I petrolieri (Usa) e le banche (arabe) iniziano a farsi male


Il ribasso petrolifero sta spiegando per ogni dove i suoi effetti, costringendo pletore di calcolatori in forma umana a rivedere stime e proiezioni. Tutto ciò origina un diluvio di messaggi, ora di allarme, ora rassicuranti, che finiscono con l’alimentare l’assordante rumore di fondo delle nostre giornate. A fine serata ci ritiriamo stanchi, ancora incerti, indecisi se pensare che comunque il calo petrolifero è cosa buona, oppure il contrario. E tosto arriviamo alla conclusione che è vera l’una come l’altra ipotesi. Il calo petrolifero è una buona cosa, almeno quanto non lo è.

Così aspettiamo l’indomani, scrutando perplessi i corsi di borsa, ai quali abbiamo affidato le nostre misere fortune, di nuovo indecisi se augurarci ulteriori ribassi dell’oro nero oppure no. Dall’altra parte dello schermo, i Grandi Giocatori, quindi gli stati e i mercati, iniziano a farsi due conti e appiccicano cerotti sulle ferite aperte nell’immaginifica costruzione economica che hanno edificato con la complicità di noi tutti. Ma dietro ai cerotti s’intravedono faglie sempre più numerose, che diventano punti di rottura probabili, e quindi destinati a incrementare quell’incertezza che ha segnato l’esordio dell’anno nuovo e che sta terremotando i mercati.

La prima increspatura la intravedo in una notizia diffusa dalla Fed di Cleveland qualche giorno fa. In un lungo post pubblicato sul sito della succursale della banca centrale leggo che il calo dei prezzi petroliferi ha provocato il sostanziale congelamento delle esplorazioni degli ampi territori denominati Marcellus e Utica, che si estendono nella zona nord est degli Usa ed erano diventati una sorte di terra promessa dello shale oil. Fra il gennaio 2013 e il gennaio 2015 lo shale aveva consentito un aumento di estrazione di gas e petrolio del 35,7 e del 12,8%. Poi, da febbraio dell’anno scorso, il numero degli impianti ha iniziato il suo declino e ormai si è ridotto della metà, rispetto al picco raggiunto a dicembre 2014. Ciò in larga parte dipende dal ribasso dei prezzi del petrolio, visto che le produzioni shale ai prezzi attuali sono totalmente fuori mercato.

Ne consegue che mentre i ribassi favoriscono i consumatori e le industrie ad alta intensità energetica, mettono in grande difficoltà le compagnie di shale, peraltro pesantemente indebitate, che hanno iniziato a licenziare e a chiudere i battenti. Ciò ha effetti di contagio anche sui produttori di acciaio, già in sovrapproduzione in tutto il mondo, che sono grandi fornitori di queste aziende, e adesso si trovano ancora più in eccesso di produzione. Così sono costretti anche loro a tagliare. Il risultato è stato che la produzione di acciaio è diminuita dell’11,5% fra il terzo trimestre 2014 e il terzo trimestre 2015. Non ancora al livello della Grande Recessione del 2008, ma ci siamo vicini. I dolori delle compagnie petrolifere americane d’avanguardia, che avrebbero dovuto guidare la riscossa Usa verso l’indipendenza energetica, è un leit motiv ormai ricorrente già dal 2015 e del quale ancora si ignorano gli effetti sull’infrastruttura finanziaria.

La seconda increspature, che inizia a somigliare a una crepa, la intravedo dall’altra parte nel mondo, che poi in fondo è il secondo grande protagonista, dopo gli Usa, del braccio di ferro che si sta giocando sul petrolio: l’Arabia Saudita. Come molti altri paesi emergenti, l’Arabia deve fare i conti con il costo enorme provocato dai minori incassi petroliferi e dopo un anno si iniziano a intravedere le conseguenze. Il primo a patirle è il settore bancario, che appare sempre meno in salute.

Un report di S&P diffuso di recente solleva pesanti interrogativi sullo stato di salute delle banche saudite. “Il 2016 – scrivono gli analisti – sarà un anno difficile” e anche il prossimo è previsto complicato se i prezzi non torneranno a livelli sostenibili. Per comprendere perché l’Arabia rischi grosso col calo petrolifero, basta solo ricordare alcuni dati diffusi di recente da Bankitalia in uno studio che abbiamo già illustrato. Qui si osserva che il 75,6% delle entrate fiscali saudite dipendono dal petrolio, che pesa oltre l’84% delle esportazioni. Il break even ottimale per tenere in equilibrio questa macchina viene calcolato in 98 dollari al barile, ossia più del triplo delle quotazioni attuali.

Se tenete presente questi dati comprenderete perché S&P tema per la salute delle banche, finora in ottima salute, che adesso sono chiamate a sostenere buona parte dello stress fiscale al quale saranno sottoposti il governo e l’economia. I tassi di interesse locali sono già in crescita, alcuni settori come quello delle costruzioni sono in difficoltà – molti contractor stanno ritardando i pagamenti – e la liquidità inizia a mancare. “Stimiamo che la crescita del credito si ridurrà – scrivono ancora – data la forte correlazione fra prezzi del petrolio e spesa del governo”. Ciò in quanto “il forte calo del prezzo del petrolio e il conseguente impatto sul saldo di bilancio saudita si indebolirà le condizioni operative per il settore bancario. Ci aspettiamo che la redditività delle banche diminuirà nel 2016, a causa della crescita del credito più bassa combinata con un aumento dei costi di finanziamento e delle perdite su crediti”.

Tale situazione aggiunge complessità a un quadro generale molto difficile. Lo scorso 30 ottobre, sempre S&P aveva deciso di abbassare il rating sull’Arabia, mantenendo l’outlook negativo, dopo aver osservato che il paese rischiava di vedere esplodere il suo deficit fiscale al 16% del Pil nel 2015 dall’1,5% del 2014. Tale deficit, a prezzi petroliferi invariati, era previsto al 10% quest’anno e ancora al 5% nel 2018. E all’epoca dell’emissione del rating il petrolio era quotato a 49 dollari e S&P prevedeva un livello medio di 63 fino al 2018. Come sovente accade, la realtà si è incaricata di smentire i previsori.

Nel senso che va molto peggio.

 

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