Ah, se avessi vent’anni di più…


Mi succede che come ogni mattina mi sveglio senza sveglia e guardo fuori, che è buio persino in questa mezza primavera. Negli occhi la luce ancora tremula dell’alba, penso: mi faccio altri dieci minuti. Ma il pensiero m’abbandona appena mi torna in mente il mucchio di giornali digitali che mi tocca sfogliare prima che si sveglino tutti.

Silenzioso come una serpe, accendo il computer e scivolo in cucina. Ho scoperto che posso ottimizzare la mia produttività usando il tempo che il computer si accende (è un po’ lento per fortuna) per fare il caffé e preparare un indizio di colazione.

Seduto allo schermo sfoglio giornali tutti uguali e guardo l’ora, che un programmatore diabolico ha posizionato in basso a destra sul monitor, così che immediatamente si rialzi lo sguardo stanco ogni volta che ci casca sopra. Con la mano destra navigo l’informazione, con la sinistra mi imbocco.

Mi sento molto produttivo. Sbrodolo caffé e sbriciolo parecchio.

Passa mezz’ora, poi un’altra. Si fanno più o meno le sette e mando la prima mail del giorno. Ho già ricevuto alcuni sms e svariati tweet.

Là fuori schiarisce e sento il rombare degli autobus farsi più allegro. La città si stiracchia, e io con lei. Intorno a me si manifestano segnali inequivocabili di risvegli collettivi.

Comincia il tourbillon.

Attraverso lo spazio-tempo. Un’ora dopo, più o meno dopo le otto, mi materializzo in ufficio, dove formalmente inizio la mia giornata di lavoro.

Sono già stanco.

Comincio a prendere caffé e mi torna in mente papà, che alle 8.30 stava al lavoro e si svegliava alle 8. La ditta gli aveva trovato casa al secondo piano del palazzo dove al primo c’era l’ufficio. Fortuna, direte voi. Altri tempi, dico io

Mi riprendo in fretta appena il telefono comincia a squillare e ripiombo in un altro buco spazio-tempo. E’ ora di pranzo. Consumo il mio pasto circondato dai vari schermi dei miei computer, che sono anche uno schermo efficace dal resto del mondo.

Non parlo con nessuno, e va bene così: sono estremamente produttivo. Il tictac della tastiera scandisce il tempo meglio di un orologio.

Mio padre a pranzo tornava a casa. L’ufficio chiudeva alle 13 e riapriva alle 15. Aveva il tempo di fare un pisolino e a memoria mia non ne ha mai saltato uno. Nessuno mai l’ha svegliato con uno squillo di telefono, tantomeno cellulare (non esistevano).

Prima che lo diciate: lavorava per il privato, non per il pubblico.

L’adrenalina mi tiene la schiena dritta, pure se ogni tanto mi duole qualcosa. Ma con le ore la postura scivola verso lo sbraco.

Rispondo al telefono, scrivo mail, faccio telefonate, ricevo mail.

M’incazzo, litigo e faccio pace.

Brucio ore su ore di vita e neanche me ne accorgo, celebrando il mio personale sacrificio al dio del Secolo: il denaro, quindi il lavoro.

Dopo le cinque del pomeriggio rimaniamo in pochi. Dopo le sei si può parlare di superstiti. Dopo le sette, echi di anime perse nei corridoi vuoti.

Mi perdo anch’io, mentre raccatto le mie povere cose e cerco la strada di casa, col telefono che squilla sempre dopo che mi sono messo il casco e ho acceso la moto. Non ho ancora imparato a non rispondere.

Fuori c’è la stessa luce tremula di quando ho aperto gli occhi.

Dall’alba al tramonto. Un Tarantino da ufficio.

Mi dico che chissà quanti fanno questa vita, e che sono pure fortunato perché ho un lavoro.

Torno a casa sfinito e scarico, come il cellulare che metto subito sotto carica.

Per me uso la tv. Cerco un energizzante. Servirebbe un qualunque intervento del neonato presidente del consiglio, che mi ripeta che bisogna fare bene e presto. Che dobbiamo essere veloci. Produttivi. Che dobbiamo cambiare l’Italia. Che lo dobbiamo ai nostri figli. Mi guardo intorno e vedo i miei, ancora piccoli e belli, e mi torna il sorriso malgrado le mail che mi inseguono sul cellulare e qualche esagitato che alle nove di sera ancora mi telefona.

Mi scordo pure che dovrò fare questa vita almeno per altri vent’anni. Vuoi perché sono ancora piccoli, i figli. Vuoi perché prima non ho speranza neanche di avere una pensione.

Papà, ti ricordi quando mi dicevi che eri stanco di lavorare? Avevi 50 anni e te ne mancavano tre alla pensione, la massima col retributivo. Certo, avevi cominciato giovane. Ma io pure però, solo che a me non hanno versato nulla prima dei trenta, e quando ne avrò 50 e magari mi sentirò stanco anch’io, avrò raggiunto la minima col contributivo.

Mica è colpa tua, certo.

Il mio dialogo immaginario, si sovrappone al meraviglioso vociare familiare, mi rapisce e mi induce un’altrettanta meravigliosa suggestione nella quale, invece d’essere nato nella metà dei Sessanta, sono nato nella metà dei Quaranta. Chessò: il 1945, giusto in tempo per la fine della guerra.

Che figata, penso: l’adolescenza nel boom, la rivoluzione a vent’anni e le azioni in borsa a quaranta.

Il pentapartito come ufficio di collocamento.

Mamma spesa pubblica.

L’università col 18 politico.  Un bel posto alla Posta o nella grande impresa privata sussidiata dallo Stato.

L’equo canone.

Oppure comprarmi casa con l’inflazione a due cifre e i tassi reali a zero. E magari costruirmene una abusiva in campagna, in attesa di sanatoria.

Avere un reddito da risparmiare.

Pagare tasse ridicole. Vivere fino a quasi trent’anni senza Iva.

Se fossi nato nel 1945, nel 1995 avrei spernacchiato il governo Dini e la sua riforma delle pensioni. Perché già pensionato o quasi.

Anzi, a dirla tutta, oggi sarei già in pensione da un quindicennio con la prospettiva statistica di vivere altrettanto.

Probabilmente avrei anche un discreto gruzzoletto, un paio di case, una rendita previdenziale dignitosa e magari un lavoretto per l’argent de poche.

Avrei persino soldi da regalare ai nipoti, a differenza di quanto capiterà a me.

Ma soprattutto, potrei occuparmi a tempo pieno di quello che mi sta più a cuore. Leggere finalmente tutta la Divina Commedia e completare la raccolta della Commedia Umana di Balzac. Sviscerare la teoria dei numeri. Finire l’Azione Umana di Von Mises. Oppure gli scrittori russi.

Sarei corazzato dai miei diritti acquisiti, l’unica certezza rimasta in questo paese, che mi avrebbero difeso dal governo e dal fiscal compact.

E soprattutto non dovrei scrivere questi post a notte fonda, sempre quando tutti dormono e siamo di nuovo soli io e te, amico computer, che sbiadisci a quest’ora silenziosa davanti ai miei occhi esausti, che mi fanno sentire meno produttivo, anche se ancora non mollo.

Scriverei di giorno, col vigore e la scioltezza di uno che si sveglia senza fretta e ha il frigo sicuramente pieno.

Scriverei meglio. Senza refusi. Né bestialità.

Farei dei pezzi senza sbadigli, ecco.

Ah, se avessi vent’anni di più…

 

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  1. Amedeo Levorato

    Caro Maurizio, vent’anni prima c’era il paese da ricostruire, gli stipendi da fame senza la scala mobile, le case di cemento armato che si sgretolavano, 6 milioni di analfabeti di “non è mai troppo tardi” altro che cultura globale e plurilingue, un biglietto per New York costava tre mesi di stipendio, le banche senza soldi, le scuole piene dei baby boomers in 30 per aula, la sanità senza attrezzature mediche, le casse mutue che non pagavano le cure, non c’erano treni in orario nè grandi raccordi anulari, e soprattutto le donne erano “meno presentabili” di oggi.
    Tutto sommato, ANCHE SE SONO COMPLETAMENTE D’ACCORDO COL TUO ARTICOLO SULL’OGGI E MI IDENTIFICO ANTROPOLOGICAMENTE E PSICOLOGICAMENTE CON TE (ANZI SEI PROPRIO UNA FOTOGRAFIA DEL SOTTOSCRITTO), preferisco mille volte oggi a quando le fotocopie non esistevano, per fare tre copie occorreva mettere la carta carbone nella lettera 32, nessuno sapeva nulla perchè fax, cellulari e internet non esistevano e gli unici documenti originali erano quelli nella valigetta del generale Dalla Chiesa, esplodevano le bombe a Piazza Fontana e cadevano gli aerei per i missili lanciati da Libici e Americani nello spazio aereo italiano, le auto inquinavano 25-30 volte di più ciascuna delle attuali, si facevano esperimenti nucleari in atmosfera… il divorzio non si poteva fare, se non avevi la cravatta venivi additato, a 50 anni sembrava che ne avessi 80, anche per il colesterolo, il glucosio e le proteine che ti circolavano nel sangue…. potrei andare avanti ancora molto, anche senza parlare di Lamalfa, Leone, Forlani, Spadolini e Craxi.

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    • Maurizio Sgroi

      Gentile Amedeo,
      innanzitutto bentornato. capisco perfettamente il suo punto di vista. è evidente che nel presente ci sono dei vantaggi rispetto al passato e viceversa. in tal senso la mia era una satira dell’uno e dell’altro. ma quello che volevo rappresentare nel mio modesto post era più uno stato d’animo che ho colto più volte, in me stesso e in tanti altri, ossia quello che ci va volgere lo sguardo indietro nostalgicamente anziché fissarlo decisamente verso il futuro, magari con un pizzico di ottimismo e buona volontà. lo dico a me stesso per primo, perché non sono certo diverso o migliore di altri.
      detto ciò, lo scopo era anche strappare un sorriso, riflettendo sull’assurdità del presente, che richiede enormi sforzi e sacrifici anche solo per arrivare a fine mese, senza neanche prospettarti una vecchiaia serena, mentre una volta forse (dico forse perché ho solo i ricordi della mia infanzia a testimonianza) era un po’ più semplice. E sul paradosso di questo presente, dove una generazione, nata vent’anni prima di me, ha forse (ma dico forse perché non voglio offendere nessuno, non perché non lo creda veramente) goduto di qualche piccolo privilegio in più che oggi forse (dico forse perché io sono convinto che sarebbe giusto, ma d’altronde non tocca a me dire ciò che è giusto) oggi dovrebbe mettere sul piatto.
      grazie per il commento e buona liberazione.

      PS osservo che gli stipendi da fame e senza scala mobile (almeno quelli) ci sono pure oggi 🙂

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      • ben adam

        Maurizio, io ho vent’anni in piu’ ed ho avuto tutto quello che ha avuto suo padre e forse più, come tanti. E’ vero, se pur involontariamente abbiamo preso dalla vostra vita e le assicuro che questo, a chi lo capisce, pesa molto. Per tanti aspetti noi abbiamo vissuto uno dei perofi più belli dell storia umana, in una continua tensione per qualcosa di nuovo, bicicletta, televisione, macchina, appartamento, vacanze ecc. Abbiano. vissuto le più spettacolari scoperte ed invenzioni e doveva bastare, non avevamo bisogno di portarci a vivere a vostre spese. Lei ha terribilmente ragione. Cosciente, ad un certo punto della mia vita, di quanto piena e stimolante sia stata la vita per la mia generazione, non ho più smesso di augurarmi che pure la vostra potesse trovare pari interessi e credo non potranno essere che di ordine diverso. Mi auguro che voi sappiate fare rinascere l’uomo, mi auguro che il buio in cui e’ caduto sappiate dileguarlo rapidamente, avverrà, e spero voi lo possiate vedere.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        sono lieto che le mie parole, che spero non siano risultate in alcun modo accusatrici o recriminatorie, abbiano incontrato la sua approvazione. concordo sul fatto che la sua generazione abbia conosciuto momenti bellissimi, e spero che anche la mia, aldilà delle mie riflessioni notturne, possa vivere tempi sempre migliori. sono anche consapevole che molto di quello che abbiamo, nel bene come nel male, lo dobbiamo a voi, e in questo senso il mio dialogo immaginario col mio povero papà, voleva darne conto. non deve sentirsi in colpa: siamo tutti sulla stessa barca. aiutiamoci per non affondare.
        grazie per il commento

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  2. Jean-Charles

    Continui a inoltrare il macigno delle sue riflessioni. Siamo parecchi a leggerla anche all’estero. Coraggio!

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  3. Daniele

    Se la può consolare, arrivo mezza generazione dopo di lei e le cose vanno anche peggio, come lei ben sa. Desidero ringraziarla perché sto imparando molto attraverso i suoi articoli e apprezzo il suo sforzo/abilità di scrivere in bello stile parlando di economia e finanza.
    Buone cose

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      so bene, purtroppo, che al peggio non c’è mai fine, ma il mio voleva essere un invito a guardare avanti con ottimismo, anche se talvolta la stanchezza ci fiacca nello spirito, oltre che nel corpo. mi piace pensare (e credere) che quelli più giovani di me avranno l’opportunità di diventare più grandi di me 🙂
      sono io, infine, a ringraziare lei per l’attenzione e per gli apprezzamenti. il tentativo di scrivere in bello stile, come molto gentilmente dice lei, nasce dal fatto che l’economia è disciplina che sembra arida, ma a ben vedere, la raccontano così. al contrario, se la si vede per quello che è (una delle tante storie dell’uomo) c’è molto da scrivere, più che da calcolare.
      grazie per il commento

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