Le metamorfosi dell’economia: Il Capitale vivente


Il Capitale del XXI secolo, come lo racconta il celebrato economista francese Thomas Piketty mi pare un affare da contabili. Una ricognizione chissà quanto accurata – dobbiamo fidarci – di asset patrimoniali per arrivare alla conclusione che tale ricchezza, che soffre i limiti concettuali che abbiamo iniziato ad osservare, si sta concentrando a livelli non più osservati dai secoli scorsi. Per redistribuirla, dice, sarebbe necessario adottare notevoli provvedimenti fiscali e comunque, ammesso che sia possibile, non è detto che serva granché. In breve, siamo condannati a una crescente disuguaglianza. E giù di dibattito.

La visione del Capitale di Piketty mi appare, tuttavia, pregna di quella che Galbraith chiamava mentalità tradizionale, risalendo infine a quella di Marx, che l’analisi di dell’economista francese riecheggia in ogni dove, a cominciare dal titolo del suo libro. In sostanza, secondo questa mentalità, il capitale corrisponde al patrimonio. Un cumulo di roba. Materia da contabili, appunto.

Questa idea ha radici antiche che affondano nella latinità, quando la parola caput, dalla quale capitale discende, fra i suoi tanti significati, assunse anche quello di mucchio di denaro che generava frutto.

Nella modernità uno dei primi che provò a sistematizzare la natura del capitale fu Adam Smith nel quinto capitolo del secondo libro della Ricchezza delle nazioni. “Nello stadio primitivo – scrive – in cui non si ha divisione del lavoro, la società non ha bisogno di preventiva accumulazione di capitale per svolgere le attività economiche (…) ma una volta introdotta completamente la divisione del lavoro, il prodotto del lavoro di un uomo può soddisfare solo una piccolissima parte dei suoi bisogni. La maggior parte viene soddisfatta col prodotto del lavoro di altri, che egli acquista col prezzo del prodotto del proprio lavoro. Ma questo acquisto non è possibile finché il prodotto del suo lavoro non soltanto è completato, ma venduto. Perciò deve accumulare da qualche parte una scorta di beni di diverso tipo sufficiente a mantenerlo sino a quando entrambi questi eventi possono essere realizzati”. E poi “come l’accumulazione del capitale deve naturalmente essere anteriore alla divisione del lavoro, la divisione del lavoro può proseguire soltanto in proporzione alla preventiva e graduale accumulazione del capitale”.

Quindi in Smith si trovano in nuce tutti gli aspetti sulla natura e l’evoluzione del capitale che più tardi Ricardo e soprattutto Marx, metteranno alla base della loro riflessione. In pratica, dice Smith, l’accumulazione del capitale è ciò che ha reso possibile la divisione del lavoro. Ogni singolo lavoratore “deve accumulare da qualche parte una scorta di beni sufficiente a mantenerlo” prima di poter realizzare ciò che il frutto del suo lavoro gli procurerà, ossia il reddito da scambiare con i beni necessari alla sua sopravvivenza.

Smith ebbe anche il merito di distinguere fra capitale fisso e circolante. Il primo comprende non soltanto i macchinari e gli strumenti utili alla produzione, ma anche le competenze acquisite, quelle che oggi chiamiamo capitale umano. Il secondo comprende quella quota di risorse economiche che vengono consumate per produrre. Il capitale fisso genera un profitto semplicemente mantenendolo, quello circolante, al contrario, separandosene. Se voglio produrre ho bisogno della macchine e  devo consumare capitale che, circolando, mi genera un reddito una volta che vendo i miei prodotti. Il capitale circolante, perciò, origina il concetto di reddito, che nella visione smithiana altro non è che l’incremento di valore del prodotto annuale rispetto al capitale circolante utilizzato per realizzarlo.

Facciamo un semplice esempio. Prendiamo un venditore ambulante che usa un motocarro per esporre e vendere i suoi prodotti. Il suo capitale fisso è il suo mezzo di trasporto. Il capitale circolante è composto dai soldi che gli servono per comprare il carburante e le merci che vende. Il reddito della sua attività deriva dalla differenza fra la sua spesa di capitale circolante e i suoi ricavi di vendita.

Ma a monte, è l’accumulazione di capitale, ossia il fondo primitivo delle risorse, che rende possibile l’incremento della produzione. Nel nostro esempio, il motocarro. Se un uomo ha poco capitale, scrive Smith, ossia quanto gli serve per vivere pochi giorni, “lo consuma nel modo più parsimonioso e cerca col suo lavoro di acquistare qualcosa che possa sostituirlo prima che sia completamente consumato”. Ma se un uomo possiede un capitale capace di sostenerlo per mesi o anni “egli naturalmente cerca di trarre un reddito dalla maggior parte di esso”. Quindi una parte di questo capitale servirà a mantenerlo. Un’altra verrà, come diciamo oggi senza neanche essere consapevoli dell’origine di quest’espressione, messa a reddito. O, per dirla con Smith, “la parte (della sua scorta, ndr) dalla quale si aspetta un reddito è chiamata capitale”.

Il motivo dell’utilizzo del capitale risiede nella circostanza che “in tutti i paesi dove esiste una discreta sicurezza ogni uomo di comune intelligenza cercherà di impiegare il capitale di cui dispone per procurarsi un godimento presente o un profitto futuro”, in caso contrario di sarebbe “completamente pazzo”.

Procurare un godimento presente o futuro, perciò, è lo scopo del capitale, di cui ogni uomo è dotato, seppure in misura differente, (e qui torniamo a Piketty) e ragionevolmente spinto a utilizzare qualora il contesto istituzionale gli sia propizio.

La visione di Smith contiene quindi non soltanto l’idea del fondo originario che sostanzia il capitale, ma anche un elemento che solo oltre un secolo dopo verrà esaltato nell’analisi di economista austriaco dal nome difficile da ricordare e forse per questo dimenticato: Eugen Ritter von Böhm-Bawerk. Il punto centrale, in Smith come in Böhm-Bawerk, è il tempo.

Ma il tempo di Smith e quello di Böhm-Bawerk sono molto diversi. Nel caso di Smith il tempo passato ha determinato la creazione del capitale, che è valore/lavoro accumulato. Quest’ultimo, messo a reddito, determina profitti in futuro. Per l’economista austriaco il capitale non è semplicemente un fondo, ma corrisponde al valore attuale della produzione futura scontato col tasso di interesse. Per dirla con le sue parole: il capitale è un “mezzo di produzione prodotto”.

L’idea di Böhm-Bawerk, che più tardi verrà approfondita ed emendata da numerosi economisti, è centrale perché, aldilà degli esiti teoretici, sposta il punto di vista dall’oggetto capitale – il fondo smithiano – al soggetto capitalista, che più tardi ancora verrà celebrato da Schumpeter nella sua elegia dell’imprenditore. Quest’ultimo, che poi è la vera innovazione dell’epoca moderna, calcola costantemente, anticipando i profitti futuri e quindi decidendo l’investimento. La terra, fattore originario, rimarrebbe improduttiva se non ci fosse qualcuno che la mette a reddito, come diceva Smith, e non investe una somma X che corrisponde, come sottolinea Böhm-Bawerk, ai profitti futuri attualizzati.

L’intuizione che il capitale altro non sia che tempo futuro anticipato secondo il principio dell’interesse composto, ci riporta alla questione fondamentale, ossia alla corrispondenza fra il tempo e il denaro, e al suo corollario, il tasso di interesse. In un’economia che si dice capitalista è più dotato di capitale chi sa far fruttare il suo tempo perché è in grado, in virtù della sua capacità di calcolo, di creare capitale investendo oggi per avere profitto domani.

Nella visione di Smith, che è statica perché tardo settecentesca, il ricco era colui che disponeva di un fondo di capitale e se non era “completamente pazzo” lo avrebbe messo a reddito. Nella visione di Böhm-Bawerk, tardo ottocentesca e quindi capitalisticamente matura, come direbbe Sombart, il ricco è colui che crea il capitale. Ossia il capitalista. La terra, per citare uno dei fattori principe dell’analisi di Smith, non viene neanche considerata un capitale da Böhm-Bawerk. E’ un fattore fisico, non puramente economico. Al contrario, il capitale deriva da un giudizio di valore che l’imprenditore assegna ad alcune attività che, in un’ottica inter-temporale, produrranno uno scambio. Al centro, insomma, ci sono individualità che creano valore e lo scambiano.

Torniamo al nostro esempio. Mettiamo che il nostro venditore ambulante abbia ereditato il suo motocarro, e quindi abbia un vantaggio rispetto a chi vuol fare lo stesso mestiere ma non dispone del capitale fisso. Il primo userà i frutti del tempo passato per avere benefici nel tempo futuro, come direbbe Smith e come sostanzialmente replica l’analisi di Piketty. Il secondo userà la potenzialità del tempo futuro per creare nuovo capitale servendosi del credito per dotarsi di capitale fisso e circolante. Il primo non è detto che riesca. La sua conformazione spirituale potrebbe rivelarsi inadatta e condurlo a un consumo del capitale senza reintegro di risorse e quindi alla rovina. La storia è piena di ereditieri che si mangiano la roba. Il secondo invece magari aprirà un franchising. A far la differenza, quindi, è chi guida il motocarro, non la proprietà del motocarro. Se allarghiamo il nostro esempio a una delle qualunque dot company che sono diventate miliardarie con una buona idea e molto talento tutto ciò risulterà ancor più chiaro.

Se portiamo all’estremo questo ragionamento, per un vero capitalista l’unico capitale che davvero importa è il tempo. Un capitalista cercherà di ottimizzare il suo tempo massimizzando il profitto che può trarre da ogni sua attività. Mentre una persona normale vive, un capitalista calcola. Per questo Benjamin Franklin, un notevole capitalista per i suoi tempi, diceva che il tempo è denaro.

L’aver ridotto il tempo – ossia la nostra vita – a una misura del capitale è un altro esito sorprendente della nostra epoca. Così come l’idea che il capitale sia una cosa morta – un cumulo di roba – mentre è una cosa vivente, che si compone di tutto ciò che arricchisce la nostra vita: i talenti, le relazioni, l’esperienza.

Anche qui, la storia mostra con chiarezza che questa confusione risale alla tradizione. La parola caput, in latino, significava capitale, quindi mucchio di denaro fruttifero, ma anche capo, ossia testa, quindi ciò che ci rende capaci di calcolo e immaginazione e di capacità di essere leader, pensate a capitano e a quelli che si chiamavano capitani d’industria nel XIX secolo. E poi ancora ha finito con l’assumere il significato di “massimamente importante”. Pensate a capitale riferito a una città, oppure a vizio capitale, oppure, e meglio ancora, a pena capitale, ossia la morte: la vita vista in negativo.

Se il capitale di cui disponiamo è il tempo che viviamo, e quindi sostanzialmente quello che siamo in relazione al nostro agire economico, ciò ci espone a due importanti conseguenze. Primo: dobbiamo decidere cosa farne. Se essere dei puri capitalisti, e quindi investire il nostro tempo per creare roba, o fare economia, quindi essere persone che scambiano tempo sotto forma di beni e servizi per avere una vita migliore.

Secondo, e ancora più importante, nasciamo tutti con una dotazione di capitale, ma siamo destinati, in quanto mortali, a lasciare la vita poveri. Il capitale è naturalmente destinato a decumularsi, proprio perché è una cosa viva. L’idea della persistenza del capitale, perciò, è un clamoroso equivoco. Anche la roba, che non ha vita, finirebbe con noi, se non avessimo creato le istituzioni dell’eredità e dei lasciti. Il contadino descritto da Verga nella celebre novella La roba preferisce distruggere le sue proprietà piuttosto che lasciare che se le goda qualcun altro, non appena diventa cosciente della sua transitorietà. E’ in questa figura tragica che il capitale rivela la sua vera natura. Una natura bugiarda: avere accumulato roba non ci servirà ad evitare di dovercene separare. Gratta gratta, sotto ogni accumulatore di ricchezze troviamo un uomo che ha paura di morire. L’avaro muore letteralmente di paura.

Possiamo essere diseguali nella distribuzione della roba e perciò indignarci, senza capire che così facendo diamo valore alla pura materialità. Ma in ciò che conta davvero – il tempo e le sue straordinarie opportunità – siamo tutti uguali. Questo però gli economisti non lo dicono.

(8/segue)

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  1. _beneathsurface

    Sì Maurizio, a tutti viene dato uno stock di tempo da vivere e da far fruttare. Come e quanto verrà fatto maturare dipende molto dal singolo individuo , dalle sue inclinazioni, dalla autocoscienza che ha delle proprie potenzialità e anche del valore stesso che attribuisce al tempo che spesso è vissuto – specie in gioventù – con un atteggiamento scialacquatore di cui ci si pente più tardi.
    Ma anche tralasciando i casi sfortunati di salute malferma, o potenzialità limitate da handicap fisici, tuttavia non riesco a essere d’accordo con la conclusione che la possibilità di far fruttare il tempo possa essere uguale per tutti.
    Molto dipende dalle capacità e dalla volontà del singolo (e ci sono tante storie di successo che lo dimostrano), ma altrettanto dipende sempre dalle risorse che possono essere messe a disposizione al giovano che si affaccia alla formazione – perché poi gira e rigira è qui che sta il fulcro della sua fortuna e dei mezzi che potrà mettere in campo per operare.
    Diventa necesaario avere le disponibilità economiche per andare a scuola e frequentarne di utili -non dico necessariamente prestigiose anche se pure questo aiuta in termini di brand vendibile e conoscenze che sono pur sempre capitale (criticato chiacchierato ma sempre utile).
    Diventa necessario non dover sbarcare il lunario per sopravvivere e magari dover aiutare la famiglia, trascurando studio e magari anche l’adolescenza, venendo in contatto con la parte ruvida della vita che troppo spesso porta a degradazione sociale e violenza dato che le uniche evasioni sentite come possibili risiedono in alcool e anarchia.
    Ecco un motivo, fin troppo importante, dell’esistenza dello Stato Sociale, il tentativo di rimettere in carreggiata un chiaro fallimento del mercato, perché la disuguaglianza nella distribuzione del capitale e del reddito per accumularne è proprio – secondo me – il fattore della perpetuazione e dell accrescimento delle disuguaglianze stesse.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      di sicuro lo stato sociale è importante. e tuttavia la storia è troppo piena di esempi di persone che si sono fatte da sole per ignorarli. personalmente mi contenterei, a parte che di una buona salute, di uno stato che non mi scoraggi, se proprio non è capace di incoraggiarmi. E sogno una società che sia capace di sviluppare comunità, che allo stato non chiedano nulla di diverso. Una comunità funzionante, che supporta i suoi affiliati, funziona meglio di uno stato sociale, che alla fine dei conti rischia di confondere nobili finalità e sordidi interessi.
      grazie per il commento

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