Le metamorfosi dell’economia: Il Totem della disuguaglianza


Fra i numerosi libri di J.M.Keynes, che tutti citano e pochi leggono, ce n’è uno che racchiude in nuce tutto ciò che era e sarebbe stato l’economista inglese, scritto poco più che trentenne: Le conseguenze economiche della pace. Tutti sanno che fu uno straordinario successo editoriale, pubblicato nel 1919 al termine del negoziato che fissava i termini delle riparazioni tedesche per la prima guerra mondiale, grazie anche allo splendido titolo che lo stesso Keynes riciclò nel celebre articolo Le conseguenze economiche di Winston Churchill, quando trattò del ritorno inglese al gold standard. Ebbe anche alcuni imitatori. Fa questi l’assai meno famoso Les Conséquences politiques de la paix, scritto nel 1920 da un francese, Jacques Bainville, il quale, al contrario di Keynes, che stigmatizzava la durezza delle condizioni inflitte ai tedeschi, le denunciava troppo morbide.

Tutto ciò per dire che il destino dei grandi libri, come di sicuro è stato quello di Keynes, è di non essere più letti, ma solo citati per titolo o, peggio, commentati a orecchio. Me ne convinco mentre sfoglio una vecchia edizione delle Conseguenze economiche della pace e vi trovo una straordinaria affermazione che non ricordo di aver mai letto in nessuna delle infinite citazioni dall’economista inglese riportate dai suoi apologeti.

Nel secondo capitolo, che tratteggia dell’Europa ante guerra, dal 1870 in poi, Keynes scrive di un “Eldorado economico” dove “alla crescita demografica si accompagnò una maggiore disponibilità di cibo”, con “più alti ricavi grazie a una crescente scala di produzione nell’agricoltura come nell’industria” dove il lavoro era abbondante perché vi era un continuo sviluppo. Una “età felice”, uno “straordinario episodio del cammino economico dell’uomo”, dove “la maggior parte della popolazione lavorava duramente e viveva condizioni ben poco agiate e tuttavia, secondo ogni apparenza, era passabilmente contenta della sua sorte”. Qui “per chiunque avesse capacità o carattere appena superiori al comune era possibile la fuga verso le classi medie e superiori, alle quali la vita offriva a basso costo e con minimo disturbo, vantaggi, comfort e gradevolezze fuori portata dei più ricchi monarchi di altre età”.

L’abitante di Londra, racconta ancora, “poteva ordinare per telefono, sorseggiando in letto il thé mattutino, i vari prodotti del globo terracqueo nella quantità che riteneva opportuna e contare ragionevolmente sul loro sollecito recapito”. E poi poteva investire i suoi soldi ovunque volesse, procurarsi mezzi di trasporto “comodi e poco costosi” per qualsiasi luogo del mondo volesse visitare. “Ma soprattutto egli riteneva questo stato di cose normale, certo e immutabile, se non nel senso di un ulteriore miglioramento”. I problemi internazionali “erano poco più che i passatempi del suo giornale quotidiano” e sembravano avessero poca capacità di influire nel corso della vita sociale ed economica “la cui internazionalizzazione era in pratica completa”.

Ancora più interessante leggere il terzo paragrafo, dove Keynes tratta della psicologia della società di questa sorta di età dell’oro. “L’organizzazione sociale ed economica dell’Europa era tale da garantire la massima accumulazione di capitale. Mentre avveniva un certo continuo miglioramento nelle condizioni quotidiane di vita della massa della popolazione, la società era strutturata in modo da assoggettare gran parte del reddito accresciuto al controllo della classe che meno era incline a consumarlo. I nuovi ricchi del XIX secolo non erano educati a largheggiare nelle spese e preferivano ai piaceri del consumo immediato il potere che dava loro il denaro investito. In effetti fu proprio l’ineguaglianza (il corsivo non è mio, ndr) della distribuzione della ricchezza a rendere possibile le enormi accumulazioni di capitale e di ricchezza che distinguono quella età da ogni altra (..) come le api i ricchi accumulavano a vantaggio dell’intera comunità”. Tutto ciò, dice, “non sarebbe mai stato possibile in una società dove le ricchezze fossero state distribuite equamente”. In sostanza “il dovere di risparmiare diventà i nove decimi della virtù e la crescita della torta una vera religione”. Ma “la torta era in realtà molto piccola in proporzione agli appetiti di consumo e se la si fosse spartita universalmente nessuno ne avrebbe tratto beneficio”, invece facendo crescere la torta “nella proporzione geometrica dell’interesse composto” forse un giorno sarebbe stata abbastanza grande per tutti e finalmente gli uomini “sicuri dei conforti e delle necessità del corpo avrebbero potuto dedicarsi ai più nobili esercizi delle loro facoltà”.

Quest’ultima citazione mi riporta in mente un altro scritto del 1930 di Keynes, Le possibilità economiche per i nostri nipoti, che è uno dei testi che ho visto più citato nei libri più recenti. Anche qui Keynes lascia capire che il problema economico è una seccatura, per l’umanità, risolto il quale – lui calcolava nell’arco di un secolo – potremo finalmente dedicarci alle cose che importano davvero, l’arte, lo spirito, la religione e cose così.

Le parole di Keynes hanno importanza perché sono una testimonianza diretta della sua esperienza del mondo che racconta. Ricordo che il nostro nacque nel 1883, nel cuore profondo della borghesia britannica: suo padre era un economista, sua madre una scrittrice, educato nell’élite di Eton e poi transitato a Cambridge. Nessuno, quindi, può dubitare dell’accuratezza della sua interpretazione del tempo che l’ha visto ragazzo e poi adulto.

La prima cosa che mi ha colpito, di questa narrazione, è la sorprendente somiglianza del tempo anteguerra con il nostro, al netto di alcune cose. E non soltanto per le comodità o per la globalizzazione, ma soprattutto per la crescente diseguaglianza, ormai diventata uno dei tanti totem ai quali sacrifichiamo il nostro dibattito pubblico. Chiunque scorra i giornali o si interessi di economia sa che il tema, celebrato dal libro di Thomas Piketty Il Capitale del XXI secolo, è ormai all’attenzione di tutti i principali osservatori internazionali che concordano sull’andamento crescente della concentrazione della ricchezza e ne analizzano le disfunzionalità che provoca nel processo di crescita. Uno dei tanti rapporti Ocse dedicati al tema sarà sufficiente ad avere un quadro esaustivo del problema.

La narrazione di Keynes, da questo punto di vista, aggiunge un elemento al nostro dibattere, ovvero la circostanza che la disuguaglianza, negli anni di cui discorre, sia stato un driver della crescita e non il contrario. Il che, ne converrete, è alquanto inattuale. Sarebbe poco saggio però non porsi la domanda: ammesso che i vari Piketty abbiano ragione, ossia che siamo destinati a una crescente concentrazione del reddito e del patrimonio nella fascia più ricca della popolazione, ciò implica che siamo destinati a una crescente infelicità? Il racconto di Keynes e il buon senso dicono di no.

A tal proposito è utile anche ricordare diversi studi citati nell’ultimo libro di Jeremy Rifkin La società marginale a costo zero, che conducono l’autore a questa sorprendente conclusione: “Quando le persone raggiungono un livello di reddito che soddisfa i bisogni primari e le relative istanze di sicurezza, il livello di felicità inizia a stabilizzarsi; ogni ulteriore aumento del benessere materiale dei relativi consumi ha, in termini di felicità complessiva, ripercussioni marginali. Finché non si arriva al punto passato il quale la linea della felicità inizia ad abbassarsi e la persona diventa meno felice. Gli studi rivelano che l’accumulo delle ricchezze finisce per diventare un peso e che il consumo incontrollato genera dipendenza”. Qualcuno ha pure calcolato questo livello di reddito superato il quale l’utilità marginale di un incremento comincia a diminuire, quotandolo fra il 25-30 mila dollari l’anno e moltissimi concordano con l’imputare all’eccesso di materialità gran parte dei problemi di depressione che interessano il mondo ricco.

Il denaro, insomma, farà pure la felicità, ma anche il suo contrario, se si esagera. Potremmo trovare in questo una prima differenza fra il tempo raccontato da Keynes e il nostro: i nuovi ricchi di Keynes sublimavano la loro ricchezza risparmiandola, e favorendo così l’accumulazione e lo sviluppo. I nuovi ricchi contemporanei, assai più sedotti dal consumo compulsivo, si ammalano di tristezza, col che l’accumulazione e lo sviluppo ne escono diminuiti. Ma a parte gli esiti differenti, le due narrazioni, quella di Keynes e quella di Rifkin, seppure diverse per respiro e significato finiscono col somigliarsi. E ne ricordano un’altra che purtroppo è stata dimenticata, quella di Simonde de Sismondi, economista ginevrino del XIX secolo che nel 1827 pubblicò i Nouveaux principes d’économie politique dove all’inizio del primo capitolo ricordava che “la scienza del governo (nella quale veniva ricompresa quella dell’economia, ndr) si deve proporre come scopo la felicità degli uomini riuniti in società”.

Poco più avanti Sismondi, a proposito della disuguaglianza, scriverà: “Non è dunque l’eguaglianza delle condizioni, ma la felicità in tutte le condizioni che il legislatore deve tenere sotto controllo”, ricordandogli che “non è attraverso la condivisione delle proprietà che si arriva a questa felicità, perché ciò distruggerebbe l’entusiasmo per il lavoro, il solo che deve creare ogni proprietà e che in queste diseguaglianze trova lo stimolo a rinnovarsi”. Il legislatore “deve piuttosto garantire a ogni lavoro la sua ricompensa: è mantenendo l’attività dell’anima e la speranza, facendo trovare ai poveri come ai ricchi un sostentamento sicuro, e facendo gustare loro la dolcezza della vita che (il legislatore, ndr) dà svolgimento al suo compito”.

Noterete la somiglianza del pensiero di questi tre autori, così diversi fra loro per storia, epoca e linguaggio. Ma l’intuizione è comune: la diseguaglianza delle condizioni materiali non impedisce la felicità, purché chi lavora abbia un reddito dignitoso. E che sia la felicità, come dicevano i primi economisti,  e non il livello di reddito lo scopo dell’economia politica, spero che almeno questo trovi d’accordo molti, se non tutti.

Da questo punto di vista, il totem della disuguaglianza dinanzi al quale ogni giorno bruciamo l’incenso della nostra indignazione, serve solo a distrarci dal punto saliente del nostro discorso economico, che è precisamente questo: il diritto del lavoro ad essere remunerato in quantità sufficiente a far vivere con dignità chi lo esprime, a cui corrisponde il dovere di lavorare in maniera opportuna. Chi guarda compulsivamente al patrimonio del vicino dimostra solo di essere schiavo del suo desiderio di materialità, che è bestia avida, insaziabile e divisiva: il miglior viatico per l’infelicità. Il fatto che la nostra società ogni giorno incoraggi questo divertente voyerismo contabile è il segno più evidente di quanto il nostro dibattere sia distorsivo rispetto a ciò che conta veramente. Ossia il benessere socio-economico in tutte le fasce in cui si articola una società.

L’adorazione del totem della disuguaglianza, inoltre, mi sembra un mezzo ipocrita che nasconde bassi sentimenti, nella maggioranza, e desideri profondi in alcune minoranze, evidentemente convinte che equalizzare redditi e patrimoni sia la chiave di volta del paradiso in terra, malgrado la storia ci dica il contrario. Tutti costoro, inoltre, condividono la silente convinzione, davvero retriva, che sotto sotto sia il denaro e null’altro a fare la felicità. Così arriviamo al paradosso che chi odia la disuguaglianza alimenta inconsciamente il pensiero che oggi la produce, ossia la riduzione dell’essere all’economico.

Coltivare il proprio giardino, per dirla con Voltaire, potendo disporre di opportuni mezzi di produzione, parafrasando Marx, dovrebbe invece essere l’impegno di ognuno di noi. Alle leggi e alla società dovremmo chiedere solo di riconoscere ciò che è nostro: ossia noi stessi, che esprimiamo in ciò che siamo e che facciamo. Dovremmo tornare a parlare di valore del lavoro. Ma prima ancora chiederci cosa sia il lavoro.

(9/segue)

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  1. renzo

    E’ sempre interessante quando Lei in qualche modo ci ricorda che l’economia politica, oltre a essere un’arte eminentemente retorica in cui i numeri si possono torturare fino a quando confesseranno qualsiasi cosa( questa sicuramente me la rivenderò), muove una buona parte dei suoi primi passi dalla filosofia e dalla morale.E però non vedo poi in giro tutto questo grande incenso bruciato sull’altare dell’indignazione per l’ineguaglianza.Vedremo cosa succederà,per il momento sembriamo essere ben lontani dai tempi in cui l’incenso bruciato aveva effetti un po’ più visibili e nutrendosi forse della paura dello spettro comunista invitava a riforme sociali e alla ricerca della piena occupazione, o in cui , negli USA della II guerra mondiale, forse l’ “infelicità” , che poteva essere dover morire per la patria, invitava a considerare proponibili aliquote fiscali del 90% per il segmento reddituale più alto ( vado a memoria).Non so cosa avrebbe detto ai suoi tempi un minatore gallese del bozzetto di Keynes, e non so cosa direbbe ora un’operaio cinese, pur col suo salario in aumento come ci direbbero le statistiche, dei concetti di Rifkin.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la ringrazio per l’apprezzamento e l’attenzione. in effetti quella ti torturare i numeri è una citazione famosa di cui non ricordo l’autore, quindi direi che è patrimonio comune.
      la sua riflessione la trovo condivisibile, ma io, a differenza sua, la vedo eccome questa indignazione. il successo del libro di piketty mi sembra il segnale più chiaro. e anche i continui rimandi al famoso 1% più ricco che diventa più ricco, pressoché quotidiano a cui neanche questo blog si sottrae per evidente dovere di cronaca. mi sembrava giusto, tuttavia, provare a fare un po’ di opera di riequilibrio spostando il punto di vista. anche perché il post che lei ha letto fa parte di un progetto più ampio, che vuole diventare un libro, proprio sull’evoluzione del pensiero economico al quale, seppure con i miei dichiarati limiti, sto cercando di dare un contributo, quantomeno di ricerca.
      concordo con lei che l’opinione di un minatore gallese o di un operaio cinese sarebbe molto diversa da quella di keynes o rifkin. purtroppo la storia raramente dà voce agli ultimi e quando lo fa di solito lo fa strumentalmente. però le opinioni di keynes e rifkin ci aiutano a ricordare quello che anche un operaio cinese o un minatore gallese dovrebbero ricordare: il denaro serve, ma non basta e se uno pensa che non basta, non basta mai.
      grazie per il commento

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  2. renzo

    Le faccio i miei migliori auguri per il suo lavoro in divenire.Il mio punto è che non vedo ancora ( se mai lo vedrò) un vero affacendarsi concreto che faccia seguito ai dibattiti accademici ed ai successi editoriali sull’1% ecc.Banalmente, e semplificando, il lato “ideologico” prima, e fattuale e di policy poi, della crescita delle disuguaglianze mi pare in parte attribuibile all’immagine ( neoliberale ) dell’acqua che solleva tutte le barche, e che forse sta perdendo appeal come immagine-guida ma non ancora come proposta politica.
    O forse siamo solo ai soliti paradossi della realtà, con un von Hayek campione del liberalismo e un po’ anche della giustezza dell’inuguaglianza che flirta coi generali cileni e un Marx, che vede una “società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera al levare il bestiame, dopo pranzo criticare,” e poi si arriva al totalitarismo sovietico.
    Chissà cosa verrebbe fuori , poi , a incrociare la https://en.wikipedia.org/wiki/Maslow's_hierarchy_of_needs con l’economia.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la piramide di maslow mi pare sia coerente con quella di sismondi, che non era psicologo né scienziato, ma fine osservatore dell’uomo e della società del secolo XIX. è ovvio che abbiamo bisogni da soddisfare, primari e secondari, e a questi bisogni in gran parte deve servire l’economia. ma da qui a farne un feticcio ce ne corre, degli uni come dell’altra. dovremmo sempre ricordare che siamo persone, ancorché bisognose di tante cose, molte delle quali neanche facilmente calcolabili.
      quanto poi allo spirito del tempo e alle visioni che alimentano le sue allucinazioni, può darsi che lei abbia ragione. di mio osservo solo che gli economisti che lei cita sono tanto celebri quanto poco letti, purtroppo. come keynes d’altronde. e ciò favorisce la costruzione di interpretazione semplificate che, queste sì retoricamente, giovano ai manovratori dei consensi per opprimere meglio le loro popolazioni. io mi sto facendo scrupolo di leggere e rileggere tutto ciò che posso dei vecchi economisti. così spero di sfuggire alla solitudine dei post 🙂
      grazie per il commento

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