Le metamorfosi dell’economia: Pesce piccolo mangia (con) pesce grande


Penso agli stati, o alle grandi corporation, e chissà perché mi vengono in mente le balene: esseri giganteschi che impattano sull’ambiente in maniera rilevante, e sospettati per anni d’essere all’origine di pesanti esternalità, come si chiamano in economia, a spese dei pesci più piccoli. Sapete come si dice: pesce grosso mangia pesce piccolo, e tutta la tiritera sulla legge della giungla che almeno da Hobbes in poi nutre la nostra narrazione sociale, come se davvero fossimo pesci.

Poi però leggo qualcosa sulle balene, uno di quegli studi con i quali gli scienziati contraddicono la vulgata e così guadagnano il loro quarto d’ora di celebrità. E scopro che le balene, a dispetto della stazza ingombrante e dello straordinario consumo di risorse che le connota, restituiscono all’ambiente, pure se in una forma diversa, almeno quanto gli hanno sottratto e che addirittura funzionano come stabilizzatori dell’ecosistema col quale interagiscono. Intorno alle balene viene e prospera un mondo di pesci piccoli che mangia col pesce grande, letteralmente.

Non è poi così diverso nel nostro ecosistema economico. Le nostre balene, ossia le grandi organizzazioni pubbliche e private, generano insieme notevoli esternalità e altrettante possibilità di vita per miriadi di pesci piccoli. “Fertilizzano” l’ambiente con le loro deiezioni, esattamente come le balene. Quindi non possiamo limitarci a criticare ciò che di negativo provocano senza ricordare anche il contrario. Peraltro, è impensabile un mondo senza grandi organizzazioni. La differenza fra oggi e ieri è che adesso sono molte di più. E anche questo è insieme un bene e un male. Avere tante balene economiche in un universo ristretto genera costi pesanti, da un punto di vista ambientale, nel senso di consumo di risorse e proliferazione burocratica. Gli stati e le grandi organizzazioni private tendono a schiacciare, a causa della loro mole, tutti coloro che stanno loro intorno.

I benefici di questa situazione tendono ad essere meno evidenti, a parte quello ovvio che le balene economiche danno lavoro a tante persone. Ma quest’ultima circostanza ne cela un’altra che è altrettanto rilevante: le balene economiche, in particolare quelle che fanno business, sono ottimi target fiscali e lo sanno benissimo. Tanto è vero che cercano ogni modo più o meno lecito per evadere, o quantomeno eludere, il fisco.

Senonché le loro tentazioni sono ben conosciute da tutti, ormai anche a livello internazionale. Tanto è vero che le balene pubbliche, e segnatamente gli stati e le loro proliferazioni internazionalistiche, si stanno attrezzando da tempo per migliorare le loro capacità impositiva, da una parte, e anti evasione/elusione dall’altra. Il tema è finito addirittura nell’agenda del G20, e l’Ocse da qualche tempo ha iniziato il progetto BEPS, che sta per Base Erosion and Profit Shifting, mentre il Fmi, insieme sempre ad Ocse e ad altre autorità internazionali, ha da poco inaugurato una piattaforma per aumentare la collaborazione fra i suoi affiliati sulle materie fiscali.

Tutto ciò serve a ricordarci una cosa fondamentale: i profitti delle grandi corporation sono una delle fonti di ricchezza alle quali una società globale evoluta e bene organizzata ha non solo il diritto ma soprattutto il dovere di attingere. E’ in questa funzione che lo stato prenditore nobilita sé stesso e la sua funzione sociale.

Chi pensa che il tutto potrebbe risolversi con un semplice aumento delle tasse, però, sbaglierebbe. A monte bisogna che si arrivi a un sostanziale ripensamento della base impositiva che tenga conto dei notevoli cambiamenti che il progresso tecnologico ha generato nelle modalità di creazione della ricchezza.

Alcune riflessioni, contenute in un libro recente di Robert B. Reich, Come salvare il capitalismo, possono aiutarci a chiarire meglio. Dopo aver osservato il sostanziale concentramento della ricchezza che ormai da alcuni decenni sta interessando le economie avanzate, Reich nota che “l’economia si sposta verso le idee, allontanandosi dai prodotti tangibili“, fotografando così una tendenza che molti osservatori hanno rilevato e che trova nella silente guerra sui diritti d’autori e i copyright la frontiera del capitalismo hi tech del XXI secolo. “La proprietà oggi più preziosa – sottolinea – è quella intellettuale”.

Tale evidenza è il potente driver che sta lentamente transitando il paradigma socioeconomico dall’economia della produzione a quella del tempo che qui abbiamo iniziato a tratteggiare. Le idee nascono grazie al tempo e vivono nel tempo. Quindi la disponibilità di tempo è la necessità primaria per una società che sta imparando a estrarre valore dalle idee. “Quanti aspiranti poeti, artisti o scienziati teorici non possono portare avanti la loro passione perché di fatto devono lavorare il più possibile per guadagnarsi da vivere? Un reddito minimo di base gliene darebbe la possibilità”. Avere la possibilità – ossia il tempo – di sviluppare nuove idee, in una società dove le idee sono l’autentica fonte dell’innovazione e quindi del progresso economico – tanto da venire brevettate – dovrebbe essere il vero investimento di ogni società evoluta, specie se ricca quanto è la nostra.

E ciò malgrado siamo ancora molto indietro. Nessuno, tranne pochissimi, è pagato per pensare e avere idee. Tutti sono pagati solo per produrre. E anche fra quelli che sono pagati per pensare, ancor meno sono quelli liberi di pensare. Devono pensare ciò che il datore di lavoro ritiene utile ai suoi fini. Tutto il contrario di una società che dice di essere libera.

La seconda evidenza è che “oggi le forme importanti di dominio del mercato oggi si hanno su reti come la banda larga, i tratti genetici dei semi, le piattaforme digitali standard e i sistemi finanziari, controllati da un pugno di banche a Wall Street (..) i moderni contratti non riguardano tanto le cose, quanto i dati e le idee”. E i dati e le idee riguardano strettamente le persone, quindi ognuno di noi.

Pensateci un attimo: quando frequentate un qualunque social network non fate altro che lasciare vostri dati e, in molti casi, anche le vostre idee. Quindi voi contribuite all’arricchimento della piattaforma ricevendo in cambio null’altro che un po’ di visibilità. Su tale ricchezza non avete alcun dividendo, malgrado abbiate ceduto dati e idee, e quindi sostanzialmente voi stessi e, economicamente parlando, il vostro tempo. Tale asimmetria necessita di essere corretta. Chi usa il tempo di un altro deve in qualche modo retribuirlo con un qualche potere di scambio.

E difatti più avanti Reich ipotizza una forma di reddito di cittadinanza che in qualche modo, attingendo alle vaste capienze finanziarie di questi colossi – e non solo – ristori il dimagrimento dei redditi da lavoro che lo spirito del tempo ha evocato come un demone maligno. Tassare le corporation, magari attingendo laddove finora non si attinge – pensate al patrimonio dei brevetti o a piattaforme monopolistiche tipo quelle dei social – sembra a Reich, fervente ammiratore di Galbraith un contrappeso esemplare per correggere lo squilibrio fra il capitalismo e i suoi clienti, che rischiano peraltro di rimanere senza reddito. E nel perorare la sua causa Reich ricorda che anche economisti liberali – viene citato l’arcinemico di Keynes, Von Hayek – sono stati favorevoli a un reddito minimo, pure nelle forme dell’imposta negativa teorizza da Milton Friedman. Ciò per dire che tutti gli economisti sono d’accordo, ma quindi tocca solo alla politica occuparsene.

Come tutti i progressisti, Reich pecca purtroppo di progressismo. La sua concezione del lavoro rimane tradizionale, e il reddito minimo viene considerato poco più che una soglia di sussistenza che, ricardianamente, serve appena a liberare il cittadino dal bisogno essenziale, salvo poi tornare a vendere il suo lavoro per comprarsi magari l’automobile o il telefonino nuovo. Con ciò il nostro autore dimostra di aver inquadrato solo una parte del problema.

E tuttavia è interessante seguirlo. Per pagare questo reddito di cittadinanza, aggiunge, bisognerebbe operare una “riduzione dei diritti di proprietà per i futuri eredi proprietari di tecnologie rivoluzionarie”. Oppure si potrebbe “fornire a ogni cittadino una piccola quota di tutta la proprietà intellettuale assegnata dall’ufficio brevetti e protetta dal governo”. Altre soluzioni tecniche sono possibili, ma questo qui rileva poco. Ciò che interessa è osservare come sia in gioco un problema squisitamente distributivo. La visione di Reich, giusta nelle premesse, arriva perciò a una conclusione condivisibile ma incompleta. La vera liberazione del lavoratore non si ottiene dandogli una mancia. Ma restituendogli la dignità del proprio lavoro e aumentando il valore del suo tempo.

La soluzione perciò non può essere solo nel reddito minimo di sussistenza, che pure può essere uno strumento utile, ma come complemento. La risposta è nel consentire al pesce piccolo di mangiare col pesce grande, come Reich peraltro in qualche modo teorizza. Ma creando al tempo stesso una nuova forma di ricchezza che sgorghi naturalmente da un uso intelligente del tempo.

Ma per riuscirci dobbiamo fare un passo autenticamente capace di generare progresso. Dobbiamo rendere il tempo convertibile.

(25/segue)

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