Il crepuscolo del capitalismo: l’età dell’acciaio


Scruto curioso il nostro tempo, usando l’economia come angolo di osservazione, ma tutto ciò che ne traggo è l’alba di una nuova mitologia dai contorni ancora confusi che ricorda quella dei nostri padri lontani, di cui trovo tracce però nei resoconti di organismi internazionali che di tutto si occupano tranne che di Ovidio o Esiodo.

Eppure mentre scorro l’ultimo aggiornamento dell’Ocse sulla produzione di acciaio nel mondo, e le straordinarie difficoltà che aggiunge alle nostre economie, l’unica cosa che mi viene in mente sono proprio i vecchi miti greci e latini, la cui spaventosa conclusione mi pare improvvisamente sensata, persino troppo. Il lento decadere dell’umanità descritto dagli antichi dall’età dell’oro, a quella dell’argento, e poi del bronzo e del ferro, mi pare perfettamente coerente con l’età che sembra essersi conclamata all’inizio del XXI secolo, dopo aver covato a lungo dal secondo dopoguerra: l’età dell’acciaio.

Un grafico elaborato da Ocse mostra con chiarezza che a partire dal 2003 la capacità produttiva delle acciaierie mondiali è esplosa, passando dalla media di 5 mmt (million metric tonnes) degli anni 1981-2002 ai 103 mmt registrati fra il 2003 e il 2014. E in un altro grafico osservo che la gran parte di questo cambiamento è dovuto alla Cina, in coerenza con l’esito asiatico del nostro capitalismo. La Cina, anche per questo, si conferma come la terra del crepuscolo dell’uomo contemporaneo e la portabandiera del secolo asiatico.

L’età dell’acciaio, che il termometro dell’economia si limita a misurare non potendo né sapendo fare altro, si manifesta in tutta la sua virulenza in una semplice cifra: Nel mondo, ancora nel 2000, la produzione totale era di 1.046 MT. Nel 2014 è arrivata a 2.321 MT. Siamo invasi dall’acciaio e, semplicemente, non sappiamo cosa farne.

Anche qui, vedere questa sovrapproduzione rappresentata in un grafico rende superfluo ogni commento.  Salvo uno: l’eccesso di capacità produttiva, in crescita costante dal 2011, sembra destinato ad aumentare. I paesi non Ocse, in gran parte emergenti, hanno pianificato ulteriori espansioni della loro capacità produttiva. Sembriamo destinati, perciò, a esasperare una situazione già tesa allo spasimo. L’età dell’acciaio dilaga, come una pestilenza.

Cosa comporterà tutto questo per il mondo e le nostre economie?

L’Ocse ne ha discusso di recente, arrivando alla conclusione che “è necessaria un’azione immediata per affrontare la sfida dell’eccesso globale di capacità produttiva di acciaio”, che ha impatti sulla crescita già stentata del mercato di riferimento e sulla salute finanziaria, già precaria, delle compagnie che lo producono. Ciò aggrava un contesto di economie asfittiche che trova proprio in quelle emergenti l’anello debole della catena di trasmissione della crescita, per motivi che sono strutturali, prima ancora che congiunturali.

E l’acciaio, che nella nostra mitologia contemporanea, è la materia dei nostri sogni di potenza, – detto più prosaicamente, dei nostri investimenti – sarà proprio quello che più di tutti dovrà sopportare il peso di tali avversità. Se l’economia non fosse ciò che è – ossia una panoplia di equazioni autoevidenti – ma ciò che dovrebbe essere – una riflessione sul presente – questa invasione di acciaio non richiesto non dovrebbe essere passare tanto inosservata.

Ancora nell’ottobre scorso la World Steel Association ha ribassato le sue previsioni, stimando che l’utilizzo di acciaio diminuirà dell’1,7% quest’anno per crescere, forse, di uno 0,6% l’anno prossimo, riflettendo una contrazione della domanda che proprio dagli Emergenti, che ormai sono i più forti produttori, si origina.

E ciò malgrado si prevede che l’offerta crescerà ancora: nel 2017 si stima che la capacità mondiale arrivi a 2.418 milioni di tonnellate.

Che dovremmo farci con tutto quest’acciaio? L’Ocse auspica una conferenza internazionale, che dovrebbe tenersi a metà dell’anno prossimo, perché la questione venga affrontata globalmente. Ma, aldilà degli esiti che i nostri governanti saranno capaci di sviluppare, ormai mi pare che il problema esuli dalla semplice contabilità. Il gran dibattere sul clima di queste settimane ha lasciato sotto traccia la circostanza, per dirne una, che le acciaierie sono fabbriche fra le più emittenti di CO2 che, come vedete, è sempre più difficile rallentare. Tutto si tiene, com’è ovvio.

E in questa deriva produttiva,  in cui l’acciaio (insieme al petrolio) è il prodotto di punta, scorgo i lineamenti del nostro evo tardo capitalistico. L’età del ferro, scrivevano i poeti più di duemila anni fa, raccontava un tempo in cui gli uomini erano divenuti impietosi, sleali, bugiardi e spudorati. Un’epoca violenta, sfigurata dal gusto sciagurato del possesso. Gli uomini venivano ritratti come ossessionati dal viaggiare inesausto, per terra e per mare, alla ricerca di nuovi mercati e nuove ricchezze. Tempo di guerra, con le nazioni separate da confini netti e profondi, dove ormai nessuno poteva più fidarsi dell’altro.

Cosa vedrebbero i poeti nell’età dell’acciaio? Forse solo l’inizio del crepuscolo del nostro capitalismo. Il cui esito sarà imprevedibile.

 

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