Le metamorfosi dell’economia: la guerra del copyright


Sarebbe bello leggere una storia del diritto d’autore, e sono certo che da quale parte esista, che ci aiuti a capire come l’evoluzione di questo concetto abbia segnato l’agire economico. E questo credo sia più difficile. Purtroppo ai tanti guasti della nostra epoca si è aggiunto quello del sapere specialistico, per cui finisce che i giuristi esperti della materia difficilmente si interessino dell’altra metà del cielo, ossia degli effetti economici delle loro decisioni.

Lo stesso vale per gli economisti: ossessionati dalle grandezze statistiche e dai loro giocattoli matematici si dimenticano che dietro le grandezze economiche c’è un mondo di regole che le confeziona. Sicché somigliano a bambini che giocano con i soldatini senza sapere come siano costruiti. Il che importa poco a un bambino, mentre credo dovrebbe preoccupare un economista. Se non fosse stato approvato un sistema di regole internazionali per le rilevazioni statistiche – i sistemi di contabilità nazionale – semplicemente l’odierno dibattere economico non avrebbe senso. Queste regole le hanno scritte i legulei. Gli economisti si limitano a utilizzarle.

Ora, aldilà della storia, ciò che qui vale rilevare visto che stiamo discorrendo dell’evoluzione del concetto di ricchezza, è che il copyright oggi si segnala come uno dei settori più attrattivi del mondo per gli investimenti produttivi, come ha rilevato l’Ocse di recente. Tanto che in molti paesi si sta discorrendo di come modificarne le regole. Legioni di avvocati e corti d’appello, più o meno internazionali, stanno combattendo una battaglia silenziosa, perché inosservata, che purtroppo solleva ben poco interesse da parte delle opinioni pubbliche, che ignorano quanto remunerare questi diritti diverrà sempre più rilevante per il futuro delle nostre società.

A fronte di ciò gli economisti di professione, ovviamente salvo poche eccezioni, non partecipano al dibattito, attorcigliati come sono sulla questione dirimente del nostro tempo: dove trovare la ricchezza per procurare un reddito alle persone che sembrano destinate ad essere espulse dai circuiti produttivi a causa dello sviluppo tecnologico.

Una visione olistica suggerisce che i due problemi, quello della regolamentazione dei copyright e quello dell’individuazione delle risorse per il sostegno dei redditi, siano intimamente collegate. Purtroppo però prevale il sapere specialistico, che, dividendo, conduce all’imperio di chi dispone del capitale, che può pagarsi sia l’avvocato che l’economista e quindi scriversi le regole come risulti a lui più conveniente.

In ciò viene facilitato dalla circostanza che il potere d’equilibrio, per usare una vecchia definizione di Galbraith, è frantumato in una pluralità di stati. Quindi è molto facile, sempre per chi dispone del capitale, utilizzare il regime giuridico che meglio gli si confà per difendere i propri diritti di proprietà intellettuale.

Dovremmo sempre ricordarci, infatti, che non esistono solo paradisi fiscali. Ciò che esiste davvero sono i paradisi giuridici, dei quali quelli fiscali sono un semplice sottoinsieme. Il meccanismo della concorrenza, ormai da un pezzo, si è spostato dal mercato dei beni (ammesso che lì abbia mai davvero funzionato) a quello delle regole. Gli stati, ad esempio, si fanno concorrenza per attirare investimenti esteri utilizzando regimi regolatori o impositivi vantaggiosi, senza capire che così facendo tagliano il ramo sui cui sono seduti. E le regole sulla proprietà intellettuale sono un asset terribilmente prezioso. Persino più delle aliquote fiscali.

Basterà un semplice esempio. Se io stabilisco che il diritto su un’opera intellettuale venga tutelato per settant’anni, vuol dire che per tutto quel tempo chiunque ne fruisca deve pagare qualcosa a qualcuno, a cominciare dall’autore e a finire al distributore. Ciò significa, di fatto, premiare la rendita. L’autore non dovrà fare nulla e continuerà a incassare il suo dividendo. Il resto della filiera dovrà fare ben poco.

Se invece accorcio la durata del diritto d’autore, ponendolo magari a trent’anni, significa che è più semplice fruire dell’idea dell’autore e quindi qualcuno potrà utilizzarla più agevolmente per inventare qualcos’altro e avere successo. Ciò significa, di fatto, premiare il reddito.

Se pensate che alla categoria del diritto d’autore  si iscrivono al tempo stesso quelli su un’opera letteraria e quelli sul Dna, avrete chiaro la dimensione planetaria del problema.

La guerra del copyright, perciò, è una guerra fra chi vuole difendere la rendita e chi vuole difendere il reddito. In questa partita, che tocca allo stato arbitrare, quest’ultimo dovrebbe essere il soggetto strategico. Potrebbe favorire la rendita allungando i tempi di tutela del copyright, o potrebbe favorire il reddito, diminuendoli. Oppure fare come Salomone: trovare il giusto equilibrio. Ad esempio collegando l’imposizione fiscale alla durata del copyright, in modo che crescano proporzionlmente, in tal modo estraendo dalla rendita un flusso di risorse equo che potrebbe destinare al reddito. Ossia ciò che serve per i suoi fini sociali.

Il problema è che un singolo stato può fare poco, visto che una qualunque multinazionale potrebbe registrare il suo brevetto ovunque le risulti conveniente. A meno che, certo, alla partita non partecipi uno stato che sia un gigante dell’economia.

Ma i giganti per ora tacciono.

(4/segue)

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