iniziare a sparare dati.

Un utilissimo grafico mostra l’andamento dell’ACPSA rispetto al GDP dal 1998 al 2012. E ovviamente è una curva crescente. Il valore aggiunto delle attività propriamente dette, intorno agli 80 miliardi nel 1998,  nel 2012 aveva superati i 155, lo abbiamo visto nella statistiche sul Pil, ma il valore complessivo, compreso l’indotto è passato da poco più di 400 miliardi ai quasi 700 di fine 2012. Particolarmente vasto è il contributo dell’indotto, a dimostrazione che l’economia dell’immaginario ha esiti assai concreti.

La crescita di questo settore in relazione al GDP è costante. Salvo che nel 2009, quando ci fu una lieve flessione. La crisi, notoriamente, ha un effetto regressivo sui sogni.

Così come è costante l’output finale prodotto dalle ACPSA e dall’indotto, che nel 2012 aveva superato gli 1,1 trilioni di euro, la metà circa dei quali frutto delle aziende core, il resto dall’indotto.

A livello di posti di lavoro, nel 2012 queste ACPSA impiegavano fra aziende core e indotto, 4,7 milioni di persone, un milione delle quali nelle industrie core. Interessante notare come, mentre l’occupazione nelle aziende core sia sostanzialmente stabile nel tempo, quindi dal 1998 in poi, quella nell’indotto abbia subito una decrescita dal 2008 per stabilizzarsi intorno al 2010. Sempre perché le crisi provocano brutti risvegli.

Se restringiamo la timeline notiamo un’altra informazione assai preziosa.

Riferito al 2012 osserviamo che il principale contributo all’output delle aziende core ACPSA, pari a 239,8 miliardi, è arrivato dal settore advertising: la pubblicità. E che il contributo più rilevante dalle aziende dell’indotto, con un output di 118,4 miliardi è stato il broadcasting: la televisione, la radio e il cinema.

Se guardiamo ai dati fra il 2007 e il 2012, notiamo che l’advertising ha subito un calo di valore nel 2009 – sempre perché la crisi… – ma poi si è ripreso e non si è più fermato. La stessa cosa è successa al broadcasting.

Sul versante dell’occupazione, l’advertising non ha più raggiunto il livello del 2009, così come è successo al broadcasting. Ciò significa che l’aumento di valore non ha originato posti di lavoro. Il miracolo della produttività americana.

In ogni caso il combinato disposto di questi due settori definisce meglio di ogni altro ragionamento l’economia dell’immaginario, che cresce senza soluzione di continuità.

Il tempo libero diventa il luogo in cui si orientano i bisogni. Che perciò diventano teoricamente infiniti.

Il tempo libero è diventato economicamente significativo.

Il tempo, libero o meno, torna ad avere a che fare col denaro, come diceva Franklin nel XVIII secolo.

Mi chiedo come Keynes commenterebbe questi dati.

(2/fine)

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