Etichettato: metamorfosi dell’economia

Le metamorfosi dell’economia: Ringraziamenti


Ci siamo intrattenuti per trenta settimane immaginando di raccontare le metamorfosi dell’economia. E’ stato il primo esperimento, per me, di libro scritto e pubblicato a puntate senza che ogni settimana avessi idea di cosa sarebbe uscito la prossima. Una gran fatica. Ma anche una cosa molto bella da vivere insieme a voi. Sapere che ogni mercoledì avevamo un appuntamento, che io vi avevo dato e che quindi dovevo onorare, è stato un potente stimolo alla ricerca. Sono contento di aver rispettato l’impegno, a dimostrazione del mio rispetto per voi che leggete.

E’ stata anche una cosa molto ottocentesca, se ci pensate. A quel tempo era prassi comune pubblicare a puntate su giornali e riviste sterminati feuilleton che fecero la fortuna della letteratura di quel periodo. E in fondo recuperare, innovandoli, alcuni buoni pensieri dei vecchi tempi è stato lo spirito che ha animato tutto il lavoro di scrittura.

Il libro non ha grandi ambizioni. Non sogna di diventare grande. L’ho scritto pensando di volere trascorrere con voi queste lunghe settimane che ci hanno portato verso l’estate e la fine della quarta stagione del blog, discorrendo di ciò che più ci sta a cuore: ossia il nostro comune benessere. L’economia, come ho più volte detto su queste pagine, è solo un pretesto per ricordare l’elementare verità che appartiene alla saggezza popolare: l’unione fa la forza. E quindi la nostra forza di persone e poi di cittadini dipende dal tipo di comunità che possiamo pensare di costruire insieme. Ma per riuscirci dobbiamo condividere i nostri pensieri, dai quali si originano le nostre azioni. Una qualunque comunità non può esistere se non si condividono alcuni pensieri. Quelli che una volta si chiamavano valori.

Questo libro perciò, perciò, voleva solo essere un tentativo di condividere pensieri per vedere se sono capaci di creare uno spirito comune. Cercare compagni di excursus, o, quantomeno, lettori privi di pregiudizi. E dalle interazioni e le valutazioni che ho ricevuto nel frattempo si può dire che la fatica – ossia il mio tempo – sia stata ben spesa. Ci siamo intrattenuti piacevolmente, e spero anche creativamente. Abbiamo ragionato di cose delle quali in questi tempi di devastazione econometrica non si parla più quando si discorre di economia, ossia il valore del tempo – che è la nostra vita – della possibilità di farne l’autentica misura del valore, della possibilità di riconciliare ozio e negozio, di creare isole di libertà fra i Moloch delle istituzioni che, rigide e incapaci, ci stanno conducendo verso una sostanziale spersonalizzazione in cambio di un’illusione di ricchezza che alimenta un benessere malvivente. Ciò al fine di superare consuetudini ormai insostenibili e instaurare un nuovo rapporto col lavoro, ossia ciò che ci dà da vivere.

Il mio primo ringraziamento, quindi, è per tutti coloro che hanno contribuito ad animare il viaggio: chi ha commentato, chi ha condiviso i capitoli che gli sono piaciuti di più e chi è diventato un habitué dei rendez vous del mercoledì. Ringrazio particolarmente Leonardo Baggiani (@LBaggiani) che si è offerto di rileggere l’intero manoscritto per offrirmi suggerimenti e critiche, perché magari il libro, che non vuol diventar grande, possa trovare nel giardino della sua infanzia un editore incosciente abbastanza da pubblicarlo. Nel caso ve lo farò sapere, ma non ci contate troppo. Tutto ciò che viaggia fuori le righe difficilmente viene impaginato.

Il secondo ringraziamento è in realtà il riconoscimento dell’enorme debito che ho accumulato nei confronti dei tanti pensatori – alcuni sono citati nel libro, la gran parte vive nella filigrana della mia memoria – il cui lavoro ha consentito a me di fare il mio. Ogni libro, in fondo, non è che una raccolta di glosse al grande libro della storia, e questo non fa eccezione. Questo debito è destinato a non esser mai ripagato, ma è un debito sano. Un debito che genera libertà, non schiavitù.

Il terzo ringraziamento è per la mia famiglia, vittima dei miei sproloqui e delle mie assenze. Anche questo debito è destinato a non esser ripagato, ma è altrettanto sano: genera gioia, non dolore.

Infine, una notazione sul futuro. Le Metamorfosi dell’economia concludono in qualche modo quella che voleva essere una riflessione filosofica sull’economia. Adesso il prossimo lavoro, parecchio più ambizioso, avrà un taglio storico. Si tratterà di una ricognizione molto documentata sull’ultimo secolo della nostra economia. Vi aggiornerò su tempi e modalità di pubblicazione.

A tutti coloro che sceglieranno di far con me questo nuovo viaggio dedico il mio ultimo grazie.

A presto.

(30/fine)

Capitolo precedente

Annunci

Le metamorfosi dell’economia: Un nuovo benessere


“La prosperità di tutti è la condizione della prosperità di ciascuno”, scriveva a metà del XIX Federico Bastiat nelle sue Armonie economiche, uno dei tanti libri dimenticati che mi fa dubitare della saggezza dei nostri contemporanei, che individuano in quelli che Bastiat chiamava “sistemi artificiali” la soluzione ai problemi della nostra contemporaneità. E rimpiango quel tempo, non tanto perché si stesse meglio di oggi – è vero il contrario – ma perché esistevano questi filosofi sociali, che oggi chiamiamo economisti, che non scrivevano equazioni ma ricordavano l’elementare verità che l’economia e quindi, in ultima analisi, anche il benessere sociale dipendono dal sistema morale che condividiamo. Credevano ancora che fosse lo spirito a determinare la materia, a differenza nostra che risolviamo ogni cosa con un modellino econometrico.

Oggi a noi, difatti, sono rimasti solo questi “sistemi artificiali”, ossia ciò che chiamiamo politiche economiche, che possono essere fiscali, monetarie, industriali, eccetera. Ma il succo rimane: è prevalsa l’idea che entità a noi aliene – i governi, i mercati, le banche centrali – decidano il nostro futuro a un livello sempre più profondo, con la conseguenza che siamo cresciuti credendo che poco possiamo fare per cambiare ciò che non ci piace o, addirittura, fare quello che ci piace. Come se davvero fossimo nati per patire l’economia e contentarci di dilettarci con le sue produzioni materiali.

Non è così: ognuno di noi ha il diritto e il dovere di star bene. O quantomeno di provarci, offrendo se stesso agli altri per quello che è, non per quello che dovrebbe essere secondo quanto hanno deciso altri. Questo spiega perché mi sia intrattenuto così a lungo con le metamorfosi dell’economia. E perché abbia deciso di ripercorrere dalla sua origine il filo della riflessione economica a partire dalla ragione che l’ha motivata: la ricerca e la diffusione del benessere.

Perché è la ricerca del benessere che ci spinge all’economia. “Se potessimo disporre, a tempo e a luogo, della quantità di beni necessaria a soddisfare direttamente i nostri bisogni elementari non appena si presentano, come in una specie di paradiso terrestre non ci sarebbe bisogno di economia,”, scriveva nel 1871 Carl Menger nei suoi celebri Principi.

Tutto questo non è cambiato. Stare bene, ieri come oggi, significa, oltre a godere di buona salute, avere di che vivere superando l’urgenza dei bisogni elementari, visto che siamo creature complesse. La sfida del nostro tempo dovrebbe essere riuscirci svolgendo un’attività che ci sia congeniale. Riscoprire le virtù dell’ozio creativo e così facendo produrre reddito anche con la creazione di un nuovo potere di scambio. E questo non lo dico io, che sono solo una piccola voce nel deserto, ma lo mostra anche l’Ocse, che di recente ha rilasciato uno dei suoi tanti studi su ciò che rende la nostra unica vita meritevole di essere vissuta. Alla fine non si scopre nulla di nuovo: per star bene serve ciò che è ragionevole aspettarsi, quindi salute, reddito e relazioni soddisfacenti. E questi tre principi cardinali, che hanno guidato le riflessioni di tanti economisti del passato, hanno ispirato anche questa lunga narrazione che oggi si conclude.

Tutto ciò per dire che il nostro nuovo benessere, che così tanto somiglia al vecchio, dobbiamo iniziare a immaginarlo prima che si possa riuscire ad ottenerlo, e quindi prima ancora bisogna desiderarlo. Ma in maniera attiva. Quindi assumendosene la responsabilità in tutte le età della nostra vita adulta. Occorre smettere di credere che dipenda dalla generosità di un governo o dai misteriosi capricci del mercato. Dipende da ognuno di noi. Ed è possibile raggiungerlo solo in collaborazione con gli altri.

L’egotismo malato del XX secolo è l’anti-benessere per eccellenza che ci ha condotto al delirio dell’Egonomia, e alle sue rappresentazioni meccaniche e inconcludenti che oggi vengono contemplate con stupore dagli stessi che le hanno determinate. L’economia non vive nei modelli matematici – e già Sismondi lo diceva quasi duecento anni fa – e non vive nel governo o nei mercati: vive nelle persone. Quindi solo dalle persone può sgorgare la melodia di quell’armonia economica che Bastiat, con poco successo, provò a intonare due secoli fa.

Perché si riesca occorre superare gli steccati sterili della specializzazione, specie quella economica, e terremotare benignamente l’organizzazione sociale. Dare agli stati ciò che è degli stati e al mercato ciò che è del mercato, ritagliandosi lo spazio per una nuova organizzazione capace di supplire alle deficienze dell’uno e dell’altro. Conquistarsi lo spazio del dissenso costruttivo: isole di libertà capaci di sopravvivere fra i continenti delle istituzioni tradizionali.

Tanti segnali sono incoraggianti, e ne abbiamo parlato. Altri potrebbero indurci a rinunciare e a rassegnarsi. Ma prima di rassegnarci dobbiamo ricordare quanto questa pratica sia assolutamente malsana: il contrario del nuovo benessere che abbiamo tentato di immaginare. La rassegnazione provoca risentimento, e il risentimento indebolisce la nostra capacità di relazionarci creativamente con gli altri. La qualcosa, oltre a evidenti deficit emotivi, finisce col provocare anche deficit nei bilanci pubblici e privati. Sarà un gran giorno quando ricorderemo che gli scompensi delle contabilità, pubbliche e private, sono il mascheramento degli scompensi morali della nostra società. E anche questo i primi economisti lo dicevano forte e chiaro. Ma noi, sedotti dal Golem, lo abbiamo dimenticato. Ci hanno insegnato a ragionare per aggregati – come se fossero cose reali mentre non lo sono affatto – e quindi abbiamo spersonalizzato ciò che è invece personalissimo: ossia il modo in cui fissiamo i nostri bisogni e quello in cui proviamo a soddisfarli. Perché se è vero quello che diceva Bastiat, è vero pure il contrario: la prosperità di ognuno è la condizione della prosperità di tutti. Comprendere che in una comunità l’uno e gli altri condividono la stessa sorte è la vera evoluzione che dobbiamo sperare di raggiungere per traghettarci verso il nuovo benessere che dovremmo augurarci.

Questa raccolta di pensieri non pretende di essere l’ennesima teoria o inventare miracolose soluzioni semplici a problemi che sono complessi. Si contenta di delineare una prassi basata su un principio elementare: abbiate cura di voi stessi e ricordate che per avere cura di se stessi serve l’aiuto degli altri, e quindi agli altri serve il vostro per avere cura di sé. Questo è il cuore dell’economia, che sullo scambio, motivato dalla soddisfazione dei bisogni dello stomaco, ha costruito la sua complessa rete di mestieri che la testa ha trasformato in costrutto teorico per prevedere a anticipare i bisogni e addirittura massimizzarne la soddisfazione. La naturale paura del futuro, che ci spaventa come tutto ciò che è ignoto, ci ha imprigionato in una ragnatela di pensieri morti che piano piano hanno essiccato il cuore.

Oggi i nostri stomaci sono sazi abbastanza e la nostra testa sfinita e impotente a furia di ragionare. Ciò che manca all’economia, che infatti langue, oggi, è il cuore, ossia la capacità di immaginarsi in relazione con gli altri e lavorare per gli altri. Si accumula denaro che produce altro denaro e null’altro, e poi si alimenta l’ingordigia.

Tornare a praticare il cuore in economia, dopo che per secoli ci siamo sfiniti con le astrazioni dell’intelletto mentre ci riempivamo la pancia è una pratica di pura igiene. Quindi molto consigliata a chi vuole star bene. Peraltro è facile. Basta guardarsi intorno. E ricordarsi di vedere.

(29/segue)

Capitolo precedente   Conclusione

Le metamorfosi dell’economia: Il pensionamento della pensione


Ora che ci avviciniamo al termine di questa lunga riflessione sulle metamorfosi possibili, probabili o almeno auspicabili della nostra economia, non possiamo fare a meno di parlare del lato luminoso del rapporto di lavoro, così come ci hanno insegnato a pensarlo: la pensione. C’è tutta una letteratura e un’aneddotica correlata all’agognato momento del ritiro dal lavoro. Finalmente sgravato dagli obblighi, l’ex lavoratore scopre le gioie del tempo libero, ossia fare ciò che gli aggrada, potendo contare su una rendita, più o meno grande, per pagarsi pane e companatico. Cosa gli potrebbe capitare di meglio?

Questo pensiero è un probabile retaggio di un’epoca – sostanzialmente il XIX secolo fino allo scoppio della Grande Guerra – in cui in alcuni paesi una parte della popolazione viveva di rendita grazie all’assenza di inflazione e un livello di tassi di interesse remunerativo abbastanza da rendere un capitale in grado di pagare una pensione. Chiunque abbia frequentato la letteratura di quel periodo avrà notato questa peculiarità. Ma al tempo stesso è frutto di un’esigenza antica che le società hanno metabolizzato nell’arco di svariati secoli e poi istituzionalizzato sul finire dell’800: il diritto degli anziani di vivere dignitosamente. Ciò che noi oggi diamo per acquisito pacificamente, dimenticando che non sempre è stato così.

Furono i tedeschi, ai tempi di Bismarck, a creare i primi istituti pensionistici dedicati ai dipendenti pubblici, e poi seguirono gli altri, a cominciare dagli inglesi. L’istituto della pensione divenne familiare per milioni di persone, e ha conosciuto, nel corso del XX secolo, una sviluppo rigoglioso che ha finito col metterlo in discussione. Oggi qualunque analisi che si rivolga al futuro individua nei sistemi pensionistici una grande fonte di difficoltà per i governi a far quadrare i conti. E questo dipende essenzialmente dal fatto che, rispetto all’800, è cambiata la struttura della popolazione. All’epoca gli anziani erano relativamente pochi e vivevano meno. Oggi in alcuni paesi, come in Italia, sono una maggioranza relativa e la vita media si è allungata significativamente.

Quindi, per tenere in piedi le pensioni – e bisognerebbe intendersi su cosa intendiamo per pensioni – ci sono poche alternative: o si aumenta l’età pensionabile, o si diminuiscono gli assegni previdenziali. Nel dubbio i governi stanno finendo per fare tutte e due le cose, quando invece dovrebbero interrogarsi sulla forma che ha preso la società e chiedersi se sia socialmente sostenibile, prima ancora che contabilmente, un sistema che mette a carico di una minoranza – chi lavora – una sostanziale maggioranza. E poiché all’orizzonte non si intravede un cambiamento del modello demografico che intanto si è affermato, ma semmai un suo consolidamento, dovremmo iniziare a metabolizzare l’idea che la pensione, come istituzione, è destinata a un tramonto più o meno felice per arrivare pronti al momento in cui l’istituto conoscerà il suo definitivo declino. D’altronde le istituzioni nascono, crescono e muoiono come ogni cosa. E sarebbe stolto ignorarlo. Le pensioni, salvo rivoluzioni nel tessuto sociale, sono destinate a una graduale pensionamento.

Rimane il problema, quello sì, di come dare da vivere a queste coorti crescenti di anziani in un futuro più o meno lontano, ma assai più vicino di quanto ci possa apparire, visto che oggi i giovani stanno sostanzialmente pagando il costo della crisi e, soprattutto, quello dei diritti acquisiti delle generazioni venute prima di loro. L’Ocse di recente ha evidenziato come il rischio di povertà si sia ormai spostato dagli anziani sui giovani, ossia gli anziani di domani, che quindi rischiano di trovarsi in grave difficoltà nello spazio di pochi decenni. Ed è un problema complesso, che richiede profondi cambiamenti nel nostro modo di pensare, che siamo evidentemente impreparati a risolvere.

La risposta più semplice dalla quale dovremmo partire è che tutti, a cominciare proprio dagli anziani, devono essere messi in condizioni di vivere. Ciò che dobbiamo chiederci è se ciò implichi che queste persone siano brutalmente escluse dalla vita sociale mercé una prestazione previdenziale. Perché se piace a (quasi) tutti l’idea che si possa vivere gli ultimi anni senza obblighi di lavoro, ciò non vuol dire che siano da incoraggiare comportamenti che escludono persone dal circuito socio-economico. L’anziano è una straordinaria risorsa, e in una società dove si affermi la pratica di un lavoro di cittadinanza, nulla vieta che possa continuare a contribuire alla sua comunità svolgendo attività che siano compatibili con i suoi gusti e le sue possibilità. Peraltro accade già. A parte quelli che continuano a lavorare malgrado siano in pensione – e sono una quota crescente – ci sono pletore di anziani che svolgono infinite attività utili – pensate ai nonni baby sitter che chiunque abbia figli conosce bene – che però non vengono retribuite in alcun modo perché – si dice – hanno la pensione. I nonni sono degli ottimi ammortizzatori sociali, già oggi. Solo che questo ruolo non ha alcun riconoscimento, quando invece lo meriterebbe a pieno titolo.

In generale, toccherebbe a loro, come ad ognuno di noi, la responsabilità di creare servizi utili ai loro concittadini in cambio dei quali la società riconosce un corrispettivo, che può essere in moneta o in potere d’acquisto, secondo lo schema che abbiamo immaginato. Anche per i nonni, insomma, dovrebbe valere il principio di non rimanere mai disoccupati, rendendo perciò obsoleto l’istituto della pensione. Peraltro, liberare gli stati dal fardello dei pagamenti previdenziali significherebbe – una volta trascorso il periodo di transizione – non solo diminuire sostanzialmente il costo del lavoro sul mercato, ma soprattutto liberare risorse che potrebbero essere utilizzate in tanti altri modi. A cominciare dal sostegno di coloro che non sono in grado di contribuire col loro lavoro alla vita delle comunità. Perché i più deboli, se ci pensate, sono i più preziosi.

Rimane l’ipotesi che un anziano scelga di non avere nulla a che fare con nessuno perché, dopo una vita passata con gli altri, vuol godersi in pace i suoi ultimi anni. Poiché la società che stiamo provando a immaginare è una società libera, tale esigenza dovrebbe essere tutelata. Ma in tal caso a questa persona è richiesto di provvedere con i frutti del suo lavoro passato, costruendosi nel tempo il capitale sufficiente a pagargli una rendita finanziaria tramite meccanismi assicurativi o di investimento. Un po’ come accadeva in passato.

Ma prima ancora di studiare soluzioni tecniche, che di sicuro verrebbero trovate, dobbiamo accettare e capire che il pensionamento della pensione non è la fine della libertà per l’anziano. Ma l’inizio di una nuova, in coerenza con quella dell’intera società. Questa nuova libertà è basata sulla responsabilità personale e sulla creatività, e quindi è pienamente individualista, e insieme sullo spirito di servizio e un sano altruismo, e quindi fondamentalmente comunitaria.

Sarebbe l’inizio di un nuovo tipo di benessere.

(28/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: Pesce piccolo mangia (con) pesce grande


Penso agli stati, o alle grandi corporation, e chissà perché mi vengono in mente le balene: esseri giganteschi che impattano sull’ambiente in maniera rilevante, e sospettati per anni d’essere all’origine di pesanti esternalità, come si chiamano in economia, a spese dei pesci più piccoli. Sapete come si dice: pesce grosso mangia pesce piccolo, e tutta la tiritera sulla legge della giungla che almeno da Hobbes in poi nutre la nostra narrazione sociale, come se davvero fossimo pesci.

Poi però leggo qualcosa sulle balene, uno di quegli studi con i quali gli scienziati contraddicono la vulgata e così guadagnano il loro quarto d’ora di celebrità. E scopro che le balene, a dispetto della stazza ingombrante e dello straordinario consumo di risorse che le connota, restituiscono all’ambiente, pure se in una forma diversa, almeno quanto gli hanno sottratto e che addirittura funzionano come stabilizzatori dell’ecosistema col quale interagiscono. Intorno alle balene viene e prospera un mondo di pesci piccoli che mangia col pesce grande, letteralmente.

Non è poi così diverso nel nostro ecosistema economico. Le nostre balene, ossia le grandi organizzazioni pubbliche e private, generano insieme notevoli esternalità e altrettante possibilità di vita per miriadi di pesci piccoli. “Fertilizzano” l’ambiente con le loro deiezioni, esattamente come le balene. Quindi non possiamo limitarci a criticare ciò che di negativo provocano senza ricordare anche il contrario. Peraltro, è impensabile un mondo senza grandi organizzazioni. La differenza fra oggi e ieri è che adesso sono molte di più. E anche questo è insieme un bene e un male. Avere tante balene economiche in un universo ristretto genera costi pesanti, da un punto di vista ambientale, nel senso di consumo di risorse e proliferazione burocratica. Gli stati e le grandi organizzazioni private tendono a schiacciare, a causa della loro mole, tutti coloro che stanno loro intorno.

I benefici di questa situazione tendono ad essere meno evidenti, a parte quello ovvio che le balene economiche danno lavoro a tante persone. Ma quest’ultima circostanza ne cela un’altra che è altrettanto rilevante: le balene economiche, in particolare quelle che fanno business, sono ottimi target fiscali e lo sanno benissimo. Tanto è vero che cercano ogni modo più o meno lecito per evadere, o quantomeno eludere, il fisco.

Senonché le loro tentazioni sono ben conosciute da tutti, ormai anche a livello internazionale. Tanto è vero che le balene pubbliche, e segnatamente gli stati e le loro proliferazioni internazionalistiche, si stanno attrezzando da tempo per migliorare le loro capacità impositiva, da una parte, e anti evasione/elusione dall’altra. Il tema è finito addirittura nell’agenda del G20, e l’Ocse da qualche tempo ha iniziato il progetto BEPS, che sta per Base Erosion and Profit Shifting, mentre il Fmi, insieme sempre ad Ocse e ad altre autorità internazionali, ha da poco inaugurato una piattaforma per aumentare la collaborazione fra i suoi affiliati sulle materie fiscali.

Tutto ciò serve a ricordarci una cosa fondamentale: i profitti delle grandi corporation sono una delle fonti di ricchezza alle quali una società globale evoluta e bene organizzata ha non solo il diritto ma soprattutto il dovere di attingere. E’ in questa funzione che lo stato prenditore nobilita sé stesso e la sua funzione sociale.

Chi pensa che il tutto potrebbe risolversi con un semplice aumento delle tasse, però, sbaglierebbe. A monte bisogna che si arrivi a un sostanziale ripensamento della base impositiva che tenga conto dei notevoli cambiamenti che il progresso tecnologico ha generato nelle modalità di creazione della ricchezza.

Alcune riflessioni, contenute in un libro recente di Robert B. Reich, Come salvare il capitalismo, possono aiutarci a chiarire meglio. Dopo aver osservato il sostanziale concentramento della ricchezza che ormai da alcuni decenni sta interessando le economie avanzate, Reich nota che “l’economia si sposta verso le idee, allontanandosi dai prodotti tangibili“, fotografando così una tendenza che molti osservatori hanno rilevato e che trova nella silente guerra sui diritti d’autori e i copyright la frontiera del capitalismo hi tech del XXI secolo. “La proprietà oggi più preziosa – sottolinea – è quella intellettuale”.

Tale evidenza è il potente driver che sta lentamente transitando il paradigma socioeconomico dall’economia della produzione a quella del tempo che qui abbiamo iniziato a tratteggiare. Le idee nascono grazie al tempo e vivono nel tempo. Quindi la disponibilità di tempo è la necessità primaria per una società che sta imparando a estrarre valore dalle idee. “Quanti aspiranti poeti, artisti o scienziati teorici non possono portare avanti la loro passione perché di fatto devono lavorare il più possibile per guadagnarsi da vivere? Un reddito minimo di base gliene darebbe la possibilità”. Avere la possibilità – ossia il tempo – di sviluppare nuove idee, in una società dove le idee sono l’autentica fonte dell’innovazione e quindi del progresso economico – tanto da venire brevettate – dovrebbe essere il vero investimento di ogni società evoluta, specie se ricca quanto è la nostra.

E ciò malgrado siamo ancora molto indietro. Nessuno, tranne pochissimi, è pagato per pensare e avere idee. Tutti sono pagati solo per produrre. E anche fra quelli che sono pagati per pensare, ancor meno sono quelli liberi di pensare. Devono pensare ciò che il datore di lavoro ritiene utile ai suoi fini. Tutto il contrario di una società che dice di essere libera.

La seconda evidenza è che “oggi le forme importanti di dominio del mercato oggi si hanno su reti come la banda larga, i tratti genetici dei semi, le piattaforme digitali standard e i sistemi finanziari, controllati da un pugno di banche a Wall Street (..) i moderni contratti non riguardano tanto le cose, quanto i dati e le idee”. E i dati e le idee riguardano strettamente le persone, quindi ognuno di noi.

Pensateci un attimo: quando frequentate un qualunque social network non fate altro che lasciare vostri dati e, in molti casi, anche le vostre idee. Quindi voi contribuite all’arricchimento della piattaforma ricevendo in cambio null’altro che un po’ di visibilità. Su tale ricchezza non avete alcun dividendo, malgrado abbiate ceduto dati e idee, e quindi sostanzialmente voi stessi e, economicamente parlando, il vostro tempo. Tale asimmetria necessita di essere corretta. Chi usa il tempo di un altro deve in qualche modo retribuirlo con un qualche potere di scambio.

E difatti più avanti Reich ipotizza una forma di reddito di cittadinanza che in qualche modo, attingendo alle vaste capienze finanziarie di questi colossi – e non solo – ristori il dimagrimento dei redditi da lavoro che lo spirito del tempo ha evocato come un demone maligno. Tassare le corporation, magari attingendo laddove finora non si attinge – pensate al patrimonio dei brevetti o a piattaforme monopolistiche tipo quelle dei social – sembra a Reich, fervente ammiratore di Galbraith un contrappeso esemplare per correggere lo squilibrio fra il capitalismo e i suoi clienti, che rischiano peraltro di rimanere senza reddito. E nel perorare la sua causa Reich ricorda che anche economisti liberali – viene citato l’arcinemico di Keynes, Von Hayek – sono stati favorevoli a un reddito minimo, pure nelle forme dell’imposta negativa teorizza da Milton Friedman. Ciò per dire che tutti gli economisti sono d’accordo, ma quindi tocca solo alla politica occuparsene.

Come tutti i progressisti, Reich pecca purtroppo di progressismo. La sua concezione del lavoro rimane tradizionale, e il reddito minimo viene considerato poco più che una soglia di sussistenza che, ricardianamente, serve appena a liberare il cittadino dal bisogno essenziale, salvo poi tornare a vendere il suo lavoro per comprarsi magari l’automobile o il telefonino nuovo. Con ciò il nostro autore dimostra di aver inquadrato solo una parte del problema.

E tuttavia è interessante seguirlo. Per pagare questo reddito di cittadinanza, aggiunge, bisognerebbe operare una “riduzione dei diritti di proprietà per i futuri eredi proprietari di tecnologie rivoluzionarie”. Oppure si potrebbe “fornire a ogni cittadino una piccola quota di tutta la proprietà intellettuale assegnata dall’ufficio brevetti e protetta dal governo”. Altre soluzioni tecniche sono possibili, ma questo qui rileva poco. Ciò che interessa è osservare come sia in gioco un problema squisitamente distributivo. La visione di Reich, giusta nelle premesse, arriva perciò a una conclusione condivisibile ma incompleta. La vera liberazione del lavoratore non si ottiene dandogli una mancia. Ma restituendogli la dignità del proprio lavoro e aumentando il valore del suo tempo.

La soluzione perciò non può essere solo nel reddito minimo di sussistenza, che pure può essere uno strumento utile, ma come complemento. La risposta è nel consentire al pesce piccolo di mangiare col pesce grande, come Reich peraltro in qualche modo teorizza. Ma creando al tempo stesso una nuova forma di ricchezza che sgorghi naturalmente da un uso intelligente del tempo.

Ma per riuscirci dobbiamo fare un passo autenticamente capace di generare progresso. Dobbiamo rendere il tempo convertibile.

(25/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: Fra i due litiganti, il terzo settore


Stato e mercato, fin dagli albori del pensiero economico, sono stati rappresentati come gli eterni duellanti nella battaglia secolare per l’egemonia politica delle società, con ciò replicando la dialettica, già evidente nell’età moderna, fra il principe e i mercanti che più tardi, sul finire del XVII secolo, troverà nella banca centrale la prima sintesi compiuta.

La Banca d’Inghilterra nasce alla fine del 1600 come compromesso fra le istanze del principe, assetato di denaro per le sue guerre, e i mercanti, assai più preoccupati di salvare i loro crediti e, indirettamente, la stabilità della moneta. La sintesi tuttavia non impedì che la teoria economica si dividesse. I cantori del libero mercato, che fissarono il dibattito economico per tutto il XIX secolo, entrarono in crisi dopo il primo conflitto mondiale, quando iniziarono ad emergere nuove pulsioni sociali sotto forma di istanze, a volte originatesi proprio dal mercato, per un intervento massiccio dello stato nelle faccende economiche. Gli anni ’30 del secolo scorso segnarono la definitiva evoluzione che troverà nel sistema keynesiano la formulazione teorica compiuta e insieme la tramutazione in pensiero astratto di azioni che tutto il mondo praticava ormai da un ventennio. Lo stato era sempre il principe. I mercanti avevano sempre bisogno del principe per proteggere se stessi e i propri commerci, come agli albori del periodo mercantile dei secoli XVI e XVII.

Questa lunga parabola, che in qualche modo perdura ancora oggi nel dibattito pubblico, generò una narrazione inveritiera che trascurava l’importanza crescente delle organizzazioni burocratiche, nello stato come nel mercato, che di fatto sposta l’asse del potere autentico nei soggetti che incarnano queste organizzazioni. Il dibattito fra socialismo e liberalismo, che segnò la seconda metà del XIX secolo e tutto il XX, era solo la mascheratura di tale evidenza che sempre Galbraith, in un libro del 1967 Il nuovo stato industriale svelava con sorprendente chiarezza, ma che già era stata osservata negli anni ’30 e negli anni ’40.

Nel 1933 uscì un libro di Alberto de’ Stefani, La resa del liberalismo, che già individuava come sostanzialmente illusoria la dialettica fra stato e mercato, che lo spirito del tempo aveva reso poco più che una rappresentazione e che celava la sostanziale unità d’intenti delle organizzazioni che tale dicotomia alimentavano e che trovava nel regime corporativo la sua manifestazione istituzionale. Tale tema, peraltro, era stato affrontato ampiamente dalla pubblicistica tedesca già sul terminare del primo conflitto mondiale. Ne darà piena evidenza, negli anni Quaranta, Friedrich von Hayek nel libro The road to serfdome, nel quale la dicotomia stato/mercato veniva sciolta nel senso del predominio della pianificazione – e quindi dello stato – nei processi economici, interpretandola come un esito difficilmente eludibile dello spirito del tempo.

Da allora a oggi, il dibattito economico si è come fossilizzato. Le cronache riportano ogni giorno delle diatribe fra liberali e statalisti. La teoria ha risolto il conflitto con l’invenzione di sedicenti sintesi neokeynesiane che hanno condotto a modellistiche pressoché inconsistenti iscritte d’ufficio nei bagagli delle banche centrali, ormai chiamate a sintetizzare con la loro azione, per il tramite della politica monetaria, idee e politiche economiche ancora in contrapposizione.

All’ombra di questo duello, però, che dura da secoli, vivono milioni di persone, ossia tutti coloro che subiscono gli esiti di questo apparente litigare. I cittadini semplici, che non sono mandarini pubblici né privati, ma che delle decisioni di questi mandarini subiscono le conseguenze. Paradossalmente l’unica novità istituzionale emersa negli ultimi cinquant’anni è nata proprio qui. Fra i due litiganti è nato il cosiddetto Terzo settore.

L’importanza di questa evoluzione è degna di nota, specialmente ai fini della ricognizione sul futuro possibile della nostra economia. Se pensate agli agenti economici come oggetti che similmente a quelli fisici sviluppano un campo di attrazione gravitazionale, potremmo raffigurarci il terzo settore come un oggetto economico che non sta né con lo stato né con il mercato. Non è una semplice via di mezzo, è un tentativo, finora embrionale ma promettente, di strutturare un altro universo di relazioni economiche e quindi un’altra visione dell’economia, e quindi un suo campo di attrazione gravitazionale capace di attrarre le persone fuori dalle orbite dello stato e del mercato.

Questa sorta di terzo incomodo è – di fatto – il luogo ideale dove sviluppare un’organizzazione che interpreti nuovi paradigmi economici ed è quindi l’interlocutore ideale per chi voglia provare a sperimentare nuovi modelli di strutturazione del lavoro, del denaro, della produzione. L’economia del tempo, se mai diverrà più di un mucchio di parole sopra una pagina, non potrà che sorgere ed affermarsi nel Terzo settore, intendendo con ciò non solo ciò che finora è consolidato, ma uno spazio economico aperto cui può partecipare chiunque ne condivida le regole del gioco.

Il problema dei terzi incomodi è che devono fare i conti con i due sedicenti litiganti. Lo stato, lo abbiamo visto di recente anche nel nostro paese, proverà sempre a far valere la sua attrazione gravitazionale all’interno del terzo settore non soltando fissandone le regole, ma addirittura provando a “ministerializzarlo”, usando il bastone della legge e la carota degli appalti. Ciò minaccia di trasformarlo in una sorta di succursale pubblica, invece di essere ciò che dovrebbe: una centrale del civismo.

Il mercato dal canto suo ha tutto da perderci. Se esistesse un mondo dove il lavoro venisse ripagato di per sé, e che quindi lasciasse libero il cittadino di decidere se e a quanto vendere il suo tempo, tutto ciò genererebbe un aumento dei costi di produzione che qualunque teoria economica concorda nel ritenere, a lungo andare, negativo per l’industria. Senza considerare il fatto che, restituendo il lavoro a chi lo esercita implicherebbe una decisa messa in discussione della funzione sociale delle imprese. O quantomeno un loro deciso ridimensionamento nel paradigma che oggi le disegna quali uniche e autentiche creatrici di occupazione e quindi di valore.

Tutto ciò per dire che i due litiganti smetteranno facilmente di litigare, trovandosi d’accordo sul fatto che il terzo settore è un intruso, suggerendo loro di fare i passi necessari per neutralizzarlo. Niente di più facile: cosa volete che siano milioni di persone di fronte alla volontà di potenza di uno stato o di una multinazionale?

Ciò non significa che si debba smettere di pensarci sopra. Ciò che oggi sembra assurdo – se opportunamente ponderato – domani può diventare la normalità. La tecnologia ce lo dimostra ogni giorno, con i suoi ritrovati, ma anche l’evoluzione sociale. Se aveste chiesto a un feudatario cosa pensava del libero mercato vi avrebbe candidato a un esorcismo.

Il problema dell’evoluzione del terzo settore, a ben vedere, è solo un problema di maturazione sociale, ossia individuale. Se ognuno di noi imparerà a sottrarsi dal campo gravitazionale dello stato e del mercato, associandosi ad altri potrà in qualche modo generare un controcampo e, nel tempo, trovare la strada della sua manifestazione istituzionale. Una volta che tale istanza sia sorta – ed è già sorta – gli stati e i mercati dovranno farci i conti. E, volenti o nolenti, favorirne persino lo sviluppo.

Le premesse sono già evidenti.

(24/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: Dal denaro al potere di scambio


La questione si potrebbe ricapitolare così: c’è uno spazio di dimensioni variabili fra il nostro denaro esistenziale – il tempo – e il nostro denaro sociale – la moneta – che usiamo tutti i giorni per i nostri scambi di beni e servizi. I redditi da lavoro in generale, ma in fondo anche quelli da capitale, sono nei fatti la rappresentazione di come, a livello istituzionale, abbiamo colmato questo gap. Il modo in cui abbiamo prezzato il tempo. D’altronde questo gap deve essere colmato perché senza un remunerazione del nostro tempo, vista la confermazione sociale che abbiamo realizzato, non siamo in grado semplicemente di vivere.

Quale sia la vastità di questo spazio da colmare, è questione insieme sociale e personale. Uno può considerarsi soddisfatto della propria remunerazione, perché giudica che il reddito monetario che percepisce in cambio del suo tempo sia soddisfacente, oppure no. Al tempo stesso molte retribuzioni vengono contrattate collettivamente. Quindi gli spazi del singolo sono in qualche modo limitati dalle consuetudini.

La questione però rimane. E trova la sua ragione d’essere in un principio che nessuno credo voglia mettere in discussione: le persone devono avere la possibilità di vivere dignitosamente. Quindi devono lavorare, risponde la società, salvo doversi poi confrontare con l’incubo di una crescente disoccupazione tecnologica e un andamento demografico altrettanto spaventoso.

E tuttavia il lavoro possiamo intenderlo in due modi: nella sua connotazione classica – quindi come prestazione richiesta da un datore che versa la retribuzione – o in quella nuova visione che stiamo tentando di delineare: ossia attività che promana dal singolo individuo a vantaggio suo e di altri, che però non sono chiamati a retribuirlo. Ma se costoro non lo pagano e non c’è un datore che richiede la prestazione, chi paga il nostro lavoratore?

Rispondere a questa domanda ne presuppone un’altra: con quali soldi?

La risposta che dal secondo dopoguerra è arrivata dalla società è stata: il governo con i soldi pubblici. Da qui il costante svilupparsi della funzione datoriale degli stati. Ma era davvero l’unica possibile o era solo quella più facile?

Poiché ci stiamo avvicinando alla conclusione di questo lungo discorso sulle metamorfosi dell’economia, dove tutto questo verrà riepilogato, è opportuno qui fissare una ulteriore sottolineatura sul termine moneta. Abbiamo visto che il denaro sociale e quello esistenziale non sono per niente simili. Il primo è una costruzione dell’immaginazione, che si è stratificata nel tempo secondo una certa prassi che vede coinvolti diversi soggetti, dalle banche centrali a quelle commerciali, sotto l’occhio attento degli stati. Il secondo ha a che vedere con la dimensione del soggetto che, dovendosi relazionare con un contesto economico, diventa soggetto economico e come tale chiamato a quantificare il suo tempo in unità monetarie.

Ora, se immaginiamo un valore del lavoro che abbia connotazioni diverse da quelle che usualmente consideriamo – e che quindi misuriamo col metro monetario – è evidente che la moneta “classica” può anche non essere la sola unità di conto con la quale prezziamo questo lavoro. L’economia del tempo richiede una sua moneta, così come quella dei beni ne ha originato una propria. E poiché l’economia del tempo non può né vuole essere un’alternativa a quella dei beni, ma un suo opportuno completamento, dobbiamo pensare a un sistema economico dove insistono due monete che però svolgono funzioni diverse e quindi hanno una diversa articolazione istituzionale.

Non si tratta perciò di affiancare alla moneta ufficiale “grossa” una moneta “piccola”, come usava nel medioevo, ma istituire uno strumento che svolga la funzione di completare il reddito del lavoratore, fornendogli potere d’acquisto ulteriore, e quindi metterlo in condizione di vivere dignitosamente.

Per immaginare la costruzione di questa nuova moneta dobbiamo innanzitutto cominciare dall’esplorare la sua fisionomia. La moneta ufficiale, lo sappiamo già, possiede tre caratteristiche: è una unità di conto, una mediatrice degli scambi e una riserva di valore. Quali caratteristiche ci serve possegga anche la nostra moneta esistenziale?

La prima, e la più importante, è che sia un mezzo per scambiare beni e servizi. Anzi, che sorga proprio dallo scambio di beni e servizi. Se io effettuo una prestazione il sistema monetario deve accreditarmi un corrispettivo. Ognuno di noi genera moneta per il semplice fatto di spendere tempo in un modo che sia riconosciuto come creativo di valore sociale. L’idea sviluppa quanto accade già nel sistema bitcoin, dove la moneta viene generata dal minatore come prova di un lavoro compiuto. Ma a differenza di bitcoin, questa moneta esiste solo nella misura in cui genera uno scambio. Lasciata inoperosa, non esiste.

La funzione di accreditare il mio corrispettivo può essere svolta dal destinatario della prestazione o da un sistema organizzato di rendiconto, questo non è rilevante. Ciò che conta è che vi sia corrispondenza quanto più immediata possibile fra prestazione/lavoro e remunerazione/pagamento.

La seconda caratteristica, il suo essere unità di conto, è strettamente funzionale alla prima. Non potrei accreditare nessuna somma se non fossi in grado di quantificarla.

La terza, invece, è altamente disfunzionale rispetto ai fini di questo esperimento. Se la nostra moneta fosse anche un riserva di valore, come è sempre il caso di bitcoin, ciò provocherebbe innanzitutto notevoli interferenze con la moneta ufficiale, sollevando questioni di prezzo relativo con quest’ultima e interferendo a livello finanziario in un mercato delle valute già sovraffollato. A meno che la nuova moneta non fosse inconvertibile nella vecchia. Ma in ogni caso, se tale nuova moneta fosse una riserva di valore, ciò ne svilirebbe il senso che ne ha motivato la creazione. La moneta esistenziale ha senso perché viene scambiata, non per essere tesaurizzata. Sarebbe come se mettessimo da parte il tempo per spenderlo dopo. Il che è ovviamente impossibile. Così come quest’ultimo scorre ed è destinato a terminare, ci piaccia o no, così il nostro denaro esistenziale deve scorrere via dalle nostre tasche e quindi essere speso. Perché ciò significa dar valore a ciò che conta veramente in economia: il nostro relazionarci con gli altri. Ossia tutto il contrario di ciò che fa chi pensa a tesaurizzare. E poiché tale tendenza è già assai diffusa, non avrebbe senso creare una nuova moneta per aggiungere ulteriori tentazioni.

Ricapitoliamo: la nuova moneta, che si propone di contribuire a colmare la spazio fra la nostra moneta sociale e la nostra moneta esistenziale deve semplicemente metterci in condizione di generare scambi. Nasce dal lavoro, quindi ogni lavoratore la emette con la sua prestazione, esiste con lo scambio e muore con lo scambio, visto che chi la riceve deve scambiarla a sua volta per trarne utilità sotto forma di beni o servizi. Viene generata naturalmente da chi compie l’attività: questo risponde (in parte) alla prima domanda che ci siamo fatti all’inizio, ossia da dove arrivino i soldi. Inoltre la sua conformazione, che la differenzia sostanzialmente dalla moneta ufficiale, risponde alla seconda domanda iniziale, ossia con quali soldi si paghino questi lavoratori.

Di conseguenza, più che parlare di moneta, che come abbiamo visto ha caratteristiche diverse e una lunga tradizione di fraintendimenti, sarebbe più corretto parlare di potere d’acquisto. Il lavoratore genera ricchezza con la sua attività che viene remunerata da un potere d’acquisto. Anzi, potere di scambio.

Come vedete le parole dell’Economia 2.0 non sono poi così diverse da quelle dell’Economia 1.0. A far la differenza è il significato.

(23/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: La democratizzazione dell’ozio


Nel libro La società opulenta che Galbraith scrisse più di cinquant’anni fa, l’economista individuava alcune tendenze di fondo che agivano nel senso di mitigare la “condanna” del lavoro, visto che “la gente normale non si è mai lasciata completamente convincere che il lavoro (il negozio, ndr) sia piacevole quanto l’ozio, malgrado gli inauditi tentativi compiuti”. La “mentalità tradizionale“, notava ancora, nel tempo non aveva saputo far altro che ridurre l’orario di lavoro al crescere della ricchezza. Ma così facendo aveva mancato di esperire altre possibilità. “La prima di esse – scrisse – è che il lavoro può essere reso più facile e piacevole”.

Questo semplice passaggio, che sembra banale, richiede una profonda evoluzione spirituale, oltre che materiale, che chissà quanto siamo pronti ad accettare. Significa ribaltare l’idea di lavoro come ci hanno abituati a pensarla per secoli, ossia una dura necessità. “La più grande prospettiva che noi abbiamo di fronte – sottolineava ancora – è quella di eliminare il lavoro come necessaria istituzione economica”. Niente meno di questo dovrebbe entusiasmarci. Smetterla di pensare alla produzione di beni come indice del valore del lavoro e concentrare la nostra attenzione sul tempo.

Galbraith individuava alcune lineamenti di questa evoluzione già altrove notando innanzitutto che non tutti i lavori sono uguali e che questa differenziazione aveva già generato una nuova classe. Una classe di oziosi. Non nel senso di nullafacenti, ma di persone impegnate in un’attività che non è un lavoro, nel senso comune del termine. E quindi un’attività che sia una fonte di piacere, non di sofferenza. Una lontana rimembranza dell’otium latino. Perché il lavoro non è tutto uguale, come sempre Galbraith osservava, sottolineando l’identità di vedute sul problema del lavoro dell’economia capitalista e di quella comunista. Non a caso, ovviamente. Sia comunisti che capitalisti condividono il mito della produzione e le sue radici culturali, dividendosi solo sull’organizzazione a la distribuzione di questa produzione. Di sicuro non su cosa sia il lavoro.

Nella realtà osservabile già ai tempi in cui scriveva Galbraith, quando la società diveniva opulenta, c’era chi lavorava e soffriva e c’era invece chi lavorava e godeva. E non erano i redditi a fare questa differenza, anche se certo il reddito era ed è importante. A fare la differenza era la considerazione che si aveva del proprio lavoro, e quindi del proprio tempo. “Per altri – scriveva – il lavoro, come continua ad essere chiamato, è una cosa del tutto diversa. Non si discute nemmeno che esso debba essere piacevole, e il fatto che eventualmente non lo sia è fonte di profonda insoddisfazione o delusione (..) in generale chi svolge attività di questo genere vuol credere di dare tutto il suo migliore contributo senza preoccuparsi del compenso, e sarebbe turbato se qualcuno affermasse il contrario. Questo – concludeva – è il lavoro della nuova classe”.

Considerare questi neo-oziosi una classe è sicuramente un’iperbole, per quanto suggestiva, che risente della temperie culturale in cui il libro fu scritto, ma è una comoda semplificazione che possiamo utilizzare anche oggi. Alcuni dei suoi lineamenti individuati all’epoca sono ancora attuali. Nella nuova classe, “fin dalla più tenera infanzia si prospetta ai bambini l’importanza di trovare un lavoro che possa riservare delle soddisfazioni, cioé un lavoro che non comporti fatica, ma godimento. (..) la nuova classe non è una casta chiusa, a migliaia ogni anno vi entrano e il titolo più importante per venirvi ammessi è l’istruzione”. “Negli ultimi cento anni – notava ancora – la nuova classe si è indubbiamente molto ingrandita”, e dopo aver elencato i numerosi vantaggi che comportava appartenervi, Galbraith sottolineava che “l’ulteriore e rapida espansione di questa classe debba costituire uno degli scopi fondamentali della società, e forse lo scopo veramente fondamentale, subito dopo quello della pacifica convivenza”.

Ne discendevano anche implicazioni di politica economica: “Se l’espansione della nuova classe diventasse un deliberato obiettivo della società, questo fatto, traducendosi in una migliore tutela degli interessi dell’istruzione e quindi influenzando la domanda di prestazioni intellettuali, letterarie, culturali e artistiche, aumenterebbe notevolmente la possibilità di appartenere alla nuova classe. Nello stesso tempo la riduzione del numero di coloro che lavorano tanto per lavorare diventa un fenomeno da considerare come un valore positivo. Man mano che questo lavoro diventerà più scarso e costoso, questa tendenza verrà naturalmente accelerata”.

Quest’ultima riflessione merita un breve approfondimento. Affiancare al mercato del lavoro come lo conosciamo un’organizzazione del lavoro fuori dalla logica del mercato che sia attrattiva, avrà come logica conseguenza che chi preferisce vendere il suo tempo sul mercato del lavoro tradizionale potrà richiedere salari più elevati, visto che quest’ultimo dovrà offrire più di quanto offre l’organizzazione alternativa per “comprare” ciò di cui ha bisogno per produrre. E in un tempo in cui si discute forsennatamente dell’erosione continua della labor share e delle conseguenze depressive che ciò provoca sulla domanda aggregata, ciò non può che avere effetti positivi sul benessere generale.

Lasciamo questa lunga citazione di Galbraith con alcune domande che l’economista si faceva al termine della sua esposizione: “Perché gli uomini dovrebbero affannarsi ad aumentare il proprio reddito quando ciò può essere ottenuto soltanto al prezzo di molte noiose e tristi ore di lavoro? E perché poi dovrebbero farlo se i beni diventano sempre più copiosi e meno urgenti? Perché essi non dovrebbero invece far fruttare al massimo il tempo che hanno a disposizione nella loro vita?”.

Le stesse domande dovremmo farcele anche oggi. Quasi sessant’anni dopo, al nostro livello di opulenza, la nuova classe è potenzialmente in grado di accogliere chiunque lo voglia. La democratizzazione dell’ozio è davvero a portata di mano. Basta volerlo. Ma prima di volerlo dobbiamo capirlo. E quindi trasformare questa comprensione in azione. Le istituzioni seguiranno.

(22/segue)

Capitolo precedente    Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: La riconciliazione di ozio e negozio


Dobbiamo alla latinità, o quantomeno a come è stata tramandata, la separazione fra otium e nec otium, quindi fra tempo speso in attività libere che giovano al progresso dell’individuo e tempo speso per gli affari e gli obblighi della vita quotidiana. In sostanza si distingue fra ciò che piace a me fare e ciò che devo fare in ragione dei miei obblighi sociali. Per gli altri, insomma. Per chi non lo ricordasse, la particella nec, in latino, implica negazione. Quindi il nec otium, che la vulgata giudica essersi evoluto nell’italiano negozio – ossia nel sinomino degli affari – era inteso dagli antichi come tempo speso ad occuparsi di cose correlate agli affari quotidiani. Ciò che oggi chiamiamo genericamente lavoro.

Poiché nasce da una negazione, il nec otium non poteva che, logicamente, essere un’opposizione. L’ozio, che i latini intendevano in modo assai diverso da come lo intendiamo noi, quindi, era considerato l’opposto del negozio. Al punto che molti giudicavano il nec otium poco onorevole e quindi adatto solo alle classe più basse della società.

Tale sentire connotò negativamente per secoli il rapporto dell’uomo col negozio. L’influenza della cultura religiosa, prima, e politica, poi, determinò lentamente il mutamento. L’ozio, prima desiderato divenne esecrato. L’ozioso, prima ammirato, divenne oggetto di riprovazione. Ozioso divenne un insulto, quando prima rivelava una qualità positiva.

Al contrario il negozio, che godeva di una pessima reputazione sin dai tempi di Aristotele e che tale conservò fino al Medioevo, finì con l’essere sacralizzato nella nuova ideologia del lavoro, che la rivoluzione industriale finì con l’edificare per convincere orde di persone a rendersi felicemente disponibili per la nuova forma di lavoro che andava ad affermarsi, sostituendo antiche consuetudini: il lavoro salariato.

L’ideologia del lavoro fu, ed è tuttora, una delle colonne portanti del sistema capitalistico. E fu anche questa frutto di una lunga evoluzione sociale, sponsorizzata da filosofi e pensatori. La riforma protestante, soprattutto grazie all’opera di Calvino, farà assurgere il lavoro a categoria di valore universale. E più tardi Locke, lo abbiamo visto, farà del lavoro l’unico motivo che legittima la proprietà privata, ossia l’altro fondamento del nostro attuale sistema economico.

Non serve citare altri esempi. Vale la pena ricordare però che la costituzione sovietica del 1936 riportava all’articolo 12 che soltanto chi lavorava aveva diritto di mangiare. Ciò per dire che la teologia del lavoro ha radici profonde ed esiti comuni anche a ideologie concorrenti.

Oggi il conflitto fra ozio e negozio è tutt’altro che risolto. L’ozio rimane nella sapienza popolare il padre dei vizi. E il negozio/lavoro il dovere di chiunque voglia mangiare mitigandosi di recente tale necessità con il compito, assegnato alla politica, di farlo corrispondere a un diritto da assicurare. E’ evidente che secoli di consuetudine non spariscono in un batter di mani, però possiamo tentare alcune osservazioni che lasciano immaginare come i tempi siano maturi per arrivare finalmente a una riconciliazione fra ozio e negozio.

La prima osservazione è sotto i nostri occhi e tuttavia raramente le diamo il giusto peso. Il mondo sta conoscendo un livello di ricchezza che mai nella storia era stato raggiunto. L’aumentare delle disuguaglianze materiali, che rimane assai pronunciato, non impedisce che un povero di oggi nelle economie avanzate sia più ricco di un benestante di un secolo fa in ragione dei beni a cui ha accesso o dell’assistenza, nelle sue varie forme, di cui può godere. Tale progresso è evidente ed è inutile sottolinearlo.

Altresì evidente è un’altra circostanza, ormai quotidianamente sottolineata, che però non viene mai associata alla prima: il mondo, almeno nei paesi cosiddetti avanzati, non ha mai visto una quota così rilevante di anziani sul totale della popolazione. Le previsioni a medio termine immaginano gli anziani sempre più numerosi – e anche questo è un sintomo di ricchezza – mentre le fasce più giovani, in relazione, regrediscono. Anche questi due processi hanno radici secolari, proprio come il conflitto fra ozio e negozio. Quindi è probabile siano questi gli elementi che determineranno la nostra evoluzione sociale.

Ma che significa riconciliare ozio e negozio? Significa semplicemente dare il giusto valore al lavoro, e quindi al tempo che ad esso dedichiamo. Valore sociale, prima ancora che monetario. Quindi costruire un sistema istituzionale dove l’otium di una persona coincida con il suo nec otium. Tutti devono avere la possibilità di esprimere se stessi nel lavoro e ricavare il reddito di cui hanno bisogno. Su questa proposizione c’è già un diffuso consenso sociale che però cozza con la struttura dell’organizzazione dell’attuale mercato del lavoro. E poiché è irrealistico immaginare che quest’ultimo cambi sostanzialmente, ciò implica che dobbiamo affiancargli una organizzazione del lavoro che gli sia in qualche modo complementare che consenta di arrivare a una sostanziale democratizzazione dell’ozio. La qualcosa rappresenta un chiaro aumento di benessere per le nostre popolazioni.

In sostanza, l’otium latino, che significa tempo speso a occuparsi di ciò che giova all’individuo, deve includere il nec otium, ossia giovamento con la propria azione all’altro da sé. Nello scioglimento della (apparente) contraddizione fra otium e nec otium si scioglie anche l’altra (apparente) contraddizione fra Io e Altro. Il che oltre ad essere una notevole evoluzione economica, è anche un’altrettanto notevole evoluzione spirituale.

Malgrado l’apparenza non sto facendo filosofia. La ricchezza che abbiamo creato e l’età delle nostre popolazioni rendono oggi tutto questo non soltanto assai concreto, ma possibile se riusciamo a cogliere l’occasione storica che ci si presenta. E le vicende degli ultimi decenni consentono di coltivare un ragionevole ottimismo.

Che ci siamo avviati lungo la strada della democratizzazione dell’ozio, infatti, qualcuno l’ha già notato. Può essere utile ricordarlo.

(21/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: Il capitale asociale


Il capitale vero, ha scritto Geminello Alvi nel suo Capitalismo, verso l’ideale cinese, “è operosità scontata con parsimonia, quello fittizio sono le banche centrali che fingono un risparmio e una crescita inesistenti in sconto fin troppo prodigo”, osservando in seguito come l’esito della crisi, in fin dei conti, sia stata la conversione del capitale privato fittizio, creato dal sistema bancario, in debito pubblico, acquisizione ormai pacifica ma ancora poco popolare nel 2011, quando il libro è stato scritto.

E mentre leggo del capitale fittizio, così egregiamente descritto da Alvi, ripenso a Sismondi, che nel 1827, nella parte finale dei suoi Nuovi principi di economia politica, scriveva cosa simile ma con parole differenti, accennando stavolta al debito dello stato, a sua volta “un debito immaginario” che economisti confusi e governanti prodighi avevano contrabbandato come costituente della ricchezza nazionale. Pura rappresentazione, perciò, e fardello materiale per chi vivrà in futuro che con ben poco sforzo diventa un giogo spirituale.

Sistema bancario e debito dello stato sono potentissimi generatori di capitale fittizio. Da almeno tre secoli, pure se mai come ai tempi nostri, queste due entità hanno trovato nella sintesi della banca centrale lo strumento ideale per moltiplicare un denaro virtuale nascosto dietro un debito inesigibile, e perciò illusorio. La banca centrale “finge”, per dirla con le parole di Alvi, una crescita e un risparmio usando le previsioni del futuro per orientare le sue scelte di politica monetaria. Il governo fa lo stesso quando decide come impiegare il frutto della tassazione, nei suoi vari documenti di programmazione economica. L’esito che osserviamo è un moltiplicarsi di capitali virtuali, mentre l’economia langue, che ci dicono esser necessari per evitare che deperisca del tutto.

Secondo una delle tante agenzie di rating, nel 2016 le emissioni di debito pubblico nel mondo per 131 paesi arriveranno a 6,7 trilioni di dollari, che sono 6.700 miliardi, per i meno avvezzi all’aritmetica dell’assurdo, consolandosi persino col notare, l’agenzia, che sono in calo rispetto all’anno prima, quando erano quasi 6.900, a fronte di uno stock di debito cumulato che supera i 42 trilioni.

Questo capitale immaginario, come lo chiamerebbe Sismondi, è solo una parte e neanche la più grande della montagna di debito che i privati e gli stati hanno generato e accumulato finora facendolo corrispondere ad un credito altrettanto immaginario che oggi si sconta a tassi azzerati. Si calcola che i debiti abbiamo ormai superato i 130 trilioni di dollari, che sono 130.000 miliardi. E questo ammontare non tiene conto dei debiti impliciti che sono nascosti nelle garanzie pubbliche.

Le banche centrali, ormai, sono divenute emittenti instancabili di capitale fittizio, a livelli che Alvi forse neanche immaginava nel 2011. Qualche tempo fa è stato calcolato che gli asset delle principali banche centrali abbiamo superato i 22 trilioni e dentro c’è di tutto: debito pubblico e privato acquistato col miracolo della fiat money nel disperato tentativo di rendere questa costruzione immaginaria, che in pratica sostiene l’intero edificio finanziario, ancora credibile per tutti coloro che sono chiamati a sostenerla. Quindi ognuno di noi.

Meraviglia dell’immaginazione umana e probabile concausa della nostra depressione, che è spirituale prima ancora che finanziaria, il capitale fittizio connota se stesso per una semplice caratteristica: è bugiardo. Si tratta di un debito che si contrae non per ripagarlo, ma per costantemente rinnovarlo. I 6,7 trilioni che saranno emessi nel 2016 sono la tabulare dimostrazione di questa evidenza. In quest’inganno, di cui tutti sono consapevoli e che anzi viene incoraggiato, si cela la sostanza del nostro benessere e insieme la sua più potente insidia. Fondato sulla menzogna, il capitale fittizio non può che generare sfiducia, che cresce al suo moltiplicarsi, e quindi crisi costanti ogni qual volta qualcuno vada e vedere il bluff nascosto nei bilanci bancari o in quelli pubblici.

In quanto generatore di fiducia volatile, o di sfiducia se preferite, il capitale fittizio è squisitamente asociale. Funziona finché l’avidità è maggiore della paura, sentimenti entrambi divisivi, che però sono il suo fondamento e, insieme, le costituenti dell’egonomia che ha invaso come una malattia l’agire economico.

In quanto bugiardo, il capitale fittizio instaura una relazione falsa fra i soggetti che lo originano, quindi il debitore e il creditore. Tale falsità si contagia nella società come una pestilenza e genera ricchezza falsa, come notava Sismondi quasi duecento anni fa, che finisce intrappolata nei giochi della finanza e non produce scambi perché non corrisponde a bisogni reali ma a semplice hybris immaginaria. Così facendo intrappola ognuno di noi nell’utopia di una ricchezza tanto infinita quanto irraggiungibile. E così ci sfinisce.

Questa mostruosa ipoteca sul nostro futuro, grava perciò anche sulla nostra immaginazione, che è chiamata a sostenerla fiduciariamente. E perciò ci svuota, lasciandoci esausti a contemplare una ricchezza virtuale che stimola i nostri peggiori istinti.

Quel che è peggio, tale deriva prosegue in perfetta soluzione di continuità. Dal 2008 il debito globale, che già sfiorava il 200 per cento del prodotto interno lordo del mondo, ora ha superato il 250% e tutto ciò che i decisori sono riusciti a fare, nel frattempo, è incantare il mondo con astruse magie monetarie che si propongono soltanto di rendere sostenibili questi debiti e quindi perpetuarli. Viviamo letteralmente immersi dentro l’illusione monetaria ed esposti al rischio costante di un risveglio apocalittico.

A fronte di tutto ciò si generano enormi ricchezza, che sono altrettanto virtuali, a fronte delle quali le società espongono crescenti povertà, avendo in comune, i ricchi come i poveri, la sensazione di camminare insicuri lungo un crinale che affaccia sulla disgrazia.

Che fare dunque?

Gli economisti dicono che la via maestra per abbattere il peso del debito è favorire la crescita ma non sanno più come evocare questa sorta di fantasma risanatore. Chiunque legga le ricette proposte dai principali osservatori internazionali ne ottiene solo rappresentazioni confuse e pensieri obsoleti che mutano col mutare delle stagioni.

La verità, nuda e cruda, è che dovremmo disincantarci dall’illusione monetaria, ma non possiamo. Chiunque pensi di fermare questa sorta di caleidoscopio impazzito si espone all’accusa di sabotatore e i più avveduti, che lanciano moniti sull’inevitabile esito del capitale fittizio – la sua distruzione – vengono emarginati.

In queste condizioni possiamo solo provare a cavalcare l’onda, provando però a decidere dove vogliamo arrivare. Il capitale asociale appartiene ormai al nostro bagaglio istituzionale, ci piaccia o no, e dobbiamo farci i conti. Siamo costretti a sostenere questa costruzione immaginaria, sapendo che è immaginaria. Ci troviamo insomma in quella condizione che Walter Bagehot, un secolo e mezzo fa nel suo ancora ottimo libro, Lombard street, illustrava a proposito del sistema bancario della riserva unica del Regno Unito fondato sulla banca centrale: un sistema che si provava essere foriero di infiniti problemi ma ormai talmente insito nell’organizzazione sociale che nessuno non solo non immaginava ma neanche desiderava metterlo in discussione.

Il nostro sistema finanziario, in fondo, non è altro che una evoluzione di quel tempo. La turbofinanza, così odiata e amata insieme, è una costituente delle nostre società che non potremmo estirpare senza distruggere tutto il resto. Sarebbe saggio prenderne atto e provare a utilizzarla con giudizio veicolando lentamente le nostre società verso una nuova evoluzione.

Quale? Se davvero l’unico modo per guarire dall’ossessione del debito è aumentare la crescita, ciò significa che dovremmo sostituire l’economia reale a quella finanziaria, ossia scambiare il capitale fittizio, che è asociale, con quello reale, che sociale. Ma prima dobbiamo ri-conoscerlo.

E questo richiede un piccolo approfondimento.

(18/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Le metamorfosi dell’economia: Economia 2.0


Vale, o dovrebbe valere per l’economia, la massima che chiudeva esemplarmente il Tractatus di Wittgenstein esortando a tacere di ciò di cui non si può parlare. L’economia, infatti, è logos silenzioso, azione umana che quindi contiene il nostro essere persone, che vuol dire insieme appetito, emozione e calcolo. L’uomo come se lo immaginavano gli antichi, mixtione esemplare di stomaco, cuore e cervello.

E in effetti, se ci pensate, l’economia nasce per soddisfare i nostri bisogni, che si rivolgono a ognuna di queste tre componenti del nostro animo, quindi del nostro essere uomini. Abbiamo fame e quindi cerchiamo il cibo per soddisfare il nostro stomaco. Soddisfiamo il nostro cuore quando lo condividiamo con qualcuno che amiamo e calcoliamo con la testa come procurarcene altro, usando quindi il nostro tempo per anticipare il tempo futuro. Che altro c’è da dire?

E tuttavia la storia ci mostra che negli ultimi tre secoli le società umane hanno sviluppato un disperato bisogno di parlare di economia e per i più svariati motivi. Il logos silenzioso è diventato discorso pubblico. Tale tendenza era già emersa anche in alcune società antiche, nelle polis greche di Platone e Aristotele o nella Roma dei cesari, in particolare collegandosi allo sviluppo sociale.

Quest’ultimo perciò, potremmo dire semplificando, è l’acceleratore che motiva alcuni a discorrere di economia strappandola dal suo stato di pratica silenziosa e così facendo la trasforma: diventa teoria economica.

L’economia sta alla teoria economica come un’azione umana sta alla sua riproduzione robotica. Quindi si basa sulla verosimiglianza. Per dirla in altro modo forse più intuitivo, l’economia è analogica quanto la teoria economica è digitale. La prima vive nello spazio fra zero e uno. La seconda concepisce solo zero e uno.

Sviluppando tale analogia, potremmo dire che la teoria economica è sostanzialmente un software sociale. Un codice fatto di idee più o meno condivise, perché consolidate nel tempo, che diventano il linguaggio di programmazione dell’azione umana. In tal modo si cerca di replicarla in una catena logica di cause ed effetti al fine evidente di modificare la realtà. Se ho poca domanda aumento la spesa pubblica, eccetera, eccetera.

Ciò origina un problema. Come tutti i codici, è impossibile che la teoria economica restituisca la ricchezza dell’economia quando elabora le sue rappresentazioni sociali. Poiché concepisce solo il calcolo, applicando concetti matematici all’analisi dei bisogni, tutto ciò che riesce a dirci è cosa si dovrebbe fare se le cose fossero in un certo modo. Che può anche essere una finzione utile, ma purché ci si ricordi che è solo una finzione.

Per dirla in altro modo, la teoria economica rappresenta un’economia dove il cuore non ha diritto di cittadinanza, sfuggendo costui a qualunque ragione matematica, sebbene anche il cuore calcoli insieme con tutto il resto delle nostre facoltà. Distinguere il calcolo economico da quello matematico viene considerato infatti esercizio da stravaganti perché la nostra cultura assimila il calcolo esclusivamente a quello matematico. Come se fossimo solo testa.

La narrazione ormai secolare del soggetto economico razionale, che massimizza le sue utilità, altro non è che la riduzione digitale dell’uomo economico analogico. Chiaro che nel tempo tale parodia, magnificamente esemplificata dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe scritto agli albori del pensiero economico moderno, abbia originato così tante ironie, senza che ciò abbia impedito che l’ego digitale si sia incistato nelle nostre società come un cancro silenzioso. Ne troviamo tracce ovunque: negli algortimi dei motori di ricerca, nella teoria dei giochi che di tali algoritmi è la matrice filosofica, nelle strategie di trading finanziario che potentissimi calcolatori attivano ventiquattro ore al giorno, nei modelli matematici sulla base dei quali vengono svolte le previsioni delle istituzioni economiche. Questo fantasma agisce inosservato e non conosciuto. Tanto è stato screditato nella teoria, il soggetto economico razionale, quanto è stato accreditato nella pratica, forte del fatto che costui trova nel mondo dei computer, che concepiscono solo zero e uno, il suo perfetto paradiso artificiale.

Se la teoria economica è un software sociale, si potrebbe dire che la sua prima release è stata codificata sul finire del XVIII secolo. Il primo programmatore riconosciuto, Adam Smith, ha iniziato la scrittura di un software che si è evoluto lungo tutto il XIX secolo, raffinandosi sempre più mano a mano che aumentavano i partecipanti. L’Economia 1.0 è stato un codice open source. La proliferazione di libri sui “principi economici” a cui si è assistito fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ha pochi precedenti in altre discipline. Tale proliferazione è durata per tutto il XIX secolo, man mano che gli sviluppi sociali richiedevano teorie capaci di legittimarli. Valga come esempio l’incredibile evoluzione della teoria delle banche centrali raccontata da Vera Smith nel suo The rationale of central banking del 1936.

Proprio negli anni ’30 del secolo scorso il codice ha conosciuto una seconda release principalmente in seguito agli scritti di J.M. Keynes il quale, muovendosi all’interno del paradigma funzionale dell’Economia 1.0 ha aggiunto una stringa di codice nella forma della teoria della domanda effettiva e nel suo presupposto: la piena occupazione. La ragione di questa evoluzione, che potremmo definire Economia 1.1, è nota: la necessità di uscire dalla crisi devastante degli anni ’30, il cui ricordo conforma ancora la nostra riflessione economica come la recente crisi del 2008 ha mostrato. Oggi sono tornati alla ribalta pensieri economici vetusti nel tentativo di comprendere il presente facendo leva sull’esperienza – unica nel suo genere – di quel tempo tormentato. Valga come esempio l’idea della stagnazione secolare, oggi molto discussa, che Alvin Hansen teorizzò nel 1937.

La release economica keynesiana propagandata dai suoi numerosi seguaci ne ha generata, a cominciare dal dopoguerra, un’altra, favorita stavolta dallo sviluppo matematico e da quello informatico. Tale passaggio è raccontato con estrema chiarezza nella testimonianza di chi l’ha vissuta. Fra i tanti vale la pena ricordare J.K Galbraith e la sua Storia dell’economia.

Nei prosperi 25 anni successivi al secondo dopoguerra, scrisse, “si sviluppò anche la formulazione matematica di rapporti economici (..). Ci fu anche una discussione continua circa l’utilità dell’economia matematica, spesso chiamata teoria matematica, discussione nella quale coloro che erano bravi nella scienza dei numeri adottarono un’opinione favorevole, mentre coloro che non avevano altrettanto talento abbracciarono un’opinione prudentemente sfavorevole verso ciò che non capivano. L’abilità matematica conseguì un certo valore obiettivo come condizione di ammissione alla professione di economista, un mezzo per escludere coloro che avevano solo un talento puramente verbale (…). Le formulazioni sempre più tecniche e la loro discussione sulla loro validità e precisione fornirono lavoro a molte migliaia di economisti, di cui ora c’era bisogno per insegnare l’economia in università e istituti secondari in tutto il mondo (..). L’economia matematica diede all’economia anche un aspetto professionalmente gratificante di certezza scientifica e di precisione, contribuendo utilmente al prestigio degli economisti accademici (..) Uno dei costi di questi vari servizi fu però l’allontamento di vari passi di questa disciplina dalla realtà. (..) Non tutti ma una gran parte degli esercizi matematici cominciavano con le parole: “supponendo una concorrenza perfetta” (..). Il secondo sviluppo di questi anni, un po’ posteriore e connesso al primo furono i modelli econometrici, un prodotto dei grandi progressi nelle tecniche di memorizzazione ed elaborazione dei dati (..) nessun altro sforzo economico, si può aggiungere, fu mai commercialmente così redditizio (..) La nuova fede nella previsione si diffuse però molto oltre i modelli econometrici (..) In quegli anni di prosperità si pensava che gli economisti fossero degni di fiducia (..) raramente nella storia erano state offerte con tanta sicurezza informazioni così discutibili. Le previsioni sono in realtà intrinsecamente inattendibili (..) le equazioni che connettono le variazioni al risultato si fondano su giudizi umani sostenuti dalla conoscenza statistica di rapporti del passato, inoltre molte fra le forze che danno l’avvio al cambiamento non possono essere previste (..)nondimeno a sostegno delle previsioni rimane la circostanza che aiutano a stabilire probabili grandezze a prendere decisioni entro l’ambito della plausibilità (..) una protezione significativa in un mondo di intensi conflitti burocratici”.

La teoria economica, in sostanza, si offrì come il migliore strumento predittivo al servizio del potere di turno apponendo il sigillo della scienza alle decisioni che incoraggiava a prendere. L’ennesimo tradimento dei chierici della ragione.

Il tutto maturò nel “crescente divorzio dell’economia dalla politica”. “Quella che nell’ultimo secolo era stata chiamata economia politica – aggiunge – fu chiamata dopo Marshall economia o dottrina economica e, nella ricerca di una reputazione seriamente perseguita come scienza, insegnamento economico e consulenza sulla politica economica furono separati sempre più gravemente dai controlli politici”.

Sul finire della sua lunga narrazione Galbraith notava (era la fine degli anni ’80) che “l’economia come disciplina ha un valore di sopravvivenza che non è connesso all’urgenza del problema economico. L’interesse egoistico accademico ed economico in senso più largo è intervenuto a sostenerne la forma tradizionale o classica e la sua apparente pertinenza (..) L’economia viene mantenuta nella tradizione classica o neoclassica prima di tutto dall’impegno intellettuale verso le idee stabilite. Questa è una costrizione molto forte. Ben pochi economisti sono disposti a rifiutare ciò che hanno accettato nella loro formazione (..) la resistenza è dovuta anche, come in passato, al desiderio di considerare l’economia come una scienza e in questo modo condanna l’economia all’obsolescenza (..) la fuga tecnica dalla realtà (..) da questo esercizio intellettuale chiuso sono esclusi intrusi e critici e, cosa più significativa, è esclusa anche la realtà della vita economica che non si presta ad essere replicata con gli strumenti della matematica (..) là dove è implicata l’economia, la storia è altamente funzionale. Non si può intendere il presente ignorando il passato”.

Questa lunga citazione, che credo riepiloghi seppure sommariamente l’epopea della teoria economica degli ultimi decenni ci fa capire che la release Economia 1.1 è arrivata alla sua versione 1.11. Non una vera e propria nuova release, non è stata pensata nessuna nuova idea sull’organizzazione sociale dagli anni ’30 – si pensi al perdurare della diatriba da liberalismo e socialismo – quanto piuttosto un suo affinamento funzionale a scopi intrinseci. La tecnica, anzi la congiura dei tecnici, ci ha consegnato una visione economica algoritmica che è sostanzialmente funzionale a qualunque disegno politico. Il potere, chiunque sia l’entità che lo incarni, troverà sempre un modello economico e un economista che sosterrà le sue tesi.

Detto ciò, questo software sociale non è ineludibile né immodificabile. Il codice, però, non è più open source come in passato. La congiura dei tecnici l’ha reso un software proprietario rendendolo incomprensibile, e quindi inaccessibile, a chi non appartenga alla congrega dei chierici. Quindi il nuovo software sociale, l’economia 2.0, dovremo iniziare a scrivercelo da soli, partendo dall’unica semplice domanda alla quale l’economia è chiamata a rispondere: come si può assicurare il benessere a una popolazione?

La risposta, altrettanto semplice, è: fornendo un potere d’acquisto alle milioni di persone che rischiano di non trovare lavoro sul mercato nei prossimi dieci-venti anni.

A questo problema gli economisti di professione rispondono come sanno: interrogando i loro oracoli informatici che incorporano decenni di teorie, ossia opinioni passate, e di statistiche, che sono per natura bugiarde. Quindi questi moderni chierici non hanno una risposta autentica: si limitano a ricombinare risposte vecchie a problemi nuovi. In fin dei conti solo sono dei portavoce del mostro che hanno generato.

Quest’ultimo, il mostro, era sorto per difenderci, ma adesso sentiamo che ci odia. Ricorda un mostro vecchio di secoli, anch’esso evocato da un sedicente sapiente per la protezione del suo popolo: il Golem.

E’ il caso di conoscerlo meglio.

(16/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo