La guerra commerciale nascosta nel crollo del petrolio


Poiché il calo del petrolio è l’unico evento del mercato reale globale che si segnala per importanza nel corso dell’ultimo anno (i presunti ritocchi ai tassi della Fed ormai sono una barzelletta), mi sembra utile tornarci sopra. Specie in ragione del fatto che un recente paper della Banca d’Italia (“Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli Usa e la reazione dell’Opec”) conferma una delle mie tante malfondate intuizioni, ossia che l’andamento dei corsi petroliferi nasconda assai più di ciò che rileva la semplice osservazione dei prezzi, che comunque non è poco.

I prezzi infatti ci dicono che è in corso uno straordinario trasferimento di ricchezza dai paesi esportatori a quelli importatori, che Bankitalia stima nell’ordine dei mille miliardi di dollari l’anno (per un calo di 60 dollari del barile), e anche chi ci guadagna più degli altri. Quello che non ci dicono è perché stia succedendo, anche se si rincorrono molti sospetti.

L’analisi di Bankitalia ha il pregio di aggiungere un altro elemento di riflessione: ossia la domanda se l’andamento declinante delle quotazioni non sia l’esito di una guerra, tanto segreta quanto palese, che i paesi produttori, e segnatamente l’Arabia Saudita che domina l’Opec, stanno svolgendo contro la produzione petrolifera Usa, che com’è noto si basa sullo shale oil, ossia il petrolio ottenuto tramite frammentazione delle rocce. Produzione che negli ultimi anni ha conosciuto un vero e proprio boom che, malgrado i limiti posti all’esportazione di questo greggio, ha sostanzialmente mutato le regole di questo gioco multitrilionario. Basta osservare che dal 2011 al 2014 la produzione americana è quasi raddoppiata, portandosi quasi al livello dell’Arabia Saudita con quasi 10 milioni di barili al giorno, e ciò ha provocato un calo drastico delle importazioni Usa.

Detto in parole semplici, dietro la scelta dell’Opec di non diminuire le quote di produzione ci sarebbe la volontà di far scendere il prezzo del greggio a tal punto da mettere fuori mercato le produzioni shale. Una sorta di dumping, più o meno disperato e altrettanto costoso, visto che per molti paesi esportatori l’attuale prezzo del petrolio non è sostenibile (vedi grafico) per frenare la potenziale rivoluzione geopolitica provocata dall’ingresso in pompa magna degli americani fra i produttori.

L’idea è suggestiva e mi convince a leggere il paper, dove trovo alcuni dati molto interessanti. Il primo ci dice che “il petrolio è la principale fonte energetica e soddisfa oltre il 30% del fabbisogno mondiale di energia”. Il mercato del petrolio, peraltro, “è il più rilevante tra quelli specializzati in materie prime, sia in termini di offerta fisica annuale, sia per il valore delle transazioni in futures e altri derivati su mercati
regolamentati e OTC”.

Per darvi un’idea, nel 2013 il valore della produzione fisica globale di greggio è stato di 3.500 miliardi di dollari, il doppio del carbone e tre volte quello del gas naturale. A fronte di tale produzione fisica, il controvalore dei contratti derivati basati sul petrolio era di circa 40 trilioni di dollari, quindi più di dieci volte il valore della produzione, con il rame, altro mercato caldo e poco osservato, che quotava “appena” 14 mila miliardi. “È evidente – deducono gli autori – che le dinamiche sul mercato del greggio hanno importantissimi riflessi sia per l’economia reale dei paesi importatori ed
esportatori, sia per i mercati finanziari”.

Un’altra informazione che è bene assimilare è che “la volatilità dei corsi del petrolio è storicamente elevata” e dipende “dalla elevata reattività dei prezzi a mutamenti anche marginali nelle quantità offerte e domandate sul mercato, reattività che si è accentuata nel corso del tempo”.

Gli economisti di Bankitalia, quindi, sono convinti che “la rapida riduzione delle quotazioni di greggio registrata nella seconda metà del 2014 sia una conseguenza della elevata elasticità del prezzo alle variazioni delle quantità domandate e offerte sul mercato”. Ossia che siano le variabili fisiche e non quelle finanziarie a guidare il calo dei corsi.

Vale rilevare che in sei mesi, fra giugno 2014 e inizio 2015 le quotazioni di sono dimezzate. La media dei prezzi spot è scesa dai 111 dollari al barile a valori di poco superiori ai 45 dollari. Un grafico mostra con chiarezza inoltre che lungo l’arco di tempo del calo dei prezzi c’è stato una persistente eccedenza di offerta motivata, scrivono, da una parte dal rifiuto dei produttori di diminurla e, dall’altra, dall’andamento della domanda declinata più del previsto. In parole povere, i prezzi sono annegati in un mare di petrolio che non voleva nessuno. Tale eccedenza viene misurata nell’ordine di un milione di barili al giorno in base alle previsioni di domanda del 2015.

Sulla base di queste premesse, deducono che “la shale revolution statunitense ha determinato un mutamento nella geopolitica del petrolio, rendendo conveniente, per i paesi OPEC, lasciare che i corsi restino su valori contenuti nel medio periodo, così da frenare l’espansione della produzione americana, caratterizzata da costi di estrazione maggiori, piuttosto che continuare a ridurre la propria quota sull’offerta globale allo scopo di garantirsi prezzi più elevati sulle vendite”. Insomma: i paesi Opec ci perdono oggi per guadagnarci domani.

Questa strategia potrebbe condurre a un periodo prolungato di bassi corsi del greggio e, nel medio termine, “assumendo che l’OPEC mantenga ferma la propria scelta di preservare le quote di mercato e l’Arabia Saudita rinunci al ruolo di produttore marginale”, il prezzo di equilibrio del petrolio “sarà determinato dal costo marginale di produzione nei paesi produttori esterni al cartello”. Una rivoluzione, quindi.

Da un punto di vista macroeconomico “l’ingente trasferimento di risorse a vantaggio di famiglie e imprese nei paesi importatori che ne consegue suggerirebbero un deciso effetto positivo sull’economia globale, data la più alta propensione alla spesa degli
importatori e la concentrazione degli effetti avversi in un numero limitato di economie esportatrici di greggio”.

E tuttavia la deflazione petrolifera può essere vittima del suo successo, visto gli effetti deleteri che sta provocando, per il canale dell’inflazione bassa, sulle economie avanzate, che “accresce il valore reale dei debiti e il peso del loro servizio, con impatti potenzialmente negativi per l’economia, richiedendo ulteriori risparmi ai debitori pubblici e privati già impegnati in processi di deleveraging”. Tali difficoltà fanno scopa con i problemi crescenti delle economie emergenti, con quelle esportatrici in testa. Insomma. nella guerra del petrolio rischiano di finire tutti sconfitti.

D’altronde è questo che succede nelle guerre.

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  1. Jean-Charles

    L’istituto EIA(Energy Information Administratio) informa che il volume della vendita di benzina alle stazioni di rifornimento è calata da circa 58.8 milioni di galloni odierni nel 2007 a 26.3 a metà 2015 ossia una diminuzione di circa il 55% ( base 2007).

    La mia Alfa Giulia 1600 del 1972, consumava circa 11-12 l /100km per un po’ più di 100 cavalli di potenza. Adesso con le migliori prestazioni, siamo a circa la metà del consumo d’allora.

    A me sembra che la diminuzione dei consumi è dovuta al progresso. A stessi km percorsi, vale molto di più dell’estrazione di sale oil o sale gas!

    Stesso ragionamento per i consumi di idrocarburi per il riscaldamento delle case private e pubbliche, coibentate molto meglio e con efficenza energetica delle caldaie notevolmente aumentata.

    La distribuzione di idrocarburi nel mondo avviene essenzialmente con navi petroliere caricate da qualche decina di terminal situati in medio oriente.

    Ci vorrebbero 5 anni per ricostruirli e salirebbe notevolmente il prezzo del greggio.

    Avverrà?

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      è sicuramente vero che adesso il consume pro capite di energia è diminuito grazie ai progressi della tecnica. ma è altrettanto vero che sono aumentate le persone. e infatti se non vado errato (non ho sottomano i dati al momento) il consumo energentico globale è molto aumentato dai tempi della sua bella alfa romeo.
      ciò per dire che la questione energetica rimarrà strategica, e quella del petrolio di conseguenza, temo. almeno finché ce n’è ancora da spremere.
      grazie per il commento

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  2. Jean-Charles

    Sono d’accordo con il “spremere” alla fine del suo commento. Siamo al di la del prezzo che risulterebbe dalla domanda-offerta. C’è sotto ben altro come il fatto che si paghi con dollari creati ex-nihilo.

    Per questo, ci sono le guerre proprio li dove sta quest’energia strategica distribuita in flusso reso con così poche riserve. La si acquisisce con le buone o le cattive maniere.

    La dipendenza dell’occidente, alle fonti d’idrocarburi è di circa 35 miliardi di barili di equivalente petrolio di fronte a 50 miliardi di barili del totale dell’energia -primaria – consumata nel mondo.

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  3. fausto

    Il debito. Il problema determinante negli shale plays americani è la montagna di debiti. Gli operatori del settore non hanno realizzato utili in nessuna giornata degli ultimi dieci anni; sono riusciti a camminare acquisendo prestiti e smerciando concessioni. La pila dei debiti ormai è una montagna.

    A giugno 2015 (dato Eia) per la compagnia petrolifera media negli Usa il costo connesso alle rate ed agli interessi da pagare sui debiti assorbiva più dell’80% del flusso di cassa; e si noti che la situazione è peggiorata ancora. Basta niente, una diceria, un incidente marginale, e il castello di carte viene giù. Forse è solo questione di tempo.

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